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L S – I finanziamenti dei soci: le fattispecie

UIGI ALAMONE (testo provvisorio)

caso di prestito con clausola parziaria (: a titolo di associazione in partecipazione, pura o

mista a mutuo).

Quanto alla disciplina della nota integrativa al bilancio, maggiori dubbi sorgono da una

disposizione che non appare del tutto coordinata con le norme sullo stato patrimoniale e con

l’art. 2467 c.c. Nell’art. 2427, n. 19 bis, c.c. viene infatti richiesto di illustrare «i

finanziamenti effettuati dai soci alla società, ripartiti per scadenze e con la separata

indicazione di quelli con clausola di postergazione rispetto agli altri creditori». È chiaro in

quest’ultima disposizione il riferimento alla postergazione volontaria, che è altro dalla

6

postergazione legale, dell’art. 2467 c.c. Sembrerebbe dunque che possano darsi

finanziamenti non soggetti a postergazione legale, anche fuori dalle situazioni finanziarie

descritte dall’art. 2467, comma 2, c.c.; che la norma riguardi piuttosto ipotesi di postergazione

convenzionale (tradizionalmente nota, nel nostro ordinamento, nell’art. 2843 c.c.). In realtà le

cose non stanno affatto così, perché anche un rapporto di finanziamento a titolo oneroso ed

eventualmente di partecipazione ad un rischio economico può, in certe situazioni,

pregiudicare la gerarchia dei fixed e dei residual claimants allo scioglimento della società. Se

così è, allora si deve immaginare che in nota integrativa la specificazione del regime di

postergazione volontaria conservi effettivo valore precettivo solo nelle ipotesi in cui il

finanziamento sia stato concesso dal socio alla società in condizioni finanziarie diverse da

quelle delineate dall’art. 2467, comma 2, c.c. Quando tale eventualità invece si verifichi la

specifica indicazione in nota integrativa del patto di postergazione convenzionale dovrà

considerarsi del tutto superata dall’applicazione del regime di postergazione legale (sul punto

v. anche infra, § 5.2.).

3.2. Il legislatore storico. Per onestà, non sembra tuttavia essere stata questa la volontà

espressa dal legislatore storico nella relazione di accompagnamento al d. lg. 17 gennaio 2003,

n. 6, § 11, che pone al centro della disciplina «i finanziamenti effettuati dai soci a favore della

società che formalmente si presentano come capitale di credito, ma nella sostanza economica

costituiscono parte del capitale proprio. […] Il problema più difficile è senza dubbio quello

di individuare i criteri idonei a distinguere tale forma di apporto rispetto ai rapporti

finanziari tra soci e società che non meritano di essere distinti da quelli con un qualsiasi

terzo. E la soluzione indicata dal secondo comma dell’art. 2467, non potendosi individuare in

via generale i parametri quantitativi, è stata quella di un approccio tipologico con il quale,

dovendosi ricercare se la causa del finanziamento è da individuare nel rapporto sociale (e

non in un generico rapporto di credito) [sic!]: in tal caso l’interprete è invitato ad adottare

un generico criterio di ragionevolezza, con il quale si tenga conto della situazione della

società e la si confronti con i comportamenti che nel mercato sarebbe appunto ragionevole

attendersi». Che per il legislatore storico l’area di applicazione della postergazione legale

dovesse coincidere con quella delle fattispecie soggette a riqualificazione del versamento del

socio in conferimento è del resto apertamente confessato in altro passaggio – assai contiguo –

dello stesso documento ufficiale: «La soluzione è stata quella, comune alla maggior parte

degli ordinamenti e sostanzialmente già affermata in giurisprudenza, di una postergazione

dei relativi crediti rispetto a quelli degli altri creditori». Ove a ben vedere sembra palesarsi

un fraintendimento tra regime di postergazione del credito, da un lato, per cui il credito resta

un rapporto di natura finanziaria retto dal diritto comune delle obbligazioni, qualsiasi ne sia la

causa e – dall’altro – la riqualificazione giudiziale del finanziamento in capitale proprio della

società, che presuppone la individuazione della “sostanza economica” di una operazione di

finanziamento in un rapporto e in un investimento essenzialmente di carattere sociale. Non

6 V. per tutti G. F jr., In tema di postergazione legale, di prossima pubblicazione in Banca borsa, 2005, I, § 1.

ERRI 4 Università degli Studi di Cassino, 18 febbraio 2005

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credo sia questione di mero nominalismo . Ma sul punto sia consentito aprire una riserva da

sciogliere più avanti (§§ 5. ss.).

