Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

nell’ambiente percettivo è stato estesamente indagato negli anni ‘60, da James Gibson, un

postgestaltista promotore di un approccio più ecologico in psicologia.

Il medesimo effetto di massima economia si realizza anche nel feedback visivo, ossia nell’utilizzo di

informazioni relative alle variazioni presenti nel campo visivo che derivano dai movimenti di

esplorazione del campo visivo stesso. Ad esempio entrando in una stanza i movimenti di esplorazione

dell’ambiente (rotazione della testa, orientamento dello sguardo, ecc.) che ci consentono di percepirne

le caratteristiche, sono guidati proprio da ciò che percepiamo all’interno della stanza. Il feedback visivo

dipende anch’esso dal gradiente di espansione in quanto, nonostante l’esplorazione dell’ambiente dia

luogo ad una serie di immagini successive sfalsate, a causa dei movimenti di orientamento

dell’osservatore, vengono tuttavia percepite immagini di oggetti statici. Quindi anche nel caso della

percezione del movimento l’introduzione di una variabile di ordine superiore ha consentito di escludere

l’intervento dell’inferenza inconscia nell’organizzazione del mondo percettivo. Emerge a questo punto

il problema di capire se questo tipo di informazione oltre ad essere un’informazione potenziale sia

effettivamente e concretamente utilizzata dal soggetto che percepisce. Uno dei modi di porre la

questione è quello di esaminare quanto l’organizzazione del mondo percettivo dipenda da fattori innati

e autoctoni e quanto derivi invece dall’esperienza e da fattori appresi.

Riferimenti della lezione 14

Il problema dell'organizzazione dell'esperienza viene trattato nel primo capitolo di La costruzione della

realtà. 50

Lezione 15

Innatismo ed Empirismo

Le osservazioni presentate nelle lezioni precedenti portano ad attribuire alla psicologia della Gestalt

un’impostazione di tipo innatista. Poiché ci sono delle interpretazioni discordanti a riguardo vale la

pena di esaminare la questione in modo un po’ più dettagliato. Secondo Cesare Musatti, psicologo

italiano che ha contribuito alla diffusione dell’impostazione gestaltista in Italia, poiché i presupposti

della psicologia sperimentale, come del resto quelli di ogni scienza empirica, sono realisti, anche la

psicologia della Gestalt, in quanto scienza empirica, che utilizza il metodo sperimentale, non può essere

di impostazione innatista, almeno non nel senso filosofico del termine, secondo cui qualunque tipo di

conoscenza è preformata indipendentemente dall’esperienza.

Le regole di trasformazione dei dati del mondo fisico

In realtà sia l’impostazione associazionista ed empirista che la psicologia della Gestalt ammettono

entrambe l’esistenza di una realtà esterna da cui dipende la nostra conoscenza: ciò che le distingue è la

regola di trasformazione dei dati provenienti dal mondo fisico. Per gli associazionisti la regola di

trasformazione prevede una corrispondenza punto a punto tra gli atomi di energia del mondo fisico e gli

atomi sensoriali del mondo sensibile. Per i gestaltisti la regola di trasformazione è data dalla ‘forma’, in

quanto i dati provenienti dal mondo fisico vengono organizzati a livello della percezione. Per questo

motivo mentre gli associazionisti concentrano la loro attenzione sul rapporto tra stimolo e sensazione, i

gestaltisti si focalizzano sul costituirsi dell’esperienza fenomenica. Entrambe le impostazioni sono

tuttavia basate sul realismo in quanto non possono rinunciare alle variazioni della costellazione degli

eccitanti, ossia alle variazioni dell’ambiente fisico che permettono di definire le leggi che regolano il

costituirsi dell’esperienza. Non è possibile immaginare esperienza senza variazione, in quanto anche

nella situazione fenomenica più statica avvengono delle trasformazioni, se non nell’ambiente esterno,

sicuramente in quello interno. Ma ammettere che non esiste esperienza senza variazione nella

costellazione degli eccitanti, significa ammettere che c’è una realtà oggettiva che muta, e che noi

dobbiamo continuamente ri-conoscere.

Il costituirsi dei dati immediati dell’esperienza

La psicologia non può rinunciare a porsi il problema del costituirsi dei dati immediati dell’esperienza

cosciente, ed è chiamata perciò a spiegare cosa succede nella coscienza, a fornire una spiegazione

causale di tipo fisicalista che presupponga l’esistenza di un mondo fisico assunto come tale. In questo

modo anche la psicologia della Gestalt, nonostante si ispiri alla fenomenologia di Husserl, è costretta

ad eliminare la riduzione fenomenologica che rinuncia a porsi domande sull’esistenza di un mondo

reale. La psicologia non può mettere tra parentesi il mondo oggettivo, perché esso è il presupposto per

il costituirsi dell’esperienza.

Le interpretazioni della realtà esterna

Anche se entrambe le impostazioni, sia l’associazionismo che il gestaltismo, affermano l’esistenza

della realtà esterna, la considerano tuttavia in modo diverso. Per l’empirismo la realtà esterna è il 51

criterio di verità, e l’immagine che ne abbiamo è una sua copia fedele. Secondo questa teoria, definita

teoria del rispecchiamento, la realtà psichica rispecchia la realtà fisica. La realtà fisica è la causa

puntuale della realtà psichica e le due realtà si corrispondono perfettamente. Per l’innatismo non è

importante quale sia la realtà esterna, in quanto l’organizzazione dell’esperienza è opera della

coscienza, di conseguenza anche se la realtà fisica non corrisponde alla realtà psichica, non può essere

diversa da quello che è perché la coscienza ha queste modalità di strutturazione.

Il criterio di validità

Dal punto di vista della scienza il criterio per decidere della bontà dell’una o dell’altra impostazione

può essere definito unicamente in termini di utilità metodologica, nel senso che la scelta dipende dal

modo in cui ciascuna impostazione consente di spiegare l’esperienza psichica. Questo criterio si

traduce in scelte metodologiche molto diverse, in quanto nel primo caso avremo delle metodologie che

mirano a scomporre analiticamente il fenomeno psichico in unità molecolari, in un’ottica atomista; nel

secondo caso avremo metodologie volte allo studio del fenomeno nel suo insieme, in un’ottica

prettamente globalista. La psicologia si definisce quindi in base ai metodi che utilizza, e che sono

validati sulla base dei risultati. In questo senso i termini atomista e globalista indicano un approccio

metodologico e non una realtà ontologica. Una volta dunque che la psicologia abbia ammesso

l’esistenza della realtà fisica come causa prima dell’esperienza, compito della psicologia non risulta più

quello di rintracciare i legami tra realtà fisica e realtà psichica, bensì quello di rintracciare le leggi

attraverso cui si esprime il carattere strutturale dell’esperienza.

Riferimenti della lezione 15

La contrapposizione Innatismo/Empirismo viene ampiamente trattata in La costruzione della realtà.

Poiché l'Empirismo richiama l'attenzione sull'importanza dell'esperienza e dell'apprendimento

nell'organizzazione del sistema cognitivo, risulta a questo punto opportuno soffermarsi sui meccanismi

dell'apprendimento e della memoria trattati rispettivamente nel capitolo 9 e nel capitolo 6 di Istituzioni

di psicologia generale. 52

Lezione 16

L’esperimento impossibile

La ricerca di una corrispondenza tra la strutturalità del mondo fisico e la strutturalità del mondo

percettivo non ha senso secondo Musatti perché la strutturalità non è né un carattere della realtà

indipendente e preesistente all’esperienza (posizione empirista), né un carattere che la nostra attività

percettiva impone all’esperienza (posizione innatista) dal momento che noi non sappiamo nulla di

questa realtà se non attraverso la percezione, né sappiamo nulla di questa attività percettiva se non si

esplica nella realtà.

Un esempio di questa aporia è dato dal cinematografo. Secondo l'interpretazione empirista sullo

schermo si percepiscono le figure che si muovono perché abbiamo l’esperienza di un mondo in cui

tutto si muove. Secondo l’interpretazione innatista noi percepiamo le figure che si muovono perché

imporre una struttura cinetica ai dati dell’esperienza è il modo più economico per organizzare una serie

di immagini statiche. In altri termini l’imposizione di una struttura cinetica consente di creare, a partire

da tante immagini staccate, un oggetto perdurante.

Secondo Musatti l’experimentum crucis, ossia l’esperimento che consentirebbe di confermare

definitivamente l’una o l’altra interpretazione, risulta impossibile, in quanto esso dovrebbe consentire

di dimostrare che esistono:

• forme regolari (buone) che non siano oggetto di esperienza (ma tutte le forme regolari sono

oggetto di esperienza nella costruzione del mondo percettivo), oppure

• forme irregolari (cattive) che siano oggetto di esperienza (ma le forme irregolari vengono rese

regolari quando sono oggetto di esperienza: vedi l’esperimento della camera distorta).

L’opinione di Musatti non è stata completamente condivisa da altri psicologi, che hanno continuato a

cercare una risposta definitiva al problema, anche in anni recenti.

Fattori innati e dei fattori appresi

In Italia, G. Petter, docente di psicologia dell’età evolutiva presso l’Università di Padova, ha tentato di

individuare i fattori strutturali autoctoni (innati) che permettono di collocare su piani diversi

(davanti/dietro) due figure cromaticamente identiche. Secondo Petter questi fattori sono:

• grandezza, in quanto la figura più grande viene vista davanti;

• struttura, in quanto la figura più semplice viene percepita davanti;

• movimento, in quanto la figura in moto viene vista davanti.

Su questa stessa scia Gaetano Kanizsa, psicologo triestino tra i più impegnati nell’ambito della

percezione, ha messo direttamente in conflitto fattori innati e fattori appresi. Egli ha predisposto delle

figure suscettibili di doppia interpretazione a seconda del prevalere dei fattori innati o di fattori appresi

nell’organizzazione percettiva. Un esempio è dato dalla figura della ragazza con l’ombrello, dove il 53

colore della capigliatura voluminosa della ragazza è identico al colore dell’ombrello con cui si sta

riparando. Nonostante l’esperienza insegni che normalmente il manico di un ombrello si colloca

davanti o di dietro al profilo di una persona, si ha la fortissima impressione che esso entri letteralmente

nella testa della ragazza e sbuchi dall’altra parte. Questo effetto è dovuto al prevalere dei fattori innati,

secondo i quali l’oggetto più grande ed articolato (il profilo della ragazza) viene percepito davanti

all’oggetto più piccolo e semplice (l’ombrello), rispetto ai fattori appresi per i quali noi ‘sappiamo’, per

esperienza, che il manico dell’ombrello non attraversa la testa.

Altri psicologi hanno tuttavia ottenuto risultati contrari mediante esperimenti di deprivazione sensoriale

eseguiti su animali appena nati. In un esperimento di Held ed Hein, dei gattini appena nati venivano

tenuti costantemente al buio, tranne per un’ora al giorno. Durante questo tempo i gattini erano posti in

un ambiente illuminato dove era presente una piccola pedana rotante, e mentre uno dei due poteva

osservare soltanto la scena dal cestino in cui veniva collocato, l’altro era immobilizzato in un punto ma

poteva muovere le zampe e far ruotare la pedana. Dopo un mese, quando i gattini furono messi in

condizione di muoversi liberamente, si osservò che il gattino rimasto inattivo nel cestino, presentava, al

contrario dell’altro, dei gravi deficit in compiti percettivi e di coordinazione visuo-motoria, nonostante

l’informazione visiva ricevuta fosse la stessa.

Maria Banissoni ha riportato una serie di osservazioni condotte su persone cieche dalla nascita che

grazie ad una tecnica chirurgica particolare, eseguita a Roma dall’équipe di Strampelli, acquistavano in

parte le capacità visive. Le persone in attesa di intervento venivano sottoposte ad alcune sessioni di

apprendimento durante le quali dovevano familiarizzare, attraverso il tatto, con delle sagome di cartone

che riproducevano delle figure geometriche molto semplici (cerchi, quadrati, rettangoli, ecc.). Dopo

l’intervento i pazienti venivano sottoposti ad una prova di riconoscimento. I risultati hanno messo in

evidenza che nonostante i soggetti conoscessero concettualmente le sagome, non erano però in grado di

riconoscerle attraverso la vista, in quanto non erano state oggetto di esperienza attraverso questo canale

sensoriale, mentre le riconoscevano perfettamente mediante il tatto.

Il problema dunque è l’esistenza di dimostrazioni sperimentali di identico valore ma di segno contrario

a favore o contro i due diversi modi di interpretare l’organizzazione dell’esperienza percettiva. Secondo

Canestrari la difficoltà è dovuta al fatto che in questi esperimenti entrano in gioco moltissime variabili,

tutte difficili da controllare e che complicano ogni possibile interpretazione.

Riferimenti della lezione 16

Sia le idee di Musatti sulla possibilità di dimostrare in modo definitivo la validità dell'una o dell'altra

posizione, che le implicazioni del presupposto realistico per la psicologia, vengono ampiamente trattate

in La costruzione della realtà.

