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Giornalismo - Discorso Giornalistico

Questo appunto fa riferimento alle prime due lezioni tenute dalla prof.ssa Tani durante il corso di Retorica, linguaggi e stili del giornalismo e dell’informazione.
In particolare si focalizza l'attenzione sui seguenti argomenti:lo stretto rapporto tra giornalismo e linguistica: il testo e discorso e in... Vedi di più

Esame di RETORICA LINGUAGGI E STILI DEL GIORNALISMO E DELL’INFORMAZIONE docente Prof. I. Tani

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Stratificazione del linguaggio

giornalistico

Esiste una specificità della comunicazione verbale giornalistica, un codice

linguistico a cui in qualche modo i giornalisti fanno riferimento quando

scrivono i loro articoli? (Marrone, Corpi sociali , 2001)

De Mauro, 1976: Non si può parlare del linguaggio giornalistico come di una

lingua speciale: il giornale è un coacervo di lingue speciali (finalizzati a

raggiungere una tipologia eterogena di lettori e a trattare diversi

argomenti nelle diverse sezioni).

Beccaria, I linguaggi settoriali in Italia , 1973, p. 64 sg.: Più che un

linguaggio settoriale, quello giornalistico è lo specchio di molteplici

linguaggi settoriali che sono presenti nella società, la cui risultante è

ovviamente la lingua come codice più o meno condiviso.

Percorsi di analisi

La prospettiva sociolinguistica, fondamentale, può mettere dunque in luce soprattutto

questioni di stile, differenti da epoca a epoca ma anche da giornale a giornale.

Sono stati evidenziati nei giornali degli anni Settanta fenomeni apparentemente

eterogenei come la contemporanea presenza di forestierismi, regionalismi, gerghi

giovanili, forme colloquiali, neologismi, eufemismi, formule burocratiche, forme

letterarie desuete e ampollose, tendenza alla economia linguistica

(nominalizzazioni, abbreviazioni, ellissi, parole macedonia, ecc.).

Queste ricerche sono alla base di una delle direttrici dello studio linguistico dei

giornali: rapporto che il linguaggio giornalistico intrettiene con la lingua comune.

De Mauro, Giornalismo e storia linguistica

 dell’Italia unita , in Castronovo e Tranfaglia (a cura

di), La stampa italiana del neocapitalismo , 1976, pp.

457­510.

Complicato intreccio tra vicende della società italiana e vicende

linguistiche, tra conformazione della realtà linguistica italiana e modo

di scrivere i giornali;

contributo della scrittura giornalistica alla trasformazione della lingua

.

nazionale

Contributi della stampa alla

lingua italiana

Allargamento del lessico attraverso l’adozione di parole

 straniere nella forma di esotismi, adattamenti o calchi

De Mauro registrava nel 1976:

Boom, gap, sputnik, coupè, golpe, kibbutz, fellah

Sveltimento della sintassi (diffusione della frase nominale) (ma

 anche tendenza all’appesantimento: se ­> nella misura in cui ;

su ­> relativo a )

Tecnicismi (ma anche inutili pseudotecnicismi):

 fare una scelta ­> operare una scelta ; rimandare ­>

dilazionare ; politico ­> politicizzato )

Evidentemente questa varietà in diafasia, si interseca con le varietà

 diamesiche disponibili (ovvero con le numerose variazioni mediali entro

cui il discorso giornalistico può avvenire, che polarizzano verso il basso o

verso l’alto, a seconda dei casi, il registro di formalità) (vedi Cortelazzo e

Paccagnella 1981).

Altra direttrice di studio linguistico del giornalismo:

 Modi di scrittura dei singoli giornalisti (cfr. Serianni, 1998)

De Mauro, 1976: “L’attenzione sempre più diffusa agli aspetti linguistici

della comunicazione di massa deve tradursi nel riconoscimento analitico

della grande varietà di tendenze di stile e usi della lingua nel vario mondo

della stampa italiana”.

In questo contesto si collocano due linee di

ricerca:

1. L’indagine storica intorno a quella parte del linguaggio giornalistico che

coincide con la storia della lingua italiana (Bonomi, Gualdo).

2. Una seconda linea di ricerca riguarda la comprensibilità del linguaggio

giornalistico (Eco, De Mauro), a fronte di livelli di alfabetizzazione e

scolarizzazione che tradizionalmente, nel caso italiano, sono stati tra i più

bassi dell’Occidente. In questo caso lo spunto è stato dato da alcune

pioneristiche indagini del Servizio Opinioni della Rai intorno alla reale

comprensione, da parte di campioni di cittadini di svariata provenienza socio­

culturale, di parole elementari dell’uso politico ed economico (dove compare

la mitica casalinga di Voghera). Denuncia dell’oscurità del politichese e

interventi di semplificazione (es. Manuale di stile , 1997).