3.3. Fattispecie particolari. Dove invece bisogna aggiungere alcune osservazioni è in

punto di finanziamenti che per la particolare funzione o la particolare modalità potrebbero o

dovrebbero sfuggire ai rigori dell’art. 2467 c.c.

3.3.1. Assunzione di partecipazione sociale funzionale al prestito. Bisogna innanzitutto

prendere in esame il caso della assunzione di una partecipazione sociale funzionale al prestito,

al solo scopo di poter influire sul management durante la crisi e soprattutto sull’attuazione del

piano di risanamento che attinge alle risorse prestate dal socio-finanziatore (rectius: dal

finanziatore-socio); partecipazione che verrà alienata non appena il prestito verrà restituito. La

formula omnicomprensiva dell’art. 2467, comma 2, c.c. (i finanziamenti … «in qualsiasi

forma effettuati») non sembra concedere spazi a deroghe, pur nella considerazione del fatto

che la partecipazione sociale in questi casi ha «durata» e «funzione» coincidente con il credito

8

erogato alla società, benché tale itinerario sia impraticabile in difetto di una norma espressa :

riterrei preclusa allo stato attuale una interpretazione in senso favorevole perché quella

«durata» e quella «funzione» dell’assunzione della partecipazione sociale hanno mero rilievo

parasociale. Ritengo che per questa ragione altri ordinamenti – con cui è usuale il raffronto –

abbiano ravvisato la necessità di introdurre specifiche disposizioni di disapplicazione della

disciplina della postergazione dei prestiti sostitutivi del capitale proprio (c.d.

Sanierungsprivileg: v. § 32 a Abs. III S. 3 GmbHG tedesco; § 13 EKEG - legge austriaca del

28 ottobre 2003, n. 92, sui prestiti sostitutivi del capitale proprio): si tratta di un’eccezionale

efficacia ultra partes (segnatamente verso i creditori sociali) di una pattuizione estranea ai

7 Ciò è chiarissimo anche in un recente e valorosissimo scrittore, che per il resto non segue l’itinerario che si espone in queste

pagine: «Non si può sostenere (…) che la distinzione fra versamenti e finanziamenti sia diventata irrilevante, in quanto il

vincolo cui sono sottoposte le somme apportate “in conto capitale” è diverso, e generalmente più intenso, di quello dei crediti

postergati. Anticipando le conclusioni (…), si può affermare che i finanziamenti: sono appostati in bilancio come debiti; sono

soggetti a divieto di rimborso solo se concessi nel momento in cui la società era in crisi e fintanto che la crisi perdura,

dopodiché possono e debbono essere restituiti dagli amministratori alla scadenza; producono interessi anche durante la fase di

postergazione, sebbene l’obbligo di pagare tali interessi sia a sua volta soggetto a postergazione; in sede concorsuale o di

liquidazione vengono rimborsati prima che si proceda al rimborso dei conferimenti ed al riparto del residuo attivo.

All’opposto, i versamenti in conto capitale: sono appostati in bilancio fra le riserve, se non vengono impiegati a copertura di

perdite (…); conseguentemente, anche quando la società è in bonis, la loro restituzione è soggetta alle procedure proprie dello

scioglimento e distribuzione delle riserve (richiede, cioè, un’apposita deliberazione assembleare) e, secondo la dottrina

prevalente, è consentita nei limiti imposti dalla legge per la distribuzione della riserva da sovrapprezzo (…); i versamenti

non producono interessi; anche nel caso in cui siano appostati in una riserva “targata”, vale a dire interamente destinata al

socio che ha effettuato l’apporto, i versamenti vengono rimborsati dopo l’integrale soddisfacimento di tutti i creditori,

