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Fiaba berbera

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Lingue e Letterature dell'Africa tenuto dal professor Vermondo Brugnatelli. Per Si Mohand la poesia era un vero dono piovutogli dal cielo. Le fiabe rivestono un ruolo importante nelle società tradizionali del Nordafrica. Prodotte e riprodotte in determinati e ben precisi contesti,... Vedi di più

Esame di Lingue e Letterature dell'Africa docente Prof. V. Brugnatelli

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ESTRATTO DOCUMENTO

in cui si trovano le sorelle con i rispettivi consorti sembrano uscite pari pari da un

moderno cabilo, quelle brevi poesie tipiche del mondo femminile in cui le

izli

donne danno libero sfogo ai loro sentimenti, al di fuori dei limiti rigorosi imposti

36 ; e una volta sposate, si può lasciare la casa dei mariti per andare dai

dalla società

genitori solo in presenza di motivi assai gravi, come un lutto famigliare [ .4], in

V

particolare la morte dei genitori [ .27].

V

ß Il rapporto suocera/nuora: «e io dovrei sopportare per nuora la mia nemica?»

37

[ .29] Anche se la conflittualità di questo rapporto è un dato ricorrente in tutte le

V

culture, è indubbio che nella società e nelle fiabe berbere il rapporto problematico

38

tra suocera (tamÌart) e nuora (tislit) sia sempre particolarmente evidente.

Interessante per ulteriori congruenze tra i testi un altro brano incentrato su questo

dissidio «‘Finalmente’ le gridò ‘ti sei degnata di venire a salutare tua suocera! (...)

Ma sta’ tranquilla, ti farò l’accoglienza che merita una brava nuora come te,’ e

soggiunse: ‘dove sono Angoscia e Tristezza, le mie ancelle?’ e fattele entrare ad

39

esse la affidò perché la torturassero » [ .9] Questo particolare trova un riscontro

VI

abbastanza preciso anche nel racconto (riportato più avanti), in cui

Bocciolo d’oro

la suocera promette alla sventurata: “domani ti darò in pasto alle mie figlie!”

ß La condizione delle vedove: «dico io, sì, proprio, anche di me, assassino, te ne

approfitti; spesso mi hai anche picchiata; mi disprezzi come se fossi una povera

40

vedova» [ .30] Nella società tradizionale berbera quello delle vedove, senza

V

nessuno al mondo che possa pensare al loro sostentamento era la condizione più

miserabile in cui ci si potesse trovare. Impressionante la vivida e realistica

descrizione che ne dà Mouloud Feraoun nel cap. III di La terre et le sang.

Altri elementi caratteristici della società nordafricana

ß La festa nuziale (tameÌra): «e lasciatala davanti a quel gran mucchio di semi se ne

41

andò a un pranzo di nozze» [ .10] Nella società tradizionale del Nordafrica, a

VI

parte le feste religiose, le principali occasioni di festeggiamento sono i matrimoni.

E così il termine che normalmente indica la festa di nozze, è passato ad

tameÌra,

indicare, nel linguaggio contemporaneo, qualunque tipo di festa.

ß Le lamentazioni funebri (agejdur): all’annuncio della perdita imminente della

figlia, i genitori «per più giorni non fecero che piangere, gemere, lamentarsi»

42

[ .33] ; Mentre viene accompagnata «non a nozze ma al suo funerale» (non

IV

recolente sustineo, plerumque detortos et duratos in lapidem digitos eius perfricans, fomentis olidis et

pannis sordidis et faetidis cataplasmatibus manus tam delicatas istas adurens, nec uxoris officiosam

faciem sed medicae laboriosam personam sustinens”.»

36 Si vedano alcuni esempi di lamenti su questo stesso tono in alcuni izlan (pl. di izli) raccolti da T.

Yacine (1988): «Non perdonerò mai a mio padre di avermi data in sposa al figlio di suo fratello: passa

tutto il giorno al lavoro e la sera va a dormire dalla mamma», «Cara mamma, povera me che ho sposato

un religioso: la sera quando vado a preparare il letto lui si mette a studiare le sue carte» (p. 87), «sposa

di un gufo, è privata di ogni piacere: è stata venduta come una schiava» (p.95).

37 «ut ego nurum scilicet tolerarem inimicam».

38 Come ricorda Tassadit Yacine (1988: 25), «La miglior tislit (nuora) è quella che dice anÄam (sì) a

tutto ciò che le viene proposto o imposto».

39 «"Tandem" inquit "dignata es socrum tuam salutare? (...) Sed esto secura, iam enim excipiam te ut

bonam nurum condecet"; et: "Ubi sunt" inquit "Sollicitudo atque Tristities ancillae meae?" Quibus intro

vocatis torquendam tradidit eam. »

40 «me inquam ipsam, parricida denudas cotidie et percussisti saepius et quasi viduam utique

contemnis»

41 « Sic assignato tantorum seminum cumulo ipsa cenae nuptiali concessit».

42 « Maeretur, fletur, lamentatur diebus plusculis.» 14

nuptias sed exsequias suas), Psiche cerca di placarli dicendo: « Perché affannate il

vostro cuore, che è anche il mio, in continui lamenti? Perché sciupate con lacrime

inutili quei vostri visi adorati? Straziando i vostri occhi è come se straziaste i miei.

E perché vi strappate i capelli, perché vi battete il petto, e tu, madre, perché

43

.34] ; e più avanti, simulando il lutto

colpisci quel santo seno che mi nutrì?» [ IV

per la scomparsa di Psiche, le sorelle «cominciarono a strapparsi le chiome, a

44

graffiarsi il viso (se lo sarebbero meritato) e a versare false lacrime» [ .11] . La

V

lamentazione funebre (soprattutto da parte delle donne) con vistose

manifestazioni, consistenti non solo nel pianto ma anche nel battersi il petto,

graffiarsi il volto, ecc., è un uso antichissimo in tutto il Mediterrano, e in

Nordafrica è talmente radicato che per questa manifestazione esiste un termine

berbero specifico, e un verbo, che significa darsi a queste

agejdur, sgejder,

manifestazioni di lutto (riprovate dall’ortodossia islamica).

Aspetti della cultura alimentare del Nordafrica

ß I cereali tipici del Nordafrica, grano e orzo (dei due, l’orzo è sempre stato il più

diffuso, mentre il grano, più pregiato, è sempre stato di uso ristretto ai più ricchi):

«Vide spighe di frumento a mucchi e altre intrecciate in corone, spighe d’orzo,

falci e attrezzi per mietere ben lustri ma sparsi qua e là alla rinfusa, come sogliono

45

lasciarli d’estate per il gran caldo i contadini stanchi» [ .1] (qui l’immagine è

VI

molto caratteristica per il Nordafrica. Da notarsi anche l’ora del massimo calore

del giorno, corrispondente al berbero che spesso ritorna nelle fiabe

aestu, azal,

come indicazione temporale); «recherai due ciambelle d’orzo impastate con vino e

46

miele, una per mano» [ .18] Le due sono di casa in Nordafrica.

offas polentae

VI

Non solo l’offa corrisponde all’aÌrum, la semplice focaccia che costituisce

alimento quotidiano, ma è “farina d’orzo abbrustolito”, un cibo

polenta

tipicamente nordafricano, che ha vari nomi a seconda delle regioni (aáemmin,

ecc. fino al specialità tipica delle isole Canarie) e

taìemmiä, arkuku, arkul, gofio, 47 Il frumento e

appare un elemento costante dell’alimentazione nordafricana.

l’orzo si ritrovano anche in una delle prove cui viene sottoposta Psiche, che per la

sua sintonia con la cultura tradizionale nordafricana è rimasta tale e quale in

diverse fiabe odierne (tra cui come prova che l’eroina deve

Bocciolo d’oro)

superare: « Poi si fece portare dei chicchi di frumento, d’orzo, di miglio, semi di

papavero, ceci, lenticchie e fave, le mescolò, ne fece un gran mucchio e le disse:

“(...) dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne tanti mucchietti, in

bell’ordine. Prima di sera verrò a controllare che il lavoro sia stato eseguito.”»[

43 «Quid spiritum vestrum, qui magis meus est, crebris eiulatibus fatigatis? Quid lacrimis inefficacibus

ora mihi veneranda foedatis? Quid laceratis in vestris oculis mea lumina? Quid canities scinditis? Quid

pectora, quid ubera sancta tunditis?»

44 «comam trahentes et proinde ut merebantur ora lacerantes simulatos redintegrant fletus»

45 «Videt spicas frumentarias in acervo et alias flexiles in corona et spicas hordei videt. Erant et falces

et operae messoriae mundus omnis, sed cuncta passim iacentia et incuria confusa et, ut solet aestu,

laborantium manibus proiecta»

46 « debebis (...) offas polentae mulso concretas ambabus gestare manibus »

47 Per maggiori dettagli sugli alimenti preparati con questo tipo di farina in Nordafrica, cf. V.

Brugnatelli, “Elementi per uno studio dell’alimentazione nelle regioni berbere”, in: D. Silvestri, A.

Marra, I. Pinto (a c. di), Saperi e sapori mediterranei. La cultura dell’alimentazione e i suoi riflessi

linguistici (Napoli, 13-16 ottobre 1999), Napoli 2002, vol. III, pp. 1067-1089.

15

48

.10] Nella fiaba di abbiamo la stessa prova, con grano (irden),

Bocciolo d’oro

VI

orzo (timìin) e fave (ibawen), e anche per essa l’eroina riesce grazie all’aiuto delle

piccole ma laboriose formiche.