La questione della

semplificazione

È uno dei grandi temi dell’analisi linguistica: il problema del giornalese.

 Nel 1971 Eco si chiedeva perché il giornale taliano fosse difficile da leggere: si

 trattava di una radicale incompetenza linguistica del pubblico o di una mancata

attenzione delle redazioni alle esigenze dei loro lettori?

Risposta di Eco: l’oscurità ha una funzione strategico­comunicativa molto precisa

con esito ideologico­politico regressivo: “Il giornale è il bollettino di un gruppo di

potere che fa un discorso ad altri gruppi di potere. E molte volte questo discorso

deve passare sopra la testa del pubblico. Cioè il grosso pubblico non deve sapere

quale sia il discorso che un quotidiano fa al governo o alla Fiat, o all’Iri, perché

questo discorso lo turberebbe”(Eco, Guida all’interpretazione del linguaggio

giornalistico

, cit. in Marrone, 2001: 69)

In tal modo la funzione informativa viene sostituita con una funzione fatica

 Dalla oscurità alla

semplificazione

Oggi l’oscurità della lingua dei giornali è stata sostituita da

 “un linguaggio alla portata di quella entità magmatica che si

chiama ‘la gente’” (Eco, Cinque scritti morali , Bompiani,

1997, p. 54).

Come nel linguaggio politico, anche in quello giornalistico si

 può parlare di approdo al “ gentese ” (Gualdo, La faconda

repubblica , 2004; cfr. Loporcaro, Cattive notizie , 2005):

abuso di frasi fatte e luoghi comuni che non informano su

nulla.

Questione delle formule e dei luoghi

comuni

La formula è una frase breve, efficace, facile da ricordare, la cui

 funzione è condensare un pensiero complesso dandogli maggiore

forza a partire da tale condensazione. Figura della chiusura.

La parola non serve a fornire serie valutazioni dei fatti ma a

 riproporre proverbi e detti popolari (forza conservatrice, punto di

vista dell’uomo qualunque )

Es. (primi decenni del ‘900): Bastone nodoso, questione

 annosa, sentiero tortuoso

Criticati da Mussolini giornalista, poi “insaziato violentatore

 semantico” (De Mauro, 1976):

Figura maschia, sagoma romana, forgiato nel bronzo, dura

 vigilia, immancabili mete, democrazie agnostiche e imbecilli,

invocazione incontenibile, grido oceanico

Le formule più ricorrenti oggi

 Tirare per la giacchetta

 Mettere le mani nelle tasche del consumatore

 Anche le formiche nel loro piccolo..

 La prima gallina a cantare ha fatto l’uovo

 Cantar vittoria

 Dalla lingua al discorso

Ogni considerazione sulla lingua dei giornali non può

 prescindere dalla loro forma testuale

L

a notizia ha sempre un duplice riferimento al contesto

 (interno e esterno) di enunciazione, dunque è un discorso .

Il discorso infatti (Adam 1999), diversamente dal testo,

 comprende anche le condizioni extralinguistiche della sua

produzione (il contesto).

Che cos’è discorso?

Discorso è una unità minima significante superiore

 alla frase e che ha una sua riquadratura formale: un

unizio, uno sviluppo e una conclusione.

Discorso è anche ragionamento o modo di ragionare.

 Un buon contributo alla comprensione del termine è

 dato da Maingueneau (1976), che individua sei

significati del termine:

1. oppone discorso a lingua: senso che il termine discorso (parole)

 assume nella linguistica strutturale: esempio soggettivamente

caratterizzato di uso della lingua.

2. discorso come enunciato, unità linguistica di dimensione superiore

 alla frase (dimensione transfrastica)

3. insieme di meccanismi di incatenamento della frase (simile al 2;

 utilizzato in particolare da Harris)

4. condizioni di produzione di un enunciato: riferimento alla ideologia e

 all’essere sociale di chi lo produce

5.opposizione enunciato/enunciazione. L’enunciazione opera la

 conversione della lingua in discorso, attraverso questa conversione scatta

l’interazione tra chi parla e chi ascolta. Ovviamente è di massimo rilievo

l’intenzione del destinatore di fare del suo discorso uno strumento di

influenza sul destinatario. Da questo punto di vista la teoria della

enunciazione confina con quella degli atti linguistici

6. discorso come luogo della creatività linguistica, che conferisce al testo

 un effetto contestuale inprevedibile.

