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realtà tralascia, mette in oblio, la stessa differenza dell’oggetto), il

conoscere è die wahrhafteste, il più vero, il verissimo: cioè un conoscere

talmente vero che, emancipato dal negativo, non può trovare difformità,

errore. Esso afferra immediatamente l’oggetto nel suo essere.

Ma Hegel aggiunge subito che, non per noi ma per la coscienza stessa,

questa ricchezza e verità si risolve in una povera cosa. Cerchiamo di capire

perché questa conoscenza è die abstrakteste und ärmste Wahrheit, la più

astratta e la più povera. Dell’oggetto, infatti, la coscienza può afferrare

soltanto l’essere:

Questa certezza però si dà nel fatto a vedere … aus] come la verità più

[gibt

astratta e più povera. Essa dichiara di ciò che sa soltanto questo: è; e la sua

verità contiene soltanto l’essere della cosa. (FDS, p. 81)

Il conoscere è il più vero e, al tempo stesso, il più povero. È il più vero

perché non tralascia nulla dell’oggetto, e coincide perfettamente con

l’essere della cosa. Per tale conformità, non può errare, è saldamente

insediato nella verità. Ma è il più povero perché, non tralasciando nulla

dell’oggetto, esso si costringe a cogliere il solo essere, das Sein der Sache.

Se quel conoscere deve essere immediato, la cosa non può presentare in

esso qualità, che implicherebbero una differenza e, dunque, una mediazione.

Fermandosi all’essere, il conoscere non può determinare il proprio oggetto.

Ogni oggetto è lo stesso, astratto e indeterminato, essere.

La coscienza stessa (l’altro capo della differenza che abbiamo

presupposta) può manifestarsi solo als reines Ich, come un puro Io. Cioè:

non può avere facoltà che interferiscano con l’atto di apprensione

immediata. L’Io non può intervenire con rappresentazioni, immaginazioni o

pensieri. Le due espressioni che ora Hegel introduce – il questo e das

Einzelne, il singolo – sottolineano appunto la situazione di assoluta

semplicità dei termini della relazione (l’Io e la cosa), e dunque la purezza

assoluta del rapporto, della relazione che costituisce la certezza che la

coscienza ha del suo oggetto.

Data la differenza di pensiero ed essere (perché questa è la posizione della

coscienza e del conoscere in generale), la certezza sensibile si manifesta

come intuizione del puro essere della cosa, e soltanto di esso. Ogni altra

mediazione le è preclusa. La questità, la singolarità, tanto dell’oggetto

quanto dell’io che lo apprende, accade nel segno dell’indistinguibile.

L’oggetto non si distingue né in sé né da altri oggetti; l’io è un puro io,

incapace di distinguersi da altro. Eppure, continuiamo a parlare di un io e di

un oggetto, a presupporre una distinzione tra termini che, considerati nella

fisionomia speculativa, non tollerano alcuna differenza.

Bisogna insistere ancora sulle due tensioni che attraversano questa

pagina iniziale di Hegel.

In primo luogo, la certezza si manifesta bensì nel segno

dell’immediatezza, dell’assoluta semplicità del conoscere, ma pur sempre

come un conoscere: per questo, il discorso che la concerne deve, per così

dire, frammentare l’immediatezza nella differenza dei termini che la

costituiscono. È un’immediatezza che già presuppone una differenza e la

necessità di una relazione. Semplice è l’oggetto della coscienza, semplice è

l’io che rappresenta la coscienza stessa, semplice è la relazione che li

unisce: tuttavia, la semplicità di questi termini deve distinguersi, perché la

coscienza, per la sua essenza, ha presupposto la realtà della distinzione tra

sé e il suo oggetto. Dunque, l’immediatezza si innesta sulla fede nella

differenza. E dà luogo al paradosso di un’immediatezza che si presenta

come immediatezza di termini differenti.

In secondo luogo, Hegel sottolinea (accompagnando la coscienza nel suo

viaggio) la questità e la singolarità dell’oggetto della certezza. Ma tali

termini acquistano subito un significato anch’esso (volutamente)

paradossale. Il singolo còlto dalla coscienza è infatti, nel contempo, il puro

essere della cosa, la semplice affermazione che la cosa è. La coscienza che

afferra la semplicità della cosa non è ancora intelletto, non è pensiero, e

dunque non può generalizzare e determinare le qualità del suo oggetto.

L’oggetto della certezza sensibile non è fatto così e così, ma semplicemente

è. Ciò significa che la questità e la singolarità della cosa corrispondono alla

massima e più indeterminata generalità, cioè al puro essere dell’oggetto, di

cui è impossibile stabilire i caratteri propri e distintivi. Dunque la singolarità

è, in realtà, un’assenza di singolarità, se con questo termine si intende il

rilievo determinato che l’oggetto può assumere nell’orizzonte del mondo.

VIII

Nel passo succesivo, Hegel comincia (è il caso di dirlo) a giocare con le

parole, e aggiunge due notazioni di rilievo. Se a prima vista la certezza

sensibile si risolve nel puro essere, a ben vedere vi è in gioco

(beiherspielen) noch vieles andere, ancora molto di più:


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5

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1.25 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e cerca di collocare l'opera di Hegel, Fenomenologia dello spirito, nel contesto storico del periodo in cui fu pubblicata e nel contesto delle altre opere hegeliane, e di assegnarle il significato vero che l'autore le voleva dare. In particolare riflette sui concetti certezza sensibile e verità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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