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Ma, lungi dal realizzare lo spirito vivente, questa coscienza si agita

all’interno di un paradosso. È al tempo stesso una coscienza e una doppia

coscienza. Questo è il suo costitutivo contraddirsi. È sé e non è sé. Ha l’altro

in sé e lo intuisce come un’essenza estranea. Nel fatto (per noi o in sé), essa

è l’unità di entrambi. Ma für sich, per sé, nel proprio intuirsi, essa non è

ancora questa unità. Avverte l’unità come differenza, e perciò si lacera.

E ciò perché essa in lei, … di tutte e due le autocoscienze. (p. 174)

A – La situazione logica della coscienza infelice si lascia cogliere in modo

NNOTAZIONE

nitido in alcune sfumature che, tra le righe, il testo di Hegel presenta. Abbiamo insistito su

quella espressione che conclude la considerazione dello scetticismo: la coscienza infelice –

scrive Hegel – “ist das Bewußtsein seiner als des gedoppelten, nur widersprechenden

Wesens”; “ è la coscienza di sé come dell’essenza duplicata, soltanto contraddittoria”. Cosa

significa als, come? Questo als, come, apre un’asimmetria fra l’essere della coscienza, che

è unità di opposti, e la coscienza di sé come se fosse una dualità. La coscienza è unità, ma si

comporta come se fosse separazione. Ancora: cosa significa nur, soltanto? Abbiamo

ricordato che, a rigore, il contraddirsi per Hegel unifica gli opposti, non ne divide la

esistenza. Ma qui la contraddizione si presenta in una forma imperfetta, non realizzata, non

ancora lebendig, vivente. Perciò è soltanto contraddicentesi, non ancora contraddizione in

un senso proprio. Infine, leggendo il brano alla p. 174 (“e ciò perché essa in lei, … di tutte e

due le autocoscienze”), abbiamo lavorato con particolare cura sull’uso dei corsivi, cioè

delle sottolineature, su cui Hegel intende richiamare la nostra attenzione. La coscienza

infelice, spiega Hegel, ist, è, unità degli opposti: questo è il suo essere; ma für sich, per sé

(o für es, per lei), la coscienza infelice non è ancora questa unità, e separa ciò che, nel suo

essere, si dà nella forma dell’unità.

Il problema della coscienza infelice è ormai delineato. Dentro questo

paradosso, dentro questa infelicità, dobbiamo ora guardare. I due termini

lacerati alloggiano nella medesima coscienza. La coscienza è l’unità

immediata di entrambi: essa è semplicemente, immediatamente, costituita

da quei due lati. Ma für es, per lei, quei due lati (che la costituiscono) non

hanno un pari valore. È lei, la coscienza, che pone la differenza di valore: e

considera un lato come das einfache unwandelbare, come il semplice

intrasmutabile, cioè come l’essenza. E considera l’altro lato come das

vielfache wandelbare, come il molteplice trasmutabile, come l’inessenziale.

Il verbo wandel significa mutare; sich wandel significa mutarsi; nell’uso

intransitivo vuol dire passeggiare, camminare. Der Wandel è il

cambiamento, l’alterazione; o anche il Lebens Wandel, la condotta nella

vita. L’aggettivo wandelnd significa ambulante. L’avverbio wandelbar, qui

usato da Hegel, sta dunque per mutevole, instabile, incostante.

La coscienza divide, perciò, il sé come il mutevole e l’instabile, ciò che si

altera ed è in cammino, da ciò che sta fermo, che non subisce alterazione.

Essendo essa da prima … le è l’Inessenziale. (pp. 174-175)

Für es, per la coscienza, quei due momenti sono einander fremde Wesen,

essenza estranea l’una all’altra. Cioè, la coscienza intende la relazione tra i

due momenti, dapprima, in linea di principio, come un’abissale differenza,

come una reciproca estraneità.

