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Giurisdizione contabile - S.U. ord. n. 27092 e sent. n. 26806/09

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Nell'ordinanza n. 27092/09 si stabilisce la giurisdizione contabile nelle cause per risarcimento danni nei confronti dei dirigenti e dipendenti... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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ESTRATTO DOCUMENTO

in Foro it., 2010, I, 1472

Non spetta alla Corte dei conti la giurisdizione in ordine alla responsabilità erariale degli

amministratori e dipendenti di società pubbliche (nella specie, di società controllate da una

società per azioni a partecipazione pubblica), evocati in giudizio dal pubblico ministero presso

la stessa corte per rispondere del danno cagionato alle società in relazione a condotte illecite,

consistenti nell’avere concordato e accettato indebite dazioni di denaro al fine di favorire

determinate imprese nell’aggiudicazione e nella successiva gestione di appalti. (3)

Spetta alla Corte dei conti la giurisdizione in materia di risarcimento del danno all’immagine

subìto dal ministero dell’economia e delle finanze in dipendenza di comportamenti illeciti tenuti

da amministratori e dipendenti di società pubbliche (in motivazione, si precisa che la

giurisdizione della Corte dei conti viene affermata sul presupposto che l’art. 1 d.l. 3 agosto 2009

n. 103, convertito, con modificazioni, dalla l. 3 ottobre 2009 n. 141, secondo cui il danno

all’immagine delle pubbliche amministrazioni è perseguibile dalla corte unicamente in presenza

di una sentenza irrevocabile di condanna per un delitto contro la pubblica amministrazione, non

si applica ove sia stata già pronunciata, come nella specie, una sentenza, anche non definitiva,

nell’ambito del giudizio sottoposto alla cognizione del giudice contabile). (4)

Sono inammissibili, in quanto inerenti a pretesi errores in iudicando, i motivi di ricorso per

regolamento di giurisdizione, con i quali i ricorrenti lamentino che la sentenza impugnata della

Corte dei conti, nel pronunciare condanna per il danno erariale da essi cagionato a società

pubbliche (nella specie, a società controllate da una società per azioni a partecipazione

pubblica), abbia erroneamente affermato che essi fossero in rapporto di servizio con le società

danneggiate. (5) I

Ritenuto che i ricorsi indicati in epigrafe si riferiscono a due giudizi promossi davanti alla sezione

giurisdizionale per il Lazio della Corte dei conti dal procuratore regionale, aventi per oggetto,

rispettivamente:

— il risarcimento dei danni cagionati alla s.p.a. Rai-Radiotelevisione italiana dai componenti del

suo consiglio di amministrazione, dai rappresentanti degli enti pubblici azionisti, dal preposto al

settore degli affari legali e societari, in seguito alla illegittima nomina di Alfredo Meocci come

direttore generale; la dichiarazione di nullità delle relative deliberazioni e del contratto di lavoro

stipulato tra la società e lo stesso Alfredo Meocci;

— il risarcimento dei danni cagionati alla s.p.a. Rai-Radiotelevisione italiana dai componenti del

suo consiglio di amministrazione, dal presidente del collegio sindacale, dai preposti ai settori delle

risorse umane e degli affari legali e societari, in seguito ad accordi transattivi conclusi tra la società

e alcuni suoi ex direttori generali;

con le sue istanze di regolamento preventivo la Rai ha contestato la sussistenza della giurisdizione

del giudice contabile, per tutte le domande suddette;

la stessa tesi è stata sostenuta, relativamente alle azioni esercitate nei loro confronti, da Gennaro

Malgieri, Marco Staderini e Giuliano Urbani (membri del consiglio di amministrazione, convenuti

nel primo giudizio), Vittorio Umberto Grilli (funzionario del ministero dell’economia e delle

finanze, convenuto nel primo giudizio), Claudio Cappon (ex direttore generale, convenuto nel

secondo giudizio) Angelo Maria Petroni, Flavio Cattaneo (membri del consiglio di

amministrazione, convenuti in entrambi i giudizi) e Rubens Esposito (preposto al settore degli affari

legali e societari, convenuto in entrambi i giudizi), che si sono costituiti con controricorsi, alcuni

contenenti anche ricorsi incidentali adesivi a quelli principali;

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ha presentato a sua volta un proprio controricorso il procuratore regionale presso la sezione

giurisdizionale per il Lazio della Corte dei conti, il quale ha chiesto invece che venga affermata la

giurisdizione della corte stessa;

le altre parti dei giudizi a quibus non hanno svolto attività difensive in questa sede;

il procuratore generale presso questa corte ha concluso per la dichiarazione della giurisdizione del

giudice contabile relativamente alle azioni di responsabilità, del giudice ordinario relativamente a

quelle di nullità;

sono state depositate memorie dalla Rai, da Marco Staderini e Giuliano Urbani;

considerato che: i ricorsi in esame vengono riuniti per essere decisi contestualmente, stante

l’identità o analogia delle questioni che pongono;

il procuratore regionale presso la sezione giurisdizionale per il Lazio della Corte dei conti ha

contestato pregiudizialmente l’ammissibilità delle istanze di regolamento preventivo proposte dalla

Rai, contestando la legittimazione della ricorrente relativamente ai giudizi di responsabilità, nei

quali non è parte convenuta;

l’eccezione è inconferente, poiché le ragioni esposte nei ricorsi principali sono state ribadite negli

incidentali, sui quali occorre comunque provvedere;

l’adunanza in camera di consiglio fissata per la loro trattazione è stata dedicata anche a quella di

numerosi altri ricorsi, tutti concernenti la giurisdizione in ordine alle azioni di responsabilità

esercitate nei confronti di amministratori o dipendenti di società in mano pubblica, per danni da

esse direttamente subiti;

con le relative ordinanze è stata dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario, per ragioni

riguardanti la generalità di tali società, ma espressamente facendo «salva la specificità di singole

società a partecipazione pubblica il cui statuto sia soggetto a regole legali sui generis, come nel caso

della Rai»;

per quest’ultima, in effetti, la decisione deve essere diversa, data la natura sostanziale di ente

assimilabile a una amministrazione pubblica che le va riconosciuta, nonostante l’abito formale che

riveste di società per azioni (peraltro partecipata totalitariamente da enti pubblici: lo Stato per il

99,55 per cento e la Siae - Società italiana degli autori ed editori per il residuo 0,45 per cento); ne

discende la qualificabilità come erariale del danno cagionatole dai suoi agenti, nonché da quelli

degli enti pubblici azionisti, con conseguente loro assoggettabilità all’azione di responsabilità

amministrativa davanti al giudice contabile;

lo si desume dai peculiari caratteri del regime della Rai, la quale:

— è designata direttamente dalla legge quale concessionaria dell’essenziale servizio pubblico

radiotelevisivo, svolto nell’interesse generale della collettività nazionale per assicurare il

pluralismo, la democraticità e l’imparzialità dell’informazione;