compresi quelli postergati (…). (…) Consegue da quanto osservato che, prima di applicare la disciplina dei finanziamenti dei

soci ad un apporto di denaro, è necessario preliminarmente accertare che la somma non sia stata conferita a titolo di

versamento in conto capitale. Questo lavoro è dedicato esclusivamente alle problematiche relative alla disciplina dei

finanziamenti e non ai versamenti. E non è da credere che, con la nuova disciplina, distinguere le due figure si riveli meno

disagevole che in passato. Piuttosto, è probabile che i soci continueranno a far affluire somme di denaro alla società in modo

informale o con qualificazioni volutamente ambigue, per poi invocarne la natura di prestito o di capitale di rischio a seconda

della convenienza. Al riguardo, conservano comunque validità i principi formulati dalla dottrina dominante prima della

riforma ed enunciati nel primo capitolo (…). Vale a dire, che la qualificazione va operata secondo le regole generali di

interpretazione del contratto, quindi, innanzitutto, indagando la comune intenzione delle parti senza limitarsi al senso

letterale delle parole (art. 1362 c.c.). È essenziale stabilire se la società ha assunto un preciso obbligo di rimborso nei

confronti del socio. In tal senso, l’iscrizione in bilancio degli apporti fra le riserve o fra i debiti, senza che il socio sollevi

contestazioni, può rilevare come comportamento delle parti posteriore alla conclusione del contratto (ai sensi dell’art. 1362,

2° comma), e quindi costituire indizio della loro reale volontà. Per contro, i criteri di interpretazione oggettivi sono sussidiari

rispetto a quelli soggettivi: ad essi si potrà pertanto fare ricorso quando non è possibile ricostruire il reale intento dei

, I finanziamenti dei soci, Torino, 2004, ed. provv., § 3.2., del quale il virgolettato).

contraenti» (così M. C

AMPOBASSO

8 In tal senso G. T , in Società di capitali, Commentario a cura di G. Niccolini e A. Stagno d’Alcontres, III, sub art.

ERRANOVA

2467, Napoli, 2004, 1478-1479, che definisce «deplorevole» la dimenticanza del nostro legislatore.

5 Università degli Studi di Cassino, 18 febbraio 2005

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contenuti ed agli effetti (metaindividuali) dell’atto costitutivo, come tale soggetta al principio

di relatività di cui all’art. 1372 c.c.

3.3.2. I prestiti ponte. Vanno inoltre considerati i c.d. prestiti ponte, quelle soluzioni di

finanziamento a breve termine dirette a sopperire ad una crisi passeggera. Più comune è che

tali prestiti provengano da terzi, spesso intermediari istituzionali, in base ad un piano di

risanamento, e che siano garantiti dai soci (ciò che ne suggerirebbe la trattazione all’interno

del § 4. ss.); ovvero – se il finanziatore assuma direttamente una partecipazione sociale – si

pone il problema (per me da risolversi in senso negativo) del riconoscimento del

Sanierungsprivileg all’interno del nostro ordinamento (retro, § 3.3.1.).

Di recente è stato giustamente osservato che il problema dell’applicazione dell’art. 2467 c.c.

ai prestiti ponte risente dell’inquadramento generale della postergazione, se effetto di una

riqualificazione di contributi aventi causa sostanzialmente sociale benché formalmente

qualificati in altro modo – in questa prospettiva i finanziamenti non sarebbero da assoggettare

al regime di postergazione – oppure se effetto legale che colpisce apporti in stretta dipendenza

dall’essere questi erogati da titolari di partecipazioni sociali in particolari circostanze

9

finanziarie della società ed a prescindere dalla causa dell’attribuzione patrimoniale . Questa

stessa dottrina – nell’inclinare verso la seconda direzione – ha anche mostrato tuttavia una

propensione a distinguere a) il comportamento di un socio che episodicamente faccia un solo

prestito a breve o brevissimo termine alla società per sopperire ad una momentanea carenza di

liquidità, non meritevole in quanto tale di essere colpito da postergazione b) dal

comportamento del socio che in via sistematica fornisca di mezzi la società attraverso questi

prestiti, da reprimersi invece attraverso postergazione, perché in tutti questi casi costui – in

luogo di conferire nuovo capitale di rischio – “gioca” su erogazioni di credito a breve e rapidi

rientri ogni volta che risultino superate le situazioni di crisi, ciò che in questo caso attesta una

partecipazione sociale durevolmente e funzionalmente diretta a mantenere in vita società in