Guespin, Dictionnaire d’analyse du discours , 2002:

 “Uno sguardo al testo dal punto di vista della sua

strutturazione ‘in lingua’ ne fa un enunciato; uno

studio linguistico delle condizioni di produzione di

questo testo ne fa un discorso”.

Analisi del discorso

A partire dagli anni Ottanta si assiste a una proliferazione del

 termine discorso nelle scienze del linguaggio, tanto al

singolare (dominio del discorso, analisi del discorso) quanto

al plurale (i discorsi), a seconda che ci si riferisca alla attività

verbale in generale oppure a particolari eventi discorsivi.

La diffusione di questo termine è il sintomo di una

 modificazione nel modo di concepire il linguaggio. Parlando

di discorso si prende posizione a favore di una particolare

concezione del linguaggio e della semantica, che dipende

dalla influenza di diverse correnti pragmatiche che hanno

sottolineato un certo numero di idee forza:

Il discorso assume una organizzazione transfrastica: mobilita strutture che

 appartengono a un ordine diverso da quello della frase.

Il discorso è orientato, si costruisce in funzione di un fine: Ducrot

 radicalizza questa idea, iscrivendo un orientamento o una funzione

argomentativa nelle unità stesse della lingua.

Il discorso è una forma di azione (Austin). Ad un livello superiore gli atti

 linguistici si integrano nelle attività linguistiche di un genere determinato

anche in relazione ad attività non verbali

Il discorso è interattivo

 È contestualizzato

 È preso in carico: esiste solo se riferito a una istanza che al tempo stesso

 si pone come riferimento personale, temporale, spaziale e modalizzante: la

riflessione sulle forme di soggettività che sottendono il discorso è uno dei

grandi assi dell’analisi del discorso

È regolato da norme

 È sempre preso in un interdiscorso.

 Teoria della enunciazione

Autori di riferimento sono Benveniste, Greimas (ma anche Austi e Searle).

 Per Bally l’enunciazione è interpretabile come la distanza più o meno grande, al limite

 nulla, tra il locutore e il suo enunciato (Bally, Linguistique générale e linguistique

francaise , Paris, 1932): l’enunciazione è l’atto individuale di utilizzazione della lingua,

e l’enunciato è il testo che ne risulta.

Tratto comune a tutti i significati di enunciazione è il rapporto di coinvolgimento che

 nel testo si stabilisce tra il locutore e ciò che dice.

Può essere più o meno individuale, perché l’enunciatore può coinvolgersi con

 maggiore o minore intensità nelle proposizioni dell’enunciato (affermazioni,

negazioni, descrizioni), può conferire ad esse una marca soggettiva e produrre un

discorso in senso proprio, o più o meno oggettiva, fino alla completa oggettività del

racconto o recit . Benveniste

Struttura delle relazioni di persona nel verbo (1946)

 La natura dei pronomi (1956)

 La soggettività nel linguaggio (1958)

 L’apparato formale della enunciazione (1970)

 L’apparato formale dell’enunciazione

“ L’atto individuale col quale la lingua viene utilizzata introduce innanzitutto

il locutore come parametro nelle condizioni necessarie per l’enunciazione.

Prima dell’enunciazione la lingua non è che possibilità di lingua. A

seguito della enunciazione la lingua è resa effettiva in una istanza di

discorso, che emana da un locutore, forma sonora che raggiunge un

uditore e che suscita un’altra enunciazione di risposta.” (Benveniste,

1959) Teoria dell’enunciazione

vs analisi sociologica

Diversamente dall’analisi sociologica, che si rivolge ai soggetti empirici,

 la teoria della enunciazione si occupa di come si costruiscono i soggetti

nel discorso.

Distinzione tra piano dell’enunciato (contenuti) e piano dell’enunciazione

 (struttura comunicativa)

Il massimo della naturalità della interazione viene ottenuto dispiegando il

 massimo dell’artificio oratorio.