Per quanto riguarda i lavori di Kanizsa alcuni esempi classici si trovano in Istituzioni di psicologia

generale (pagg.179-183). 54

Lezione 17

Interpretazioni della costanza percettiva

Il tentativo di individuare il peso relativo di fattori innati e fattori appresi ha messo in evidenza il

problema della costanza fenomenica.

B. Julesz, negli anni ‘70, ha dimostrato che se si presentano ai soggetti delle configurazioni stimolo

(stereogrammi) costituite da punti neri distribuiti casualmente su una base omogenea, preparate con

tecniche computerizzate, che consentono di eliminare oltre agli indici di familiarità anche gli indizi di

profondità, eccetto la disparità binoculare, si percepiscono comunque i punti come se fossero collocati

‘davanti’ o ‘sopra’ allo sfondo chiaro. Questo esperimento indica che l’esperienza percettiva è dovuta a

fattori innati in quanto, pur eliminando i fattori di esperienza, si continua a percepire la profondità.

C. Borressen e W.H. Lichte, negli stessi anni, nel tentativo di dimostrare le relazioni tra esperienza e

costanza di forma, hanno sottoposto i loro soggetti ad una sessione di familiarizzazione con delle forme

astratte, totalmente irregolari, presentate con diversi orientamenti spaziali. Nella successiva fase di

verifica ai soggetti veniva chiesto di valutare l’inclinazione delle forme astratte, alcune nuove altre già

presentate, variando l’inclinazione di una superficie di riferimento. I risultati hanno dimostrato

l’esistenza di una relazione positiva tra la costanza di forma e la familiarità con la forma. Questo

esperimento indica quindi che l’esperienza percettiva dipende dall’esperienza e non da fattori innati, in

quanto il diverso grado di familiarità con lo stimolo influenza il rendimento percettivo.

Mentre Julesz asserisce di aver dimostrato l’infondatezza dell’ipotesi empirista, Borressen e Lichte

affermano di aver dimostrato l’infondatezza dell’ipotesi innatista. La contraddizione fa inevitabilmente

sorgere il dubbio che vi sia un errore di fondo.

L’invarianza percettiva

Dal punto di vista del senso comune risulta più credibile e appetibile la posizione empirista rispetto a

quella innatista, in quanto mentre l’empirismo prevede un individuo libero di costruire attraverso

l’esperienza il suo mondo percettivo, l’innatismo presuppone qualcosa al di sopra dell’individuo che

governa il processo di costruzione della realtà. Negli esperimenti condotti in un’ottica gestaltista, come

ad esempio in quello di Kanizsa, si ammette la distinzione tra oggetto percettivo e oggetto fisico, e si

sostiene che l’oggetto fisico non si conosce direttamente, essendo questo semplicemente il risultato di

un processo intellettivo. In altri termini poiché non vi è corrispondenza tra oggetti percepiti e oggetti

fisici, ogni oggetto fisico è il prodotto di un’operazione mentale che crea un concetto, mentre gli

oggetti percettivi sono indipendenti dai fattori empirici e dall’esperienza pregressa, in quanto essi si

costituiscono grazie alla organizzazione naturale e spontanea del campo percettivo globale. Ne deriva

che l’oggetto percettivo rappresenta necessariamente l’invarianza di cui è costituita la realtà percettiva.

Il problema del costituirsi dell’invarianza del mondo percettivo, consiste nel tentare di comprendere in

che modo una variazione continua della stimolazione ambientale, cui corrisponde una percezione

discreta, si traduce nella capacità di riconoscere un oggetto come tale indipendentemente dalla distanza,

dall’orientamento o dal movimento. Esso viene definito di volta in volta problema dell’identità 55

fenomenale, problema della permanenza, o problema della costanza percettiva.

La psicologia della Gestalt ha individuato nell’uniformità, nella continuità, nella stabilità e nel

minimo cambiamento i fattori che determinano l’invarianza percettiva. Tuttavia il processo sembra

circolare, in quanto se l’identificazione dell’oggetto fenomenico è determinata da questi fattori, una

volta identificato, l’oggetto si comporta in modo da rispettare ulteriormente questa tendenza.

Quindi al momento dell’identificazione percettiva, quando si ha l’oggettualizzazione percettiva,

vengono riconosciute all’oggetto due tipi di qualità:

• qualità proprie (forma, colore, dimensione);

• qualità relazionali (quelle possedute in rapporto ad altri oggetti).

Il processo di oggettualizzazione percettiva è governato dalla naturale tendenza alla costanza

soprattutto a favore delle qualità proprie rispetto a quelle relazionali, nel senso che in caso di conflitto il

nostro sistema percettivo è disposto a sacrificare le qualità relazionali pur di mantenere la costanza

delle qualità proprie.

L’introduzione dell’invarianza percettiva sembra aver risolto il problema del ruolo di fattori innati e

fattori appresi nel costituirsi dell’esperienza percettiva, ma solo in apparenza. Infatti le invarianze del

mondo percettivo potrebbero costituirsi anche semplicemente perché viviamo in un mondo di corpi

solidi e di oggetti invarianti. Sicché mentre la psicologia della Gestalt asserendo che non è importante

preoccuparsi dell’esistenza o meno di un mondo esterno o di come sia fatto, invoca le invarianze

percettive per spiegare il problema dell’identità fenomenica senza ricorrere all’esperienza,

l’impostazione empirista afferma che l’invarianza stessa può essere frutto dell’esperienza.

Riferimenti della lezione 17

Il tema è ampiamente trattato in La costruzione della realtà. 56

Lezione 18

Il problema della percezione sociale

La spiegazione del costituirsi dell’esperienza percettiva in termini di invarianza percettiva pone sia alla

Gestalt che all’empirismo altri problemi, perché in realtà gli oggetti fisici non sono rigidi e definiti, ma

sono suscettibili di interpretazione.

Sulla base di questa constatazione i gestaltisti hanno tentato di applicarei principi di organizzazione del

campo percettivo anche alla percezione della causalità e della sostanzialità, attraverso un certo

numero di osservazioni, dalle quali è scaturita la problematica, ancora più complessa, della percezione

sociale.

La percezione della causalità

In questo ambito Albert Michotte, tra il 1940 e il 1965, ha condotto una serie di esperimenti in cui ha

messo in evidenza la facilità con cui i soggetti attribuiscono significati emotivi e intenzionali a strutture

figurate che ne sono oggettivamente prive.

Nel caso più semplice veniva presentato un quadrato rosso A immobile al centro dello schermo, la cui

comparsa era seguita dopo qualche istante dalla comparsa, sulla sinistra, di un quadrato nero B che si

spostava a velocità costante verso A. Quando B veniva in contatto con A, si fermava e A iniziava a

muoversi lentamente verso destra. I soggetti riferivano che B urtava A spingendolo via. In altri termini

B veniva visto come agente causale del movimento di A.

Poiché i soggetti, pur non avendo mai avuto esperienza di quadrati che si urtano intenzionalmente,

percepiscono in maniera molto marcata il nesso causale tra il movimento di A e quello di B, Michotte

ha affermato che la connessione causale è una struttura prefigurata sul piano percettivo, il correlato

fenomenico di un particolare processo di organizzazione degli elementi del campo percettivo.

Kant asseriva che la causalità è una categoria della mente, e che noi non possiamo fare a meno di

vedere fenomeni consecutivi come legati da una relazione di causa ed effetto. Hume sosteneva che gli

eventi che ci appaiono ordinati in successione sono in realtà indipendenti e le connessioni che

riscontriamo tra essi sono dovute all’abitudine, ossia all’aspettativa inconscia di vedere seguire B ad A.

Anche se non abbiamo alcuna esperienza passata di quadratini che si urtano, abbiamo tuttavia

sperimentato tante volte che se un oggetto ne urta un altro ne provoca lo spostamento. La connessione

causale può, dunque, essere la conseguenza di un’abitudine. Locke affermava, invece, che la

percezione della connessione causale dipende dall’isolamento e dalla ricombinazione delle idee

semplici che ne sono alla base a dalle quali non è possibile prescindere.

Le osservazioni successive di Michotte, condotte sullo stesso genere di esperimenti gli hanno

consentito di distinguere le emozioni integrative (simpatia, amicizia, amore, ecc.) dalle emozioni

segregative (antipatia, ira, paura, ecc.), a seconda dei fattori che influiscono sull’attribuzione delle

caratteristiche emotive. Ad esempio quadrati che si muovono velocemente vengono percepiti come

violenti, mentre i quadrati che si muovono lentamente vengono percepiti come dolci e gentili.

Le conclusioni di Michotte sono molto forti in quanto egli ha affermato che le strutture cinetiche

costituiscono un fattore fondamentale e sufficiente per la comprensione degli stati emotivi e del

significato delle azioni. In altri termini afferma che il tono affettivo ed emotivo degli individui viene

stabilito in base alla velocità con cui essi si muovono. 57

Lundholm, in un esperimento del 1921, aveva notato che se si chiede ad un soggetto di disegnare delle

linee che esprimano il tono emotivo di un aggettivo, si ottengono delle differenziazioni molto nette e

precise, in quanto ad aggettivi che esprimono violenza ed energia corrispondono linee spigolose e

orientate verso l’alto, mentre ad aggettivi che esprimono depressione e mancanza di energia

corrispondono linee arrotondate e orientate verso il basso.

La percezione sociale

Ci troviamo di fronte al problema della percezione sociale, ambito nel quale diversi studi hanno messo

in evidenza la facilità con cui viene stabilito lo stato d’animo di una persona semplicemente osservando

l’espressione mimica facciale.

Il problema venne affrontato per la prima volta da Wolfang Köhler, uno degli psicologi che, insieme

con Max Wertheimer e Kurt Koffka, pose le basi della psicologia della Gestalt. La spiegazione

avanzata da Köhler era basata sul principio dell’isomorfismo, in quanto affermava che la mimica

facciale di ciascuna emozione è isomorfa ai processi cerebrali che corrispondono a quella data

emozione, mentre la percezione, da parte di un osservatore, dell’espressione facciale di un altro

individuo determina dei processi cerebrali isomorfi all’emozione percepita. La corrispondenza tra i

processi cerebrali dell’individuo che esibisce una certa espressione mimica facciale e i processi

cerebrali dell’individuo che percepisce la stessa espressione facciale, determina la comprensione della

relativa emozione.

Sulla scia del filone di ricerche inaugurato da Michotte, negli anni ‘60, sono stati condotti altri

esperimenti simili. Heider e Simmel, ad esempio, hanno predisposto una situazione stimolo un po’ più

articolata di quella di Michotte, costituita da scene simili a cartoni animati, in cui erano presenti delle

semplici figure piane in movimento, come triangoli, quadrati, cerchi, ecc., e i soggetti dovevano

riportare gli spostamenti fisici degli oggetti. In questa situazione si osservò che, nonostante le

consegne, i soggetti tendevano a descrivere gli oggetti in termini antropomorfi e ad attribuire agli stessi

un comportamento intenzionale.

Hochberg sostiene che questa difficoltà a fornire una descrizione in termini di spostamento fisico

obbedisce al principio del minimo in quanto è dovuta al fatto che questo tipo di percezione non è

regolata da fattori puramente formali (riguardanti le strutture cinetiche come sosteneva Michotte) ma

da fattori appresi attraverso l’esperienza e dalla conoscenza delle intenzioni umane. Non si tratta di una

spiegazione in conflitto con il presupposto realistico, in quanto presupporre una realtà esterna che non

si conosce, non significa negare il ruolo dell’esperienza nell’organizzazione della conoscenza.

Nell’ambito della percezione sociale tuttavia né la spiegazione di Köhler in termini di isomorfismo, né

la spiegazione di Hochberg in termini di principio del minimo appaiono molto convincenti.

Probabilmente la percezione sociale è governata, come aveva asserito già prima Michotte, sia da fattori

autoctoni che da fattori sociali.

Michotte aveva distinto i sistemi di stimolazione coercitivi dai sistemi di stimolazione ambigua. I

primi sono legati a fattori strutturali e sono indipendenti da qualunque tipo di controllo centrale

(apprendimento, attenzione, motivazione, ecc.). I secondi sono legati a caratteristiche personali e di

esperienza e dipendono dalle variazioni del controllo centrale. Pur essendo fondamentalmente innatista,

Michotte, con questa distinzione, tenta una fusione tra innatismo ed empirismo, giustificata dal fatto

che sulla base del presupposto realistico deve esistere, ad un qualche livello, una corrispondenza

biunivoca tra esperienza e realtà.

Riferimenti della lezione 18 58

La manifestazione delle caratteristiche espressive viene analizzata, in senso ampio, nel capitolo 11 di

Istituzioni di psicologia generale, dedicato a 'Comunicazione, linguaggio, espressione'. In modo

particolare si rimanda alle pagg.684-693 dello stesso capitolo.

