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anche il divieto d'uso momentaneo (ed inclusi anche gli estremi subiettivi).

Poiché non può denominarsi dolo l'intenzione di realizzare una condotta

positivamente valutata dal legislatore (la restituzione della cosa sottratta)

non può includersi nel dolo specifico anche l'intenzione di tale restituzione:

la stessa intenzione - si ripete - deve, peraltro, esistere (ed esser

rigorosamente provata) insieme al dolo generico ed allo scopo d'uso momentaneo

della cosa perché siano, in concreto, integrati, nel momento

dell'impossessamento, tutti gli estremi subiettivi del furto d'uso.

La restituzione della cosa sottratta costituisce, dunque, condotta susseguente,

che fa parte della fattispecie di furto d'uso in senso ampio, fattispecie che

include il fatto (integrato, come si e detto, da tutti gli estremi violativi del

divieto normativo) e la predetta condotta susseguente: caratteristica peculiare

della fattispecie di furto d'uso e che, mentre solitamente la condotta

susseguente costituisce realizzazione d'un mutamento di volontà del soggetto

attivo del fatto ed ha come effetto, di regola, l'estinzione del reato, la

restituzione della cosa sottratta realizza, invece, l'iniziale intenzione del

reo ed ha, insieme agli altri elementi del furto d'uso, l'effetto d'attenuare la

pena e di condizionare la perseguibilità (a querela) del reato.

Da ciò discende che, pur essendo configurabile il tentativo di furto d'uso, la

sottrazione e l'impossessamento segnano il momento oltre il quale tale tentativo

non può più esser integrato. E l'impossessamento della cosa l'evento consumativo

del furto d'uso. Anche l'uso momentaneo (che si potrebbe inquadrare, quale

condotta di mantenimento, in un sia pur breve stato di perdurante consumazione,

inclusa, sempre, tale condotta, in quanto normativamente vietata, nel fatto di

furto d'uso) perde i caratteri dell'essenzialità: ove il reo, impossessatosi

della cosa altrui con lo scopo d'usarla momentaneamente, rinunciasse ad usarla

e, subito dopo la sottrazione, la restituisse all'avente diritto, ugualmente si

configurerebbe un'ipotesi di furto d'uso consumato: in tal caso lo stato di

<perdurante> consumazione si ridurrebbe a brevissimo tempo.

Le precedenti considerazioni conducono a non condividere l'ordinanza di

rimessione, nella parte in cui ritiene che, nell'ipotesi all'esame del giudice

<a quo>, sia ravvisabile un tentativo di furto d'uso: poiché gli imputati

s'erano già impossessati del veicolo, e l'avevano anche momentaneamente usato,

non e costituzionalmente illegittimo escludere, nella stessa ipotesi, il

tentativo di furto d'uso e ravvisare, invece, il furto d'uso consumato.

5. - La norma di cui all'art. 626, primo comma, n. 1, c.p. viola, invece, l'art.

27, primo comma, Cost., in quanto esclude che, nella specie all'esame del

giudice <a quo>, sia applicabile la disciplina dettata per il furto d'uso. La

mancata restituzione, dovuta a caso fortuito o forza maggiore, della cosa

sottratta non può esser legittimamente addebitata al soggetto attivo del fatto,

con la conseguente sottoposizione dello stesso soggetto alle più gravi sanzioni

del furto comune.

Non dovrebbe residuare dubbio alcuno, dopo quanto e stato osservato, sul rilievo

per il quale la restituzione della cosa sottratta costituisce elemento

essenziale e particolarmente significativo della fattispecie di furto d'uso. Ma,

altrettanto essenziale e significativa e la mancata restituzione della cosa

sottratta, tenuto conto dell'eventuale esclusione dell'applicabilità delle

ridotte sanzioni previste per il furto d'uso e della conseguente applicazione

delle più gravi sanzioni previste per il furto ordinario. II comando

legislativo, diretto al soggetto attivo del reato, si configura in questi

termini: <se hai sottratto la cosa mobile altrui allo scopo di momentaneamente

usarla, restituiscila immediatamente>;

in altre parole: <opera, attivati a restituirla (nel qual caso otterrai una

notevole riduzione di pena ed il delitto sarà perseguito soltanto a querela di

parte); se, invece, non la restituirai, immediatamente dopo l'uso, si

applicheranno le gravi sanzioni determinate dalla legge per il furto ordinario e

non saranno invocabili restrizioni alla perseguibilità del delitto>.

Nella sistematica dei rapporti tra furto comune e furto d'uso, allo stesso modo

per il quale l'effettiva restituzione della cosa sottratta (in quanto

realizzazione dell'iniziale intenzione del reo) esclude l'ipotesi, e le ridotte

sanzioni, del furto comune, la (volontaria) mancata restituzione della predetta

cosa-salvo quanto si preciserà fra poco-esclude il disposto relativo al furto

d'uso e, conseguentemente, rende applicabili le gravi sanzioni previste per il

furto comune.

