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ai sensi dell’art. 5, punto 3, della Convenzione di Bruxelles, in Giamaica, ove si è verificato il danno, non

essendo tale Stato uno Stato contraente. In assenza di deroga espressa nella detta Convenzione, non sarebbe

pertanto consentito prevedere un’eccezione alla regola sancita dall’art. 2 della Convenzione di Bruxelles.

Secondo il giudice del rinvio, la questione dell’applicabilità dell’eccezione del forum non conveniens a favore di

giudici di uno Stato terzo, allorché uno dei convenuti è domiciliato in uno Stato contraente, non è mai stata

oggetto di una decisione della Corte di giustizia.

20 A tale riguardo, secondo l’attore principale, l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles è inderogabile, sicché il

giudice inglese non potrebbe, nel Regno Unito, sospendere il giudizio nei confronti di un convenuto domiciliato

nello Stato medesimo, anche nel caso in cui il detto giudice ritenga che un altro foro, in uno Stato terzo, sia

maggiormente idoneo.

21 Il giudice del rinvio osserva che, se tale ipotesi dovesse rivelarsi corretta, potrebbero discenderne

conseguenze rilevanti in un certo numero di altri casi relativi a fattispecie di giurisdizione esclusiva o di

litispendenza. Il detto giudice aggiunge che la decisione pronunciata in Inghilterra che decidesse sul merito

della controversia, e la cui esecuzione dovesse aver luogo in Giamaica, segnatamente con riguardo ai

convenuti giamaicani, potrebbe porsi in contrasto con talune norme vigenti in tale Paese in materia di

riconoscimento e di esecuzione di decisioni straniere.

22 Alla luce di tali considerazioni, la Court of Appeal (England & Wales) (Civil Division) decideva di sospendere il

giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1)

Se, quando l’attore sostiene che la giurisdizione sia fondata sull’art. 2 della Convenzione di Bruxelles (…),

l’esercizio del potere discrezionale di un organo giurisdizionale di uno Stato contraente, consentito dalla sua

legge nazionale, di declinare la giurisdizione in un procedimento intentato nei confronti di una persona

domiciliata in tale Stato a favore degli organi giurisdizionali di uno Stato non contraente, sia contrario alla

suddetta Convenzione:

a)

nel caso in cui non sia in questione la giurisdizione di nessun altro Stato contraente;

b)

nel caso in cui il procedimento non abbia altri elementi di connessione con nessun altro Stato contraente.

2)

In caso di soluzione affermativa della questione sub 1), a) o sub 1), b), se la fattispecie configuri una

violazione in ogni caso o soltanto in presenza di determinate circostanze e, in tal caso, di quali».

Sulle questioni pregiudiziali

Sulla prima questione

23 Al fine di risolvere la prima questione occorre, anzitutto, determinare se l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles

sia applicabile in una fattispecie come quella oggetto della causa principale, vale a dire quando l’attore e uno

dei convenuti siano domiciliati sul territorio del medesimo Stato contraente e la controversia tra loro in atto

dinanzi ai giudici del detto Stato presenti taluni momenti di collegamento con uno Stato terzo, ma non con un

altro Stato contraente. Solo in caso di soluzione affermativa si porrebbe, nelle circostanze oggetto della causa

principale, la questione se la Convenzione di Bruxelles osti all’applicazione, da parte di un giudice di uno Stato

contraente, dell’eccezione del forum non conveniens, nell’ipotesi in cui l’art. 2 della Convenzione medesima

consentisse al detto giudice di fondare la propria competenza in ragione del domicilio del convenuto sul

territorio nazionale.

Sull’applicabilità dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles

24 Nel tenore letterale dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles non sussiste alcun elemento che indichi che

l’applicazione della regola generale della competenza, dettata dall’articolo medesimo unicamente in funzione

del domicilio del convenuto nel territorio di uno Stato contraente, sia assoggettata alla condizione

dell’esistenza di un rapporto giuridico che implichi più Stati contraenti.

25 Certo, l’applicazione stessa delle norme sulla competenza della Convenzione di Bruxelles, come emerge dalla

relazione sulla Convenzione medesima, presentata dal sig. Jenard (GU 1979, C 59, pagg. 1, 8), presuppone

l’esistenza di un elemento di estraneità.

26 Tuttavia, il carattere internazionale del rapporto giuridico di cui trattasi non deve necessariamente derivare,

per quanto attiene all’applicazione dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles, dall’implicazione di più Stati

contraenti, in ragione del merito della controversia o del rispettivo domicilio delle parti della controversia.

L’implicazione di uno Stato contraente e di uno Stato terzo, sulla base, ad esempio, del domicilio dell’attore e

di un convenuto, nel primo Stato, e dell’ubicazione del fatto controverso nel secondo, è parimenti tale da

attribuire carattere internazionale al rapporto giuridico in esame. Tale situazione, infatti, è atta a sollevare

nello Stato contraente, come nella causa principale, questioni relative alla determinazione della competenza

4 prof. Giorgio Costantino

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giurisdizionale nell’ordinamento internazionale, il che costituisce proprio una delle finalità della Convenzione di

Bruxelles, come emerge dal terzo ‘considerando’ del suo preambolo.

27 Così, la Corte ha già interpretato le norme sulla competenza dettate dalla Convenzione di Bruxelles in casi in

cui l’attore aveva il domicilio o la sede in uno Stato terzo, mentre il convenuto era domiciliato nel territorio di

uno Stato contraente (v. sentenze 25 luglio 1991, causa C-190/89, Rich, Racc. pag. I-3855; 6 dicembre

1994, causa C-406/92, Tatry, Racc. pag. I-5439, e Group Josi, cit., punto 60).

28 D’altronde, le norme della Convenzione di Bruxelles in materia di competenza esclusiva o di proroga espressa

della competenza sono parimenti applicabili a rapporti giuridici concernenti unicamente uno Stato contraente

ed uno o più Stati terzi. Lo stesso dicasi, con riguardo all’art. 16 della Convenzione di Bruxelles, nell’ipotesi di

una controversia in materia di diritti reali immobiliari ovvero di locazione d’immobili tra soggetti domiciliati in

uno Stato non contraente, ma riguardante un bene situato in uno Stato contraente, o ancora, con riguardo

all’art. 17 della Convenzione di Bruxelles, nell’ipotesi in cui una clausola attributiva di competenza

giurisdizionale e che vincoli almeno una parte domiciliata in uno Stato non contraente designi il foro sul

territorio di uno Stato contraente.

29 Del pari, se è vero, come ha sottolineato l’avvocato generale ai paragrafi 143-152 delle sue conclusioni, che le

norme della Convenzione di Bruxelles in materia di litispendenza e di connessione, nonché di riconoscimento e

di esecuzione, sono applicabili, come si evince chiaramente dal loro tenore letterale, nell’ambito di rapporti tra

diversi Stati contraenti, qualora riguardino sia procedimenti pendenti dinanzi a giudici di diversi Stati

contraenti, sia decisioni pronunciate da giudici di uno Stato contraente ai fini del loro riconoscimento e della

loro esecuzione in un altro Stato contraente, è altresì vero che le controversie oggetto di tali procedimenti o di

tali decisioni possono avere un carattere internazionale che coinvolge uno Stato contraente e uno Stato terzo

e possono aver provocato, per tale ragione, il ricorso alla regola generale sulla competenza di cui all’art. 2

della Convenzione di Bruxelles.

30 Avverso la tesi dell’applicabilità del detto art. 2 ad una fattispecie concernente un solo Stato contraente ed

uno o più Stati non contraenti, i convenuti principali ed il governo del Regno Unito hanno opposto il principio

dell’effetto relativo dei trattati, la Convenzione di Bruxelles non potendo imporre alcun obbligo a Stati che non

abbiano prestato il proprio consenso ad esserne vincolati.

31 Basti rilevare, a tal riguardo, che la designazione del giudice di uno Stato contraente come competente, in

ragione del domicilio del convenuto sul territorio dello Stato medesimo, anche con riguardo ad una controversi

connessa, almeno in parte, con uno Stato terzo in ragione dell’oggetto o del domicilio dell’attore, non è tale

da far sorgere un obbligo in capo a quest’ultimo Stato.

32 Il sig. Jackson ed il governo del regno Unito hanno sottolineato, del pari, per giustificare l’applicazione

dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles alle sole controversie connesse con più Stati contraenti, la finalità

essenziale perseguita dalla Convenzione medesima, che consisterebbe nell’assicurare la libera circolazione

delle sentenze tra Stati contraenti.

33 A tal riguardo, è vero che l’art. 220, quarto trattino, del Trattato CE (divenuto, in seguito a modifica, art. 293,

quarto trattino, CE), in base al quale gli Stati membri hanno stipulato la Convenzione di Bruxelles, ha lo scopo

di agevolare il funzionamento del mercato comune mediante l’adozione di norme sulla competenza in

relazione alle controversie vertenti su tale funzionamento e la soppressione, nei limiti del possibile, delle

difficoltà connesse al riconoscimento e all’esecuzione delle sentenze nel territorio degli Stati aderenti

(sentenza 10 febbraio 1994, causa C-398/92, Mund & Fester, Racc. pag. I-467, punto 11). Invero, è pacifico

che la Convenzione di Bruxelles contribuisca al buon funzionamento del mercato interno.

34 Tuttavia, le norme uniformi di competenza contenute nella Convenzione di Bruxelles non sono intese ad

applicarsi unicamente a situazioni che comportino un nesso effettivo e sufficiente con il funzionamento del

mercato interno, implicante, per definizione, più Stati membri. Basta rilevare, a tal riguardo, che l’unificazione

stessa delle norme sul conflitto di competenza ed in materia di riconoscimento e di esecuzione di decisioni

giurisdizionali, operata con la Convenzione di Bruxelles, per controversie che presentano un elemento di

estraneità, ha certamente l’obiettivo di eliminare gli ostacoli al funzionamento del mercato interno che

possono derivare dalle disparità esistenti tra le normative nazionali in materia (v., per analogia, con riguardo

alle direttive di armonizzazione sul fondamento dell’art. 95 CE, volte al miglioramento delle condizioni di

instaurazione e di funzionamento del mercato interno, sentenza 20 maggio 2003, cause riunite C-465/00,

C-138/01 e C-139/01, Österreichischer Rundfunk e.a., Racc. pag. I-4989, punti 41 e 42).

35 Da quanto esposto discende che l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles è applicabile ad una fattispecie come

quella oggetto della causa principale, che ricomprende i rapporti tra i giudici di un solo Stato contraente e

quelli di uno Stato non contraente e non i rapporti tra i giudici di più Stati contraenti.

36 5 prof. Giorgio Costantino

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Deve pertanto esaminarsi la questione se, in tale contesto, la Convenzione di Bruxelles osti a che il giudice di

uno Stato contraente declini la competenza ex art. 2 della Convenzione medesima in applicazione

dell’eccezione del forum non conveniens.

Sulla compatibilità dell’eccezione del forum non conveniens con la Convenzione di Bruxelles

37 Deve osservarsi, anzitutto, che l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles ha carattere imperativo e che, come

risulta dalla sua stessa lettera, la norma di principio che esso prevede è derogabile solo in casi espressamente

previsti dalla Convenzione medesima (v., sul carattere obbligatorio del sistema di competenza attuato con la

Convenzione di Bruxelles, sentenze 9 dicembre 2003, causa C-116/02, Gasser, Racc. pag. I-0000, punto 72,

e 27 aprile 2004, causa C-159/02, Turner, Racc. pag. I-0000, punto 24). Orbene, è pacifico che un’eccezione

fondata sulla teoria del forum non conveniens non è stata prevista dagli autori della Convenzione, ancorché

sia stata discussa la questione in sede di stesura della Convenzione 9 ottobre 1978 relativa all’adesione del

Regno di Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito, come emerge dalla relazione sulla Convenzione stessa,

presentata dal sig. Schlosser (GU 1979, C 59, pag. 71, punti 77 e 78).

38 Il rispetto del principio della certezza del diritto, che costituisce uno degli obiettivi della Convenzione di

Bruxelles (v., segnatamente, sentenze 28 settembre 1999, causa C-440/97, GIE Groupe Concorde e.a., Racc.

pag. I-6307, punto 23, e 19 febbraio 2002, causa C-256/00, Besix, Racc. pag. I-1699, punto 24), non

sarebbe pienamente garantito se si dovesse consentire ad un giudice competente ai sensi della detta

Convenzione applicare l’eccezione del forum non conveniens.

39 Infatti, ai sensi del suo preambolo, la Convenzione di Bruxelles mira a potenziare nella Comunità la tutela

giuridica delle persone residenti nel suo territorio, prevedendo norme comuni sulla competenza tali da

assicurare certezza in merito alla ripartizione delle competenze tra i vari giudici nazionali che possono essere

aditi in occasione di una controversia determinata (sentenza Besix, cit., punto 25).

