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l’inferenza segnica; se noi procediamo per similarità andremo a finire sicuramente verso un processo infinito,

poiché avremmo oscuro questo (col. VII) (cioè la proposizione) “se una cosa, in quanto questa cosa è tale”,

in modo che l’inferenza segnica risulterà imperfetta. Se invece procediamo attraverso l’eliminazione, poiché

è l’unica (via) che offre sicurezza, avremo successo. 30

B. Obiezioni artificiose di Dionisio alle repliche epicuree

10. Dionisio prova ad avanzare delle obiezioni artificiose contro le repliche che i seguaci della nostra

scuola propongono;

(obiezione a: ambiguità nell’uso della parola “similarità”)

infatti, poiché (gli Epicurei) affermano che il metodo della similarità pervade interamente il metodo di

eliminazione e quest’ultimo è confermato da quello, (Dionisio) sostiene che essi si lasciano fuorviare

31

dall’ambiguità di una parola, perché appunto la similarità <lacuna di sette righe circa> che ogni evidenza,

anche quella che si produce per caso, è necessaria […] e supponendo che la cosiddetta similarità, intesa in un

qualche senso, è utile.

11. (obiezione b: Dionisio sostiene che affermare che gli esseri mostruosi sono simili in qualcosa, a

meno di abolire ciò a cui somigliano, comporta un ragionamento per eliminazione)

32

Ancora quando i nostri (gli epicurei) affermano che secondo loro anche gli esseri mostruosi sono simili

33

in qualcosa – a meno che noi non arriviamo ad abolire l’esistenza di cose nella nostra esperienza che

assomigliano ad essi – (Dionisio) dice che l’abolizione avverrà attraverso il metodo dell’eliminazione, ma

che ci basterà di essere convinti intorno a queste cose e intorno alle cose che derivano dall’esperienza

34

secondo la plausibilità, nello stesso modo in cui diciamo che saremo al sicuro navigando d’estate <lacuna

di una riga>.

12. (obiezione c: Dionisio dice che l’aggiunta: “quando niente si oppone” non contribuisce alla

validità dell’inferenza)

29 Questa formulazione equivale al processo di individuazione della natura di una cosa per se.

30 Inizia ora una parte in cui un personaggio di nome Dionisio, probabilmente il filosofo stoico Dionisio di Cirene,

che fu allievo di Diogene di Babilonia, propone alcune obiezioni alle repliche che gli Epicurei avevano avanzato

contro le precedenti obiezioni degli oppositori. Dionisio è menzionato da Filodemo anche nell’ Index Stoicorum

Herculanensis col. 52, 6-7 (ed. Dorandi, 1994, pp. 23 e 102-103) e in De dis I PHerc. XXVI, col. 9, 25-9 B.7; cfr.

il commento di Diels (1915, pp. 55-56). Secondo i De Lacy le argomentazioni di Dionisio sono tre, secondo

Delattre sono cinque. Nel testo presente seguiamo l’impostazione di Delattre. Ciascuna di queste obiezioni riceve

una immediata risposta.

31 Il testo non chiarisce in che consiste l’ambiguità qui menzionata. I De Lacy (1978, p. 98 n. 29) fanno l’ipotesi

che si tratti dell’ambiguità tra proprietà simili essenziali e accidentali, di cui Filodemo ha appena parlato nel cap. 8.

32 Cioè gli epicurei. Poiché qui secondo il testo presentato dai De Lacy è presente un’ambiguità riguardante il

soggetto enunciatore, dovuta alla coesistenza di modo del discorso diretto (che ha come soggetto “noi epicurei”) e

il discorso indiretto (“secondo loro”, che si riferisce sempre agli epicurei, mentre il soggetto enunciatore

presupposto è Dionisio), riteniamo preferibile accettare le correzioni di Sedley (1982, pp. 249-50 e nota 25), che

suggerisce di eliminare le virgole in 28 e 29 e di cambiare il punto in virgola in 32; infine suggerisce di leggere

]

ejpark[ei'n ejparkev sei]

al posto di [ in 32. Dal punto di vista del senso le modifiche producono l’effetto di attribuire

a Dionisio due argomenti: il primo consiste nel presentare la replica epicurea come un esempio del metodo di

eliminazione; il secondo consiste nell’aggiungere che in certe aree del discorso, compresa quella qui considerata,

non ci sarebbe nemmeno bisogno del metodo di eliminazione in quanto sarebbe sufficiente “essere convinti in

accordo con la probabilità”.