— è sottoposta, per la verifica della correttezza dell’esercizio di tale funzione, a penetranti poteri di

vigilanza da parte di un’apposita commissione parlamentare, espressione dello Stato-comunità;

— è destinataria, per coprire i costi del servizio, di un canone di abbonamento, avente natura di

imposta e gravante su tutti i detentori di apparecchi di ricezione di trasmissioni radiofoniche e

televisive, che è riscosso e le viene versato dall’agenzia delle entrate;

— è compresa tra gli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria, sottoposti pertanto al controllo

della Corte dei conti;

— è tenuta all’osservanza delle procedure di evidenza pubblica nell’affidamento di appalti, in

quanto «organismo di diritto pubblico» ai sensi della normativa comunitaria in materia;

queste particolarità — già evidenziate dalla giurisprudenza di legittimità, sia pure ai limitati fini che

in quella sede venivano in considerazione: Cass. 23 aprile 2008, n. 10443 (Foro it., Rep. 2008, voce

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Radiotelevisione, n. 27) — concordemente e univocamente depongono nel senso dell’inclusione

della Rai nel novero degli enti pubblici;

a fronte di ciò, risultano ininfluenti le argomentazioni svolte dai ricorrenti, nella parte in cui negano

l’esperibilità dell’azione di responsabilità amministrativa nei confronti degli amministratori e dei

dipendenti della generalità delle società in mano pubblica, nel cui ambito la Rai nettamente si

differenzia;

quanto poi alle deduzioni che ad essa specificamente sono riferibili, va osservato:

— l’art. 1 l. 14 gennaio 1994 n. 20 ha ampliato l’ambito della giurisdizione contabile,

comprendendovi la responsabilità per danno erariale degli amministratori e dipendenti di tutti gli

enti pubblici, anche «economici» (Cass. 22 dicembre 2003, n. 19667, id., 2005, I, 2676, cui si è

costantemente uniformata la successiva giurisprudenza di questa corte); non difetta dunque il

requisito della interpositio legislatoris;

— i dubbi circa la legittimità costituzionale della norma così interpretata, formulati dai ricorrenti,

sono per un verso irrilevanti, in quanto attengono in genere alle società «partecipate», per altro

verso manifestamente infondati, con riguardo agli enti pubblici anche economici, ai quali va

equiparata la Rai, poiché la disposizione di cui si tratta ha esteso la giurisdizione della Corte dei

conti non già a indistinti «blocchi di materie», nel senso precisato da Corte cost. 6 luglio 2004, n.

204 (id., 2004, I, 2594) e 11 maggio 2006, n. 191 (id., 2006, I, 1625), bensì ad attività già

potenzialmente comprese nella previsione dell’art. 103 Cost., perché riferibili alla pubblica

amministrazione e pregiudizievoli per le sue finanze, anche se svolte in campo economico con gli

strumenti del diritto privato;

— i giudizi per i quali è stato chiesto il regolamento di giurisdizione hanno per oggetto atti

riguardanti la nomina e il trattamento economico del direttore generale della Rai, il quale è preposto

alla complessiva sua gestione, organizzazione e funzionamento, con competenze che si estendono a

tutto il campo di operatività della società, senza alcuna esclusione per l’esercizio del servizio

pubblico generale radiotelevisivo; non è dunque pertinente l’assunto dei ricorrenti, secondo cui

nella Rai sarebbero presenti «due anime», corrispondenti ai distinti settori in cui essa agisce (il

servizio pubblico espletato in concessione, finanziato esclusivamente mediante il canone di

abbonamento; l’attività imprenditoriale svolta nel libero mercato radiotelevisivo, finanziata

esclusivamente mediante gli introiti pubblicitari); né conseguentemente ostano all’affermazione

della giurisdizione della Corte dei conti, per i giudizi qui in considerazione, le obiezioni relative

all’alterazione della concorrenza che in tale mercato ne deriverebbe, con violazione anche delle

regole comunitarie, a causa dell’aggravamento della responsabilità degli amministratori e dei

dipendenti della Rai, rispetto a quelli delle altre imprese radiotelevisive, anche sotto il profilo del

rischio di un’estensione del sindacato giurisdizionale a scelte ispirate a criteri necessariamente

diversi dai canoni da osservare nella gestione del denaro pubblico;

— neppure rileva che il pagamento della sanzione pecuniaria, inflitta alla Rai dall’Agcom - Autorità

per le garanzie nelle comunicazioni a causa dell’illegittimità della nomina di Alfredo Meocci come

componente del consiglio di amministrazione della società, non sia stato imputato al bilancio della

gestione del servizio pubblico, ma a quello dell’attività commerciale; la circostanza attiene semmai

alla sussistenza in concreto di un danno erariale e quindi al merito della causa, sicché non incide

sulla questione di giurisdizione; ma d’altra parte l’importo della sanzione è soltanto una delle

numerose voci del danno di cui sono stati chiamati a rispondere i convenuti, consistente anche nei

compensi erogati a professionisti esterni, per consulenze e pareri sulla validità di quella nomina,

oltre che per la difesa nel giudizio di opposizione al provvedimento irrogativo della sanzione,

nell’aumento del suo ammontare, conseguente al ritardo con cui è stata pagata, nel deterioramento

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dell’immagine della società, nei trattamenti economici accordati in via transattiva agli ex direttori

generali;

— la previsione legislativa della possibilità di promuovere nei confronti dei componenti del

consiglio di amministrazione della Rai l’ordinaria azione civilistica di responsabilità (peraltro con il

vincolo di una previa deliberazione conforme della commissione di vigilanza) non implica

l’esclusione dell’esperibilità dell’azione di responsabilità amministrativa davanti al giudice

contabile; l’avere entrambe per oggetto il medesimo danno (peraltro con i limiti che per la seconda

derivano dalla diversità dei presupposti e delle conseguenze, relativamente all’elemento soggettivo,

alla sola eccezionale trasmissibilità agli eredi, alla facoltà di riduzione del quantum) non osta alla

loro coesistenza, né comporta i rischi di duplicazione del risarcimento prospettati dai ricorrenti,

poiché la giurisdizione civile e quella contabile sono reciprocamente indipendenti nei loro profili

istituzionali, sicché il rapporto tra le due azioni si pone in termini di alternatività anziché di

esclusività, dando luogo a questioni non di giurisdizione, ma di proponibilità della domanda (Cass.

