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l’esistere della cosa che diciamo gli appartenga in modo necessario, cioè la cosa non visibile, di cui è segno;

né questo, né la cosa non manifesta, (si conoscono) attraverso il metodo dell’inferenza segnica secondo

6

similarità.

3. (obiezione 5: casi unici)

Ancora, in relazione ai casi unici che si presentano nei luoghi della nostra esperienza il metodo della

similarità non sembra essere cogente se, pur essendovi molte pietre e d’ogni genere, ce n’ è una sola specie

7

che attira il ferro, chiamata da alcuni pietra di Magnesia, da altri di Eraclea; se, ancora, solo l’ambra attira la

8

paglia e se soltanto un unico quadrato, quello di lato quattro, ha il perimetro della stessa misura dell’area,

allora, come possiamo affermare che non vi sia qualche genere di uomini il quale soltanto non muore quando

gli viene squarciato il cuore, in modo che non sia possibile concludere in maniera necessaria, a partire dal

fatto che gli (col. II) uomini nella nostra esperienza muoiono quando viene loro squarciato il cuore, il fatto

che ciò avvenga a tutti?

4. (obiezione 6: casi rari)

Inoltre vi sono nella nostra esperienza anche alcuni casi rari, come l’uomo nato ad Alessandria, alto

9

mezzo cubito, con una testa enorme, sulla quale battevano con un martello e che veniva mostrata dagli

10

imbalsamatori; e quello sposato come fanciulla ad Epidauro ed in seguito diventato uomo; e poi il Cretese

11

di quarantotto cubiti, secondo il giudizio di coloro che lo inferiscono dalle ossa ritrovate; poi ancora i

12

pigmei che mostrano ad Acori, senza dubbio molto simili a quelli che Antonio recentemente ha portato da

13

Hyria. Se, dunque, le cose citate tutte vanno al di là di quelle a cui siamo abituati e non sono ad esse simili,

possiamo chiederci se anche qualcuna di quelle cose attorno a cui facciamo l’inferenza segnica (non sia

14 15

tale ), poiché non è e certune in questo mondo vanno al di là della norma.

[…]

5 Cioè che: “è da esso necessariamente significata”.

6 a[dhlon

Una proposta diversa è avanzata da Sedley (1982: 242 nota 9) che suggerisce di porre una virgola dopo

[ ]

o} g[ivnetai] tw'i k[atæ ajnask]euh≥ ; n trov pwi

(I.17) e la seguente integrazione: in modo che la traduzione

risulterrebbe questa: «e ciò avviene con il metodo secondo eliminazione».

7 Si tratta naturalmente del magnete, che veniva spesso chiamato pietra di Eraclea; circa il modo in cui gli epicurei

trattavano il tema del magnete si veda la testimonianza di Galeno su Epicuro (De naturalibus facultatibus, 2. 45

K.= fr. 293 Usener) e Lucrezio VI. 998 -1064.

8 La speciale proprietà del quadrato il cui lato misura quattro compare anche nell’opera di Plutarco, De Iside et

Osiride 367 F.

9 Il cubito attico misurava cm. 44,36; quello egiziano cm. 52,5. Sull’uomo di Alessandria e sui casi rari in generale

intervengono in un articolo i Delattre (2004, pp. 223-230).

10 La più antica attestazione relativa ad un cambiamento di sesso compare nel trattato ippocratico della fine del V

a.C., Epidemie VI, 8,32; successivamente altri casi sono segnalati da Flegonte di Tralles (Mirabilia 6-10) e Plinio

(Nat. Hist. VII, 36). Un caso perfettamente analogo verificatosi anch’esso ad Epidauro è riportato da Diodoro

Siculo XXXII, 11.

11 Informazioni sul gigante di Creta, alto 20 metri, vengono date anche da Plinio in Nat. Hist. VII, 73; Erodoto

(Historiae I, 68) parla dell’altezza eccezionale di uomini del passato, ricordando il ritrovamento in Arcadia della

tomba di Oreste, con ossa che dimostravano un’altezza di ben sette cubiti. Notizia ripresa in Plinio (Nat. Hist. VII,

74).