33 Nel dire che gli esseri mostruosi sono simili in qualcosa (naturalmente, a qualcos’altro), è probabile che gli

epicurei avessero in mente il fatto che creature fantastiche come ad es. i Centauri avevano una somiglianza

riconoscibile con oggetti appartenenti alla nostra esperienza: nel caso menzionato “l’immagine di un uomo e

l’immagine di un cavallo”. E’ in questo modo infatti che Lucrezio spiega le visioni di Centauri, Scille ed esseri

dello stesso tipo, IV, 722-744; cfr. De Lacy (1978, p. 99, n. 30).

34 kata; th;n eujlogivan;

Vengono qui nominate le inferenze in questo passo Filodemo sembra riconoscere un ruolo

ad inferenze basate appunto sulla plausibilità, ovvero non caratterizzate dalla necessità. Questa nozione sembra

eijko‰" (shmei'a

essere simile a quella di in Aristotele, la quale si oppone sia ai segni non necessari ) sia a quelli

(tekmhvria). eijkov"

necessari Quello che contraddistingue la nozione di è sostanzialmente il suo carattere

probabilistico, che lo lega inestricabilmente alla persuasione e non alla dimostrazione (An. Pr. II, 70 a 2-6; Rh.

1357a 34 – 1357b 1). 35

(col. VIII) E dice che non serve a niente l’aggiungere: “quando niente si oppone, allora bisogna usare il

metodo secondo similarità”. Come infatti sarà possibile capire che niente si oppone sia tra i fenomeni, sia tra

le cose già precedentemente dimostrate? Se infatti faremo l’inferenza da segni, è chiaro che ciò avviene o

attraverso la similarità, o attraverso l’eliminazione; e se avviene attraverso la similarità, di nuovo si porrà la

domanda su come noi potremo non temere che nessuna delle cose dette sia incompatibile con questa. Se

invece avviene per eliminazione, non bisogna che voi rifiutiate questo metodo. Se qualcuno <lacuna di due

righe> e riteniamo che tale opinione sia veritiera anche se in realtà noi possiamo ritrovare la similarità solo

36

nella maggioranza dei casi. 37

13. (difesa della dottrina epicurea) 38

E’ possibile parlare ininterrottamente in difesa di questa dottrina: poiché il metodo della similarità non è

cogente, neppure quello dell’eliminazione porterà con sé la necessità. Infatti (la proposizione) “se c’è moto,

39

c’è vuoto” noi non la capiamo in nessun altro modo se non attraverso il metodo della similarità, stabilendo

40

che non è possibile che il moto si produca senza vuoto. Dunque, dopo aver valutato comparativamente tutte

le condizioni che si accompagnano alle cose che nella nostra esperienza si muovono, senza cui noi non

vediamo niente muoversi, in questo modo noi affermiamo che tutti gli oggetti che si muovono, lo fanno

sempre in maniera simile, e (col. IX) con questo metodo inferiamo che non è possibile che si verifichi moto

senza vuoto. Pertanto se questo metodo non ha la forza per dimostrare ciò, neppure il metodo basato

sull’eliminazione, che è tutto confermato da e attraverso quello della similarità, comporta la necessità.

14. (obiezione d: Dionisio argomenta circa la grandezza del sole in relazione alla sua distanza dalla

terra) 41

Probabilmente non è peggio fare il passaggio logico sulla base di un ragionamento analogico parziale di

quanto non sia farlo sulla base del segno cosiddetto per identità. Ma infatti, mentre i seguaci della nostra

scuola insistono nel dire che le cose che stanno in questo universo sono tanto grandi quanto le vediamo,

(Dionisio) ritiene che il sole sia molto più grande di quello che appare, a causa della distanza che lo separa da

noi; inoltre le altre cose da lontano sono viste sfavillare meno intensamente e (muoversi) lente, mentre il sole

offre un’apparenza contraria e un movimento corrispondente a questa; infatti i fenomeni che si manifestano

nella nostra esperienza tutti a distanza vengono visti sminuiti nel colore, perché si vedono mostrare il colore

35 Troviamo qui espressa per la prima volta l’esigenza di non entrare in contrasto con i fenomeni osservabili. Tale

esigenza compare in molti altri passi del testo: XIII.4-6; XVI.22 e 38; XVIII.29-31; XIX.3-4; XXXII.24-26;

XXXIII.13; XXXV.20-22; XXXVI.10-11 e 16-17.