Il tema riguardante le emozioni viene, invece, trattato nel capitolo 10 dello stesso libro. 59

Valuta il tuo apprendimento

1 - Possiamo soggettivamente percepire il gradiente di espansione rotatorio:

quando guardiamo due binari che si congiungono all’orizzonte

quando guardiamo avanti mentre stiamo viaggiando in auto su una strada rettilinea

quando guardiamo fuori dal finestrino di un treno in movimento

nessuna delle precedenti

2 - Secondo Petter quale di questi fattori non contribuisce alla segregazione della figura dallo

sfondo:

grandezza

struttura

densità di tessitura

forma

3 - Secondo Michotte noi stabiliamo il tono affettivo ed emotivo degli individui in base:

alla velocità con cui si muovono

alla tonalità della loro voce

alla distanza fisica che tengono rispetto a noi

tutte le precedenti

4 - Quali forme utilizzavano Borressen e Lichte nel loro esperimento?

forme familiari e regolari

forme astratte e regolari

forme familiari e irregolari

forme astratte e irregolari

5 - Con il principio del minimo, si intende che:

il nostro sistema nervoso organizza il mondo percettivo in modo da annullare tutte le variazioni

possibili

il nostro sistema nervoso organizza il mondo percettivo in modo da ridurre al minimo le variazioni

il nostro sistema nervoso organizza il mondo percettivo in modo parziale

il nostro sistema nervoso organizza il mondo percettivo in modo da impiegare il minor sforzo

possibile

6 - Michotte nel suo classico esperimento tentava di chiarire:

la percezione del ritmo

la percezione causale

i rapporti tra personalità e ruoli sociali

tutte le precedenti 60

7 - Chi è il promotore dell’approccio ecologico allo studio della percezione:

Musatti

Michotte

Gibson

Petter

8 - Le invarianze del mondo percettivo indicano:

la possibilità di riconoscere un oggetto indipendentemente dall’orientamento

la possibilità di riconoscere un oggetto indipendentemente dalla distanza

la possibilità di riconoscere un oggetto indipendentemente dal movimento

tutte le precedenti

9 - Il gradiente di densità di tessitura:

è una variabile di ordine superiore

è una variabile ampiamente usata dai gestaltisti

aumenta con l’aumentare dell’angolo di inclinazione

tutte le precedenti

10 - Tra quali dei seguenti determinanti della percezione dovrebbe decidere in via definitiva

l’esperimento impossibile di Musatti ?

fattori innati e fattori acquisiti

fattori prenatali e fattori genetici

fattori genetici e fattori innati

nessuna delle precedenti

11 - Il gradiente di espansione rende conto?

del grado di inclinazione di una superficie nello spazio

dello spostamento relativo del punto di osservazione

dello sfasamento dell'immagine che giunge ai due occhi

tutte le precedenti

12 - Quale di questi fattori non può essere considerato un indizio pittorico di tridimensionalità?

sovrapposizione

nitidezza

convergenza

luminosità 61

Lezione 19

Percezione e realtà

Sia l’impostazione empirista che l’impostazione innatista postulavano l’esistenza di un mondo esterno

e ammettevano una corrispondenza biunivoca tra il mondo esterno e il mondo percettivo. Ciò che le

distingueva era il livello a cui ciascuna collocava tale corrispondenza. Per gli psicologi di impostazione

empirista, come ad esempio per Edward B. Titchener, l’allievo di Wundt che introdusse la psicologia

strutturalista in America, la corrispondenza tra mondo fisico e mondo percettivo si collocava al livello

delle sensazioni e degli attributi (colore, chiarezza, ecc.). Per gli psicologi della Gestalt, di

impostazione innatista, la corrispondenza si collocava, invece, al livello delle percezioni complesse,

come rapporto tra le cose percepite e le proprietà dei processi fisiologici che ne erano alla base.

Mentre in Europa la psicologia della Gestalt continuava a tentare di dimostrare la fondatezza del

proprio punto di vista, negli Stati Uniti veniva attuata una riformulazione radicale dell’empirismo ad

opera di Bridgman.

L’operazionismo di Bridgman

Percy W. Bridgman, fisico e filosofo di Harvard, pubblicò nel 1927, un libro dal titolo The logic of

modern physics, in cui espose le sue ricerche nell’ambito della filosofia della scienza e formulò i

principi di base dell’operazionismo, una corrente di pensiero che avrebbe avuto delle influenze

notevoli nella successiva evoluzione della psicologia.

Secondo Bridgman la difficoltà di definire la corrispondenza tra mondo fisico e mondo percepito

dipende dalla indebita attribuzione di universalità ai concetti del mondo fisico (tempo, spazio,

lunghezza, ecc.). In realtà poiché non si conosce nulla di questa realtà esterna, essa deve essere definita

unicamente dalle operazioni eseguite per misurarla, ossia da quelle operazioni che consentono di

accertare le proprietà che possiede. In altri termini un oggetto del mondo fisico, come ad esempio un

tavolo, non è qualcosa che si conosce a priori, ma se lo misuriamo con un metro, il tavolo è quella cosa

misurata con il metro. La critica di Bridgman si focalizza pertanto sull’universalità del concetto, in

quanto considera il concetto una costruzione dell’osservatore e non una cosa in sé.

Queste affermazioni comportano che anche le variabili utilizzate dallo sperimentatore (concetti

scientifici, costrutti ipotetici) sono prodotti della sua inventiva e quindi sono caratterizzabili solo in

base ai procedimenti impiegati per costruirle. L’intelligenza, ad esempio, non esiste in sé, essa è solo il

prodotto delle operazioni effettuate per misurarla, quindi se l’intelligenza viene accertata con il test di

Terman e Merrill, allora l’intelligenza è ciò che viene misurato con tale test. Secondo Bridgman,

nell’osservare un fenomeno è possibile utilizzare qualsiasi metodo di misura, purché esso porti ad una

sua caratterizzazione precisa e renda possibile, con il dovuto grado di approssimazione, la riscoperta

delle condizioni che lo hanno determinato. Nel caso citato dell’intelligenza, quindi, si può utilizzare

qualunque metodo di misura, ma si deve specificare lo strumento usato cosicché un altro

sperimentatore utilizzando lo stesso metodo possa ripetere l’osservazione. Anche la comunicazione dei

risultati scientifici è possibile solo se lo sperimentatore indica i procedimenti usati durante la

sperimentazione. Precisare i metodi di codificazione dell’esperienza rappresenta pertanto la migliore

garanzia di una corrispondenza biunivoca tra esperienza e realtà. 62

La contrapposizione soggetto/oggetto

Nel salvaguardare la corrispondenza tra realtà esterna e realtà interna l’operazionismo tende, però, a

minare l’oggettività scientifica. Infatti affermando che le variabili utilizzate dallo sperimentatore non

possiedono una propria oggettività, ma sono caratterizzabili solo in base ai procedimenti impiegati per

costruirle, e imponendo alla comunicazione scientifica la descrizione esatta delle procedure e degli

strumenti di misurazione utilizzati, per garantire a chiunque la possibilità di riprodurre l’osservazione,

mette in evidenza che la corrispondenza tra realtà esterna e realtà interna, presupposto della ricerca

scientifica, è di per sé un artefatto.

L’operazionismo, pur rifiutando alcuni aspetti delle impostazioni precedenti, in realtà ammette

l’esistenza di un mondo esterno al di fuori dell’organismo percipiente. Ciò che non accetta è la

possibilità di definire le caratteristiche di questo mondo esterno prescindendo dagli strumenti utilizzati

per indagarlo.

Esso costituisce un modo particolare di considerare la relazione tra organismo e ambiente, relazione

che viene definita in modo oggettivo, mediante l’esclusione del soggettivo, cioè dei propositi e dei

valori del soggetto che percepisce.

L’errore commesso dalle impostazioni che abbiamo sinora esaminato consisteva nel cercare la

corrispondenza tra mondo esterno e realtà percepita analizzando ciò che il soggetto percepisce: quando

il punto di partenza della ricercata corrispondenza tra esperienza e realtà è l’oggetto, ammesso come

esistente al di fuori del soggetto, si riesce sempre a dimostrare che a questo oggetto corrisponde nel

soggetto una immagine retinica invariante, in quanto uno specifico oggetto, posto sempre alla stessa

distanza dall’osservatore, produce sempre la medesima immagine retinica. Quando invece il punto di

partenza dell’osservazione è il soggetto, ossia l’immagine retinica, non si riesce più a determinare una

corrispondenza biunivoca con un oggetto del mondo esterno, in quanto la stessa immagine retinica può

essere prodotta da una infinità di condizioni esterne diverse.

Ne deriva che la stimolazione delle strutture fisiologiche è una condizione necessaria ma non

sufficiente per spiegare la percezione e il problema diventa quello di capire perché in presenza di una

variazione nella costellazione degli eccitanti, ossia in presenza di una immagine sulla retina,

l’organismo scelga una sola tra le infinite condizioni esterne che potrebbero essere riferite a quella

configurazione. In altri termini l’attenzione degli psicologi si sposta dalla definizione della

corrispondenza invariante tra percetto e oggetto, alla determinazione dei fattori che regolano l’attività

di scelta dell’organismo.

Ad occuparsi di questo nuovo problema in modo sistematico sarà, a partire dagli anni ‘50, la scuola

transazionale, ma gli sperimentatori del New Look percettivo iniziano a sollevare un certo numero di

questioni interessanti già verso la fine degli anni ‘30.

Riferimenti della lezione 19

Il problema della corrispondenza tra esperienza e realtà oltre ad essere ampiamente trattato in La

costruzione della realtà, viene affrontato anche nel capitolo 3 di Istituzioni di psicologia generale

(pagg. 128-130).

L'operazionismo viene trattato in Genesi della psicologia moderna, nell'ambito del paragrafo 5 del

sesto capitolo (pag. 290), e viene inquadrato in riferimento al positivismo logico (paragrafo 1, capitolo

7) dello stesso libro. 63

Lezione 20

Il primo New Look

Il New Look percettivo è una scuola di pensiero che si afferma verso la fine degli ‘40, e pur essendo di

impostazione empirista pone, però, l’attenzione sugli aspetti funzionali anziché strutturali dell’attività

psichica. Come era già avvenuto per le impostazioni precedenti anche il New Look si propone con

l’introduzione di una nuova metodologia basata su una riformulazione filosofica del problema della

percezione.

La psicologia del New Look considera la percezione, come tutta l’attività dell’organismo, un processo

di soluzione di una situazione problematica mediante le attitudini che si formano nel corso

dell’esistenza grazie all’esperienza. La nuova metodologia consiste nel porre l’attività percettiva in una

situazione problematica, ossia l’attività percettiva viene indagata ponendo i soggetti in condizioni

svantaggiose ed ambigue, in cui il processo di costruzione dello stimolo risulta difficile e faticoso a

causa dell’utilizzo di schermi smerigliati, illuminazione insufficiente, tempi di esposizione limitati,

campi visivi ridotti e stimoli non sufficientemente strutturati (forme ambigue e polivalenti).

L’introduzione di questo metodo veniva giustificato in base all’ipotesi che l’attività percettiva che si

esplica in condizioni svantaggiose risulta meno costretta da fattori strutturali e quindi rivela meglio lo

stato direttivo centrale, cioè quelle condizioni che risultano solitamente poco evidenti nel nostro

comportamento (come bisogni, tensioni, valori, difese, emozioni, esperienze passate, ecc.) e che gli

empiristi strutturalisti non avevano affatto preso in considerazione.

Secondo le ipotesi del New Look percettivo se l’aspetto strutturale viene indebolito, nell’attività

percettiva emergono i bisogni o le emozioni del soggetto. In altri termini un oggetto presentato in

condizioni di buona illuminazione e tempi di esposizione sufficientemente lunghi viene percepito e

riconosciuto senza difficoltà, mentre se lo stesso oggetto viene posto in condizioni di scarsa

illuminazione e viene presentato tachistoscopicamente per tempi pari a 1/10 o 1/100 di secondo

l’attività percettiva ne risulta ostacolata e il riconoscimento può risultare influenzato dalle condizioni

psichiche e fisiologiche del soggetto (ad esempio il soggetto stanco e affaticato potrebbe non

riconoscere un tavolo e scambiarlo per un letto in risposta ad un suo bisogno).

La concezione probabilistica della percezione

Nel 1936, Egon Brunswik aveva già tentato di trasferire le concezioni probabilistiche derivate dalla

fisica nell’ambito della psicologia. Egli cercò in particolare di spiegare in termini funzionalisti la

costanza percettiva (uno dei capisaldi della psicologia innatista). Secondo Brunswik la costanza della

forma dipende da un continuo controllo esperenziale basato sulla valutazione di indizi pittorici di

distanza e prospettiva. In altri termini il soggetto che percepisce, riceve, confronta e organizza questi

indizi in base al loro valore probabilistico in quanto è soltanto l’esperienza che insegna quanta fiducia

si possa concedere a ciascuno di essi. Ad esempio, se si presenta un piatto inclinato ad un soggetto egli

non avrà alcun problema a riconoscere l’oggetto in questione anche se lo vede in una posizione

inusuale, in quanto egli sa che ad un dato angolo di inclinazione la forma del piatto diventa ellittica.

La percezione come categorizzazione 64

L’effettivo consolidamento della scuola del New Look percettivo è dovuta a Jerome Bruner,

psicologo statunitense, promotore, sul finire degli anni ‘40, di un approccio funzionalista allo studio dei

processi percettivi, approccio da lui ritenuto indispensabile per evidenziare l’influenza dei fattori

motivazionali.