40 La Corte ha così ritenuto che il principio della certezza del diritto richiede, in particolare, che le norme di

competenza che derogano al principio generale enunciato nell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles siano

interpretate in modo da consentire ad un convenuto normalmente accorto di prevedere ragionevolmente

dinanzi a quale giudice, diverso da quello dello Stato del proprio domicilio, potrà essere citato (sentenze cit.

GIE Groupe Concorde e.a., punto 24, e Besix, punto 26).

41 Orbene, l’applicazione della teoria del forum non conveniens, che lascia un ampio margine di discrezionalità al

giudice adito quanto alla questione se un foro straniero sia maggiormente idoneo a pronunciarsi sul merito di

una controversia, è tale da inficiare la prevedibilità delle norme di competenza previste dalla Convenzione di

Bruxelles, in particolare di quella di cui all’art. 2 e, conseguentemente, il principio di certezza del diritto, quale

fondamento della Convenzione medesima.

42 La tutela giuridica delle persone residenti nella Comunità sarebbe parimenti pregiudicata. Infatti, da una

parte, il convenuto, generalmente in grado di difendersi meglio dinanzi ai giudici del proprio domicilio, non

potrebbe, in circostanze come quelle della causa principale, prevedere ragionevolmente dinanzi a quale altro

giudice rischierebbe di essere citato. D’altra parte, nell’ipotesi in cui venga sollevata un’eccezione relativa

all’esistenza di un foro straniero più idoneo a conoscere della controversia, spetta all’attore dimostrare che

non potrebbe ottenere giustizia dinanzi al detto foro straniero o, ove il giudice adito ritenga di accogliere

l’eccezione, che il foro medesimo, in definitiva, non è competente a conoscere della controversia o che

l’attore, in realtà, non ha accesso ad una giustizia effettiva dinanzi ad esso, a prescindere dal costo che

rappresentano la proposizione di una nuova azione dinanzi al giudice di un altro Stato e il protrarsi dei tempi

del giudizio.

43 Inoltre, l’ammissibilità dell’eccezione del forum non conveniens nel contesto della Convenzione di Bruxelles

rischierebbe di inficiare l’applicazione uniforme delle norme di competenza in essa previste, la detta eccezione

essendo riconosciuta solo in un numero limitato di Stati contraenti, mentre il fine della Convenzione di

Bruxelles consiste proprio nel prevedere norme comuni, restando escluse le norme nazionali divergenti.

44 I convenuti principali sottolineano le conseguenze pratiche negative che discenderebbero dall’obbligo che

incomberebbe, nella specie, sui giudici inglesi, di pronunciarsi sul merito della controversia, in particolare con

riguardo ai costi del giudizio, alla possibilità di rimborso delle spese in Inghilterra in caso di rigetto dell’azione

proposta, alle difficoltà logistiche legate alla distanza geografica, alla necessità di valutare il merito della

controversia in base a criteri vigenti in Giamaica, alla possibilità di ottenere in Giamaica l’esecuzione di una

sentenza contumaciale e all’impossibilità di prevedere una domanda riconvenzionale nei confronti degli altri

convenuti.

45 A tale riguardo, a prescindere dall’effettività di tali difficoltà, è sufficiente osservare che siffatte

considerazioni, che possono essere prese in considerazione proprio in sede di applicazione dell’eccezione del

forum non conveniens, non sono tali da rimettere in questione il carattere obbligatorio della regola

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fondamentale della competenza, di cui all’art. 2 della Convenzione di Bruxelles, per le ragioni

precedentemente chiarite.

46 Alla luce delle suesposte considerazioni, occorre risolvere la prima questione nel senso che la Convenzione di

Bruxelles osta a che il giudice di uno Stato contraente declini la competenza conferitagli dall’art. 2 della

Convenzione medesima sulla base del rilievo che il giudice di uno Stato non contraente costituirebbe un foro

maggiormente idoneo a decidere la controversia in questione, ancorché non si ponga la questione della

competenza del giudice di un altro Stato contraente, ovvero tale controversia non presenti alcun altro

momento di collegamento con un altro Stato contraente.

Sulla seconda questione

47 Con la seconda questione, il giudice del rinvio chiede, sostanzialmente, se, nel caso in cui la Corte dovesse

ritenere che la Convenzione di Bruxelles osti all’applicazione dell’eccezione del forum non conveniens, tale

valutazione si imponga in ogni circostanza ovvero solo in alcune circostanze.

48 Dalla decisione di rinvio nonché dalle osservazioni dei convenuti principali e del governo del Regno Unito si

evince che tale seconda questione è stata sollevata per l’ipotesi in cui sussista una situazione di litispendenza

ovvero di connessione con un procedimento pendente dinanzi al giudice di uno Stato non contraente, una

clausola attributiva di competenza a favore di tale giudice o, ancora, un momento di collegamento con il detto

Stato del medesimo tipo di quelli previsti all’art. 16 della Convenzione di Bruxelles.

49 Il procedimento contemplato dall’art. 234 CE costituisce uno strumento di cooperazione tra la Corte e i giudici

nazionali, col quale la prima fornisce ai secondi gli elementi interpretativi del diritto comunitario necessari per

risolvere le liti dinanzi a loro pendenti (v., segnatamente, sentenze 8 novembre 1990, causa C-231/89,

Gmurzynska-Bscher, Racc. pag. I-4003, punto 18; 12 marzo 1998, causa C-314/96, Djabali, Racc.

pag. I-1149, punto 17, e 21 gennaio 2003, causa C-318/00, Bacardi-Martini e Cellier des Dauphins, Racc.

pag. I-905, punto 41).

50 Inoltre, la ratio del rinvio pregiudiziale non consiste nell’esprimere pareri a carattere consultivo su questioni

generali o ipotetiche, bensì nella necessità di dirimere concretamente una controversia (v., in tal senso,

sentenze Djabali, cit., punto 19; Bacardi-Martini e Cellier des Dauphins, cit., punto 42, e 25 marzo 2004,

cause riunite da C-480/00 a C-482/00, C-484/00, da C-489/00 a C-491/00 nonché da C-497/00 a C-499/00,

Azienda Agricola Ettore Ribaldi e.a., Racc. pag. I-0000, punto 72).

51 Orbene, nella specie è pacifico che le situazioni di fatto menzionate al precedente punto 48 non sono quelle di

cui alla causa principale.

52 Conseguentemente, non occorre risolvere la seconda questione.

Sulle spese

53 Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato

dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese Le spese sostenute per presentare

osservazioni alla Corte diverse da quelle delle dette parti non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:

Firme 7 prof. Giorgio Costantino

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CONCLUSIONI DELL'AVVOCATO GENERALE

PHILIPPE LÉGER

presentate il 14 dicembre 2004 (1)

Causa C-281/02

Andrew Owusu

contro

N. B. Jackson, che opera con il nome commerciale «Villa Holidays Bal-Inn Villas»

contro

Mammee Bay Resorts Ltd

contro

Mammee Bay Club Ltd

contro

The Enchanted Garden Resorts & Spa Ltd

contro

Consulting Services Ltd

contro

Town & Country Resorts Ltd

[domanda di pronuncia pregiudiziale, proposta dalla Court of Appeal (Regno Unito)]

«Convenzione di Bruxelles – Ambito di applicazione territoriale o personale – Incidente verificatosi in uno Stato non

contraente – Danno biologico – Azione intentata in uno Stato contraente contro una persona domiciliata in tale Stato e

altri convenuti domiciliati nello Stato non contraente in cui si è verificato l'incidente – Teoria del forum non conveniens

nei rapporti tra uno Stato contraente e uno Stato non contraente – Incompatibilità con la Convenzione di Bruxelles»

Indice

I – Ambito normativo

A – La Convenzione di Bruxelles

B – La teoria del forum non conveniens nel diritto inglese

C – La sorte della teoria del forum non conveniens dopo l’entrata in vigore della Convenzione di Bruxelles nel Regno

Unito

II – Fatti e procedimento nella causa principale

III – Il senso e la portata delle questioni pregiudiziali

IV – Analisi

A – L’ambito di applicazione personale o territoriale dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles

1. La relazione Jenard e l’ampio dibattito che ne è derivato

2. Il dettato dell’art. 2 della Convenzione

3. L’economia complessiva della Convenzione

4. Gli obiettivi della Convenzione

5. I presunti ostacoli all’applicazione dell’art. 2 della Convenzione ad un rapporto giuridico collegato unicamente ad uno

Stato contraente e ad uno Stato terzo

a) I presunti ostacoli derivanti dal diritto internazionale

b) I presunti ostacoli derivanti dal diritto comunitario

B – Quanto alla compatibilità della teoria del forum non conveniens con la Convenzione di Bruxelles

1. La volontà degli autori della Convenzione

2. Il tenore letterale dell’art. 2, primo comma, della Convenzione

3. L’economia complessiva della Convenzione

4. Gli obiettivi e l’effetto utile della Convenzione

V – Conclusione

1. La Convenzione 27 settembre 1968, concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni

in materia civile e commerciale (2) , osta a che un giudice di uno Stato contraente, adito con un ricorso contro una

persona domiciliata sul territorio del detto Stato e che pertanto, in base all’art. 2 della Convenzione stessa, sarebbe

competente a conoscere di tale ricorso, rinunci discrezionalmente ad esercitare tale competenza, in applicazione del

proprio diritto interno, per il fatto che un giudice di uno Stato non contraente sarebbe più appropriato ai fini della

soluzione della controversia? 8 prof. Giorgio Costantino

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2. Tale è, in sostanza, la questione sollevata dalla Court of Appeal (England & Wales) (Civil Division) (Regno

Unito) nel procedimento in oggetto. Il problema non è nuovo, in quanto una decina di anni or sono una giurisdizione

nazionale suprema, la House of Lords, aveva già proposto alla Corte una questione analoga. Tuttavia, la Corte

all’epoca non ebbe modo di pronunciarsi sul punto, poiché il giudice del rinvio alla fine ritirò la domanda pregiudiziale a

seguito della conciliazione della controversia tra le parti (3) .

3. Come nel precedente citato, la causa in oggetto offre alla Corte l’occasione di esaminare la compatibilità della

cosiddetta teoria del «forum non conveniens» con la Convenzione di Bruxelles. Secondo tale teoria, ben nota nei paesi

di «common law», qualsiasi organo giurisdizionale di uno Stato ha diritto di declinare l’esercizio della competenza ad

esso conferita per legge qualora ritenga che il foro di un altro Stato sia più appropriato ai fini della soluzione della

controversia.

4. Nella causa in oggetto, così come nella precedente, la questione della compatibilità della teoria del forum non

conveniens con la Convenzione di Bruxelles si pone unicamente nei rapporti tra un giudice di uno Stato contraente e

un giudice di uno Stato non contraente, ad esclusione dei rapporti tra giudici di Stati contraenti diversi. La questione

porta dunque a chiedersi quale sia l’ambito di applicazione territoriale o personale della Convenzione di Bruxelles. Al

riguardo, benché la problematica in esame sia assai diversa, si può stabilire un nesso con la procedura di parere,

attualmente pendente, a proposito della futura Convenzione di Lugano revisionata concernente la competenza

giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (4) .

5. È peraltro interessante ricordare che la Corte ha di recente esaminato un altro meccanismo ben noto nei paesi

di «common law», comunemente chiamato «anti-suit injunctions» (ordine inibitorio di giudizio). Tale meccanismo

consente a un giudice nazionale di emettere un’ingiunzione che vieta, ad una parte di un procedimento dinanzi ad esso

pendente, di avviare o di proseguire un’azione instaurata dinanzi al giudice di un altro Stato, qualora risulti che essa

agisce in malafede allo scopo di ostacolare il procedimento già pendente. La House of Lords ha interrogato la Corte

circa la compatibilità di tale meccanismo con la Convenzione di Bruxelles nel caso in cui intervenga nei rapporti tra

giudici di Stati contraenti diversi. Nella sentenza Turner (5) la Corte ha dato soluzione negativa a tale domanda.

6. Questa sentenza merita di essere segnalata, anche se il meccanismo delle «anti-suit injunctions» e quello del

forum non conveniens hanno oggetto e condizioni di attuazione assai diversi e anche se, contrariamente alla fattispecie

in esame, nella causa Turner non erano state sollevate questioni circa l’ambito di applicazione territoriale o personale

della Convenzione di Bruxelles. In effetti, come sottolineato dall’avvocato generale Ruiz-Jarabo Colomer nelle sue

conclusioni relative alla sentenza Turner, i due meccanismi implicano «una qualche valutazione sul fatto se sia o meno

adeguato promuovere un’azione in giudizio dinanzi ad un organo giurisdizionale specifico» (6) .