36 Il concetto di “per lo più” o “nella maggioranza dei casi” ha una lunga storia nella letteratura scientifica greca,

a partire dai testi ippocratici; cfr. Di Benedetto (1966, pp. 315-368 e 1986, pp. 126-142) e von Staden (2002, pp.

23-43). In ambito filosofico Aristotele sviluppa esplicitamente questo concetto in relazione alla nozione di

entimema nelle definizioni parallele dei Primi analitici (II, 70a 2-6) e della Retorica (I, 1357a 34 – 1357b 1). Sul

tema delle inferenze valide “per la maggior parte” ritorna anche Barnes (1988, pp. 98, 115 e nota addizionale F,

133-134), il quale individua e commenta tre passi (VII.32-5; VIII.18-21; XXV.28-34) in cui sembra che Filodemo

faccia riferimento ad un legame fra la premessa e la conclusione in un’ inferenza segnica più debole che non la

eujlogiva

necessità. Nel primo passo il concetto discusso è quello di (per il quale si veda la nota 43); negli altri due

wJ" ejpi; poluv

passi il concetto è appunto quello di . Si noti però che questi accenni risultano comunque eccezionali,

perché l’intero trattato insiste molto sul carattere di necessità che devono avere le inferenze segniche. Sul

ragionamento probabilistico in ambito retorico, cfr. Piazza (2000).

37 Accogliamo il suggerimento di Delattre, secondo cui il capitolo 13 ha un carattere autonomo rispetto alle

obiezioni artificiose di Dionisio, proponendo una parentesi di difesa della dottrina epicurea.

38 Il senso che si richiederebbe in questo punto non è “poiché” ma “se”, come suggerisce Barnes (1988, p. 108 nota

eij oJ ejp

67). Per quanto Gomperz avesse proposto la lettura al posto di [ei; ] dei De Lacy, un’ ispezione alla foto

multispettrale e al disegno oxoniense non consentono di risolvere la questione.

39 La prova epicurea standard per dimostrare l’esistenza del vuoto, legandola all’esistenza del moto, la troviamo

nell’ epistola di Epicuro Ad Hdt. 40: «se non ci fosse ciò che noi chiamiamo vuoto e spazio e natura intangibile, i

corpi non avrebbero alcun luogo dove stare e niente attraverso cui muoversi, come essi sembrano fare».

Formalmente come sottolinea Barnes (1988, p. 132) si tratta di un modus tollens. Non c’è una sostanziale

differenza fra questa presentazione rintracciabile direttamente negli scritti del maestro e quella attribuita da Sesto

Empirico ad Epicuro (Adv. Math. VIII, 329), nella forma di un modus ponens: «Epicuro pensa di aver prodotto una

prova davvero potente dell’esistenza del vuoto nel modo che segue: “se c’è moto c’è vuoto; ma c’è moto; perciò

c’è vuoto”».

40 ejpilogivzomai

La traduzione del verbo come “valutare comparativamente” segue la proposta avanzata da

Schofield (1996, p. 226 ss.) il quale individua nell’intero campo lessicale delle espressioni epicuree contenenti

(ejpilogivz omai, ejpilogismov",

epilog- ecc.) il significato concernente una forma comparativa di valutazione:

«what the Epicureans had in mind by epilogismos was a comparative form of appraisal».

41 Il testo di questo capitolo, per una ventina di righe, viene presentato dai De Lacy (1978, p. 101) come da

considerarsi «no more than conjecture». 42

in modo ombreggiato. Il sole, invece, avendo un’intensa brillantezza, essendo esente dal principio per cui la

43

distanza naturale per lo più riduce le grandezze , sia queste sono molte volte maggiori di quello che appare,

sia in tale caratteristica il sole differisce da tutti i fenomeni del nostro mondo, come la pietra magnete, che

44

essendo differente da tutte (le altre pietre), unica attira il ferro.