Non resta che stabilire i criteri in base ai quali valutare, nel furto d'uso, la

mancata restituzione della cosa sottratta.

Poiché tale mancata restituzione, nel furto d'uso, risulta essere positivamente

valutata dal legislatore, essa va trattata in maniera analoga alle omissioni: la

mancata restituzione va considerata, come per l'omissione, soltanto estremo

oggettivo.

L'analisi deve, pertanto, incentrarsi sull'esistenza del correlativo elemento

subiettivo: l'elemento oggettivo della condotta negativa, per esser imputato, va

integrato dai corrispondenti requisiti subiettivi e cioè dalla volontà di non

restituire la cosa sottratta.

Or nella specie all'esame del giudice <a quo> non soltanto non e stata

dimostrata, nel soggetto attivo del fatto, la volontà di <non restituire> ma

risulta provata, secondo l'assunto dello stesso giudice, l'esistenza nel reo,

già al momento della sottrazione e dell'impossessamento della cosa, della

contraria volontà, mai mutata, d'immediatamente restituire, dopo l'uso

momentaneo, la cosa sottratta.

La giurisprudenza e la dottrina che sono dell'avviso che sia applicabile la

normativa del furto comune anche all'ipotesi di mancata restituzione per caso

fortuito o forza maggiore della cosa sottratta interpretano l'art. 626, primo

comma, n. 1, c.p. alla luce del sistema del vigente codice penale, nel quale non

soltanto e prevista la responsabilità oggettiva ma vige il principio: <qui in re

illicita versatur respondit etiam pro casu>. Ed infatti, la dottrina

esplicitamente afferma che, in caso di mancata restituzione per caso fortuito o

forza maggiore della cosa sottratta, risponde di furto comune anche chi ha

sottratto la cosa allo scopo di farne uso momentaneo e con l'intenzione

d'immediatamente restituirla, a cagione della vigenza, nel codice penale del

1930, del principio ora ricordato.

Senonché, tale principio contrasta con l'art. 27, primo comma, Cost.

sentenza di questa Corte n. 364 del 1988

La , nell'interpretare, alla luce dell'intero

sistema costituzionale, il parametro ora richiamato, ha sancito che dal medesimo

risulta richiesto, quale essenziale requisito subiettivo d'imputazione, oltre

alla coscienza e volontà dell'azione od omissione, almeno la colpa quale

collegamento subiettivo tra l'autore del fatto ed il dato significativo (sia

esso evento oppur no) addebitato. Ed innanzi si è sottolineato che, se

l'intenzione di restituire la cosa e l'effettiva sua restituzione sono altamente

significativi e caratterizzanti la fattispecie tipica di furto d'uso, anche la

mancata restituzione della cosa sottratta non può che essere particolarmente

significativa ai fini d'escludere l'applicabilità delle ridotte sanzioni di cui

all'art. 626, primo comma, n. 1, c.p. e di rendere conseguentemente applicabili

le gravi sanzioni previste per il furto ordinario.

Non può tacersi che ben a ragione, quasi unanimemente, dottrina e giurisprudenza

concludono nel senso che, per l'applicazione del disposto relativo al furto

d'uso, l'effettiva restituzione della cosa sottratta deve, in concreto,

costituire realizzazione della particolare intenzione di restituire, già

presente al momento dell'impossessamento, nell'autore del reato e non

<oggettivo> evento dovuto al caso: or non si comprende perché mai la

restituzione della cosa sottratta non operata, direttamente od indirettamente,

dallo stesso reo non si ritiene integrare l'estremo dell'effettiva restituzione

richiesto dall'art. 626, primo comma, n. 1, c.p. ed invece la mancata

restituzione per caso fortuito o forza maggiore, del tutto estranea alla volontà

del reo, debba aver rilevanza, ai fini dell'esclusione dell'applicabilità delle

disposizioni relative al furto d'uso; con l'assurda conseguenza che il soggetto

agente, che fortunatamente fosse riuscito a restituire la cosa sottratta,

verrebbe perseguito soltanto a querela di parte e sanzionato con le pene ridotte

di cui all'art. 626, primo comma, n. 1, c.p. mentre altro soggetto, con la

stessa intenzione del primo in ordine alla restituzione della cosa, sol perché

impedito sfortunatamente a riconsegnare la cosa sottratta, dovrebbe essere più

gravemente punito per furto ordinario.

E' ben vero che la massima: <qui in re illicita versatur respondit etiam pro

casu> implica già, almeno solitamente, un collegamento subiettivo tra il reo ed

un dato (di regola evento) senza del qual collegamento non si avrebbe il

<versari in re illicita>: così, nella specie all'esame del giudice <a quo>, il

dolo della sottrazione e dell'impossessamento della cosa mobile altrui.