24 marzo 2006, n. 6581, id., Rep. 2006, voce Giurisdizione civile, n. 277);

— il carattere privatistico del rapporto di lavoro subordinato che lega Rubens Esposito alla Rai non

lo esenta dalla giurisdizione contabile, la quale si estende alla responsabilità sia degli

amministratori sia dei dipendenti degli enti pubblici;

a proposito delle domande intese ad ottenere la dichiarazione di nullità dei negozi intercorsi tra la

Rai e Alfredo Meocci o altri suoi ex direttori generali, il procuratore regionale presso la sezione

giurisdizionale per il Lazio della Corte dei conti ha sostenuto la tesi della sussistenza della

giurisdizione del giudice contabile in base al comma 174 dell’art. 1 l. 23 dicembre 2005 n. 266, nel

presupposto che riguardi tutte le azioni dirette, come nella specie, a eliminare la fonte di un danno

erariale ed evitare che si aggravi;

l’assunto non è fondato, poiché la disposizione citata abilita il procuratore regionale esclusivamente

a esercitare «tutte le azioni a tutela delle ragioni del creditore previste dalla procedura civile, ivi

compresi i mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale di cui al libro VI, titolo II, capo V,

del codice civile»; le azioni di nullità contrattuale esulano dunque dalle previsioni della norma, né

d’altra parte alla Corte dei conti in sede giurisdizionale è affidato il compito di prevenire danni

erariali non ancora prodotti, insieme con quello di procurare il ristoro di pregiudizi già verificatisi;

i principî da enunciare sono dunque:

— «compete al giudice contabile la giurisdizione in ordine alle azioni di responsabilità

amministrativa esercitate per ottenere il risarcimento dei danni che si assume essere stati cagionati

alla s.p.a. Rai-Radiotelevisione italiana da componenti del suo consiglio di amministrazione e da

dipendenti della stessa società e degli enti pubblici azionisti, in seguito alla nomina del direttore

generale e alla conclusione di contratti attinenti al trattamento economico del direttore generale e

degli ex direttori generali»;

— «compete al giudice ordinario la giurisdizione in ordine alle azioni esercitate per ottenere la

dichiarazione della nullità da cui si assume essere affetti i contratti conclusi dalla s.p.a. Rai-

Radiotelevisione italiana, attinenti al trattamento economico del direttore generale o degli ex

direttori generali»;

deve dunque essere dichiarata la giurisdizione del giudice contabile in ordine alle azioni di

responsabilità e del giudice ordinario in ordine alle azioni di nullità;

nulla va disposto, relativamente a queste ultime azioni, ai fini della translatio iudicii, non essendo

consentito al pubblico ministero contabile agire davanti al giudice ordinario (Cass. 22 ottobre 2007,

n. 22059, id., 2008, I, 116). II

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Svolgimento del processo. — Con atto di citazione depositato in data 8 aprile 2005 la procura

regionale della Corte dei conti per la Lombardia evocava in giudizio Giuffrida Luigi, in qualità di

amministratore delegato di Enel Power s.p.a., Craparotta Antonino, in qualità di amministratore

delegato di Enel distribuzione s.p.a., Caressa Gabriele, in qualità di vicepresidente pro tempore di

Enel Power s.p.a. ed Atzori Vito, dipendente di Enel s.p.a. fino al 30 novembre 2000 e poi in

rapporto di collaborazione coordinata con Enel Power fino all’11 giugno 2003, e ne chiedeva la

condanna al risarcimento per complessivi euro 62.442.681,01, in relazione a molteplici condotte

illecite dai medesimi tenute, consistenti nell’avere concordato ed accettato indebite dazioni di

denaro al fine di favorire le imprese costruttrici nell’aggiudicazione e successiva gestione di appalti

in danno di società pubbliche. I fatti venivano desunti dagli atti del procedimento penale e dalle

dichiarazioni confessorie rese dai convenuti.

Con sentenza del 9 novembre 2005, la sezione regionale di primo grado della Corte dei conti

accoglieva solo parzialmente la domanda risarcitoria, sia con riferimento al danno patrimoniale

diretto che al danno all’immagine.

Proponevano appello i convenuti ed appello incidentale il procuratore regionale.

La sezione giurisdizionale centrale della Corte dei conti, con sentenza depositata il 3 dicembre

2008, rigettava gli appelli dei convenuti, accogliendo solo parzialmente l’appello dell’Atzori,

quanto al danno all’immagine, condannando lo stesso per tale titolo al pagamento di euro 100.000.

La sezione centrale della Corte dei conti affermava, come già il primo giudice, la sua giurisdizione,

ritenendo ipotizzabile la responsabilità amministrativa degli amministratori e dipendenti di s.p.a. a

partecipazione azionaria pubblica ed effettivamente sussistente la stessa nella fattispecie.

Avverso questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione Giuffrida Luigi, Craparotta

Antonino, Caressa Gabriele, nonché ricorso incidentale Atzori Vito.

Resiste con controricorso il procuratore generale presso la Corte dei conti.

Motivi della decisione. — 1.1. - Preliminarmente vanno riuniti i ricorsi.

Con il primo motivo dei rispettivi ricorsi, sostanzialmente simili, i ricorrenti Craparotta, Giuffrida e

Caressa, lamentano, ai sensi dell’art. 360, n. 1, c.p.c., la violazione degli art. 1 l. 20/94, 3 e 7 l.

97/01, 81 r.d. 2440/23 e 52 r.d. 1214/34 per avere la Corte dei conti affermato la sussistenza della

responsabilità amministrativa di essi amministratori di s.p.a. a partecipazione pubblica, mentre tale

responsabilità non era ipotizzabile, segnatamente tenuto conto che l’Enel svolgeva attività di

impresa su mercati liberi e concorrenziali, esercitata con finalità di lucro e senza finalità

pubblicistiche, con conseguente difetto di giurisdizione della Corte dei conti.

1.2. - Con il primo motivo del ricorso incidentale l’Atzori lamenta la violazione delle norme che

disciplinano la giurisdizione della Corte dei conti (art. 1 l. 20/94, 3 e 7 l. 97/01, 81 r.d. 2440/23 e 52

r.d. 1214/34), assumendo il difetto di giurisdizione del giudice contabile nei confronti di esso

incaricato di una s.p.a., per quanto facente parte di un gruppo societario la cui capogruppo, sempre

una s.p.a., sia qualificabile come impresa pubblica.

2. - Preliminarmente vanno riuniti i ricorsi a norma dell’art. 335 c.p.c.

Il problema che si pone è quello relativo alla questione se agli amministratori e dipendenti di una

s.p.a. cosiddetta «in mano pubblica» si applichino le norme di diritto societario o se dalla presenza

di capitali pubblici consegua invece l’assoggettamento di questi soggetti alle norme proprie della

responsabilità amministrativa, con la conseguente giurisdizione della Corte dei conti.

Il problema non è quello di definire se, come e quando una s.p.a. «pubblica» risponda, come

persona giuridica, per danno erariale ad una pubblica amministrazione, ma si tratta di stabilire sulla

base di quale statuto gli amministratori o i dipendenti di una s.p.a. «pubblica» rispondano dei danni

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ad essa direttamente prodotti ed indirettamente riflessi sulla pubblica amministrazione, in quanto

titolare della partecipazione azionaria.

La differenza è rilevante, se si considera che nel primo caso la s.p.a. «pubblica» è il soggetto

responsabile del danno che deve risarcire con il proprio patrimonio sociale, nel secondo caso essa

diviene il soggetto danneggiato il cui patrimonio deve essere reintegrato.