I – Ambito normativo

A – La Convenzione di Bruxelles

7. Adottata sulla base dell’art. 220 del Trattato che istituisce la Comunità economica europea (divenuto art. 220

del Trattato CE, poi divenuto art. 293 CE) (7) , la Convenzione di Bruxelles, come specificato nel preambolo, si pone

lo scopo di «potenziare nella Comunità la tutela giuridica delle persone residenti nel suo territorio».

8. Nell’unico ‘considerando’ della Convenzione è spiegato «che a tal fine è necessario determinare la competenza

dei rispettivi organi giurisdizionali nell’ordinamento internazionale, facilitare il riconoscimento [e] creare una procedura

rapida intesa a garantire l’esecuzione delle decisioni, degli atti autentici e delle transazioni giudiziarie».

9. Pertanto, la Convenzione di Bruxelles costituisce ciò che comunemente si definisce una Convenzione

«duplice», in quanto contiene non soltanto regole di riconoscimento e di esecuzione, ma anche regole di competenza

diretta applicabili nello Stato contraente di origine, ossia fin dalla fase del procedimento di adozione della decisione

giudiziaria suscettibile di riconoscimento e di esecuzione in un altro Stato contraente.

10. Le regole di competenza diretta si applicano quando la controversia presenta un certo grado di integrazione o

di collegamento con il territorio di uno Stato contraente. Questa situazione di integrazione o di collegamento dipende il

più delle volte dal domicilio del convenuto e, in alcuni casi, dall’oggetto della controversia o dalla volontà delle parti.

11. Il domicilio del convenuto pone una regola di competenza generale. Infatti, ai sensi dell’art. 2, primo comma,

della Convenzione di Bruxelles, «[s]alve le disposizioni della presente Convenzione, le persone aventi il domicilio nel

territorio di uno Stato contraente sono convenute, a prescindere dalla loro nazionalità, davanti agli organi

giurisdizionali di tale Stato». Pertanto, se il convenuto ha il proprio domicilio in uno Stato contraente, in linea di

principio sono competenti i giudici di tale Stato.

12. L’art. 3 della Convenzione precisa la portata di questa regola generale. Da un lato, al primo comma esso

dispone che «[l]e persone aventi il domicilio nel territorio di uno Stato contraente possono essere convenute davanti

agli organi giurisdizionali di un altro Stato contraente solo in virtù delle norme enunciate alle sezioni da 2 a 6 del

presente titolo». Dall’altro lato, conformemente a tale logica, il secondo comma di tale articolo vieta all’attore di

invocare, nei confronti di tali persone, regole di competenza cosiddette «esorbitanti» (che sarebbero in vigore negli

Stati contraenti), ossia regole che produrrebbero l’effetto di sottrarre tali persone alla competenza di principio degli

organi giurisdizionali dello Stato contraente in cui esse hanno il domicilio, come previsto dall’art. 2 della Convenzione.

13. Le sezioni da 2 a 6 del titolo II della Convenzione (cui fa riferimento l’art. 3, primo comma) elencano, in primo

luogo, una serie di regole di competenza a carattere facoltativo che permettono all’attore di scegliere se presentare la

sua domanda dinanzi al tribunale di uno Stato contraente diverso da quello in cui il convenuto è domiciliato (8) .

14. Esse inoltre contengono talune regole di competenza che impongono di adire i giudici di uno Stato contraente,

escludendo quelli di ogni altro Stato contraente (compreso quello in cui il convenuto ha il proprio domicilio) (9) ,

oppure consentono a un giudice di uno Stato contraente di statuire nonostante il fatto che, in base alle regole poste

dalla Convenzione, esso non sia normalmente competente a pronunciarsi (10) .

15. Queste ultime regole di competenza (contenute negli artt. 16, 17 e 18 della Convenzione) si basano

sull’esistenza di un elemento di collegamento della controversia che non è quello del domicilio del convenuto. Tale

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elemento di collegamento deriva o dall’oggetto della controversia (art. 16 della Convenzione) oppure dalla volontà

delle parti (artt. 17 e 18 della Convenzione).

16. Se la controversia non si incardina nel territorio di uno Stato contraente a causa del domicilio del convenuto,

dell’oggetto stesso della controversia o perfino della volontà delle parti, in linea di principio restano efficaci le regole di

competenza esorbitanti in vigore negli Stati contraenti. Infatti, l’art. 4, primo comma, della Convenzione dispone che,

«[s]e il convenuto non è domiciliato nel territorio di uno Stato contraente, la competenza è disciplinata, in ciascuno

Stato contraente, dalla legge di tale Stato, salva l’applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 16» (11) .

17. Nella scia del complesso di tali disposizioni in materia di attribuzione di competenza, la Convenzione di

Bruxelles prevede alcuni meccanismi procedurali relativi all’attuazione delle regole sulla competenza. Tali meccanismi,

in tema di litispendenza e di connessione, mirano a prevenire decisioni contraddittorie tra giudici di Stati contraenti

differenti.

18. Per esempio, l’art. 21 della Convenzione, in tema di litispendenza, stabilisce che «[q]ualora davanti a giudici

di Stati contraenti differenti e tra le stesse parti siano state proposte domande aventi il medesimo oggetto e il

medesimo titolo, il giudice successivamente adito (...) [è tenuto a sospendere] il procedimento finché sia stata

accertata la competenza del giudice preventivamente adito» e, nel caso in cui essa sia accertata, a declinare la propria

competenza a favore di quest’ultimo.

19. Per quanto riguarda la connessione, l’art. 22 della Convenzione dispone che, qualora più cause connesse siano

proposte davanti a giudici di Stati contraenti differenti e siano pendenti in primo grado, il giudice successivamente

adito può sospendere il procedimento oppure può dichiarare la propria incompetenza su richiesta di una delle parti a

condizione che la propria legge consenta la riunione di procedimenti connessi e che il giudice preventivamente adito sia

competente a conoscere delle due domande. Ai sensi del terzo comma dell’art. 22, tale meccanismo è riservato alle

«cause aventi tra di loro un legame così stretto da rendere opportune una trattazione e decisione uniche per evitare

soluzioni tra di loro incompatibili ove le cause fossero trattate separatamente».

20. Nella logica del complesso delle disposizioni in tema di attribuzione di competenza o di attuazione delle

competenze, la Convenzione di Bruxelles ha istituito, al titolo III, un meccanismo semplificato di riconoscimento e di

esecuzione delle decisioni giudiziarie. Tale meccanismo si applica alle decisioni pronunciate dai giudici di uno Stato

contraente nell’ambito del loro riconoscimento e della loro esecuzione in un altro Stato contraente.

21. A seguito della comunitarizzazione del settore della cooperazione giudiziaria in materia civile operata dal

Trattato di Amsterdam, il Consiglio ha adottato il regolamento n. 44/2001 sulla base degli artt. 61, lett. c), CE, e 67,

n. 1, CE. Tale regolamento, destinato a sostituire la Convenzione di Bruxelles, ne riprende in sostanza le disposizioni,

pur apportandovi alcuni adattamenti.

22. Detto regolamento si applica in tutti gli Stati membri, tranne che in Danimarca (12) , per le azioni iniziate a

partire dalla data della sua entrata in vigore, ossia il 1° marzo 2002. Nella controversia della causa principale, la

procedura è stata avviata prima del 1° marzo 2002. Di conseguenza solo la Convenzione di Bruxelles può essere

applicata, e non il regolamento n. 44/2001.

B – La teoria del forum non conveniens nel diritto inglese

23. La teoria del forum non conveniens ha trovato la sua prima espressione nel diritto scozzese, vale a dire in un

sistema giuridico di ispirazione sostanzialmente civilistica. Essa sarebbe comparsa nella sua forma più compiuta

soltanto alla fine del XIX secolo per poi diffondersi sotto forme diverse in altri paesi, principalmente in quelli di

«common law» e in particolare in Inghilterra, in Irlanda e negli Stati Uniti d’America.

24. Nel diritto inglese la teoria del forum non conveniens ha conosciuto uno sviluppo costante e significativo.

25. Attualmente, la sua applicazione risponde alle condizioni enunciate nel 1986 dalla House of Lords nella

.

sentenza Spiliada Marittime Corporation v. Cansulex Ltd (13)

26. Tale organo giurisdizionale ha stabilito il principio in base al quale «la sospensione del giudizio viene concessa

sulla base del forum non conveniens soltanto se il giudice è convinto che esista un altro giudice, parimenti

competente, che costituisce il foro adeguato per la controversia, ossia dinanzi al quale la controversia può essere

giudicata in modo adeguato, avendo riguardo agli interessi di tutte le parti e ai fini della giustizia» (14) . Difatti,

contrariamente a quanto potrebbe far pensare l’espressione forum non conveniens, non si tratta, per il giudice adito, di

una semplice questione di «convenienza» pratica o personale, legata in particolare al sovraccarico del tribunale, ma

piuttosto di una questione connessa al carattere oggettivamente appropriato del foro riguardo alla contestazione in

.

oggetto (15)

27. Come stabilito nella sentenza Spiliada, l’iter che il giudice inglese deve seguire consta delle seguenti fasi. .

28. In primo luogo, deve stabilire se un foro straniero sia «chiaramente e distintamente più adeguato» (16)

Questo esercizio conduce all’individuazione del «foro naturale della controversia», vale a dire «quello con cui la

.

contestazione possiede i contatti più stretti» (17) Tra i fattori di collegamento da tenere in considerazione vi sono

,

non soltanto elementi di ordine pratico o economico (come la disponibilità dei testimoni) (18) ma anche fattori come

la legge applicabile all’operazione di cui si discute e il luogo di residenza delle parti, ovvero la sede delle loro attività

.

(19)

29. In secondo luogo, dopo aver individuato un foro straniero «chiaramente e distintamente più adeguato», il

giudice adito è tenuto a verificare che in tale foro il ricorrente abbia la garanzia di «ottenere giustizia» (20) e, più

.

precisamente, una «giustizia effettiva» (21) Questa condizione va intesa in senso restrittivo. Così, per regola

generale, non si può negare la sospensione del giudizio per il semplice motivo che si priverebbe l’attore di un

vantaggio previsto dal diritto inglese, come un elevato livello di risarcimento, un sistema di raccolta delle prove più

efficace, un termine di prescrizione dell’azione più lungo rispetto al paese del foro straniero in questione (22) . Difatti,

secondo la House of Lords, «permettere all’attore di usufruire del vantaggio di un processo in Inghilterra a detrimento

del convenuto sarebbe contrario all’approccio oggettivo» proprio del forum non conveniens (23) . Tuttavia, in alcune

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circostanze particolarissime, si è tenuto conto dei limiti legali o pratici legati alla possibilità di ottenere una consulenza

dinanzi al foro straniero nonché dell’impossibilità di ottenere un aiuto legale per il prosieguo del procedimento dinanzi

al suddetto foro, nel caso in cui tale assistenza sia disponibile in Inghilterra e sia evidente che in mancanza di essa

.

l’attore rinuncerebbe all’azione (24)

30. Nel diritto inglese un esame di questo tipo non viene eseguito dal giudice adito d’ufficio, ma solo su richiesta

di una delle parti (25) . Spetta al convenuto che invoca l’eccezione del forum non conveniens, per opporsi a che il

procedimento prosegua dinanzi al tribunale competente in questione, dimostrare l’esistenza di un foro straniero

ugualmente competente e chiaramente e distintamente più appropriato (26) . Ove sia soddisfatta questa prima

condizione, l’attore che intende sottrarsi all’eccezione procedurale di cui trattasi è tenuto a dimostrare che non gli sarà

possibile ottenere giustizia nel foro straniero in questione, ossia che non sussiste la seconda condizione necessaria

perché operi la detta eccezione.

31. Queste condizioni di applicazione della teoria del forum non conveniens vengono esaminate dal giudice adito

«discrezionalmente», nel senso che esso dispone di un ampio potere di valutazione in materia.

32. Allo stato attuale del diritto inglese, l’applicazione di tale teoria si traduce in uno «stay of proceedings», vale a

dire in una sospensione provvisoria, o meglio sine die, del giudizio, pur conservando il giudice la cognizione della

causa. Da ciò deriva che il procedimento può essere riassunto dinanzi al giudice inglese nell’ipotesi in cui, per esempio,

risulti alla fine che il foro straniero non è competente a conoscere della controversia o che il ricorrente non otterrebbe

una giustizia effettiva in tale foro. Spetta al ricorrente che intenda avviare nuovamente il procedimento fornire la prova

degli elementi a tal fine necessari.

33. È tradizionalmente escluso che la decisione di sospendere il giudizio sia accompagnata da un trasferimento o

da un rinvio della causa al foro straniero. Questa procedura, infatti, equivarrebbe ad imporre al foro straniero di

riconoscersi competente e di esercitare la propria eventuale competenza. Ora, è generalmente riconosciuto che i

giudici di uno Stato possono statuire solo in merito alla loro propria competenza e non su quella dei giudici di un altro

Stato. Spetta pertanto all’attore che intenda mantener ferme le proprie pretese compiere tutti i passi necessari per

introdurre una nuova azione dinanzi al foro straniero.