Nella prima impostazione Bruner definisce la percezione come un processo di categorizzazione, nel

senso che l’organismo stimolato reagisce riferendo l’evento stimolante ad una classe o categoria di

oggetti o eventi attraverso un processo di inferenza basato sugli attributi salienti dell’oggetto percepito.

Quindi la percezione è comparabile alla inclusione in una categoria e la corrispondenza biunivoca tra

esperienza e realtà è data dal processo di categorizzazione.

Riferimenti della lezione 20

Per poter inquadrare l'impostazione che viene introdotta in questa lezione può essere utile approfondire

i temi trattati nel capitolo 4 di Istituzioni di psicologia generale. 65

Lezione 21

Motivazione e percezione

L’impostazione metodologica introdotta dal New Look ha guidato, secondo Allport, la ricerca di

stampo funzionalista, fino alla metà degli anni ‘50, verificando 4 ipotesi fondamentali:

L’influenza dei bisogni sul riconoscimento

In questo ambito, Levine, Cheine e Murphy (1942), McClelland e Atkinson (1948) e molti altri, hanno

effettuato una serie di esperimenti tesi a misurare l’influenza del bisogno di cibo sulle risposte di

soggetti tenuti in stato di deprivazione di cibo per un tempo variabile. I risultati hanno messo in

evidenza che in compiti di riconoscimento le risposte riguardanti il cibo sono più numerose nei soggetti

che sono stati tenuti a digiuno nel periodo precedente la prova che nei soggetti di controllo (che non

hanno subito alcuna restrizione alimentare). L’interpretazione dei risultati è stata formulata in termini

di proiezione. Il concetto di proiezione suppone che venga attribuito all’esterno qualcosa che invece

trae origine dalla psiche del soggetto. L’esempio più semplice del meccanismo di proiezione è

rappresentato dalla proiezione attributiva, in cui il soggetto attribuisce ad altri una sua caratteristica

personale. Un altro tipo di proiezione è la proiezione autistica che, per effetto dell’immaginazione,

sposta all’esterno l’elemento di soddisfazione del bisogno. Solitamente si verifica per prima la

proiezione autistica (cioè se si ha fame tutto viene percepito in relazione al cibo), ma se lo stato di

bisogno perdura essa diviene proiezione attributiva (cioè si percepiscono tutti gli individui come

affamati).

L’influenza della punizione e della ricompensa sul riconoscimento

Schaefer e Murphy (1943) hanno utilizzando delle figure ambigue costituite da dischetti attraversati da

una linea ondulata tale da formare due profili facciali intersecati. I dischetti venivano poi ritagliati

lungo la linea ondulata e ciascuna delle parti di ogni disco veniva presentata ai soggetti in visione

tachistoscopica. Per ogni dischetto il soggetto veniva sempre ricompensato alla presentazione di una

delle due metà e sempre punito alla presentazione dell’altra (ricompense e punizioni erano chiaramente

di tipo simbolico, come dare o togliere piccole somme di denaro). Nella fase di riconoscimento

successiva i soggetti tendevano a riconoscere come un volto solo quelle metà dei dischi che in

precedenza erano state sistematicamente ricompensate. La ripetizione di questo esperimento ha messo

in evidenza che l’effetto è più marcato per alcuni soggetti rispetto ad altri e che i bambini sono più

sensibili degli adulti, quando, tuttavia la metà ricompensata o punita viene combinata con una metà

nuova, né premiata né punita, la seconda viene percepita con una frequenza maggiore della prima.

L’influenza del valore individuale degli oggetti sulla velocità di riconoscimento

Postman e Bruner (1948) hanno presentato tachistoscopicamente delle parole che avevano un

particolare valore affettivo per i soggetti sottoposti al test. I risultati evidenziavano che le parole che

avevano un valore maggiore per i soggetti venivano percepite meglio e più rapidamente delle altre.

Questo ha permesso di evidenziare due tipi di meccanismi:

La sensibilizzazione si verifica quando il soggetto ha un abbassamento della soglia percettiva per 66

determinati stimoli che quindi vengono percepiti anche in condizioni svantaggiose.

La difesa percettiva, invece, si verifica quando il soggetto ha un innalzamento della soglia percettiva

per quegli stimoli che sono in contrasto con il suo sistema di valori (allucinazione negativa) anche se la

presentazione avviene in condizioni ottimali. In letteratura questi effetti sono stati spiegati con un

ipotetico meccanismo di subcezione, di cui non è stata, a tutt’oggi, chiarita la natura.

L’influenza del valore dell’oggetto sulla grandezza percepita

Bruner e Goodman (1947) chiedevano a bambini di 10 anni di regolare la dimensione di un disco di

luce fino a farla coincidere con la dimensione di monete di vario taglio oppure con la dimensione di

dischi di cartone, di grandezza paragonabile a quella delle monete. I risultati evidenziarono una

sopravvalutazione costante delle monete rispetto ai dischi di cartone, e tale tendenza era più accentuata

nei bambini economicamente più svantaggiati. Esperimenti successivi hanno però evidenziato che

l’effetto non era generalizzato, ma era legato a meccanismi specifici di carattere motivazionale e quindi

a tratti generali della personalità. I risultati di questi esperimenti fecero pensare all’esistenza di un

collegamento tra configurazioni percettive e meccanismi specifici di carattere motivazionale e di

personalità.

Riferimenti della lezione 21

La relazione che lega processi percettivi e bisogni viene brevemente illustrata a pag 172 di Istituzioni di

psicologia generale, mentre i meccanismi della difesa percettiva vengono trattati da pag. 158 a pag.

166 dello stesso libro.

Sempre su Ististuzioni di psicologia generale può essere utile approfondire la tematica dei bisogni e

delle motivazioni, trattata nel capitolo 8 dal titolo 'Comportamento finalizzato'. 67

Lezione 22

Percezione e personalità

A partire dagli anni ‘50 una nuova serie di osservazioni sperimentali misero in evidenza i profondi

legami tra tratti di personalità e percezione.

Il caposcuola della teoria dei tratti di personalità è George Klein. Egli sottolinea che nella percezione

intervengono non tanto i bisogni e i valori come tali, quanto la struttura di personalità di colui che

percepisce, cioè il modo in cui egli gestisce stimoli, bisogni e valori. Ciascun soggetto, infatti, si pone

di fronte ai propri bisogni e valori in un modo del tutto personale che è caratteristico della sua

organizzazione percettiva. L’organizzazione percettiva di ciascun individuo viene inquadrata

nell’organizzazione dell’Io, in quanto è l’atteggiamento proprio di ciascun individuo che conferisce una

qualità particolare e personale al modo di percepire le cose.

Klein riprende gli esperimenti sui bisogni organici, mostrando a dei soggetti assetati dei dischi di

cartone che riproducono delle immagini di vario tipo, e mette in evidenza che la valutazione della

dimensione dei dischi che raffigurano immagini in grado di soddisfare la sete tende ad essere

amplificata dal bisogno, ma solo in alcuni casi. Ciò non conferma i risultati ottenuti dalla

sperimentazione di Bruner e di Postman evidenziando che la sopravvalutazione dello stimolo che

appaga i desideri del soggetto deprivato non si presenta in tutti i soggetti. Secondo Klein i soggetti che

non sopravvalutano la grandezza del disco di cartone con il simbolo che soddisfa la sete sono individui

capaci di distinguere tra il valore emotivo del simbolo e il problema proposto (dare la misura del disco).

Tipi percettivi e personalità

Klein sostiene che la ragione del diverso rendimento delle persone va ricercata nella organizzazione

della personalità di colui che percepisce. Nasce, così, il concetto di tipo percettivo, in base all’ipotesi

che le modalità di organizzazione della percezione corrispondono a tipi diversi di personalità. Klein

propone due diverse classificazioni:

accentuatori / livellatori

Dal punto di vista della percezione gli accentuatori colgono le differenze e danno giudizi accurati,

mentre i livellatori si lasciano fuorviare e tendono a minimizzare le differenze. Dal punto di vista della

personalità Klein sostiene che i primi sono soggetti attivi, energici, competitivi, mentre i secondi sono

individui passivi, influenzabili, dipendenti. Inoltre gli accentuatori hanno una minore tendenza rispetto

ai livellatori a reprimere le proprie emozioni, ma ciò perché sono poco emotivi.

legati alla forma / instabili alla forma

Dal punto di vista della percezione i soggetti legati alla forma forniscono risposte precise, rigide,

stereotipate, con poche interpretazioni personali, mentre, i soggetti instabili alla forma sono più inclini

a fantasiose bizzarrie e a dare risposte basate su libere interpretazioni. Tali differenze si evidenziano

anche per quanto riguarda l’effetto stroboscopico, infatti mentre il secondo gruppo di soggetti lo

percepisce anche per intervalli temporali fra gli stimoli maggiori di quelli consueti, il primo gruppo di

soggetti percepisce questo effetto solo in situazioni ottimali.

Principi del controllo conoscitivo 68

Sulla scia delle distinzioni introdotte da Klein nel tentativo di distinguere i vari tipi di personalità in

funzione del modo di percepire sono state proposte numerose altre classificazioni. Esse prevedono la

distinzione tra tipo sintetico e tipo analitico, tra tipo oggettivo e tipo soggettivo, tra tipo introverso e

tipo estroverso, fino ad arrivare alla classificazione proposta da Witkin (1954) e ripresa da Gardner

nel 1959.

Gardner definisce dipendenti dal campo coloro che tendono a basare la loro percezione ed i loro

giudizi esclusivamente sugli indizi visivi esterni, mentre definisce indipendenti dal campo quei

soggetti che nell’esprimere giudizi tengono maggiormente in considerazione la posizione del proprio

corpo.

Egli riassume inoltre le osservazioni emerse nell’ambito della personalità in quattro principi del

controllo conoscitivo:

livellare/accentuare

I soggetti che tendono ad accentuare i dettagli tendono a percepire le cose così come sono

effettivamente; mentre i soggetti che tendono a livellare tendono anche ad assimilare la percezione alle

tracce mnestiche provenienti da percezioni precedenti.

articolazione del campo

Si riferisce alla selettività dell’attenzione, cioè alla capacità di dirigere attivamente l’attenzione sugli

aspetti significativi del mondo esterno, trascurando quelli insignificanti o di accettazione passiva.

controllo della capacità di esplorazione percettiva

Si riferisce alla tendenza a dispiegare l’attenzione su di un vasto campo o a mantenerla focalizzata su

una piccola esperienza.

tolleranza di esperienze irreali nell’ambiguità percettiva

Si rivela quando gli individui continuano a percepire normalmente l’ambiente pur attraverso lenti

deformanti. Si ritiene che questa intolleranza/tolleranza sia in rapporto all’abilità a mantenere

l’equilibrio fra realtà oggettiva e idee soggettive basate sulla motivazione.

Quest’ultimo principio consente di stabilire l’esistenza di un punto di contatto tra il funzionalismo e lo

strutturalismo, in quanto se un soggetto tollera le esperienze irreali in misura maggiore di un altro si

può affermare che la segmentazione del campo percettivo non dipende unicamente dall’esperienza, ma

da fattori innati, sia pure di personalità. Pertanto la differenza tra strutturalismo e funzionalismo si

riduce al fatto che mentre per lo strutturalismo (così come viene espresso dalla psicologia della Gestalt)

la percezione è determinata da fattori universali innati (e quindi strutturali), per i funzionalisti è

determinata da fattori personali innati (e quindi funzionali).

Riferimenti della lezione 22

La relazione che lega processi percettivi e personalità viene brevemente illustrata da pag 168 a pag 172

di Istituzioni di psicologia generale. 69

Lezione 23

Il secondo New Look

Luchins, uno psicologo gestaltista, si chiede fino a che punto sia valida la distinzione delle determinanti

percettive in formali e strutturali, ossia la distinzione tra il funzionalismo e lo strutturalismo (della

psicologia della Gestalt).

Prima di analizzare in dettaglio le possibili risposte a queste domande, bisogna analizzare le seconda

formulazione dell’attività percettiva proposta dalla corrente del New Look, in quanto la prima

teorizzazione sembrava contraddetta dai risultati sperimentali relativi al valore dell’oggetto ed ai valori

del soggetto.

La teoria dell’ipotesi percettiva

La teoria dell’ipotesi percettiva fu proposta da Jerome Bruner (1957) sulla base di alcune

considerazioni sperimentali. In situazioni di scarsa illuminazione il soggetto non percepisce gli oggetti

in maniera definita, ma riceve, comunque, delle informazioni che costituiscono indizi sufficienti a

formulare delle ipotesi sulla loro natura. In questo processo alcune ipotesi vengono scartate

immediatamente, altre vengono esaminate più a lungo e dopo un continuo paragone fra ipotesi e

informazioni, il soggetto sceglierà l’ipotesi che sembrerà più adeguata (percezione definita). Ciò

avviene sia a livello conscio che a livello inconscio. Secondo Bruner il processo di accettazione o

rifiuto dell’ipotesi formulata è condizionato da alcuni fattori, come:

• il carattere strutturale del materiale percettivo, ossia l’aspetto formale dello stimolo; ·

• l’ammontare delle informazioni;

• la forza dell’ipotesi.