Vanno, quindi, fissati alcuni principî generali.

3.1. - Com’è noto, il limite esterno della giurisdizione della Corte dei conti, sul quale le sezioni

unite della Corte di cassazione sono chiamate a pronunciarsi, ha rilevanza costituzionale: discende

dal disposto dell’art. 103, 2° comma, Cost., a tenore del quale «la Corte dei conti ha giurisdizione

nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge». Al di fuori delle materie di

contabilità pubblica, e quindi anche in tema di responsabilità, occorre dunque che la giurisdizione

della Corte dei conti abbia il suo fondamento in una specifica disposizione di legge.

In termini generali, il contenuto ed i limiti della giurisdizione della Corte dei conti in tema di

responsabilità trovano la loro base normativa nella previsione dell’art. 13 r.d. 12 luglio 1934 n.

1214, secondo cui la corte giudica sulla responsabilità per danni arrecati all’erario da pubblici

funzionari nell’esercizio delle loro funzioni. Tali limiti sono stati successivamente ampliati dall’art.

1, 4° comma, l. 14 gennaio 1994 n. 20, che ha esteso il giudizio della Corte dei conti alla

responsabilità di amministratori e dipendenti pubblici anche per danni cagionati ad amministrazioni

o enti pubblici diversi da quelli di appartenenza. La giurisdizione di detta corte non è quindi

circoscritta alla sola ipotesi di responsabilità contrattuale dell’agente, ma può esplicarsi anche in

caso di responsabilità aquiliana.

3.2. - In passato i limiti esterni della giurisdizione della Corte dei conti, al pari di quella del giudice

amministrativo, erano però (relativamente) più agevoli da tracciare: la più netta distinzione tra

l’area del pubblico e quella del privato, la normale corrispondenza tra la natura pubblica dell’attività

svolta dall’agente ed il suo organico inserimento nei ranghi della pubblica amministrazione, la

conseguente più agevole demarcazione di confini tra l’agire dell’amministrazione in forza della

potestà pubblica ad essa spettante e per le finalità tipicamente a questa connesse ed il suo agire

invece iure privatorum: erano tutti elementi che facilitavano anche l’individuazione dei limiti

esterni della giurisdizione in esame.

La più recente evoluzione dell’ordinamento ha reso ora questi confini assai meno chiari, da un lato

incanalando sovente le finalità della pubblica amministrazione in ambiti tipicamente privatistici,

dall’altro affidando con maggiore frequenza a soggetti privati la realizzazione di finalità una volta

ritenute di pertinenza esclusiva degli organi pubblici.

In quest’ottica anche le sezioni unite della Cassazione, per evitare il rischio di un sostanziale

svuotamento — o almeno di un grave indebolimento — della giurisdizione della corte contabile in

punto di responsabilità, ha teso a privilegiare un approccio più «sostanzialistico», sostituendo ad un

criterio eminentemente soggettivo, che identificava l’elemento fondante della giurisdizione della

Corte dei conti nella condizione giuridica pubblica dell’agente, un criterio oggettivo che fa leva

sulla natura pubblica delle funzioni espletate e delle risorse finanziarie a tal fine adoperate.

Si è perciò affermato che, quando si discute del riparto della giurisdizione tra Corte dei conti e

giudice ordinario, occorre aver riguardo al rapporto di servizio tra l’agente e la pubblica

amministrazione, ma che per tale può intendersi anche una relazione con la pubblica

amministrazione caratterizzata dal fatto di investire un soggetto, altrimenti estraneo

all’amministrazione medesima, del compito di porre in essere in sua vece un’attività, senza che

rilevi né la natura giuridica dell’atto di investitura — provvedimento, convenzione o contratto — né

quella del soggetto che la riceve, sia essa una persona giuridica o fisica, privata o pubblica (sez. un.

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3 luglio 2009, n. 15599, in questo fascicolo, parte prima; 31 gennaio 2008, n. 2289, Foro it., Rep.

2008,voce Responsabilità contabile, n. 601; 22 febbraio 2007, n. 4112, id., 2008, I, 190; 20 ottobre

2006, n. 22513, id., 2007, I, 2483; 5 giugno 2000, n. 400/SU, id., 2000, I, 2789; 30 marzo 1990, n.

2611, id., Rep. 1990, voce cit., n. 415, ed altre conformi).

L’affidamento da parte di un ente pubblico ad un soggetto esterno, da esso controllato, della

gestione di un servizio pubblico integra quindi una relazione funzionale incentrata sull’inserimento

del soggetto medesimo nell’organizzazione funzionale dell’ente pubblico e ne implica,

conseguentemente, l’assoggettamento alla giurisdizione della Corte dei conti per danno erariale, a

prescindere dalla natura privatistica dello stesso soggetto e dello strumento contrattuale con il quale

si sia costituito ed attuato il rapporto (sez. un. 27 settembre 2006, n. 20886, id., 2007, I, 2483; 1°

aprile 2008, n. 8409, id., 2008, I, 2852; 1° marzo 2006, n. 4511, id., 2006, I, 1734; 19 febbraio

2004, n. 3351, id., 2005, I, 2676), anche se l’estraneo venga investito solo di fatto dello svolgimento

di una data attività in favore della pubblica amministrazione (sez. un. 9 settembre 2008, n. 22652,

id., Rep. 2008, voce cit., n. 627) ed anche se difetti una gestione del denaro secondo moduli

contabili di tipo pubblico o secondo procedure di rendicontazione proprie della giurisdizione

contabile in senso stretto (sez. un. 12 ottobre 2004, n. 20132, id., 2005, I, 2674). Lo steso dicasi per

l’accertamento della responsabilità erariale conseguente all’illecito o indebito utilizzo, da parte di

una società privata, di finanziamenti pubblici (sez. un. 5 giugno 2008, n. 14825, id., Rep. 2008,

voce cit., n. 475, e sez. un. 4511/06, cit.); o per la responsabilità in cui può incorrere il

concessionario privato di un pubblico servizio o di un’opera pubblica, quando la concessione

investe il privato dell’esercizio di funzioni obiettivamente pubbliche, attribuendogli la qualifica di

organo indiretto dell’amministrazione, onde egli agisce per le finalità proprie di quest’ultima (sez.

un. 4112/07, cit.).

