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II

Dopo questa premessa sul dileguare della coscienza, possiamo ormai

affrontare il concetto dell’autocoscienza, e dunque della vita come sua

figura elementare. Fin dalla prima battuta, Hegel insiste sull’idea di

autocoscienza come concetto inaugurale della verità:

Così ora nun] con l'autocoscienza noi siamo entrati nel

[also

peculiare/nostrano regno Reich] della verità.

[einheimische

Verità significa qui identità di pensiero ed essere, superamento

dell’estraneità dell’oggetto, e dunque l’offrirsi di una struttura identica,

nella quale il contenuto coincide con la forma. Dell’autocoscienza, della sua

differenza dalla coscienza, noi sappiamo, per il momento, soltanto questo:

che essa realizza la verità, cioè l’adeguazione originaria di pensiero ed

essere.

Annotazione. Possiamo riassumere così il senso delle osservazioni che abbiamo svolto

finora: attraverso l’emergere dell’infinità, l’autocoscienza si è manifestata come il

dileguare della coscienza. Ma ciò che qui è in gioco (e dunque il problema che stiamo

affrontando), è proprio il significato di tale dileguare. La coscienza, infatti, è definita come

la posizione (o, meglio, come la presupposizione) della differenza: ossia della differenza

fondamentale di pensiero ed essere. Perciò, dire che la coscienza dilegua, significa dire che

la differenza dilegua. Ma il dileguare della differenza non può risolversi in uno sparire

della differenza, se il sapere dell’autocoscienza deve conservarsi come un sapere

determinato. La differenza, nel dileguare della coscienza, deve essere custodita nella

struttura dell’identico: il finito, come recita il principio dell’idealismo, è ideale. Tale

custodia della differenza nell’identità di pensiero ed essere è altresì il senso dell’astrazione.

Astratto significa perciò: il distinto non è essenza, non è indipendente, ma è momento di

una totalità, di una struttura identica che lo include in sé.

Tuttavia (e lo abbiamo sottolineato nella lezione precedente),

l’autocoscienza non costituisce il compimento del percorso

fenomenologico: ciò che è dileguato è l’estraneità dell’oggetto, la scissione

tra certezza e verità. Ma le figure della differenza, che hanno caratterizzato

il Weg della coscienza, residuano come momenti o (aggiunge Hegel) come

astrazioni. Qui momenti significa: non più per sé, indipendenti, ma interni al

movimento stesso della coscienza: perciò, non più come verità, ma come

momenti astratti della verità.

È da vedere, come la figura/la forma Gestalt] dell'autocoscienza si

[die

presenti/appaia/si produca in un primo tempo Se noi

[auftritt] [zunächst].

consideriamo questa nuova figura/forma del sapere, il sapere di se stesso, in

rapporto a ciò che precede, al sapere di un altro, quest'ultimo è veramente

dileguato ma i suoi momenti si sono altrettanto

[verschwunden];

conservati/depositati e la perdita consiste in ciò, che essi son

[aufbewahrt],

qui presenti sind], come sono in sé. L'essere dell'opinione, la

[vorhanden

singolarità e la ad essa opposta universalità della percezione, così come il

vuoto interno dell'intelletto, non sono più come essenza, bensì come momenti

dell'autocoscienza, cioè come astrazioni o differenze, che per la coscienza

sono esse stesse in pari tempo nulle, ossia non differenze, ma essenza

puramente dileguante verschwindende Wesen]. Ciò che sembra essere

[rein

andato perduto Verlust] è solo il momento principale, vale a dire il

[der

semplice, indipendente consistere per la coscienza.

[Bestehen]

Qui è in gioco il sorgere dell’autocoscienza, la sua Gestalt, la sua forma.

A un primo sguardo, la forma dell’autocoscienza è das Wissen von sich

selbst, il sapere di sé stesso, rispetto al Wissen von einem Anderen, al sapere

di un altro. Questa è la differenza rispetto all’orizzonte della coscienza.

Aber, ma, aggiunge subito Hegel, i momenti che costituivano la coscienza

sono tuttavia aufbewahrt, conservati. Sono conservati come sono in sé, cioè

nell’orizzonte dell’identità (nel “regno della verità”). Non sono più essenza,

ma momenti, astrazioni, differenze dileguanti. Cosa, dunque, si è perduto

della coscienza? Non il suo contenuto, ma la forma dello einfache

selbständige Bestehen, del semplice indipendente sussistere. Ciò che

abbiamo di fronte, sono due modi di intendere la differenza, due forme che

essa assume, da un lato nell’orizzonte estraneo della coscienza, d’altro lato

nella conseguita verità dell’autocoscienza. In altri termini: l’alternativa non

è, qui, tra identità e differenza, ma tra due figure della differenza, e, dunque,

della relazione tra identità e differenza.

Il concetto fondamentale dell’autocoscienza, nel suo primo apparire, è

dunque sintetizzato dall’atto della Aufbewahrung, della conservazione, della

custodia, del deposito, della differenza: la differenza, che si era manifestata

come estranea nella coscienza, è ricondotta all’identico, ma tuttavia

custodita nell’orizzonte medesimo dell’identità. È un’identità, quella

dell’autocoscienza, che custodisce in sé la differenza della coscienza, ma

declinandone la forma alla figura di momento e, dunque, di astrazione.

