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es … zurück] a lei stessa l’altra autocoscienza, poiché era sé nell’altro;

nell’altro toglie questo suo essere, e quindi rilascia l’altro di nuovo

[entläßt]

libero.

Il discorso va ancora complicato. La complicazione consiste nel fatto

che, se il percorso fenomenologico ha prodotto un risultato, e se questo

risultato deve essere tenuto fermo, noi non possiamo ragionare solo così.

Finora, infatti, abbiamo detto che l’autocoscienza A trova di fronte a sé

l’autocoscienza B: A toglie B, e nel togliere B nondimeno lo libera,

lasciandolo riemergere di fronte a sé. Ma B non è una cosa, non è un oggetto

della coscienza, ma è, essa stessa, al pari di A, un’autocoscienza. Se ciò è

vero, lo stesso movimento compiuto da A viene compiuto anche da B.

Entrambe sono, allo stesso modo, autocoscienze. B non è un morto oggetto

immediato, ma certezza di sé, cioè mediazione: es ist nichts in ihm, was

nicht durch es selbst ist, niente è in lei, che non è attraverso lei stessa.

Questo movimento dell’autocoscienza nella relazione a un’altra

autocoscienza è stato però presentato come l’operare dell’una das Tun

[als

des Einen]; ma questo operare dell’una ha il duplice significato, di essere

tanto il suo operare quanto l’operare dell’altra; poiché l’altra è altrettanto

indipendente, conclusa in sé, e niente è in lei, che non sia attraverso sé stessa.

Per questo, aggiunge Hegel, la seconda autocoscienza non è oggetto di

una coscienza né oggetto della Begierde, dell’appetito. È quello stesso

movimento che è A. Si faccia attenzione, però, al fatto che il movimento è lo

stesso. A B e B A sono lo stesso movimento, cioè sono lo stesso. È la

→ →

relazione duplice che, ormai, costituisce l’intero orizzonte della situazione:

La prima autocoscoscienza non ha l’oggetto davanti a sé, come esso è

dapprima soltanto per l’appetito bensì l’oggetto è capace di

[Begierde],

essere per sé indipendente. Il movimento è quindi semplicemente il

movimento duplice di entrambe le autocoscienze.

A si costituisce in quanto riconosciuta solo in quanto B fa lo stesso: se B

non fosse una eguale richiesta di riconoscimento (se non fosse

autocoscienza), il movimento di A non potrebbe costituirsi. Se l’operare

fosse un einseitige Tun, un operare unilaterale, esso sarebbe ineseguibile.

Mentre l’una opera per il proprio riconoscimento, è necessario che anche

l’altra chieda alla prima un pari riconoscimento:

Ciascuna vede l’altra fare lo stesso che essa fa; ciascuna fa ciò che l’altra

richiede … l’operare unilaterale sarebbe vano; poiché, ciò che deve accadere,

può venire attuato solo attraverso entrambe.

Il senso duplice si è ormai chiarito nella perfetta reciprocità del

riconoscimento:

L’operare non ha dunque il doppiosenso solo perché è un operare tanto verso

sé quanto verso l’altro, bensì anche perché è l’operare tanto dell’uno quanto

dell’altro.

La situazione, spiega Hegel, può apparire simile a quella che

incontrammo nella coscienza con il “gioco delle forze”. Ma c’è una

differenza fondamentale. Anche questo è un “gioco delle forze”, ma tale per

cui le forze sono autocoscienze, cioè vedono per sé stesse il gioco, lo

ospitano nel loro orizzonte. Il gioco non è solo per noi, tra termini che vi

compaiono solo come mezzi, ma è per loro, per i termini stessi, per A e per

B, che operano consapevolmente quel gioco.

In questo movimento noi vediamo ripetersi il processo, che si presentò come

gioco delle forze, ma nella coscienza. Ciò che in quello era per noi, è qui per

gli estremi stessi.

Ora Hegel introduce una complicazione ulteriore nel discorso, perché

cerca di rappresentare in senso logico la situazione, e quindi la sua

differenza dal “gioco delle forze” della coscienza. Il sillogismo che si

costituisce ha una natura affatto peculiare. Il medio (l’autocoscienza) sich

zersetzt, si decompone, si disgrega, negli estremi (A e B), e ciascuno di

questi estremi è l’intero movimento, l’intero sillogismo. Per questo, ciascun

estremo è esso il medio, è l’intera mediazione, perché include l’essenza

dell’altro nell’atto del riconoscimento: Sie anerkennen sich als gegenseitig

sich anerkennend, essi si riconoscono come reciprocamente riconoscentisi.

Il medio è l'autocoscienza, che si scompone negli estremi, e ciascun estremo

è questa permutazione della sua determinatezza, ed è assoluto passaggio

nell'estremo opposto. Ma come coscienza, ciascun estremo esce bensì fuori di

sé; non di meno nel suo esser fuori di sé è in pari tempo trattenuto in sé

stesso, è per sé, e il suo fuori-di-sé è per esso. È per esso di essere o di non

essere immediatamente altra coscienza; ed è altrettanto per esso che

quest'altra coscienza sia sol per sé, giacché essa togliesi come qualcosa che è

per sé, ed è per sé solo nell'esser-per-sé dell'altra. Ciascun estremo rispetto

all'altro è il medio, per cui ciascun estremo si media e conchiude con se

stesso; e ciascuno è rispetto a sé e all'altro un'immediata essenza che è per sé,

la quale in pari tempo è per sé solo attraverso questa mediazione. Essi si

riconoscono come reciprocamente riconoscentisi.

