Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

l’altro, ma è un arrivare, un andare, un uscire, nell’altro. Già qui si scorge,

perciò, il duplice movimento dell’alterità.

Per l’autocoscienza c’è un’altra autocoscienza; essa è uscita fuori di sé.

Questo ha, infatti, eine doppelte Bedeutung, un duplice significato. Da un

lato, l’autocoscienza smarrisce il sé, perché es findet sich als ein anderes

Wesen, perché trova il sé come un’essenza altra; d’altro lato, però,

l’autocoscienza è così, immediatamente, il luogo di una Aufhebung, di un

superamento, perché sieht, vede, l’altro come il sé, come la propria essenza,

come ciò che la costituisce. Si faccia attenzione, dunque, a questo doppio

lato: la coscienza si smarrisce nella differenza dell’altro; ma questa

differenza è la sua essenza, ciò che costituisce il suo sé, e dunque essa,

nell’atto di smarrirsi, supera, toglie, l’altro, nella visione che ne ha come

della propria essenza.

Questo ha il significato duplice, raddoppiato: in primo luogo, l’autocoscienza

ha perduto sé stessa, poiché trova sé come un’essenza altra; in secondo

luogo, essa ha con ciò superato / tolto l’altro, poiché essa, inoltre, non vede

l’altro come essenza, bensì vede sé stessa nell’altro.

Questo primo movimento non esaurisce la situazione. In esso

l’autocoscienza si è smarrita e si è ripresa, superando la differenza dell’altro

da sé. L’altro da sé si è rivelato come il sé. Ora dobbiamo osservare l’intero

di questo movimento. Questo intero movimento è il superamento del primo

doppiosenso, cioè dell’alterità dell’altro. Si faccia attenzione: il “primo

doppiosenso” indica, in sostanza, il “primo luogo” che abbiamo appena

visto, quello per cui per cui l’autocoscienza si era perduta nell’alterità. Ora,

anche il “secondo luogo”, cioè la visione di sé nell’altro, si presenta, a sua

volta, come un senso duplice. Questo movimento genera un secondo

doppiosenso. È su questo che dobbiamo soffermarci: togliere l’altro, per

restaurare sé stessa dallo smarrimento iniziale, significa, infatti, togliere la

propria essenza, cioè quell’alterità che la costituisce: denn dies Andere ist es

selbst, poiché questo altro è lei stessa.

L’autocoscienza deve togliere / superare questa sua alterità, questo suo

essere-altro: questo è il togliere / superare del primo doppiosenso e con ciò è

un secondo doppiosenso; in primo luogo, l’autocoscienza deve togliere /

superare l’altra essenza indipendente, al fine di diventare certa di sé stessa

come essenza; in secondo luogo, essa deve togliere sé stessa, poiché questo

altro è lei stessa.

Quando l’autocoscienza toglie l’altro e restaura il proprio sé, in realtà ha

parimenti tolto il proprio sé, che è nell’alterità. Così, scrive Hegel, essa

entläßt also das Andere wieder frei, lascia di nuovo libero l’altro; lo libera,

lo dimette dal proprio gioco, dalla propria Aufhebung, e lo vede riapparire di

fronte a sé. Se l’altro, in quanto superato, non riapparisse di fronte a lei

come altro, la sua essenza sarebbe di nuovo perduta, seppure nel movimento

dell’Aufhebung. Ma questo è un superamento che non può davvero superare

il negativo, perché quel negativo è sé stessa, è la sua essenza.

Questo togliere / superare duplice della sua alterità raddoppiata è, altrettanto,

un duplice ritorno in sé stessa; poiché, in primo luogo, attraverso il togliere /

superare l’autocoscienza riottiene sé stessa, poiché ridiventa sé attraverso il

togliere / superare la sua alterità; in secondo luogo, però, essa restituisce [gibt

es … zurück] a lei stessa l’altra autocoscienza, poiché era sé nell’altro;

nell’altro toglie questo suo essere, e quindi rilascia l’altro di nuovo

[entläßt]

libero.