10

perenne stato di indebitamento . Tali comportamenti opportunistici sono – a mio modesto

avviso – ancora oggi incentivati dalla normativa tributaria, almeno in tutti quei casi –

prevalentemente concernenti imprese medio-piccole – in cui non si applicano le disposizioni

di contrasto della utilizzazione fiscale della sottocapitalizzazione (thin capitalization: v. art.

98, comma 7, T.U.I.R.). Ma, pur dando atto a questa lettura di profonda capacità di graduare

le soluzioni per situazioni radicalmente diverse, in difetto di specifiche regole mi pare

arbitrario distinguere: la formula omnicomprensiva dell’art. 2467, comma 2, c.c. (i

finanziamenti … «in qualsiasi forma effettuati») non pare concedere spazi a deroghe, perché

queste esigono sempre una espressa statuizione, come ad es. è stata introdotta nella recente

legge austriaca (il § 3 Abs. 1 EKEG sottrae alla disciplina dei prestiti sostitutivi del capitale i

prestiti ponte, individuati come i prestiti a sessanta giorni se di denaro o a sei mesi se di

merci). Come non vi è spazio nel nostro ordinamento per il Sanierungsprivileg; nemmeno vi è

spazio – in sede di divisione del netto residuo della società – per distinguere tra soci che

finanzino episodicamente o sistematicamente la società, seppure con prestiti a breve termine:

il regime di postergazione si applica a qualsiasi credito di restituzione di finanziamenti «in

qualsiasi forma effettuati» 1) da soci alla società e 2) in particolari situazioni di squilibrio

patrimoniale fra capitale di credito e di rischio. Il socio in tali situazioni ha diritto a rientrare

sempre dopo gli altri creditori semplicemente perché in nessun caso dovrebbe essere tollerata

un’alterazione della gerarchia che passa tra fixed e residual claimants imposta al vertice

dall’art. 2247 c.c.

9 T , op. cit., 1477-1478.

ERRANOVA

10 T , op. cit., 1478.

ERRANOVA 6 Università degli Studi di Cassino, 18 febbraio 2005

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3.3.3. Finanziamenti dei soci apportati mediante sottoscrizione di strumenti di raccolta

collettiva di capitali di credito. A diverse conclusioni deve invece giungersi in caso di

finanziamenti che i soci apportino alla società attraverso le modalità istituzionali della

raccolta del capitale di credito: sottoscrivendo cioè titoli di debito emessi dalla s.r.l., ovvero

obbligazioni e strumenti finanziari emessi dalla s.p.a., ove si ritenga l’art. 2467 c.c. anche a

questa applicabile. Nel silenzio della legge, e nonostante quest’ultima disposizione debba

applicarsi a tutti i finanziamenti «in qualsiasi forma effettuati», sarei propenso a ritenere che il

carattere collettivo e procedimentalizzato della operazione d’investimento e l’adozione di una

unità di misura costante e standardizzata del rapporto imponga di garantire parità di

trattamento a tutti i sottoscrittori e i portatori delle quote di finanziamento, per la ragione che

i finanziatori di oggi potrebbero non coincidere con i creditori di restituzione di domani, che

magari potrebbero essere terzi anziché parti rispetto al rapporto sociale. La circolazione della

posizione creditoria – evento del tutto naturale in questa casistica di prestiti alla società –

potrebbe in altri termini spezzare quel collegamento funzionale fra partecipazione sociale e

finanziamento, da cui deriva la relativa postergazione legale del credito di restituzione. Non

11

pare insomma tollerabile una postergazione legale ambulatoria .