15. (obiezione e: Dionisio argomenta circa la grandezza del sole in relazione alla velocità del suo

45

movimento)

(col. X) Così (Dionisio), attaccando il nostro argomento in favore dell’idea che la grandezza del sole è

conforme a quello che è posto sotto i nostri occhi, usa un’inferenza segnica del seguente tipo:

“Tutte quante le cose nella nostra esperienza che fanno una lenta apparizione da dietro un altro oggetto

che le nasconde, fanno così o perché si muovono lentamente, o perché hanno una dimensione molto grande;

e poiché il sole riappare lentamente, è necessario dunque che subisca uno dei due effetti;

e di sicuro non si muove lentamente, poiché percorre la sua strada dall’alba al tramonto in dodici ore,

46

distanza questa grande senza sosta”. 47

[Certamente (Dionisio) non usa il metodo dell’eliminazione né dice che una cosa appare] soggetta a

cambiamento per la distanza a chi la guarda […] poiché anche il suo discorso, ottenuto attraverso

un’indagine sulla base della similarità che riguarda le cose nella nostra esperienza sarà ugualmente rovesciato

se il metodo di similarità non è cogente. Ammettiamo pure che le cose nella nostra esperienza, che fanno

delle lente riapparizioni, o si muovono lentamente oppure occupano ampi spazi. Ma quale necessità c’è che

anche il sole, facendo un lento scorrimento, subisca tale effetto per queste cause? Lo fa infatti per un’altra

causa peculiare e differente da quelle (valide per gli oggetti) presso di noi.

Ancora, non (è forse vero che) tutte le cose nella nostra esperienza, che hanno colori che appaiono nitidi,

possono (col. XI) presentare una variazione peculiare verso una maggiore o minore brillantezza, ma il sole

42 e[cont[a t]h;n

Segnaliamo la nuova lettura del papiro proposta da Delattre sulla base della foto multispettrale:

thli[kauvt hn ajkt]ivna e[cont[a

(“avendo un così grande irraggiamento”) al posto del testo presentato dai De Lacy

marmarug]hv n ti]na.

[

43 Nella traduzione di questo passo controverso manteniamo la soluzione interpretativa dei De Lacy (1978, p. 102).

44 Gli epicurei sostenevano l’opinione che il sole fosse largo esattamente quanto appare. Si veda Epicuro, Ep. Pyt.

91 e la nota in Arrighetti (1968, pp. 526-528); in Cicerone (De finibus I, 20) c’è la testimonianza che il sole è

largo circa un piede; cfr. anche Lucrezio V, 564-591. Ciò che sostiene Dionisio in questo capitolo per confutare

l’opinione epicurea che il sole è grande tanto quanto appare e dunque dimostrare che è molto più largo a causa

della distanza dalla terra si esprime in un lungo ragionamento, che in questo capitolo si appoggia all’argomento

secondo cui il sole è un “oggetto unico”. Tale ragionamento parte dall’osservazione per cui gli oggetti (in

particolare i corpi celesti), a causa della distanza, presentano le tre seguenti caratteristiche: 1) appaiono più piccoli

di quello che sono in realtà; 2) sfavillano meno intensamente e/o appaiono sminuiti nel colore; 3) appaiono

muoversi più lentamente. Al contrario il sole presenta le caratteristiche opposte alle proprietà due e tre, cioè

sfavilla intensamente e si muove velocemente; la conclusione sembrerebbe dover essere che il sole presenta anche

la proprietà opposta della caratteristica 1), e cioè la proprietà di non essere più grande di quello che appare (come

dicevanono gli epicurei). Ma l’obiezione di Dionisio si appoggia sull’opinione condivisa dalle varie scuole

filosofiche che il sole è un oggetto unico (cioè ha un comportamento peculiare, come il magnete) e arriva a

concludere che come tale è esente dal principio per cui la distanza naturale riduce le grandezze (dimensioni e

intensità luminosa). La conclusione, che rimane implicita nel testo, è che esso è più grande di quello che appare.

45 In questo capitolo Dionisio approfondisce la discussione volta a negare l’opinione che le dimensioni del sole

siano così ridotte come appaiono, ricorrendo ad un ragionamento disgiuntivo, deducendo la grandezza del sole dal

comportamento dei corpi quando riappaiono dietro un ostacolo: il loro lento riapparire è derivato o dalla reale loro

lentezza o dalla loro grandezza; poiché la velocità del sole è tale che esso compie il suo percorso in dodici ore, la

causa del suo lento riapparire è dovuta alle sue grandi dimensioni. Il tema delle dimensioni del sole è uno di quelli

che sono stati usati per favorire un’identificazione degli avversari con esponenti della scuola stoica, per esempio,

da parte di Sedley (1982, p. 240 n. 5), che sottolinea anche che Diogene Laerzio (VII, 132) ci dice che era una

preoccupazione stoica stabilire che le dimensioni del sole sono maggiori di quanto appaiono. Sappiamo del resto

che lo stoico Posidonio scrisse un’opera sulle dimensioni del sole proprio per confutare la teoria di Zenone,

elaborata in risposta a Dionisio; da questa attinse Cleomede, uno stoico probabilmente dell’età di Marco Aurelio,