Leggiamo con molta attenzione l’ultimo brano di questa parte. Quello

che abbiamo ora descritto è il reine Begriff des Anerkennens, il puro

concetto del riconoscere. Il riconoscimento ha la forma logica di quel

peculiare sillogismo, per cui l’autocoscienza si duplica in modo tale che

ciascun estremo conserva la natura del medio, coincide con l’unità. Ma ora,

scrive Hegel, bisogna considerare come tale processo erscheint, appare, für

das Selbstbewußtsein, per l’autocoscienza. Dobbiamo tornare, cioè, nella

situazione fenomenologica, e osservare la Erscheinung, l’apparenza, del

riconoscimento, dal punto di vista dei suoi termini costitutivi. Non per noi,

ma für das Selbstbewußtsein, per l’autocoscienza. Così, questo processo si

presenterà dapprima come ineguaglianza: A come l’autocoscienza che

riconosce, B come l’autocoscienza che è riconosciuta. Noi sappiamo che,

invece, il processo è segnato dall’eguaglianza, dalla reciprocità: tanto l’uno

è riconosciuto, solo quanto esso riconosce. Ma ora, per osservare più a

fondo la situazione, mettiamo in parentesi questa consapevolezza, e

seguiamo la coscienza nel suo cammino, come se nel sillogismo i due

estremi non partecipassero entrambi interamente del medio, ma l’uno

recitasse una parte diversa rispetto all’altro. Il concetto (scrive Hegel in un

passo che si legge male nella traduzione) wird … darstellen, presenterà, das

Heraustreten der Mitte in die Extreme, l’uscire-fuori, l’alienarsi, quasi il

perdersi, del medio negli estremi; welche als Extreme sich entgegengesetzt

sind , i quali in quanto estremi sono opposti, si contrappongono.

[ ]

L’attenzione, cioè, si sposta sull’ineguaglianza degli estremi (A e B), come è

vista nella loro prospettiva.

È ora da considerare questo puro concetto del riconoscere, della duplicazione

dell'autocoscienza nella sua unità; è da considerare, cioè, come il suo

processo appaia per l’autocoscienza. Esso presenterà da prima il lato

dell'ineguaglianza di ambedue le autocoscienze; o presenterà l'insinuarsi del

medio negli estremi, il quale medio in quanto estremi, è opposto a sé: l'un

estremo è solo ciò che è riconosciuto, mentre l'altro è solo ciò che riconosce.

Siamo dunque nella particolare situazione in cui gli estremi, le

autocoscienze, si presentano nel segno dell’ineguaglianza. Hegel

caratterizza questa situazione mostrando l’autocoscienza come eguale a sé

ed escludente l’altro, cioè – scrive – come singola, come Io.

L’autocoscienza fa di sé, del proprio essere, l’essenziale, ed esclude l’altro

come l’inessenziale. Si comporta come se (ecco l’elemento di oblio che

segna la situazione) l’altro non fosse la propria essenza, ciò che, nel

movimento del riconoscere, costituisce la sua stessa essenza.

Dapprima l'autocoscienza è semplice essere-per-sé, è eguale a sé stessa,

perché esclude da sé ogni alterità; a lei sua essenza e suo assoluto oggetto è

l’Io; ed essa in questa immediatezza o in questo essere del suo esser-per-sé è

qualcosa di singolo. Ciò che per lei è un altro, lo è come oggetto inessenziale,

segnato col carattere del negativo.

Aber, ma, (ecco che cominciamo a togliere il velo dalla situazione) l’altro

non è un oggetto, ist auch ein Selbstbewußtsein, è anch’esso

un’autocoscienza, proprio come la prima autocoscienza che lo esclude e che

lo tratta come pura negatività. Abbiamo, cioè, un rapporto immediato tra

individui: immediato perché sono l’uno di fronte all’altro, l’uno escludente

l’altro, senza che ciascuno scorga ancora la mediazione che lo costituisce,

l’altro come propria essenza.

Ma l'altro è anch'esso un'autocoscienza; un individuo sorge di fronte a

un’individuo. In questa posizione immediata gli individui sono l'un per l'altro

a guisa di oggetti qualunque; sono formazioni indipendenti e,

Nella loro immediatezza, le autocoscienze sono semplicemente

nell’elemento della vita. Sono viventi. Non hanno ancora compiuto, l’una

verso l’altra, die Bewegung der absoluten Abstraktion, il movimento (la

mediazione) dell’assoluta astrazione. Per questo non sono ancora, in senso

pieno, Selbstbewußtseine, autocoscienze, essere-cosciente-di sé. Bisogna

insistere sul significato di questa parola, che ora Hegel adopera: astrazione.

Le autocoscienze non hanno compiuto l’astrazione dall’immediatezza del

loro esserci vivente, cioè non si sono sollevate alla mediazione reciproca,

includendo nel loro essere la negatività dell’altro. Perciò il Selbst, il sé

(sottolineato nell’espressione) non è davvero entrato nella coscienza,

nell’essere-cosciente.

dacché l'oggetto essente si è qui determinato come vita, - sono coscienze

calate nell'essere della vita, le quali non hanno ancora compiuto l'una per

l’altra il movimento dell'assoluta astrazione, consistente nel sopprimere ogni

essere immediato, e nell'essere soltanto 1'essere puramente negativo della

coscienza eguale a se stessa; ossia son coscienze le quali non si sono ancora

presentate reciprocamente come puro esser-per-sé, vale a dire come

autocoscienze.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e cerca di collocare l'opera di Hegel, Fenomenologia dello spirito, nel contesto storico del periodo in cui fu pubblicata e nel contesto delle altre opere hegeliane, e di assegnarle il significato vero che l'autore le voleva dare. In particolare in questa dispensa arriva a considerare il concetto del riconoscimento.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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