4. I finanziamenti indiretti. Non diversi argomenti vanno spesi per i c.d. finanziamenti

indiretti, che possono assumere ora la forma di prestiti effettuati da terzi alla società ma

garantiti da soci, ora invece di diritti di godimento attribuiti in vario modo dal socio alla

società. Naturalmente questa rassegna non è esauriente: si pensi ad ulteriori forme di

finanziamento indiretto, che qui non si possono considerare, quali ad es. le dilazioni –

espresse o tacite – accordate dai soci per crediti preesistenti del socio verso la società, ovvero

la non esazione di crediti scaduti che i soci vantano verso la società (Stehenlassen).

4.1. Prestiti effettuati da terzi garantiti da soci. Non penso che vi siano ragioni

sostanziali che impediscano di intendere nel senso più ampio la formula dell’art. 2467,

comma 2, c.c., che fa riferimento ai «finanziamenti dei soci a favore della società (…) in

qualsiasi forma effettuati», ed applicare il regime di postergazione legale ai crediti di

restituzione che i soci intendano far valere nei confronti della società per aver pagato in luogo

di quest’ultima un suo debito, in attuazione di una garanzia. Non ci si occupa, in questa sede,

delle possibili estensioni della nozione di «socio», che non incidono sul profilo della

12

fattispecie, ma semmai su quello della (interpretazione della) disciplina . I finanziamenti

indiretti vanno assimilati, sotto il profilo causale, ai prestiti effettuati dai soci: quel che

cambia è la modalità ed il coinvolgimento di un terzo nella qualità di finanziatore. Ciò

comporta altresì che il diritto soggetto a regime di postergazione (ed eventualmente di

11 Ad opposte conclusioni forse si giunge se si ragiona nella prospettiva della definitività della postergazione anche di fronte

a cessione del finanziamento al terzo ovvero alla cessazione della qualità di socio, ritenendosi determinante la situazione

finanziaria della società al momento della concessione del finanziamento: così P , Capitale sociale e società per azioni

ORTALE

sottocapitalizzata, nel Tratt. s.p.a. diretto da G.E. Colombo e G.B. Portale, vol. 1**, Torino, 2003, 164 (dell’estr., da cui si

cita), ove ampio corredo di bibliogr. straniera (ma l’Illustre Autore non si esprime specificamente sul caso esaminato nel

testo, di sottoscrizione di quote di capitale di credito in occasione di operazioni collettive standardizzate di raccolta, bensì in

via generale sugli effetti della circolazione del finanziamento e/o della partecipazione sociale verso la postergazione del

credito di restituzione).

12 Solo per fare un esempio, ci si potrebbe interrogare sull’applicabilità – a prescindere dalla relazione di direzione e

coordinamento stabilita fra finanziatore e finanziato, che richiamerebbe l’art. 2497 quinquies c.c. – se il finanziamento

effettuato da società fiduciarie collegate o controllate dal socio sia sottoposto o meno al regime dell’art. 2467 c.c.: cfr.

Z , La nuova disciplina dei finanziamenti dei soci nella s.r.l. e i prestiti provenienti da “terzi” (con particolare

OPPINI

riguardo alle società fiduciarie), in Riv. dir. priv., n. 2/2004 (citazioni dall’estratto). In Germania il problema è affrontato

diffusamente nella giurisprudenza e nella dottrina affermandosi una nozione lata di socio: v., anche per ulteriori ragguagli

2

G u. H , Handbuch des Kapitalersatzrechts , cit., 45.

bibliogr., VON ERKAN OMMELHOFF 7 Università degli Studi di Cassino, 18 febbraio 2005

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ripetizione) sarà sempre il diritto di restituzione del socio garante a fronte del pagamento al

terzo effettuato dal socio; in altri termini, essenziale è che abbia trovato attuazione la garanzia

da quest’ultimo prestata al terzo per l’adempimento della società. Questa soluzione restrittiva

si impone – con il conforto di autorevole letteratura recente – perché in difetto di una espressa

previsione legislativa non si può seguire la soluzione di altri ordinamenti – segnatamente il

tedesco (v. § 32 a Abs. 2 GmbHG) e l’austriaco (§ 15 EKEG) – che costringono il terzo

garante ad escutere il socio prima di agire contro la società e a chiedere nel fallimento di

13

questa soltanto la somma eccedente a quanto ottenuto con il realizzo della garanzia .