La forza dell’ipotesi dipende da fattori come:

• passata esperienza;

• sostegno motivante;

• sostegno cognitivo;

• consenso sociale o accordo comune;

La forza dell’ipotesi viene misurata in base all’entità delle informazioni necessarie per negarla, ovvero

un’ipotesi forte richiederà molte informazioni contrarie per essere negata e poche informazioni a favore

per essere confermata, viceversa un’ipotesi debole richiederà poche informazioni contrarie per essere

negata e molte informazioni a favore per essere confermata.

Ruolo dell’ipotesi percettiva nel processo conoscitivo

L’idea che la strutturazione della percezione avvenga in base a delle ipotesi percettive è stata sfruttata

in tutte le tecniche proiettive. Queste tecniche utilizzano delle stimolazioni ambigue, ipotizzando che il

soggetto strutturi e segmenti il campo visivo in funzione dell’ipotesi formulata. Un esempio di queste

tecniche é dato dal test di Rorschach, che utilizza dei cartoncini su cui sono raffigurate delle macchie 70

più o meno simmetriche per scopi psicodiagnostici.

In considerazione di ciò L. Postman, sempre negli anni ‘50, ha ulteriormente elaborato l’idea

dell’ipotesi percettiva introducendo il concetto di ipotesi monopolistica. Si parla di ipotesi

monopolistiche nel caso in cui le ipotesi percettive determinano la strutturazione del campo anche

quando vi sono notevoli informazioni stimolo contrarie, ossia quando si attua una deformazione del

materiale stimolo tale da condurre all’accettazione dell’ipotesi anche quando non dovrebbe essere

accettata.

Nell’ambito della psicologia sociale sono stati individuati due casi emblematici di ipotesi

monopolistiche: i pregiudizi e le illusioni.

I pregiudizi sono definiti in termini di stereotipia sociale, e si verificano quando tutti affermano

concordemente una certa ipotesi, che prevede l’indebita estensione a tutti i soggetti di una determinata

classe di caratteristiche da qualcuno rilevate in un individuo della classe. Ad esempio se qualcuno è

stato scippato da un individuo con gli occhi verdi potrà alimentare il pregiudizio che tutti gli individui

con gli occhi verdi sono degli scippatori. Quante più sono le prove che confutano questa ipotesi, più si

entra nella logica aristotelica, secondo la quale l’eccezione conferma la regola, e l’ipotesi diventa

monopolistica, in quanto mette in risalto i casi che la confermano e non quelli che la confutano.

Le illusioni in senso clinico si verificano quando il campo percettivo viene segmentato in un modo tale

che non può essere dimostrato a livello empirico. Se un individuo ha l’illusione di reincontrare la

madre in un punto della sua vita ultraterrena, non esiste alcuna possibilità empirica né di dimostrare, né

di invalidare questa ipotesi. Questo tipo di illusione diventa monopolistica quando determinati eventi

vengono percepiti come avvertimenti, ammonimenti, prove di qualcosa che non è dimostrabile a livello

empirico.

Il concetto di ipotesi monopolistica presenta dei confini molto labili con la psiscopatologia, ed in effetti

in base al senso comune è difficile immaginare delle ipotesi monopolistiche che determinino così

coercitivamente la percezione, al punto da regolare la vita comune se come fossero delle realtà. Anche

ammettendo che ciascuno possiede una certa dose di pregiudizio, il problema è capire come mai si

riesca lo stesso ad interagire bene con gli altri. È possibile che la percezione sia basata su delle ipotesi

percettive talmente forti e talmente condivise dagli altri, da produrre delle distorsioni così coercitive da

essere percepite come se fossero reali?

Dall’analisi delle scuole di pensiero finora non è emerso nulla che ci autorizzi a ritenere che sia il

soggetto ad imporre un aspetto predefinito alla realtà che percepisce. Tuttavia, come vedremo tra poco,

la sperimentazione transazionalista dimostra che non sempre la realtà che percepiamo è indipendente

da ciò che vogliamo percepire.

Riferimenti della lezione 23

Rispetto a questo tema può essere utile analizzare i meccanismi di pensiero trattati nel capitolo 5 di

Istituzioni di psicologia generale. 71

Lezione 24

La psicologia transazionale

Sulla base delle osservazioni condotte dal New Look si delinea un nuovo panorama culturale che

permette la nascita di una corrente di pensiero chiamata psicologia transazionale. La principale tesi di

questa scuola é che l’uomo acquisisce esperienza dal mondo e mette a frutto la sua esperienza per

interpretare il suo ambiente, e questo processo viene definito transazione.

Le scuole psicologiche precedenti avevano dimostrato che la percezione é influenzata da fattori

soggettivi, i transazionalisti dimostrano che i fattori soggettivi possono essere indotti nel soggetto e che

essi dipendono dal tipo di cultura e dal sistema di valori accettato all’interno di questa cultura. Il

presupposto della psicologia transazionale non é più la distinzione tra soggetto e oggetto, ma

l’ammissione di un processo unico che é il vivere. Il vivere é un processo continuo che si evolve e

include in un’unica entità quattro elementi fondamentali: lo spazio, il tempo, l’ambiente, l’organismo.

La transazione riguarda sempre un segmento temporale del processo del vivere, che include tutti gli

aspetti di quel processo, ossia, i propositi del soggetto, l’esperienza passata sotto forma di assunzioni, il

futuro come aspettativa.

L’impostazione transazionale così definitiva presenta delle analogie con l’impostazione interazionale.

In realtà l’impostazione interazionale prende in considerazione i processi che si instaurano tra entità

presupposte come distinte e stabili (come le sostanze della fisica di Newton); la seconda prende in

considerazione la complementarità operativa tra il soggetto e l’oggetto evidenziata dal principio di

identificazione di Heisemberg. Per questa ragione nell’impostazione transazionale vi é una

considerazione del processo complessivo i cui termini contrapposti, soggetto e oggetto, organismo e

ambiente, individuo e gruppo si distinguono solo in senso funzionale e provvisorio.

Questo processo viene descritto dai transazionalisti come il circolo natura/esperienza, dove la natura e

l’esperienza sono intese come componenti funzionali di un sistema unico. Inizialmente i

transazionalisti affermano che la natura é nel esperienza, ossia che non esiste un mondo indipendente

dall’esperienza, successivamente sostengono che l’esperienza é nella natura, ossia che l’esperienza é

una forma di transazione particolarmente complessa che avviene tra le cose del mondo e si differenzia

nel corso della evoluzione. All’interno di questa impostazione il problema dei fattori che regolano la

scelta dell’organismo viene affrontato senza affermare una esistenza indeterminata della realtà e senza

negarla.

La percezione secondo i transazionalisti

La percezione viene definita come un aspetto della transazione che include lo spazio, il tempo,

l’organismo e l’ambiente, e come un processo guidato dall’implicita consapevolezza delle probabili

conseguenze dell’azione intenzionale nei riguardi di un qualche oggetto del mondo esterno.

Tale consapevolezza é basata sulle assunzioni ricavate dall’agire insieme con gli impulsi ambientali. Le

assunzioni costituiscono un aspetto generalmente inconscio del processo transazionale in quanto

derivano dalla media ponderata dell’esperienza passata nell’operare insieme con quei tipi di impulsi

ambientali ai quali si riferisce. Le assunzioni sono delle probabilità costruite, controllate e modificate

dall’azione perché le conseguenze dell’azione vengono registrate in rapporto ai propositi. L’insieme

delle assunzioni forma il mondo assuntivo sul quale sono basate le percezioni, Ne deriva che il

processo percettivo é una fusione dinamica di indizi forniti dall’ambiente di assunzione ed azione. Gli

indizi forniti dall’ambiente vengono messi in rapporto alle assunzioni e forniscono delle direttive

prognostiche per l’azione. L’azione é basata sulla percezione ed ha un duplice rapporto con l’ambiente,

72

in quanto da una parte modifica gli indizi provenienti dall’ambiente, ma dall’altra le sue conseguenze

modificano le assunzioni mettendo in gioco assunzioni diverse.

L’esempio tipico é quello della camera distorta, una camera le cui pareti sono di forma trapezoidale e

nella quale le prospettive di fondo seguono le distorsioni delle pareti, ma che in visione monoculare,

viene percepita di forma regolare. Secondo i transazionalisti questo effetto non deriva semplicemente

da un’ipotesi percettiva, o dall’esperienza passata, ma é il frutto di un processo selettivo.

L’effetto é stato osservato per la prima volta nel 1949 e fu denominato fenomeno Honi. Quando un

soggetto osserva, in visione monoculare, un altro soggetto che si trova all’interno della camera, altera le

proporzioni del soggetto mentre percepisce di forma regolare la camera. Una eccezione a questo

fenomeno fu osservato con una coppia di coniugi anziani, sposati da molti anni. Quando uno dei due

osservava la camera, mentre l’altro si trovava al suo interno veniva percepita come distorta la camera

ma non il coniuge. Tuttavia se all’interno della stanza si trovava un soggetto sconosciuto e non il

coniuge, la distorsione percettiva ricompariva.

Il diverso tipo di percezione fu inizialmente attribuito alla durata del legame esistente tra i due soggetti,

per cui furono sottoposte all’esperimento altre coppie sposate, in modo da verificare questa ipotesi. I

risultati evidenziarono che i soggetti presentano un grado di distorsione minore per il proprio coniuge

rispetto ad un soggetto sconosciuto e questo effetto si verificava soprattutto nelle coppie sposate da

meno di un anno e in quelle sposate da lungo tempo (coppie anziane).

Secondo gli Autori l’effetto può essere interpretato in termini di transazione, in quanto l’osservatore,

posto di fronte a due informazioni tra loro incongruenti, tenta di risolvere il conflitto, percependo in

modo distorto o la stanza o la persona al suo interno, in funzione dell’informazione che suscita il grado

di sicurezza maggiore.

Krech e Crutchfield (1948) hanno formulato una teoria bifattoriale della percezione, secondo la quale

l’organizzazione percettiva è il risultato dell’interazione di fattori strutturali (dovuti alla natura degli

stimoli fisici e agli effetti che essi provocano sul sistema nervoso dell’individuo) e da fattori funzionali

(derivati dai bisogni, dall’umore, dall’esperienza passata, ecc., dell’individuo). In base a questa teoria

la distorsione percettiva é data dalla prevalenza dei fattori funzionali sui fattori strutturali. Tuttavia la

sperimentazione dei transazionalisti ha consentito di chiarire con maggiore dettaglio i fattori implicati

nella distorsione percettiva.

Riferimenti della lezione 24

L'impostazione della psicologia transazionale oltre che in La costruzione della realtà, viene trattata

brevemente anche in Istituzioni di psicologia generale (pagg. 149-151). 73

Lezione 25

La distorsione percettiva

La distorsione percettiva è una riorganizzazione cognitiva disadattante della realtà esterna e si verifica

quando un processo cognitivo é disturbato da elementi psichici repressi. Essa non deve essere confusa

con fenomeni apparentemente simili, come la proiezione o l’allucinazione.

La proiezione è l’attribuzione al mondo esterno di elementi che traggono la loro origine dalla

costituzione psichica dell’individuo e si verifica quando un processo cognitivo riguarda elementi

psichici rimossi dalla coscienza. Ad esempio l’individuo aggressivo, che nega la propria aggressività,

percepisce gli altri come aggressivi.

La rimozione é un concetto freudiano ed indica l’allontanamento involontario dalla coscienza di

elementi troppo lontani o troppo traumatici per l’individuo.

La repressione, invece, é un allontanamento volontario dalla coscienza di elementi che disturbano.

L’allucinazione non comporta né un trasferimento di contenuti all’esterno, come avviene nella

proiezione, in quanto il soggetto non esce dalla sua attualità psichica, né una riorganizzazione

cognitiva, come avviene nella distorsione, in quanto non esiste un corrispettivo esterno all’oggetto

percepito.

Ma quale é il meccanismo coinvolto nella distorsione? Da un punto di vista oggettivo nella distorsione

percettiva si ha la prevalenza delle stimolazioni fisiche e fisiologiche sui processi di autismo psichico,

ciò vuol dire che l’oggettività si impone al soggetto che tenta di difendersi dalla realtà deformandola.

Da punto di vista soggettivo l’individuo, per rispettare le proprie esigenze (tra cui il mantenimento

della costanza) e per ridurre determinate tensioni psichiche che diverrebbero intollerabili in seguito al

riconoscimento corretto, distorce l’immagine cosciente dello stimolo.

La distorsione é un fenomeno molto importante nell’ambito della psicologia sociale. Cooper e Jahoda,

due psicologhe statunitensi, partendo dall’osservazione che il nazismo aveva creato una serie di

pregiudizi contro gli ebrei con la sua propaganda, ritenevano che dovesse essere possibile far cadere il

pregiudizio mediante una sorta di contro propaganda. Hanno così proposto ai loro soggetti una serie di

cartoni animati raffiguranti delle figure sarcastiche, in cui il personaggio centrale era un certo Mr.