12 Acori era una città dell’Egitto.

13 Questa indicazione geografica e la presenza dell’avverbio «recentemente» sono importanti per la datazione del

trattato. Sulla questione se qui debba leggersi «dalla Siria» o «da Hyria», città vicino a Brindisi, e se il personaggio

citato sia il triumviro Marco Antonio e su quale sia la conseguente datazione del De signis si è molto discusso.

Riassumiamo i punti principali: 1) l’identità più probabile è quella del triumviro, perché il personaggio viene citato

con il solo nomen e quindi doveva essere un personaggio ampiamente conosciuto. 2) Se l’ipotesi giusta fosse

quella di leggere «dalla Siria» sono possibili due datazioni per la composizione del trattato: il 54 a.C., data del

ritorno di Antonio dalla Siria, regione nella quale si era recato nel 57 a.C. come magister equitum sotto Gabinio,

suggerita dal Philippson (1881). Tuttavia il Last (1922: 177-180) suggerisce che in quella data Antonio non era

abbastanza famoso da essere indicato con il suo solo nomen. Antonio effettuò una seconda visita in Siria nel 42

a.C., ritornando nel 40 quando la sua notorietà si era molto accresciuta. Questo porterebbe a porre la data di

composizione del trattato intorno al 40 a.C., come il Bahnsch (1879: 5-6) aveva proposto. 3) In alternativa la

lettura potrebbe essere «da Hyria». Elementi a favore di questa interpretazione suggerita dal Last (ivi) sono sia la

scarsa probabilità che i Pigmei venissero dalla Siria, mentre è probabile che venissero dall’Egitto, sia il fatto che ci

fosse una città di nome Hyria, nei pressi di Brindisi nelle vicinanze della quale Antonio nel 40 a.C. riportò la

vittoria in uno scontro di cavalleria (cfr. Appiano, Bellum civile V, 6, 58) e da lì potrebbe aver riportato alcuni

Pigmei, dato che Brindisi era un porto verso l’Oriente e le coste settentrionali dell’Africa. Il fatto che il testo si

nu'n

riferisca all’azione di Antonio con l’espressione «di recente», fa propendere, quindi, in questa seconda ipotesi,

verso una datazione del trattato intorno al 40 a.C.; su questo argomento si vedano i De Lacy (1978: 163-64) e i più

recenti saggi di Gigante (1990: 54), Dorandi (1990: 2332), Capasso (1991: 188) e dei Delattre (2004: 229),

14 Cioè, eccezionale.

5. (obiezione 7: tautologia)

Quando esprimiamo il giudizio “poiché gli uomini nella nostra esperienza sono mortali, allora lo sono

tutti quanti”, l’inferenza segnica attraverso la similarità è valida se presupponiamo che gli uomini che si

trovano in luoghi non accessibili alla percezione sono in tutto simili a quelli nella nostra esperienza, in modo

che lo siano anche nell’essere mortali, non indipendentemente da questa presupposizione. Se, infatti, (sono

simili) in tutto, anche sotto questo punto di vista, noi di certo faremo un’inferenza assolutamente corretta. La

forma dell’argomentazione sarà quindi di questo tipo:

“Poiché gli uomini nella nostra esperienza sono mortali, e se (col. III) da qualche parte in altri luoghi, vi

sono uomini simili a quelli da noi conosciuti, in tutti gli altri aspetti e anche nell’essere mortali, allora

dovrebbero essere mortali”. 16

Ciò che si è appreso con questo segno non differirà dal segno da cui anche noi stessi traiamo l’inferenza,

almeno se noi presupponiamo che entrambi i gruppi sono mortali e diciamo qualcosa del genere:

“Poiché gli uomini nella nostra esperienza sono mortali, e se in qualche altro luogo vi sono uomini

mortali, essi sono mortali”.

Se invece non presupponiamo che quelli intorno ai quali facciamo l’inferenza siano simili anche nell’

essere mortali, ma che essi differiscano sotto questo aspetto e presentino delle diversità […] è chiaro che

l’inferenza segnica non ha il carattere di necessità. Non sarà dunque necessario che gli uomini che si trovano

nei luoghi non accessibili alla percezione siano mortali, né che tutti gli altri, quelli che sono simili in tutti gli

altri aspetti, ma differiscono nell’essere mortali, somiglino anche in questo a quelli che noi conosciamo.

