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cosa sottratta l'avente diritto. Né va dimenticato che negli Stati Uniti

d'America si son verificati <casi> giurisprudenziali nei quali e stato

espressamente negata l'applicabilità della norma sul furto comune allorché, come

nell'ipotesi che ci occupa, viene sottratta un'auto per restituirla, dopo breve

uso, all'avente diritto e successivamente diviene impossibile la restituzione

per un guasto alla macchina.

4. - La restituzione assume un particolare rilievo, sul piano obiettivo, nella

legislazione italiana: questa, infatti, a differenza di altre legislazioni, non

soltanto prevede una fatti specie tipica generale (ossia applicabile alla

sottrazione di qualunque genere di cose mobili) di furto d'uso ma richiede, per

l'integrazione della medesima, l'effettiva restituzione della cosa sottratta.

Non interessano, in questo momento, le motivazioni delle scelte operate

dall'art. 626, primo comma, n. 1, c.p.: potrà anche esser stata la necessita

d'individuare un elemento valido a provare, in maniera inconfutabile, l'iniziale

intenzione, nel reo, di restituire la cosa sottratta (contro gli artifici

difensivi in ordine alla prova di tale intenzione) ad indurre il legislatore a

richiedere, per l'integrazione del furto d'uso, l'effettiva restituzione della

cosa sottratta. Certo è che, come risulta anche dal citato passo della Relazione

ministeriale al vigente codice penale, si risponde di furto comune (e non di

furto d'uso) anche quando, pur essendosi sottratta la cosa altrui con lo scopo

di momentaneamente usarla e, subito dopo, di restituirla al legittimo detentore,

la stessa cosa non sia stata (salvo quanto si osserverà di qui a poco)

effettivamente restituita.

Difficile è l'inquadramento, nel sistema, del requisito obiettivo del quale si

sta discutendo, e tenace e la tentazione, nella quale cade anche il giudice <a

quo>, d'allargare, <in avanti>, il fatto di furto d'uso, ritenendolo

perfezionato soltanto nel momento dell'avverata restituzione della cosa

sottratta e, così, di ravvisare, nell'ipotesi di sottrazione ed uso momentaneo

della cosa, con conseguenti atti diretti a restituirla interrotti in itinere,

tentativo di furto d'uso e non furto d'uso consumato: sembra, infatti, a prima

vista, agevole argomentare che, se la pena prevista per il furto d'uso scatta

nel momento dell'avvenuta restituzione, questa ultima (rappresentando, peraltro,

la realizzazione <finale> della volontà del reo) costituisce l'evento della

fattispecie di furto d'uso e, pertanto, come nella specie all'esame del giudice

<a quo>, gli atti idonei, realizzati dopo la sottrazione e l'uso momentaneo

della cosa sottratta, diretti a restituire la medesima interrotti <in itinere>

integrano tentativo di furto d'uso.

Senonché, va intanto preliminarmente ribadito che, in caso di volontaria mancata

restituzione della cosa sottratta, non può che esservi stato, nel soggetto

attivo del fatto, un mutamento volitivo, se e vero che, nel momento della

sottrazione, lo stesso soggetto ha nutrito l'intenzione di restituire la cosa e

che solo successivamente, <mutando d'avviso>, ha deciso di spossessare

definitivamente l'avente diritto.

Ma, quel che più conta, la restituzione non può costituire l'evento del delitto

di furto d'uso, giacche essa, a differenza della sottrazione (ed eventualmente

dell'uso momentaneo) non e <negativamente valutata> dal legislatore. L'art. 626,

primo comma, n. 1, c.p. si dirige al privato, in questi termini: <Non

impossessarti, sottraendola a chi la detiene, della cosa mobile altrui, neppure

con lo scopo d'un uso momentaneo della cosa stessa; ove ti fossi impossessato

della medesima con l'intenzione di restituirla e l'avessi momentaneamente usata,

restituiscila immediatamente>. Nel furto d'uso, la restituzione non soltanto non

viola alcun divieto normativo ma realizza una condotta positivamente valutata

dal legislatore.

La restituzione non può, dunque, costituire evento del delitto di furto d'uso:

è, invece, la mancata restituzione, negativamente valutata dal legislatore, a

far divenire applicabili le più gravi sanzioni previste per il furto ordinario.

Tale mancata restituzione, esaminata, come si osserverà fra poco, alla stregua

dei principi generali, costituisce un dato esclusivamente obiettivo, che

necessita, secondo la vigente Costituzione, d'essere integrata dai correlativi

requisiti subiettivi: in carenza di questi ultimi, la mancata restituzione della

cosa non può esser addebitata al soggetto agente.

La distinzione tra fatto e fattispecie vale ad inquadrare il tema: il fatto di

furto d'uso comprende tutti gli estremi che integrano l'oggetto del divieto

normativo e s'estende fino al momento della restituzione, compreso, pertanto,

anche il divieto d'uso momentaneo (ed inclusi anche gli estremi subiettivi).