Kuklikh; qewriva metewvron.

per la sua Cfr. Romeo, 1979, pp. 12-17; Angeli e Colaizzo, 1979, p. 57.

46 La conclusione del ragionamento non è esplicitata; ma, come sostengono giustamente i De Lacy (1978, p. 102,

n. 39), è ovvia e può essere così ricostruita: “perciò le sue dimensioni sono molto grandi”.

47 La traduzione fra parentesi quadre segue il testo proposto da Philippson (1909), riportato nell’apparato critico

dell’edizione dei De Lacy.

non possiede tale peculiarità? Inoltre non (è vero) anche che le cose della nostra esperienza che riappaiono

potranno subire questo per le due cause, mentre il sole non per queste cause, ma per un’altra diversa da quelle

(valide) nella nostra esperienza sarà impossibilitato a subire questo effetto?

16. (Gli epicurei difendono il loro metodo di inferenza)

Ma neppure il fatto che il magnete, unica tra le pietre, attiri il ferro, indica che la nostra inferenza segnica

non è necessaria. E non a causa della confutazione avanzata da Dionisio <lacuna di tre righe> il metodo

dell’inferenza segnica per similarità sarà distrutto. Infatti riguardo ad ogni elemento della confutazione,

sarebbe assolutamente appropriato (dire) che essa è più secondo similarità che secondo eliminazione. Inoltre

il passaggio logico che sembra essere abbastanza vincolante, nemmeno in questo modo è reso cogente con

48

argomenti che garantiscono ciò per eliminazione.

49

17. E del resto si verifica che i suoi discorsi sono facili da smontare per coloro che conducono

l’indagine (su di essi)

(risposta alle obiezioni 1 e 2, perdute nella lacuna iniziale del papiro: eliminazione ed inconcepibilità)

50

I primi due argomenti (portati dagli avversari) avendo lo stesso valore, si demoliscono allo stesso modo.

Essendo infatti posto che questo condizionale: “se il primo, allora il secondo”, risulti vero ogni qualvolta sia

51

vero quest’altro “se non il secondo, allora nemmeno il primo”, non per questo (col. XII) consegue che

52

soltanto il metodo secondo eliminazione sia cogente. Infatti il condizionale: “se non il secondo, allora

53

nemmeno il primo” talvolta è vero in quanto, eliminato per ipotesi il secondo, per la stessa eliminazione di

quest’ultimo, anche il primo viene eliminato, come avviene anche nell’esempio seguente: “se c’è moto, allora

c’è vuoto”. Infatti, essendo eliminato per ipotesi il vuoto, per la semplice eliminazione di questo, anche il

moto verrà eliminato, in modo che un’inferenza di questo tipo si accordi con il genere dell’eliminazione.

Talvolta però le cose non stanno così, ma proprio per il fatto che non si può concepire che il primo esista o

sia tale e il secondo non esista o non sia tale, come avviene nell’esempio: “se Platone è un uomo, allora anche

Socrate è un uomo”; essendo vero questo, è vera anche la proposizione “se Socrate non è un uomo, allora

54

neppure Platone è un uomo”. Non per il fatto che con l’eliminazione di Socrate viene contemporaneamente

eliminato Platone, ma per il fatto che non è possibile che Socrate non sia un uomo e Platone invece lo sia; e

questo certamente appartiene al metodo della similarità. Perciò né il primo, né il secondo argomento portano

a concludere che il metodo dell’inferenza semiotica secondo similarità manchi di produrre la necessità.

18. (risposta all’obiezione 3: le inferenze per similarità non sono invalide se si fa una discriminazione

nelle proprietà comuni che permettono di costruirle)

55

Neppure il terzo argomento dimostra questo, poiché sostiene erroneamente che le similarità specifiche

(col. XIII) non hanno il carattere di cogenza. Non bisogna infatti fare il passaggio logico da una proprietà

48 Il testo dei righi 25-26 presenta allo stato delle letture proposte delle difficoltà dal punto di vista sintattico. La

traduzione proposta costituisce un tentativo di dare un senso al testo, ma rimane fortemente congetturale.