Bigot, proposto come esempio concreto di pregiudizio. Secondo l’ipotesi di ricerca, ridicolizzando Mr.

Bigot, i soggetti avrebbero dovuto abbandonare il pregiudizio per evitare l’identificazione con lui. Il

risultati dell’esperimento dimostrarono invece che i soggetti non lo abbandonavano perché si

verificavano delle complesse distorsioni percettive che permettevano di aggirare il rischio

dell’identificazione.

Interpretazione del fenomeno Honi

Alla luce di tutte queste osservazioni i transazionalisti riformularono la spiegazione del fenomeno

Honi. Esso non può essere spiegato con la semplice natura dell’immagine retinica, in quanto,

nell’esperimento delle coppie di coniugi, essa si suppone simile in tutti i soggetti, e né può essere

spiegata prendendo in considerazione la configurazione oggettiva dello stimolo, in quanto il fenomeno

si verifica in alcuni casi ma non in altri. L’effetto può dunque essere spiegato solo facendo riferimento

ad un processo di transazione nel quale percezione e configurazione dello stimolo sono parti tra loro

connesse in un rapporto integrante, allo stesso modo delle assunzioni, dei bisogni, dei valori, degli 74

scopi del soggetto che percepisce. Poiché nella situazione della camera distorta il soggetto si trova

davanti ad un conflitto, cioè non può vedere normali la camera e la persona contemporaneamente, deve

effettuare una scelta e opera la distorsione sull’elemento affettivamente più neutro. Tornando

all’esperimento delle coppie di coniugi risulta plausibile pensare che le coppie sposate da meno di un

anno e quelle molto anziane abbiano, per ragioni diverse, un livello di insicurezza nei riguardi del

matrimonio piuttosto elevato. In questi casi il conflitto viene risolto ammettendo che la camera è

effettivamente distorta, pur di mantenere costante il coniuge che rappresenta l’ansia e l’insicurezza

provata nei riguardi del matrimonio. Ciò suggerisce che la distorsione é provocata dall’ansia e

dall’insicurezza e dimostra che la percezione si fonda sulle assunzioni relative alle proprie possibilità di

azione. Nell’agire il soggetto fa due tipi di previsioni, implicite in qualunque atto percettivo: una

previsione riguardo all’oggetto ed una previsione riguardo al proprio Io. Nei confronti dell’oggetto le

previsioni riguardano quelle caratteristiche che rendono possibile agire su di esso, mentre nei confronti

del proprio Io le previsioni riguardano la probabilità di agire in funzione dei propri propositi

(assunzioni).

L’immagine corporea

L’ipotesi della transazione si ritrova anche alla base degli studi sull’immagine corporea. Lo scopo di

uno di questi esperimenti era quello di valutare l’alterazione dell’immagine corporea in situazioni di

distorsione ottica indotta, mediante specchi deformanti, il cui grado di deformazione era crescente e

noto a priori. Furono scelti 140 ragazzi e ragazze dai 4 ai 17 anni, in quanto in questa fascia di età si

registra una modificazione nell’immagine corporea molto elevata. I soggetti dovevano valutare il grado

di distorsione delle seguenti parti del corpo: piedi, gambe, mani, braccia, spalle, viso, naso, immagine

completa. I risultati mostrarono che le parti più alterate risultavano, nell’ordine, gambe, immagine

completa, piedi, mani, spalle, naso e volto. Con l’aumentare dell’età si riscontrava la tendenza ad una

maggiore alterazione delle prime quattro parti, e ad una minore alterazione delle ultime quattro, e tale

tendenza era più marcata nei maschi che nelle femmine.

Secondo i transazionalisti questa distorsione selettiva dipende dalla sicurezza con cui si stima

l’efficacia dell’azione nei confronti di una parte specifica del corpo. Infatti il volto e il naso, essendo le

parti del corpo di cui abbiamo meno esperienza e di cui quindi siamo meno sicuri, subiscono le

distorsioni minori Un altro tipo di esperimento esaminava invece la distorsione dell’immagine del

corpo di persone minorate (con mutilazioni).

Secondo l’ipotesi dei transazionalisti, poiché la mutilazione fisica induce una certa impressione

emotiva e quindi ansia e insicurezza, un soggetto che osservi l’immagine di un’altra persona, in

condizioni di deformazione ottica indotta, percepirà una distorsione minore sulla figura mutilata di

quanta ne percepirà sulla figura sana. In altri termini la soglia di distorsione per l’immagine mutilata è

superiore alla soglia di distorsione per l’immagine intera. In effetti i risultati confermarono che quando

l’immagine era quella di una persona minorata i soggetti dichiaravano di percepire l’immagine di un

corpo normale oppure di un corpo con delle minorazioni minori di quelle effettive. Nell’esperimento in

questione il soggetto che presentava la differenza maggiore tra le due soglie di distorsione aveva in

casa un fratello con una minorazione fisica. Ne deriva che non è possibile sostenere una spiegazione

del fenomeno in termini di abitudine a vedere persone mutilate. Secondo i transazionalisti la diversa

distorsione percettiva dipende dal fatto che la percezione del soggetto è determinata non solo dalla

configurazione dello stimolo, ma anche dal modo in cui egli si pone nei confronti degli altri. Nel caso

appena citato l’atteggiamento affettivo del soggetto nei confronti del fratello minorato influirebbe

sull’entità delle distorsioni percepite. Per i transazionalisti, dunque, il processo percettivo tende a

mantenere costante tutto ciò che comporta tensione, ansia e insicurezza. 75

Una situazione analoga si verifica nella percezione dell’autorità. I rapporti interpersonali della vita di

tutti i giorni si instaurano spesso tra persone diverse per ruolo o status sociale. La diversità, essendo ciò

che non si conosce, genera insicurezza. Di conseguenza la figura che rappresenta l’autorità dovrebbe

resistere al cambiamento in misura maggiore della figura che non la rappresenta. Infatti in un

esperimento in cui delle reclute della marina osservavano l’immagine di un pari grado o di un

superiore, in condizioni di deformazione ottica indotta mediante lenti aniseiconiche, fu registrata una

soglia di distorsione per l’immagine del superiore più elevata della soglia di distorsione per l’immagine

del pari grado.

Tuttavia alcune ricerche successive, condotte in Italia, hanno messo in evidenza che la situazione non è

così semplice. Infatti sottoponendo a delle prove di distorsione indotta due diversi gruppi di soggetti, il

primo costituito da allievi di un corso per ufficiali e il secondo da militari di leva, si è riscontrato un

effetto differenziato, in quanto il gruppo dei militari in carriera, presentava una soglia di distorsione per

l’immagine dell’autorità molto più elevata di quella per l’immagine che non rappresentava l’autorità, e

di entrambe le soglie del gruppo dei militari di leva, il quale presentava soglie sostanzialmente simili

nei due casi. Questa circostanza è stata interpretata in funzione delle diverse motivazioni dei due

gruppi: il primo gruppo, fortemente motivato alla carriera, percepirebbe l’autorità come la condizione

per il raggiungimento dello scopo e quindi come una minaccia, il secondo, essendo guidato da

motivazioni e valori indipendenti dalla carriera, percepirebbe l’autorità semplicemente per il suo

significato formale e quindi non come fonte di ansia.

Questa ulteriore dimostrazione di distorsione selettiva richiama l’attenzione sul riconoscimento del

significato culturale di certi simboli, e sul problema connesso con la comprensione dei meccanismi e

dei veicoli attraverso cui viene appresa la cultura. Prima di esaminare però questa vasta problematica è

necessario considerare il ruolo degli istinti nel processo di costruzione del reale.

Riferimenti della lezione 25

Facendo riferimento a Istituzioni di psicologia generale, i temi della distorsione percettiva, della

proiezione e della rimozione vengono trattati rispettivamente a pag. 150, pag. 165 e pag 366. 76

Valuta il tuo apprendimento

1 - La distorsione percettiva è:

un fenomeno che si verifica in soggetti strabici

un fenomeno che si verifica in soggetti schizofrenici

l'incapacità di identificare un'immagine in situazione di illuminazione crepuscolare

una riorganizzazione cognitiva disadattante della realtà esterna.

2 - I pregiudizi sono:

segmentazioni del campo percettivo

definiti nei termini degli stereotipi sociali

ipotesi monopolistiche

fenomeni psicopatologici

3 - L'allucinazione è:

un fenomeno che si verifica esclusivamente quando uno stimolo esterno interessa un soggetto che

versa in uno stato confusionale

un fenomeno di negazione involontaria

un fenomeno che non comporta un trasferimento di contenuti all'esterno in quanto non esiste un

corrispettivo esterno all'oggetto percepito

tutte le precedenti

4 - Il concetto di ipotesi monopolistica può essere associato a:

Kant

Hobbes

Attneave

Postman

5 - Nella proiezione attributiva il soggetto:

sposta all'esterno la soddisfazione di un bisogno

attribuisce ad altri una sua caratteristica personale

sposta l'attenzione nei termini di una proiezione

obbedisce ad un bisogno primario

6 - La sensibilizzazione si verifica quando:

il soggetto ha un innalzamento della soglia percettiva;

il soggetto è particolarmente angosciato e depresso

il soggetto ha un abbassamento della soglia percettiva

nessuna delle precedenti

7 - La psicologia del New Look considera la percezione come: 77

un processo di soluzione di una situazione problematica

un processo di conoscenza del mondo che deve rievocare mediazioni mentali

un processo organizzativo momentaneo

nessuna delle precedenti

8 - Gli accentuatori sono coloro che:

si lasciano fuorviare e tendono a rimpicciolire gli oggetti

sono influenzabili

sono ansiosi ed emotivi

che colgono le differenze percettive e danno giudizi accurati

9 - L'inizio della scuola del New Look è dovuto a:

Miller

Bruner

Gibson

Bridgman

10 - Gardner definisce dipendenti dal campo coloro che nell'esprimere giudizi:

tengono maggiormente in considerazione la posizione del loro corpo

tendono a basarsi esclusivamente su indizi visivi esterni

tendono a mantenere il controllo della capacità di esplorazione;

tendono ad esperire situazioni irreali

11 - Chi ha per primo indagato la relazione tra tratti di personalità e percezione:

Witkin

Crutchfield

Gardner

nessuna delle precedentii

12 - La teoria dell'ipotesi percettiva fu proposta da:

Klein

Bruner

Postman

Krech 78

Lezione 27

Il problema metodologico

Limiti del metodo oggettivo

Nel metodo oggettivo si tenta di inferire le motivazioni dall’osservazione del comportamento. La

maggiore difficoltà che si incontra nell’utilizzo di questo metodo è quella di come isolare episodi e

motivazioni all’interno dei tanti comportamenti compiuti da un individuo. Se si vuole utilizzare il

metodo oggettivo per determinare le motivazioni di un soggetto occorre osservare:

• l’individuo in un particolare stato psichico di bisogno ( ad esempio il bisogno di bere

dell'acqua);

• la sequenza di azioni volta a modificare lo stato psichico di bisogno (ad esempio entrare in un

bar);

• il soggetto in un altro stato psichico (ad esempio il non avere più sete dopo aver bevuto).

Possiamo considerare questa sequenza in tal modo: individuo in situazione S1 --> azione finalizzata a

modificare lo stato S1 --> individuo nella situazione S2.

Questo schema potrebbe sembrarci utile, in quanto potremo inferire che il soggetto aveva una

motivazione a bere una volta che osserviamo che entra in un bar e prende un bicchiere di acqua

minerale. Potremo quindi stabilire che nello stato S1 era presente nel soggetto la motivazione a bere.

Tuttavia un altro esempio ci chiarirà come è molto difficile inferire le motivazioni utilizzando la

semplice osservazione dei comportamenti del soggetto. Una signora durante la colazione litiga

furiosamente con il marito. La signora accompagna il marito alla porta, ma invece di salutarsi con bacio

come al solito il marito se ne va sbattendo la porta. Successivamente la signora esce ancora più furiosa

e dopo aver comprato un vestito molto costoso si calma. Quando il marito torna a casa la sera la pace è

fatta. Sono molte le possibili spiegazioni di questo racconto:

• La signora ha comprato il vestito per riavvicinare il marito.

• La signora si propone di attrarre altri uomini in futuro e per questo ha comprato un vestito così

bello.

• La signora ha comprato un vestito così caro per punire il marito.

L’insegnamento di Freud è che il comportamento è plurideterminato e non arriveremo mai a

comprendere tutte le motivazioni che sono all’origine di un dato comportamento e non riusciremo mai

a stabilire quale sia l’unità molare poiché non riusciamo a capire dove finisce e dove inizia. Inoltre vi

sono svariate fonti di errore: comportamento a caso con effetti sistematici, comportamento coerente ma

con diversità di motivazione, motivo unico con effetto multiplo.

Limiti del metodo soggettivo 79

Per risolvere l’enigma se la signora ha comprato il vestito costoso per amore o per dispetto verso il

marito noi potremmo chiederlo direttamente a lei. Ciò è appunto ciò che avviene utilizzando il metodo

soggettivo, ossia si tenta di inferire le motivazioni e gli scopi dal resoconto verbale del soggetto.