Il discorso va ancora complicato. La complicazione consiste nel fatto

che, se il percorso fenomenologico ha prodotto un risultato, e se questo

risultato deve essere tenuto fermo, noi non possiamo ragionare solo così.

Finora, infatti, abbiamo detto che l’autocoscienza A trova di fronte a sé

l’autocoscienza B: A toglie B, e nel togliere B nondimeno lo libera,

lasciandolo riemergere di fronte a sé. Ma B non è una cosa, non è un oggetto

della coscienza, ma è, essa stessa, al pari di A, un’autocoscienza. Se ciò è

vero, lo stesso movimento compiuto da A viene compiuto anche da B.

Entrambe sono, allo stesso modo, autocoscienze. B non è un morto oggetto

immediato, ma certezza di sé, cioè mediazione: es ist nichts in ihm, was

nicht durch es selbst ist, niente è in lei, che non è attraverso lei stessa.

Questo movimento dell’autocoscienza nella relazione a un’altra

autocoscienza è stato però presentato come l’operare dell’una das Tun

[als

des Einen]; ma questo operare dell’una ha il duplice significato, di essere

tanto il suo operare quanto l’operare dell’altra; poiché l’altra è altrettanto

indipendente, conclusa in sé, e niente è in lei, che non sia attraverso sé stessa.

Per questo, aggiunge Hegel, la seconda autocoscienza non è oggetto di

una coscienza né oggetto della Begierde, dell’appetito. È quello stesso

movimento che è A. Si faccia attenzione, però, al fatto che il movimento è lo

stesso. A B e B A sono lo stesso movimento, cioè sono lo stesso. È la

→ →

relazione duplice che, ormai, costituisce l’intero orizzonte della situazione:

La prima autocoscoscienza non ha l’oggetto davanti a sé, come esso è

dapprima soltanto per l’appetito bensì l’oggetto è capace di

[Begierde],

essere per sé indipendente. Il movimento è quindi semplicemente il

movimento duplice di entrambe le autocoscienze.

A si costituisce in quanto riconosciuta solo in quanto B fa lo stesso: se B

non fosse una eguale richiesta di riconoscimento (se non fosse

autocoscienza), il movimento di A non potrebbe costituirsi. Se l’operare

fosse un einseitige Tun, un operare unilaterale, esso sarebbe ineseguibile.

Mentre l’una opera per il proprio riconoscimento, è necessario che anche

l’altra chieda alla prima un pari riconoscimento:

Ciascuna vede l’altra fare lo stesso che essa fa; ciascuna fa ciò che l’altra

richiede … l’operare unilaterale sarebbe vano; poiché, ciò che deve accadere,

può venire attuato solo attraverso entrambe.

Il senso duplice si è ormai chiarito nella perfetta reciprocità del

riconoscimento:

L’operare non ha dunque il doppiosenso solo perché è un operare tanto verso

sé quanto verso l’altro, bensì anche perché è l’operare tanto dell’uno quanto

dell’altro.

La situazione, spiega Hegel, può apparire simile a quella che

incontrammo nella coscienza con il “gioco delle forze”. Ma c’è una

differenza fondamentale. Anche questo è un “gioco delle forze”, ma tale per

cui le forze sono autocoscienze, cioè vedono per sé stesse il gioco, lo

ospitano nel loro orizzonte. Il gioco non è solo per noi, tra termini che vi

compaiono solo come mezzi, ma è per loro, per i termini stessi, per A e per

B, che operano consapevolmente quel gioco.

In questo movimento noi vediamo ripetersi il processo, che si presentò come

gioco delle forze, ma nella coscienza. Ciò che in quello era per noi, è qui per

gli estremi stessi.