49 aujt ou'

L’espressione traduce che è parzialmente frutto di congettura di Philippson (1909), accolta dai De Lacy.

In questo caso “suoi” si riferisce ai discorsi di Dionisio di Cirene, che sono stati presentati immediatamente prima.

Dalla frase successiva iniziano le repliche alle obiezioni degli avversari, intesi come gruppo.

50 duvnami"

Traduciamo con “valore”, ritenendo che il testo voglia dire che i due argomenti si collocano in un

stesso ambito tematico e di significato.

51 ajntistrofhv

Il meccanismo logico che è in questione in questo passo è quello specifico della ovvero di

contrapposizione, che non deve essere confuso con il meccanismo di eliminazione, in quanto la contrapposizione si

applica ad ogni condizionale valido, mentre l’eliminazione si applica soltanto a certi tipi di condizionale. In altre

parole, ogni condizionale del tipo “se A allora B” genera la propria contrappositiva, se “non B allora non A”

qualora sia valido.

52 trovpo"

In questo passo l’eliminazione viene esplicitamente definita cioè metodo, mentre sarebbe più corretto

definirla un “criterio”. Sulla mancanza di una precisa distinzione sistematica, all’interno del trattato, tra la nozione

di metodo e quella di criterio si veda l’introduzione,

53 MH TO PROTON OUDE TO DEUTERON

Si presenta qui un problema testuale poiché nel papiro si legge

(“se non il primo, allora nemmeno il secondo”); i De Lacy, accogliendo la correzione di Bahnsch (1879), invertono

i termini e correggono “se non il secondo, allora nemmeno il primo”. Tuttavia quello che ci aspetteremmo dal

punto di vista logico è una terza soluzione, cioè la formula del condizionale semplice “se il primo, allora il

secondo” al quale condizionale si propone subito dopo di applicare l’eliminazione. In effetti la formula che

presenta il papiro ha lo stesso valore logico della formula base che ci aspetteremmo, in quanto semplicemente nega

tutte e due le proposizioni del condizionale e dunque ha gli stessi valori di verità.

54 Si noti che questa proposizione è la contrappositiva della proposizione precedentemente portata come esempio

di inconcepibilità, cioè “se Platone è un uomo, anche Socrate è un uomo” e non un caso di eliminazione.

55 Cioè che la similarità non ha cogenza.

comune presa a caso a un’altra proprietà comune, pure presa a caso, ma da quella proprietà che non offre

nemmeno una scintilla (di prova) verso il contrario né esercita alcuna spinta che vada in senso opposto alle

cose evidenti. Infatti quale somiglianza c’è tra il partire dal fatto che gli uomini nella nostra esperienza,

quando vengono decapitati muoiono tutti e le teste non ricrescono loro naturalmente, per inferire che

dovunque agli uomini, una volta decapitati, succeda questo, e il partire dal fatto che ci siano nella nostra

esperienza melograne o piante di fico, per giudicare che questi stessi esistano dovunque? [Infatti gli uomini

nella nostra esperienza necessariamente somigliano a quelli che sono nei luoghi non percepibili, le piante

invece non appaiono corrispondersi secondo gli stessi luoghi, ma (pur) appartenendo allo stesso genere

56

differiscono negli odori], nelle nature, nei colori, nelle forme, nelle dimensioni e nelle altre peculiari

caratteristiche, in modo che l’argomento non dimostra che il metodo secondo similarità non è cogente; al

contrario (tale argomento) è inefficace e confutato dai fatti e nemmeno è in grado di valutare

comparativamente la stessa similarità e differenza all’interno dei fenomeni, a meno che non si debba dire ciò:

poiché vediamo i peli strappati e altri ricrescere negli stessi luoghi, dovremmo farci sorgere il dubbio se

questo non avvenga anche per gli occhi e poiché le (col. XIV) unghie asportate ricrescono, (dovremmo

domandarci) se anche le teste non facciano la stessa cosa.

