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IV

Excursus aristotelico: lo schiavo

Ogni comunità, spiega Aristotele nella Politica, si costituisce in vista di un

bene. La natura della comunità è dunque legata a un fine, a uno scopo determinato.

Tali fini, d’altronde, non sono di valore eguale: fra di essi si istituisce una

gerarchia, tale che lo stato è la comunità più importante e che ricomprende tutte le

altre: poiché vediamo che ogni stato (pòlis) è una comunità (koinonìa) e ogni

comunità si costituisce in vista di un bene (perché proprio in grazia di quel

che pare bene tutti compiono tutto) è evidente che tutte tendano a un bene

(agathòs), e particolarmente e al bene più importante fra tutti quella che è di

tutte la più importante e tutte le altre comprende: questa è il cosiddetto «stato»

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(pòlis) e cioè la comunità statale (kaì hè koinonìa hè politikè).

Lo stato di Aristotele può dunque essere definito come una pluralità di comunità

e di rapporti, ciascuno dotato di un proprio fine, che trovano nella pòlis il loro

orizzonte comprensivo e conclusivo.

Il primo rapporto s’istituisce fra gli esseri che non sono in grado di esistere

separati l’uno dall’altro, come il maschio e la femmina, che si uniscono in vista del

fine naturale della riproduzione. In secondo luogo, la procreazione determina il

rapporto fra padre e figli, finalizzato all’educazione della prole. Il terzo rapporto è

fra il padrone e lo schiavo: cioè fra colui che «può prevedere con l’intelligenza» e

colui che «può col corpo faticare». Da questi tre rapporti si forma la famiglia, che

ha la «vita quotidiana» come fine proprio.

L’unione di più famiglie dà luogo al villaggio (kòme), che è la prima comunità

istituita in vista di bisogni non quotidiani. Tuttavia, la definizione aristotelica del

villaggio non appare particolarmente perspicua. Il villaggio ha sì un fine proprio,

ma un ordinamento incerto, derivato dall’organizzazione gerarchica della famiglia:

nella forma più naturale è una «colonia della famiglia» ed è retto da re, così come

la famiglia è sottoposta al dominio regale del più anziano.

Comunque, lo stato aristotelico risulta dall’unione di più villaggi, e non

immediatamente dalle famiglie. Il fine dello stato è la completa autosufficienza,

ovvero la possibilità di una vita felice. L’autosufficienza della comunità, dunque,

rappresenta la condizione necessaria affinché possa realizzarsi la felicità dei

cittadini:

la comunità che risulta di più villaggi è lo stato (pòlis), perfetto, che raggiunge

ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza (autarkèia) completa:

formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per rendere

possibile una vita felice. Quindi ogni stato esiste per natura (physei), se per

natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è

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il fine.

Se lo stato è un prodotto naturale, cioè sorge per il fine dell’autosufficienza, che

rende possibile la vita felice, ne segue che l’uomo è per natura un animale politico

(politikòn zòon), cioè un essere che non può umanamente vivere al di fuori della

comunità statale. Infatti

1 Pol., I, 1252a, 1 ss.

2 Pol., I, 1252b, 28 ss.

chi vive fuori della comunità statale (hò àpolis) per natura e non per qualche

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caso o è un abietto o è superiore all’uomo .

Inoltre, l’idea dello stato come «comunità di comunità» comporta che lo stato

stesso, anche se successivo e più complesso, sia anteriore alle altre sfere di

comunità, poiché ne rappresenta il fine ultimo, e dunque la loro natura e il loro

fondamento:

e per natura lo stato è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto

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dev’essere necessariamente anteriore alla parte.

La sfera domestica (oikìa; òikos), o famiglia, è dunque composta di tre rapporti

fondamentali (marito/moglie, padre/figli, padrone/schiavi) e si istituisce al fine di

provvedere ai bisogni quotidiani della vita. La sfera domestica antica, descritta e

spiegata da Aristotele, è anche il luogo dove si manifestano le gerarchie e le

diseguaglianze naturali: al di fuori di essa, una volta risolti i bisogni quotidiani, i

cittadini si presentano nella pòlis come liberi ed eguali. La famiglia ha dunque un

funzione allargata: non è soltanto il luogo degli affetti o dell’educazione, ma anche

il luogo dell’amministrazione domestica (oikonomìa), dell’economia, dove si

svolge e si conclude il ciclo della produzione e del consumo dei beni necessari alla

sopravvivenza.

In generale, Aristotele ribadisce l’autorità naturale del marito sulla moglie e del

padre sui figli, ma - a differenza del potere esercitato sugli schiavi - come «su

esseri liberi»: il marito ha sulla moglie l’autorità dell’uomo di stato (cioè un potere

consensuale, che si esercita fra liberi ed eguali), mentre il padre ha sui figli

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l’autorità del re (il potere autorevole del più anziano) . Nell’Etica Nicomachea,

Aristotele parla di «somiglianze» (homoiòmata) tra i rapporti familiari e quelli

politici, e chiarisce che il rapporto fra marito e moglie somiglia a un regime

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aristocratico, dove il marito comanda in virtù del suo maggiore merito .

Se questi due primi livelli gerarchici - marito/moglie, padre/figli - fissano un

potere che si esercita fra esseri liberi, più complesso è il caso dello schiavo, sopra

cui il padrone domina come su un essere per natura non libero. Aristotele offre,

intanto, una definizione dello schiavo. Come in ogni arte, dice, anche in quella

dell’amministrazione familiare il capo della casa deve possedere alcuni strumenti

utili, che sono parte della sua proprietà. Gli strumenti possono essere animati

(come gli animali domestici) o inanimati (come l’aratro). Inoltre, Aristotele

distingue fra strumenti di produzione, che servono per produrre un bene attraverso

l’uso (come la spola) e strumenti d’azione, da cui si ricava soltanto l’uso.

Da questa complessa classificazione degli strumenti domestici deriva la prima

definizione dello schiavo. Lo schiavo è uno strumento, e in particolare uno

strumento d’azione. Di conseguenza è proprietà del padrone, al pari di qualsiasi

altro strumento. Infine, poiché le proprietà della casa sono parti della casa, e la casa

è governata dal padrone, ne segue che lo schiavo è parte del suo padrone, gli

appartiene interamente come qualsiasi oggetto di proprietà. Conclude Aristotele:

dunque, quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità, è chiaro da

queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a se stesso ma

a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un

altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è

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uno strumento ordinato all’azione e separato.

Fin qui, Aristotele non ha proposto una legittimazione o una condanna della

3 Pol., I, 1253a, 3 ss.

4 Pol., I, 1253a, 18 ss.

5 Pol., I, 1253 b 1-13.

6 E.N., VIII, 1160 b 23 ss.

7 Pol., I, 1254 a 14 ss.


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e cerca di collocare l'opera di Hegel, Fenomenologia dello spirito, nel contesto storico del periodo in cui fu pubblicata e nel contesto delle altre opere hegeliane, e di assegnarle il significato vero che l'autore le voleva dare. In particolare in questa dispensa viene fatto un excursus aristotelico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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