Nella medesima ottica, a partire dal 2003, le sezioni unite di questa corte hanno ritenuto spettare

alla Corte dei conti, dopo l’entrata in vigore dell’art. 1, ultimo comma, l. n. 20 del 1994, la

giurisdizione sulle controversie aventi ad oggetto la responsabilità di privati funzionari di enti

pubblici economici (quali, ad esempio, i consorzi per la gestione di opere) anche per i danni

conseguenti allo svolgimento dell’ordinaria attività imprenditoriale e non soltanto per quelli

cagionati nell’espletamento di funzioni pubbliche o comunque di poteri pubblicistici (sez. un. 22

dicembre 2003, n. 19667, id., 2005, I, 2676). Si è sottolineato che si esercita attività amministrativa

non solo quando si svolgono pubbliche funzioni e poteri autoritativi, ma anche quando, nei limiti

consentiti dall’ordinamento, si perseguono le finalità istituzionali proprie dell’amministrazione

pubblica mediante un’attività disciplinata in tutto o in parte dal diritto privato; con la conseguenza

— si è precisato — che, nell’attuale assetto normativo, il dato essenziale che radica la giurisdizione

della corte contabile è rappresentato dall’evento dannoso verificatosi a carico di una pubblica

amministrazione e non più dal quadro di riferimento — pubblico o privato — nel quale si colloca la

condotta produttiva del danno (sez. un. 25 maggio 2005, n. 10973, ibid., 2674; 20 giugno 2006, n.

14101, id., 2007, I, 486; 1° marzo 2006, n. 4511, cit.; 15 febbraio 2007, n. 3367, id., Rep. 2007,

voce cit., n. 438).

3.3. - Se quanto appena osservato vale certamente per gli enti pubblici economici, i quali restano

nell’alveo della pubblica amministrazione pur quando eventualmente operino imprenditorialmente

con strumenti privatistici, è da stabilire entro quali limiti alla medesima conclusione si debba

pervenire anche nel diverso caso della responsabilità di amministratori di società di diritto privato

partecipate da un ente pubblico. Le quali non perdono la loro natura di enti privati per il solo fatto

che il loro capitale sia alimentato anche da conferimenti provenienti dallo Stato o da altro ente

pubblico. 8 prof. Giorgio Costantino

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in Foro it., 2010, I, 1472

Il codice civile dedica alla società per azioni a partecipazione pubblica solo alcune scarne

disposizioni, oggi contenute nell’art. 2449 (come modificato dall’art. 13 l. 25 febbraio 2008 n. 34, a

seguito della pronuncia della Corte giustizia delle comunità europee 6 dicembre 2007, cause riunite

C-463/04 e C-464/04, id., 2008, IV, 67), essendo stato il successivo art. 2450 ormai abrogato

dall’art. 3, 1° comma, d.l. 15 febbraio 2007 n. 10, convertito, con modificazioni, dalla l. 6 aprile

2007 n. 46. Ma siffatte residue disposizioni del codice non valgono a configurare uno statuto

speciale per dette società (spesso, viceversa, interessate da norme speciali, non sempre tra loro ben

coordinate), salvo per i profili inerenti alla nomina e revoca degli organi sociali, specificamente ivi

contemplati, né comunque investono il tema della responsabilità di detti organi, che resta quindi

disciplinato dalle ordinarie norme previste dal codice civile a questo riguardo, com’è confermato

dalla immutata indicazione del 2° comma del citato art. 2449, a tenore del quale anche i componenti

degli organi amministrativi e di controllo di nomina pubblica «hanno i diritti e gli obblighi dei

membri nominati dall’assemblea». Né pare dubbio che quest’ultimo principio valga anche per le

società a responsabilità limitata eventualmente partecipate da un ente pubblico, in difetto di

qualsiasi specifica disposizione del codice che se ne occupi.

Se ne è desunto — anche alla luce di quanto espressamente indicato nella relazione («È lo Stato

medesimo che si assoggetta alla legge delle società per azioni per assicurare alla propria gestione

maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici») — che la scelta della pubblica

amministrazione di acquisire partecipazioni in società private implica il suo assoggettamento alle

regole proprie della forma giuridica prescelta. Dall’identità dei diritti e degli obblighi facenti capo

ai componenti degli organi sociali di una società a partecipazione pubblica, pur quando direttamente

designati dal socio pubblico, logicamente perciò discende la responsabilità di detti organi nei

confronti della società, dei soci, dei creditori e dei terzi in genere, nei medesimi termini —

contemplati dagli art. 2392 ss. del codice in cui tali diverse possibili proiezioni della responsabilità

sono configurabili per gli amministratori e per gli organi di controllo di qualsivoglia altra società

privata.

3.4. - È innegabile, nondimeno, che si possano determinare dei problemi quando il modello

giuridico-formale prescelto entra in tensione con il fenomeno economico sottostante, come non di

rado accade proprio nel caso in cui lo Stato o altro ente pubblico assume una partecipazione in una

società per perseguire in tal modo finalità di rilevanza pubblica.

Ne è testimone, in certa misura, la sentenza delle sezioni unite 26 febbraio 2004, n. 3899 (id., 2005,

I, 2675), che, dopo aver ribadito il principio per cui una società per azioni costituita con capitale

maggioritario del comune in vista dello svolgimento di un servizio pubblico ha una relazione

funzionale con l’ente territoriale, caratterizzata dall’inserimento della società medesima nell’iter

procedimentale dell’ente locale e dal conseguente rapporto di servizio venutosi così a determinare,

ha riconosciuto la giurisdizione della Corte dei conti nelle controversie in materia di responsabilità

patrimoniale per danno erariale riguardanti gli amministratori ed i dipendenti di una siffatta società.

La portata di tale affermazione non risulta però del tutto univoca: perché nella medesima sentenza si

ha cura di specificare, per un verso, che l’elemento determinante della decisione era costituito, in

quel caso, dal rapporto di servizio intercorrente tra la società privata ed il comune (piuttosto che dal

rapporto partecipativo e dal conseguente investimento di risorse finanziarie pubbliche nel

patrimonio della società privata) e, per altro verso, che la questione se il danno subìto dal comune

partecipante alla società fosse diretto, o meramente riflesso, rispetto a quello arrecato al patrimonio

sociale, costituiva un profilo estraneo al giudizio sui limiti della giurisdizione.

Proprio quest’ultimo profilo sembra invece meritare un ulteriore approfondimento, potendo

assumere carattere decisivo ai fini che qui interessano.

9 prof. Giorgio Costantino

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3.5. - In primo luogo, non sembra si possa prescindere dalla distinzione tra la posizione della società

partecipata, cui eventualmente fa capo il rapporto di servizio instaurato con la pubblica

amministrazione, e quella personale degli amministratori (nonché dei sindaci o degli organi di

controllo della stessa società): i quali, ovviamente, non s’identificano con la società, sicché nulla

consente di riferire loro, sic et simpliciter, il rapporto di servizio di cui la società medesima sia

parte.

Quanto appena osservato non vale però a chiudere ogni possibile spazio alla giurisdizione della

Corte dei conti in ordine ad eventuali comportamenti illegittimi imputabili agli organi delle società

a partecipazione pubblica, dai quali sia scaturito un danno per il socio pubblico.