Elementi di religiosità popolare

ß Gli “alberi sacri”: «vide magnifici doni votivi e drappi istoriati a lettere d’oro

appesi ai rami degli alberi e agli stipiti delle porte che testimoniavano le grazie

49

ricevute e dichiaravano il nome della dea cui erano dedicati» [ .3] . Ancor oggi

VI

in Nordafrica non sono rari gli alberi considerati “sacri” e oggetto di una

venerazione popolare che si traduce nell’appendere ad essi pezzi di stoffa

(lacinias), a tal punto che questi alberi ne sono a volte completamente ricoperti.

ß Il concilio celeste degli dei: «Ciò detto ordinò a Mercurio di convocare subito tutti

gli dei in assemblea, (...) il teatro celeste fu subito al completo e Giove, dall’alto

50

del suo seggio, così parlò:...» [ .23] . Questa celeste assemblea ricorda da vicino

VI

quella “Sublime Assemblea” (aÌraw descritta da Dallet (1969: 4 ss.)

n leÌwat)

come una diffusa credenza cabila. Essa è formata da “potenze protettrici”(elÌut, pl.

che vi intervengono in forma di uccelli per prendere decisioni per

leÌwat)

l’umanità in momenti particolarmente delicati.

3.3 Fiabe berbere contemporanee

Mouloud Mammeri, tra gli altri, ha più volte ricordato come la fiaba di Apuleio trovi

importanti riscontri nella letteratura orale berbera contemporanea. «All’epoca dei

Romani, la lingua in cui scrissero Tertulliano, Cipriano, Agostino, Frontone, Arnobio,

Apuleio era il latino, anche se nelle loro opere si possono rilevare degli indizi della

berberità in cui erano cresciuti; per esempio Apuleio narra, in un suo libro, la storia di

Psiche, e questa storia viene ancor oggi raccontata in una fiaba ben nota, L’uccello

51

della Tempesta».

In effetti, è proprio la fiaba dell’ “Uccello della Tempesta” (Brugnatelli 1994 II parte

n° 23) quella che a una prima analisi racchiude numerosi elementi del racconto di

Apuleio, anche se l’inizio è leggermente diverso e il finale si arresta alla prima

drammatica conclusione, senza il lieto fine della fiaba in latino. In questo senso, come

racconto con una morale severa (disobbedire ai voleri superiori, foss’anche per il bene

dei propri famigliari, è un pericolo), esso si avvicina molto ad un racconto

estremamente diffuso in Marocco, quello di Ahmed Unamir (ibid., I parte n° 5), in cui

la maggiore differenza è data dal sesso dei personaggi, che è l’inverso della nostra

48 « accepto frumento et hordeo et milio et papavere et cicere et lente et faba commixtisque acervatim

confusisque in unum grumulum sic ad illam: "(...) Discerne seminum istorum passivam congeriem

singulisque granis rite dispositis atque seiugatis ante istam vesperam opus expeditum approbato mihi.»

49 « Videt dona pretiosa et lacinias auro litteratas ramis arborum postibusque suffixas, quae cum gratia

facti nomen deae cui fuerant dicata testabantur.»

50 «Sic fatus iubet Mercurium deos omnes ad contionem protinus convocare, (...) statim completo

caelesti theatro pro sede sublimi sedens procerus Iuppiter sic enuntiat:»

51 ™˜um

« Di zzman n s tlatinit i yuran Tertulyan, Kiperyan, Awgustin, F˜unäu, A˜nub, Apulay, yili deg

yedlisen-nsen llan ttbut n timmazeÌt deg d-ekkren; d amedya Apulay deg yiwen wedlis-ines yeÍka-d

tadyant n "Fsica" u tadyant-a mazal-itt ar ass-a sawalen-tt-id deg yiwet tmacahut tettwassen, qqaren-as

Åasfu˜-u-Lehwa. » (Mammeri 1989: 14-15). 16

fiaba: la creatura soprannaturale è una femmina e l’essere umano che la sposa è un

52

ragazzo.

Ma una serie di corrispondenze formali ancora più strette, quasi stupefacente, si ha

con un’altra fiaba, pubblicata di recente da Y. Allioui (2002, II vol.) in una versione

della Piccola Cabilia (Awzellagen) : Bocciolo d’oro. Pur senza fare espliciti

riferimenti ad Apuleio, l’autore stesso si interroga, nell’introduzione, sulla questione:

53

«“Bocciolo d’oro” sarebbe forse un mito de-sacralizzato? Mito o racconto? » (p. 9)

Data l’importanza del testo in questione, si riproduce qui di seguito una sua versione

integrale in italiano.

54

Bocciolo d’oro che il mio racconto sia bello

a macahu ad telhu e riesca come una lunga cintura

ad teffeÌ annect usaru chi lo udrà se ne ricorderà

wi ’s-yeslan ad as-yecfu

1. C’erano una volta due fratelli. Il primo era ricco e aveva sette figli. Il secondo

aveva sette figlie, la più piccola delle quali era più bella della luna e delle stelle messe

insieme. È per questo che l’avevano chiamata cioè Chiaror-di-luna.

Tiziri,

Suo padre era povero e lavorava sodo per provvedere ai bisogni della sua numerosa

famiglia. Tutti i giorni andava nel bosco a tagliare della legna da vendere al mercato.

Un giorno tra i giorni di Dio, mentre tagliava la legna da vendere al souk, il vento si

mise a soffiare d’improvviso. Una strana pioggia si mise quindi a cadere. Poco tempo

dopo, una voce incollerita gli disse, tra il vento e la pioggia: “Uomo! tu non finisci

mai di disturbarmi! Lascia il bosco tranquillo! Ti prego, lasciaci in pace!”

Il pover’uomo rispose alla creatura: “Ma come potrò nutrire la mia famiglia?”

La voce gli disse: “Io ti darò un piatto magico, che si riempirà da sé di cibo ad ogni

pasto”.

E un piatto venne fuori dalla base del tronco che il taglialegna stava per abbattere.

L’uomo prese il piatto e lo portò a casa. Lo diede alla moglie spiegandole cos’era

successo.

Quando sua cognata si accorse che lui non andava più nel bosco, ne fu incuriosita. Si

recò in visita dalla moglie e gli disse: “Per Dio, non abbiamo nemmeno di che

preparare una sola focaccia; se potessi prestarmi un po’ di semola”.

La moglie del taglialegna era una donna semplice, molto ingenua e priva di malizia.

Prese il piatto e lo mostrò alla cognata.

Quest’ultima le disse: “Ti scongiuro di prestarmelo solo per la cena di questa sera, te

lo renderò subito”.

52 Su questa fiaba marocchina (più spesso nota col titolo Hammou Ou Namir) esistono già diversi studi,

che perlopiù affrontano un’analisi in chiave psicoanalitica della fiaba e dei suoi personaggi (per es.:

Mounir 1978, Bounfour 1986, Alahyane 1990).

53 «“Ajeˆˆig Ireqqen” d izri i wi teÌli tedmeÌt? Izri neÌ tamacahut? » (p. 97).

54 Il nome del protagonista di questa fiaba, reso in francese con Bourgeon d’or, “Bocciolo d’oro”, in

cabilo suona: Ajeˆˆig ireqqen, cioè, letteralmente, “fiore fiammante”.

17

Lo portò via con sé. Arrivata a casa, lo girò e rigirò in tutti i sensi ma questo rifiutò di

fornire del cibo. Lei si arrabbiò e lo fece a pezzi.

“Mi è caduto di mano, o mia cara!” disse con aria falsamente desolata.

2. Dal momento che non avevano più nulla da mangiare, il taglialegna ritornò nel

bosco per tagliare della legna e venderla al mercato come faceva prima.

Aveva appena cominciato a dare qualche colpo di accetta quando udì la voce temibile.

Giungeva a lui tra i tuoni, il vento e la tempesta, e disse con collera: “Uomo

disumano! Ti ho dato un piatto che ti fornisce di che nutrirti, perché vieni ancora a

turbare la mia pace e ad abbattere gli alberi?”

Il taglialegna rispose: “Mia cognata ha rotto il piatto che ci avevi dato.”

La creatura gli rispose: “Ti darò ora una macina, basterà farla girare ed essa vi darà

del macinato da mangiare”.

E una macina venne fuori dalla base dell’albero che il taglialegna stava per abbattere.

Il taglialegna prese la macina e fece ritorno a casa.

Quando la moglie di suo fratello si accorse di nuovo che il cognato non andava più in

cerca di legname, andò a trovare sua moglie e le disse: : “Per Dio, non ho nemmeno di

che preparare una sola focaccia!”.

E si portò via la macina. Arrivata a casa, la girò e rigirò in tutti i sensi ma questa

rifiutò di fornire del macinato. Di nuovo lei si arrabbiò e la fece a pezzi.

E di nuovo disse alla cognata: “mi è caduta di mano per strada, o mia cara!”.

3. L’indomani, il povero taglialegna ritornò ancora nella foresta per tagliare della

legna. Diede un colpo con l’accetta, poi un secondo, e un lampo squarciò il cielo, la

tempesta si scatenò e il vento si mise a soffiare. Udì la voce misteriosa e lugubre

abbattersi su di lui: “Ti avevo detto di lasciarmi tranquillo e di smettere di abbattere le

piante!”

