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42. La conclusione tratta dalla Court of Appeal è che la Convenzione di Bruxelles non osta a che un giudice inglese

sospenda il giudizio, in attuazione della teoria del forum non conveniens, «nel caso in cui il solo foro alternativo sia

situato in uno Stato non contraente» (33) .

43. La House of Lords, dinanzi alla quale era stato proposto un ricorso contro tale sentenza, aveva deciso di

interrogare la Corte sul punto (34) . Come ho già detto, questa serie di questioni pregiudiziali è stata alla fine ritirata

in seguito a composizione amichevole della controversia tra le parti.

,

44. Qualche anno dopo, nella citata sentenza Lubbe (35) la House of Lords ha avuto cura di sottolineare che «la

risposta alla domanda non è chiara», preferendo però non adire nuovamente la Corte perché, in ogni modo, qualunque

fosse stata la risposta, la teoria del forum non conveniens non sarebbe stata applicata al caso di specie, in quanto non

.

esisteva un foro «alternativo» accessibile da parte dei ricorrenti (36)

45. Questa notazione incidentale della House of Lords è stata da alcuni interpretata come espressione di seri

dubbi sulla fondatezza della linea giurisprudenziale formulata dalla Court of Appeal nella sentenza Harrods (37) .

II – Fatti e procedimento nella causa principale

46. Il 10 ottobre 1997 il sig. Andrew Owusu, cittadino britannico domiciliato in Inghilterra, è rimasto vittima di un

grave incidente mentre si trovava in vacanza in Giamaica. Tuffatosi in mare in un punto in cui l’acqua gli arrivava alla

vita, egli ha sbattuto contro un banco di sabbia sommerso, subendo la frattura della quinta vertebra cervicale, con

conseguente tetraplegia.

47. A seguito di tale incidente, il sig. Owusu ha proposto in Inghilterra un’azione per responsabilità nei confronti

del sig. Jackson, anche lui domiciliato nel medesimo Stato membro (38) . Questi aveva affittato all’interessato la villa

in cui aveva trascorso il suo soggiorno in Giamaica e nelle cui vicinanze aveva avuto l’incidente. A sostegno della sua

domanda, il sig. Owusu sostiene che nel contratto, col quale si stabiliva che egli avrebbe avuto accesso ad una

spiaggia privata, era implicitamente previsto che quest’ultima sarebbe stata ragionevolmente sicura o priva di pericoli

nascosti.

48. A sua difesa, il primo convenuto ha sollevato l’eccezione del forum non conveniens, chiedendo di conseguenza

la sospensione del giudizio. Oltre al fatto che la controversia presenterebbe un legame più stretto con la Giamaica

anziché con l’Inghilterra, il predetto ha sostenuto, da un lato, che la sua polizza assicurativa riguardante la fornitura di

un alloggio in Giamaica non coprirebbe i danni accertati da giudici diversi da quelli giamaicani e, dall’altro lato, che le

questioni attinenti al principio della responsabilità ed alla liquidazione del danno sarebbero in gran parte regolate allo

stesso modo in Giamaica e in Inghilterra.

49. Il sig. Owusu ha invocato dinanzi ai giudici inglesi anche la responsabilità di diverse società giamaicane. Tale

azione riguarda, in particolare, le società «Mammee Bay Club Ltd» (proprietario e gestore della spiaggia Mammee Bay

al cui accesso il sig. Owusu era stato autorizzato) (39) , «The Enchanted Garden Resorts & Spa Ltd» (che gestisce un

,

centro vacanze in prossimità della spiaggia in questione, alla quale anche i suoi clienti avevano accesso) (40) e

«Town & Country Resorts Ltd» (gestore di un grande albergo adiacente alla suddetta spiaggia e titolare di una licenza

di accesso alla stessa, con obbligo di curarne la gestione, la manutenzione ed il controllo) (41) .

50. Queste società giamaicane sono state tutte chiamate in causa sulla base di una responsabilità da delitto o

quasi-delitto. Viene ad esse contestata la mancata adozione delle misure necessarie per avvertire i bagnanti dei

pericoli legati alla presenza di banchi di sabbia sommersi, quando invece dette misure sarebbero state particolarmente

necessarie, dal momento che un incidente di analoga gravità si era verificato due anni prima in circostanze analoghe a

danno di una turista inglese, dando origine peraltro ad un procedimento per risarcimento danni dinanzi ai giudici

giamaicani (dato che tutti i convenuti avevano il proprio domicilio in tale Stato).

51. Conformemente alle regole di procedura civile applicabili in Inghilterra, il sig. Owusu ha chiesto

l’autorizzazione a citare in giudizio le società giamaicane dinanzi ai giudici inglesi. Un’autorizzazione in tal senso gli è

stata accordata da un giudice inglese (il sostituto giudice distrettuale Beevers). Risulta però che l’atto introduttivo del

giudizio sia stato notificato soltanto a tre di queste società (ossia al terzo, al quarto e al sesto convenuto).

52. Costoro hanno contestato la competenza del giudice inglese adito. Alcuni di essi hanno inoltre presentato

domanda affinché tale giudice declinasse la propria giurisdizione autorizzando la prosecuzione all’estero del

procedimento. A loro parere, alla luce dei vari elementi di collegamento della controversia con la Giamaica, soltanto i

giudici giamaicani sarebbero competenti.

53. Con ordinanza 16 ottobre 2001, il giudice Bentley QC (in qualità di sostituto giudice di High Court a Sheffield),

ha respinto tutti i motivi di difesa invocati dai convenuti.

54. Per quanto riguarda l’eccezione del forum non conveniens invocata dal primo convenuto, egli ha osservato che

la sentenza della Corte di giustizia 15 luglio 2000, Group Josi (42) , impedisce che si disponga la sospensione di un

procedimento per il solo motivo che il giudice adito non sarebbe quello appropriato per risolvere la controversia.

Difatti, in tale sentenza la Corte avrebbe dichiarato che, in linea di principio, le regole di competenza contenute nella

Convenzione di Bruxelles si applicano ad una controversia quando il convenuto ha la propria sede sociale o il proprio

domicilio in uno Stato contraente (43) . Secondo il giudice di primo grado, questa interpretazione della Convenzione di

Bruxelles effettuata dalla Corte smentirebbe quella seguita qualche anno prima da parte della Court of Appeal nella

sentenza Harrods (44) . Non potendo sottoporre una questione pregiudiziale alla Corte per chiarire il punto (45) , egli

ha dichiarato che, alla luce della citata sentenza Group Josi, non gli era consentito disporre la sospensione del giudizio

contro il primo convenuto (il sig. Jackson), essendo quest’ultimo domiciliato in uno Stato contraente.

55. Il giudice di primo grado ha respinto anche i motivi di difesa invocati dagli altri convenuti (il terzo, il quarto e

il sesto convenuto) sebbene, da un lato, le regole di competenza contenute nella Convenzione di Bruxelles non fossero

ad essi applicabili nella controversia in oggetto e, dall’altro lato, la Giamaica costituisse con evidenza un foro più

adatto ad occuparsene rispetto all’Inghilterra. 12 prof. Giorgio Costantino

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56. Non potendo sospendere il giudizio contro il primo convenuto, egli ha ritenuto di dover fare altrettanto nei

confronti degli altri convenuti. In caso contrario, si sarebbe corso il rischio che giudici diversi appartenenti a due Stati

(il Regno Unito e la Giamaica), chiamati a giudicare degli stessi fatti sulla base di prove identiche o analoghe,

giungessero a conclusioni differenti. Il giudice di primo grado ha pertanto considerato che l’Inghilterra, e non la

Giamaica, costituisse il foro adeguato per occuparsi dell’intera controversia.

57. Il primo, il terzo, il quarto e il sesto convenuto hanno impugnato questa ordinanza del giudice di primo grado

dinanzi alla Court of Appeal.

58. Essi sostengono che la Convenzione di Bruxelles non trova applicazione alla situazione de qua e che di

conseguenza non può impedire, nella fattispecie, l’applicazione della teoria del forum non conveniens. A sostegno della

detta tesi, i convenuti invocano una serie di argomenti che riprendono sostanzialmente quelli accolti dalla Court of

Appeal nella citata sentenza Harrods.

59. Essi sostengono che il sistema di ripartizione delle competenze giurisdizionali istituito dalla Convenzione di

Bruxelles si impone unicamente nelle relazioni tra gli Stati contraenti e non in quelle tra uno Stato contraente e uno

Stato terzo che non coinvolgano questioni di ripartizioni di competenze con un altro Stato contraente.

60. Inoltre, essi mettono in rilievo che, nell’ipotesi in cui l’art. 2 della Convenzione fosse vincolante – anche nelle

relazioni tra uno Stato contraente e uno Stato non contraente – il giudice inglese dovrebbe dichiararsi competente a

conoscere di un’azione promossa contro una persona domiciliata in Inghilterra, anche qualora un procedimento

identico o simile fosse già pendente dinanzi ai giudici di uno Stato non contraente e anche qualora a favore di questi

ultimi fosse stata stipulata una clausola attributiva di competenza. In caso contrario, si perverrebbe ad un risultato

contrastante con lo spirito della Convenzione.

61. Il sig. Owusu sostiene, da parte sua, che la Convenzione di Bruxelles non riguarda soltanto conflitti di

competenza fra i giudici di più Stati contraenti. Limitare l’applicazione della Convenzione a questi conflitti

pregiudicherebbe il principale obiettivo perseguito dall’art. 2 della Convenzione, ossia la garanzia della certezza del

diritto grazie alla prevedibilità del foro competente.

62. Inoltre, basandosi sulla sentenza Group Josi, il sig. Owusu sostiene che la norma generale sulla competenza

prevista dall’art. 2 della Convenzione possiede carattere imperativo e non vi si può derogare se non in situazioni

espressamente previste dalla Convenzione, il che non vale per la situazione controversa.

63. Tuttavia, a suo giudizio, si potrebbero ammettere delle eccezioni all’art. 2 in situazioni particolari (che non

corrispondono a quella della controversia nella causa principale), anche se non esplicitamente previste dalla

Convenzione. Ciò potrebbe avvenire quando una controversia promossa dinanzi ad un giudice di uno Stato contraente

sia già pendente dinanzi ad un giudice di uno Stato non contraente oppure quando la controversia in questione verta

su diritti reali sopra un immobile situato in uno Stato terzo o ancora quando le parti concordino nel portare la

controversia dinanzi ai giudici di tale Stato.

III – Il senso e la portata delle questioni pregiudiziali

64. Alla luce delle tesi esposte dalle parti, la Court of Appeal ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla

Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1) Se, quando l’attore sostiene che la giurisdizione sia fondata sull’art. 2 della Convenzione di Bruxelles del

1968, concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni, l’esercizio del potere

discrezionale di un organo giurisdizionale di uno Stato contraente, consentito dalla sua legge nazionale, di

declinare la giurisdizione in un procedimento intentato nei confronti di una persona domiciliata in tale Stato a

favore degli organi giurisdizionali di uno Stato non contraente, sia contrario alla suddetta Convenzione:

a)

nel caso in cui non sia in questione la giurisdizione di nessun altro Stato contraente;

b)

nel caso in cui il procedimento non abbia altri elementi di connessione con nessun altro Stato contraente.

2) In caso di soluzione affermativa della questione sub (1)(a) o sub (1)(b), se la fattispecie configuri una

violazione in ogni caso o soltanto in presenza di determinate circostanze e, in tal caso, di quali».

65. Secondo la Court of Appeal, la giurisprudenza della Corte, ivi compresa la sentenza Group Josi, non offre

risposte precise a tali questioni. Ciò detto, essa dichiara di aver avuto più volte l’occasione di esaminare questioni

simili e di confermare la propria giurisprudenza Harrods, tanto a proposito della Convenzione di Bruxelles quanto a

proposito della Convenzione di Lugano (46) .

66. Il giudice del rinvio, peraltro, richiama l’attenzione della Corte sul fatto che, nell’ipotesi in cui essa accogliesse

l’interpretazione dell’art. 2 della Convenzione sostenuta dall’attore, e qualora il giudice del rinvio ritenesse che la

controversia tra quest’ultimo e il primo convenuto sia effettiva (e non puramente fittizia), si porrebbe il problema della

chiamata in causa degli altri convenuti nel procedimento inglese, che rischierebbe di sollevare difficoltà particolari.