6. (obiezione 8: L – implicazione o qua-verità)

17

In generale se uno afferma:

“Poiché gli uomini nella nostra esperienza sono mortali, e se da qualche parte esistono degli uomini, essi

sono mortali”;

se poi questo è uguale a quest’altro: 18

“Poiché gli uomini nella nostra esperienza, in quanto e nella misura in cui sono uomini, sono mortali,

allora anche gli uomini che si trovano ovunque sono mortali”

15 L’argomento sviluppato dagli avversari, che sostiene la presenza di casi rari ed eccezionali, è un attacco ad una

delle posizioni centrali della teoria epicurea, la quale affermava che ci sono dei limiti a quello che può accadere.

Un’eco di questa concezione può essere vista nell’espressione presente nel celebre verso di Lucrezio (I, 77) alte

terminus haerens. Si vedano a questo proposito i De Lacy (1978, p. 93, n. 14).

16 (shmei'on)

Il formato di un segno a partire da Aristotele è corrispondente ad una proposizione (e non ad una

singola parola come, ad esempio, nella concezione moderna linguistico-semiotica presente nel Cours di Ferdinand

de Saussure e nella tradizione che da esso si origina). In particolare nella concezione stoica il segno è definito

come una proposizione che fa da antecendente in un condizionale valido ed è disvelatore del conseguente. Si

vedano a questo proposito le definizioni del segno secondo gli stoici, date da Sesto Empirico in Adv. Math. VIII,

245 e in particolare in Pyrrh. Hyp. II, 104-106: «Gli stoici, volendo presentare la nozione di segno dicono che è

(ejkkaluptikovn

una proposizione che è l’antecedente in un condizionale vero, e che è rivelatore ) del conseguente.

lektovn

E dicono che la proposizione è un completo in se stesso; e il condizionale vero è quello che non comincia

dal vero e finisce nel falso […] essi chiamano antecedente la prima proposizione di un condizionale che comincia

con il vero e finisce nel vero. Essa fa scoprire il conseguente, poiché la proposizione “essa ha latte” sembra essere

(dhlwtikovn)

rivelatrice di quest’altra “essa ha concepito”». Per un’introduzione all’argomento cfr. Burnyeat (1982,

pp. 193-238); Sedley (1982, pp. 239-72); Manetti (1987, pp. 114-125 e 143-157).

17 Come nota Barnes (1988, p. 120 nota 96), questa obiezione è presentata come generale, ovvero fondamentale

rispetto al punto di vista epicureo. Come vedremo meglio in seguito, infatti, le due obiezioni di base che gli

avversari rivolgono contro la teoria epicurea riguardano o la mancanza di necessità delle inferenze da loro proposte

o la vaghezza del concetto di similarità. Nell’obiezione fondamentale che riguarda le qua-verità i due punti

coincidono; infatti la similarità viene presentata come troppo vaga e troppo debole per il fatto che non può

generare le qua-verità e di conseguenza non può essere una buona base perché le inferenze abbiano il carattere di

necessità.

18 Sul valore logico-semantico di queste espressioni “in quanto” e “nella misura in cui” il trattato presenta

un’ampia discussione nel cap. 52.

questa affermazione sarà corretta. Ma se, qualora la proprietà dell’essere mortali consegua in qualche

altro modo agli uomini conosciuti, (col. IV) il giudizio sarà:

“Poiché gli uomini nella nostra esperienza sono mortali, lo sono anche gli uomini che si trovano in

qualunque luogo”,

allora tale giudizio sarà vano. Per Zeus, non certo perché gli uomini nella nostra esperienza sono di vita

19

breve noi diremo che anche gli abitanti di Acrothoo lo sono. Bisogna dunque dimostrare anche che gli

uomini, in quanto e nella misura in cui sono uomini, sono mortali, se vogliamo stabilire come vincolante

20

l’inferenza segnica in questione. Se potremo dimostrare questo attraverso l’eliminazione, abbandoneremo il

21

metodo secondo la similarità. Se invece faremo la composizione delle inferenze segniche sulla base della

similarità, di nuovo cadremo nello stesso errore. <lacuna di sei righe> (se potremo dimostrare) ciò per

eliminazione, […] abbandoneremo il metodo secondo la similarità; se invece procederemo attraverso la

similarità, cadremo nello stesso errore, in modo anche da comprendere che il metodo dell’inferenza segnica

secondo similarità non è cogente; ed in generale se questo metodo è cogente presuppone che le cose che si

trovano in luoghi non accessibili alla percezione siano simili a quelle che si trovano nella nostra esperienza.