34. In linea di principio, la decisione di un giudice di primo grado che valuti in maniera discrezionale l’eccezione

del forum non conveniens può essere riformata su questo punto da parte di un giudice d’appello soltanto se

quest’ultimo, valutando le motivazioni seguite dal giudice di primo grado, ritenga che esso abbia manifestamente

abusato del proprio ampio potere discrezionale (27) .

C – La sorte della teoria del forum non conveniens dopo l’entrata in vigore della Convenzione di Bruxelles nel Regno

Unito

35. La Convenzione di Bruxelles, come modificata dalla Convenzione di adesione del 1978, è entrata in vigore nel

Regno Unito il 1° gennaio 1987.

36. In previsione di tale evento, è stato adottato il Civil Jurisdiction and Judgments Act 1982 (legge del 1982 sulla

competenza e sulle decisioni giudiziarie in materia civile). L’art. 49 della detta legge stabilisce che «nessuna

disposizione della presente legge osta a che, nell’ambito di un procedimento pendente dinanzi ad esso, un giudice

britannico pronunci la sospensione del ricorso, sospenda il giudizio (...) per motivi ispirati alla dottrina del forum non

conveniens (...) qualora tali misure non siano incompatibili con la Convenzione del 1968».

37. Il riferimento all’eventuale incompatibilità della teoria del forum non conveniens con la Convenzione di

Bruxelles ha dato luogo a valutazioni assai divergenti da parte dei giudici inglesi, in particolare quando si tratta di

applicare tale dottrina nei rapporti tra uno Stato contraente e uno Stato terzo. ,

38. Per esempio, contrariamente alla High Court of Justice (England & Wales), Chancery Division (28) nella

sentenza Harrods (Buenos Aires) Ltd (29) la Court of Appeal ha ammesso la possibilità che i tribunali inglesi, in

applicazione della teoria del forum non conveniens, declinino l’esercizio della competenza ad essi attribuita dall’art. 2

della Convenzione (sulla base del domicilio del convenuto nel Regno Unito) qualora sussista un foro più adeguato in

uno Stato non contraente e la competenza dei tribunali di uno Stato contraente diverso dal Regno Unito non ne sia

affatto coinvolta. Gli argomenti su cui la Court of Appeal ha fondato la propria decisione possono essere sintetizzati

come segue.

39. In primo luogo, dall’art. 220 del Trattato CEE, sulla base del quale è stata adottata la Convenzione di

Bruxelles, deriverebbe che le regole di competenza in essa contenute vanno applicate solo nei rapporti tra gli Stati

contraenti (30) .

40. Inoltre, nell’ipotesi in cui l’art. 2 della Convenzione avesse natura imperativa nelle relazioni tra uno Stato

contraente e uno Stato non contraente, un giudice inglese – che risultasse competente in base a tale articolo – non

potrebbe sospendere il giudizio, per ragioni attinenti all’esistenza di una clausola attributiva di competenza o

all’esistenza di una situazione di litispendenza o di connessione, nel caso in cui il foro alternativo non si trovi in uno

Stato contraente. Infatti, gli artt. 17, 21 e 22 della Convenzione di Bruxelles, che prevedono meccanismi di ripartizione

delle competenze ispirati a tali motivi, si applicherebbero soltanto nei rapporti tra giudici di Stati contraenti diversi.

Secondo la Court of Appeal, esiti di tal genere sarebbero contrari alle intenzioni degli autori della Convenzione di

Bruxelles. Di conseguenza, l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles non avrebbe carattere imperativo nel caso in cui il

solo conflitto di competenza in gioco riguardasse i giudici di un solo Stato contraente e quelli di uno Stato terzo (31) .

41. Infine, l’applicazione della teoria del forum non conveniens nei rapporti tra un giudice inglese e un giudice di

uno Stato non contraente non sarebbe contraria all’obiettivo della libera circolazione dei provvedimenti giurisdizionali

in Europa, perseguito dalla Convenzione, proprio perché, se il giudice inglese in questione declina l’esercizio della

propria competenza, non pronuncerà alcun provvedimento nel merito che sia suscettibile di riconoscimento e di

esecuzione in altri Stati contraenti (32) . 11 prof. Giorgio Costantino

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42. La conclusione tratta dalla Court of Appeal è che la Convenzione di Bruxelles non osta a che un giudice inglese

sospenda il giudizio, in attuazione della teoria del forum non conveniens, «nel caso in cui il solo foro alternativo sia

situato in uno Stato non contraente» (33) .

43. La House of Lords, dinanzi alla quale era stato proposto un ricorso contro tale sentenza, aveva deciso di

interrogare la Corte sul punto (34) . Come ho già detto, questa serie di questioni pregiudiziali è stata alla fine ritirata

in seguito a composizione amichevole della controversia tra le parti.

,

44. Qualche anno dopo, nella citata sentenza Lubbe (35) la House of Lords ha avuto cura di sottolineare che «la

risposta alla domanda non è chiara», preferendo però non adire nuovamente la Corte perché, in ogni modo, qualunque

fosse stata la risposta, la teoria del forum non conveniens non sarebbe stata applicata al caso di specie, in quanto non

.

esisteva un foro «alternativo» accessibile da parte dei ricorrenti (36)

45. Questa notazione incidentale della House of Lords è stata da alcuni interpretata come espressione di seri

dubbi sulla fondatezza della linea giurisprudenziale formulata dalla Court of Appeal nella sentenza Harrods (37) .

II – Fatti e procedimento nella causa principale

46. Il 10 ottobre 1997 il sig. Andrew Owusu, cittadino britannico domiciliato in Inghilterra, è rimasto vittima di un

grave incidente mentre si trovava in vacanza in Giamaica. Tuffatosi in mare in un punto in cui l’acqua gli arrivava alla

vita, egli ha sbattuto contro un banco di sabbia sommerso, subendo la frattura della quinta vertebra cervicale, con

conseguente tetraplegia.

47. A seguito di tale incidente, il sig. Owusu ha proposto in Inghilterra un’azione per responsabilità nei confronti

del sig. Jackson, anche lui domiciliato nel medesimo Stato membro (38) . Questi aveva affittato all’interessato la villa

in cui aveva trascorso il suo soggiorno in Giamaica e nelle cui vicinanze aveva avuto l’incidente. A sostegno della sua

domanda, il sig. Owusu sostiene che nel contratto, col quale si stabiliva che egli avrebbe avuto accesso ad una

spiaggia privata, era implicitamente previsto che quest’ultima sarebbe stata ragionevolmente sicura o priva di pericoli

nascosti.

48. A sua difesa, il primo convenuto ha sollevato l’eccezione del forum non conveniens, chiedendo di conseguenza

la sospensione del giudizio. Oltre al fatto che la controversia presenterebbe un legame più stretto con la Giamaica

anziché con l’Inghilterra, il predetto ha sostenuto, da un lato, che la sua polizza assicurativa riguardante la fornitura di

un alloggio in Giamaica non coprirebbe i danni accertati da giudici diversi da quelli giamaicani e, dall’altro lato, che le

questioni attinenti al principio della responsabilità ed alla liquidazione del danno sarebbero in gran parte regolate allo

stesso modo in Giamaica e in Inghilterra.

49. Il sig. Owusu ha invocato dinanzi ai giudici inglesi anche la responsabilità di diverse società giamaicane. Tale

azione riguarda, in particolare, le società «Mammee Bay Club Ltd» (proprietario e gestore della spiaggia Mammee Bay

al cui accesso il sig. Owusu era stato autorizzato) (39) , «The Enchanted Garden Resorts & Spa Ltd» (che gestisce un

,

centro vacanze in prossimità della spiaggia in questione, alla quale anche i suoi clienti avevano accesso) (40) e

«Town & Country Resorts Ltd» (gestore di un grande albergo adiacente alla suddetta spiaggia e titolare di una licenza

di accesso alla stessa, con obbligo di curarne la gestione, la manutenzione ed il controllo) (41) .

50. Queste società giamaicane sono state tutte chiamate in causa sulla base di una responsabilità da delitto o

quasi-delitto. Viene ad esse contestata la mancata adozione delle misure necessarie per avvertire i bagnanti dei

pericoli legati alla presenza di banchi di sabbia sommersi, quando invece dette misure sarebbero state particolarmente

necessarie, dal momento che un incidente di analoga gravità si era verificato due anni prima in circostanze analoghe a

danno di una turista inglese, dando origine peraltro ad un procedimento per risarcimento danni dinanzi ai giudici

giamaicani (dato che tutti i convenuti avevano il proprio domicilio in tale Stato).

51. Conformemente alle regole di procedura civile applicabili in Inghilterra, il sig. Owusu ha chiesto

l’autorizzazione a citare in giudizio le società giamaicane dinanzi ai giudici inglesi. Un’autorizzazione in tal senso gli è

stata accordata da un giudice inglese (il sostituto giudice distrettuale Beevers). Risulta però che l’atto introduttivo del

giudizio sia stato notificato soltanto a tre di queste società (ossia al terzo, al quarto e al sesto convenuto).

52. Costoro hanno contestato la competenza del giudice inglese adito. Alcuni di essi hanno inoltre presentato

domanda affinché tale giudice declinasse la propria giurisdizione autorizzando la prosecuzione all’estero del

procedimento. A loro parere, alla luce dei vari elementi di collegamento della controversia con la Giamaica, soltanto i

giudici giamaicani sarebbero competenti.

53. Con ordinanza 16 ottobre 2001, il giudice Bentley QC (in qualità di sostituto giudice di High Court a Sheffield),

ha respinto tutti i motivi di difesa invocati dai convenuti.

54. Per quanto riguarda l’eccezione del forum non conveniens invocata dal primo convenuto, egli ha osservato che

la sentenza della Corte di giustizia 15 luglio 2000, Group Josi (42) , impedisce che si disponga la sospensione di un

procedimento per il solo motivo che il giudice adito non sarebbe quello appropriato per risolvere la controversia.

Difatti, in tale sentenza la Corte avrebbe dichiarato che, in linea di principio, le regole di competenza contenute nella

Convenzione di Bruxelles si applicano ad una controversia quando il convenuto ha la propria sede sociale o il proprio

domicilio in uno Stato contraente (43) . Secondo il giudice di primo grado, questa interpretazione della Convenzione di

Bruxelles effettuata dalla Corte smentirebbe quella seguita qualche anno prima da parte della Court of Appeal nella

sentenza Harrods (44) . Non potendo sottoporre una questione pregiudiziale alla Corte per chiarire il punto (45) , egli

ha dichiarato che, alla luce della citata sentenza Group Josi, non gli era consentito disporre la sospensione del giudizio

contro il primo convenuto (il sig. Jackson), essendo quest’ultimo domiciliato in uno Stato contraente.

55. Il giudice di primo grado ha respinto anche i motivi di difesa invocati dagli altri convenuti (il terzo, il quarto e

il sesto convenuto) sebbene, da un lato, le regole di competenza contenute nella Convenzione di Bruxelles non fossero

ad essi applicabili nella controversia in oggetto e, dall’altro lato, la Giamaica costituisse con evidenza un foro più

adatto ad occuparsene rispetto all’Inghilterra. 12 prof. Giorgio Costantino

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56. Non potendo sospendere il giudizio contro il primo convenuto, egli ha ritenuto di dover fare altrettanto nei

confronti degli altri convenuti. In caso contrario, si sarebbe corso il rischio che giudici diversi appartenenti a due Stati

(il Regno Unito e la Giamaica), chiamati a giudicare degli stessi fatti sulla base di prove identiche o analoghe,

giungessero a conclusioni differenti. Il giudice di primo grado ha pertanto considerato che l’Inghilterra, e non la

Giamaica, costituisse il foro adeguato per occuparsi dell’intera controversia.

57. Il primo, il terzo, il quarto e il sesto convenuto hanno impugnato questa ordinanza del giudice di primo grado

dinanzi alla Court of Appeal.

58. Essi sostengono che la Convenzione di Bruxelles non trova applicazione alla situazione de qua e che di

conseguenza non può impedire, nella fattispecie, l’applicazione della teoria del forum non conveniens. A sostegno della

detta tesi, i convenuti invocano una serie di argomenti che riprendono sostanzialmente quelli accolti dalla Court of

Appeal nella citata sentenza Harrods.

59. Essi sostengono che il sistema di ripartizione delle competenze giurisdizionali istituito dalla Convenzione di

Bruxelles si impone unicamente nelle relazioni tra gli Stati contraenti e non in quelle tra uno Stato contraente e uno

Stato terzo che non coinvolgano questioni di ripartizioni di competenze con un altro Stato contraente.