67. Infatti, in caso di riunione, la sentenza pronunciata in Inghilterra che ponesse fine alla controversia nel merito

e fosse eseguibile in Giamaica potrebbe contrastare con alcune regole vigenti in tale paese in tema di riconoscimento e

di esecuzione delle pronunce giurisdizionali straniere. Inoltre, nel caso opposto di mancata riunione, potrebbe accadere

che il giudice inglese e il giudice giamaicano pronuncino decisioni contrastanti, pur trovandosi a statuire sulla stessa

controversia e in base ad elementi di prova identici o simili (47) .

68. Questi sviluppi riguardanti la situazione del terzo, del quarto e del sesto convenuto sono invocati dal giudice

del rinvio unicamente a titolo di elementi di contorno, al fine di attirare l’attenzione della Corte sull’incidenza che la sua

possibile interpretazione dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles, riguardo alla sola situazione del primo convenuto,

avrebbe sulla soluzione della controversia nel suo complesso. Infatti, è assodato che la parte della controversia

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riguardante il terzo, il quarto e il sesto convenuto non rientra nell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles, trattandosi di

soggetti domiciliati in uno Stato non contraente.

69. Al fine di precisare ulteriormente la portata delle questioni pregiudiziali, occorre sottolineare, come fa la

,

Commissione (48) che la controversia nella causa principale non rientra né in una situazione di litispendenza o di

connessione con un procedimento pendente, instaurato dinanzi ad un giudice di uno Stato terzo prima di adire il

giudice di uno Stato contraente, né in una clausola attributiva di competenza a favore di organi giurisdizionali di Stati

terzi. Non è pertanto necessario esaminare se, come suggeriscono i convenuti nella controversia della causa principale

(facendo eco alla sentenza Harrods della Court of Appeal), l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles

possa essere esclusa nella situazione sopra evocata. ,

70. Inoltre, come sottolineato dal sig. Owusu (49) se la controversia principale presenta effettivamente un

elemento di connessione con uno Stato terzo, è chiaro che si tratta di un nesso di natura diversa da quello su cui si

basa la competenza esclusiva di un giudice di uno Stato contraente, conformemente all’art. 16 della Convenzione di

Bruxelles. Pertanto, non occorre esaminare neppure se, nella fattispecie, si possa escludere l’applicazione dell’art. 2

della Convenzione di Bruxelles, in particolare in virtù di un eventuale «effetto riflesso» delle regole di competenza

esclusiva di cui all’art. 16, qualora gli elementi di connessione previsti da detto articolo si situino sul territorio di uno

Stato terzo.

71. Al pari del sig. Owusu, della Commissione e del governo del Regno Unito (che si sono espressi tutti all’udienza

su queste differenti ipotesi), ritengo che occorra limitare la portata della risposta della Corte a quanto strettamente

necessario alla soluzione della controversia nella causa principale.

72. Suggerisco pertanto, in primo luogo, di procedere ad una riformulazione della prima questione pregiudiziale,

mettendo in evidenza le diverse angolazioni della problematica in esame e, in secondo luogo, di dichiarare irricevibile

la seconda questione pregiudiziale.

73. A mio avviso occorre scindere la prima questione pregiudiziale in due questioni diverse, una preliminare

all’altra, in modo da stabilire un ordine di priorità nelle risposte. Infatti, prima di valutare se sia contrario alla

Convenzione di Bruxelles il fatto che un giudice di uno Stato contraente declini la giurisdizione ad esso derivante

dall’art. 2 della Convenzione stessa per il fatto che un giudice di uno Stato terzo sarebbe più appropriato ai fini della

soluzione della controversia nel merito, occorre stabilire se, come sostenuto dal ricorrente, l’art. 2 della Convenzione

possa effettivamente applicarsi nella fattispecie concreta, in modo da costituire il fondamento della competenza del

giudice adito.

74. Ritengo pertanto che la prima questione pregiudiziale debba essere interpretata come composta di due capi,

nei termini che vado ad illustrare.

75. In primo luogo, con tale questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’art. 2 della Convenzione di

Bruxelles sia applicabile quando il ricorrente e il convenuto hanno il proprio domicilio nel medesimo Stato contraente e

la controversia tra essi esistente dinanzi ai giudici di tale Stato contraente presenti taluni elementi di collegamento con

uno Stato terzo, e non con un altro Stato contraente, di modo che la sola questione di ripartizione di competenze che

possa profilarsi in tale controversia si ponga unicamente riguardo ai rapporti tra i giudici di uno Stato contraente e

quelli di uno Stato terzo, e non tra giudici di diversi Stati contraenti.

76. In altri termini, si tratta di stabilire se la situazione oggetto della controversia nella causa principale rientri

nell’ambito di applicazione territoriale o personale dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles.

77. In secondo luogo, in caso di soluzione affermativa a tale questione preliminare, il giudice del rinvio chiede, in

sostanza, se sia contrario alla Convenzione di Bruxelles il fatto che un giudice di uno Stato contraente – la cui

competenza sussista in forza dell’art. 2 della Convenzione stessa – declini discrezionalmente l’esercizio di tale

competenza per il fatto che un giudice di uno Stato non contraente sarebbe più appropriato per statuire sul merito

della controversia, qualora quest’ultimo giudice non sia stato designato mediante alcuna clausola attributiva di

competenza, dinanzi ad esso non sia stata previamente proposta alcuna domanda idonea a determinate una situazione

di litispendenza o di connessione e gli elementi di collegamento di tale controversia con lo Stato terzo abbiano natura

diversa da quelli contemplati dall’art. 16 della Convenzione di Bruxelles.

78. In altri termini, si tratta di sapere se la Convenzione di Bruxelles osti all’applicazione della teoria del forum

non conveniens in una situazione come quella in esame nella causa principale.

79. Soltanto in caso di soluzione negativa alla seconda questione il giudice del rinvio chiede, con la seconda

questione pregiudiziale, se la Convenzione di Bruxelles osti all’applicazione della suddetta teoria in ogni caso o soltanto

in talune circostanze e, in tale ipotesi, quali. A mio avviso, la seconda questione pregiudiziale dev’essere dichiarata

irricevibile.

80. Infatti, leggendo l’ordinanza di rinvio, tutto lascia pensare che la seconda questione pregiudiziale miri prima di

tutto ad accertare se la risposta della Corte alla prima questione sarebbe diversa qualora la controversia della causa

principale fosse caratterizzata da una situazione di litispendenza o di connessione con un procedimento pendente

dinanzi a un giudice di uno Stato terzo, ovvero dall’esistenza di una clausola attributiva di competenza a favore di un

tale giudice, oppure ancora da un collegamento a tale Stato in modo identico ai casi contemplati dall’art. 16 della

Convenzione di Bruxelles (50) . Come ho già spiegato, si tratta di situazioni di fatto che non sussistono nella

controversia della causa principale.

81. Intesa in questo modo, la seconda questione pregiudiziale ha natura ipotetica e va pertanto dichiarata

irricevibile. Nell’ambito di un procedimento di rinvio pregiudiziale, spetta infatti alla Corte esaminare le condizioni in cui

viene adita dal giudice nazionale, al fine di verificare la propria competenza. Al riguardo la Corte ha costantemente

dichiarato che «lo spirito di collaborazione che deve presiedere allo svolgimento del rinvio pregiudiziale implica che il

giudice nazionale, dal canto suo, tenga presente la funzione di cui la Corte è investita, che è quella di contribuire

all’amministrazione della giustizia negli Stati membri e non di esprimere pareri a carattere consultivo su questioni

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generali o ipotetiche» (51) . Di conseguenza, secondo una giurisprudenza costante, tali questioni pregiudiziali sono

irricevibili. Concludo pertanto che la seconda questione pregiudiziale dev’essere dichiarata irricevibile.

IV – Analisi

82. Prenderò in esame in primo luogo la questione attinente all’ambito di applicazione territoriale o personale

dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles (ossia, il primo capo della prima questione pregiudiziale). In secondo luogo,

alla luce della soluzione data a tale questione preliminare, esaminerò quella relativa alla compatibilità della teoria del

forum non conveniens con la Convenzione stessa (vale a dire, il secondo capo della prima questione pregiudiziale).

A – L’ambito di applicazione personale o territoriale dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles

83. Ricordo che il giudice del rinvio si chiede, in sostanza, se l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles si applichi nel

caso in cui sia l’attore sia il convenuto abbiano il domicilio nel medesimo Stato contraente e la controversia tra essi

esistente dinanzi ai giudici di tale Stato contraente presenti elementi di collegamento con uno Stato terzo, e non con

un altro Stato contraente, di modo che la sola questione di ripartizione di competenze che possa profilarsi in tale

controversia si ponga unicamente riguardo ai rapporti tra i giudici di uno Stato contraente e quelli di uno Stato terzo, e

non tra giudici diversi Stati contraenti.

84. In sintesi, con tale questione si intende sapere se l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione di Bruxelles sia

subordinata all’esistenza di un rapporto giuridico tra diversi Stati contraenti.

85. Dal momento che la Convenzione non definisce precisamente la sfera di applicazione territoriale di tale

articolo, la questione ha suscitato notevoli discussioni, per lo più di origine dottrinale, specie dopo che la Court of

Appeal si è pronunciata sul punto circa dieci anni or sono nella celebre sentenza Harrods.

86. Secondo alcune delle parti nella causa principale, una soluzione a tale questione poteva essere desunta

chiaramente dalla relazione Jenard sulla Convenzione di Bruxelles (52) (come adottata dal 27 settembre 1968).

87. Prenderò quindi in esame, innanzi tutto, la relazione Jenard e il dibattito da essa suscitato, in particolare da

parte della dottrina. In seguito prenderò in esame il dettato dell’art. 2, l’economia complessiva della Convenzione e gli

obiettivi da essa perseguiti. Infine, analizzerò una serie di argomenti dedotti da alcune delle parti per opporsi

all’applicazione dell’art. 2 della Convenzione alla controversia nella causa principale.

1. La relazione Jenard e l’ampio dibattito che ne è derivato

88. Come già ricordato, il preambolo della Convenzione prevede, all’unico ‘considerando’, che essa mira a

«determinare la competenza [degli] organi giurisdizionali [degli Stati contraenti] nell’ordinamento internazionale (...)».

89. Nella sua relazione, Jenard trae da tali disposizioni le conclusioni seguenti (53) :

«La Convenzione [di Bruxelles] modifica le norme di competenza vigenti nei vari Stati contraenti soltanto quando

sussiste un elemento d’estraneità. Tale concetto non è definito nella Convenzione, dato che il carattere internazionale

del rapporto giuridico può dipendere da circostanze peculiari alla controversia deferita al giudice. Nell’ipotesi di una

controversia sottoposta ai giudici di uno Stato contraente e relativa soltanto a persone domiciliate in tale Stato, la

Convenzione in linea di principio non si applica; l’articolo 2 rinvia semplicemente alle regole di competenza vigenti in

detto Stato. È tuttavia possibile che una controversia del genere presenti un aspetto internazionale. Tale ipotesi si

verificherebbe se, per esempio, il convenuto fosse uno straniero: in tal caso potrebbe trovare applicazione il principio

di equiparazione previsto all’articolo 2, secondo comma; oppure qualora la controversia si riferisse ad una materia per

la quale un altro Stato si dichiari esclusivamente competente (articolo 16), oppure ancora se vi fosse litispendenza o

connessione con una controversia sottoposta alle giurisdizioni di un altro Stato (articoli 2-23)».

90. I convenuti nella causa principale e il governo del Regno Unito si avvalgono di tale relazione per sostenere che

le uniche questioni di competenza internazionale rientranti nelle regole dettate dalla Convenzione di Bruxelles sono

quelle che insorgono tra gli Stati contraenti nelle loro reciproche relazioni. Da ciò deriverebbe che la Convenzione, in

particolare l’art. 2, non è applicabile ad una controversia che non presenti elementi di collegamento con più di uno

Stato contraente, ossia ad un rapporto giuridico puramente interno ad uno Stato contraente oppure extracomunitario o

non puramente intracomunitario, in altri termini ad un rapporto giuridico non limitato a diversi Stati contraenti, ma che

coinvolge uno Stato contraente e uno Stato terzo.