Il pover’uomo spiegò di nuovo, tremante, ciò che gli era successo.

La creatura disse al taglialegna, con voce calda e raddolcita: “Dammi Chiaror-di-luna,

la più giovane delle tue figlie, e io ti nutrirò con un raggio di sole”.

Questo voleva dire che ogni giorno, al levar del sole, avrebbe trovato tutto pronto a

puntino.

Il taglialegna era contento: la creatura gli prendeva la figlia più piccola, quella che

non poteva ancora lavorare, e gli avrebbe fornito di che nutrirsi con tutta la famiglia.

Il taglialegna disse: “D’accordo! Ma come posso indicarle la via per arrivare fin da

te?”

La creatura gli disse: “Stasera, al calare della notte, le dirai di uscire nel cortile di

casa”.

Quando venne la sera, il padre disse a Chiaror-di-luna: “Figlia mia cara, potresti

andare a cercare un po’ della legna depositata in cortile?”

18

Essa aprì la porta e uscì, senza sospettare nulla. Un uccello di fiaba si abbatté su di lei

e la portò via tra cielo e terra, senza che essa avesse il tempo di gridare “O mamma

cara, mamma mia!”

Quando tornò in sé, Tiziri si ritrovò in una stanza magnifica, in cui tutto era al di là di

ogni immaginazione. Dovunque posasse lo sguardo, non vedeva che oro e gemme

preziose. Davanti a lei vi era ogni ben di Dio: una tavola riccamente imbandita.

4. Un giorno, tra i giorni di Dio, Chiaror-di-luna domandò a Bocciolo d’oro “lasciami

andare a trovare mia madre. Mi mancano i volti dei miei genitori e delle mie sorelle”.

Detto e fatto.

Chiaror-di-luna si accorse, arrivando a casa, che la sua famiglia non mancava di nulla.

Il padre, la madre e le sorelle vivevano felici nell’agiatezza.

La madre le chiese: “Sei felice, non ti manca nulla, figlia mia cara?”

Chiaror-di-luna rispose: “Sì, madre mia, non mi manca proprio nulla. Mi sembra quasi

d’essere in paradiso! Lui è molto gentile con me. Ma io mi sento sola perché non lo

vedo mai. Ho tanta voglia di vedere il suo volto. Quando soffia il vento che

preannuncia il suo arrivo, devo spegnere tutte le lucerne. E nell’oscurità non vedo che

un bocciolo d’oro fiammeggiante che mi parla.”

La madre le diede il consiglio: “Quando arriverà, nascondi una lucerna dietro di te.

Quando si avvicinerà, accendila vicino al suo volto e così lo vedrai”.

Una sera, quando Bocciolo d’oro si annunciò con un soffio di vento, essa spense tutte

le lucerne, e ne tenne una presso di sé. E mentre lui le parlava riaccese rapidamente la

lucerna.

Sorpreso e amaramente deluso, gridò ad alta voce verso il signore dei Cieli: “Ah!

Chiaror-di-luna, avevo fiducia in te e tu mi hai tradito!” Bocciolo d’oro si trasformò in

un uccello nero e spaventoso. Si involò in cielo in un diluvio di pioggia, di tuoni, di

lampi accecanti e di vento. Una pioggia torrenziale cadde per sette giorni e sette notti.

Chiaror-di-luna aspettò, aspettò che lui ritornasse, invano. Passarono giorni e notti.

Bocciolo d’oro non tornava ancora e lei decise di lasciare la casa e di partire alla sua

ricerca.

5. Cammina cammina, incontrò un pastore, che pascolava una grossa mandria di tori.

Gli chiese: “O pastore, per chi custodisci questa mandria di tori?”

E il pastore rispose: “Per Chiaror-di-luna, se solo si fosse mostrata più paziente!”

Riprese il cammino. Cammina cammina, incontrò un altro pastore, che pascolava un

branco di giumente.

Gli chiese: “O pastore, per chi custodisci questo branco di giumente?”

E il pastore rispose: “Per Chiaror-di-luna, se solo si fosse mostrata più paziente!”

Riprese il cammino. Molto tempo dopo, incontrò un pastore, che pascolava un gregge

di pecore e capre.

Gli chiese: “O pastore, per chi custodisci questo gregge di pecore e capre?”

E il pastore rispose: “Per Chiaror-di-luna, se solo si fosse mostrata più paziente!”

19

Cammina cammina, incontrò due sorgenti, una che dava acqua e una prosciugata.

Chiaror-di-luna esclamò: “Che cosa strana, o Creatore! Una sorgente che butta acqua

mentre l’altra, proprio accanto, è prosciugata”

La sorgente prosciugata rispose: “Bocciolo d’oro passando di qui si è dissetato alle

sue acque, mentre riguardo a me, non si è nemmeno degnato di toccarmi!”

Chiaror-di-luna riprese il cammino. Cammina cammina, incontrò due frassini, uno

pieno di gemme e l’altro disseccato.

Lei esclamò: “Che cosa strana, o Creatore! Due frassini uno accanto all’altro: uno è

morto mentre l’altro è pieno di gemme”

Il frassino disseccato rispose: “Bocciolo d’oro passando di qui si è riposato ai suoi

piedi, mentre riguardo a me, non mi ha nemmeno degnato di uno sguardo!”

Chiaror-di-luna riprese il cammino. Cammina cammina, incontrò una casa. Bussò e

dall’interno una voce roca le disse: “Entra!”

6. Lei entrò. L’angoscia la prese quando vide Tseriel. L’orchessa era seduta vicino al

focolare.

Tseriel si abbatté irata su Chiaror-di-luna: “Ah! Eccola qui, la piccola curiosa! Entra!

Entra! Per causa tua mio figlio Bocciolo d’oro si nasconde a me! Adesso vado a fare

il giro dei miei campi; al mio ritorno leccherò il pavimento e la corte, e se con la

lingua trovo un solo granello di polvere, divorerò te e la terra su cui cammini!”

E uscì, con un colpo di vento. Chiaror-di-luna rimase lì, senza sapere cosa fare. Si

sedette su un banchetto e si mise a grattarsi dietro l’orecchio, piangendo

sommessamente.

Pochi istanti dopo udì una voce... la voce di Bocciolo d’oro! E le sussurrava: “Solleva

la lastra di pietra alla tua destra, e verrà fuori l’acqua che laverà la casa e la corte. Poi

richiudila prima di aprire quella che è alla tua sinistra, da cui uscirà il vento che

asciugherà tutto”.

Quando Tseriel fu di ritorno, tirò fuori una lingua che sembrava una stuoia e fu assai

stupita di scoprire che nemmeno un granello di polvere vi rimase attaccato quando la

passò sul pavimento della casa e della corte. Di nuovo, indispettita, esclamò: “Questo

è un tiro di Bocciolo d’oro!”

Corse verso la stanza delle provviste e prese un sacco di frumento, uno d’orzo e uno

di fave, che mischiò tra loro, insieme a della farina. Ne fece un mucchio enorme in

mezzo alla stanza. Quand’ebbe finito, lanciò un’occhiataccia a Chiaror-di-luna

dicendole: “Adesso vado a fare il giro dei miei campi; se al mio ritorno non troverò i

diversi elementi separati com’erano prima, divorerò te e la terra su cui cammini!”

E uscì, con un colpo di vento, strozzata dall’ira. Chiaror-di-luna rimase immobile per

il terrore. Si grattò dietro l’orecchio, piangendo sommessamente.

E di nuovo udì la voce di Bocciolo d’oro che le bisbigliava: “Solleva la lastra di pietra

di mezzo. Ne usciranno delle formiche....”.

Quando Tseriel fu di ritorno, di nuovo fu assai sorpresa di trovare i mucchi che aveva

mescolato tutti ben separati come se non li avesse mai riuniti. Molto contrariata disse:

“Anche questo è un tiro di Bocciolo d’oro!”

20

Balzò allora verso un angolo della stanza e prese dei cuscini. Li lasciò cadere ai piedi

di Chiaror-di-luna e strillò: “Piccola curiosa! Eccoti cinque cuscini. Dovrai riempirli

di piume di uccelli che volano ancora nel cielo. Adesso vado a fare il giro dei miei

campi; e se li troverò ancora vuoti, divorerò te e la terra su cui cammini!”

E uscì di nuovo, come portata via dal vento. Chiaror-di-luna si sedette e si mise a

piangere sommessamente, grattandosi dietro l’orecchio. All’improvviso udì di nuovo

la voce di Bocciolo d’oro che le bisbigliava: “Corri alla finestra e di’: ‘Spiumati,

spiumati, uccello, guarda: il tuo Re è tutto nudo!’.”.

Chiaror-di-luna corse alla finestra, guardò in alto e disse: “Spiumati, spiumati,

uccello, guarda: il tuo Re è tutto nudo!”.

Immediatamente uno stormo di uccelli entrò nella stanza. Cominciarono tutti a

spiumarsi. Chi finiva di spiumarsi, riprendeva subito il volo. Chiaror-di-luna riempì i

cuscini e restò in attesa. Pochi istanti dopo, udì il rumore dei passi dell’orchessa.

Tseriel entrò, vide i cuscini riempiti di piume ed esclamò: “È ancora un tiro del mio

caro figliolo, Bocciolo d’oro!”

Guardò Chiaror-di-luna e con voce minacciosa le disse gridando: “Questa volta farò il

giro della casa. Se trovo ancora le piume nei cuscini divorerò te e la terra su cui

cammini, piccola curiosa!”

