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unilaterale e ineguale”). Ma, nella dinamica del riconoscimento,

l’ineguaglianza è soltanto oblio dell’eguaglianza, è nascondimento di una

eguaglianza essenziale e fondamentale.

Ma al riconoscere autentico manca il momento, per cui, ciò che il signore fa

verso l’altro, lo fa anche verso sé stesso, e ciò che il servo fa verso di sé lo fa

verso l’altro. Attraverso ciò è sorto un riconoscere unilaterale e ineguale.

Il limite della situazione, rispetto al paradigma del riconoscimento, è

stato ormai enunciato. Il riconoscere è viziato dall’ineguaglianza dei termini

che, qui, sono chiamati a costituirlo. Ma ciò significa che la perseità del

signore non è veramente tale, che il signore non è veramente indipendente.

Se l’alterità che costituisce la sua essenza è un inessenziale, la conseguenza

è che la sua essenza è inessenziale, che “la sua verità è piuttosto la

coscienza inessenziale e l’inessenziale operare di essa medesima”.

Seguiamo con attenzione il brano, che è di non facile lettura. Per il

signore, la “coscienza inessenziale”, cioè il servo, è soltanto un

Gegenestand, un oggetto, che pure costituisce la verità di sé stesso, della

propria autocoscienza:

La coscienza inessenziale è quindi per il signore l’oggetto che

[Gegenstand],

costituisce la verità della certezza di se stesso.

Ma questa oggettualità, questa inessenzialità, non corrisponde affatto al

concetto del servo, a ciò che la coscienza del servo è realmente:

È chiaro però che tale oggetto non corrisponde al suo concetto;

Anzi, prosegue Hegel, nel puro consumo, “là dove il signore ha trovato il

suo compimento”, il signore non è più davvero indipendente, ma dipende

dal servo:

è anzi chiaro che proprio là dove il signore ha trovato il suo compimento, gli

è divenuta tutt'altra cosa che una coscienza indipendente; non una tale

coscienza è per lui, ma piuttosto una coscienza dipendente;

Perciò il signore non è più certo del suo essere-per-sé, ma trova la sua

verità nel servo, nella coscienza ritenuta inessenziale:

egli non è dunque certo dell'esser-per-sé come verità, anzi la sua verità è

piuttosto la coscienza inessenziale e l'inessenziale operare di essa medesima.

Dunque, la verità del signore è il servo. Nel passaggio precedente,

abbiamo visto come la verità del signore si sia capovolta. Il signore si è

rivelato, esso stesso, un servo. Ma ora dobbiamo compiere l’operazione

analoga a proposito del servo, l’essenza del servizio deve capovolgersi nella

signoria. Hegel scrive che la servitù wird als in sich zurückgedrängtes

Bewußtsein in sich gehen: la servitù andrà in sé, dentro di sé, come

coscienza in sé, dentro di sé, ripiegata, riconcentrata. È l’annuncio delle

pagine successive: il servizio si trascenderà nella signoria, in virtù di un

radicale ripiegamento, significato da quel verbo, zurückdrängen, ripiegare,

riconcentrare, in sich, dentro di sé.

La verità della coscienza indipendente è, di conseguenza, la coscienza

servile. Questa da prima appare bensì fuori di sé e non come la verità

dell'autocoscienza. Ma come la signoria mostrava che la propria essenza è

l’inverso di ciò che la signoria stessa vuole essere, così la servitù nel proprio

compimento diventerà piuttosto il contrario di ciò ch'essa è immediatamente;

essa andrà in se stessa come coscienza riconcentrata in sé, e si volgerà

nell'indipendenza vera.

Fin qui abbiamo osservato la figura del servo soltanto nella prospettiva

del signore. Il servo si è presentato come l’inessenziale, come il dipendente,

come lo strumento, e il signore come la sua verità. Dobbiamo ora osservare,

in sé stessa, l’essenza del servizio.

Noi abbiamo veduto soltanto ciò che la servitù è nel comportamento della

signoria.

Il servo non è solo l’inessenziale. Non è oggetto, non è morto essere. Il

servo è autocoscienza, al pari del signore. Abbiamo già visto, d’altronde,

che il servo, nel trovare nel signore la sua essenza, pure compie

un’operazione peculiare, che è bensì orientata al godimento del signore, ma

che, di per sé, sfugge al signore: supera/toglie l’immediatezza dell’essere,

attraverso il lavoro, senza tuttavia riuscire a dissolverla.

Ma poiché la servitù è autocoscienza, si deve allora considerare ciò ch'essa è

in sé e per sé.

L’essenza del servo, abbiamo detto, è il signore. Il signore è la sua verità.