S’è già prima accennato vuoi alla possibilità che tale giurisdizione sia riferita anche ad ipotesi di

responsabilità aquiliana, vuoi alla possibilità che essa si configuri pure in difetto di una formale

investitura pubblica dell’agente. Entra allora in gioco un ulteriore importante elemento normativo,

cui finora non si è fatto riferimento ma che occorre adesso prendere in considerazione. Si allude alla

disposizione dell’art. 16 bis l. 28 febbraio 2008 n. 31 (che ha convertito il d.l. 31 dicembre 2007 n.

248), così concepita: «Per le società con azioni quotate in mercati regolamentati, con partecipazione

anche indiretta dello Stato o di altre amministrazioni o di enti pubblici, inferiore al 50 per cento,

nonché per le loro controllate, la responsabilità degli amministratori e dei dipendenti è regolata

dalle norme del diritto civile e le relative controversie sono devolute esclusivamente alla

giurisdizione del giudice ordinario».

Tale norma, benché la sua applicazione ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore della legge

di conversione sia espressamente esclusa, assume un evidente significato retrospettivo, nella misura

in cui lascia chiaramente intendere che, in ordine alla responsabilità di amministratori e dipendenti

di società a partecipazione pubblica, vi sia una naturale area di competenza giurisdizionale diversa

da quella ordinaria. Non si capirebbe, altrimenti, la ragione per la quale il legislatore ha inteso

stabilire che, per l’avvenire (e limitatamente alle società quotate, o loro controllate, con

partecipazione pubblica inferiore al 50 per cento), la giurisdizione spetta invece in via esclusiva

proprio al giudice ordinario.

Resta però da verificare entro quali limiti, al di fuori del ristretto campo d’applicazione della

disposizione da ultimo richiamata, sia davvero configurabile la giurisdizione del giudice contabile

che il legislatore ha in tal modo presupposto in rapporto ad atti di mala gestio degli organi di società

a partecipazione pubblica.

In difetto di norme esplicite in tal senso (e fatta salva la specificità di singole società a

partecipazione pubblica il cui statuto sia soggetto a regole legali sui generis, come nel caso della

Rai), è ai principî generali ed alle linee portanti del sistema che occorre aver riguardo. Ed è proprio

in quest’ottica che assume rilievo decisivo la già accennata distinzione tra la responsabilità in cui gli

organi sociali possono incorrere nei confronti della società (prevista e disciplinata, per le società

azionarie, dagli art. 2393 ss. e, per le società a responsabilità limitata, dal 1°, 3°, 4° e 5° comma

dell’art. 2476 c.c.) e la responsabilità che essi possono assumere direttamente nei confronti di

singoli soci o terzi (prevista e disciplinata, per le società azionarie, dall’art. 2395 e, per le società a

responsabilità limitata, dal 6° comma del citato art. 2476).

3.6. - In tale ultimo caso la configurabilità dell’azione del procuratore contabile, tesa a far valere la

responsabilità dell’amministratore o del componente di organi di controllo della società partecipata

dall’ente pubblico quando questo sia stato direttamente danneggiato dall’azione illegittima, non

incontra particolari ostacoli (né si pongono difficoltà derivanti dalla possibile concorrenza di siffatta

azione con quella ipotizzata in sede civile dai citati art. 2395 e 2476, 6° comma, poiché l’una e

l’altra mirerebbero in definitiva al medesimo risultato).

10 prof. Giorgio Costantino

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Non importa qui indagare sulla natura dell’indicata responsabilità: se essa abbia carattere

extracontrattuale (come la giurisprudenza è per lo più incline a ritenere: v., tra le altre, Cass. 5

agosto 2008, n. 21130, id., 2009, I, 447; 25 luglio 2007, n. 16416, id., 2007, I, 3393, e 3 aprile

2007, n. 8359, id., Rep. 2007, voce Società, nn. 682, 693) o se pur sempre presupponga la

violazione di un preesistente obbligo di corretto comportamento dell’amministratore e del

componente dell’organo di controllo anche nei diretti confronti di ciascun singolo socio (onde

alcune autorevoli voci di dottrina ravvisano anche in tal caso un’ipotesi di responsabilità almeno

lato sensu contrattuale). Quel che appare certo è che la presenza dell’ente pubblico all’interno della

compagine sociale ed il fatto che la sua partecipazione sia strumentale al perseguimento di finalità

pubbliche ed abbia implicato l’impiego di pubbliche risorse non può sfuggire agli organi della

società e non può non comportare, per loro, una peculiare cura nell’evitare comportamenti tali da

compromettere la ragione stessa di detta partecipazione sociale dell’ente pubblico o che possano

comunque direttamente cagionare un pregiudizio al patrimonio di quest’ultimo.

Tipico esempio di questa situazione è il danno all’immagine dell’ente pubblico (su cui v. sez. un. 20

giugno 2007, n. 14297, id., 2008, I, 188) che derivi da atti illegittimi posti in essere dagli organi

della società partecipata: danno che può eventualmente prodursi immediatamente in capo a detto

ente pubblico, per il fatto stesso di essere partecipe di una società in cui quei comportamenti

illegittimi si siano manifestati, e che non s’identifica con il mero riflesso di un pregiudizio arrecato

al patrimonio sociale (indipendentemente dall’essere o meno configurabile e risarcibile anche un

autonomo e distinto danno all’immagine della medesima società).

Nessun dubbio, quindi, sulla sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti in un’ipotesi

siffatta; e se ne trae conferma anche dal disposto dell’art. 17, comma 30 ter, l. 3 agosto 2009 n. 102

(quale risulta dopo le modifiche apportate dal decreto legge in pari data, n. 103, convertito, con

ulteriori modificazioni, nella l. 3 ottobre 2009 n. 141), che disciplina e limita le modalità dell’azione

della magistratura contabile appunto in caso di danno all’immagine, nelle ipotesi previste dall’art. 7

l. 27 marzo 2001 n. 97, ossia in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna pronunciata nei

confronti dei dipendenti indicati nel precedente art. 3 stessa legge, compresi quelli «di enti a

prevalente partecipazione pubblica». Non si vede come la medesima regola stabilita per i dipendenti

non debba valere anche per gli amministratori e gli organi di controllo della società a partecipazione

pubblica.

3.7. - Ad opposta conclusione si deve invece pervenire nel caso in cui l’azione sia proposta per

reagire ad un danno cagionato al patrimonio della società.

Non solo, come detto, non è configurabile alcun rapporto di servizio tra l’ente pubblico partecipante

e l’amministratore (o componente di un organo di controllo) della società partecipata, il cui

patrimonio sia stato leso dall’atto di mala gestio, ma neppure sussiste in tale ipotesi un danno

qualificabile come danno erariale, inteso come pregiudizio direttamente arrecato al patrimonio dello

Stato o di altro ente pubblico che della suindicata società sia socio. La ben nota distinzione tra la

personalità giuridica della società di capitali e quella dei singoli soci e la piena autonomia

patrimoniale dell’una rispetto agli altri non consentono di riferire al patrimonio del socio pubblico il

danno che l’illegittimo comportamento degli organi sociali abbia eventualmente arrecato al

patrimonio dell’ente: patrimonio che è e resta privato.