Questo metodo, tuttavia, presenta dei limiti: innanzitutto non è applicabile con le persone che hanno dei

disturbi mentali, e in secondo luogo la persona può mentire o non riuscire a chiarire tutte le sue

motivazioni. Quest’ultimo limite è, come abbiamo già detto, il più grave. La signora del nostro esempio

potrebbe in realtà non essere assolutamente cosciente del reale motivo per cui lei ha comprato un

vestito così costoso, potrebbe dichiararsi lei stessa sorpresa dal suo comportamento. Potrebbe inoltre

darci una spiegazione socialmente desiderabile, cioè cercare di darci un immagine positiva di lei come

moglie premurosa e attenta.

Per raggiungere le motivazioni inconsce e quindi il fattore interno dell’atto istintivo (particolarmente

difficile da rintracciare nell’uomo) la psicoanalisi non usa né una metodologia oggettiva né soggettiva,

ma un’analisi di tipo sintomatico, cioè usa dati del metodo soggettivo e oggettivo interpretandoli in

modo nuovo. I sintomi quindi afferiscono a una realtà sconosciuta allo stesso soggetto che ne determina

la vita psichica.

Riferimenti della lezione 27

Per una contestualizzazione del problema del metodo consultare il capitolo 4 di La costruzione della

realtà. 80

Lezione 44

La revisione del concetto di scienza

Il merito di Lewin sta nell’aver dimostrato che usando metodi e concetti adeguati era possibile portare

in laboratorio gli stessi problemi indagati dalla psicoanalisi. Gli associazionisti avevano sostenuto che

la sperimentazione doveva essere utilizzata solo per esaminare i processi psicologici più elementari e

non per i sistemi più complessi. Egli mise in evidenza la possibilità di usare il metodo sperimentale,

non solo per studiare i processi cognitivi, ma anche per analizzare processi più complessi come la

volontà, l’emozione e il carattere. Questo tipo di sperimentazione, tuttavia, è possibile soltanto

mutando il compito scientifico della psicologia, ossia anziché operare una semplice

descrizione/classificazione dei fatti dinamici deve effettuare una previsione ed un’analisi di essi.

Ciò porta ad una revisione del concetto di scienza e Lewin contro tutti coloro che sostenevano la

supremazia della sperimentazione, è il primo che sottolinea l’importanza della teoria. La teoria ha due

funzioni e cioè:

- rendere conto di ciò che è noto;

- indicare le vie della nuova conoscenza.

L’origine di queste idee di Lewin è riconducibile al saggio Il concetto di gene, fisica, biologia e storia

dell’evoluzione, del 1922. Egli in questo saggio definisce il concetto di geneidentità che indica la

maniera in cui gli oggetti mantengono la loro identità nel tempo.

La geneidentità è diversa in fisica ed in biologia. In fisica quando si parla di identità si fa riferimento ad

un oggetto che conserva esattamente le medesime molecole nel tempo, ad esempio, una pietra e solo

quella, non un’altra simile. In biologia, invece, si fa riferimento ad un oggetto che conserva la sua

identità pur subendo delle trasformazioni molecolari, ad esempio l’uovo pur diventando pulcino

attraverso numerosi cambiamenti molecolari, rimane comunque lo stesso oggetto. La diversa

concezione dipende dalla diversa unità di descrizione utilizzata dalle due discipline.

Lewin afferma, così, che ogni scienza è un’unità conchiusa di concetti sistematicamente connessi e

quindi ogni scienza si individua per la maniera diversa e specifica di racchiudere la realtà in unità.

Pertanto, come la fisica e la biologia, anche la psicologia per potersi occupare dei bisogni e delle

emozioni deve formarsi un insieme di concetti e di forme autonome, che consentano di definire l’unità

di descrizione del fenomeno, anche operando, se necessario, una rivoluzione di tipo galileiano.

Concezione aristotelica e concezione galileiana della scienza

La fisica aristotelica distingue tra fatti che si ripetono regolarmente e fatti che non si ripetono mai in

modo identico, e considera possibili oggetti di indagine scientifica solo i fatti che si presentano in modo

regolare, in quanto la ripetizione regolare consente di evidenziare le caratteristiche comuni a tutti gli

eventi di un certo tipo. Al contrario i fatti che non si ripetono in modo regolare non possono essere

oggetto di scienza perché la loro unicità non consente di distinguere caratteristiche comuni e non

comuni degli eventi, e quindi non sono concettualmente intelligibili. Secondo la concezione

aristotelica, dunque, compito della scienza è quello di definire la natura essenziale e l’appartenenza ad

una classe di un dato fenomeno, in quanto la conoscenza corrisponde all’appartenenza di classe.

Galileo sostiene, al contrario, che tutti gli eventi fisici sono possibili oggetti di indagine scientifica in 81

quanto si verificano in modo conforme a legge, ossia anche l’evento che si verifica una sola volta nella

storia dell’universo non è mai un evento causale, ma è un evento che segue una legge.

Secondo la concezione aristotelica è possibile fare scienza sul moto delle stelle perché esse ripetono il

loro moto ciclicamente, diverse volte nella storia dell’universo, mentre non è possibile fare scienza sul

passaggio di una cometa poiché passa una volta soltanto e, quindi, non è possibile individuare i

caratteri comuni al passaggio delle comete. Secondo Galileo, invece, anche il passaggio della cometa

segue una legge che è possibile individuare. Tuttavia per individuare le leggi che governano il

verificarsi dell’evento singolo è necessario operare una trasformazione della conoscenza, da

conoscenza classificatoria a conoscenza genetico-condizionale. Ossia per definire la natura di un

evento non è tanto importante definire la sua appartenenza di classe (come richiesto dalla concezione

aristotelica), quanto analizzare il rapporto tra il suo verificarsi, il modo in cui si verifica e le condizioni

presenti nell’ambiente al momento in cui si verifica. Secondo questa concezione basata sul metodo

genetico-condizionale o metodo costruttivo, la scienza si propone di definire tutte le condizioni

concrete per le quali un certo evento può essere prodotto e previsto.

Riferimenti della lezione 44

Le problematiche riguardanti le impostazioni concettuali adottate nella scienza si trovano ne La

costruzione della realtà. 82

Lezione 45

Il determinismo psichico

Secondo Lewin anche in psicologia è possibile indagare scientificamente qualunque evento psichico,

elementare o complesso, in modo da produrlo e prevederlo, purché si operi una rivoluzione galileiana e

si riconosca che qualunque evento psichico è riconducibile ad una legge, in quanto collegato ad una

precisa costellazione di condizioni funzionalmente dipendenti che ne determinano il verificarsi.

Nella conoscenza di tipo classificatorio di derivazione aristotelica si ha una contrapposizione statica dei

fenomeni (ad es. buono-cattivo, bianco-nero, ecc.), in cui per ciascun termine della coppia esiste in

un’area di valore propria e distinta da quella dell’altro membro della coppia; cioè ciò che è vero non è

falso, ciò che è pari non è dispari. Secondo Lewin a questa contrapposizione di opposti si deve

sostituire una concezione più dinamica in cui i due membri delle coppie (vero-falso, bianco-nero) sono

semplicemente i due estremi di un unico continuo rispetto al quale si ha una transizione continua,

graduale e senza delimitazioni nette, di una loro caratteristica. Così al concetto statico di coppia va

sostituito il concetto dinamico di sequenza.

Per dare una descrizione dinamica dei fenomeni è necessario individuare le condizioni che determinano

il comportamento. Secondo Lewin queste condizioni sono nello stato della persona o nell’ambiente

psicologico in cui la persona si trova.

In altri termini Lewin sostiene che è possibile prevedere il comportamento di una persona, fornendone

una descrizione dinamica, nel momento in cui è nota la totalità delle condizioni che caratterizzano la

persona e il suo ambiente psicologico.

Come vedremo in seguito egli descrive queste condizioni, a livello della persona in termini di energia,

ritenendo inadeguate le spiegazioni in termini di associazione, istinto, libido, e a livello di ambiente

psicologico in termini topologici di articolazione in regioni.

Le idee precedentemente illustrate porterebbero ad affermare che Lewin postuli il determinismo

generale degli eventi psichici. In effetti Lewin sostiene che poiché non si hanno gli elementi sufficienti

e necessari né per affermarlo né per negarlo, occorre ammetterlo in via provvisoria come ipotesi di

lavoro. In effetti i suoi lavori successivi sono indirizzati a determinare il genotipo (struttura interna) di

ogni fenomeno, al di là del suo fenotipo (aspetto esteriore), ossia la base genetico-condizionale di ogni

comportamento a prescindere da ciò che appare.

Riferimenti della lezione 45

Per il determinismo psichico si faccia riferimento a La costruzione della realtà. 83

Lezione 46

Energia e sistemi di tensione

Abbiamo visto che per Lewin le condizioni che determinano un comportamento a livello della persona

vengono espresse in termini di energia, come nella psicoanalisi. Lewin sostiene inoltre che la persona è

un campo complesso di energia in cui ogni comportamento rappresenta un cambiamento in un qualche

stato del campo psicologico e in una certa unità di tempo. L’energia viene descritta in termini di

tensione, ma il concetto è diametralmente opposto al corrispondente concetto freudiano.

Per Freud la tensione rappresenta un accumulo di energia che, creando uno stato spiacevole, tende ad

essere scaricato nella maggiore quantità possibile. Lewin, invece, sostiene esattamente l’opposto, in

quanto ritiene che la tensione sia uno stato altamente desiderabile capace di potenziare gli sforzi di una

persona per il raggiungimento di uno scopo o di un fine. La tensione sorge da un bisogno e nel tendere

alla scarica fornisce l’energia necessaria all’azione e rappresenta la causa di tutta l’attività psichica.

Così Lewin sostiene che la tensione è uno stato di prontezza o di preparazione all’azione che sorge da

un bisogno.

È un nuovo modo di considerare la tensione (l’energia) rispetto alla teoria freudiana, che ne sottolinea

l’aspetto positivo nei confronti dello stimolo. Infatti lo stimolo:

1. determina l’insorgere di una tensione che non esisteva prima;

2. determina il collegamento fra una tensione già esistente e un oggetto specifico, e in questo

modo il sistema di tensione acquista il controllo del sistema motorio;

3. riduce la tensione ad un livello più basso grazie al raggiungimento dello scopo.

La teoria della tensione proposta da Lewin si contrappone, oltre che alla teoria di Freud, anche a quella

degli associazionisti. Secondo gli associazionisti, infatti, l’esecuzione di un atto porta allo stabilizzarsi

dell’associazione e quindi ad un miglioramento della memoria. Per Lewin, invece, l’esecuzione di un

atto non rafforza la tendenza a ripeterlo bensì estingue la necessità di farlo. Ad esempio se una persona

spedisce una lettera, questa azione non rinforza affatto la sua tendenza a spedire lettere, ma esaurisce la

necessità di inviare la lettera, perché la persona compiendo l’atto ha realizzato il suo proposito. La

lettera, in questo caso, è un fattore causale che porta il soggetto a compiere l’atto, la percezione della

cassetta postale rappresenta lo stimolo esterno che funziona come forza di campo che spinge

l’individuo a compiere l’azione. L’atto non si ripete se è assente il fattore energetico, quindi la scarica

della tensione è piacevole non in quanto tale, ma in quanto si realizza nella soddisfazione del bisogno.

Bisogni e quasi-bisogni

Nel tentare di chiarire gli aspetti energetici del suo modello, Lewin distingue due sorgenti di energia:

• I bisogni sono esigenze fondamentali dovute ad uno stato interno, generalmente di origine

fisiologica che comportano sempre un proposito o una intenzione (se un soggetto ha fame,

questa farà sì che, ad un certo punto, egli si procuri del cibo).

• I quasi-bisogni sono esigenze della vita psichica meno stabili ma più frequenti e anche essi 84

comportano sempre un proposito o un’intenzione. Tuttavia, al contrario dei bisogni, possono

essere efficacemente soddisfatti per via sostitutiva (se per ingannare l’attesa dell’autobus un

soggetto solitamente legge un libro, può in mancanza del libro osservare le vetrine dei negozi,

invece se ha fame, può distrarsi un momento, ma essendo affamato, non accetta soddisfazioni

sostitutive).

Le somiglianze tra i bisogni e i quasi bisogni, sono diverse e cioè:

a. per entrambi il soggetto fa ricorso alla medesima tensione, cioè la soddisfazione porta alla

scarica e al ristabilimento dell’equilibrio;

b. entrambi determinano un mutamento positivo o negativo delle valenze degli elementi

dell’ambiente psicologico;

c. entrambi possono essere iper-soddisfatti sino a determinare una saturazione;

d. entrambi possono subire una riduzione per un’altra attività simile.

Lewin, pur essendo un considerato un gestaltista, si discosta dagli altri autori della psicologia della

Gestalt in quanto non prende in considerazione il principio dell’isomorfismo, ossia non si interessa dei

correlati fisiologici del suo modello, sostenendo che è possibile sperimentare in psicologia anche senza

conoscere ciò che avviene nel sistema nervoso. Egli propone dei modelli della persona che sono

esclusivamente psicologici, lasciando da parte tutto ciò che rappresenta il substrato fisiologico.