E uscì sbattendo la porta alle spalle.

Chiaror-di-luna rimase immobilizzata dal terrore e si grattò dietro l’orecchio. Udì

Bocciolo d’oro che le diceva: “Va’ di corsa alla finestra e di’ agli uccelli: ‘Accorrete!

Accorrete, uccelli! Il vostro Re ha ritrovato il suo piumaggio!’ ”

Chiaror-di-luna corse alla finestra, guardò in su e disse: ‘Accorrete! Accorrete,

uccelli! Il vostro Re ha ritrovato il suo piumaggio!’ ”

Immediatamente gli uccelli accorsero, entrarono in casa e ciascuno riprese le sue

piume come se non se ne fosse mai separato.

Quando l’orchessa fu rientrata, vide che i cuscini erano vuoti. Le piume erano

scomparse. Esclamò allora: “Adesso so che sono dei tiri di Bocciolo d’oro! Domani ti

darò in pasto alle mie figlie!”

Quella notte fu interminabile. La luna e le stelle guardavano Chiaror-di-luna, e lei,

poverina, si grattava dietro l’orecchio piangendo.

Alle prime luci dell’alba, Bocciolo d’oro si rivolse a lei di nuovo: “Non aver paura, io

sono qui! Guarda sul bancone, troverai sei cosciotti di pecora. Le mie sorelle sono

cieche. Quando una di esse si avvicinerà a te, le getterai un cosciotto”.

Quando Tseriel si ridestò, vide che le figlie erano intente a rosicchiare i cosciotti di

pecora. Folle di rabbia, con gli occhi infiammati, si gettò su Chiaror-di-luna per

divorarla, dicendole: “Chi ti tirerà via ora dalle mie mani?”

All’improvviso, un vento forte prese a soffiare e si frappose tra lei e la ragazza. Un

uccello nero e fiammante prese tra le braccia Chiaror-di-luna e la portò nell’aere, tra il

cielo e la terra fino al suo palazzo. Arrivarono a notte fonda. Chiaror-di-luna riprese i

sensi. L’uccello spalancò le ali e si aprì come un bocciolo d’oro. Ne venne fuori un

giovane, bello come il sole che sorge. 21

Il mio racconto se n’è andato lungo il fiume

tamacahut-iw elwad elwad

ÍkiÌ-tt-id l’ho raccontato a dei Signori

i lejwad lo sciacallo, che Dio lo punisca

uccen a t-iqqed Rebbi

w quanto a noi, che Dio ci benedica

ni ad aÌ-yeÄfu Rebbi

nekk ci ha colpiti con una frittella

iwt-aÌ-d s lesfenˆ e l’abbiamo mangiata

neõõa-t lo abbiamo colpito con un ramo

newt-it s tiqcert e lo abbiamo ucciso

nenÌa-t

Punti comuni

Volendo analizzare e confrontare le trame tra il racconto antico e quello moderno, è

facile rilevare come, al di là di macroscopiche, e ovvie, differenze dovute alla cultura

in cui i due testi si inseriscono (letteratura greco-latina il primo, mondo rurale di

cultura islamica il secondo), numerosi punti nodali sono comuni.

In estrema sintesi, dopo un prologo diverso nelle due versioni, in cui si introduce

l’eroina (Psiche/Tiziri) e si motiva lo strano matrimonio cui essa è destinata,

osserviamo:

matrimonio della protagonista con un essere “invisibile”, con caratteristiche

1)

“magiche”/”sovrannaturali”, che per il resto la fa vivere, in cielo, in un mondo in cui

ogni suo desiderio viene accontentato.

Nostalgia della famiglia e sconsiderato suggerimento, da parte di qualche

2)

famigliare (le sorelle in Apuleio, la madre in di uno stratagemma per

Bocciolo d’oro),

vedere il viso dello sposo.

Visione dello sposo, sua ira conseguente e cacciata della protagonista sulla terra.

3) Varie peregrinazioni della sventurata in cerca dell’amato

4) Arrivo presso la madre dello sposo, anch’essa dotata di poteri soprannaturali e

5)

ferocemente avversa alla protagonista

Superamento, con l’aiuto soprannaturale del marito, di una serie di prove (in

6)

qualche caso identiche nelle due redazioni)

Lieto fine conclusivo, con lo sposo -bellissimo- che non si nasconde più alla sposa

7)

Quello che colpisce, in questa serie di corrispondenze sicuramente non casuali, è la

precisione di alcuni dettagli anche all’interno della cornice sommaria qui sopra

tratteggiata.

In particolare, per quanto riguarda le peregrinazioni dell’eroina (punto 4), nel racconto

contemporaneo si osserva qualcosa che potrebbe addirittura fornire materiale utile per

una migliore comprensione di alcuni dettagli dell’opera di Apuleio. Le peripezie sono

divise in due parti: una prima parte riguarda l’incontro di Tiziri con dei pastori, e la

seconda l’incontro con due sorgenti e due piante: due coppie caratterizzate entrambe

da un elemento malridotto ed uno in ottimo stato. Ora, questa seconda parte

sostituisce evidentemente l’incontro di Psiche con due divinità femminili, Cerere e

Giunone, alle quali la stessa Psiche provvede a rimettere in ordine i santuari, trovati in

grande disordine e abbandono. Qui la modifica è abbastanza notevole, trattandosi di

divinità, difficili da “trasferire” in un contesto islamico, ma è comunque interessante

notare che in entrambi gli episodi c’è una contrapposizione di qualcosa in cattivo stato

e qualcosa in buono stato, che è divenuto tale dopo l’intervento di Psiche (in Apuleio)

o di Bocciolo d’oro (nella fiaba moderna).

Ma la cosa più interessante sembrerebbe l’incontro con i pastori, che corrisponde

alla breve scena dell’incontro con Pan (il dio pastore) in Apuleio. Ora, in Apuleio

22

questo incontro sembra poco integrato nella fiaba: non si capisce che scopo abbia

questo incontro (mentre quelli con Cerere e Giunone, rispettivamente zia paterna e

suocera di Venere, sono pienamente giustificati dall’azione). Viceversa, nella fiaba

moderna i pastori incontrati da Tiziri sono decisamente più funzionali allo

svolgimento del racconto, in quanto esemplificano concretamente quello che la

ragazza ha perduto con il suo comportamento. Viene da chiedersi se lo stesso Apuleio

non abbia attinto a un motivo analogo.

Un ulteriore dettaglio che sembra essersi conservato nei secoli con sconcertante

precisione è un gesto che Venere compie al momento dell’incontro con Psiche, quello

di grattarsi un orecchio (sembrerebbe, come segno d’ira): ascalpens aurem dexteram

-9]), gesto che ritorna nell’episodio corrispondente

(«grattandosi [

l’orecchio destro» VI

della fiaba cabila, questa volta ripetuto più volte dalla fanciulla in difficoltà al

w

cospetto della suocera: tk emmez deffir tmeììuÌt-is («si grattò dietro l’orecchio»).

4. Lunja: mito berbero di Adone?

Un altro racconto che ha un particolare interesse sia per la sua enorme diffusione (in

molteplici versioni) sia per numerose caratteristiche che esso condivide con miti

antichissimi diffusi in tutta l’area del Mediterraneo è quello di Lunja. Tra le numerose

versioni esistenti se ne presenta qui una versione inedita, proveniente dalla regione di

Irjen, presso gli At Yiraten (a poca distanza da Tizi Ouzou).

55

4.1 Lunja

1. C’era una volta un re (l’unico vero re è Dio). In un paese, questo re aveva un solo

figlio (anch’esso per dono di Dio). Lo aveva allevato al riparo da tutto (s in

eccuq),

una torre di cristallo.

Dal giorno in cui era nato, questo ragazzo non era mai uscito, c’era sempre una serva

al suo servizio e perfino la carne, quando glie la davano, glie la davano senza ossi.

Nel paese la gente cominciava a parlare di questo figlio del re che era nato ma non si

poteva mai vedere.

Un giorno tra i giorni di Dio, quando la serva gli portò il pranzo, nella carne era

rimasto un osso. Giunta che fu davanti a lui, gli disse: “quando avrai finito la carne,

picchia a terra l’osso: c’è dentro il midollo”. E così, finito di mangiare, il figlio del re

volle spezzare l’osso e lo battè contro il muro, ma il muro di cristallo si scheggiò

(permettendogli di vedere all’esterno).

Quello che vide lo sbalordì: vide cose che non aveva mai visto prima. Aveva

familiarità solo con la serva, mentre fuori vide cose che non conosceva.

Da quel giorno il suo carattere cambiò: non beveva, non mangiava, non parlava...

La notizia di ciò giunse alle orecchie del re, che gli mandò a chiedere: “qual è il

motivo di tutto questo?”

Il figlio rispose dicendo: “dal giorno in cui sono nato fino al giorno in cui ho rotto il

muro di cristallo ho sempre creduto che questa stanza elevata fosse il paradiso, ma

quello che ho visto quel giorno mi ha sconvolto...”

Il padre gli rispose dicendo “Quello che ho fatto l’ho fatto nel tuo interesse: tu sei il

figlio del re e per questo sei odiato, non c’è nessuno che ti voglia davvero bene”

55 Il testo qui riportato è la traduzione in italiano di un versione che mi è stata raccontata nel 1981-82 da

Abder Yefsah, di Tala Amara (A. Yiraten). La scansione in capitoletti che qui si adotta è mia,

puramente redazionale e arbitraria, e non va confusa con la scansione in iferdan espressamente indicati

nelle fiabe di Allioui. 23

Il figlio però non si accontentò di questa spiegazione e così rispose: “So di essere tuo

figlio, ma se mi vuoi bene, come dici, lasciami uscire di qui”.