91. Il primo convenuto nella causa principale e il governo del Regno Unito sostengono che questa tesi troverebbe

conferma nella giurisprudenza della Corte. Difatti, nella sentenza 6 ottobre 1976, Tessili (54) , nonché nella sentenza

,

15 maggio 1990, Hagen (55) la Corte ha spiegato in termini generali che le regole di competenza contenute nella

Convenzione si applicano nell’ambito delle relazioni intracomunitarie.

92. A mio avviso, è eccessivo considerare tale giurisprudenza come espressione di un principio generale che

consente di stabilire l’ambito di applicazione territoriale o personale di tutte le regole di competenza contenute nella

Convenzione, in qualunque caso ipotizzabile.

93. Difatti, in nessuna delle due cause citate venivano sollevate questioni di tal genere, per cui non era necessario

che la Corte si pronunciasse su questo punto. Inoltre, tali cause riguardavano unicamente l’art. 5, n. 1, della ,

Convenzione, nonché l’art. 6, n. 2, e non l’art. 2 come avviene nella causa principale. Come vedremo in seguito (56)

l’art. 5, n. 1, e l’art. 6, n. 2, della Convenzione non pongono alcun problema particolare d’interpretazione quanto alla

loro applicazione nello spazio poiché, con tutta evidenza, essi riguardano situazioni che necessariamente coinvolgono

più Stati contraenti.

94. Ne consegue, a mio parere, che la Corte non si è mai pronunciata a favore della tesi sviluppata nella relazione

Jenard e sostenuta dai convenuti nella causa principale e dal governo del Regno Unito, sulla scia di parte della dottrina

inglese (57) .

95. È inoltre interessante rilevare come questa tesi sia lungi dall’essere seguita all’unanimità dalla dottrina. Si può

anzi affermare che si sta delineando una forte tendenza a favore di una tesi diametralmente opposta: si tratta di quella

.

avanzata da Droz, che ha preso parte, come Jenard, all’elaborazione della Convenzione di Bruxelles (58)

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96. Secondo questa tesi, condivisa da numerosi autori (59) , l’espressione contenuta nel preambolo (ossia la

determinazione della competenza degli organi giurisdizionali degli Stati contraenti nell’ordinamento internazionale) non

dev’essere intesa nel senso che l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione sarebbe subordinata alla realizzazione di

una condizione particolare, attinente al carattere internazionale del rapporto giuridico considerato.

97. Infatti, secondo Droz vi sarebbe un interesse a limitare l’applicazione della Convenzione ai rapporti giuridici

internazionali soltanto se alcune regole di competenza in essa contenute rischiassero di inserirsi nell’ordinamento

giuridico interno. Orbene, l’art. 2 in questione si limita a rinviare alle regole di competenza interne vigenti nello Stato

contraente in cui il convenuto ha il proprio domicilio, ossia alle regole sulla ripartizione delle competenze territoriali

all’interno del detto Stato. Pertanto, non vi sarebbe alcun pericolo che l’art. 2 influisca direttamente sull’ordinamento

giuridico interno.

98. Secondo l’autore, per l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione è indifferente che il ricorrente abbia o meno

il proprio domicilio nello Stato contraente del convenuto e che si faccia una distinzione tra rapporti internazionali e

rapporti interni (60) .

99. Seguendo la stessa logica, aggiunge che, contrariamente alla norma di competenza generale di cui all’art. 2,

le regole di competenza speciale contenute nell’art. 5 designano, per talune controversie, un determinato giudice, per

esempio, in materia di responsabilità da delitto o quasi-delitto, il giudice del luogo in cui l’evento dannoso si è

prodotto. Egli precisa che lo stesso vale per le regole di competenza in materia di assicurazioni (titolo II, sezione 3,

della Convenzione), nonché per quelle riguardanti i contratti stipulati dai consumatori (titolo II, sezione 4, della

Convenzione).

100. Droz sottolinea che proprio in queste differenti ipotesi il contesto è necessariamente internazionale, poiché si

tratta unicamente di casi in cui un convenuto domiciliato sul territorio su uno Stato contraente viene chiamato dinanzi

al giudice di un altro Stato contraente. In altri termini, l’espressione «nell’ordinamento internazionale», contenuta nel

preambolo della Convenzione, avrebbe una portata semplicemente dichiarativa e non costitutiva per quel che riguarda

le suddette disposizioni, nel senso che si limiterebbe a constatare l’esistenza di un dato già acquisito, per cui non

sarebbe affatto necessario esigerla per garantirsi della sua sussistenza.

101. A suo giudizio, infine, l’unico caso in cui l’espressione in oggetto potrebbe presentare interesse, ossia avere

una portata costitutiva, sarebbe quello in cui le parti in causa fossero domiciliate nel medesimo Stato contraente e

avessero designato un giudice di tale Stato per risolvere la loro controversia, dando per assodato che il merito della

controversia stessa non possieda carattere internazionale.

102. Infatti, è vero che l’art. 17 della Convenzione ammette la competenza esclusiva del giudice o dei giudici

designato/i in una clausola attributiva di competenza solo a certe condizioni, ma non esige espressamente che il

rapporto giuridico di cui trattasi possieda un elemento di estraneità. Se ci si attiene semplicemente alla lettera di tale

articolo, non si può quindi escludere che l’art. 17 si applichi a rapporti giuridici semplicemente interni. Soltanto in tale

caso ipotetico si potrebbe invocare il riferimento all’internazionalità delle regole di competenza, contenuto nel

preambolo della Convenzione di Bruxelles, allo scopo di escludere l’applicazione dell’art. 17 (61) .

103. Riassumendo, si può desumere dalla tesi suddetta che l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione non è

subordinata all’esistenza di alcun rapporto giuridico internazionale, indipendentemente dalla forma di questo, ossia dal

fatto che tale rapporto giuridico coinvolga uno Stato contraente e uno Stato terzo oppure due Stati contraenti.

104. Vi è chi ha sostenuto una tesi intermedia secondo la quale, supponendo che il carattere internazionale del

rapporto giuridico interessato costituisca una condizione per l’applicabilità dell’art. 2 della Convenzione, non vi sarebbe

alcun motivo di ritenere che l’internazionalità derivante da un rapporto che coinvolge uno Stato contraente e uno Stato

. .

terzo non sia sufficiente a soddisfare tale condizione (62) Questa tesi è stata sostenuta dal governo tedesco (63)

105. Questa sintetica esposizione delle diversi tesi esposte dimostra che gli argomenti contenuti nella relazione

Jenard in merito all’ambito di applicazione territoriale o personale della Convenzione sono ben lungi dal riscuotere un

consenso diffuso.

106. A mio avviso, la tesi che si avvale della suddetta relazione non regge ad un esame approfondito della

Convenzione. Infatti, né il dettato dell’art. 2, né l’economia complessiva della Convenzione ostano a che tale articolo si

applichi ad un rapporto giuridico che coinvolge unicamente uno Stato contraente e uno Stato terzo. Inoltre, ragionando

a contrario, gli obiettivi perseguiti dalla Convenzione ostano a che l’applicazione del suddetto art. 2 sia subordinata

all’esistenza di un rapporto giuridico che coinvolga più Stati contraenti, per cui l’attuazione di tale disposizione sarebbe

esclusa nell’ambito di una controversia collegata ad uno Stato contraente e ad un paese terzo.

2. Il dettato dell’art. 2 della Convenzione

107. Ricordo qui di seguito il testo dell’art. 2 della Convenzione:

«Salve le disposizioni della presente Convenzione, le persone aventi il domicilio nel territorio di uno Stato contraente

sono convenute, a prescindere dalla loro nazionalità, davanti agli organi giurisdizionali di tale Stato.

Alle persone che non sono in possesso della cittadinanza dello Stato nel quale esse hanno il domicilio, si applicano le

regole di competenza vigenti per i cittadini».

108. Va osservato che nulla, nella lettera di tale articolo, indica che l’applicazione della regola sulla competenza in

esso enunciata è subordinata ad una condizione attinente all’esistenza di un rapporto giuridico tra più Stati contraenti.

L’unica condizione prevista per la sua applicazione è quella relativa al domicilio del convenuto. Stando alla lettera

dell’art. 2, perché esso sia applicabile è pertanto sufficiente che il convenuto abbia il proprio domicilio sul territorio di

uno Stato contraente.

109. Difatti, viene esplicitamente indicato che la nazionalità del convenuto è indifferente. Poco importa che

quest’ultimo sia cittadino dello Stato contraente in cui ha il proprio domicilio, di un altro Stato contraente o di uno

Stato terzo. 16 prof. Giorgio Costantino

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110. Sebbene l’art. 2 non lo preveda espressamente, lo stesso vale, necessariamente, per il ricorrente: poco

importano il suo domicilio o la sua cittadinanza.

111. Tutto ciò è stato evidenziato dalla Corte nella già citata sentenza Group Josi, a proposito di una controversia

tra una società di assicurazioni di diritto canadese con sede in Vancouver (attore) e una società riassicuratrice di diritto

belga con sede a Bruxelles (convenuta), in seguito alla partecipazione di quest’ultima ad un’operazione di

riassicurazione, che le era stata offerta da una società di diritto francese con sede in Francia, secondo le istruzioni della

società canadese in questione. La società belga aveva eccepito l’incompetenza del giudice francese investito della

controversia, invocando in particolare l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles. La Cour d’appel di Versailles (Francia) ha

chiesto alla Corte se le regole di competenza previste dalla Convenzione si applichino quando il convenuto ha il

domicilio o la sede nel territorio di uno Stato contraente, mentre l’attore è domiciliato in un paese terzo. Tale organo

giurisdizionale ha sottoposto la questione alla Corte perché intendeva verificare se le norme della Convenzione si

potessero far valere contro un attore domiciliato in uno Stato non contraente in quanto, a suo avviso, ciò avrebbe

.

condotto ad un’estensione del diritto comunitario a paesi terzi (64)

112. Rispondendo a tale questione pregiudiziale, la Corte ha dichiarato che «di norma, il luogo del domicilio

dell’attore non rileva ai fini dell’applicazione delle regole di competenza poste dalla Convenzione, giacché tale

applicazione dipende in linea di massima dal solo criterio del domicilio del convenuto in uno Stato contraente» (65) .

Essa ha precisato che «[l]a regola opposta varrebbe solo nei casi eccezionali in cui la Convenzione fa esplicitamente

dipendere l’applicazione delle norme sulla competenza dal fatto che l’attore sia domiciliato in uno Stato contraente»

(66) . La Corte ha da ciò concluso che «in linea di massima la Convenzione non osta a che le norme sulla competenza

che essa pone si applichino ad una controversia tra un convenuto domiciliato in uno Stato contraente e un attore

domiciliato in paese terzo» (67) .

113. Ritengo che tale giurisprudenza si possa applicare nell’ipotesi in cui sia l’attore sia il convenuto siano

domiciliati nello stesso Stato contraente.

114. Infatti, sono del parere che se gli autori della Convenzione avessero davvero avuto l’intenzione di escludere

l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione in questo caso ipotetico, si sarebbero preoccupati di indicarlo esplicitamente

nel testo stesso della Convenzione. Invece non è così. Questa osservazione non è smentita dalle riflessioni contenute

nella relazione Jenard, che impegnano solo l’autore e non gli Stati contraenti. A mio avviso, pertanto, l’art. 2 della

Convenzione è applicabile anche quando l’attore abbia il domicilio nel medesimo Stato contraente in cui è domiciliato il

convenuto.

115. La stessa conclusione vale anche nel caso in cui, come nella fattispecie in oggetto, il merito della controversia

non presenti elementi di collegamento con nessun altro Stato contraente, ma soltanto con un paese terzo.

116. Risulta infatti dalla lettera dell’art. 2 che la norma sulla competenza da esso enunciata si applica «[s]alve le

disposizioni della presente Convenzione». Come vedremo esaminando l’economia complessiva della Convenzione, se

alcune regole di competenza – diverse da quelle dell’art. 2 – sono applicabili solo nell’ipotesi particolare in cui il merito

della controversia o la situazione delle parti presentino elementi di collegamento con più Stati contraenti, ciò non vuol

dire che lo stesso valga anche per l’art. 2. Sostenere il contrario equivarrebbe a negare la specificità di queste altre

regole di competenza.

