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VI

Il brano iniziale del nuovo capitolo (B) torna a descrivere la situazione

del signore; o, per dire meglio, riassume il fallimento della pretesa signorile.

La coscienza del signore si presenta come l’esperienza di una lacerazione, di

una dissociazione:

Per l'autocoscienza indipendente, la sua essenza è, da un lato, soltanto la

pura astrazione dell’Io, e d'altro lato, in quanto l’astrazione dell’Io si forma e

si dà differenze, questo distinguere non perviene per lei all’essenza oggettiva

che-è-in sé; questa autocoscienza dunque non diviene un Io veramente

distinguentesi nella sua semplicità, o un Io che, in quell'assoluta distinzione,

resti eguale a se stesso.

Il selbständige Selbstbewußtsein, l’autocoscienza indipendente, indica

appunto l’autocoscienza del signore, caratterizzata, come sappiamo,

dall’essere-per-sé, dall’indipendenza. Il Wesen, l’essenza, della coscienza

signorile è, da un lato, l’Io astratto. Per intendere questa espressione, die

reine Abstraktion des Ich, la pura astrazione dell’Io, bisogna tornare ai

paragrafi che introducevano la lotta delle autocoscienze: al cv. 21 (p. 156),

Hegel aveva indicato nell’Io, nel “semplice essere-per-sé” che “esclude da

sé ogni alterità”, la determinazione iniziale dell’autocoscienza. Ma d’altro

lato, questa astrazione dell’Io, che “esclude da sé ogni alterità”, non riesce

a farsi concreta, a conserva nel proprio essere il senso di quell’alterità: il

signore consuma l’essere, non riesce a conservarlo, lo dissipa; e domina il

servo, non riesce a realizzare il riconoscimento.

In termini ulteriori, il signore non realizza l’unità concreta,

dialettica, dell’unità di sé e della differenza: rimane al livello della

separazione dei termini che lo costituiscono, e dunque dell’astrazione.

D’altronde, l’espressione Ich, Io, manifesta di per sé l’astrazione.

Manifesta, cioè, l’autocoscienza che si singolarizza ed esclude l’altro, che

non realizza il riconoscimento, cioè la sua essenza. Quando si rapporta ad

altro, l’Io non riesce a mediarsi con la differenza. Si scinde in due lati. Da

un lato, la sua identità singola, d’altro lato la differenza che gli rimane

estranea.

Nel brano successivo, lo stesso problema è ripetuto al livello della

coscienza del servo:

Invece, la coscienza in se stessa ricompressa diviene oggetto a se stessa [wird

sich zum Gegenstande] nel formare come forma della

[Formieren] [Form]

cosa formata e in pari tempo intuisce nel signore l'esser-per-sé

[gebildeten],

come coscienza. Ma per la coscienza servile come tale questi due momenti, -

di se stessa come oggetto indipendente, e di questo oggetto come una

coscienza e quindi come la sua propria essenza, - cadono l’uno fuori

dell’altro.

La coscienza del servo viene definita come das in sich zurückgedrängte

Bewußtsein, “la coscienza in sé ricompressa”. È la stessa espressione che

compariva nel cv. 28 (p. 161): “coscienza riconcentrata in sé”. La

traduzione è diversa, ma il verbo tedesco è il medesimo: zurückdringen:

ripiegare, ricomprimere, riconcentrare. La coscienza del servo è come il

medio della situazione che qui si istituisce: conserva l’essere, dandogli la

sua forma, e intuisce nel signore l’essere-per-sé. Come medio, il servo

riunifica gli estremi, partecipa di entrambi, dell’essere della cosa e

dell’indipendenza del signore. Però il servo non ne è consapevole: per il

servo quei due momenti – l’essere della cosa e la coscienza indipendente –

“non coincidono”, restano estranei, e, per lui, la sua coscienza è lacerata.

Questa è la situazione paradossale del servo: è l’intero, ma si avverte

tragicamente come scissione, come lacerazione, come separazione tanto

dall’essere della cosa quanto dal signore. Il servo è libero, ma si sente

dominato da due entità estranee.

Qui interviene il passaggio essenziale di questa pagina. Leggiamolo con

attenzione:

In quanto però per noi o in sé la forma e l'esser-per-sé sono lo stesso e nel

concetto della coscienza indipendente l'esser-in-sé è la coscienza, così il lato

dell'esser-in-sé o della cosalità, che nel lavoro riceveva la forma, non è per

nulla una sostanza diversa dalla coscienza, e così è per noi venuta sorgendo

una nuova figura dell'autocoscienza; una coscienza che, come l'infinità o il

puro movimento della coscienza, è a se stessa l’essenza: la quale pensa ossia

è libera autocoscienza.

Il servo, come abbiamo visto, non possiede la consapevolezza della

propria libertà. Ma per noi o in sé quei termini che la coscienza del servo

avverte come estranei dasselbe ist, sono lo stesso. Così sorge per noi una

nuova figura: il pensiero. Pensiero significa qui: la coscienza e l’essere sono

lo stesso, la scissione tra l’indipendenza del signore e la forma servile della

cosa è superata. Ma, come si vede, questo passaggio al pensiero, cioè alla

libertà (questo atto di liberazione), avviene per noi, non per il servo: il servo

non acquista tale consapevolezza. La consapevolezza è nostra, non sua. La

figura del servo non si supera dialetticamente né nel signore (che sarebbe,

d’altronde, un regresso, perché il signore è una figura più limitata) né nella

libertà del pensiero. Tutto sommato, mentre noi procediamo, abbandoniamo

il servo al proprio destino fenomenologico.

Possiamo aggiungere che questo passaggio al pensiero si presenta come

un passaggio fenomenologico, non come un passaggio logico. Nella logica,

un passaggio poggiato sul per noi sarebbe inammissibile. Si passa alla

nuova figura solo perché il per noi si sovrappone al movimento intrinseco

dell’autocoscienza. È vero che – come Hegel sottolinea – il per noi è l’in sé

della cosa, ossia dell’autocoscienza: ma l’in sé della cosa non riesce a farsi

per sé, a dispiegarsi, nell’orizzonte dell’autocoscienza. Deve sorpassarla e,

in certo modo, abbandonarla.

Ciò che abbiamo di fronte, oltre il servo e il signore, è dunque das

Denken, il pensare, il pensiero. E il pensiero è libertà. Cosa significa

pensare? Pensare, afferma Hegel, significa avere superato l’unilateralità

astratta del signore, l’Io astratto, perché ora l’Io ha la determinazione

dell’essere-in-sé, dell’essere della cosa. Nel pensare, coscienza ed essere

sono lo stesso:

Poiché non essere oggetto a sé come Io astratto, ma come Io che nello stesso

tempo ha il valore dell'esser-in-sé, o il comportarsi verso l'essenza oggettiva

in modo che essa abbia il valore dell'esser-per-sé di quella coscienza per la

quale essa è, questo vuol dire pensare heißt Denken]`.

[daß


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e cerca di collocare l'opera di Hegel, Fenomenologia dello spirito, nel contesto storico del periodo in cui fu pubblicata e nel contesto delle altre opere hegeliane, e di assegnarle il significato vero che l'autore le voleva dare. In particolare in questa dispensa viene approfondito il tema dello stoicismo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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