Al re non rimase che assecondarlo nel suo volere.

2. Il giorno che uscì da quella stanza, all’esterno vide dei ragazzi che giocavano, e

volle giocare con loro.

Nel paese l’uscita del figlio del re provocò grande sorpresa, Cominciarono a gridare

“il figlio del re è uscito, il figlio del re è uscito!”

Ma i ragazzi con cui giocava si facevano male perché lui non era capace di giocare. E

così finì per essere odiato, e pensare che tutti i ragazzi volevano giocare con lui il

giorno che era uscito.

Il re era preoccupato per quello che succedeva.

Vennero le ore fresche del pomeriggio e tutti i pastori facevano uscire le greggi per

abbeverarle. Anche il figlio del re voleva far abbeverare la sua cavalla.

Nel frattempo tutto il villaggio si stava dicendo: “Chi riuscirà a mandar via il figlio

del re, lo arricchiremo, se Dio lo vorrà”.

Si fece avanti una vecchia che disse: “Me ne incarico io!”

Si mise quindi a tenerlo d’occhio, per vedere quando andava a far bere la sua cavalla

alla fonte.

Un giorno lo precedette alla fonte. Il figlio del re giunse alla fonte ma trovò lei che

cercava di riempire d’acqua un setaccio.

Si rivolse allora a lei dicendo: “Scostati, che faccio bere la cavalla” E lei di rimando:

“Aspetta che lo abbia riempito” e allora egli le rispose: “Ecco, io non sono pratico, ma

mi sembra che così non potrai mai riempirlo”.

Lei non rispose parola, e lui prese a spintonarla con la sua cavalla. A questo punto lei

gli gridò: “Ohibò, si direbbe che tu abbia sposato Lunja”.

Al ritorno dalla fonte, la tristezza si era impressa sul suo viso. Non mangiava, non

beveva, stava solo seduto accanto al focolare. Suo padre gli disse: “Vedi, te l’avevo

detto, figlio mio, non dovevi uscire: ti odiano.”

I genitori gli chiesero: “Che cosa vuoi che ti facciamo?” Rispose: “Voglio delle

fritattine in brodo (taÍdurt) cucinate dalla vecchia più anziana del villaggio.”

I genitori furono sorpresi e gli risposero: “Ma come? Vuoi mangiare le frittatine in

brodo di quella vecchia sudicia? Ci siamo qua noi, puliti e che sappiamo cucinare

meglio di lei”

Lui però rifiutò di tornare sulla sua decisione. Allora si decisero a chiamare la

vecchia.

3. Questa venne e gli disse: “Che cosa desideri, figliolo?” “Voglio che tu mi cucini

delle frittatine in brodo.” “O figliolo, vuoi che ti prepari da mangiare una persona

sporca e sudicia come me?” “Voglio le tue frittatine in brodo”.

Mentre lei stava per mettere a bollire le frittatine, lui le fece cadere nella pentola un

po’ di fuliggine, e poi le disse: “O vecchia madre (yemma cos’è questo che è

tamÌart),

caduto dentro?” “È fuliggine, figliolo. La toglierò con il cucchiaio.” “No. Voglio che

tu la tiri via con la mano”. “Mi scotterò, figliolo”.

Come lei mise la mano nella pentola, lui glie l’afferrò e la tenne dentro dicendole:

“Non toglierò la tua mano fino a quando non mi avrai detto chi è questa Lunja e dove

sta”. 24

56

; dovrai attraversare terre e mari; abita in un

“Lunja è la figlia di un’orchessa (tteryel)

alto palazzo.”

Allora prese la sua giumenta (e partì) senza dare ascolto ai suoi genitori e alla vecchia

che gli dicevano: “L’orchessa ti mangerà!”

4. Cerca che ti cerca, alla fine giunse davanti a questo bianco palazzo. Lunja si sporse

dalla finestra e disse: “Cosa fai qui? Fuggi! Sta per arrivare mia madre e vi divorerà”

“Vengo da troppo lontano per tornarmene senza averti vista.” Allora lei lasciò cadere i

suoi capelli, lo fece salire, lo mise in una nicchia nel muro e ci inchiodò sopra un

grosso vassoio di legno.

Aveva appena finito, quand’ecco arrivare l’orchessa gridando: “Lunja, Lunja! Odore

di creatura, odore di creatura!” “Mamma, perdonami. Era un pettirosso che si era

posato sulla finestra. L’ho preso e me lo sono mangiato senza lasciarti la tua parte.”

“Non fa niente, buon pro ti faccia!”

Passò un po’ di tempo e di nuovo riprese a dire: “Lunja, lunja! Sento odore di

creatura!” “Te l’ho ben detto, mamma, era un pettirosso che si era posato sulla

finestra. L’ho preso e me lo sono mangiato senza lasciarti la tua parte.” “Non fa

niente, figlia mia, buon pro ti faccia!”

Si fece sera e l’orchessa disse: “Stasera tingerò le stoviglie con l’henné.” Preparò

l’henné e chiamò Alé, alé

tibi tibi venite che vi dò l’henné!

eyyaw a wen-qqneÌ lÍenni

E tutte le stoviglie, ovunque si trovassero, vennero da lei, tranne il vassoio che faceva

tlac, tlac.

Allora l’orchessa si rivolse a Lunja e le disse: “Lunja, che cos’ha quel vassoio?” “È

vecchio, mamma, proprio come te. Da’ qua, glie lo metto io.” “Prendi, figlia mia.”

5. Andarono a dormire e Lunja le chiese: “Come si riconosce quando stai dormendo,

madre mia?” “Oggi mi sembri strana. Perché me lo chiedi?” “Volevo solo sapere:

quando una di noi due dorme, l’altra deve restare sveglia. Noi siamo odiate.”

“Hai ragione, figlia mia. Quando nel focolare sarà germogliata una pianta di jemjer,

sentirai nella mia pancia tutti i versi degli animali. Solo allora potrai dire che tua

mamma è sprofondata nel sonno.”

Calò l’oscurità e andarono a dormire.

Ma Lunja non cercò il sonno: attendeva che la madre dormisse. Dio rese lunga quella

notte: quegli animali non si facevano sentire, e lei diceva tra sé :“Mia madre non

dorme ancora, il sonno non vuole posarsi su di lei.” Quel giorno seppe quanto può

essere lunga una notte. L’ansia si aggiungeva allo stare in guardia.

Dopo un po’ tastò nel focolare e trovò che era spuntato il E allora, proprio in

jemjer.

quel momento, udì tutti gli animali che gridavano nella pancia di sua madre: tutti gli

animali selvatici, ma anche tutti quelli domestici e gli esseri umani che lei aveva

divorato.

56 Il nome tteryel (pronunciato Tseriel) viene trattato a volte come nome proprio dell’orchessa, a volte

come nome generico per “orchessa”. Nella fiaba precedente ho lasciato il termine come nome proprio,

seguendo la scelta che lo stesso autore aveva fatto per la sua versione in francese. In questa fiaba la

traduzione che avevo preparato al momento di raccoglierla prevedeva invece una traduzione con il

nome comune, e non mi è parso necessario cambiare. D’altra parte, il nome ha anche un plurale

(tteryulat secondo Dallet, ttrayel secondo Allioui). 25

Prese allora un basto e lo mise al proprio posto dietro a sua madre. Estrasse i chiodi

con cui aveva inchiodato il piatto e fece uscire il figlio del re col suo cavallo. Li fece

uscire all’esterno.

Sputò quindi tre sputi, uno all’interno della casa, un altro sulla soglia d’ingresso e il

terzo nel cortile di casa. E se ne andarono.

Erano appena usciti che un mortaio cominciò a rumoreggiare:

Batti batti nel mortaio

ddez ddez g umehraz Lunja se l’è portata via un uomo!

Lunja yewwi-tt wergaz

L’orchessa tastò dietro la schiena chiamando “Lunja”. Allora lo sputo all’interno della

casa prese la parola e disse: “Sono qui, mamma”. Tastando dietro di sé e toccando il

basto, disse: “Non è niente, figlia mia, dormi. Quanto a te, mortaio della malora,

domani ti butterò via.”

Dopo un po’, di nuovo il mortaio chiamò:

Batti batti nel mortaio

ddez ddez g umehraz Lunja se l’è portata via un uomo!

Lunja yewwi-tt wergaz

Di nuovo l’orchessa chiamò “Lunja”. Allora lo sputo sulla soglia rispose: “Sì,

mamma”. Tastando dietro di sé toccò di nuovo il basto, e disse: “Non è niente, figlia

mia, dormi. Quanto a te, mortaio della malora, domani ti butterò via.”

Di nuovo il mortaio ripetè... Lo sputo dall’esterno rispose... E così via fino alla quarta

volta. Ma questa volta gli sputi erano finiti e l’orchessa non sentì più la voce di sua

figlia. Allora si alzò, chiamò la sua cagna, uscì e partì all’inseguimento.