60. Inoltre, essi mettono in rilievo che, nell’ipotesi in cui l’art. 2 della Convenzione fosse vincolante – anche nelle

relazioni tra uno Stato contraente e uno Stato non contraente – il giudice inglese dovrebbe dichiararsi competente a

conoscere di un’azione promossa contro una persona domiciliata in Inghilterra, anche qualora un procedimento

identico o simile fosse già pendente dinanzi ai giudici di uno Stato non contraente e anche qualora a favore di questi

ultimi fosse stata stipulata una clausola attributiva di competenza. In caso contrario, si perverrebbe ad un risultato

contrastante con lo spirito della Convenzione.

61. Il sig. Owusu sostiene, da parte sua, che la Convenzione di Bruxelles non riguarda soltanto conflitti di

competenza fra i giudici di più Stati contraenti. Limitare l’applicazione della Convenzione a questi conflitti

pregiudicherebbe il principale obiettivo perseguito dall’art. 2 della Convenzione, ossia la garanzia della certezza del

diritto grazie alla prevedibilità del foro competente.

62. Inoltre, basandosi sulla sentenza Group Josi, il sig. Owusu sostiene che la norma generale sulla competenza

prevista dall’art. 2 della Convenzione possiede carattere imperativo e non vi si può derogare se non in situazioni

espressamente previste dalla Convenzione, il che non vale per la situazione controversa.

63. Tuttavia, a suo giudizio, si potrebbero ammettere delle eccezioni all’art. 2 in situazioni particolari (che non

corrispondono a quella della controversia nella causa principale), anche se non esplicitamente previste dalla

Convenzione. Ciò potrebbe avvenire quando una controversia promossa dinanzi ad un giudice di uno Stato contraente

sia già pendente dinanzi ad un giudice di uno Stato non contraente oppure quando la controversia in questione verta

su diritti reali sopra un immobile situato in uno Stato terzo o ancora quando le parti concordino nel portare la

controversia dinanzi ai giudici di tale Stato.

III – Il senso e la portata delle questioni pregiudiziali

64. Alla luce delle tesi esposte dalle parti, la Court of Appeal ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla

Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1) Se, quando l’attore sostiene che la giurisdizione sia fondata sull’art. 2 della Convenzione di Bruxelles del

1968, concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni, l’esercizio del potere

discrezionale di un organo giurisdizionale di uno Stato contraente, consentito dalla sua legge nazionale, di

declinare la giurisdizione in un procedimento intentato nei confronti di una persona domiciliata in tale Stato a

favore degli organi giurisdizionali di uno Stato non contraente, sia contrario alla suddetta Convenzione:

a)

nel caso in cui non sia in questione la giurisdizione di nessun altro Stato contraente;

b)

nel caso in cui il procedimento non abbia altri elementi di connessione con nessun altro Stato contraente.

2) In caso di soluzione affermativa della questione sub (1)(a) o sub (1)(b), se la fattispecie configuri una

violazione in ogni caso o soltanto in presenza di determinate circostanze e, in tal caso, di quali».

65. Secondo la Court of Appeal, la giurisprudenza della Corte, ivi compresa la sentenza Group Josi, non offre

risposte precise a tali questioni. Ciò detto, essa dichiara di aver avuto più volte l’occasione di esaminare questioni

simili e di confermare la propria giurisprudenza Harrods, tanto a proposito della Convenzione di Bruxelles quanto a

proposito della Convenzione di Lugano (46) .

66. Il giudice del rinvio, peraltro, richiama l’attenzione della Corte sul fatto che, nell’ipotesi in cui essa accogliesse

l’interpretazione dell’art. 2 della Convenzione sostenuta dall’attore, e qualora il giudice del rinvio ritenesse che la

controversia tra quest’ultimo e il primo convenuto sia effettiva (e non puramente fittizia), si porrebbe il problema della

chiamata in causa degli altri convenuti nel procedimento inglese, che rischierebbe di sollevare difficoltà particolari.

67. Infatti, in caso di riunione, la sentenza pronunciata in Inghilterra che ponesse fine alla controversia nel merito

e fosse eseguibile in Giamaica potrebbe contrastare con alcune regole vigenti in tale paese in tema di riconoscimento e

di esecuzione delle pronunce giurisdizionali straniere. Inoltre, nel caso opposto di mancata riunione, potrebbe accadere

che il giudice inglese e il giudice giamaicano pronuncino decisioni contrastanti, pur trovandosi a statuire sulla stessa

controversia e in base ad elementi di prova identici o simili (47) .

68. Questi sviluppi riguardanti la situazione del terzo, del quarto e del sesto convenuto sono invocati dal giudice

del rinvio unicamente a titolo di elementi di contorno, al fine di attirare l’attenzione della Corte sull’incidenza che la sua

possibile interpretazione dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles, riguardo alla sola situazione del primo convenuto,

avrebbe sulla soluzione della controversia nel suo complesso. Infatti, è assodato che la parte della controversia

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riguardante il terzo, il quarto e il sesto convenuto non rientra nell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles, trattandosi di

soggetti domiciliati in uno Stato non contraente.

69. Al fine di precisare ulteriormente la portata delle questioni pregiudiziali, occorre sottolineare, come fa la

,

Commissione (48) che la controversia nella causa principale non rientra né in una situazione di litispendenza o di

connessione con un procedimento pendente, instaurato dinanzi ad un giudice di uno Stato terzo prima di adire il

giudice di uno Stato contraente, né in una clausola attributiva di competenza a favore di organi giurisdizionali di Stati

terzi. Non è pertanto necessario esaminare se, come suggeriscono i convenuti nella controversia della causa principale

(facendo eco alla sentenza Harrods della Court of Appeal), l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles

possa essere esclusa nella situazione sopra evocata. ,

70. Inoltre, come sottolineato dal sig. Owusu (49) se la controversia principale presenta effettivamente un

elemento di connessione con uno Stato terzo, è chiaro che si tratta di un nesso di natura diversa da quello su cui si

basa la competenza esclusiva di un giudice di uno Stato contraente, conformemente all’art. 16 della Convenzione di

Bruxelles. Pertanto, non occorre esaminare neppure se, nella fattispecie, si possa escludere l’applicazione dell’art. 2

della Convenzione di Bruxelles, in particolare in virtù di un eventuale «effetto riflesso» delle regole di competenza

esclusiva di cui all’art. 16, qualora gli elementi di connessione previsti da detto articolo si situino sul territorio di uno

Stato terzo.

71. Al pari del sig. Owusu, della Commissione e del governo del Regno Unito (che si sono espressi tutti all’udienza

su queste differenti ipotesi), ritengo che occorra limitare la portata della risposta della Corte a quanto strettamente

necessario alla soluzione della controversia nella causa principale.

72. Suggerisco pertanto, in primo luogo, di procedere ad una riformulazione della prima questione pregiudiziale,

mettendo in evidenza le diverse angolazioni della problematica in esame e, in secondo luogo, di dichiarare irricevibile

la seconda questione pregiudiziale.

73. A mio avviso occorre scindere la prima questione pregiudiziale in due questioni diverse, una preliminare

all’altra, in modo da stabilire un ordine di priorità nelle risposte. Infatti, prima di valutare se sia contrario alla

Convenzione di Bruxelles il fatto che un giudice di uno Stato contraente declini la giurisdizione ad esso derivante

dall’art. 2 della Convenzione stessa per il fatto che un giudice di uno Stato terzo sarebbe più appropriato ai fini della

soluzione della controversia nel merito, occorre stabilire se, come sostenuto dal ricorrente, l’art. 2 della Convenzione

possa effettivamente applicarsi nella fattispecie concreta, in modo da costituire il fondamento della competenza del

giudice adito.

74. Ritengo pertanto che la prima questione pregiudiziale debba essere interpretata come composta di due capi,

nei termini che vado ad illustrare.

75. In primo luogo, con tale questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’art. 2 della Convenzione di

Bruxelles sia applicabile quando il ricorrente e il convenuto hanno il proprio domicilio nel medesimo Stato contraente e

la controversia tra essi esistente dinanzi ai giudici di tale Stato contraente presenti taluni elementi di collegamento con

uno Stato terzo, e non con un altro Stato contraente, di modo che la sola questione di ripartizione di competenze che

possa profilarsi in tale controversia si ponga unicamente riguardo ai rapporti tra i giudici di uno Stato contraente e

quelli di uno Stato terzo, e non tra giudici di diversi Stati contraenti.

76. In altri termini, si tratta di stabilire se la situazione oggetto della controversia nella causa principale rientri

nell’ambito di applicazione territoriale o personale dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles.

77. In secondo luogo, in caso di soluzione affermativa a tale questione preliminare, il giudice del rinvio chiede, in

sostanza, se sia contrario alla Convenzione di Bruxelles il fatto che un giudice di uno Stato contraente – la cui

competenza sussista in forza dell’art. 2 della Convenzione stessa – declini discrezionalmente l’esercizio di tale

competenza per il fatto che un giudice di uno Stato non contraente sarebbe più appropriato per statuire sul merito

della controversia, qualora quest’ultimo giudice non sia stato designato mediante alcuna clausola attributiva di

competenza, dinanzi ad esso non sia stata previamente proposta alcuna domanda idonea a determinate una situazione

di litispendenza o di connessione e gli elementi di collegamento di tale controversia con lo Stato terzo abbiano natura

diversa da quelli contemplati dall’art. 16 della Convenzione di Bruxelles.

78. In altri termini, si tratta di sapere se la Convenzione di Bruxelles osti all’applicazione della teoria del forum

non conveniens in una situazione come quella in esame nella causa principale.

79. Soltanto in caso di soluzione negativa alla seconda questione il giudice del rinvio chiede, con la seconda

questione pregiudiziale, se la Convenzione di Bruxelles osti all’applicazione della suddetta teoria in ogni caso o soltanto

in talune circostanze e, in tale ipotesi, quali. A mio avviso, la seconda questione pregiudiziale dev’essere dichiarata

irricevibile.

80. Infatti, leggendo l’ordinanza di rinvio, tutto lascia pensare che la seconda questione pregiudiziale miri prima di

tutto ad accertare se la risposta della Corte alla prima questione sarebbe diversa qualora la controversia della causa

principale fosse caratterizzata da una situazione di litispendenza o di connessione con un procedimento pendente

dinanzi a un giudice di uno Stato terzo, ovvero dall’esistenza di una clausola attributiva di competenza a favore di un

tale giudice, oppure ancora da un collegamento a tale Stato in modo identico ai casi contemplati dall’art. 16 della

Convenzione di Bruxelles (50) . Come ho già spiegato, si tratta di situazioni di fatto che non sussistono nella

controversia della causa principale.

81. Intesa in questo modo, la seconda questione pregiudiziale ha natura ipotetica e va pertanto dichiarata

irricevibile. Nell’ambito di un procedimento di rinvio pregiudiziale, spetta infatti alla Corte esaminare le condizioni in cui

viene adita dal giudice nazionale, al fine di verificare la propria competenza. Al riguardo la Corte ha costantemente

dichiarato che «lo spirito di collaborazione che deve presiedere allo svolgimento del rinvio pregiudiziale implica che il

giudice nazionale, dal canto suo, tenga presente la funzione di cui la Corte è investita, che è quella di contribuire

all’amministrazione della giustizia negli Stati membri e non di esprimere pareri a carattere consultivo su questioni

14 prof. Giorgio Costantino

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generali o ipotetiche» (51) . Di conseguenza, secondo una giurisprudenza costante, tali questioni pregiudiziali sono

irricevibili. Concludo pertanto che la seconda questione pregiudiziale dev’essere dichiarata irricevibile.

IV – Analisi

82. Prenderò in esame in primo luogo la questione attinente all’ambito di applicazione territoriale o personale

dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles (ossia, il primo capo della prima questione pregiudiziale). In secondo luogo,

alla luce della soluzione data a tale questione preliminare, esaminerò quella relativa alla compatibilità della teoria del

forum non conveniens con la Convenzione stessa (vale a dire, il secondo capo della prima questione pregiudiziale).

A – L’ambito di applicazione personale o territoriale dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles

83. Ricordo che il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles si applichi nel

caso in cui sia l’attore sia il convenuto abbiano il domicilio nel medesimo Stato contraente e la controversia tra essi

esistente dinanzi ai giudici di tale Stato contraente presenti elementi di collegamento con uno Stato terzo, e non con

un altro Stato contraente, di modo che la sola questione di ripartizione di competenze che possa profilarsi in tale

controversia si ponga unicamente riguardo ai rapporti tra i giudici di uno Stato contraente e quelli di uno Stato terzo, e

non tra giudici diversi Stati contraenti.

84. In sintesi, con tale questione si intende sapere se l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles sia

subordinata all’esistenza di un rapporto giuridico tra diversi Stati contraenti.

85. Dal momento che la Convenzione non definisce precisamente la sfera di applicazione territoriale di tale

articolo, la questione ha suscitato notevoli discussioni, per lo più di origine dottrinale, specie dopo che la Court of

Appeal si è pronunciata sul punto circa dieci anni or sono nella celebre sentenza Harrods.