Ora Hegel introduce una complicazione ulteriore nel discorso, perché

cerca di rappresentare in senso logico la situazione, e quindi la sua

differenza dal “gioco delle forze” della coscienza. Il sillogismo che si

costituisce ha una natura affatto peculiare. Il medio (l’autocoscienza) sich

zersetzt, si decompone, si disgrega, negli estremi (A e B), e ciascuno di

questi estremi è l’intero movimento, l’intero sillogismo. Per questo, ciascun

estremo è esso il medio, è l’intera mediazione, perché include l’essenza

dell’altro nell’atto del riconoscimento: Sie anerkennen sich als gegenseitig

sich anerkennend, essi si riconoscono come reciprocamente riconoscentisi.

Il medio è l'autocoscienza, che si scompone negli estremi, e ciascun estremo

è questa permutazione della sua determinatezza, ed è assoluto passaggio

nell'estremo opposto. Ma come coscienza, ciascun estremo esce bensì fuori di

sé; non di meno nel suo esser fuori di sé è in pari tempo trattenuto in sé

stesso, è per sé, e il suo fuori-di-sé è per esso. È per esso di essere o di non

essere immediatamente altra coscienza; ed è altrettanto per esso che

quest'altra coscienza sia sol per sé, giacché essa togliesi come qualcosa che è

per sé, ed è per sé solo nell'esser-per-sé dell'altra. Ciascun estremo rispetto

all'altro è il medio, per cui ciascun estremo si media e conchiude con se

stesso; e ciascuno è rispetto a sé e all'altro un'immediata essenza che è per sé,

la quale in pari tempo è per sé solo attraverso questa mediazione. Essi si

riconoscono come reciprocamente riconoscentisi.

Leggiamo con molta attenzione l’ultimo brano di questa parte. Quello

che abbiamo ora descritto è il reine Begriff des Anerkennens, il puro

concetto del riconoscere. Il riconoscimento ha la forma logica di quel

peculiare sillogismo, per cui l’autocoscienza si duplica in modo tale che

ciascun estremo conserva la natura del medio, coincide con l’unità. Ma ora,

scrive Hegel, bisogna considerare come tale processo erscheint, appare, für

das Selbstbewußtsein, per l’autocoscienza. Dobbiamo tornare, cioè, nella

situazione fenomenologica, e osservare la Erscheinung, l’apparenza, del

riconoscimento, dal punto di vista dei suoi termini costitutivi. Non per noi,

ma für das Selbstbewußtsein, per l’autocoscienza. Così, questo processo si

presenterà dapprima come ineguaglianza: A come l’autocoscienza che

riconosce, B come l’autocoscienza che è riconosciuta. Noi sappiamo che,

invece, il processo è segnato dall’eguaglianza, dalla reciprocità: tanto l’uno

è riconosciuto, solo quanto esso riconosce. Ma ora, per osservare più a

fondo la situazione, mettiamo in parentesi questa consapevolezza, e

seguiamo la coscienza nel suo cammino, come se nel sillogismo i due

estremi non partecipassero entrambi interamente del medio, ma l’uno

recitasse una parte diversa rispetto all’altro. Il concetto (scrive Hegel in un

passo che si legge male nella traduzione) wird … darstellen, presenterà, das

Heraustreten der Mitte in die Extreme, l’uscire-fuori, l’alienarsi, quasi il

perdersi, del medio negli estremi; welche als Extreme sich entgegengesetzt

sind , i quali in quanto estremi sono opposti, si contrappongono.

[ ]

L’attenzione, cioè, si sposta sull’ineguaglianza degli estremi (A e B), come è

vista nella loro prospettiva.


PAGINE

8

PESO

120.51 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e cerca di collocare l'opera di Hegel, Fenomenologia dello spirito, nel contesto storico del periodo in cui fu pubblicata e nel contesto delle altre opere hegeliane, e di assegnarle il significato vero che l'autore le voleva dare. In particolare in questa dispensa arriva a considerare il concetto del riconoscimento.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Filosofia dell'interpretazione

Nietzsche - Rapporto con Schopenhauer
Dispensa
Nietzsche - Essenza della musica
Dispensa
Fenomenologia dello spirito - Certezza sensibile
Dispensa
Nietzsche - Tentativo di autocritica
Dispensa