6. Cammina cammina, si imbattè in una siepe di rovi, e chiamò: “Lunja, che cosa hai

detto alla siepe di rovi?” “Gli ho detto: ‘O roveto di merda e di cacca, lasciami un

varco per passare’ ” Lei ripeté queste parole al roveto e subito esso prese a gonfiarsi

diventando sempre più grande. L’orchessa passò di forza e quel rovo la graffiò e la

tagliò tutta. Invece Lunja, quand’era arrivata al roveto, gli aveva detto: “Roveto di

lana e di seta, lasciami un varco per passare.” Il roveto si era aperto nel mezzo e aveva

lasciato loro la via libera.

Arrivarono poi ad un fiume e lei gli disse: “O fiume di miele e di burro, lasciaci un

varco per passare.” In men che non si dica il fiume si prosciugò, essi passarono e

ritornò com’era prima. Quando arrivò l’orchessa, chiamò: “Lunja, che cosa hai detto

al fiume?” “Gli ho detto: ‘O fiume di merda e di cacca, lasciami un varco per passare’

” Lei ripeté queste parole e il fiume prese a ingrossarsi: le onde cha passavano erano

una più grande dell’altra. L’orchessa disse allora alla sua cagna: “Slappa, slappa,

cagna della malora!”. La cagna slappò, slappò, ma era un’impresa impossibile e il suo

pancino scoppiò.

L’orchessa chiamò: “Lunja!” E la figlia rispose: “Sì, mamma?” “Va’, figlia mia,

voglia Dio che il tuo uomo diventi (nero) come una pietra del focolare e tu come una

57 E di colpo essi divennero neri.

pentola sporca di fuliggine.”

Lunja la chiamò: “Mamma, perdonami, fammi ridiventare (com’ero)”. E lei rispose:

“D’accordo. Va’, figlia mia, voglia Dio che tu diventi il chiarore lunare (tiziri) e il tuo

58

uomo la luna piena (aggur).” Allora divennero tutti risplendenti.

57 Al di là dei significati simbolici di questa maledizione, è interessante notare che qui vi è anche un

gioco di parole. Infatti il termine usato per la “pentola sporca di fuliggine” è tasilt (parola tabù in certe

regioni), che suona molto simile a tislit, “fidanzata/sposa”. Il termine usato qui e in precedenza per

riferirsi al principe e tradotto “ un uomo” è argaz, che vale anche “marito”.

26

Inoltre, disse loro: “Andando avanti, troverete sulla strada animali selvatici, animali

domestici ed esseri umani intenti a battersi: mi raccomando, astenetevi

dall’intromettervi, non cercate di dividerli.”

7. Proseguirono il loro cammino e trovarono dei buoi che lottavano. Uno di loro era

sano e forte, mentre l’altro era debole. Il figlio del re si rivolse a Lunja dicendole:“Li

voglio separare!” “Cosa ci ha detto mia madre?”

Proseguirono per la loro strada, cammina cammina trovarono dei leoni che lottavano

tra di loro. Uno di loro era forte mentre il secondo era debole. Di nuovo lui voleva

separarli, ma Lunja glie lo impedì.

Proseguirono e trovarono delle persone che litigavano, e di nuovo Lunja gli impedì di

separarle.

Ma quando arrivarono dove c’erano degli avvoltoi (igider), il figlio del re disse: “Ma

59 Per Dio, li voglio dividere!”

guarda, è un vero sopruso: uno è forte e l’altro è debole.

Lunja cercò di far sì che non si intromettesse. Non appena andò a dividerli, uno degli

avvoltoi lo afferrò e se lo mise sotto un’ala.

Lunja gli gridò: “Mi hai delusa, e adesso che farò?” E prima che l’avvoltoio volasse

via, egli le disse: “Va’ alla fonte. Aspetta lì che venga a prender acqua una schiava

60 di mio padre. Quando arriverà la sgozzerai e indosserai la sua pelle.”

(taklit)

Lei eseguì. Arrivata a casa disse: “Dove appendo l’otre, padrona?” Allora la moglie

del re diede di piglio al bastone, “Ma come, hai sempre saputo dove si appende l’otre

e adesso te ne sei dimenticata?”

8. Passò qualche tempo. Al calare del buio un uccello si posava sul muro e diceva:

“Lunja, Lunja, dimmi, come te la passi?” E Lunja rispondeva: “(Lunja,) il suo cibo è

crusca, il suo giaciglio la nuda terra, la sua coperta è il cielo e il suo guanciale la

pietra annerita del focolare. Piangi quanto puoi!” Dopodiché tutti e due si mettevano a

piangere.

Trascorse molto e molto tempo. Qualcuno si accorse di loro. Quel giorno nella piazza

(tajmaÄt) disse: “C’è una cosa che non mi spiego. Ogni notte un uccello si posa, ecco

cosa dice, ecco cosa gli risponde qualcuno dalla casa del re.”

Al re giunse voce di ciò che succedeva in casa sua. Un giorno si appostò di guardia

finché udì l’uccello che parlava con la sua schiava. Ciò che udì lo preoccupò, perciò

cambiò il cibo che veniva dato alla sua serva, e le procurò coperte di lana e di seta.

Quella notte si appostò ancora di guardia e udì l’uccello che diceva: “Come te la

passi, Lunja?” E lei rispose: “Lunja, il suo cibo è semola, il suo letto è di lana, la sua

coperta è di seta, gioisci quanto puoi!” E ambedue si rallegrarono. Egli le disse: “Di’ a

mio padre di scegliere una mucca grassa e di andare a sgozzarla accanto alla fonte.

L’avvoltoio che si poserà per mangiare, lo scaccerà. Aspetterà l’avvoltoio che arriverà

tra tuoni e fulmini, grandine e tempesta: quello lo lascerà mangiare. Quando sarà

58 Per spiegare queste personificazioni, non va dimenticato che tiziri è parola di genere femminile e

aggur di genere maschile.

59 Il vocabolo qui tradotto con “sopruso” è tameÍqranit, che corrisponde all’espressione araba dialettale

hogra, termine con cui si esprime l’arroganza del potere contro cui la gioventù della Cabilia si è

ribellata nel 2001.

60 Il termine akli, femminile taklit designa sia lo “schiavo” sia il “negro”. Come si vede in molte fiabe,

nella società tradizionale era molto marcata la differenza tra bianchi/liberi e neri/schiavi, cosiderati

questi ultimi alla stregua di semplici proprietà, al punto che la loro uccisione senza motivo -come in

questa fiaba- non provoca alcuna reazione negativa nell’uditorio.

27

sazio, gli dirà: ‘Che Dio ti dia salute, o tu che mi hai così saziato!’ A quel punto,

dovrà colpirlo tra le ali: allora io cadrò giù.”

Il re fece così. Sgozzò una mucca e scacciò l’avvoltoio che si era posato. Poco dopo,

eccone arrivare uno vecchio e debole, preceduto da tuoni e fulmini, grandine, gelo e

tempesta. Lo lasciò mangiare finché fu sazio. Allora l’avvoltoio disse: “Che Dio ti

preservi, chiunque tu sia!” In quel preciso momento il re lo colpì tra le ali, e allora

cadde giù suo figlio. Lo portò a casa e lo fece tornare in vita con del tuorlo d’uovo,

perché era diventato magro e debole: era ridotto come un pulcino.

Pian piano cominciò a ritornargli la salute, un po’ alla volta tornò a crescere finché

(ri)divenne un uomo.

9. Quando fu tornato com’era prima, disse a suo padre: “Padre mio, io sposerò questa

nostra schiava.” Il padre intervenne dicendo: “Ma come, cosa dici: tu, il figlio del re,

sposerai una schiava?”

Ma il figlio insisté nella sua richiesta e fece cadere su di sé una malattia. Quando il re

vide che le sue condizioni peggioravano, concesse il matrimonio con la schiava.

Nel paese si diffuse la voce che il figlio del re aveva sposato una schiava.

Cominciarono a farsi beffe di lui. Ma lui sapeva bene che cosa aveva fatto.

Attese la primavera. Un giorno mentre si apprestava ad uscire, lasciò a casa questa

consegna: “Tra poco, lasciate libero un vitello nell’orto dell’henné. Io allora griderò

dalla piazza: ‘Portate quel vitello fuori dall’orto dell’henné’, e a quel punto Lunja

verrà fuori.”

Attesero che fosse andato a prender posto sulle panche della piazza e lasciarono il

vitello libero di entrare nell’orto dell’henné. Il figlio del re chiamò e allora venne fuori

Lunja.

Chi stava segando, si segò una gamba; chi era sul fico si lasciò cadere giù; chi si stava

radendo si tagliò.... Tutto il paese fu colto dalla meraviglia: chi era quella creatura?

10. Il figlio di un re vicino volle anche lui sposare una schiava negra. Suo padre cercò

di fargli cambiare idea, ma il figlio finì per imporsi.

Il giorno delle nozze scaldò dell’acqua fino a farla bollire, e prese a versarla sulla

schiava negra dicendo: “Cambia pelle, mia signora!” E lei rispondeva: “O signore, è

sempre ruvida come la pelle di un rospo!”. Lui continuò a versare acqua bollente fino

a farla morire.

tamacahut-iw tfuk Il mio racconto è finito

uccen iruÍ aÍriq aÍriq Lo sciacallo se n’è andato sulla terra bruciata bruciata

Rebbi Che Dio lo bruci

a t-yeÍreq

nukkni nruÍ abrid abrid Noi siamo andati sulla strada diritta diritta

ad aÌ-yeÄfu Rebbi Che Dio ci perdoni.