È certo vero che il danno sofferto dal patrimonio della società è per lo più destinato a ripercuotersi

anche sui soci, incidendo negativamente sul valore o sulla redditività della loro quota di

partecipazione; ma — fatte salve le limitate eccezioni oggi introdotte dall’art. 2497 c.c. (come

modificato dal d.leg. n. 6 del 2003), in tema di responsabilità dell’ente posto a capo di un gruppo di

imprese societarie, che qui non rilevano — il sistema del diritto societario impone di tener ben

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distinti i danni direttamente inferti al patrimonio del socio (o del terzo) da quelli che siano il mero

riflesso di danni sofferti dalla società.

Dei danni diretti, cioè di quelli prodotti immediatamente nella sfera giuridico-patrimoniale del socio

e che non consistano nella semplice ripercussione di un danno inferto alla società, solo il socio

stesso è legittimato a dolersi; di quelli sociali, invece, solo alla società compete il risarcimento, di

modo che per il socio anche il ristoro è destinato a realizzarsi unicamente nella medesima maniera

indiretta in cui si è prodotto il suo pregiudizio (principio pacifico: v., ex multis, Cass. 5 agosto

2008, n. 21130, cit.; 3 aprile 2007, n. 8359, cit.; 27 giugno 1998, n. 6364, id., 1999, I, 652, e 28

febbraio 1998, n. 2251, id., 1998, I, 3246).

Si capisce, allora, come il danno inferto dagli organi della società al patrimonio sociale, che nel

sistema del codice civile può dar vita all’azione sociale di responsabilità ed eventualmente a quella

dei creditori sociali, non è idoneo a configurare anche un’ipotesi di azione ricadente nella

giurisdizione della Corte dei conti: perché non implica alcun danno erariale, bensì unicamente un

danno sofferto da un soggetto privato (appunto la società), riferibile al patrimonio appartenente

soltanto a quel soggetto e non certo ai singoli soci — pubblici o privati — i quali sono unicamente

titolari delle rispettive quote di partecipazione ed i cui originari conferimenti restano confusi ed

assorbiti nell’unico patrimonio sociale.

L’esattezza di tale conclusione trova conferma anche nell’impossibilità di realizzare, altrimenti, un

soddisfacente coordinamento sistematico tra l’ipotizzata azione di responsabilità dinanzi al giudice

contabile e l’esercizio delle surriferite azioni di responsabilità (sociale e dei creditori sociali)

contemplate dal codice civile. L’azione del procuratore contabile ha presupposti e caratteristiche

completamente diverse dalle azioni di responsabilità sociale e dei creditori sociali contemplate dal

codice civile: basta dire che l’una è obbligatoria, le altre discrezionali; l’una ha finalità

essenzialmente sanzionatoria (onde non implica necessariamente il ristoro completo del pregiudizio

subìto dal patrimonio danneggiato dalla mala gestio dell’amministratore o dall’omesso controllo del

vigilante), le altre hanno scopo ripristinatorio; l’una richiede il dolo o la colpa grave, e solo in

determinati casi è esercitabile anche contro gli eredi del soggetto responsabile del danno; per le altre

è sufficiente anche la colpa lieve ed il debito risarcitorio è pienamente trasmissibile agli eredi.

D’altronde, almeno in tutti i casi nei quali vi siano anche soci privati la cui partecipazione è

suscettibile di subire danno per effetto del comportamento illegittimo degli organi sociali, sarebbe

impossibile escludere l’esperibilità degli ordinari strumenti di tutela approntati dal codice civile a

beneficio della società (e dei soci privati, nonché eventualmente dei creditori).

E però, se si ipotizzasse il possibile concorso tra l’azione del procuratore contabile e l’azione

sociale di responsabilità contemplata dal codice civile, occorrerebbe poter individuare il modo di

disciplinare tale concorso, stante la descritta diversità delle rispettive caratteristiche delle differenti

azioni. L’assenza del benché minimo abbozzo di coordinamento normativo in proposito suona

palese conferma della non configurabilità, in simili situazioni, di un’azione diversa da quelle

previste dal codice civile, che sia destinata a ricadere nella giurisdizione del giudice contabile.

3.8. - Giova ancora aggiungere che l’esclusione dell’ipotizzata giurisdizione del giudice contabile

per l’azione di risarcimento di danni cagionati al patrimonio della società partecipata da un ente

pubblico neppure provoca, a ben vedere, il rischio di una lacuna nella tutela dell’interesse pubblico

coinvolto nella descritta situazione.

Nell’attuale disciplina della società azionaria — ed in misura ancor maggiore in quella della società

a responsabilità limitata — l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità, in caso di mala gestio

imputabile agli organi della società, non è più monopolio dell’assemblea e non è più, quindi,

unicamente rimessa alla discrezionalità della maggioranza dei soci. Una minoranza qualificata dei

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partecipanti alla società azionaria (art. 2393 bis c.c.) ed addirittura ciascun singolo socio della

società a responsabilità limitata (art. 2476, 3° comma, c.c.) sono infatti legittimati ad esercitare tale

azione (anche nel proprio interesse, ma a beneficio della società) eventualmente sopperendo

all’inerzia della maggioranza. Ne consegue che, trattandosi di società a partecipazione pubblica, il

socio pubblico è di regola in grado di tutelare egli stesso i propri interessi sociali mediante

l’esercizio delle suindicate azioni civili. Se ciò non faccia e se, in conseguenza di tale omissione,

l’ente pubblico abbia a subire un pregiudizio derivante dalla perdita di valore della partecipazione, è

sicuramente prospettabile l’azione del procuratore contabile nei confronti (non già

dell’amministratore della società partecipata, per il danno arrecato al patrimonio sociale, bensì nei

confronti) di chi, quale rappresentante dell’ente partecipante o comunque titolare del potere di

decidere per esso, abbia colpevolmente trascurato di esercitare i propri diritti di socio ed abbia

perciò pregiudicato il valore della partecipazione. Ed è ovvio che, con riguardo ad un’azione

siffatta, vi sia piena competenza giurisdizionale della Corte dei conti.

4.1. - Sulla base dei suddetti principî la questione della giurisdizione ha semplice soluzione.

La Corte dei conti ha pronunziato sentenza nei confronti degli attuali ricorrenti Craparotta,

Giuffrida, e Caressa per danni diretti al patrimonio delle società, conseguenti all’aggiudicazione

delle gare d’appalto a condizioni meno vantaggiose per l’impresa appaltante, ovvero al recupero da

parte dell’impresa aggiudicataria della dazione illecita nel corso dell’esecuzione del contratto

ovvero mediante la c.d. retrocessione dei corrispettivi contrattuali convenuti, nonché per il danno

patrimoniale da disservizio costituito dalle spese sostenute dalle società (EnelPower o Enel

produzione) per ripristinare l’efficienza lesa.