7. (obiezione 9: la fisica epicurea è incoerente con il metodo empirico; le qualità che gli epicurei

assegnano agli atomi non sono le qualità degli oggetti nella nostra esperienza)

E ancora, per similarità il passaggio logico dovrebbe essere: (col.V)

“Poiché tutti i corpi nella nostra esperienza hanno colore, ed anche gli atomi sono corpi, anche quelli

hanno colore”; 22

“poiché tutti i corpi nella nostra esperienza sono distruttibili […], e anche gli atomi sono corpi” bisogna

dire che “anche gli atomi sono distruttibili”.

(obiezione 10: il concetto di similarità è vago)

Da quale tipo di similarità a quale altro tipo bisogna fare il passaggio logico? Per esempio da uomini a

uomini. E perché da questi a questi piuttosto che da esseri viventi ad esseri viventi? Ma sia pure da esseri

viventi ad esseri viventi. E perché piuttosto che da corpi a corpi? Ma da corpi a corpi? e <lacuna di sette

righe circa> ma ancora più assurdo […] (sarà) se, partendo dagli esseri più vicini faremo il passaggio logico

agli esseri del grado più elevato all’interno della stessa classe, piuttosto che partendo dagli uomini simili nel

19 Acrothoo era una città posta sul promontorio del monte Athos, nella penisola Calcidica. Per primo ce ne dà

notizia Erodoto (Historiae VII, 22); ma nel I d. C. la città, secondo le testimonianze di Pomponio Mela (II, 2,32) e

Plinio (Nat. Hist. IV, 37), non esisteva più poiché ad essa viene fatto riferimento con l’espressione fuit. Lo stesso

Pomponio Mela sottolinea la particolare longevità degli abitanti di tale luogo; Plinio attribuisce questa

caratteristica più in generale agli abitanti del Monte Athos (Nat. Hist. VII, 27).

20 (ajnaskeuhv

Incontriamo qui per la prima volta il termine cruciale “eliminazione” ) che sarà oggetto di indagine

nel corso dell’intero trattato. Si tratta di un termine tecnico per cui si rimanda all’introduzione nella quale vengono

ajnaskeuavzein

illustrati e discussi gli aspetti logico-semantici. E’ un sostantivo derivato dal verbo che si trova

“ajnaskeuavzein

impiegato comunemente nella sua funzione logica nei Topica di Aristotele, dove che p” significa

kataskeuavzein (“kataskeuavz ein

“negare p”; esso è messo in contrapposizione con che p” significa “stabilire p”).

Cfr. Barnes (1988, p. 99 e nota C 131). Le occorrenze di questo termine sono rare, ma si possono segnalare due

casi in cui compare in una precisa accezione tecnica in Ps. Galeno, De optima secta (I, 117 K.) e Sesto Empirico,

Adv. Math. VII, 214 (sunanaskeuhv ). In sostanza possiamo dire che l’eliminazione è il test specifico proposto

dagli avversari per verificare la validità sia di un condizionale sia di un segno proprio col. XXXII.31 – XXXIII.1;

XIV.2-11.

21 suvnqesi" tw'n shmeivwn,

Sulla relazione fra il concetto di inferenza e quello qui menzionato di composizione

delle inferenze segniche, può essere utile rimandare a un celebre frammento attribuito a Crisippo (SVF II, 135, 2 =

Sesto Empirico, Adv. Math. VIII, 275) in cui il filosofo stoico sostiene che la differenza fra l’uomo e l’animale

lovgo" ejndiavqeto"

consiste da una parte nella presenza nell’uomo del (discorso interiore) dall’altra nella presenza

fantasiva metabatikh; kai; sunqetikhv

nell’essere umano della , cioè la rappresentazione mentale capace di

suvnqesi" tw'n shmeivwn

operare una trasposizione e una combinazione. Il concetto di è presente anche in altre

parti del trattato (XXX.33 – XXXI.8 e fr. I) e rimanda, come fa notare Allen, 2001, pp. 230-231, al metodo di

costruzione o composizione delle inferenze segniche.