4.1.1 Il mito di Adone e altri miti del Vicino Oriente

Come detto, il racconto contiene numerosi elementi che fanno pensare a miti

estremamente antichi presenti in diverse zone del mondo mediterraneo, soprattutto

orientale. Si tratta in particolare del mito di Adone: il motivo più caratterizzante,

infatti, al di là di certi aspetti più “formulari” (l’essere figlio di re, l’incontro con

l’orchessa, ecc.), è proprio la «scomparsa» dell’eroe seguita dal suo «ritorno alla

vita». Da non trascurarsi anche il fatto che durante la sua «assenza» anche la sua

28 61 e come solo la

fidanzata/sposa (tislit) sia essa stessa ridotta in cattive condizioni,

consumazione delle nozze produca in lei un effetto di magico rifiorire. Questi aspetti

sono tipici dell’allegoria del ciclo di morte e rinascita della vegetazione che da sempre

è stata associata a una serie di miti, tra cui il più noto è quello classico di Adone, che

62

così si potrebbe riassumere:

Girava voce che la figlia minore del re Cinira di Cipro (Smirna o Mirra), fosse molto

più bella di Afrodite, e ciò finì per provocare la natura vendicativa della dea. Afrodite

fece un incantesimo a Mirra, a causa del quale questa si innamorò del padre. Mirra era

disperata, e un giorno pensò persino di suicidarsi, ma la vecchia nutrice la fermò e dopo

averla a lungo interrogata la vecchia riuscì a capire il dramma di Mirra e le promise un

incontro d’amore con il padre. Durante i festeggiamenti in onore di Cerere, la madre

della ragazza aveva fatto un voto di castità che le impediva di dividere il letto con il

marito. La nutrice allora propose a Cinira, in preda agli effetti del vino, di accoppiarsi

con una giovane vergine. C’era però una condizione posta dalla ragazza, quella di non

farsi mai vedere. Tutto andò bene e padre e figlia si accoppiarono per diverse notti di

seguito, e Mirra rimase incinta. Una notte Cinira spinto dalla curiosità guardò la sua

giovane amante e si accorse che era sua figlia. Spinto ora dalla rabbia, prese una spada

e la inseguì. Mirra chiese aiuto agli Dei, che la trasformarono in un albero. Il padre

continuò a colpirla e da ogni ferita uscì fuori una resina profumata, chiamata per

l’appunto mirra. Dopo nove mesi si aprì la corteccia dell’albero e ne uscì un bambino:

Adone.

Adone fu raccolto da Afrodite che lo consegnò a Persefone affinché lo allevasse, ed

essa lo tenne presso di sé. Con gli anni Adone divenne uno splendido ragazzo, di cui si

innamorarono tutte le donne. Di lui si innamorarono persino Afrodite e Persefone che

diedero vita ad una disputa che giunse all’orecchio di Zeus, il quale decise che Adone

avrebbe trascorso un terzo del tempo con Persefone, un terzo con Afrodite e il terzo

rimanente da solo a cacciare sulle colline. Ma a questo punto Venere indossò la cintura

della seduzione che faceva innamorare chiunque, convincendo così Adone a passare

con lei tutto il tempo. Persefone lo riferì ad Ares che, fuori di sé dalla rabbia, si mutò in

un cinghiale e sfidò Adone a una partita di caccia sulle pendici del Monte Libano, dove

Adone venne azzannato e lasciato morire davanti agli occhi di Afrodite la quale, ancora

riluttante all’idea di separarsene, pregò Zeus di intervenire. Si dice che Afrodite abbia

versato tante lacrime quante erano le gocce di sangue che uscivano dal corpo del suo

61 In altre versioni, Lunja si trasforma in un animale (per esempio in una cagna: Allioui 2001-2, vol. 2,

p. 77), e tornerà umana solo dopo la prima notte di nozze.

62 La versione che si fornisce cerca di riunire gli elementi che sembrano più diffusi nelle numerose

versioni esistenti del mito di Adone (fonti del mito sono, tra l’altro: Pseudo-Apollodoro, Biblioteca

3.14.4; Cirillo di Alessandria, in Isaia 17,9-11; Ovidio, Metamorfosi X 298-739). A titolo indicativo,

quella che segue è una traduzione del racconto di Apollodoro: «E Adone, ancora ragazzo, venne ferito

e ucciso da un cinghiale mentre cacciava, a causa del risentimento di Artemide. Esiodo invece asserisce

che egli era figlio di Fenice (Phoinix) e di Alfesibea (Alphesiboia); mentre Panyasis dice che era figlio

di Tiante (Theias), re dell’Assiria, che aveva una figlia, Smyrna. A causa dell’ira di Afrodite, dal

momento che quest’ultima non prestava onore alla divinità, questa Smyrna concepì una passione per il

padre, e con la complicità della sua nutrice condivise il letto paterno per dodici notti senza che questo

se ne accorgesse. Ma quando egli ne venne a conoscenza, estrasse la spada e prese ad inseguirla;

raggiunta, essa pregò gli dei che la rendessero invisibile; e così gli dei, mossi a compassione, la

trasformarono in un albero che chiamano smyrna [mirra]. Dieci mesi dopo l’albero si aprì e nacque

colui che venne chiamato Adone. A causa della sua bellezza Afrodite lo nascose in una cesta ancora in

fasce, all’insaputa degli dei, e lo affidò a Persefone. Ma Persefone, dopo averlo visto, non volle

restituirlo. La causa venne giudicata da Zeus: l’anno venne diviso in tre parti e il dio ordinò che Adone

se ne stesse per conto suo una parte dell’anno, in compagnia di Persefone per un’altra parte e di

Afrodite per il tempo rimanente. Ma Adone aggiunse la parte di propria spettanza a quella di Afrodite.

In seguito venne ferito e ucciso da un cinghiale durante la caccia.»

29

amato, e da ogni lacrima nasceva poi un fiore. Zeus decise allora che Adone avrebbe

trascorso metà dell’anno sulla terra e l’altra metà nel regno dei Inferi.

Adone non è che la più nota delle tante raffigurazioni emerse nel bacino orientale del

Mediterraneo, di un eroe della vegetazione che muore e risorge, ridando felicità (e

fecondità) alla sua sposa e a tutta la natura. La sua origine orientale è resa evidente dal

suo stesso nome, che deriva evidentemente dal semitico di nordovest (fenicio?) ’adôn

“signore”.

Altre personificazioni, legate a diversi miti e riti di differenti popoli antichi furono, in

particolare:

ß Il sumerico (più noto col nome babilonese di dio della

Dumuzi Tammuz),

vegetazione riportato in vita dalla sua sposa (nome sum.) / (nome

Inanna Ishtar

babilonese e semitico), divinità celeste identificata con il pianeta Venere. Il suo

culto si estese in Babilonia, Siria, Fenicia e Palestina.

ß Il bellissimo Attis che si unì a Cibele, dea di origine anatolica, grande madre di tutti

i viventi, protettrice della fecondità, signora degli animali selvatici e della natura

selvaggia.

ß Osiride, fratello e sposo di Iside, che fu da quest’ultima riportato in vita dopo

lunghe vicissitudini (notevole assonanza col nostro racconto il fatto che, una volta

ritrovato il suo corpo, tutte le notti Iside si trasformava in rondine e svolazzando

intorno alla colonna lanciava gridi strazianti, cui però nessuno faceva caso).

ß Probabilmente anche il mito ugaritico di Aqhat, ucciso da ‘Anat, dea degli animali

selvatici e della caccia: con la sua morte si manifesta improvvisamente una

sterilità della natura, una siccità lunga sette anni e tutto fa credere che il mito

(giuntoci mutilo) si concludesse con la resurrezione di Aqhat e con il ritorno della

fecondità nella natura. Per i particolari legami che questo mito sembra avere con la

fiaba berbera, rimando alle considerazioni del § 4.3.

Un aspetto interessante di tutti questi miti, e in particolare di quello di Adone è il fatto

che essi si ponevano in rapporto più o meno esplicito anche con una serie di riti legati

alla fecondità (le feste Adonie, i “Giardini di Adone”, ecc.).

Anche nel mondo berbero, questo insieme di miti e credenze ha lasciato importanti

tracce non solo nel racconto di ma anche in una serie di riti connessi con la

Lunja,

fecondità, e soprattutto con le invocazioni della pioggia. In occasione di questi riti, il

ruolo centrale viene affidato ad una bambola (a volte ricavata o sostituita da un

cucchiaio, chiamata con nomi come ecc., che sembrano assai

aÌenja), TalÌonja,

simili a quelli dell’eroina della nostra fiaba. Questa TalÌonja viene sovente

denominata “fidanzata (/sposa) di Anzar” (Tislit o “fidanzata dell’acqua”

n Wanìar),

(Tislit Anzar è infatti il nome (maschile) della pioggia in berbero, Anzar è

n waman).

visto come l’elemento benefico che rinforza la vegetazione, favorisce i raccolti e

assicura la crescita delle greggi. Anche la pioggia è assimilata alla semente, e la sua

azione misteriosa ha a che fare con le pratiche della magia. Per ottenere la pioggia che

tarda a venire, si sollecita Anzar e si fa di tutto per provocare il suo intervento

fecondatore. Fin dall’antichità gli abitanti del Nordafrica hanno pensato di offrire ad

Anzar una sposa che, provocando il desiderio sessuale, creerà le condizioni favorevoli

per far scorrere l’acqua. Questa tradizione si è mantenuta fino al giorno d’oggi, anche

se, al posto di una vergine in carne ed ossa, oggi si confeziona, con un mestolo e due

cucchiai, una sorta di bambola. In certe regioni l’abito della bambola è di vero

30

tessuto, tagliato e cucito apposta, e inoltre le si mettono indosso diversi gioielli, come

se si trattasse veramente d’una cerimonia nuziale.