19. (risposta all’obiezione 4: segno comune e segno proprio)

E certamente è inconcludente anche l’argomento stabilito attraverso (la distinzione tra) il segno comune e

il segno proprio. Infatti poiché il segno comune si realizza, sia che l’oggetto non percepibile esista, sia che

non esista, mentre il segno proprio si realizza quando esiste (l’oggetto non percepibile) e non si verifica

quando non esiste (l’oggetto non percepibile), non è necessario che per questo ogni segno proprio sia

secondo eliminazione; ma se per la stessa eliminazione dell’oggetto non manifesto viene eliminato l’oggetto

57

evidente, l’inferenza semiotica sarà per eliminazione; se invece non è per questo, ma vi è un altro modo

secondo cui non è possibile che l’uno sia e l’altro non sia, come quando sia inconcepibile che la cosa

evidente esista o sia tale, mentre la cosa non evidente non esista, tale (inferenza) non è per eliminazione, ma

58

per similarità ; e secondo quest’ultimo metodo non è possibile pensare che la cosa evidente esista o sia

concepita come tale, mentre la cosa non percepibile non esista o non sia tale, proprio come non si può

pensare che Epicuro sia un uomo e Metrodoro non lo sia.

20. (risposta all’obiezione 5: casi unici) 59

Anche l’argomentazione che si basa sui casi unici è debole. Infatti nessuno della nostra scuola nega tali

peculiarità, né il metodo secondo la similarità diviene non cogente a causa del fatto che un solo tipo di pietre

attira il ferro; ed infatti vi è un unico sole nell’universo ed una luna e pur esistendo una moltitudine di pietre,

ciascun tipo ha una particolarità che nessun altro (presenta). Dunque facendo l’ipotesi che tutte le altre pietre

siano (col. XV) simili o ancor meglio identiche e se (fra) quante attirano il ferro, alcune lo facessero e altre

no, il passaggio logico secondo il simile sarebbe scosso. Poiché questo non avviene e, pur essendovi molte

particolarità ed esibendo queste una grande differenza, vi è una certa particolarità di tale tipo, (e cioè che) da

molto tempo la pietra presenta una natura specifica, il passaggio logico non è scosso affatto.

60

21. Il fatto che tra i quadrati, soltanto quello di quattro per quattro, abbia il perimetro uguale all’area

non impedisce di inferire alcune cose attraverso la similarità. Infatti i (numeri) quadrati stessi, quando siano

stati verificati tutti attraverso una prova hanno mostrato che fra di loro esiste questa stessa differenza,

61

cosicché colui che la elimina entra in conflitto con l’evidenza. E’ ridicolo che chi inferisce a partire

56 Il testo fra parentesi quadre traduce la ricostruzione proposta da Philippson (1909), righi 18-23, riportata dai De

Lacy nell’apparato critico.

57 parav

Cioè per l’eliminazione del non evidente. Si noti il parallelismo fra il del periodo precedente e

para; tou't o.

l’espressione anaforica

58 Incontriamo qui uno dei tre punti di vista epicurei espressi nel trattato in relazione a come deve essere giudicata

ajnaskeuhv ajnaskeuhv

l’ . Qui si sostiene che in certi casi l’ può essere considerata un metodo appropriato di

inferenza. Questo punto di vista viene riecheggiato anche nella parte di Demetrio, col. XXIX.10-13: «e in generale

tutte le espressioni di questo tipo, non si colgono in ogni caso per eliminazione, ma molte di fatto attraverso la

similarità». Un secondo punto di vista prevede che la si escluda del tutto come metodo di inferenza (cfr. col.

ajnaskeuhv

XXX.36 - XXXI.1); un terzo punto di vista prevede che il metodo di sia confermato, e dunque dipenda,

dal metodo di similarità (cfr. XXXI.8-17).

59 L’argomentazione basata sui casi unici era presentata al cap. 3 e sarà riproposta nei capp. 33, 40 e 46.

60 Letteramente: “tra i numeri quadrati”.

61 ajnªairou'ºnt∆

Si può osservare che in questa frase Filodemo usa espressioni come “colui che elimina” e

mavcesqai, “essere incompatibile” “essere in conflitto”, tipiche del linguaggio degli avversari; cfr. Allen 2001: 220,


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Storia della filosofia antica, tenute dal Prof. Emidio Spinelli nell'anno accademico 2011 e consiste nella traduzione a cura del prof. Giovanni Manetti di una parte del De Signis dell'autore epicureo Filodemo, trattato sui segni e sulle inferenze semiotiche.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia e conoscenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Spinelli Emidio.

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