22 Gli avversari stanno qui attaccando gli Epicurei su un punto centrale della loro teoria, mostrando che

l’applicazione del metodo di similarità ad uno degli elementi fondamentali dell’ontologia epicurea, cioè gli atomi,

porterebbe a conclusioni opposte a quelle sostenute dagli Epicurei stessi. In altre parole, in conseguenza

dell’applicazione del metodo di similarità gli atomi, che appartengono alla classe dei corpi, dovrebbero avere

proprietà simili a quelle possedute da tutti i membri di questa classe, vale a dire colore e distruttibilità, ma questo è

esattamente il contrario di quanto sostenuto dalla scuola epicurea. 23

più alto grado sia nel corpo sia nell’anima a quelli della stessa classe. Non ci serviremo dunque

(dell’inferenza segnica) […].

"Poiché gli uomini nella nostra esperienza sono mortali, dovrebbero esserlo anche quelli che stanno in

Libia”.

Né a maggior ragione (ricorreremo all’inferenza segnica):

"Poiché gli esseri viventi che sono nella nostra esperienza sono mortali, e se ce ne sono alcuni in

Britannia, dovrebbero essere mortali”. 24

8. (obiezione 11: oggetti identici /simili; grado di somiglianza)

A questo punto (gli avversari) erano soliti usare anche questi argomenti relativi alle similarità: (col. VI)

prenderemo come base per l’inferenza segnica, ciò che è identico o ciò che è simile o quale grado di

25

somiglianza che una cosa presenta? Dire dunque che (la base) è ciò che è identico, è ridicolo; infatti perché

26

mai il percepibile sarà segno del non percepibile piuttosto che il contrario? Essendoci identità, non ci sarà

più da una parte il visibile e dall’altra il non percepibile. Se invece noi prenderemo ciò che è simile, come

potremo dire che (l’oggetto non percepibile), per la differenza che presenta, non si discosta dal fenomeno da

cui traiamo l’inferenza segnica? <lacuna di tre righe> faremo il passaggio logico verso un oggetto non

percepibile qualunque. Ma qualora noi facciamo il passaggio logico servendoci della sola somiglianza,

commettiamo un errore, proprio perché ciò che è simile può esserlo o per essenza o per accidente. Se, in

effetti, noi prenderemo in esame (cose simili) sotto ogni aspetto, non ci sarà da una parte l’oggetto non

percepibile e dall’altra l’oggetto visibile; se invece, al contrario, (prenderemo cose simili) parzialmente,

27

daremo fiducia ad una qualità occasionale, nel fare l’inferenza segnica intorno all’essenza, e da questa

intorno alle cose non percepibili.

9. (obiezione 12: l’inferenza segnica per similarità è imperfetta, perché non viene chiarita la qua-

28

relazione) 29

E poiché la proposizione “se una cosa, in quanto questa cosa è tale” è stata colta in maniera impropria,

il nostro ragionamento è inconcludente. Questo infatti sarà stabilito attraverso il ragionamento e attraverso

23 Gli avversari, dopo aver mostrato che è rischioso, dal punto di vista epistemologico, servirsi dell’inferenza per

similarità nel caso di oggetti appartenenti alla stessa classe, a questo punto spostano il loro obiettivo polemico nei

confronti di inferenze fra classi che si trovano in relazione di inclusione. Sarà dunque ancora più rischioso fare il

passaggio logico ad es. dagli uomini agli esseri viventi in generale e ancora di più ad un termine generalissimo

come quello di corpo. Una simile obiezione all’epistemologia epicurea la incontriamo anche nell’attacco condotto

dall’accademico Cotta nel De natura deorum di Cicerone (I, 97-98). Cotta attacca la posizione epicurea secondo la

quale gli dei sono simili agli uomini nella forma fisica oltre che nella razionalità ed usa una serie di argomenti che

portano a delle conseguenze assurde l’accettazione di questa premessa.

24 Questa obiezione rimane senza risposta nella sezione di Zenone, ma si risponde ad un’obiezione analoga nella

sezione di Bromio al cap. 37.