4.2. Diritti di godimento. La società può essere finanziata dal socio non solo attraverso

prestazioni in denaro, ma altresì in natura. Da parte il discorso sull’attribuzione - fuori dallo

schema del conferimento e dei relativi procedimenti di valutazione - di beni in proprietà dal

socio alla società, che dovrebbe semmai affrontarsi nell’ambito dei c.d. contributi a fondo

perduto, viene semmai in considerazione il tema dei diritti di godimento, che il socio

attribuisca ad es. attraverso contratti a favore della società stipulati con terzi (si tratta di

contratti senz’altro riconducibili allo schema del contratto a favore di terzo: es. locazione;

leasing). Potrebbe essere il caso di un immobile da adibire a sede sociale, preso in affitto dal

socio, che si impegni a pagare i canoni al locatore; ma potrebbe essere anche il caso di

un’attribuzione alla società di diritti di godimento su bene di proprietà del socio. Si tratta di

due casistiche che richiamano trattamenti diversi.

4.2.1. Contratto stipulato tra socio e terzo a favore della società. Ove l’attribuzione del

diritto personale di godimento abbia un prezzo di mercato, desumibile dagli obblighi

pecuniari gravanti sul socio dal contratto da lui stipulato con terzi a favore della società (es.

locazione; leasing, sempreché quest’ultima non acquisti la proprietà dei beni), ci troviamo

dinanzi ad un apporto indiretto, effettuato dal primo, di elementi dell’attivo patrimoniale

senz’altro suscettibili di valutazione economica. In questi casi occorrerà distinguere se

l’apporto avvenga 1) con promessa di restituzione da parte della società, ovvero, per così dire,

2) a fondo perduto.

1) Nella prima ipotesi, che delinea un vero e proprio prestito indiretto, il credito pecuniario

alla restituzione dei canoni anticipati dal socio è senz’altro sottoposto a postergazione,

ricorrendo le condizioni finanziarie descritte dall’art. 2467, comma 2, c.c., sia perché la stessa

disposizione fa riferimento ai «finanziamenti dei soci a favore della società (…) in qualsiasi

forma effettuati», sia perché similmente che per il prestito diretto entrambi sono in grado di

influenzare, e sensibilmente, il normale svolgimento del rapporto sociale, nella misura nella

quale la pretesa restitutoria del socio verso la società alteri la gerarchia tra fixed e residual

claimants.

2) Quando invece il finanziamento del socio sia qualificabile non come un prestito in senso

tecnico, ma come un contributo a fondo perduto, bisogna rinviare ad altro ordine di

considerazioni che saranno sviluppate più avanti (§ 5. ss.). Qui basterà affermare che non vi è

ragione per discriminare fra un apporto pecuniario diretto alla società senza pretesa

restitutoria ed un pagamento a terzi sostitutivo di quello della società, senza impegni di

restituzione a carico di quest’ultima.

4.2.2. Attribuzione alla società di diritti di godimento su beni di proprietà del socio.

Profondamente diversa è invece la casistica – la sola che può giovarsi di raffronti con

13 T , op. cit., 1480; M. C , I finanziamenti dei soci, cit., § 3.7.

ERRANOVA AMPOBASSO 8 Università degli Studi di Cassino, 18 febbraio 2005

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l’esperienza tedesca – di un’attribuzione diretta dal socio alla società di diritti di godimento

aventi per oggetto beni di proprietà del primo: ad es. usufrutto ovvero comodato ovvero

leasing di beni del socio alla società (sempre alla condizione che il trasferimento di proprietà

non si realizzi).

Anche in questo caso occorre distinguere fra attribuzioni a titolo gratuito ed oneroso.