Poiché non può denominarsi dolo l'intenzione di realizzare una condotta

positivamente valutata dal legislatore (la restituzione della cosa sottratta)

non può includersi nel dolo specifico anche l'intenzione di tale restituzione:

la stessa intenzione - si ripete - deve, peraltro, esistere (ed esser

rigorosamente provata) insieme al dolo generico ed allo scopo d'uso momentaneo

della cosa perché siano, in concreto, integrati, nel momento

dell'impossessamento, tutti gli estremi subiettivi del furto d'uso.

La restituzione della cosa sottratta costituisce, dunque, condotta susseguente,

che fa parte della fattispecie di furto d'uso in senso ampio, fattispecie che

include il fatto (integrato, come si e detto, da tutti gli estremi violativi del

divieto normativo) e la predetta condotta susseguente: caratteristica peculiare

della fattispecie di furto d'uso e che, mentre solitamente la condotta

susseguente costituisce realizzazione d'un mutamento di volontà del soggetto

attivo del fatto ed ha come effetto, di regola, l'estinzione del reato, la

restituzione della cosa sottratta realizza, invece, l'iniziale intenzione del

reo ed ha, insieme agli altri elementi del furto d'uso, l'effetto d'attenuare la

pena e di condizionare la perseguibilità (a querela) del reato.

Da ciò discende che, pur essendo configurabile il tentativo di furto d'uso, la

sottrazione e l'impossessamento segnano il momento oltre il quale tale tentativo

non può più esser integrato. E l'impossessamento della cosa l'evento consumativo

del furto d'uso. Anche l'uso momentaneo (che si potrebbe inquadrare, quale

condotta di mantenimento, in un sia pur breve stato di perdurante consumazione,

inclusa, sempre, tale condotta, in quanto normativamente vietata, nel fatto di

furto d'uso) perde i caratteri dell'essenzialità: ove il reo, impossessatosi

della cosa altrui con lo scopo d'usarla momentaneamente, rinunciasse ad usarla

e, subito dopo la sottrazione, la restituisse all'avente diritto, ugualmente si

configurerebbe un'ipotesi di furto d'uso consumato: in tal caso lo stato di

<perdurante> consumazione si ridurrebbe a brevissimo tempo.

Le precedenti considerazioni conducono a non condividere l'ordinanza di

rimessione, nella parte in cui ritiene che, nell'ipotesi all'esame del giudice

<a quo>, sia ravvisabile un tentativo di furto d'uso: poiché gli imputati

s'erano già impossessati del veicolo, e l'avevano anche momentaneamente usato,

non e costituzionalmente illegittimo escludere, nella stessa ipotesi, il

tentativo di furto d'uso e ravvisare, invece, il furto d'uso consumato.

5. - La norma di cui all'art. 626, primo comma, n. 1, c.p. viola, invece, l'art.

27, primo comma, Cost., in quanto esclude che, nella specie all'esame del

giudice <a quo>, sia applicabile la disciplina dettata per il furto d'uso. La

mancata restituzione, dovuta a caso fortuito o forza maggiore, della cosa

sottratta non può esser legittimamente addebitata al soggetto attivo del fatto,

con la conseguente sottoposizione dello stesso soggetto alle più gravi sanzioni

del furto comune.

Non dovrebbe residuare dubbio alcuno, dopo quanto e stato osservato, sul rilievo

per il quale la restituzione della cosa sottratta costituisce elemento

essenziale e particolarmente significativo della fattispecie di furto d'uso. Ma,

altrettanto essenziale e significativa e la mancata restituzione della cosa

sottratta, tenuto conto dell'eventuale esclusione dell'applicabilità delle

ridotte sanzioni previste per il furto d'uso e della conseguente applicazione

delle più gravi sanzioni previste per il furto ordinario. II comando

legislativo, diretto al soggetto attivo del reato, si configura in questi

termini: <se hai sottratto la cosa mobile altrui allo scopo di momentaneamente

usarla, restituiscila immediatamente>;

in altre parole: <opera, attivati a restituirla (nel qual caso otterrai una

notevole riduzione di pena ed il delitto sarà perseguito soltanto a querela di

parte); se, invece, non la restituirai, immediatamente dopo l'uso, si

applicheranno le gravi sanzioni determinate dalla legge per il furto ordinario e

non saranno invocabili restrizioni alla perseguibilità del delitto>.

Nella sistematica dei rapporti tra furto comune e furto d'uso, allo stesso modo

per il quale l'effettiva restituzione della cosa sottratta (in quanto

realizzazione dell'iniziale intenzione del reo) esclude l'ipotesi, e le ridotte

sanzioni, del furto comune, la (volontaria) mancata restituzione della predetta

cosa-salvo quanto si preciserà fra poco-esclude il disposto relativo al furto

d'uso e, conseguentemente, rende applicabili le gravi sanzioni previste per il

furto comune.

Non resta che stabilire i criteri in base ai quali valutare, nel furto d'uso, la

mancata restituzione della cosa sottratta.