25 Il passaggio logico da simile a simile era il procedimento inferenziale fondamentale della medicina empirica ed

anche i medici empirici dovevano fronteggiare questo problema relativo ai gradi di somiglianza. Cfr. Galeno, In

Hipp. de Off. Med. Comm. I, 4 (XVIII B, pp. 663-664 K.). Il problema che gli avversari stanno qui sollevando

concerne l’inaffidabilità delle inferenze basate sul metodo della somiglianza. L’argomentazione implicita è la

seguente: se le inferenze basate su un alto grado di somiglianza non garantiscono la sicurezza epistemologica del

passaggio logico, a maggior ragione non la garantiranno quelle che sono basate su un basso grado di somiglianza.

Inoltre, come viene precisato in questo capitolo, il caso della identità mina l’inferenza in un altro modo, poiché non

si potrebbe più riconoscere la differenza fra ciò da cui si inferisce e ciò a cui si inferisce.

26 Un argomento simile viene portato anche nel Cratilo di Platone (432d 5-9), quando si discute la tesi di Cratilo

secondo cui il nome dovrebbe essere un’imitazione totale dell’oggetto di cui è nome, tanto da costituirne un vero e

proprio “doppio”. L’obiezione di Socrate a questa posizione è che in tal caso sarebbe impossibile stabilire quale è

il nome e quale è l’oggetto. Cfr. Manetti (1987, pp. 97-98). ]hi

27 paragen[omevn

Accogliamo la lezione di Delattre che legge, sulla base della foto multispettrale, (occasionale)

]hi

parapai[ouvs

al posto di (fallace) dei De Lacy. Siamo grati a Daniel Delattre per averci fornito il manoscritto

della traduzione francese del De signis, corredata con note, che lui e la sua équipe hanno effettuato e che

attualmente è in corso di pubblicazione presso le edizioni della Pléiade. Tale traduzione si discosta in diversi punti

da quella dei De Lacy, poiché vengono proposte molte nuove letture del papiro sulla base dell’uso delle foto

multispettrali. Segnaleremo tutti i casi in cui ci allontaniamo dal testo stabilito dai De Lacy per accogliere le letture

proposte da Delattre.

28 Anche a questo secondo argomento non si risponde nella sezione di Zenone; un chiarimento del significato delle

qua-relazioni si trova nella IV sezione ai capp. 51-52.

l’inferenza segnica; se noi procediamo per similarità andremo a finire sicuramente verso un processo infinito,

poiché avremmo oscuro questo (col. VII) (cioè la proposizione) “se una cosa, in quanto questa cosa è tale”,

in modo che l’inferenza segnica risulterà imperfetta. Se invece procediamo attraverso l’eliminazione, poiché

è l’unica (via) che offre sicurezza, avremo successo. 30

B. Obiezioni artificiose di Dionisio alle repliche epicuree

10. Dionisio prova ad avanzare delle obiezioni artificiose contro le repliche che i seguaci della nostra

scuola propongono;

(obiezione a: ambiguità nell’uso della parola “similarità”)

infatti, poiché (gli Epicurei) affermano che il metodo della similarità pervade interamente il metodo di

eliminazione e quest’ultimo è confermato da quello, (Dionisio) sostiene che essi si lasciano fuorviare

31

dall’ambiguità di una parola, perché appunto la similarità <lacuna di sette righe circa> che ogni evidenza,

anche quella che si produce per caso, è necessaria […] e supponendo che la cosiddetta similarità, intesa in un

qualche senso, è utile.

11. (obiezione b: Dionisio sostiene che affermare che gli esseri mostruosi sono simili in qualcosa, a

meno di abolire ciò a cui somigliano, comporta un ragionamento per eliminazione)

32

Ancora quando i nostri (gli epicurei) affermano che secondo loro anche gli esseri mostruosi sono simili

33

in qualcosa – a meno che noi non arriviamo ad abolire l’esistenza di cose nella nostra esperienza che

assomigliano ad essi – (Dionisio) dice che l’abolizione avverrà attraverso il metodo dell’eliminazione, ma

che ci basterà di essere convinti intorno a queste cose e intorno alle cose che derivano dall’esperienza

34

secondo la plausibilità, nello stesso modo in cui diciamo che saremo al sicuro navigando d’estate <lacuna

di una riga>.