86. Secondo alcune delle parti nella causa principale, una soluzione a tale questione poteva essere desunta

chiaramente dalla relazione Jenard sulla Convenzione di Bruxelles (52) (come adottata dal 27 settembre 1968).

87. Prenderò quindi in esame, innanzi tutto, la relazione Jenard e il dibattito da essa suscitato, in particolare da

parte della dottrina. In seguito prenderò in esame il dettato dell’art. 2, l’economia complessiva della Convenzione e gli

obiettivi da essa perseguiti. Infine, analizzerò una serie di argomenti dedotti da alcune delle parti per opporsi

all’applicazione dell’art. 2 della Convenzione alla controversia nella causa principale.

1. La relazione Jenard e l’ampio dibattito che ne è derivato

88. Come già ricordato, il preambolo della Convenzione prevede, all’unico ‘considerando’, che essa mira a

«determinare la competenza [degli] organi giurisdizionali [degli Stati contraenti] nell’ordinamento internazionale (...)».

89. Nella sua relazione, Jenard trae da tali disposizioni le conclusioni seguenti (53) :

«La Convenzione [di Bruxelles] modifica le norme di competenza vigenti nei vari Stati contraenti soltanto quando

sussiste un elemento d’estraneità. Tale concetto non è definito nella Convenzione, dato che il carattere internazionale

del rapporto giuridico può dipendere da circostanze peculiari alla controversia deferita al giudice. Nell’ipotesi di una

controversia sottoposta ai giudici di uno Stato contraente e relativa soltanto a persone domiciliate in tale Stato, la

Convenzione in linea di principio non si applica; l’articolo 2 rinvia semplicemente alle regole di competenza vigenti in

detto Stato. È tuttavia possibile che una controversia del genere presenti un aspetto internazionale. Tale ipotesi si

verificherebbe se, per esempio, il convenuto fosse uno straniero: in tal caso potrebbe trovare applicazione il principio

di equiparazione previsto all’articolo 2, secondo comma; oppure qualora la controversia si riferisse ad una materia per

la quale un altro Stato si dichiari esclusivamente competente (articolo 16), oppure ancora se vi fosse litispendenza o

connessione con una controversia sottoposta alle giurisdizioni di un altro Stato (articoli 2-23)».

90. I convenuti nella causa principale e il governo del Regno Unito si avvalgono di tale relazione per sostenere che

le uniche questioni di competenza internazionale rientranti nelle regole dettate dalla Convenzione di Bruxelles sono

quelle che insorgono tra gli Stati contraenti nelle loro reciproche relazioni. Da ciò deriverebbe che la Convenzione, in

particolare l’art. 2, non è applicabile ad una controversia che non presenti elementi di collegamento con più di uno

Stato contraente, ossia ad un rapporto giuridico puramente interno ad uno Stato contraente oppure extracomunitario o

non puramente intracomunitario, in altri termini ad un rapporto giuridico non limitato a diversi Stati contraenti, ma che

coinvolge uno Stato contraente e uno Stato terzo.

91. Il primo convenuto nella causa principale e il governo del Regno Unito sostengono che questa tesi troverebbe

conferma nella giurisprudenza della Corte. Difatti, nella sentenza 6 ottobre 1976, Tessili (54) , nonché nella sentenza

,

15 maggio 1990, Hagen (55) la Corte ha spiegato in termini generali che le regole di competenza contenute nella

Convenzione si applicano nell’ambito delle relazioni intracomunitarie.

92. A mio avviso, è eccessivo considerare tale giurisprudenza come espressione di un principio generale che

consente di stabilire l’ambito di applicazione territoriale o personale di tutte le regole di competenza contenute nella

Convenzione, in qualunque caso ipotizzabile.

93. Difatti, in nessuna delle due cause citate venivano sollevate questioni di tal genere, per cui non era necessario

che la Corte si pronunciasse su questo punto. Inoltre, tali cause riguardavano unicamente l’art. 5, n. 1, della ,

Convenzione, nonché l’art. 6, n. 2, e non l’art. 2 come avviene nella causa principale. Come vedremo in seguito (56)

l’art. 5, n. 1, e l’art. 6, n. 2, della Convenzione non pongono alcun problema particolare d’interpretazione quanto alla

loro applicazione nello spazio poiché, con tutta evidenza, essi riguardano situazioni che necessariamente coinvolgono

più Stati contraenti.

94. Ne consegue, a mio parere, che la Corte non si è mai pronunciata a favore della tesi sviluppata nella relazione

Jenard e sostenuta dai convenuti nella causa principale e dal governo del Regno Unito, sulla scia di parte della dottrina

inglese (57) .

95. È inoltre interessante rilevare come questa tesi sia lungi dall’essere seguita all’unanimità dalla dottrina. Si può

anzi affermare che si sta delineando una forte tendenza a favore di una tesi diametralmente opposta: si tratta di quella

.

avanzata da Droz, che ha preso parte, come Jenard, all’elaborazione della Convenzione di Bruxelles (58)

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96. Secondo questa tesi, condivisa da numerosi autori (59) , l’espressione contenuta nel preambolo (ossia la

determinazione della competenza degli organi giurisdizionali degli Stati contraenti nell’ordinamento internazionale) non

dev’essere intesa nel senso che l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione sarebbe subordinata alla realizzazione di

una condizione particolare, attinente al carattere internazionale del rapporto giuridico considerato.

97. Infatti, secondo Droz vi sarebbe un interesse a limitare l’applicazione della Convenzione ai rapporti giuridici

internazionali soltanto se alcune regole di competenza in essa contenute rischiassero di inserirsi nell’ordinamento

giuridico interno. Orbene, l’art. 2 in questione si limita a rinviare alle regole di competenza interne vigenti nello Stato

contraente in cui il convenuto ha il proprio domicilio, ossia alle regole sulla ripartizione delle competenze territoriali

all’interno del detto Stato. Pertanto, non vi sarebbe alcun pericolo che l’art. 2 influisca direttamente sull’ordinamento

giuridico interno.

98. Secondo l’autore, per l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione è indifferente che il ricorrente abbia o meno

il proprio domicilio nello Stato contraente del convenuto e che si faccia una distinzione tra rapporti internazionali e

rapporti interni (60) .

99. Seguendo la stessa logica, aggiunge che, contrariamente alla norma di competenza generale di cui all’art. 2,

le regole di competenza speciale contenute nell’art. 5 designano, per talune controversie, un determinato giudice, per

esempio, in materia di responsabilità da delitto o quasi-delitto, il giudice del luogo in cui l’evento dannoso si è

prodotto. Egli precisa che lo stesso vale per le regole di competenza in materia di assicurazioni (titolo II, sezione 3,

della Convenzione), nonché per quelle riguardanti i contratti stipulati dai consumatori (titolo II, sezione 4, della

Convenzione).

100. Droz sottolinea che proprio in queste differenti ipotesi il contesto è necessariamente internazionale, poiché si

tratta unicamente di casi in cui un convenuto domiciliato sul territorio su uno Stato contraente viene chiamato dinanzi

al giudice di un altro Stato contraente. In altri termini, l’espressione «nell’ordinamento internazionale», contenuta nel

preambolo della Convenzione, avrebbe una portata semplicemente dichiarativa e non costitutiva per quel che riguarda

le suddette disposizioni, nel senso che si limiterebbe a constatare l’esistenza di un dato già acquisito, per cui non

sarebbe affatto necessario esigerla per garantirsi della sua sussistenza.

101. A suo giudizio, infine, l’unico caso in cui l’espressione in oggetto potrebbe presentare interesse, ossia avere

una portata costitutiva, sarebbe quello in cui le parti in causa fossero domiciliate nel medesimo Stato contraente e

avessero designato un giudice di tale Stato per risolvere la loro controversia, dando per assodato che il merito della

controversia stessa non possieda carattere internazionale.

102. Infatti, è vero che l’art. 17 della Convenzione ammette la competenza esclusiva del giudice o dei giudici

designato/i in una clausola attributiva di competenza solo a certe condizioni, ma non esige espressamente che il

rapporto giuridico di cui trattasi possieda un elemento di estraneità. Se ci si attiene semplicemente alla lettera di tale

articolo, non si può quindi escludere che l’art. 17 si applichi a rapporti giuridici semplicemente interni. Soltanto in tale

caso ipotetico si potrebbe invocare il riferimento all’internazionalità delle regole di competenza, contenuto nel

preambolo della Convenzione di Bruxelles, allo scopo di escludere l’applicazione dell’art. 17 (61) .

103. Riassumendo, si può desumere dalla tesi suddetta che l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione non è

subordinata all’esistenza di alcun rapporto giuridico internazionale, indipendentemente dalla forma di questo, ossia dal

fatto che tale rapporto giuridico coinvolga uno Stato contraente e uno Stato terzo oppure due Stati contraenti.

104. Vi è chi ha sostenuto una tesi intermedia secondo la quale, supponendo che il carattere internazionale del

rapporto giuridico interessato costituisca una condizione per l’applicabilità dell’art. 2 della Convenzione, non vi sarebbe

alcun motivo di ritenere che l’internazionalità derivante da un rapporto che coinvolge uno Stato contraente e uno Stato

. .

terzo non sia sufficiente a soddisfare tale condizione (62) Questa tesi è stata sostenuta dal governo tedesco (63)

105. Questa sintetica esposizione delle diversi tesi esposte dimostra che gli argomenti contenuti nella relazione

Jenard in merito all’ambito di applicazione territoriale o personale della Convenzione sono ben lungi dal riscuotere un

consenso diffuso.

106. A mio avviso, la tesi che si avvale della suddetta relazione non regge ad un esame approfondito della

Convenzione. Infatti, né il dettato dell’art. 2, né l’economia complessiva della Convenzione ostano a che tale articolo si

applichi ad un rapporto giuridico che coinvolge unicamente uno Stato contraente e uno Stato terzo. Inoltre, ragionando

a contrario, gli obiettivi perseguiti dalla Convenzione ostano a che l’applicazione del suddetto art. 2 sia subordinata

all’esistenza di un rapporto giuridico che coinvolga più Stati contraenti, per cui l’attuazione di tale disposizione sarebbe

esclusa nell’ambito di una controversia collegata ad uno Stato contraente e ad un paese terzo.

2. Il dettato dell’art. 2 della Convenzione

107. Ricordo qui di seguito il testo dell’art. 2 della Convenzione:

«Salve le disposizioni della presente Convenzione, le persone aventi il domicilio nel territorio di uno Stato contraente

sono convenute, a prescindere dalla loro nazionalità, davanti agli organi giurisdizionali di tale Stato.

Alle persone che non sono in possesso della cittadinanza dello Stato nel quale esse hanno il domicilio, si applicano le

regole di competenza vigenti per i cittadini».

108. Va osservato che nulla, nella lettera di tale articolo, indica che l’applicazione della regola sulla competenza in

esso enunciata è subordinata ad una condizione attinente all’esistenza di un rapporto giuridico tra più Stati contraenti.

L’unica condizione prevista per la sua applicazione è quella relativa al domicilio del convenuto. Stando alla lettera

dell’art. 2, perché esso sia applicabile è pertanto sufficiente che il convenuto abbia il proprio domicilio sul territorio di

uno Stato contraente.

109. Difatti, viene esplicitamente indicato che la nazionalità del convenuto è indifferente. Poco importa che

quest’ultimo sia cittadino dello Stato contraente in cui ha il proprio domicilio, di un altro Stato contraente o di uno

Stato terzo. 16 prof. Giorgio Costantino

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110. Sebbene l’art. 2 non lo preveda espressamente, lo stesso vale, necessariamente, per il ricorrente: poco

importano il suo domicilio o la sua cittadinanza.

111. Tutto ciò è stato evidenziato dalla Corte nella già citata sentenza Group Josi, a proposito di una controversia

tra una società di assicurazioni di diritto canadese con sede in Vancouver (attore) e una società riassicuratrice di diritto

belga con sede a Bruxelles (convenuta), in seguito alla partecipazione di quest’ultima ad un’operazione di

riassicurazione, che le era stata offerta da una società di diritto francese con sede in Francia, secondo le istruzioni della

società canadese in questione. La società belga aveva eccepito l’incompetenza del giudice francese investito della

controversia, invocando in particolare l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles. La Cour d’appel di Versailles (Francia) ha

chiesto alla Corte se le regole di competenza previste dalla Convenzione si applichino quando il convenuto ha il

domicilio o la sede nel territorio di uno Stato contraente, mentre l’attore è domiciliato in un paese terzo. Tale organo

giurisdizionale ha sottoposto la questione alla Corte perché intendeva verificare se le norme della Convenzione si

potessero far valere contro un attore domiciliato in uno Stato non contraente in quanto, a suo avviso, ciò avrebbe

.

condotto ad un’estensione del diritto comunitario a paesi terzi (64)

112. Rispondendo a tale questione pregiudiziale, la Corte ha dichiarato che «di norma, il luogo del domicilio

dell’attore non rileva ai fini dell’applicazione delle regole di competenza poste dalla Convenzione, giacché tale

applicazione dipende in linea di massima dal solo criterio del domicilio del convenuto in uno Stato contraente» (65) .