Ma questa verità è oltre il servo, appare come un dio che lo domini senza

essere davvero entrato nella sua coscienza, nella sua libertà. Il signore

appare così come un dominatore. Ma se fosse così, se fosse soltanto così, se

il servo fosse soltanto un dominato (un inessenziale), il semplice strumento

di un’essenza che lo trascende, allora non sarebbe più autocoscienza, ma

puro meccanismo. È evidente come, in questi luoghi cruciali della sua

opera, Hegel tenga ben presenti le pagine della Politica di Aristotele sulla

schiavitù, e in certo modo ne elabori la risposta moderna.

Da prima per la servitù l’essenza è il signore; e quindi la verità le è la

coscienza indipendente che è per sé, verità tuttavia che per essa servitù non è

ancora in lei medesima.

Ma in der Tat, nella realtà, il signore non è solo un dominatore, un

trascendens, perché il suo principio (il principio, l’essenza della signoria) è

anche nella coscienza del servo. Ma cosa significa che, nel servo, vi è il

principio della signoria? In der Tat, in realtà, il servo ha vissuto in sé

l’esperienza della signoria. Questa esperienza non si è ancora dispiegata,

non è ancora posta, ma riposa (nascosta, inesplosa) nella coscienza del

servo, attraverso la sua stessa Erfahrung, la sua esperienza fenomenologica.

Solo, essa, la servitù, nel fatto ha in lei stessa questa verità della pura

negatività e dell'esser-per-sé, avendo in sé sperimentato una tale essenza.

Per intendere il principio del signore che riposa nella coscienza del servo,

dobbiamo tornare indietro, penetrare nell’esperienza originaria che ha fatto

del servo un servo. Dobbiamo intendere perché l’esperienza originaria del

servo, ciò che lo ha costituito come coscienza servile, sia in realtà

un’esperienza signorile. Questa esperienza si è consumata nella lotta delle

autocoscienze. Perché si genera qualcosa come un servo? Perché la

coscienza, a un certo punto, appare asservita? Perché essa non ha compiuto

l’esperienza dello slegamento dall’essere immediato, perché non ha potuto o

non ha saputo sollevarsi sulle cose e su sé stessa. Non ha accettato la sfida

del riconoscimento. Ha avuto paura. La paura è l’origine essenziale del

servizio.

Vale a dire, tale coscienza non è stata in ansia per questa o quella cosa e

neppure durante questo o quell’istante, bensì per l’intera sua essenza; essa ha

infatti sentito paura della morte, signora assoluta.

La lotta delle autocoscienze consisteva in ciò, che l’autocoscienza

metteva a rischio la propria vita per il riconoscimento, e, al tempo stesso,

mirava alla morte dell’altro. Questa minaccia verso l’altro era, al tempo

stesso, il rischio per la propria vita. La situazione era, nella lotta,

perfettamente simmetrica; non si era ancora costituita l’asimmetria del servo

e del signore. Ma in quel momento fatale, il servo ha sentito Angst, paura.

Ma che genere di paura? Non per questa cosa o per l’altra, ma “per l’intera

sua essenza”. Paura della morte. Ha arretrato di fronte al rischio, ha

rinunziato al riconoscimento, cioè alla libertà, per l’immediatezza della vita.

Per intendere l’essenza del servo, e il principio signorile che lo

costituisce, bisogna scrutare il senso di questa paura. Paura, abbiamo detto,

radicale. Paura, perciò, che mentre salva l’essere immediato, non lo supera,

in realtà lo annulla, lo dissolve. Il servo si pone oltre l’essere, e afferma con

ciò la sua indipendenza. È paradossalmente un gesto signorile quello

attraverso cui il servo si fa servo.

Il signore, a differenza del servo, non aveva tremato; il servo trema di

fronte al rischio e alla minaccia, ma questo tremore è talmente radicale che

paradossalmente trascende l’esserci immediato. Lo slega dalla vita nell’atto

stesso in cui lo tiene avvinghiato alla semplice vitalità.

È stata, così, intimamente dissolta, ha tremato nel profondo di sé, e ciò che in

essa v’era di fisso ha vacillato. Ma tale puro e universale movimento, tale

assoluto fluidificarsi di ogni momento sussistente, è l'essenza semplice

dell'autocoscienza, è l’assoluta negatività, il puro esser-per-sé che, dunque, è

in [an] quella coscienza.

Si presti attenzione, ora, al passaggio più arduo di questo ragionamento.

La paura radicale del servo non è transeunte, non passa senza lasciare segno

di sé. Ciò che è nascosto in quella paura si compie realmente

nell’operazione del servo, cioè nel lavoro. Il lavoro del servo, che ha visto

vacillare l’immediatezza dell’esserci, realizza questa paura, discende da

quella paura: il servo continua a negare con il lavoro l’esserci immediato, in

quanto lo tras-forma, ne elimina continuamente l’immediatezza.