Due forme dell’enunciazione

(Benveniste)

Discorso

Storia (dimensione dei 

 fatti) Ogni enunciazione che

Esclusione di ogni forma presuppone un parlante e un

linguistica autobiografica ascoltatore e l’intenzione

nel primo di influenzare il

secondo

Tutto in III persona I e II persona, ma anche la non

persona (III)

Benveniste, Le relations de temps dans le verbe francais (1959); in

Problemi di linguistica generale, Milano, 1990, pp. 269-282

Forma introduttiva del discorso: “ Io vi dico che …”; forma

 introduttiva del recit : “ Si narra che …”. Questa distinzione è

del massimo rilievo sia nel discorso politico che nel discorso

girnalistico, perché configura nei due casi o il massimo potere

di convocazione del locutore o il massimo affidamento della

convocazione a un sapere esterno e supremo rispetto al

destinatore, al destinatario e a chiunque altro: un sapere

oggettivo considerato “fuori discussione”.

Embrayage attanziale : identificazione dell’enunciatario con il soggetto

 enunciatore (adesione del parlante al contenuto dell’enunciazione):

ricorso a citazioni, repliche, negazioni, confutazioni

L’avvicinamento attanziale è una tecnica comunicativa che punta a

 coinvolgere, sedurre, imbrigliare l’ascoltatore, in modo che si crei una

stretta identificazione tra emittente e destinatario; chi adotta questa tecnica

cerca di parlare al cuore (o alla pancia) del pubblico, di accattivarsene la

simpatia; è una tecnica calda, che conta sulle doti comunicative

dell’oratore Discorso polemico,

e in generale

propagandistico

Ma anche ricerca di

coesione e di

identificazione

Débrayage attanziale: cancellazione dell’enunciatore

 attraverso i tratti formali del discorso descrittivo e oggettivo

(prevalenza della III persona e della forma impersonale o

passiva) Discorso didattico

Effetto di distanziamento, deresponsabilizzazione del soggetto

Enunciazione e referenzialità

Beneveniste, Jakobson, Russell e Strawson tra i linguisti e logici

 contemporanei; Saussure, Peirce, Frege tra i moderni; la Grammaire di Port

Royal tra i classici; uno stuolo di logici medievali e tanti altri autori e

scuole di pensiero hanno strettamente legato enunciazione e referenzialità,

nel senso che quest’ultima è possibile soltanto attraverso l’enunciazione.

Qui si pone anche il problema della distinzione verità/veridizione: in uno

 schema enunciazionale non si può parlare propriamente di una

corrispondenza a uno stato di fatto esterno alla lingua e indipendente dalla

volontà, visione, manipolazione del locutore, ma come una prospettazione

del locutore stesso, quindi una veridizione: in sé stesso l’enunciato non è

né vero né falso, lo diviene nel corso di una particolare enunciazione

Il problema della verità

L’ideologia della notizia obiettiva , uguale per tutti presuppone un linguaggio

 diverso da quello verbale e utenti diversi dagli esseri umani: presuppone un

mondo di automi, capaci solo di percezioni e interazioni interamente

programmate e calcolate. Fatti complessi sono comunicati con parole che

variano profondamente a seconda dei quotidiani e dei settimanali (si veda la

rivolta contro Tambroni studiata da Isnenghi, il Concilio Vaticano II da

Manoukian, il discorso di Breznev da Dardano, una settimana normale del

1968 da Bechelloni (De Mauro, 1976).

La varietà è un segno di buona salute del giornalismo (vedi Barbano sulla

 patologica omogeneità dei giornali contemporanei: i giornali fotocopia).

La verità nella notizia consiste nel contenere elementi che ne consentano la

 critica. Tra questi elementi c’è la trasparenza e la precisione del linguaggio

(requisito retorico classico, cfr. Loporcaro 2005).

Il linguaggio giornalistico conserva una forte

 funzione di costruzione (e manipolazione della

realtà). Questa dimensione può essere analizzata solo

con gli strumenti dell’analisi semiotico-retorica.


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Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questo appunto fa riferimento alle prime due lezioni tenute dalla prof.ssa Tani durante il corso di Retorica, linguaggi e stili del giornalismo e dell’informazione.
In particolare si focalizza l'attenzione sui seguenti argomenti:lo stretto rapporto tra giornalismo e linguistica: il testo e discorso e in particolar modo il discorso giornalistico e le sue dimensioni.
Partendo da queste osservazioni, si risale alle radici dell'analisi del discorso nella linguistica americana degli anni ‘50 con Harris che introduce il problema della transfrastica; al contesto francese e alla matrice filosofica di Foucault e a quella linguistica (Benveniste: teoria della enunciazione).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in editoria multimediale e nuove professioni dell'informazione
SSD:
Docente: Tani Ilaria
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di RETORICA LINGUAGGI E STILI DEL GIORNALISMO E DELL’INFORMAZIONE e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tani Ilaria.

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