117. Inoltre, estendendo in questo modo la necessità di una condizione legata all’esistenza di un rapporto giuridico

che coinvolge più Stati contraenti, si finirebbe con l’aggiungere al dettato dell’art. 2 della Convenzione un requisito

supplementare che esso non prevede. Tale aggiunta sarebbe verosimilmente in contrasto con la volontà degli autori

della Convenzione. In effetti, come giustamente sottolineato dal governo tedesco, se questi ultimi avessero voluto

limitare l’applicazione dell’art. 2 all’ipotesi di coinvolgimento di più Stati contraenti, avrebbero avuto cura di indicarlo

espressamente, così come hanno fatto per le altre regole di competenza in questione.

118. Concludo pertanto che il dettato dell’art. 2 della Convenzione non osta a che esso si applichi ad un rapporto

giuridico che presenti elementi di collegamento unicamente con uno Stato contraente e con uno Stato terzo. Questa

interpretazione è corroborata dall’economia complessiva della Convenzione.

3. L’economia complessiva della Convenzione

119. A mio avviso, neppure l’economia complessiva della Convenzione osta a che l’art. 2 della stessa si applichi ad

un rapporto giuridico che presenti elementi di collegamento unicamente con uno Stato contraente e con uno Stato

terzo.

120. Difatti, come vedremo in dettaglio, lo spazio giudiziario istituito dalla Convenzione di Bruxelles è uno spazio a

geometria variabile il quale può – secondo le circostanze e le disposizioni della suddetta Convenzione che vengono in

rilievo – essere ridotto a rapporti giuridici coinvolgenti più Stati contraenti o estendersi su scala mondiale nell’ambito di

controversie che presentino elementi di collegamento con uno Stato contraente e uno o più Stati terzi.

121. Ne deduco che, se è vero che talune disposizioni della Convenzione si applicano, in linea di massima, solo a

rapporti giuridici coinvolgenti più Stati contraenti, non contrasta con l’economia complessiva della Convenzione stessa

il fatto che accada diversamente per le disposizioni dell’art. 2. A mio parere, da ciò deriva che il suddetto articolo è

applicabile, a seconda delle circostanze, a rapporti giuridici coinvolgenti più Stati contraenti o a controversie che

presentino elementi di collegamento con uno Stato contraente e uno o più Stati terzi.

122. È quanto mi accingo ora ad illustrare esaminando in successione le diverse disposizioni della Convenzione.

123. Innanzi tutto, occorre ricordare che l’art. 4, primo comma, della Convenzione dispone che «[s]e il convenuto

non è domiciliato nel territorio di uno Stato contraente, la competenza è disciplinata, in ciascuno Stato contraente,

dalla legge di tale Stato, salva l’applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 16». In altri termini, se il convenuto è

domiciliato in uno Stato terzo, la competenza del giudice adito, in linea di massima, è determinata dalle regole di

competenza vigenti nello Stato contraente sul cui territorio tale giudice si trova e non dalle regole di competenza

diretta definite dalla Convenzione. 17 prof. Giorgio Costantino

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124. Pertanto, l’applicazione delle regole di competenza diretta stabilite dalla Convenzione è esclusa (fatte salve

quelle contenute nell’art. 16) soltanto nell’ipotesi in cui il convenuto abbia il proprio domicilio in uno Stato terzo. Da ciò

deriva che nulla lascia pensare che l’applicazione della regola di competenza di cui all’art. 2 della Convenzione sarebbe

esclusa nel caso in cui l’attore e il convenuto, oppure uno dei convenuti (come nella controversia della causa

principale) fossero domiciliati nel medesimo Stato contraente e il rapporto giuridico in questione presentasse elementi

di collegamento con uno Stato terzo e non con un altro Stato contraente (a causa del merito della controversia e/o, se

del caso, del domicilio degli altri convenuti).

125. La mia conclusione è che l’art. 4, primo comma, della Convenzione tende a confermare la tesi secondo cui la

regola di competenza dettata dall’art. 2 della Convenzione stessa è applicabile ad una situazione come quella della

controversia nella causa principale.

126. Vero è, come ho già spiegato, che alcune regole di competenza – diverse da quelle dell’art. 2 – si applicano

solo se il merito della controversia o la situazione delle parti sono ricollegabili a più Stati contraenti. È il caso delle

regole di competenza speciali contenute negli artt. 5 e 6 della Convenzione, nonché delle regole di competenza

particolari, elencate al titolo II, sezioni 3 e 4, della Convenzione, in materia di assicurazioni e di contratti conclusi dai

consumatori.

127. Tuttavia, occorre ricordare che, secondo una giurisprudenza consolidata (68) , queste regole di competenza

speciali o particolari derogano alla regola di principio stabilita dall’art. 2, nel senso che offrono al ricorrente, in casi

tassativamente elencati, la facoltà di scegliere se promuovere l’azione e quindi citare il convenuto dinanzi ai giudici di

uno Stato contraente diverso da quello in cui quest’ultimo ha il domicilio.

128. Queste regole di competenza derogatorie sono dovute ad esigenze di buona amministrazione della giustizia e

di utile organizzazione del processo, tenuto conto dell’esistenza di un elemento di collegamento diretto o

particolarmente stretto tra la contestazione e i giudici di uno Stato contraente diverso da quello in cui il convenuto

,

interessato ha il domicilio (69) oppure alla necessità di tutelare taluni attori la cui particolare situazione giustifica

l’ammissione, in via eccezionale, della competenza dei giudici dello Stato contraente in cui sono domiciliati, che per

ipotesi si situi in uno Stato contraente diverso da quello del convenuto (70) .

129. Soltanto in questo ambito specifico la Convenzione di Bruxelles subordina l’applicazione delle regole di

competenza all’esistenza di un rapporto giuridico che presenti elementi di collegamento con più Stati contraenti in virtù

del merito della controversia o del domicilio rispettivo delle parti di una controversia.

130. Infatti, se è pacifico che l’applicazione di regole di competenza concorrenti a quella derivante dal domicilio del

convenuto presuppone l’esistenza di un elemento di connessione ad uno Stato contraente diverso da quello in cui il

convenuto ha il domicilio, diversamente vale per la regola di competenza di cui all’art. 2, proprio perché essa è

esclusivamente fondata su tale domicilio.

131. Ne concludo che quel che vale per l’applicazione delle regole di competenza speciali o particolari della

Convenzione non vale per l’applicazione della regola generale di cui all’art. 2.

132. Inoltre, è interessante sottolineare che l’applicazione delle regole di competenza particolari (elencate al titolo

II, sezioni 3 e 4, della Convenzione) non presuppone necessariamente che il convenuto sia realmente domiciliato in

uno Stato contraente (nel senso del diritto interno di tale Stato, mancando nella Convenzione una definizione del

concetto di domicilio). È pertanto possibile che tali regole di competenza si applichino quando il rapporto giuridico in

questione coinvolge uno Stato contraente e uno Stato terzo, anziché due Stati contraenti.

133. In effetti, l’art. 8 (in materia di assicurazioni) e l’art. 13 della Convenzione (in materia di contratti conclusi dai

consumatori) stabiliscono rispettivamente che qualora l’assicuratore o la controparte del consumatore non abbia il

proprio domicilio nel territorio di uno Stato contraente, ma possieda una succursale, un’agenzia o qualsiasi altra filiale

in uno Stato contraente, si considera, per le contestazioni relative al loro esercizio, come avente domicilio nel territorio

di tale Stato.

134. Da tali disposizioni risulta che un assicuratore o la controparte di un consumatore, domiciliati in uno Stato

terzo, sono considerati, per quanto necessario all’applicazione delle regole di competenza a tutela della parte più

debole esistenti in materia, come aventi il domicilio in uno Stato contraente. Questa finzione giuridica consente di

sottrarsi all’applicazione dell’art. 4 della Convenzione, ossia all’insieme delle regole di competenza vigenti nello Stato

.

contraente sul cui territorio si trova il giudice adito allorché il convenuto sia domiciliato in uno Stato terzo (71)

135. Sarebbe pertanto eccessivo ritenere che l’applicazione delle regole di competenza particolari, di cui al titolo II,

sezioni 3 e 4, della Convenzione, rientri necessariamente nell’ambito di un rapporto giuridico che coinvolga, realmente

o in modo significativo, due Stati contraenti.

136. Per quanto riguarda le regole di competenza esclusiva di cui all’art. 16 della Convenzione, viene

espressamente indicato che esse si applicano «indipendentemente dal domicilio». Difatti, tali regole, che costituiscono

un’eccezione alla regola generale dell’art. 2 della Convenzione, si basano sull’esistenza di nessi particolarmente stretti

.

tra il merito della controversia e il territorio di uno Stato contraente (72) È il caso, per esempio, di una controversia

in materia di diritti reali immobiliari o di contratti d’affitto di immobili. In tale ipotesi, la controversia è profondamente

collegata allo Stato contraente sul cui territorio è situato l’immobile di cui trattasi, per cui i soli giudici competenti a

conoscere di una simile controversia sono quelli di tale Stato contraente.

137. La Corte ha precisato che queste regole di competenza esclusiva si applicano «a prescindere dal domicilio

delle parti» (73) . Questa precisazione mirava a dimostrare che, in linea di principio, perché siano applicabili le regole

di competenza previste dalla Convenzione non occorre che l’attore sia domiciliato in uno Stato contraente, per cui

generalmente tali regole si applicano anche quando il ricorrente abbia il domicilio in uno Stato terzo.

138. Sulla scia di tale giurisprudenza, si può affermare che le regole di competenza di cui all’art. 16 della

Convenzione si applicano anche quando il convenuto è domiciliato in uno Stato terzo o anche quando tutte le parti

hanno il domicilio in tale Stato (74) . 18 prof. Giorgio Costantino

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139. Difatti, indipendentemente dalle conseguenze che deriverebbero da un eventuale «effetto riflesso» dell’art. 16

della Convenzione, nell’ipotesi in cui uno degli elementi di collegamento previsti in tale articolo si situasse sul territorio

di uno Stato non contraente (75) , si può affermare che le regole di competenza contenute in tale articolo sono

applicabili a rapporti giuridici collegati unicamente ad uno Stato contraente (in ragione di uno degli elementi di

collegamento previsti allo stesso articolo) e a uno Stato terzo (in ragione del domicilio dell’attore e/o del convenuto).

Al riguardo, l’ambito di applicazione territoriale o personale dell’art. 16 può essere avvicinato a quello dell’art. 2.

140. Lo stesso dicasi per le norme della Convenzione in materia di proroga espressa delle competenze. Infatti, è

espressamente previsto che tali norme possono applicarsi quando una delle parti di una clausola attributiva di

competenza o alcune di esse (art. 17, primo comma), o anche tutte le parti (art. 17, secondo comma), sono

domiciliate in uno Stato terzo. Le norme in questione possono dunque venire in rilievo esclusivamente nei rapporti tra

uno o più Stati terzi (sul territorio del quale o dei quali le parti hanno il domicilio) e uno Stato contraente (sul cui

territorio si situa il foro eletto).

141. Difatti, le norme della Convenzione, sia quelle in materia di competenza esclusiva sia quelle in materia di

proroga espressa della competenza, sono applicabili a rapporti giuridici che coinvolgono unicamente uno Stato

contraente e uno o più Stati terzi. Si tratta della prova del fatto che l’applicazione di tutte le regole di competenza

poste dalla Convenzione non è limitata a rapporti giuridici implicanti più Stati contraenti.

142. Quanto alle altre regole della Convenzione di Bruxelles, in materia di litispendenza e di connessione, nonché di

riconoscimento e di esecuzione, è vero che esse si applicano nell’ambito dei rapporti tra diversi Stati contraenti. È quel

che risulta chiaramente dalla lettera dell’art. 21 in tema di litispendenza, dell’art. 22 in tema di connessione, nonché

degli artt. 25, 26 e 31 in materia di riconoscimento e di esecuzione.

143. Infatti, secondo una giurisprudenza costante, l’art. 21 e l’art. 22 della Convenzione mirano, nell’interesse di

una buona amministrazione della giustizia nell’ambito della Comunità, ad evitare procedimenti paralleli dinanzi ai

giudici di diversi Stati contraenti e il contrasto tra le decisioni che potrebbe conseguirne, allo scopo di escludere, per

quanto possibile, l’ipotesi che una decisione pronunciata in uno Stato contraente non venga riconosciuta in un altro

Stato contraente (76) .