Poiché tale mancata restituzione, nel furto d'uso, risulta essere positivamente

valutata dal legislatore, essa va trattata in maniera analoga alle omissioni: la

mancata restituzione va considerata, come per l'omissione, soltanto estremo

oggettivo.

L'analisi deve, pertanto, incentrarsi sull'esistenza del correlativo elemento

subiettivo: l'elemento oggettivo della condotta negativa, per esser imputato, va

integrato dai corrispondenti requisiti subiettivi e cioè dalla volontà di non

restituire la cosa sottratta.

Or nella specie all'esame del giudice <a quo> non soltanto non e stata

dimostrata, nel soggetto attivo del fatto, la volontà di <non restituire> ma

risulta provata, secondo l'assunto dello stesso giudice, l'esistenza nel reo,

già al momento della sottrazione e dell'impossessamento della cosa, della

contraria volontà, mai mutata, d'immediatamente restituire, dopo l'uso

momentaneo, la cosa sottratta.

La giurisprudenza e la dottrina che sono dell'avviso che sia applicabile la

normativa del furto comune anche all'ipotesi di mancata restituzione per caso

fortuito o forza maggiore della cosa sottratta interpretano l'art. 626, primo

comma, n. 1, c.p. alla luce del sistema del vigente codice penale, nel quale non

soltanto e prevista la responsabilità oggettiva ma vige il principio: <qui in re

illicita versatur respondit etiam pro casu>. Ed infatti, la dottrina

esplicitamente afferma che, in caso di mancata restituzione per caso fortuito o

forza maggiore della cosa sottratta, risponde di furto comune anche chi ha

sottratto la cosa allo scopo di farne uso momentaneo e con l'intenzione

d'immediatamente restituirla, a cagione della vigenza, nel codice penale del

1930, del principio ora ricordato.

Senonché, tale principio contrasta con l'art. 27, primo comma, Cost.

sentenza di questa Corte n. 364 del 1988

La , nell'interpretare, alla luce dell'intero

sistema costituzionale, il parametro ora richiamato, ha sancito che dal medesimo

risulta richiesto, quale essenziale requisito subiettivo d'imputazione, oltre

alla coscienza e volontà dell'azione od omissione, almeno la colpa quale

collegamento subiettivo tra l'autore del fatto ed il dato significativo (sia

esso evento oppur no) addebitato. Ed innanzi si è sottolineato che, se

l'intenzione di restituire la cosa e l'effettiva sua restituzione sono altamente

significativi e caratterizzanti la fattispecie tipica di furto d'uso, anche la

mancata restituzione della cosa sottratta non può che essere particolarmente

significativa ai fini d'escludere l'applicabilità delle ridotte sanzioni di cui

all'art. 626, primo comma, n. 1, c.p. e di rendere conseguentemente applicabili

le gravi sanzioni previste per il furto ordinario.

Non può tacersi che ben a ragione, quasi unanimemente, dottrina e giurisprudenza

concludono nel senso che, per l'applicazione del disposto relativo al furto

d'uso, l'effettiva restituzione della cosa sottratta deve, in concreto,

costituire realizzazione della particolare intenzione di restituire, già

presente al momento dell'impossessamento, nell'autore del reato e non

<oggettivo> evento dovuto al caso: or non si comprende perché mai la

restituzione della cosa sottratta non operata, direttamente od indirettamente,

dallo stesso reo non si ritiene integrare l'estremo dell'effettiva restituzione

richiesto dall'art. 626, primo comma, n. 1, c.p. ed invece la mancata

restituzione per caso fortuito o forza maggiore, del tutto estranea alla volontà

del reo, debba aver rilevanza, ai fini dell'esclusione dell'applicabilità delle

disposizioni relative al furto d'uso; con l'assurda conseguenza che il soggetto

agente, che fortunatamente fosse riuscito a restituire la cosa sottratta,

verrebbe perseguito soltanto a querela di parte e sanzionato con le pene ridotte

di cui all'art. 626, primo comma, n. 1, c.p. mentre altro soggetto, con la

stessa intenzione del primo in ordine alla restituzione della cosa, sol perché

impedito sfortunatamente a riconsegnare la cosa sottratta, dovrebbe essere più

gravemente punito per furto ordinario.

E' ben vero che la massima: <qui in re illicita versatur respondit etiam pro

casu> implica già, almeno solitamente, un collegamento subiettivo tra il reo ed

un dato (di regola evento) senza del qual collegamento non si avrebbe il

<versari in re illicita>: così, nella specie all'esame del giudice <a quo>, il

dolo della sottrazione e dell'impossessamento della cosa mobile altrui.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Penale, tenute dal Prof. David Brunelli nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 1085 emessa dalla Corte Costituzionale nel 1988. La Corte ha stabilito che si applica la normativa sul furto d'uso anche quando il soggetto che aveva sottratto la cosa, per motivi di caso fortuito o forza maggiore, non ha potuto restituirla.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Brunelli David.

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