Tale momento del puro esser-per-sé è anche per essa, ché nel signore tale

momento è l'oggetto di questa coscienza. La quale inoltre non è soltanto

questa universale risoluzione in generale, ché, nel servire, essa la compie

effettivamente; quivi essa toglie in tutti i singoli momenti la sua adesione

all'esserci naturale e, col lavoro, lo trasvaluta ed elimina.

Questa relazione tra paura radicale e lavoro introduce la difficile parte

conclusiva sul servo. Abbiamo visto che il principio della signoria è nella

coscienza del servo. Però, aggiunge Hegel, questo principio – cioè l’essere-

per-sé, l’indipendenza, la libertà – è solo in sé, non si è ancora dispiegato.

Ci sono tre punti, in questo brano, che vanno evidenziati.

In primo luogo, Hegel dice che “la coscienza è qui per lei stessa, ma non

è l’esser-per-sé”. La distinzione posta tra für es selbst e Fürsichsein è della

massima importanza. Che la coscienza sia für es selbst significa che la sua

libertà si realizza soltanto nella propria sfera, è una libertà limitata a lei

stessa, ma che non si estende ancora all’intero della relazione, che non è

riconoscimento. Questa indipendenza, cioè, riguarda il suo rapporto con

l’essere, ma non ancora il suo rapporto con il signore, con l’altra

autocoscienza.

In secondo luogo, Hegel scrive che “la paura del signore l’inizio della

[è]

sapienza”. Bisogna fare attenzione all’uso di questa parola, die Furcht, la

paura. La dimensione di paura si è costituita nella lotta delle autocoscienze.

In quella lotta, ripetiamolo ancora, ciascuna autocoscienza sentiva il rischio

per il proprio esserci nell’atto che l’altro lo minacciava. È perciò una paura

che ha due volti: da un lato, è paura per l’esserci, per l’oggetto estraneo e

per la propria vita, asservimento all’essere. Chi ha paura non opera quello

slegamento che è radice della libertà. D’altro lato, e nello stesso atto, è

paura dell’altro, paura della minaccia che l’altro porta sul mio esserci, sulla

mia vita, e quindi (come qui si dice) paura del signore.

In terzo luogo, Hegel afferma che die Arbeit, il lavoro, è per il servo la

via dell’indipendenza, l’operare attraverso cui la coscienza servile consegue

la libertà.

Ma il sentimento della potenza assoluta in generale e, in particolare, quello

del servizio è soltanto la risoluzione in sé; e sebbene la paura del signore sia

l'inizio della sapienza, pure la coscienza è qui per lei stessa, ma non è l'esser-

per-sé; ma, mediante il lavoro, essa giunge a se stessa.

Ma ciò che sta al fondo di questa situazione è la Begierde, l’appetito.

Perché? Perché la Begierde indica qui la relazione della coscienza con

l’essere, con la cosa. Ora, tra il signore e il servo si costituiscono due

diverse figure della Begierde, dell’appetito, della relazione all’essere. La

figura del signore è il puro consumo: per il signore, l’essere è solo ciò che

viene annientato attraverso il consumo. Il signore non lavora, si limita a

consumare. Ma il servo ha un diverso rapporto all’essere: di fronte alla cosa,

non la consuma, ma la lavora, cioè trattiene la cosa. Il lavoro muta la forma

della cosa, ma la lascia permanere nel suo essere. La tiene dinanzi a sé nella

sua indipendenza per appropriarsela. Ora scorgiamo quasi un vantaggio nel

permanere della cosa nella sua indipendenza, poiché tale permanere rivela il

volto della Bildung, dell’educazione, della formazione, della cultura, che sta

al fondo del lavoro.

Nel momento corrispondente all'appetito nella coscienza del signore,

sembrava bensì che alla coscienza servile toccasse il lato del rapporto

inessenziale verso la cosa, poiché quivi la cosa mantiene la sua indipendenza.

L'appetito si è riservata la pura negazione dell'oggetto, e quindi l'intatto

sentimento di se stesso. Ma tale appagamento è esso stesso soltanto un

dileguare, perché gli manca il lato oggettivo o il sussistere. Il lavoro, invece,

è appetito tenuto a freno, è un dileguare trattenuto; ovvero: il lavoro forma. Il

rapporto negativo verso l’oggetto diventa forma dell’oggetto stesso, diventa

qualcosa che permane; e ciò perché proprio a chi lavora l’oggetto ha

indipendenza.


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e cerca di collocare l'opera di Hegel, Fenomenologia dello spirito, nel contesto storico del periodo in cui fu pubblicata e nel contesto delle altre opere hegeliane, e di assegnarle il significato vero che l'autore le voleva dare. In particolare in questa dispensa viene approfondito i concetti di signore e servo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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