1) La casistica delle attribuzioni a titolo gratuito offre apparenti similitudini con la pratica dei

contributi c.d. a fondo perduto, ma da questa si distanzia almeno tutte le volte in cui sia

difficile stabilire un valore economico del godimento da iscriversi nell’attivo patrimoniale

della società. La nuova disciplina del bilancio, per vero, offre qualche maggiore trasparenza

allorché esige la indicazione delle immobilizzazioni concesse alla società a titolo di locazione

finanziaria (art. 2424, colonna dell’attivo, lett. B, c.c.). Ad ogni modo, a differenza che nel

caso di apporti in denaro o di beni in natura in proprietà, c’è che il socio che concede il diritto

di godimento chiede la restituzione del bene in individuo, senza che vi sia spazio operativo

per alcuna postergazione, che si applica essenzialmente a crediti pecuniari, sia perché ciò è

evocato dalla nozione di «rimborso» che compare nell’art. 2467, comma 1, c.c., sia perché la

15

postergazione è un effetto legale operante solo in un concorso di creditori . Pertanto

l’operazione, sotto il profilo causale e con le evidenziate differenze in punto di restituzione,

va accostata al mutuo gratuito (= senza interessi: retro, § 2.). Alla stessa conclusione si giunge

anche seguendo la tesi – qui non accolta – della riqualificazione dell’apporto in conferimento,

poiché l’art. 2281 c.c. prevede che i beni conferiti in godimento al momento dello

scioglimento della società siano restituiti ai soci nello stato in cui si trovano. Di conseguenza,

in questa ipotesi nulla va iscritto nel passivo, tantomeno come debito della società verso soci

per finanziamenti (v. art. 2424, colonna del passivo, lett. D punto n. 3, c.c.).

2) Ove invece l’attribuzione di diritti di godimento del socio alla società avvenga a titolo

oneroso siamo in presenza di un finanziamento indiretto che presenta analogie ad es. con il

mutuo oneroso effettuato dal socio alla società. I canoni di locazione che la società versi

periodicamente al socio rappresentano il corrispettivo che la prima paga a quest’ultimo verso

l’attribuzione (non di liquidità bensì) di utilità in natura, rese economicamente valutabili

proprio in virtù del «prezzo di mercato» dedotto in contratto e, in quanto tali, compatibili con

la iscrizione nell’attivo patrimoniale, a fronte del debito verso il socio per finanziamenti (art.

2424, colonna del passivo, lett. D punto n. 3, c.c.). Non vi è ragione pertanto per dubitare che

ci troviamo di fronte ad un capitale di credito alimentato dal socio e che le sue pretese

sostanzialmente restitutorie (: i canoni) siano da assoggettare a regime di postergazione, ai

sensi dell’art. 2467, comma 1, c.c., occorrendo le situazioni finanziarie dedotte dal comma 2,

posto che non fa differenza fra «finanziamenti dei soci a favore della società (…) in qualsiasi

forma effettuati».

5. I contributi “a fondo perduto” (versamenti in conto capitale e in conto futuri

aumenti di capitale). La personale sensazione di chi scrive è che il campo tematico nel quale

– con l’avvento dell’art. 2467 c.c. – l’assetto del nostro ordinamento più è mutato sia quello

dei c.d. contributi a fondi perduto. Tali apporti – come è il caso di ricordare, con letteratura

italiana autorevolissima benché non recente – non possono affatto classificarsi come

liberalità, poiché la provenienza dal socio mette sempre in rilievo che essi siano effettuati con

14 Per la quale qui si possono richiamare soltanto G u. H , Handbuch des Kapitalersatzrechts, cit., 259

VON ERKAN OMMELHOFF

ss.

15 T , op. cit., 1481; F jr., In tema di postergazione legale, cit., § 6.

ERRANOVA ERRI 9 Università degli Studi di Cassino, 18 febbraio 2005

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l’obiettivo della valorizzazione e/o dell’aumento di redditività della partecipazione sociale .

Ancora una volta, pertanto, lo stretto collegamento funzionale con la partecipazione sociale –

insomma il carattere parasociale del finanziamento – determina una considerazione del tutto

diversa dell’atto di attribuzione patrimoniale, che se provenisse da terzi potrebbe anche

classificarsi come liberalità, mai così tuttavia se proveniente da soci.