144. Il meccanismo semplificato di riconoscimento e di esecuzione delle decisioni giudiziarie è stato istituito dalla

Convenzione di Bruxelles in un contesto specifico, caratterizzato dalla fiducia che gli Stati membri della Comunità

contraenti accordano reciprocamente ai loro sistemi giuridici e alle loro istituzioni giudiziarie (77) . Lo stesso contesto

non si ritrova necessariamente nelle relazioni tra gli Stati membri e gli Stati terzi. È questa la ragione per cui il

suddetto meccanismo convenzionale si applica unicamente alle decisioni pronunciate dai giudici di uno Stato membro

nell’ambito del loro riconoscimento e della loro esecuzione in un altro Stato membro.

145. Difatti, nella sentenza 20 gennaio 1994, Owens Bank (78) , la Corte ha dichiarato che le regole della

Convenzione in materia di riconoscimento e di esecuzione non si applicano ai procedimenti intesi a dichiarare esecutive

sentenze in materia civile e commerciale pronunciate in uno Stato terzo. Essa ne ha dedotto che le regole sulla

litispendenza e la connessione non possono risolvere problemi che sorgano nell’ambito di procedimenti promossi

parallelamente in diversi Stati contraenti in ordine al riconoscimento e all’esecuzione di sentenze emanate in Stati

terzi (79) .

146. Occorre pertanto rilevare che le regole della Convenzione di Bruxelles in materia di litispendenza e di

connessione, nonché di riconoscimento e di esecuzione, sono applicabili in linea di principio solo nell’ambito di rapporti

tra diversi Stati contraenti.

147. Nulla osta, tuttavia, a che la soluzione sia differente per la regola di competenza posta dall’art. 2 della

Convenzione.

148. Va inoltre precisato che le regole di competenza in oggetto non si limitano sempre all’ambito dei soli rapporti

fra più Stati contraenti, giacché possono operare altresì nell’ambito di controversie che presentano elementi di

collegamento con uno Stato contraente e con uno Stato terzo.

149. Infatti, riguardo alle regole in tema di litispendenza e di connessione, perché siano applicabili l’art. 21 o

l’art. 22 non occorre che una delle parti della controversia abbia il domicilio sul territorio di uno Stato contraente. È

quanto la Corte ha messo in evidenza nella citata sentenza Overseas Union Insurance e a., in merito all’art. 21,

dichiarando che «questa norma va applicata tanto nel caso in cui la competenza del giudice sia determinata dalla

stessa Convenzione quanto nel caso in cui essa scaturisca dalla legge di uno Stato contraente ai sensi dell’art. 4 della

.

Convenzione», ossia quando il convenuto è domiciliato in uno Stato terzo (80) Lo stesso vale per l’art. 22, in assenza

di disposizioni che stabiliscano condizioni sul punto.

150. Parimenti, come sottolineato dal governo tedesco e dalla Commissione, le regole della Convenzione in tema di

riconoscimento e di esecuzione delle decisioni si applicano indipendentemente dal titolo di competenza su cui si sono

basati i giudici che hanno pronunciato le decisioni di cui trattasi. Detta competenza può essere desunta dalla

Convenzione o dalla legislazione dello Stato contraente sul cui territorio sono situati gli organi giurisdizionali

interessati.

151. Di conseguenza, per l’applicazione di queste regole della Convenzione, poco importa che la controversia in

questione presenti elementi di collegamento con un solo Stato contraente (81) , con più Stati contraenti o con uno

Stato contraente e uno Stato terzo.

152. In altri termini, se dal loro dettato risulta chiaramente che le regole della Convenzione in tema di

litispendenza e di connessione o di riconoscimento e di esecuzione si applicano nell’ambito di rapporti tra diversi Stati

contraenti, qualora riguardino procedimenti pendenti dinanzi a giudici di diversi Stati contraenti o decisioni pronunciate

da giudici di uno Stato contraente al fine del loro riconoscimento e della loro esecuzione in un altro Stato contraente, è

altresì vero che le controversie oggetto di tali procedimenti o le decisioni in questione possono avere un carattere

19 prof. Giorgio Costantino

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puramente interno o un carattere internazionale che coinvolge uno Stato contraente e uno Stato terzo, e non sempre

due Stati contraenti.

153. Del resto, proprio perché le controversie in questione possono presentare elementi di collegamento con Stati

terzi, gli autori della Convenzione hanno ritenuto necessario prevedere regole specifiche in tema di riconoscimento.

154. Per esempio, l’art. 27, n. 5, della Convenzione prevede che una decisione pronunciata in uno Stato contraente

non sia riconosciuta in un altro Stato contraente (lo Stato richiesto) quando tale decisione è in contrasto con una

decisione resa precedentemente tra le medesime parti in uno Stato non contraente, in una controversia avente il

medesimo oggetto e il medesimo titolo, allorché la decisione dello Stato terzo in questione riunisce le condizioni

necessarie per essere riconosciuta nello Stato richiesto (in forza del diritto internazionale comune dello Stato richiesto

o di accordi internazionali conclusi da detto Stato).

155. Inoltre, dal combinato disposto degli artt. 28, primo comma, e 59, primo comma, della Convenzione risulta

che uno Stato contraente ha diritto di non riconoscere una decisione pronunciata dai giudici di un altro Stato

contraente, in applicazione di una regola di competenza esorbitante vigente in tale Stato (ai sensi dell’art. 4 della

Convenzione), contro un convenuto che aveva il proprio domicilio o la propria residenza abituale sul territorio di uno

Stato terzo, qualora lo Stato richiesto abbia concluso con tale Stato terzo un accordo con cui si è impegnato nei suoi

confronti a non effettuare il riconoscimento di una decisione di tal genere in questo specifico caso.

156. Questo meccanismo di blocco è stato previsto dalla Convenzione allo scopo di rispondere ai timori di taluni

Stati terzi di fronte alla prospettiva di attuazione delle norme della Convenzione di Bruxelles dirette ad assicurare la

libera circolazione delle decisioni all’interno della Comunità, nei confronti di convenuti stabiliti in questi stessi Stati

.

terzi (82)

157. Tutti questi sviluppi dimostrano che lo spazio giudiziario istituito dalla Convenzione di Bruxelles non si limita

alle frontiere esterne della comunità degli Stati contraenti. Si può dire infatti, riecheggiando il professor Gaudemet-

Tallon, che «sarebbe errato e semplicistico ritenere che i sistemi europei e quelli degli Stati terzi si fiancheggino senza

mai incontrarsi, ignorandosi reciprocamente (...); al contrario, le occasioni di incontro, di interferenza reciproca sono

numerose e spesso sollevano questioni complesse» (83) .

158. La mia conclusione è che l’economia complessiva della Convenzione non osta a che l’art. 2 della Convenzione

stessa si applichi a controversie che presentino elementi di collegamento unicamente con uno Stato contraente e uno

Stato terzo. Tale conclusione in merito all’ambito di applicazione territoriale o personale dell’art. 2 si impone a maggior

ragione quando si considerano gli obiettivi della Convenzione.

4. Gli obiettivi della Convenzione

159. Come indicato nel preambolo, la Convenzione di Bruxelles mira a «potenziare nella Comunità la tutela

giuridica delle persone residenti sul suo territorio». Sempre nel preambolo è specificato che, a tal fine, la Convenzione

prevede, da un lato, regole di competenza giurisdizionale comuni agli Stati contraenti e, dall’altro lato, regole volte a

facilitare il riconoscimento delle decisioni giudiziarie e a creare una procedura rapida per garantirne l’esecuzione.

160. La Corte ha precisato il senso di questo obiettivo della Convenzione, in particolare per quel che riguarda le

regole comuni di competenza in essa contenute. Essa ha dichiarato che il rafforzamento della tutela giuridica delle

persone residenti nella Comunità implica che tali regole permettano «all’attore di identificare facilmente il giudice che

può adire così come al convenuto di prevedere ragionevolmente dinanzi a quale giudice può essere citato» (84) . La

Corte ha inoltre specificato che si tratta di regole «tali da assicurare certezza in merito alla ripartizione delle

competenze tra i vari giudici nazionali che possono essere aditi in occasione di una controversia determinata» (85) .

161. Difatti, soltanto regole di competenza rispondenti a siffatte esigenze possono garantire il rispetto del principio

della certezza del diritto che, secondo una costante giurisprudenza (86) , costituisce parimenti uno degli obiettivi della

Convenzione di Bruxelles.

162. A mio avviso, entrambi i due suddetti obiettivi della Convenzione, sia quello relativo al potenziamento della

tutela giuridica delle persone residenti nella Comunità, sia quello relativo al rispetto del principio della certezza del

diritto, ostano a che l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione sia subordinato all’esistenza di una controversia

collegata a Stati contraenti diversi.

163. Infatti, imporre una condizione siffatta renderebbe inevitabilmente più complessa l’attuazione della regola di

competenza stabilita dall’art. 2, mentre tale regola costituisce quel che si può definire la «chiave di volta» del sistema

istituito dalla Convenzione.

164. Stabilire il carattere intracomunitario della controversia è un esercizio che può risultare particolarmente

difficile e nel corso del quale inevitabilmente si porrebbero numerose domande: quali criteri è opportuno adottare? In

quali casi si può ritenere che una controversia sia effettivamente o sufficientemente collegata a più Stati contraenti? È

necessario stabilire una gerarchia tra i differenti criteri da prendere in considerazione? Vi sono criteri più pertinenti o

interessanti di altri? Qual è il momento in cui dev’essere valutata la situazione di cui si tratta: il giorno in cui essa si

determina, il giorno della designazione o quello in cui il giudice adito si pronuncia? Nell’ipotesi in cui la controversia

non presenti nel merito un collegamento con più Stati contraenti, per escludere l’applicazione dell’art. 2 della

Convenzione è sufficiente che l’attore (che ha il proprio domicilio in uno Stato contraente diverso da quello nel cui

territorio è domiciliato il convenuto e al quale il merito della controversia risulta connesso in tutto o in parte) cambi di

domicilio, nel corso del periodo considerato, stabilendosi nel medesimo Stato contraente? O al contrario, affinché tale

articolo trovi finalmente applicazione, basta che l’attore, domiciliato in questo stesso Stato contraente, si stabilisca, nel

corso del periodo in questione, in uno Stato contraente diverso?

165. Si tratta di questioni delicate che molto probabilmente si porrebbero, tanto alle parti della controversia quanto

al giudice adito, qualora l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione fosse subordinata all’esistenza di un rapporto

giuridico tra più Stati contraenti. 20 prof. Giorgio Costantino

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166. In questa ipotesi, non vedo come si potrebbe continuare a ritenere che la regola generale di competenza

stabilita dall’art. 2 permetta all’attore di identificare facilmente il giudice che può adire così come al convenuto di

prevedere ragionevolmente dinanzi a quale giudice può essere citato. Contrariamente ai requisiti individuati dalla

Corte, saremmo lontani da qualsiasi certezza riguardo alla ripartizione delle competenze tra le varie giurisdizioni

nazionali che possono essere adite per una determinata controversia. Simile prospettiva si pone in contrasto con

l’obiettivo della Convenzione diretto a potenziare la tutela giuridica delle persone residenti nella Comunità, nonché con

quello legato al rispetto del principio della certezza del diritto.

167. Detta conclusione s’impone tanto più che esiste un rischio forte che il problema della natura intracomunitaria

della controversia interessata divenga un «focolaio di contenzioso», ossia che inneschi una serie di contestazioni tra le

parti portando, di conseguenza, ad un uso dei mezzi di ricorso vertente su questa unica questione preliminare, a

prescindere dal merito della controversia. Si tratta evidentemente di una prospettiva di moltiplicazione delle procedure

tutt’altro che soddisfacente in termini di certezza del diritto. Per di più, non si può escludere che il problema venga

sfruttato da taluni convenuti nell’ambito di manovre puramente dilatorie contrastanti con il potenziamento della tutela

giuridica dei ricorrenti.

168. Oltre alle suddette considerazioni, in termini più generali occorre tenere bene a mente che il diritto

internazionale privato è una disciplina di non facile gestione. La Convenzione di Bruxelles risponde proprio all’obiettivo

di semplificare le regole vigenti nei diversi Stati membri in materia tanto di competenza giurisdizionale, quanto di

riconoscimento e di esecuzione. Tale semplificazione contribuisce, nell’interesse dei privati, a promuovere la certezza

del diritto e mira altresì a facilitare il compito del giudice nazionale nella gestione delle procedure. È preferibile,

dunque, che in questo sistema convenzionale non vengano introdotti elementi che possano complicarne in modo serio

il funzionamento.