Essa ha precisato che «[l]a regola opposta varrebbe solo nei casi eccezionali in cui la Convenzione fa esplicitamente

dipendere l’applicazione delle norme sulla competenza dal fatto che l’attore sia domiciliato in uno Stato contraente»

(66) . La Corte ha da ciò concluso che «in linea di massima la Convenzione non osta a che le norme sulla competenza

che essa pone si applichino ad una controversia tra un convenuto domiciliato in uno Stato contraente e un attore

domiciliato in paese terzo» (67) .

113. Ritengo che tale giurisprudenza si possa applicare nell’ipotesi in cui sia l’attore sia il convenuto siano

domiciliati nello stesso Stato contraente.

114. Infatti, sono del parere che se gli autori della Convenzione avessero davvero avuto l’intenzione di escludere

l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione in questo caso ipotetico, si sarebbero preoccupati di indicarlo esplicitamente

nel testo stesso della Convenzione. Invece non è così. Questa osservazione non è smentita dalle riflessioni contenute

nella relazione Jenard, che impegnano solo l’autore e non gli Stati contraenti. A mio avviso, pertanto, l’art. 2 della

Convenzione è applicabile anche quando l’attore abbia il domicilio nel medesimo Stato contraente in cui è domiciliato il

convenuto.

115. La stessa conclusione vale anche nel caso in cui, come nella fattispecie in oggetto, il merito della controversia

non presenti elementi di collegamento con nessun altro Stato contraente, ma soltanto con un paese terzo.

116. Risulta infatti dalla lettera dell’art. 2 che la norma sulla competenza da esso enunciata si applica «[s]alve le

disposizioni della presente Convenzione». Come vedremo esaminando l’economia complessiva della Convenzione, se

alcune regole di competenza – diverse da quelle dell’art. 2 – sono applicabili solo nell’ipotesi particolare in cui il merito

della controversia o la situazione delle parti presentino elementi di collegamento con più Stati contraenti, ciò non vuol

dire che lo stesso valga anche per l’art. 2. Sostenere il contrario equivarrebbe a negare la specificità di queste altre

regole di competenza.

117. Inoltre, estendendo in questo modo la necessità di una condizione legata all’esistenza di un rapporto giuridico

che coinvolge più Stati contraenti, si finirebbe con l’aggiungere al dettato dell’art. 2 della Convenzione un requisito

supplementare che esso non prevede. Tale aggiunta sarebbe verosimilmente in contrasto con la volontà degli autori

della Convenzione. In effetti, come giustamente sottolineato dal governo tedesco, se questi ultimi avessero voluto

limitare l’applicazione dell’art. 2 all’ipotesi di coinvolgimento di più Stati contraenti, avrebbero avuto cura di indicarlo

espressamente, così come hanno fatto per le altre regole di competenza in questione.

118. Concludo pertanto che il dettato dell’art. 2 della Convenzione non osta a che esso si applichi ad un rapporto

giuridico che presenti elementi di collegamento unicamente con uno Stato contraente e con uno Stato terzo. Questa

interpretazione è corroborata dall’economia complessiva della Convenzione.

3. L’economia complessiva della Convenzione

119. A mio avviso, neppure l’economia complessiva della Convenzione osta a che l’art. 2 della stessa si applichi ad

un rapporto giuridico che presenti elementi di collegamento unicamente con uno Stato contraente e con uno Stato

terzo.

120. Difatti, come vedremo in dettaglio, lo spazio giudiziario istituito dalla Convenzione di Bruxelles è uno spazio a

geometria variabile il quale può – secondo le circostanze e le disposizioni della suddetta Convenzione che vengono in

rilievo – essere ridotto a rapporti giuridici coinvolgenti più Stati contraenti o estendersi su scala mondiale nell’ambito di

controversie che presentino elementi di collegamento con uno Stato contraente e uno o più Stati terzi.

121. Ne deduco che, se è vero che talune disposizioni della Convenzione si applicano, in linea di massima, solo a

rapporti giuridici coinvolgenti più Stati contraenti, non contrasta con l’economia complessiva della Convenzione stessa

il fatto che accada diversamente per le disposizioni dell’art. 2. A mio parere, da ciò deriva che il suddetto articolo è

applicabile, a seconda delle circostanze, a rapporti giuridici coinvolgenti più Stati contraenti o a controversie che

presentino elementi di collegamento con uno Stato contraente e uno o più Stati terzi.

122. È quanto mi accingo ora ad illustrare esaminando in successione le diverse disposizioni della Convenzione.

123. Innanzi tutto, occorre ricordare che l’art. 4, primo comma, della Convenzione dispone che «[s]e il convenuto

non è domiciliato nel territorio di uno Stato contraente, la competenza è disciplinata, in ciascuno Stato contraente,

dalla legge di tale Stato, salva l’applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 16». In altri termini, se il convenuto è

domiciliato in uno Stato terzo, la competenza del giudice adito, in linea di massima, è determinata dalle regole di

competenza vigenti nello Stato contraente sul cui territorio tale giudice si trova e non dalle regole di competenza

diretta definite dalla Convenzione. 17 prof. Giorgio Costantino

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124. Pertanto, l’applicazione delle regole di competenza diretta stabilite dalla Convenzione è esclusa (fatte salve

quelle contenute nell’art. 16) soltanto nell’ipotesi in cui il convenuto abbia il proprio domicilio in uno Stato terzo. Da ciò

deriva che nulla lascia pensare che l’applicazione della regola di competenza di cui all’art. 2 della Convenzione sarebbe

esclusa nel caso in cui l’attore e il convenuto, oppure uno dei convenuti (come nella controversia della causa

principale) fossero domiciliati nel medesimo Stato contraente e il rapporto giuridico in questione presentasse elementi

di collegamento con uno Stato terzo e non con un altro Stato contraente (a causa del merito della controversia e/o, se

del caso, del domicilio degli altri convenuti).

125. La mia conclusione è che l’art. 4, primo comma, della Convenzione tende a confermare la tesi secondo cui la

regola di competenza dettata dall’art. 2 della Convenzione stessa è applicabile ad una situazione come quella della

controversia nella causa principale.

126. Vero è, come ho già spiegato, che alcune regole di competenza – diverse da quelle dell’art. 2 – si applicano

solo se il merito della controversia o la situazione delle parti sono ricollegabili a più Stati contraenti. È il caso delle

regole di competenza speciali contenute negli artt. 5 e 6 della Convenzione, nonché delle regole di competenza

particolari, elencate al titolo II, sezioni 3 e 4, della Convenzione, in materia di assicurazioni e di contratti conclusi dai

consumatori.

127. Tuttavia, occorre ricordare che, secondo una giurisprudenza consolidata (68) , queste regole di competenza

speciali o particolari derogano alla regola di principio stabilita dall’art. 2, nel senso che offrono al ricorrente, in casi

tassativamente elencati, la facoltà di scegliere se promuovere l’azione e quindi citare il convenuto dinanzi ai giudici di

uno Stato contraente diverso da quello in cui quest’ultimo ha il domicilio.

128. Queste regole di competenza derogatorie sono dovute ad esigenze di buona amministrazione della giustizia e

di utile organizzazione del processo, tenuto conto dell’esistenza di un elemento di collegamento diretto o

particolarmente stretto tra la contestazione e i giudici di uno Stato contraente diverso da quello in cui il convenuto

,

interessato ha il domicilio (69) oppure alla necessità di tutelare taluni attori la cui particolare situazione giustifica

l’ammissione, in via eccezionale, della competenza dei giudici dello Stato contraente in cui sono domiciliati, che per

ipotesi si situi in uno Stato contraente diverso da quello del convenuto (70) .

129. Soltanto in questo ambito specifico la Convenzione di Bruxelles subordina l’applicazione delle regole di

competenza all’esistenza di un rapporto giuridico che presenti elementi di collegamento con più Stati contraenti in virtù

del merito della controversia o del domicilio rispettivo delle parti di una controversia.

130. Infatti, se è pacifico che l’applicazione di regole di competenza concorrenti a quella derivante dal domicilio del

convenuto presuppone l’esistenza di un elemento di connessione ad uno Stato contraente diverso da quello in cui il

convenuto ha il domicilio, diversamente vale per la regola di competenza di cui all’art. 2, proprio perché essa è

esclusivamente fondata su tale domicilio.

131. Ne concludo che quel che vale per l’applicazione delle regole di competenza speciali o particolari della

Convenzione non vale per l’applicazione della regola generale di cui all’art. 2.

132. Inoltre, è interessante sottolineare che l’applicazione delle regole di competenza particolari (elencate al titolo

II, sezioni 3 e 4, della Convenzione) non presuppone necessariamente che il convenuto sia realmente domiciliato in

uno Stato contraente (nel senso del diritto interno di tale Stato, mancando nella Convenzione una definizione del

concetto di domicilio). È pertanto possibile che tali regole di competenza si applichino quando il rapporto giuridico in

questione coinvolge uno Stato contraente e uno Stato terzo, anziché due Stati contraenti.

133. In effetti, l’art. 8 (in materia di assicurazioni) e l’art. 13 della Convenzione (in materia di contratti conclusi dai

consumatori) stabiliscono rispettivamente che qualora l’assicuratore o la controparte del consumatore non abbia il

proprio domicilio nel territorio di uno Stato contraente, ma possieda una succursale, un’agenzia o qualsiasi altra filiale

in uno Stato contraente, si considera, per le contestazioni relative al loro esercizio, come avente domicilio nel territorio

di tale Stato.

134. Da tali disposizioni risulta che un assicuratore o la controparte di un consumatore, domiciliati in uno Stato

terzo, sono considerati, per quanto necessario all’applicazione delle regole di competenza a tutela della parte più

debole esistenti in materia, come aventi il domicilio in uno Stato contraente. Questa finzione giuridica consente di

sottrarsi all’applicazione dell’art. 4 della Convenzione, ossia all’insieme delle regole di competenza vigenti nello Stato

.

contraente sul cui territorio si trova il giudice adito allorché il convenuto sia domiciliato in uno Stato terzo (71)

135. Sarebbe pertanto eccessivo ritenere che l’applicazione delle regole di competenza particolari, di cui al titolo II,

sezioni 3 e 4, della Convenzione, rientri necessariamente nell’ambito di un rapporto giuridico che coinvolga, realmente

o in modo significativo, due Stati contraenti.

136. Per quanto riguarda le regole di competenza esclusiva di cui all’art. 16 della Convenzione, viene

espressamente indicato che esse si applicano «indipendentemente dal domicilio». Difatti, tali regole, che costituiscono

un’eccezione alla regola generale dell’art. 2 della Convenzione, si basano sull’esistenza di nessi particolarmente stretti

.

tra il merito della controversia e il territorio di uno Stato contraente (72) È il caso, per esempio, di una controversia

in materia di diritti reali immobiliari o di contratti d’affitto di immobili. In tale ipotesi, la controversia è profondamente

collegata allo Stato contraente sul cui territorio è situato l’immobile di cui trattasi, per cui i soli giudici competenti a

conoscere di una simile controversia sono quelli di tale Stato contraente.

137. La Corte ha precisato che queste regole di competenza esclusiva si applicano «a prescindere dal domicilio

delle parti» (73) . Questa precisazione mirava a dimostrare che, in linea di principio, perché siano applicabili le regole

di competenza previste dalla Convenzione non occorre che l’attore sia domiciliato in uno Stato contraente, per cui

generalmente tali regole si applicano anche quando il ricorrente abbia il domicilio in uno Stato terzo.

138. Sulla scia di tale giurisprudenza, si può affermare che le regole di competenza di cui all’art. 16 della

Convenzione si applicano anche quando il convenuto è domiciliato in uno Stato terzo o anche quando tutte le parti

hanno il domicilio in tale Stato (74) . 18 prof. Giorgio Costantino

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139. Difatti, indipendentemente dalle conseguenze che deriverebbero da un eventuale «effetto riflesso» dell’art. 16

della Convenzione, nell’ipotesi in cui uno degli elementi di collegamento previsti in tale articolo si situasse sul territorio

di uno Stato non contraente (75) , si può affermare che le regole di competenza contenute in tale articolo sono

applicabili a rapporti giuridici collegati unicamente ad uno Stato contraente (in ragione di uno degli elementi di

collegamento previsti allo stesso articolo) e a uno Stato terzo (in ragione del domicilio dell’attore e/o del convenuto).

Al riguardo, l’ambito di applicazione territoriale o personale dell’art. 16 può essere avvicinato a quello dell’art. 2.

