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esso è; esso è. Non solo dunque l’essere – il puro, indeterminato essere – ma

(in una sorta di riemergere della differenza) l’essere di ciò che si poneva

dinanzi alla coscienza. La verità della coscienza, raccolta in quell’enunciato,

era dunque, fin dal suo primo apparire, una specie di naufragio della

coscienza stessa nell’essere di un oggetto presupposto come altro da sé. E

ora Hegel si accinge ad approfondire l’esame di questa situazione.

Se dunque rappresentiamo la relazione immediata della coscienza e del

suo oggetto (cioè la certezza sensibile nel suo primo apparire), ciò che

emerge è l’essere della cosa, nella sua pretesa singolarità. Per la coscienza

(e mettendo ora tra parentesi le osservazioni che il noi ha poc’anzi svolto),

solo questa singolarità è presente. E tuttavia ora cominciamo a interrogare

la conoscenza sensibile, a porle delle domande. Le chiediamo qualcosa. Chi

domanda? Come domanda? Intorno a cosa domanda? Si tratta, dice Hegel,

di considerare (betrachten) quell’essere, quell’oggetto, che la coscienza

pone come l’essenziale e come la verità. Di considerarlo, per vedere se il

Begriff, il concetto dell’essere, come la coscienza lo pone, entspricht,

corrisponde, wie er in ihr vorhanden ist, a come l’oggetto è presente in lei.

Chi interroga? Il noi. Intorno a cosa? Intorno all’essere dell’oggetto, cioè

intorno alla verità. Come interroga? Questo è il punto più delicato. Il noi

vuole verificare se il concetto dell’oggetto (la verità e l’essenziale)

corrisponde alla presenza, in der Tat, nel fatto, di questa situazione. La

coscienza dice che l’oggetto è l’essenziale, il vero; ma le cose stanno come

dice la coscienza? La coscienza coglie la propria situazione per come è,

oppure si inganna intorno a essa?

La natura di questo interrogare (Hegel scrive betrachten, considerare, ma

tra dopo dirà fragen, domandare) ci pone di fronte a un passaggio cruciale

dell’intera Fenomenologia. Possiamo osservare qui l’intera questione del für

uns, del per noi, nell’atto di venire esercitata e di condizionare la struttura

fondamentale dell’opera. Riassumiamo brevemente. In primo luogo, Hegel

ha mostrato come stanno le cose per la coscienza: essa ritiene di afferrare

l’essere della cosa, ossia la verità, con un atto di adeguazione assoluta, con

rigorosa immediatezza. La coscienza stessa, in quanto io, è volentieri

naufragata nell’emergere della luce dell’essere, del volto autentico

dell’oggetto. In secondo luogo, Hegel ci ha detto come stanno le cose per il

noi: la coscienza si illude intorno all’immediatezza di questo suo atto,

perché questa immediatezza occulta una differenza, ossia una mediazione,

più originaria, e dunque si vede costretta a rappresentare la stessa

determinazione dell’oggetto come un esempio del suo puro intuire. Questa

duplice considerazione – dal punto di vista della coscienza e dal punto di

vista del noi – sembrerebbe esaurire la questione. Ma se fosse così, se la

questione fosse davvero esaurita, un discorso fenomenologico non si


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e cerca di collocare l'opera di Hegel, Fenomenologia dello spirito, nel contesto storico del periodo in cui fu pubblicata e nel contesto delle altre opere hegeliane, e di assegnarle il significato vero che l'autore le voleva dare. In particolare riflette sui concetti di coscienza e noi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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