169. Inoltre, indipendentemente dalla complessità della questione relativa alla natura intracomunitaria di una

controversia, ritengo che subordinare l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione alla prova di tale natura porterebbe

inevitabilmente a ridurre i casi in cui il suddetto articolo può essere applicato.

170. Come precisato dalla Corte, questa regola generale si spiega con il fatto che essa consente al convenuto di

difendersi, in linea di massima, più agevolmente (87) . Essa contribuisce in tal modo a potenziarne la tutela giuridica.

Proprio a motivo delle garanzie assicurate al convenuto nel procedimento di origine, in tema di rispetto dei diritti della

difesa, la Convenzione si mostra molto liberale quanto al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni giudiziarie

(88) . La regola generale di competenza di cui all’art. 2 costituisce pertanto una regola fondamentale su cui è basata

gran parte della Convenzione.

171. Secondo una giurisprudenza consolidata, da ciò la Corte ha dedotto che le regole di competenza derogatorie

rispetto alla regola generale non possono dar luogo ad un’interpretazione che vada oltre le ipotesi espressamente

previste dalla Convenzione (89) . Ebbene, si perverrebbe ad un risultato simile, mutatis mutandis, qualora

l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione fosse esclusa nel caso in cui il rapporto giuridico di cui trattasi non fosse

collegato a più Stati contraenti.

172. Difatti, in tale ipotesi, anche se domiciliato in uno Stato contraente, un convenuto sarebbe esposto all’insieme

delle regole di competenza esorbitanti vigenti in un altro Stato contraente, per cui potrebbe essere citato dinanzi ai

giudici del detto Stato semplicemente a causa, poniamo, della sua presenza occasionale sul territorio di quest’ultimo

(come nel diritto inglese), o dell’esistenza su tale territorio di certi beni che gli appartengono (come nel diritto

tedesco), o del fatto che il ricorrente è cittadino di tale Stato (come nel diritto francese). Il convenuto domiciliato in

uno Stato contraente sarebbe pertanto soggetto allo stesso regime riservato in via esclusiva, ai sensi dell’art. 4 della

Convenzione, a un convenuto domiciliato in uno Stato non contraente.

173. Si derogherebbe in tal modo alla regola generale dell’art. 2 in un’ipotesi che non solo non sarebbe

espressamente prevista dalla Convenzione, ma sarebbe altresì implicitamente e necessariamente esclusa dalla

Convenzione stessa, tenuto conto degli obiettivi che la stessa persegue.

174. Da ciò consegue che limitare l’applicazione dell’art. 2 a controversie intracomunitarie equivale a limitare

indebitamente la portata di tale articolo, in contrasto con l’obiettivo della Convenzione relativo al potenziamento della

tutela giuridica delle persone residenti nella Comunità, in particolare del convenuto.

175. In sintesi, ritengo che non solo la lettera dell’art. 2 e l’economia complessiva della Convenzione non ostino a

che detto articolo su applichi ad una controversia collegata unicamente ad uno Stato contraente e a un paese terzo,

ma inoltre, che gli obiettivi della Convenzione esigano che il suddetto articolo sia applicabile in tal senso.

176. Poiché secondo alcune delle parti esistono numerosi ostacoli che si oppongono all’accoglimento di questa tesi,

è necessario prenderli ora in esame.

5. I presunti ostacoli all’applicazione dell’art. 2 della Convenzione ad un rapporto giuridico collegato unicamente ad uno

Stato contraente e ad uno Stato terzo

177. Gli ostacoli invocati dai convenuti nella causa principale e dal governo del Regno Unito per opporsi al

riconoscimento della tesi in oggetto sono essenzialmente derivati dal diritto comunitario. In tal senso sono state

effettuate anche alcune considerazioni legate al diritto internazionale. Su queste ultime mi soffermerò brevemente,

prima di esaminare quelle relative al diritto comunitario.

a) I presunti ostacoli derivanti dal diritto internazionale ,

178. Secondo i convenuti nella causa principale (90) la Convenzione di Bruxelles non ha applicazione universale.

Si tratterebbe di un semplice accordo tra gli Stati contraenti operante solo nelle loro reciproche relazioni. Al di là del

caso particolare della Convenzione di Bruxelles, questo argomento evoca una problematica più generale, relativa al

diritto dei trattati e degli accordi internazionali. Anche il governo del Regno Unito ha suggerito l’interesse di simile

approccio (91) . 21 prof. Giorgio Costantino

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179. A questo proposito, va precisato che è comunemente ammesso che uno Stato è vincolato da un accordo

internazionale soltanto se ha espresso il proprio consenso in merito. In altri termini, conformemente al principio

dell’effetto relativo dei trattati, un accordo internazionale non crea né obblighi né diritti in capo ad uno Stato se

quest’ultimo non vi ha acconsentito (92) .

180. Orbene, è assodato che la Convenzione di Bruxelles non impone alcun obbligo agli Stati che non abbiano

acconsentito ad essere vincolati da essa. Infatti, gli obblighi previsti da tale Convenzione, tanto in materia di

attribuzione di competenza quanto in tema di riconoscimento e di esecuzione delle decisioni, sono rivolti unicamente

agli Stati contraenti e ai relativi organi giurisdizionali.

181. Sotto questo profilo, né l’oggetto della Convenzione di Bruxelles in generale né l’interpretazione dell’art. 2 da

me difesa sono contrari al principio dell’effetto relativo dei trattati.

182. È vero che, come abbiamo già visto, tale Convenzione può esplicare alcuni dei propri effetti nei confronti di

Stati terzi, specie in tema di attribuzione di competenza. Le regole stabilite in materia dalla Convenzione, come quella

di cui all’art. 2, si possono pertanto applicare a controversie collegate, per alcuni elementi, a Stati terzi.

183. Tuttavia, tale situazione non è del tutto insolita. Può difatti accadere che gli Stati parti di una Convenzione

internazionale si autorizzino ad esercitare alcune competenze nei confronti di cittadini di Stati terzi in situazioni in cui,

fino ad allora, questi ultimi avevano una competenza esclusiva. È il caso, per esempio, di numerose convenzioni sulla

.

tutela dell’ambiente marino (93)

184. In materia di diritto internazionale privato, è questo inoltre il caso, per esempio, della Convenzione di Roma

del 19 giugno 1980, sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (94) . Difatti, l’art. 1, n. 1, di tale

Convenzione dispone che le regole uniforme da essa stabilite si applicano alle obbligazioni contrattuali nelle situazioni

che implicano un conflitto di leggi. Per esempio, perché le regole uniformi di tale Convenzione siano applicabili, è

sufficiente che la situazione di cui trattasi dia luogo ad un conflitto tra più sistemi giuridici. Poco importa che tale

situazione sia collegata a più Stati contraenti o ad uno Stato contraente e ad uno Stato terzo (95) .

185. Peraltro, la vocazione universale delle regole uniformi della Convenzione di Roma è particolarmente marcata,

dato che, secondo l’art. 2 della stessa, le regole di conflitto in essa contenute possono condurre all’applicazione della

legge di uno Stato non contraente (96) . Al riguardo, gli effetti di tale Convenzione nei confronti di Stati terzi si

spingono molto più lontano di quelli derivanti dalla Convenzione di Bruxelles, poiché, come abbiamo visto, le regole di

conflitto stabilite da quest’ultima sono volte unicamente a designare la competenza dei giudici degli Stati contraenti, e

non quelle di Stati terzi.

186. La mia conclusione è che nel diritto internazionale nulla si oppone a che le regole di competenza poste dalla

Convenzione di Bruxelles, come quella contenuta nell’art. 2, siano applicabili a controversie che presentano alcuni

elementi di collegamento a Stati terzi. A mio avviso, lo stesso vale con riferimento al diritto comunitario.

b) I presunti ostacoli derivanti dal diritto comunitario

187. Il primo convenuto e il governo del Regno Unito sostengono che le libertà fondamentali garantite dal Trattato

CE non sono applicabili in situazioni puramente interne ad uno Stato membro, vale a dire in situazioni che non

posseggano carattere transfrontaliero tra più Stati membri. Da ciò conseguirebbe, per analogia, che la regola di

competenza stabilita dall’art. 2 della Convenzione di Bruxelles, e ripetuta in modo identico dal regolamento

n. 44/2001, non è applicabile alla controversia della causa principale, non essendo essa collegata a più Stati

contraenti. Difatti, tale regola di competenza sarebbe solo accessoria rispetto all’obiettivo della libera circolazione delle

sentenze tra gli Stati contraenti, perseguito dalla Convenzione prima e dal regolamento poi per quanto riguarda gli

Stati contraenti: pertanto, l’applicazione dell’art. 2 della Convenzione sarebbe correlativamente subordinata

all’esistenza di una controversia transfrontaliera collegata a più Stati contraenti.

188. Questi argomenti, a mio avviso, non convincono.

189. Vero è che, nella sentenza 10 febbraio 1994, Mund & Fester (97) , la Corte ha dichiarato che l’art. 220,

quarto trattino, del Trattato, sul fondamento del quale è stata adottata la Convenzione di Bruxelles, «ha lo scopo di

agevolare il funzionamento del mercato comune mediante l’adozione di regole di competenza in relazione alle

controversie vertenti su tale funzionamento e la soppressione, nei limiti del possibile, delle difficoltà connesse al

riconoscimento e all’esecuzione delle sentenze nel territorio degli Stati aderenti». La Corte ne ha tratto la conclusione

che le disposizioni della Convenzione sono collegate al Trattato (98) .

190. Si può solo concordare con tale conclusione in quanto, come sottolineato dall’avvocato generale Tesauro nelle

conclusioni relative alla citata sentenza Mund & Fester, «[l]a libera circolazione delle sentenze riveste (...) importanza

fondamentale, al fine di evitare le difficoltà che possono derivare al funzionamento del mercato comune qualora risulti

impossibile far accertare e realizzare con facilità, anche in via giudiziaria, i diritti individuali derivanti dalla molteplicità

delle relazioni giuridiche che si intrecciano al suo interno» (99) .

191. Tuttavia, da ciò non è possibile dedurre, come sostiene il governo del Regno Unito (100) , che le regole

uniformi di competenza poste dalla Convenzione mirano unicamente a disciplinare conflitti positivi di competenza (reali

o potenziali) tra i giudici di diversi Stati contraenti, al solo scopo di evitare che i giudici di uno Stato contraente siano

obbligati a riconoscere e dichiarare esecutive le decisioni rese dai giudici di un altro Stato contraente nell’ipotesi in cui

anche i giudici dello Stato richiesto si ritengano competenti, in forza delle leggi di tale Stato, a risolvere la controversia

che ha dato luogo alle decisioni di cui trattasi.

192. Infatti, limitare le regole di competenza uniformi della Convenzione a questa semplice finalità sarebbe in

contrasto, come abbiamo già visto, con l’economia complessiva della Convenzione e con gli obiettivi da essa

perseguiti, attinenti sia al potenziamento della tutela delle persone residenti nella Comunità, sia al rispetto del principio

della certezza del diritto. 22 prof. Giorgio Costantino

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193. Questa analisi, a mio parere, non può essere rimessa in discussione dal fatto che la Convenzione di Bruxelles

è stata sostituita dal regolamento n. 44/2001, ossia da un atto di diritto comunitario, adottato in attuazione e per

l’applicazione di talune disposizioni del Trattato. Vari sono gli elementi che depongono in tal senso.

194. Innanzi tutto, come sottolineato dal ‘considerando’ n. 19 di tale regolamento, è opportuno garantire una

continuità tra la Convenzione e il regolamento stesso, in particolare per quanto riguarda l’interpretazione, ad opera

della Corte di giustizia, delle disposizioni della Convenzione in questione. Nell’ipotesi in cui le regole uniformi di

competenza previste dal regolamento fossero interpretate dalla Corte nel senso che esse mirano unicamente a

regolare conflitti di competenza tra i giudici di diversi Stati contraenti, tale interpretazione si allontanerebbe dalla

copiosa giurisprudenza della Corte riguardante la Convenzione, in particolare per quanto concerne gli obiettivi della

stessa (attinenti alla tutela giuridica delle persone residenti nella Comunità e al rispetto del principio della certezza del

diritto). Si tratterebbe pertanto di un’inversione di giurisprudenza manifestamente contraria all’intenzione del

legislatore comunitario di garantire la continuità nell’interpretazione dei due strumenti. Senza voler esprimere

anticipati giudizi sull’eventuale interpretazione da parte della Corte in merito all’ambito territoriale o personale

dell’art. 2 del regolamento, mi limito a indicare che ho qualche difficoltà ad immaginare che la Corte si possa

impegnare in una simile inversione di giurisprudenza.