Ambedue sono per essa essenze reciprocamente estranee; (p. 175)

Ma è proprio nell’opinione di questa estraneità che dobbiamo spingere lo

sguardo, scorgerne il movimento peculiare. La coscienza si considera come

l’inessenziale, il mutevole; opina di essere abissalmente estranea

all’intrasmutabile. Ma proprio in quanto essa è l’intero, l’ospite di questa

estraneità, avverte la propria inessenzialità come lacerazione, come

insufficienza, e perciò non può che gehen, andare, camminare, muoversi,

verso il superamento di sé, zu befreien, a liberare sé da sé stessa, dal proprio

difetto radicale.

Il movimento della coscienza infelice è qui pienamente posto. Proprio in

quanto è la coscienza che inserisce la divisione nel proprio essere, accade

che questa opposizione si presenti come un movimento irresolubile:

considerando sé come l’inessenziale, la coscienza desidera annullare la

propria finitezza nell’infinito, desidera abbandonare le proprie spoglie e

ricongiungersi con la propria essenza. È il costituirsi di un movimento

escatologico della coscienza, che ha separato da sé la propria essenza e

vuole coincidere con essa.

Essa stessa, essendo la coscienza di questa contraddizione, … a liberare sé da

se stessa. (p. 175)

Si faccia attenzione al passaggio che segue. Für sich, per sé, quella

coscienza opina di essere solo il trasmutabile e che l’intrasmutabile le sia

estraneo. Ma, appunto, è essa che ritiene di essere l’estraneo. Così, è

consapevolezza dell’intrasmutabile come della propria essenza (è

l’intrasmutabile che costituisce l’essere di questa coscienza). Dunque, è

l’intrasmutabile, non gli è estranea.

In questo brano, che ha una struttura molto complessa, Hegel ci due cose

convergenti. In primo luogo, che la coscienza non può negarsi come

coscienza di. Essa è la prospettiva dell’essenziale, lo pone, e quindi non può

essere soltanto l’inessenziale. In secondo luogo, l’essenza è pur sempre

essenza della coscienza. È l’intersmutabile che costituisce l’essere del

trasmutabile. Cioè, come ora vedremo, la coscienza, come inessenziale,

deriva da quella essenza, che ne costituisce l’origine: e dunque trattiene

l’essenza entro la propria struttura:

Infatti, sebbene per sé sia soltanto … non è questa essenza. (p. 175)

In questo passaggio, Hegel ha messo in evidenza ciò che sta sotto il

movimento della coscienza. Non basta dire che la coscienza va verso

l’essenza, come in un punto mobile che da A si muova verso B: occorre

aggiungere che la coscienza va verso l’essenza che essa trattiene nel suo

essere. Il movimento infelice della coscienza ha dunque una forma

circolare: la coscienza va verso l’essenza da cui proviene, e che dunque la

costituisce nel suo essere. Se noi pensiamo al ciclo della creazione,

possiamo renderci conto di questo processo: la coscienza finita si avverte

creata dall’infinito, e perciò desidera tornare nell’infinito da cui proviene. Il

suo essere è costituito dall’infinito, ma questo si dà nella figura del

movimento, come una storia escatologica, dove l’origine coincide con il

compimento: l’èschaton è l’archè.

A – Abbiamo ricordato, a questo proposito, la “formola ideale” di Vincenzo

NNOTAZIONE

Gioberti: l’Ente crea gli esistenti e gli esistenti tornano nell’Ente. Questa formula esprime

l’intero movimento ciclico della creazione. Essa è bensì un giudizio, in quanto pone la

differenza tra i termini che lo costituiscono, tra l’Ente e gli esistenti. Ma è un giudizio

peculiare, che non potrebbe essere espresso dalla copula è senza con ciò risolversi nel

panteismo. Il verbo (crea) deve manifestare una distanza infinita (l’estraneità hegeliana) tra


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e cerca di collocare l'opera di Hegel, Fenomenologia dello spirito, nel contesto storico del periodo in cui fu pubblicata e nel contesto delle altre opere hegeliane, e di assegnarle il significato vero che l'autore le voleva dare. In particolare in questa dispensa viene approfondito il tema della coscienza infelice.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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