140. Lo stesso dicasi per le norme della Convenzione in materia di proroga espressa delle competenze. Infatti, è

espressamente previsto che tali norme possono applicarsi quando una delle parti di una clausola attributiva di

competenza o alcune di esse (art. 17, primo comma), o anche tutte le parti (art. 17, secondo comma), sono

domiciliate in uno Stato terzo. Le norme in questione possono dunque venire in rilievo esclusivamente nei rapporti tra

uno o più Stati terzi (sul territorio del quale o dei quali le parti hanno il domicilio) e uno Stato contraente (sul cui

territorio si situa il foro eletto).

141. Difatti, le norme della Convenzione, sia quelle in materia di competenza esclusiva sia quelle in materia di

proroga espressa della competenza, sono applicabili a rapporti giuridici che coinvolgono unicamente uno Stato

contraente e uno o più Stati terzi. Si tratta della prova del fatto che l’applicazione di tutte le regole di competenza

poste dalla Convenzione non è limitata a rapporti giuridici implicanti più Stati contraenti.

142. Quanto alle altre regole della Convenzione di Bruxelles, in materia di litispendenza e di connessione, nonché di

riconoscimento e di esecuzione, è vero che esse si applicano nell’ambito dei rapporti tra diversi Stati contraenti. È quel

che risulta chiaramente dalla lettera dell’art. 21 in tema di litispendenza, dell’art. 22 in tema di connessione, nonché

degli artt. 25, 26 e 31 in materia di riconoscimento e di esecuzione.

143. Infatti, secondo una giurisprudenza costante, l’art. 21 e l’art. 22 della Convenzione mirano, nell’interesse di

una buona amministrazione della giustizia nell’ambito della Comunità, ad evitare procedimenti paralleli dinanzi ai

giudici di diversi Stati contraenti e il contrasto tra le decisioni che potrebbe conseguirne, allo scopo di escludere, per

quanto possibile, l’ipotesi che una decisione pronunciata in uno Stato contraente non venga riconosciuta in un altro

Stato contraente (76) .

144. Il meccanismo semplificato di riconoscimento e di esecuzione delle decisioni giudiziarie è stato istituito dalla

Convenzione di Bruxelles in un contesto specifico, caratterizzato dalla fiducia che gli Stati membri della Comunità

contraenti accordano reciprocamente ai loro sistemi giuridici e alle loro istituzioni giudiziarie (77) . Lo stesso contesto

non si ritrova necessariamente nelle relazioni tra gli Stati membri e gli Stati terzi. È questa la ragione per cui il

suddetto meccanismo convenzionale si applica unicamente alle decisioni pronunciate dai giudici di uno Stato membro

nell’ambito del loro riconoscimento e della loro esecuzione in un altro Stato membro.

145. Difatti, nella sentenza 20 gennaio 1994, Owens Bank (78) , la Corte ha dichiarato che le regole della

Convenzione in materia di riconoscimento e di esecuzione non si applicano ai procedimenti intesi a dichiarare esecutive

sentenze in materia civile e commerciale pronunciate in uno Stato terzo. Essa ne ha dedotto che le regole sulla

litispendenza e la connessione non possono risolvere problemi che sorgano nell’ambito di procedimenti promossi

parallelamente in diversi Stati contraenti in ordine al riconoscimento e all’esecuzione di sentenze emanate in Stati

terzi (79) .

146. Occorre pertanto rilevare che le regole della Convenzione di Bruxelles in materia di litispendenza e di

connessione, nonché di riconoscimento e di esecuzione, sono applicabili in linea di principio solo nell’ambito di rapporti

tra diversi Stati contraenti.

147. Nulla osta, tuttavia, a che la soluzione sia differente per la regola di competenza posta dall’art. 2 della

Convenzione.

148. Va inoltre precisato che le regole di competenza in oggetto non si limitano sempre all’ambito dei soli rapporti

fra più Stati contraenti, giacché possono operare altresì nell’ambito di controversie che presentano elementi di

collegamento con uno Stato contraente e con uno Stato terzo.

149. Infatti, riguardo alle regole in tema di litispendenza e di connessione, perché siano applicabili l’art. 21 o

l’art. 22 non occorre che una delle parti della controversia abbia il domicilio sul territorio di uno Stato contraente. È

quanto la Corte ha messo in evidenza nella citata sentenza Overseas Union Insurance e a., in merito all’art. 21,

dichiarando che «questa norma va applicata tanto nel caso in cui la competenza del giudice sia determinata dalla

stessa Convenzione quanto nel caso in cui essa scaturisca dalla legge di uno Stato contraente ai sensi dell’art. 4 della

.

Convenzione», ossia quando il convenuto è domiciliato in uno Stato terzo (80) Lo stesso vale per l’art. 22, in assenza

di disposizioni che stabiliscano condizioni sul punto.

150. Parimenti, come sottolineato dal governo tedesco e dalla Commissione, le regole della Convenzione in tema di

riconoscimento e di esecuzione delle decisioni si applicano indipendentemente dal titolo di competenza su cui si sono

basati i giudici che hanno pronunciato le decisioni di cui trattasi. Detta competenza può essere desunta dalla

Convenzione o dalla legislazione dello Stato contraente sul cui territorio sono situati gli organi giurisdizionali

interessati.

151. Di conseguenza, per l’applicazione di queste regole della Convenzione, poco importa che la controversia in

questione presenti elementi di collegamento con un solo Stato contraente (81) , con più Stati contraenti o con uno

Stato contraente e uno Stato terzo.

152. In altri termini, se dal loro dettato risulta chiaramente che le regole della Convenzione in tema di

litispendenza e di connessione o di riconoscimento e di esecuzione si applicano nell’ambito di rapporti tra diversi Stati

contraenti, qualora riguardino procedimenti pendenti dinanzi a giudici di diversi Stati contraenti o decisioni pronunciate

da giudici di uno Stato contraente al fine del loro riconoscimento e della loro esecuzione in un altro Stato contraente, è

altresì vero che le controversie oggetto di tali procedimenti o le decisioni in questione possono avere un carattere

19 prof. Giorgio Costantino

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puramente interno o un carattere internazionale che coinvolge uno Stato contraente e uno Stato terzo, e non sempre

due Stati contraenti.

153. Del resto, proprio perché le controversie in questione possono presentare elementi di collegamento con Stati

terzi, gli autori della Convenzione hanno ritenuto necessario prevedere regole specifiche in tema di riconoscimento.

154. Per esempio, l’art. 27, n. 5, della Convenzione prevede che una decisione pronunciata in uno Stato contraente

non sia riconosciuta in un altro Stato contraente (lo Stato richiesto) quando tale decisione è in contrasto con una

decisione resa precedentemente tra le medesime parti in uno Stato non contraente, in una controversia avente il

medesimo oggetto e il medesimo titolo, allorché la decisione dello Stato terzo in questione riunisce le condizioni

necessarie per essere riconosciuta nello Stato richiesto (in forza del diritto internazionale comune dello Stato richiesto

o di accordi internazionali conclusi da detto Stato).

155. Inoltre, dal combinato disposto degli artt. 28, primo comma, e 59, primo comma, della Convenzione risulta

che uno Stato contraente ha diritto di non riconoscere una decisione pronunciata dai giudici di un altro Stato

contraente, in applicazione di una regola di competenza esorbitante vigente in tale Stato (ai sensi dell’art. 4 della

Convenzione), contro un convenuto che aveva il proprio domicilio o la propria residenza abituale sul territorio di uno

Stato terzo, qualora lo Stato richiesto abbia concluso con tale Stato terzo un accordo con cui si è impegnato nei suoi

confronti a non effettuare il riconoscimento di una decisione di tal genere in questo specifico caso.

156. Questo meccanismo di blocco è stato previsto dalla Convenzione allo scopo di rispondere ai timori di taluni

Stati terzi di fronte alla prospettiva di attuazione delle norme della Convenzione di Bruxelles dirette ad assicurare la

libera circolazione delle decisioni all’interno della Comunità, nei confronti di convenuti stabiliti in questi stessi Stati

.

terzi (82)

157. Tutti questi sviluppi dimostrano che lo spazio giudiziario istituito dalla Convenzione di Bruxelles non si limita

alle frontiere esterne della comunità degli Stati contraenti. Si può dire infatti, riecheggiando il professor Gaudemet-

Tallon, che «sarebbe errato e semplicistico ritenere che i sistemi europei e quelli degli Stati terzi si fiancheggino senza

mai incontrarsi, ignorandosi reciprocamente (...); al contrario, le occasioni di incontro, di interferenza reciproca sono

numerose e spesso sollevano questioni complesse» (83) .

158. La mia conclusione è che l’economia complessiva della Convenzione non osta a che l’art. 2 della Convenzione

stessa si applichi a controversie che presentino elementi di collegamento unicamente con uno Stato contraente e uno

Stato terzo. Tale conclusione in merito all’ambito di applicazione territoriale o personale dell’art. 2 si impone a maggior

ragione quando si considerano gli obiettivi della Convenzione.

4. Gli obiettivi della Convenzione

159. Come indicato nel preambolo, la Convenzione di Bruxelles mira a «potenziare nella Comunità la tutela

giuridica delle persone residenti sul suo territorio». Sempre nel preambolo è specificato che, a tal fine, la Convenzione

prevede, da un lato, regole di competenza giurisdizionale comuni agli Stati contraenti e, dall’altro lato, regole volte a

facilitare il riconoscimento delle decisioni giudiziarie e a creare una procedura rapida per garantirne l’esecuzione.

160. La Corte ha precisato il senso di questo obiettivo della Convenzione, in particolare per quel che riguarda le

regole comuni di competenza in essa contenute. Essa ha dichiarato che il rafforzamento della tutela giuridica delle

persone residenti nella Comunità implica che tali regole permettano «all’attore di identificare facilmente il giudice che

può adire così come al convenuto di prevedere ragionevolmente dinanzi a quale giudice può essere citato» (84) . La

Corte ha inoltre specificato che si tratta di regole «tali da assicurare certezza in merito alla ripartizione delle

competenze tra i vari giudici nazionali che possono essere aditi in occasione di una controversia determinata» (85) .

161. Difatti, soltanto regole di competenza rispondenti a siffatte esigenze possono garantire il rispetto del principio

della certezza del diritto che, secondo una costante giurisprudenza (86) , costituisce parimenti uno degli obiettivi della

Convenzione di Bruxelles.

162. A mio avviso, entrambi i due suddetti obiettivi della Convenzione, sia quello relativo al potenziamento della

tutela giuridica delle persone residenti nella Comunità, sia quello relativo al rispetto del principio della certezza del

diritto, ostano a che l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione sia subordinato all’esistenza di una controversia

collegata a Stati contraenti diversi.

163. Infatti, imporre una condizione siffatta renderebbe inevitabilmente più complessa l’attuazione della regola di

competenza stabilita dall’art. 2, mentre tale regola costituisce quel che si può definire la «chiave di volta» del sistema

istituito dalla Convenzione.

164. Stabilire il carattere intracomunitario della controversia è un esercizio che può risultare particolarmente

difficile e nel corso del quale inevitabilmente si porrebbero numerose domande: quali criteri è opportuno adottare? In

quali casi si può ritenere che una controversia sia effettivamente o sufficientemente collegata a più Stati contraenti? È

necessario stabilire una gerarchia tra i differenti criteri da prendere in considerazione? Vi sono criteri più pertinenti o

interessanti di altri? Qual è il momento in cui dev’essere valutata la situazione di cui si tratta: il giorno in cui essa si

determina, il giorno della designazione o quello in cui il giudice adito si pronuncia? Nell’ipotesi in cui la controversia

non presenti nel merito un collegamento con più Stati contraenti, per escludere l’applicazione dell’art. 2 della

Convenzione è sufficiente che l’attore (che ha il proprio domicilio in uno Stato contraente diverso da quello nel cui

territorio è domiciliato il convenuto e al quale il merito della controversia risulta connesso in tutto o in parte) cambi di

domicilio, nel corso del periodo considerato, stabilendosi nel medesimo Stato contraente? O al contrario, affinché tale

articolo trovi finalmente applicazione, basta che l’attore, domiciliato in questo stesso Stato contraente, si stabilisca, nel

corso del periodo in questione, in uno Stato contraente diverso?

165. Si tratta di questioni delicate che molto probabilmente si porrebbero, tanto alle parti della controversia quanto

al giudice adito, qualora l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione fosse subordinata all’esistenza di un rapporto

giuridico tra più Stati contraenti. 20 prof. Giorgio Costantino

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2.47 MB

AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza della Corte di Giustizia Europea relativa al procedimento n. 281 del 2002. La Corte deve analizzare la domanda pregiudiziale relativa all'interpretazione della Convenzione del 1968 in tema di competenza giurisdizionale e esecuzione di decisioni in materia civile e commerciale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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