195. Inoltre, è vero che l’art. 65 CE, richiamato dall’art. 61, lett. c), CE (costituente la base normativa sostanziale

del regolamento), contempla espressamente, nel settore in questione, determinate misure aventi implicazioni

transfrontaliere, la cui adozione deve servire nella misura necessaria al corretto funzionamento del mercato interno;

non sono però convinto che da ciò occorra dedurre che le situazioni ricadenti sotto le regole di competenza dettate dal

suddetto regolamento – che riprendono in sostanza quelle della Convenzione – debbano necessariamente presentare

elementi di collegamento con più Stati membri.

196. Infatti, come sottolineato dal secondo e dall’ottavo ‘considerando’ del regolamento, le regole di competenza

da questo fissate mirano – dinanzi alla diversità delle norme nazionali esistenti in materia ed alle difficoltà che ne

derivano per il buon funzionamento del mercato interno – ad «unificare le norme sui conflitti di competenza in materia

civile e commerciale», in modo da definire «norme comuni» agli Stati membri. Tale azione di unificazione delle regole

di competenza si inserisce in una logica analoga a quella prevista dall’art. 94 CE per l’adozione delle direttive, in

quanto tale base normativa sostanziale mira «al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed

amministrative degli Stati membri che abbiano un’incidenza diretta sull’instaurazione o sul funzionamento del mercato

comune».

197. Orbene, la Corte ha recentemente statuito, nella sentenza 20 maggio 2003, Österreichischer Rundfunk e a.

(101) , che «il ricorso alla base giuridica dell’art. 100 A del Trattato [ossia la base giuridica procedurale attualmente

prevista all’art. 95 CE] non presuppone l’esistenza di un nesso effettivo con la libera circolazione tra [gli] Stati membri

in ciascuna delle situazioni previste dall’atto fondato su tale base». Essa ha ricordato che «ciò che rileva, per

giustificare il ricorso alla base giuridica dell’art. 100 A del Trattato, è che l’atto adottato su tale fondamento abbia

effettivamente ad oggetto il miglioramento delle condizioni di instaurazione e di funzionamento del mercato interno»

(102) .

198. La Corte ne ha concluso che «l’applicabilità della direttiva 95/46 [ (103) ] non può dipendere dalla soluzione

del problema se le situazioni concrete di cui trattasi nelle cause principali presentino un nesso sufficiente con l’esercizio

delle libertà fondamentali garantite dal Trattato e in particolare, nelle dette cause, con la libera circolazione dei

lavoratori» (104) .

199. Tale conclusione si fonda sulla considerazione secondo cui «un’interpretazione in senso contrario rischierebbe

di rendere particolarmente incerti ed aleatori i limiti del campo di applicazione della detta direttiva, il che sarebbe

contrario al suo obiettivo essenziale, che è quello di ravvicinare le disposizioni legislative, regolamentari, ed

amministrative degli Stati membri per eliminare gli ostacoli al funzionamento del mercato interno derivanti proprio

dalle disparità esistenti tra le normative nazionali» (105) .

200. Tali considerazioni sono state confermate dalla sentenza 6 novembre 2003, Lindqvist (106) , con riguardo

alla medesima direttiva 95/46.

201. Si può affermare che quanto è valido per tale direttiva, in materia di protezione delle persone fisiche in

relazione al trattamento di dati personali e di libera circolazione di tali dati, è valido altresì per il regolamento

n. 44/2001, in materia di competenza giurisdizionale e di libera circolazione delle sentenze, sebbene questi due atti

comunitari di diritto derivato abbiano natura differente.

202. Infatti, subordinare l’applicabilità della regola di competenza di cui all’art. 2 del suddetto regolamento

all’esistenza, in ciascuna controversia, di un collegamento effettivo e sufficiente con più Stati membri rischierebbe

(come ho già illustrato trattando delle finalità della Convenzione) di rendere particolarmente incerti ed aleatori i limiti

di applicabilità della norma stessa. Questa eventuale interpretazione dell’ambito di applicazione territoriale o personale

dell’art. 2 sarebbe contraria alla finalità del regolamento, che è di unificare le regole sui conflitti di giurisdizione e di

semplificare il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni giurisdizionali, al fine di eliminare gli ostacoli al

funzionamento del mercato interno derivanti precisamente dalla diversità delle normative nazionali in materia.

203. A questo proposito, si può anche affermare che quanto è valido per la direttiva 95/46 è valido a maggior

ragione per il regolamento n. 44/2001, in quanto il ricorso ad un regolamento, piuttosto che ad una direttiva, per

sostituire la Convenzione corrisponde ampiamente all’esigenza di garantire un’unificazione delle regole in questione, e

non invece a quella di procedere ad un semplice ravvicinamento delle disposizioni nazionali mediante la trasposizione

di una direttiva negli ordinamenti interni, con tutte le vicissitudini che possono risultarne in termini di uniforme

applicazione del diritto comunitario.

204. Oltre alle suddette considerazioni circa l’incidenza del ricorso alla base normativa di cui all’art. 95 CE

sull’ambito di applicazione territoriale di una direttiva, aggiungo che l’applicazione di un regolamento, così come di una

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direttiva (107) , non presuppone necessariamente che le situazioni in esso rientranti presentino un collegamento

esclusivamente con il territorio degli Stati membri e non anche di Stati terzi.

205. Questo è evidentemente il caso dei regolamenti che contengono disposizioni che disciplinano espressamente

gli scambi tra la Comunità ed i paesi terzi. È questo il caso, per esempio, del regolamento (CEE) del Consiglio 12

ottobre 1992, n. 2913, che istituisce un codice doganale comunitario (GU L 302, pag. 1), nonché del regolamento

(CEE) del Consiglio 1° febbraio 1993, n. 259, relativo alla sorveglianza e al controllo delle spedizioni di rifiuti all’interno

della Comunità europea, nonché in entrata e in uscita dal suo territorio (GU L 30, pag. 1).

206. È altresì il caso, per esempio, del regolamento (CEE) del Consiglio 14 giugno 1971, n. 1408, relativo

all’applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati e ai loro familiari che si spostano all’interno

della Comunità (GU L 149, pag. 2).

207. Tale regolamento, che mira a garantire, nel settore della previdenza sociale, la libera circolazione dei

lavoratori, non definisce espressamente il suo ambito di applicazione territoriale, sebbene venga comunemente

descritto come avente un carattere «materialmente territoriale», nel senso che la sua applicazione è determinata da

un «elemento attinente ad un luogo» (108) .

208. Orbene, si può dire che, sebbene l’ambito spaziale del suddetto regolamento, vale a dire lo spazio in cui deve

situarsi tale elemento di collegamento caratteristico, corrisponda necessariamente a quello delle disposizioni del

Trattato sulla libera circolazione delle persone, e dunque l’applicazione di queste ultime richieda una localizzazione nel

«territorio della Comunità», non è affatto necessario, affinché le dette disposizioni (segnatamente quelle intese a

garantire la parità di trattamento) conservino i loro effetti, che l’attività professionale di cui trattasi venga esercitata

nel suddetto territorio (109) .

209. Invero, il fatto che le prestazioni previdenziali contemplate trovino la loro origine, anche esclusivamente, in

periodi assicurativi maturati al di fuori del territorio per cui vale il Trattato CE non può di per sé portare ad escludere

l’applicazione del regolamento n. 1408/71, in quanto esiste uno stretto collegamento tra il diritto alle prestazioni

previdenziali e lo Stato membro debitore delle medesime (110) .

210. A mio avviso, tale giurisprudenza relativa al regolamento n. 1408/71 potrebbe essere trasposta al

regolamento n. 44/2001. Infatti, è importante ricordare come quest’ultimo sia stato adottato sulla base di disposizioni

del titolo IV del Trattato CE, relative alle politiche connesse alla libera circolazione delle persone. Inoltre, come nel

caso del regolamento n. 1408/71, l’applicazione del regolamento n. 44/2001 presuppone l’esistenza di un certo

collegamento con il territorio degli Stati membri cui esso si applica. Infatti, quanto all’art. 2 del regolamento in

questione (identico all’art. 2 della Convenzione), la sua applicazione richiede che il convenuto abbia il domicilio nel

territorio di uno Stato membro. Seguendo la logica della giurisprudenza poco sopra menzionata, occorre affermare

che, per l’applicazione dell’art. 2 del regolamento in questione (o della Convenzione), non è affatto necessario che la

controversia di cui trattasi presenti elementi di collegamento esclusivamente con il territorio cui il detto regolamento (o

la Convenzione) si applica e non anche con il territorio di Stati terzi.

211. Nello stesso senso, è importante sottolineare come l’ottavo ‘considerando’ del regolamento n. 44/2001

preveda che «[l]e controversie alle quali si applica il presente regolamento devono presentare elementi di

collegamento con il territorio degli Stati membri vincolati dal regolamento stesso» (111) . In tal modo, «[l]e norme

comuni in materia di competenza giurisdizionale devono quindi, in linea di principio, applicarsi nei casi in cui il

convenuto è domiciliato in uno di tali Stati».

212. A nostro avviso, tale ‘considerando’ conferma chiaramente che per l’applicazione dell’art. 2 del regolamento

(identico all’art. 2 della Convenzione) è sufficiente che il convenuto sia domiciliato in uno Stato membro vincolato dal

regolamento stesso, in modo che la controversia in questione presenti un elemento di connessione con uno degli Stati

membri della Comunità. Poco importa, pertanto, che tale controversia non presenti alcun elemento di collegamento

supplementare con un altro Stato membro, ovvero che presenti un tale collegamento con uno Stato terzo.

213. Ne concludo che il regolamento n. 44/2001 non è tale da rimettere in discussione la tesi secondo cui l’ambito

di applicazione dell’art. 2 della Convenzione non è affatto limitato alle controversie che presentano elementi di

collegamento con più Stati contraenti.

214. Dall’insieme delle considerazioni che precedono risulta che gli argomenti addotti da alcune parti del presente

procedimento pregiudiziale per contrastare la tesi suddetta, siano essi ricavati dal diritto internazionale oppure dal

diritto comunitario, debbono ritenersi inconferenti.

215. Di conseguenza, occorre risolvere la prima parte della prima questione pregiudiziale dichiarando che l’art. 2

della Convenzione di Bruxelles deve ritenersi applicabile anche nel caso in cui l’attore ed il convenuto abbiano il loro

domicilio nel medesimo Stato contraente e la controversia tra essi esistente dinanzi ai giudici di tale Stato contraente

presenti taluni elementi di collegamento con uno Stato terzo, e non con un altro Stato contraente, di modo che l’unica

questione di ripartizione di competenze che possa profilarsi in tale controversia sorga unicamente nei rapporti tra i

giudici di uno Stato contraente e quelli di uno Stato terzo, e non tra i giudici di differenti Stati contraenti.

216. Posto che l’art. 2 della Convenzione di Bruxelles può trovare applicazione nell’ipotesi suddetta, è importante

verificare se, in una situazione come quella di cui alla causa principale, la Convenzione osti a che un giudice di uno

Stato contraente – la cui competenza sussista in forza del suddetto art. 2 – rinunci discrezionalmente ad esercitare

tale competenza per il fatto che un giudice di uno Stato non contraente sarebbe più appropriato per statuire sul merito

della controversia. In altri termini, si tratta di stabilire se, in una situazione come quella di cui alla causa principale, la

teoria del forum non conveniens sia compatibile con la Convenzione.