Quanto all’Atzori, questi egualmente è stato condannato al risarcimento di danni subiti direttamente

dal patrimonio della società Enel Power in relazione a consulenze, ad outsourcing e ad un contratto

dell’Enel Power con la società croata Centro Promed Doo.

Tutti e quattro i ricorrenti sono stati poi condannati al pagamento del danno all’immagine subìto da

Enel s.p.a., Enel produzione s.p.a. ed Enel Power s.p.a.

Si tratta, all’evidenza, di tutti danni direttamente subiti dalle società.

4.2. - Ne consegue che per le domande relative a tali danni va esclusa la giurisdizione della Corte

dei conti, dovendosi affermare la giurisdizione del giudice ordinario.

La giurisdizione della Corte dei conti era configurabile nei confronti di chi, all’interno dell’ente

pubblico partecipante, avesse omesso di adottare, essendo chiamato a farlo, un comportamento

volto all’esercizio da parte del socio — pubblica amministrazione — dell’azione sociale di

responsabilità nei confronti degli amministratori, con conseguente danno della società partecipata e,

dunque, dell’ente pubblico partecipante.

5.1. - Invece va affermata la giurisdizione della Corte dei conti solo relativamente alla condanna di

risarcimento del danno all’immagine subita dal ministero dell’economia e delle finanze.

Rientra nella giurisdizione della Corte dei conti l’azione di responsabilità per il danno arrecato

all’immagine dell’ente da organi della società partecipata. Infatti, tale danno, anche se non

comporta apparentemente una diminuzione patrimoniale alla pubblica amministrazione, è

suscettibile di una valutazione economica finalizzata al ripristino del bene giuridico leso (Cass., sez.

un., 2 aprile 2007, n. 8098, id., Rep. 2007, voce Responsabilità contabile, n. 270).

5.2. - Non può essere accolta la tesi sostenuta dai ricorrenti Giuffrida e Caressa, secondo cui, in

applicazione dell’art. 1 d.l. 103/09, contenente modificazioni al d.l. 78/09, va dichiarato il difetto di

giurisdizione per ogni tipo di danno all’immagine, in quanto tale danno potrebbe essere liquidato

solo nei casi e nei modi di cui all’art. 7 l. 97/01, e cioè in presenza di una sentenza penale

13 prof. Giorgio Costantino

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irrevocabile di condanna per delitto contro la pubblica amministrazione, che nella fattispecie

mancherebbe.

Infatti, a parte altri rilievi, come rilevano gli stessi ricorrenti la norma nella sua formulazione

letterale fa salvi gli atti posti in essere dalla procura della Corte dei conti nel caso in cui, alla data di

entrata in vigore del decreto legge convertito, fosse già intervenuta una sentenza nell’ambito del

giudizio sottoposto alla cognizione del giudice contabile.

6. - Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente Craparotta lamenta la violazione degli art. 360

c.p.c., 1 l. 20/94, 3 e 7 l. 97/01, 81 r.d. 2440/23 e 52 r.d. 1214/34.

Assume il ricorrente che erroneamente la sentenza impugnata ha ritenuto che egli fosse stato

dipendente anche di Enel Power, avendo svolto solo funzioni per Enel produzione.

7. - Il motivo è inammissibile.

Anche dopo l’inserimento della garanzia del giusto processo nella formulazione dell’art. 111 Cost.,

il sindacato delle sezioni unite della Corte di cassazione sulle decisioni della Corte dei conti in sede

giurisdizionale continua ad essere circoscritto al controllo dell’eventuale violazione dei limiti

esterni della giurisdizione del giudice contabile, ovvero all’esistenza dei vizi che attengono

all’essenza della funzione giurisdizionale e non si estende al modo del suo esercizio (Cass., sez. un.,

16 febbraio 2007, n. 3615, ibid., voce Corte dei conti, n. 40).

Nella fattispecie il ricorrente prospetta profili che attengono al merito del giudizio promosso davanti

alla Corte dei conti, negando il rapporto di servizio intrattenuto con Enel Power e la sua

partecipazione agli illeciti in danno di società del gruppo Enel, nonché il nesso causale tra la sua

condotta ed i plurimi eventi dannosi. I vizi lamentati attengono, quindi, a pretesi errores in

iudicando della Corte dei conti, per cui la loro prospettazione è inammissibile in questa sede.

8. - Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente incidentale Atzori lamenta la carenza di

giurisdizione della Corte dei conti per violazione delle disposizioni che disciplinano l’ambito della

giurisdizione contabile nei confronti di collaboratori esterni consulenti di s.p.a. aventi natura

pubblicistica (art. 1 l. 20/94; art. 3 e 7 l. 97/01, art. 81 r.d. 2440/23; art. 52 r.d. 1214/34). Assume il

ricorrente che all’epoca dei fatti oggetto di causa egli non era dipendente di Epw, ma era legato ad

essa solo da un contratto di collaborazione e poi di consulenza, donde il difetto di giurisdizione

della Corte dei conti nei suoi confronti.

9.1. - Il motivo è infondato.

In tema di responsabilità per danno erariale, l’esistenza di un rapporto di servizio, quale

presupposto per un addebito di responsabilità al detto titolo, non è limitata al rapporto organico o al

rapporto di impiego pubblico, ma è configurabile anche quando il soggetto, benché estraneo alla

pubblica amministrazione, venga investito, anche di fatto, dello svolgimento, in modo continuativo,

di una determinata attività in favore della pubblica amministrazione, con inserimento

nell’organizzazione della medesima, e con particolari vincoli ed obblighi diretti ad assicurare la

rispondenza dell’attività stessa alle esigenze generali cui è preordinata (Cass., sez. un., 12 marzo

2004, n. 5163, id., 2004, I, 3050; 19661/03, ibid., 2764).

9.2. - Nella fattispecie la sentenza impugnata ha ravvisato tale inserimento dell’Atzori

nell’organizzazione della s.p.a. EnelPower, con l’assunzione di vincoli ed obblighi funzionali,

poiché questi agiva nell’espletamento dell’attività consulenziale per conto di Enel Power, sulla base

di lettera di incarico e di due disposizioni interne.

Ne consegue che le censure mosse dal ricorrente sul punto attengono a vizi in iudicando che non

possono trovare ingresso in questa sede, poiché rientrano nei limiti interni della giurisdizione,

estranei al sindacato di questa Corte di cassazione (Cass., sez. un., ord. 16 dicembre 2008, n. 29348,

id., 2009, I, 1439). 14 prof. Giorgio Costantino

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Nell'ordinanza n. 27092/09 si stabilisce la giurisdizione contabile nelle cause per risarcimento danni nei confronti dei dirigenti e dipendenti Rai, mentre spetta al giudice ordinario conoscere l'azione di annullamento dei contratti dei medesimi soggetti.
La sentenza n. 26806/09 invece esclude la giurisdizione contabile le controversie per indebito uso di dazioni di denaro e la ammette per il risarcimento danni per lesione dell'immagine del Ministero delle Finanze.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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