Astrazione significa perciò: differenza che non ha un proprio consistere,

che non ha essenza, che è priva di indipendenza, e che, dunque, si presenta

soltanto come “essenza puramente dileguante”. Il dileguare (differenza che

non è differenza) segna il carattere dell’astratto, che è un sorgere della

differenza nell’atto peculiare dello scomparire, dell’essere originariamente

risolto nell’identico. Come si intende (e questo è il punto di peculiare

difficoltà) siamo ancora fermi alla definizione dell’infinito, cioè del

contraddirsi della cosa, dove gli opposti sono l’opposto in sé e, nel loro

costituirsi, perdono la differenza determinata che sembrava generare

l’opposizione.

Prepariamoci ora a seguire un passaggio arduo, che dischiude

quell’identità di autocoscienza e vita a cui abbiamo accennato all’inizio.

Possiamo dire che, dal momento kantiano dell’autocoscienza si passa qui a

quello fichtiano. Per momento kantiano dobbiamo intendere una situazione

in cui la certezza non tocca la verità della cosa; per momento fichtiano,

invece, possiamo intendere quella situazione dove la certezza genera la

verità della cosa, poiché l’essere della cosa si manifesta solo nell’atto

pratico di produrla come altro da sé. L’Io non si limita a trovare il non-Io,

restando nella differenza tra fenomeno e cosa-in-sé, tra certezza e verità; ma

l’Io genera il non-Io, lo pone di fronte a sé, come il suo limite, come l’altro

da sé che proviene dalla propria essenza. Solo qui, la differenza si

manifesta, propriamente, come prassi elementare, come mediazione

semplice: e dunque esprime la figura elementare della Begierde. Die

Begierde significa: brama, appetito, concupiscenza.

Riprendiamo la lettura del testo. L’autocoscienza è il ritorno dall’alterità

della coscienza, ossia è il movimento della Aufhebung, del togliere/superare

la verità dell’oggetto come estranea alla coscienza. Scrive Hegel:

Ma nel fatto der Tat] l'autocoscienza è la riflessione dall'essere del mondo

[in

sensibile e percepito, ed è essenzialmente il ritorno dall’alterità / dall’essere-

altro dem Anderssein].

[aus

L’autocoscienza è dunque essenzialmente riflessione, ritorno: ossia è

movimento, Bewegung. Questa determinazione dell’autocoscienza va

assunta in senso forte: Hegel non vuole dire che l’autocoscienza è il risultato

di un movimento, che deriva dalla coscienza, che ha un passato dietro le

spalle; vuole dire che, nel suo presentarsi, l’autocoscienza è essenzialmente

questo movimento del risultare: essa è l’atto stesso del trascendersi della

coscienza. Non vi è prima questo trascendersi e poi l’autocoscienza:

l’autocoscienza è il trascendersi stesso della coscienza.

Ma che tipo di movimento è? Il movimento è una mediazione, cioè

esprime una differenza. Ma qui la coscienza è solo coscienza di sé, i termini

del movimento si identificano: e quindi la differenza è tanto posta quanto

tolta. La differenza, scrive Hegel, “non è autocoscienza”, non è ospitata

nell’autocoscienza. L’autocoscienza non esprime una differenza reale, ma

solo la tautologia: Io=Io. La differenza, spiega, “non ha la forma

dell’essere”, cioè non distingue, ma ripete la propria semplice forma di

pensiero:

Come autocoscienza, essa è movimento; ma in quanto essa distingue solo sé

stessa, come sé stessa da sé, così la differenza è per lei immediatamente come

un’alterità tolta / superata la differenza non è; e

[aufgehoben];

l'autocoscienza è soltanto la tautologia priva di movimento dell’Io sono Io; in

quanto la differenza non ha anche la forma dell'essere, essa non è

autocoscienza.

Questo passaggio sulla differenza, tanto posta quanto tolta, è di estrema

importanza per intendere il momento fichtiano della situazione. Io=Io non

significa qui solo Io, ma anche il porsi della differenza come differenza tolta

(è la situazione che Hegel svolgerà nella parte della logica dell’essenza

sull’identità). Io=Io significa: la coscienza pone un momento distinto come

essere, ma immediatamente lo toglie, considerandosi identica con esso. L’Io

pone il non-Io, ma lo pone senza verità, come un suo momento distinto. Il

non-Io non è verità, ma apparenza, rispetto all’identità (ormai conseguita) di

verità e certezza.

Proviamo allora a sciogliere la difficoltà del testo tenendo presenti le

proposizioni fondamentali della dottrina della scienza di Fichte:

Quindi per l’autocoscienza l’alterità è come un essere, ossia come un

momento distinto; ma, come secondo momento distinto, è per essa anche

l'unità di sé stessa con questo distinto.

Hegel distingue due momenti, diremmo due fasi, del movimento

dell’autocoscienza. Nel primo momento, l’autocoscienza come Io pone un

essere, un non-Io, come distinto da sé, “come un essere”. Ma, nel secondo

momento, l’autocoscienza riconosce l’alterità come parte dell’Io, come

proveniente da esso e in unità con lui.

Ora, aggiunge Hegel, se noi ci fermassimo al primo momento,

l’autocoscienza non sarebbe altro che coscienza, cioè avvertirebbe l’alterità

come essere, come un estraneo che le sta di fronte:

Con quel primo momento l'autocoscienza è come coscienza, e per essa è

mantenuta l’intera espansione del mondo sensibile;


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia dell'interpretazione, tenute dal Prof. Marcello Mustè nell'anno accademico 2011 e cerca di collocare l'opera di Hegel, Fenomenologia dello spirito, nel contesto storico del periodo in cui fu pubblicata e nel contesto delle altre opere hegeliane, e di assegnarle il significato vero che l'autore le voleva dare. In particolare in questa dispensa arriva a considerare i temi di Begierde e vita.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'interpretazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mustè Marcello.

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