La tipologia dei contributi a fondo perduto è assai varia; si conoscono (almeno) pratiche di

versamenti effettuati da soci – secondo una terminologia assai mobile entrata nell’uso

corrente –:

a) «in conto aumento capitale», allorché l’apporto sia destinato ad una utilizzazione nel breve

termine, come un’anticipazione alla società che precede di poco tempo l’aumento di capitale –

peraltro già programmato, almeno a livello parasociale – e la relativa sottoscrizione d’una

quota di questo;

b) «in conto futuri aumenti di capitale», allorché invece l’apporto sia destinato ad una

utilizzazione nel medio-lungo periodo, come un’anticipazione alla società che precede di

parecchio tempo l’aumento di capitale – non necessariamente programmato, tantomeno a

livello parasociale – e la relativa sottoscrizione d’una quota di questo, sicché nulla esclude in

questi casi che il contributo possa essere fatto oggetto di una utilizzazione anche diversa dalla

società, come ad es. a copertura di perdite, almeno in tutti i casi in cui la riduzione del capitale

nominale non sia o non sia ancora obbligatoria. È quest’ultimo il caso di cui agli artt. 2446,

comma 1, c.c. e 2482 bis commi 1 e 2, c.c., per cui si ritiene che la utilizzazione di quelle

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risorse possa rientrare tra i c.d. «opportuni provvedimenti» ;

c) per contribuire espressamente al ripianamento di perdite nelle ipotesi, appena considerate,

in cui la riduzione del capitale nominale non sia o non sia ancora obbligatoria.

Prima della riforma organica del 2003, dottrina italiana autorevolissima proponeva di

assoggettare tali versamenti dei soci alla disciplina del patrimonio netto, in sede di

liquidazione della società. Molteplici erano le varianti argomentative attraverso cui si

giungeva a concludere per la sostanziale natura di conferimenti dei c.d. contributi a fondo

perduto e per la conseguente riqualificazione giudiziale degli stessi; da quella che faceva leva

sul conferimento di patrimonio (= fuori capitale) – salvo a dividersi sulla sorte contabile di

questo: se imputabile alla riserva da sovrapprezzo azioni (art. 2431 c.c.), secondo una

interpretazione estensiva, oppure ad una diversa riserva il cui regime di indisponibilità doveva

ricavarsi per analogia da quello della riserva legale (art. 2430 c.c.) (infra, anche per

riferimenti bibliogr., § 5.2.); a quella che faceva leva, anche in base a suggestioni

18

comparatistiche, ora sull’istituto della simulazione , ora – in una riproposizione riveduta –

19

della frode alla legge .

I punti da analizzare sono i seguenti:

1) se, dopo l’introduzione dell’art. 2467 c.c., sia tuttora legittimo parlare di «causa

sostanzialmente sociale» dei contributi a fondo perduto e di conseguenza assumere la

postergazione come sinonimo di una vera e propria operazione di «riqualificazione» giuridica

del versamento in conferimento, oppure se la postergazione sia altro da questo;

2) quale sia, di conseguenza, il trattamento contabile dei contributi a fondo perduto.

16 S , Reintegrazione del capitale reale senza operare sul nominale, in Giur. comm., 1978, I, 48-49. V. in questo senso

PADA

anche A , Il problema dei prestiti dei soci nelle società di capitali: una proposta di soluzione, in Giur. comm., 1988,

BBADESSA

I, 507.

17 S , Reintegrazione, cit., 41, 46-47.

PADA

18 P , Capitale sociale e conferimenti nella società per azioni, Milano, 1969, 58, nt. 118 (estr. anticipato – da cui si cita

ORTALE

– dalla Riv. soc., 1970).

19 V. ancora P , Capitale sociale e società per azioni sottocapitalizzata, cit., 153 ss., specialm. 158.

ORTALE 10 Università degli Studi di Cassino, 18 febbraio 2005


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Commerciale, tenute dal Prof. Luigi Salamone nell'anno accademico 2005.
Il documento riporta l'intervento del Professore al Convegno del 18/02/2005. La relazione analizza i seguenti aspetti dei finanziamenti delle S.r.l.: finanziamenti dei soci, finanziamenti soggetti a postergazione, diretti e indiretti, versamenti in conto capitale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Cassino - Unicas
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cassino - Unicas o del prof Salamone Luigi.

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