Il nome della bambola e/o del cucchiaio che è al centro dei riti assomiglia molto a

quello dell’eroina del racconto (oltre a si trovano anche nomi come

Lunja Nuja,

etc.), anche se di solito presenta un aspetto che ricorda (o coincide con)

Runja, aÌenja

“cucchiaio, mestolo”(tale nome spesso è presente anche in comunità ormai arabofone,

essendo ormai divenuto una specie di nome proprio).

Di seguito ecco un elenco dei nomi attestati, seguiti, quando possibile, da

63

indicazioni geografiche sulle zone di attestazione di ogni nome:

Forme con (quasi tutte in Marocco, oltre all’oasi di Tabelbala):

l/r/n (A. Sadden); TalÌonja (Imi-n-Tanout); TlÌunja (Igliwa), TlÌonja (A.

TalÌu n j a

Chitachen, Demnat, Ntifa, Infedwaq, Tlit, Imerghan, Imesfiwan, Todghout); TlÌenja

(A. Seghrouchen); TloÌenja (Ihahan); TlÌenjaw (Ida Ou Zikki); TrÌenja (A. Ouirra, A.

Sri); Tarenja (Tabelbala, Algeria); TnÌonja (Tanegrout, valle della Draa)

Forme senza (sporadicamente in Marocco; Algeria)

l (Oulad Yahia; Tafilalt; Marrakech, arabof.)

TaÌenja/TaÌonja w

AÌenja (A. Frah, Aurès; Tit, Touat); AÌonja (B. Hawa, regione di Ténès); AÌ enja

(Cabilia)

Forme senza (spesso in aree arabofone):

ta-/a-

(Ain Sefra, sud oranese; B. Snous, fraz. Khemis; Tlemcen),

Õondja w

BelÌonja (Oued Noun, A. Baamran, Imejjad, Id Ou Brahim); BellÌ enja (Achtouken);

BelÌenjaw (Isaggen, Ida Goundif)

Õendja Õondja

Bu (Laghouat; Aurès); Bu (Ovest algerino, El Gourine, tra lo Chélif e la

costa; Cherchell)

Altri nomi

Umm Tangi; Tango; Tonbu; Taäambo (Sfax, Tunisia); Ummuk Tanbu (area di Tripoli,

di Homs, Misurata, Jado, Garian ecc.); Umm Tungu (alta Medjerda, Tunisia); Manäa

(Tsoul, Marocco)

Gran parte dei nomi di quest’ultima serie, presenti quasi solo nelle regioni più orientali

(Tunisia, Libia), e perlopiù in zone oggi arabofone, sembra connessa con una radice

verbale ancora presente in vari parlari: tuareg engey “scorrere, colare” (acqua, corsi

d’acqua), cabilo engi “gocciolare, venir giù goccia a goccia”, chleuh ngi “colare,

64

tracimare”, ecc.

«La presenza di nelle forme berbere o la sua assenza nelle forme arabe è

l

quantomeno enigmatica. È difficile considerarla un residuo dell’articolo arabo dal

momento che la parola è berbera, come lo stesso rito. Da parte nostra, vedremmo

volentieri in questa parola un teoforo, vale a dire una parola composta contenente il

nome di una divinità» (Laoust 1920: 228).

L’ipotesi che si abbia qui a che fare con un’antica divinità preislamica sembra

molto verisimile. Come ricorda lo stesso Laoust «la cerimonia si conclude con una

preghiera per avere la pioggia; e, fatto curioso, il nome del Dio unico che in essa

viene invocato viene qui stranamente associato a quello di Tlghonja — nome di una

63 I dati provengono soprattutto da Laoust 1920, Servier 1985, Camps-Chaker 1989.

64 Oltre a questi nomi, altri termini che compaiono in queste rogazioni per la pioggia sono a volte poco

chiari, per esempio in Cabilia il termine ttabyita che designa la cerimonia stessa, o nell’Aurès

l’enigmatica parola aberja che affianca il nome del cucchiaio nelle invocazioni: aÌenja-y-aberja (da

confrontare forse con AÌendja ya merdja! “o cucchiaio, o prateria!” di Tit nel Touat?).

31

divinità senza leggenda che sembra avere avuto un posto di rilievo nell’antico

pantheon berbero» (Laoust 1920: 205). In effetti, testimonianze dell’esistenza di dei e

di riti connessi con l’invocazione dell’acqua in Nordafrica ci provengono già da autori

dell’antichità. Alla fine del secondo secolo d.C., Tertulliano (Apologeticus, 23) cita

l’esistenza di una «Virgo Caelestis pluviarum pollicitatrix» (“la vergine Celeste

promettitrice di pioggia”), e ancora prima, nel 41 d.C., secondo la testimonianza di

Cassio Dione (Storia 60, 9), un comandante militare romano, Osidio Geta,

Romana

aveva inseguito un generale mauritano (Salabus) fin nel deserto ed era in difficoltà per

la scarsità d’acqua, ma a quel punto «uno degli indigeni che erano in pace con gli

invasori lo persuase a tentare alcuni incantesimi e riti magici, dicendogli che come

risultato di questi riti era spesso stata data acqua abbondante al suo popolo. Non

appena Geta ebbe seguito questo consiglio, cadde dal cielo tanta acqua da estinguere

completamente la sete dei soldati, e da mettere al tempo stesso in allarme il nemico

che pensò che il Cielo fosse venuto in soccorso del generale romano». È un vero

peccato che lo storico antico non abbia ritenuto necessario descrivere questi riti.

Qualche informazione in più su queste credenze arcaiche può venire dall’esame

delle cerimonie legate alla fidanzata di Anzar. Molte, soprattutto di area marocchina,

sono riportate da Laoust (1920: 202 ss.). Qui di seguito si riproduce invece

l’importante testo etnografico di H. Genevois (1978) che descrive con molti dettagli

65

questi riti e i miti ad essi connessi in un villaggio della Cabilia (Algeria).

4.2 Un rito per impetrare la pioggia: Anzar

1- La leggenda esplicativa del rito 66

«C’era una volta un personaggio di nome Anzar. Era il Signore della pioggia. Egli

desiderava sposare una fanciulla di rara bellezza: la luna splende nel cielo, e allo stesso

modo lei splendeva sulla terra. Il suo viso era radioso, i suoi abiti erano di seta dai

colori cangianti.

Costei era solita bagnarsi in un fiume dai riflessi d’argento. Quando il signore della

pioggia scendeva sulla terra e si avvicinava a lei, costei si spaventava e si ritraeva.

Un giorno egli finì per dirle: Come un lampo ho attraversato i cieli,

Aql-i gezmeÌ-d igenwan O stella tra le stelle

a yiwen gg yetran Dammi il tesoro che possiedi.

fk-iyi akeˆˆud i m-ekfan Altrimenti ti priverò di quest’acqua.

nÌ am-ekkseÌ aman

La ragazza gli rispose: Ti prego, Signore dell’acqua,

Ttxil-k ay Agellid n waman Dalla corona di corallo,

a bu teÄÒabt n lmerjan Lo so, siamo fatti l’uno per l’altra,

nekk i keõõ i umi yi-d-ekfan

w Ma ho paura di quello che dirà la gente

meÄna ug adeÌ imennan

Come risposta a queste parole, il Signore dell’acqua girò bruscamente l’anello che

aveva al dito: in una frazione di secondo il fiume si prosciugò ed egli sparì. La ragazza

si sciolse in lacrime, e pianse. Allora si svestì dei suoi abiti di seta, restò tutta nuda, e a

voce alta si rivolse al cielo: O Anzar, o Anzar

Ay Anìar, ay Anìar O Tu, fioritura delle praterie

ay ajeˆˆig n uzaÌar

65 I riti e i miti connessi sono stati rilevati tra gli Ait Ziki da Rabia Boualem, che ha permesso a H.

Genevois di pubblicarli, fornendo poi ulteriori chiarimenti integrazioni in un articolo a nome suo e di J.

Lanfry (1979).

66 Il termine usato a questo proposito è agellid, letteralmente “re”.

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Lingue e Letterature dell'Africa tenuto dal professor Vermondo Brugnatelli. Per Si Mohand la poesia era un vero dono piovutogli dal cielo. Le fiabe rivestono un ruolo importante nelle società tradizionali del Nordafrica. Prodotte e riprodotte in determinati e ben precisi contesti, la loro narrazione obbedisce di norma a veri e propri rituali che in qualche caso le apparentano al rito magico. Sarebbe troppo lungo e complesso analizzare nel dettaglio le modalità di esecuzione delle fiabe nelle diverse regioni del mondo berbero. Le condizioni sono infatti estremamente variate e non si lasciano ricondurre ad un unico modello. È comunque un dato di fatto che, per questa inevitabile compresenza, nella fiaba, di elementi interni al discorso fiabesco ed elementi derivanti dall’esterno, dalle circostanze della sua recitazione, le fiabe finiscono per essere uno “specchio” della società al cui interno sono diffuse, e possono addirittura fornire un elemento di grande valore per lo studio della società stessa.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze antropologiche ed etnologiche
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingue e Letterature dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Brugnatelli Vermondo.

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