Per il modello lewiniano la carica della tensione rappresenta l’intenzione e la scarica della tensione

rappresenta la soddisfazione del bisogno. La caratteristica dei diversi sistemi di tensione, in analogia

con la teoria psicoanalitica, è quella di essere isolati. L’isolamento tra i sistemi di tensione comporta

che ciascun sistema tende come un tutto alla riconquista del suo stato di equilibrio. Lewin sottolinea

come tra i diversi sistemi di tensione esistono dei confini sufficientemente rigidi, per cui ciascuno può

persistere nel suo stato di tensione diretta senza essere influenzato dagli altri. Secondo l’Autore

esistono diverse modalità attraverso cui si verifica l’isolamento dei sistemi di tensione. Tale isolamento

inoltre è particolarmente sviluppato negli adulti, i quali sono in grado di costituire delle riserve di

energia.

Riferimenti della lezione 46

Si faccia riferimento a La costruzione della realtà. 85

Lezione 47

L'ambiente psicologico

Nel modello lewiniano la persona è una totalità articolata in regioni, dotate di un certo grado di

interdipendenza funzionale, più o meno centrali o periferiche, la cui configurazione è variabile in

funzione dell’età, dello stato generale della persona, dei processi di riorganizzazione, del livello

cognitivo. I singoli sistemi di tensione sono connessi con le varie regioni della persona e quanto più i

bisogni sono vitali tanto più è importante che siano in comunicazione con regioni centrali della

persona, in quanto è la centralità della regione interessata che determina la possibilità di reperire

energia sufficiente per scaricare la tensione (ad esempio, il bisogno di cibo, rispetto a quello di leggere

un’opera di Kant).

Il comportamento, secondo Lewin, è in funzione della persona e dell’ambiente, inteso in senso

psicologico. L’ambiente psicologico non è come è in sé, ma come il soggetto lo percepisce. L’ambiente

psicologico e la persona sono, da Lewin, inclusi nello spazio di vita. Lo spazio di vita è la totalità dei

fatti che determinano il comportamento di un individuo in un certo momento. Se scoppia una mina in

una cava dell’Antartide, il soggetto, in Italia, non se ne accorge, ma se questa mina provoca degli

sconvolgimenti climatici, essi finiranno per diventare parte dell’ambiente psicologico del soggetto.

Questo è l’effetto di transizione dell’ambiente psicologico e dello spazio di vita o campo psicologico.

Secondo Lewin, il campo psicologico comprende il sé, l’ambiente e il sé nell’ambiente.

L’ambiente psicologico ha una dimensione realtà-irrealtà, che non coincide con quella che caratterizza

l’ambiente fisico. Esistono diversi gradi di realtà psichica che hanno diverse conseguenze sull’azione,

in quanto solo ciò che è concreto da un punto di vista psicologico può produrre effetti, in questo senso

Lewin struttura una specie di equazione:

• solo ciò che è concreto è reale;

• solo ciò che è concreto e reale produce effetti;

• solo ciò che è contemporaneo produce effetti.

In altri termini il campo psicologico organizza la dimensione reale-irreale in base al principio di

contemporaneità.

Inoltre gli elementi dell’ambiente psicologico possiedono, a differenza di quelli dell’ambiente fisico,

una o più valenze riguardanti le cariche emozionali legate ai bisogni dell’individuo. Ciò significa che lo

spazio di vita, l’ambiente psicologico e il campo psicologico, in quanto percepiti, comprendono degli

elementi che sono interdipendenti e che possono essere espressi in termini dinamici quali: energia,

tensione, bisogno, valenza e vettore.

In base a questa convinzione Lewin si è proposto il compito di trovare un linguaggio non descrittivo

che potesse esprimere, immediatamente, la presenza simultanea e l’azione simultanea di più fattori, un

linguaggio che fornisse una rappresentazione, immediatamente evidente, della contemporaneità, ed ha

ritenuto che tale linguaggio potesse essere la topologia.

La topologia 86

La topologia è un settore della matematica che studia i rapporti qualitativi tra le diverse parti di uno

spazio, prescindendo da ogni considerazione di ordine metrico. In altri termini la topologia non si

preoccupa di definire la dimensione, la forma, il colore, ecc. degli elementi che rappresenta, bensì di

stabilirne la disposizione relativa in regioni.

Ad esempio volendo rappresentare una situazione caratterizzate da due aspetti distinti:

• Situazione 1: lo studente studia il corso di psicologia generale.

• Situazione 2: lo studente supera l’esame di psicologia generale.

La topologia non mira a rappresentare le caratteristiche di questi due aspetti, ma il modo in cui questi

aspetti definiscono due regioni distinte e il modo in cui è possibile passare da una regione (lo studente

che studia) all’altra (lo studente che supera l’esame). In una rappresentazione di questo tipo il

passaggio da una regione all’altra può essere descritta mediante un vettore, che in tal modo simboleggia

il comportamento dell’individuo che passa da una situazione psicologica ad un’altra. Si tratta di una

descrizione originale e feconda perché permette di rendere molto evidenti i problemi e i conflitti che si

creano nell’ambiente psicologico di un individuo. Infatti una rappresentazione topologica consente di

descrivere lo spazio di vita dell’individuo come una serie di regioni distinte in cui si collocano le

possibili situazioni psicologiche, e permette di visualizzare il passaggio da una situazione psicologica

all’altra come una sorta di locomozione. L’importanza dell’opera di Lewin sta nell’aver individuato

una serie di strumenti per sottoporre a verifica e rappresentare, in un modo percettivamente evidente, i

principali problemi che lo psicologo incontra nella descrizione delle dinamiche psicologiche.

Lewin affronta anche il problema della psicologia sociale che rappresenta la parte più nota del suo

pensiero. Come valutazione generale, la psicologia sociale è un’applicazione di tutti quei principi che

costituiscono la teoria di Lewin e, quindi, non aggiunge niente di nuovo rispetto alla fondazione

epistemologica in termini di psicologia generale. È chiaro che il concetto di gruppo (un intero con parti

dissimili) come Gestalt doveva risultare particolarmente innovativo, all’epoca in cui Lewin scrive,

poiché è stato avanzato da Lewin prima delle teorizzazioni a carattere sociale fornite da Freud. Il

merito sostanziale di Lewin è di aver permesso la rappresentazione scientifica dell’individuo, della vita

psichica e dei rapporti dinamici fra organismo e ambiente.

Riferimenti della lezione 47

Si faccia riferimento a La costruzione della realtà. 87

Lezione 48

Conclusioni sul modello generale di riferimento

Il rapporto organismo-ambiente è presente in tutti i discorsi affrontati finora. Si tratta di un concetto

generale che per lo più tutti condividono, salvo il fatto che non sempre si riesce a spiegare come

l’organismo entri in rapporto con l’ambiente o come l’ambiente influenzi l’organismo.

In questo corso si è provato a proporre una soluzione di tipo diverso, affermando, cioè, che il rapporto

organismo-ambiente è inscindibile e quindi che l’oggetto di studio della psicologia non è l’organismo,

l’individuo, il neonato, il soggetto e nemmeno l’individuo nell’ambiente, ma è proprio il rapporto

organismo-ambiente. Questo rapporto è inscindibile, nel senso che l’ambiente non è inteso come

ambiente fisico isolabile e definibile, bensì come ambiente sociale in senso esteso. Il primo ambiente

del neonato è la madre, e il rapporto madre-neonato costituisce un’unità chiusa inscindibile (basta

considerare i casi, ampiamente descritti nella letteratura psicologica, del diverso comportamento di

neonati abbandonati, i quali cadono in depressione o assumono atteggiamenti autodistruttivi, e neonati

che hanno a loro disposizione un ambiente ottimale).

La relazione organismo-ambiente a livello di modello, è assolutamente deterministica, non è più

un’ipotesi di lavoro come sosteneva Lewin, ma è un’affermazione. Ciò significa che ciascuno dei

sottosistemi, o l’individuo o l’ambiente, si comporta necessariamente in modo tale da ridurre

qualunque squilibrio e riequilibrare così l’intero sistema. Questa relazione tuttavia non è deterministica

in senso filosofico, ma in senso matematico, il ché introduce delle complicazioni rilevanti e alla

possibilità che a livello massimo di complessità si verifichi un salto qualitativo con l’emergenza di un

sistema con caratteristiche diverse.

Il concetto di emergenza si sviluppa nell’ambito della scienza durante gli anni ‘40. Il concetto era già

comparso in biologia prima della guerra e si afferma poco alla volta anche in psicologia. Negli anni ‘60

il concetto di emergenza della coscienza era una novità assoluta (padre Ernesto Valentini fu uno dei

primi al mondo a parlare di emergenza della coscienza). In base all’idea dell’emergenza il livello di

complicazione del vivente è tale che, ad un certo punto, si produce inevitabilmente un salto qualitativo

che fa emergere una proprietà nuova diversa, come la coscienza, non presente a livello inferiore.

Questa concezione fa crollare la classica dicotomia mente-corpo, in quanto non è più necessario

prevedere l’esistenza di due entità distinte, una materiale (il corpo) e una immateriale (la mente), bensì

è sufficiente pensare che sia il livello di complessità raggiunto dall’organizzazione materiale del corpo

a far emergere un nuovo tipo di organizzazione immateriale, le cui caratteristiche non si ritrovano nel

livello di organizzazione inferiore. Si tratta di un esempio di salto qualitativo in un modello

completamente deterministico.

Supponiamo ad esempio che due studenti di liceo abbiano ricevuto 4 ad un compito in classe, e che

mentre uno dei due comincia a marinare la scuola, l’altro, invece, si getta dalla finestra. Come si spiega

questo diverso comportamento? Entrambi hanno ricevuto la stessa informazione (il cattivo voto al

compito), ma lo squilibrio prodotto è diverso. Ciascun soggetto misura e rileva lo squilibrio in rapporto

a quelli che sono i suoi stati stabili che comprendono tutti gli eventi precedenti (Lewin) e ciò che il

soggetto desidera e considera contemporaneo, reale, concreto (Freud). Il comportamento di entrambi i

soggetti è finalizzato all’eliminazione dello squilibrio, realizzando tale fine nel modo che 88

personalmente è giudicato il più economico. Tuttavia, anche se il comportamento di tutti gli individui

tende al principio del minimo, non è possibile sapere in anticipo quale sarà la reazione del soggetto, in

quel momento, a causa della individuale disposizione degli elementi dello spazio di vita. A questo

punto, il modello, pur funzionando in modo deterministico, non è più descrivibile in tali termini perché

non si può prevedere quale salto qualitativo farà il comportamento di quel soggetto per riequilibrare il

suo rapporto con l’ambiente. Tornando agli studenti dell’esempio sopraccitato, probabilmente, uno

marinerà la scuola e l’altro, preso da grossi squilibri del suo ambiente riterrà più economico fuggire

gettandosi dalla finestra. Questo rende il lavoro dello psicologo molto difficoltoso proprio perché non è

mai possibile prevedere con certezza gli effetti delle stimolazioni provenienti dall’ambiente sociale, in

quanto non si sa se tali stimolazioni possono rappresentare uno squilibrio e in che misura lo

rappresentano.

Tutta l’attività cognitiva si sviluppa sempre una base affettiva. Al momento della nascita il neonato

possiede solo un corredo innato di istinti. In seguito alla prima inspirazione, attivata su base innata per

eliminare il senso di soffocamento ed attivare la circolazione, il neonato prova un’impressione di

piacere e, avendo imparato a farlo, continua a respirare. Con le prime esperienze di soddisfazione e di

piacere, quindi esperienze di tipo affettivo, il neonato comincia a differenziare la madre buona (la

categoria della madre è la prima categoria a formarsi). D’altra parte la categorizzazione costituisce la

base del linguaggio e di tutte le capacità comunicative. Tuttavia dal momento della nascita (o se si

vuole dal momento del concepimento) il soggetto non è più in grado di distinguere ciò che è affettivo

da ciò che è cognitivo, ciò che è innato da ciò che è acquisito. L’unica possibilità di comunicazione tra

organismo e ambiente o tra gli esseri umani o forse anche tra gli animali è di tipo affettivo e non di tipo

cognitivo. Si possono usare le stesse parole della lingua italiana esattamente nello stesso senso in cui

sono definite dal vocabolario, ma non capirsi, se la comprensione non è su base affettiva.

Riferimenti della lezione 48

Si faccia riferimento a La costruzione della realtà. 89


PAGINE

91

PESO

511.86 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Appunti completi di Psicologia Generale della prof.ssa Olivetti Belardinelli sui fondamenti di Psicologia Generale: Concezione aristotelica, aree di studio della psicologia, strutturalismo associazionista, L'impostazione fenomenologica, la Gestalt, percezione del movimento, percezione dello spazio, New Look, distorsione percettiva.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in pasicologia clinica e tutela della salute
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia Generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Olivetti Belardinelli Marta.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Psicologia generale

Elenco degli autori
Appunto
Psicologia clinica - costruttivismi - Appunti
Appunto
Psicologia clinica - Amleto e Freud - Appunti
Appunto
Apprendimento e motivazione
Appunto