Ma non per tal ragione è costituzionalmente legittimo addebitare all'agente

anche gli ulteriori eventi (nella specie, mancata restituzione della cosa per

caso fortuito o forza maggiore) nella produzione dei quali la volontà del reo e

rimasta totalmente estranea e che, pertanto, non sono rimproverabili allo stesso

reo.

Dal primo comma dell'art . 27 Cost., come e stato chiarito nella citata sentenza

n. 364 del 1988, non soltanto risulta indispensabile, ai fini

dell'incriminabilità, il collegamento (almeno nella forma della colpa) tra

soggetto agente e fatto (o, nella specie, tra soggetto ed elemento significativo

della fattispecie) ma risulta altresì necessaria la rimproverabilità dello

stesso soggettivo collegamento.

E' ben vero che la fattispecie di furto d'uso è unitaria ed unitariamente

valutata dal legislatore: in essa, oltre all'effettiva restituzione della cosa

sottratta, il dolo dell'impossessamento per lo scopo di momentaneamente usare

della cosa altrui e l'intenzione di restituirla immediatamente dopo l'uso sono

elementi costitutivi della tipica, attenuata illiceità del furto d'uso, prima

ancora di divenire, in sede di colpevolezza, elementi indispensabili per il

rimprovero da muovere all'autore del delitto.

L'unitarietà e la valutazione unitaria, in sede d'illiceità, di tutti gli

elementi oggettivi e soggettivi della fattispecie tipica di furto d'uso, non

esclude, tuttavia, che, in sede di colpevolezza, si analizzino i diversi dati, i

singoli elementi che contribuiscono a contrassegnare il disvalore oggettivo del

tipo: ed è in relazione a ciascuno di tali elementi che va ravvisata la

rimproverabilità dell'autore del fatto per che possa concludersi per la sua

personale responsabilità penale.

Soltanto gli elementi estranei alla materia del divieto (come le condizioni

estrinseche di punibilità che, restringendo l'area del divieto, condizionano,

appunto, quest'ultimo o la sanzione alla presenza di determinati elementi

oggettivi) si sottraggono alla regola della rimproverabilità ex art. 27, primo

comma, Cost.

Si è già notato che le due condotte della fattispecie tipica di furto d'uso

(sottrarre e restituire) sono diversamente (l'una negativamente e l'altra

positivamente) valutate dal legislatore.

L'ipotesi della sottrazione e della mancata restituzione della cosa sottratta

prospetta, pertanto, due condotte, entrambe negativamente valutate e fra loro

strutturalmente distinte. Poiché entrambe contribuiscono ad integrare quella

illiceità che, nel l'escludere il furto d'uso, riconduce la medesima a quella

del furto comune, per determinare se questo ultimo effetto debba prodursi e

indispensabile ravvisare, in relazione a ciascuna delle due condotte

(sottrazione e mancata restituzione) gli elementi subiettivi idonei a generare

il rimprovero di cui all'art. 27, primo comma, Cost. L'elemento subiettivo

attinente alla sottrazione od all'impossessamento della cosa altrui, ed il

conseguente rimprovero relativo ai medesimi, non può estendersi alla condotta di

mancata restituzione della cosa: il dolo della sottrazione e

dell'impossessamento non e estensibile alla mancata restituzione, così come il

rimprovero, la disapprovazione etico- sociale attinente alla sottrazione ed

all'impossessamento non può esser arbitrariamente esteso alla mancata

restituzione della cosa sottratta. Detta mancata restituzione, se dovuta a caso

fortuito o forza maggiore, non e addebitabile al soggetto agente: il caso

fortuito e la forza maggiore-non consentendo il rimprovero di colpevolezza,

attinente all'oggettiva mancata restituzione della cosa sottratta, non

consentendo, cioè, l'addebitabilità d'uno degli elementi che contribuiscono ad

integrare la singolare illiceità (che caratterizza l'ipotesi in esame)-

impediscono, di conseguenza, il rimprovero, a titolo di furto comune,

dell'unitaria predetta ipotesi.

Rimanendo, peraltro, dolosi e addebitabili gli altri elementi della fattispecie

concreta, va applicato l'art. 626, primo comma, n. 1, c.p.

Perché l'art. 27, primo comma, Cost, sia pienamente rispettato e la

responsabilità penale sia autenticamente personale, e indispensabile che tutti e

ciascuno degli elementi che concorrono a contrassegnare il disvalore della

fattispecie siano soggettivamente collegati all'agente (siano, cioè, investiti

dal dolo o dalla colpa) ed e altresì indispensabile che tutti e ciascuno dei

predetti elementi siano allo stesso agente rimproverabili e cioè anche

soggettivamente disapprovati.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Penale, tenute dal Prof. David Brunelli nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 1085 emessa dalla Corte Costituzionale nel 1988. La Corte ha stabilito che si applica la normativa sul furto d'uso anche quando il soggetto che aveva sottratto la cosa, per motivi di caso fortuito o forza maggiore, non ha potuto restituirla.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Brunelli David.

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