12. (obiezione c: Dionisio dice che l’aggiunta: “quando niente si oppone” non contribuisce alla

validità dell’inferenza)

29 Questa formulazione equivale al processo di individuazione della natura di una cosa per se.

30 Inizia ora una parte in cui un personaggio di nome Dionisio, probabilmente il filosofo stoico Dionisio di Cirene,

che fu allievo di Diogene di Babilonia, propone alcune obiezioni alle repliche che gli Epicurei avevano avanzato

contro le precedenti obiezioni degli oppositori. Dionisio è menzionato da Filodemo anche nell’ Index Stoicorum

Herculanensis col. 52, 6-7 (ed. Dorandi, 1994, pp. 23 e 102-103) e in De dis I PHerc. XXVI, col. 9, 25-9 B.7; cfr.

il commento di Diels (1915, pp. 55-56). Secondo i De Lacy le argomentazioni di Dionisio sono tre, secondo

Delattre sono cinque. Nel testo presente seguiamo l’impostazione di Delattre. Ciascuna di queste obiezioni riceve

una immediata risposta.

31 Il testo non chiarisce in che consiste l’ambiguità qui menzionata. I De Lacy (1978, p. 98 n. 29) fanno l’ipotesi

che si tratti dell’ambiguità tra proprietà simili essenziali e accidentali, di cui Filodemo ha appena parlato nel cap. 8.

32 Cioè gli epicurei. Poiché qui secondo il testo presentato dai De Lacy è presente un’ambiguità riguardante il

soggetto enunciatore, dovuta alla coesistenza di modo del discorso diretto (che ha come soggetto “noi epicurei”) e

il discorso indiretto (“secondo loro”, che si riferisce sempre agli epicurei, mentre il soggetto enunciatore

presupposto è Dionisio), riteniamo preferibile accettare le correzioni di Sedley (1982, pp. 249-50 e nota 25), che

suggerisce di eliminare le virgole in 28 e 29 e di cambiare il punto in virgola in 32; infine suggerisce di leggere

]

ejpark[ei'n ejparkev sei]

al posto di [ in 32. Dal punto di vista del senso le modifiche producono l’effetto di attribuire

a Dionisio due argomenti: il primo consiste nel presentare la replica epicurea come un esempio del metodo di

eliminazione; il secondo consiste nell’aggiungere che in certe aree del discorso, compresa quella qui considerata,

non ci sarebbe nemmeno bisogno del metodo di eliminazione in quanto sarebbe sufficiente “essere convinti in

accordo con la probabilità”.

33 Nel dire che gli esseri mostruosi sono simili in qualcosa (naturalmente, a qualcos’altro), è probabile che gli

epicurei avessero in mente il fatto che creature fantastiche come ad es. i Centauri avevano una somiglianza

riconoscibile con oggetti appartenenti alla nostra esperienza: nel caso menzionato “l’immagine di un uomo e

l’immagine di un cavallo”. E’ in questo modo infatti che Lucrezio spiega le visioni di Centauri, Scille ed esseri

dello stesso tipo, IV, 722-744; cfr. De Lacy (1978, p. 99, n. 30).

34 kata; th;n eujlogivan;

Vengono qui nominate le inferenze in questo passo Filodemo sembra riconoscere un ruolo

ad inferenze basate appunto sulla plausibilità, ovvero non caratterizzate dalla necessità. Questa nozione sembra

eijko‰" (shmei'a

essere simile a quella di in Aristotele, la quale si oppone sia ai segni non necessari ) sia a quelli

(tekmhvria). eijkov"

necessari Quello che contraddistingue la nozione di è sostanzialmente il suo carattere

probabilistico, che lo lega inestricabilmente alla persuasione e non alla dimostrazione (An. Pr. II, 70 a 2-6; Rh.

1357a 34 – 1357b 1).


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Storia della filosofia antica, tenute dal Prof. Emidio Spinelli nell'anno accademico 2011 e consiste nella traduzione a cura del prof. Giovanni Manetti di una parte del De Signis dell'autore epicureo Filodemo, trattato sui segni e sulle inferenze semiotiche.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia e conoscenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Spinelli Emidio.

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