B – Quanto alla compatibilità della teoria del forum non conveniens con la Convenzione di Bruxelles

217. Al fine di circoscrivere l’oggetto del nostro esame ad una situazione come quella di cui alla causa principale, è

importante ricordare che, con la seconda parte della prima questione, il giudice di rinvio chiede in sostanza se la

Convenzione di Bruxelles osti a che un giudice di uno Stato contraente – la cui competenza sussista in forza dell’art. 2

24 prof. Giorgio Costantino

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della Convenzione – rinunci discrezionalmente ad esercitare tale competenza per il fatto che un giudice di uno Stato

non contraente sarebbe più appropriato per statuire sul merito della controversia, qualora quest’ultimo giudice non sia

stato designato mediante alcuna clausola attributiva di competenza, dinanzi ad esso non sia stata previamente

proposta alcuna domanda idonea a determinare una situazione di litispendenza o di connessione e gli elementi di

collegamento di tale controversia con il suddetto Stato terzo abbiano natura diversa rispetto a quelli contemplati

dall’art. 16 della Convenzione di Bruxelles.

218. Per rispondere a tale questione, prenderò in esame anzitutto la volontà degli autori della Convenzione e

successivamente il tenore letterale dell’art. 2, primo comma, della Convenzione stessa, la sua economia complessiva,

nonché gli obiettivi da essa perseguiti.

1. La volontà degli autori della Convenzione

219. Al momento dell’elaborazione della Convenzione di Bruxelles, il Regno Unito e l’Irlanda non erano ancora Stati

membri della Comunità. Pertanto, essi non hanno partecipato ai negoziati che si sono svolti tra gli Stati membri, ai

sensi dell’art. 293 CE, e che hanno portato all’adozione della Convenzione in data 27 settembre 1968. I due Stati

suddetti sono entrati a far parte della Comunità soltanto il 1° gennaio 1973, esattamente un mese prima dell’entrata in

vigore della Convenzione, avvenuta il 1° febbraio 1973.

220. Orbene, la teoria del forum non conveniens si è sviluppata essenzialmente solo nei due Stati membri sopra

indicati (112) . Infatti, questa teoria è perlopiù ignota agli Stati membri rientranti nel sistema giuridico di «civil law»,

ossia agli Stati che hanno negoziato la Convenzione di Bruxelles. Ne consegue che quest’ultima non contiene alcuna

disposizione che si ricolleghi ad una teoria siffatta.

221. Soltanto in occasione dell’elaborazione della Convenzione di adesione del Regno Unito, dell’Irlanda e del

Regno di Danimarca alla Convenzione di Bruxelles – adottata il 9 ottobre 1978 – è stata evocata la questione della

compatibilità della teoria del forum non conveniens (113) .

222. La relazione predisposta dal prof. Schlosser, in merito alla suddetta Convenzione di adesione, rispecchia la

vastità del dibattito che la questione di cui sopra ha suscitato (114) .

223. Infatti, al punto 78 di tale relazione si afferma che «[s]econdo il parere delle delegazioni degli Stati membri

continentali della Comunità gli organi giurisdizionali di uno Stato membro della Comunità non dispongono di simili

facoltà [segnatamente quella di astenersi dallo statuire in applicazione della teoria del forum non conveniens] se

vengono aditi in quanto competenti in base alla Convenzione d’esecuzione».

224. Al riguardo si precisa che «è stato rilevato che la Convenzione dà agli Stati contraenti non solo il diritto di

esercitare la giurisdizione alle condizioni di cui al titolo II, ma anzi ve li obbliga». In proposito è stato sostenuto che

«[u]n attore deve avere certezza circa la competenza del giudice», in quanto egli «non deve sacrificare tempo e

denaro col rischio che il giudice adito si ritenga meno adatto di un altro».

225. Inoltre, nella relazione in questione si afferma, sempre al punto 78, che, «[l]addove siano competenti gli

organi giurisdizionali di più Stati, all’attore è stato volutamente attribuito un diritto di scelta, diritto che con

l’applicazione della “doctrine of the forum conveniens” non dovrebbe venire indebolito». Al riguardo si sottolinea che

«[l]’attore può avere scelto fra quelli competenti un organo giurisdizionale apparentemente “inadatto”, per ottenere

una decisione nello Stato in cui desidera farla eseguire».

226. Il medesimo punto della relazione aggiunge che «[n]on sarebbe da escludere peraltro il pericolo di conflitti di

competenza negativi: il giudice continentale potrebbe parimenti ritenersi non competente nonostante la decisione

dell’organo giurisdizionale del Regno Unito».

227. Infine, al punto suddetto si legge che, «[d]el resto, i motivi di fatto su cui si basa [attualmente] la “doctrine of

the forum conveniens” [e quella correlata del forum non conveniens] perder[anno] notevolmente rilevanza non appena

la Convenzione d’esecuzione si applicherà anche al Regno Unito e all’Irlanda». A questo proposito, la relazione precisa,

sempre al punto 78, che la normativa nazionale destinata ad attuare la Convenzione nei due Stati suddetti dovrebbe

portare, da un lato, ad una concezione della nozione di domicilio più ristretta di quella finora esistente e, dall’altro,

all’abbandono della regola nazionale di competenza esorbitante fondata sulla pura e semplice notificazione dell’atto

introduttivo del giudizio al convenuto che si trovi temporaneamente nel territorio degli Stati in questione, in conformità

dell’art. 3, secondo comma, della Convenzione.

228. Tali sono gli argomenti in forza dei quali, secondo il suddetto punto 78, «l’Irlanda ed il Regno Unito hanno

rinunciato ad adattamenti formali su questo punto».

229. Dall’insieme di tali elementi deduco che gli Stati membri che hanno negoziato e concluso la Convenzione di

Bruxelles, ovvero la Convenzione di adesione del 1978, non hanno assolutamente inteso consentire l’ingresso del

meccanismo del forum non conveniens nel sistema pattizio istituito o che vi si sono opposti in modo fermo e

maggioritario.

230. Ammettere il contrario significherebbe dunque violare la volontà degli Stati parti della Convenzione, come

modificata dalla Convenzione di adesione del 1978, tenendo presente che tale volontà non è stata successivamente

smentita in occasione dell’adozione delle ulteriori convenzioni di adesione o del regolamento n. 44/2001. Anche

l’esame del tenore letterale dell’art. 2, primo comma, della Convenzione, dell’economia complessiva della medesima,

nonché del suo effetto utile alla luce degli obiettivi da essa perseguiti, gioca a sfavore di un accoglimento della teoria

del forum non conveniens.

2. Il tenore letterale dell’art. 2, primo comma, della Convenzione

231. Ricordo che l’art. 2, primo comma, della Convenzione stabilisce che, «[s]alve le disposizioni della presente

Convenzione, le persone aventi il domicilio nel territorio di uno Stato contraente sono convenute, a prescindere dalla

loro nazionalità, davanti agli organi giurisdizionali di tale Stato».

232. È importante altresì ricordare che, secondo una costante giurisprudenza, le norme comunitarie devono essere

interpretate e applicate in modo uniforme alla luce delle versioni vigenti nelle altre lingue della Comunità (115) . A

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mio avviso, lo stesso vale necessariamente per l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione di Bruxelles, alla

luce dell’intento, assiduamente affermato dalla Corte, di assicurare il rispetto del principio della certezza del diritto

nonché l’uguaglianza e l’uniformità dei diritti e degli obblighi derivanti dalla Convenzione, tanto nei riguardi degli Stati

contraenti quanto a favore dei soggetti interessati (116) .

233. È pacifico che l’esame delle diverse versioni linguistiche dell’art. 2, primo comma, della Convenzione dimostra

che la regola di competenza in esso enunciata ha carattere imperativo, e non facoltativo, e che a detta regola si può

derogare soltanto nei casi espressamente previsti dalla Convenzione stessa. Ora, altrettanto pacifico è che una

situazione come quella di cui alla causa principale non rientra in alcuno dei casi tassativamente elencati dalla

Convenzione, che esaminerò con maggior precisione trattando dell’economia complessiva della Convenzione.

234. Ne concludo che il tenore letterale dell’art. 2, primo comma, della Convenzione osta a che, in una situazione

come quella di cui alla causa principale, un giudice di uno Stato contraente, investito di una controversia sulla base

della detta disposizione, rinunci discrezionalmente a statuire sul merito per il fatto che un giudice di uno Stato non

contraente sarebbe a tal fine più appropriato. Tale conclusione si impone anche per quanto riguarda l’economia

complessiva della Convenzione.

3. L’economia complessiva della Convenzione

235. Nel caso in cui sussista la competenza di un giudice di uno Stato contraente come il Regno Unito, in

conformità dell’art. 4 della Convenzione, sulla base delle regole di competenza esorbitanti in vigore in tale Stato

(nell’ipotesi in cui il convenuto abbia il suo domicilio in un paese terzo), riconosco che a priori la Convenzione non osta

a che il giudice in questione rinunci ad esercitare la propria competenza, in applicazione della teoria del forum non

conveniens (in vigore nello Stato contraente interessato), per il fatto che un giudice di uno Stato terzo sarebbe più

appropriato oppure in miglior posizione per statuire sul merito della controversia.

236. Tuttavia, tale eventualità si profila solo nel caso (che non è quello del sig. Owusu) in cui il convenuto abbia il

suo domicilio in uno Stato non contraente, in quanto questa è la sola fattispecie contemplata dall’art. 4 della

Convenzione.

237. Per contro, qualora il convenuto abbia il suo domicilio in uno Stato contraente e sussista pertanto la

giurisdizione di un giudice di uno Stato contraente, ai sensi dell’art. 2, primo comma, della Convenzione, l’economia

complessiva di quest’ultima osta a che, in una situazione come quella di cui alla causa principale, tale giudice rinunci

discrezionalmente ad esercitare la propria competenza per il fatto che un giudice di uno Stato non contraente sarebbe

più appropriato per statuire sul merito della controversia.

238. Infatti, se è vero che talune disposizioni della Convenzione tendono ad attenuare la forza obbligatoria della

regola di competenza fissata dall’art. 2, ciò si verifica soltanto in alcune circostanze del tutto particolari, non

sussistenti nella causa principale, ragion per cui l’economia complessiva della detta Convenzione osta a che un giudice

di uno Stato contraente rinunci ad esercitare tale competenza obbligatoria nelle circostanze del caso di specie, vale a

dire in circostanze diverse da quelle espressamente e tassativamente previste dalla Convenzione.

239. Inoltre, è importante sottolineare come alcune di queste disposizioni della Convenzione siano ispirate da

considerazioni in larga misura differenti da quelle inerenti alla teoria del forum non conveniens. Tale dato mi conforta

nell’idea che l’economia complessiva della Convenzione osti all’applicazione della teoria in questione in sede di

esercizio di una competenza fondata sull’art. 2.

240. È quanto mi accingo a trattare qui di seguito.

241. Anzitutto, segnalo che, se è vero che le regole di competenza speciali o particolari della Convenzione (previste

dagli artt. 5 e 6 nonché dal titolo II, sezioni 3 e 4) consentono di derogare alla regola di competenza obbligatoria di cui

all’art. 2, segnatamente in forza di un elemento di collegamento diretto o particolarmente stretto tra la materia del

contendere e i giudici di uno Stato diverso da quello del domicilio del convenuto interessato, la scelta tra tali

competenze alternative può essere esercitata soltanto nell’ambito delle relazioni tra più Stati contraenti, e non nel

quadro delle relazioni tra uno Stato contraente ed uno Stato terzo, ipotesi quest’ultima sussistente nella causa

principale.

242. Inoltre, e soprattutto, è importante sottolineare come tale facoltà di scelta tra più competenze si offra

soltanto all’attore, in sede di formazione della sua azione. Di conseguenza, un giudice, una volta adito in base alla

regola di competenza di cui all’art. 2, non può rinunciare a statuire sulla base delle regole di competenza speciali o

particolari previste dalla Convenzione, anche se la controversia di cui trattasi presenti un elemento di collegamento

significativo con i tribunali di uno Stato (contraente o meno) diverso da quello del domicilio del convenuto.

243. Inoltre, se è vero che, a norma dell’art. 17, primo comma, nonché degli artt. 19, 21 e 22 della Convenzione,

un giudice di uno Stato contraente è tenuto a dichiararsi incompetente oppure dispone della facoltà di rinunciare a

statuire se adito sulla base della regola di competenza generale ed obbligatoria di cui all’art. 2, è pacifico che la causa

principale non rientra in alcuna delle dette ipotesi, di modo che la forza vincolante della regola di competenza fissata

dall’art. 2 resta immutata. È quanto vedremo più in dettaglio esaminando ciascuna delle disposizioni in questione.

244. Anzitutto, l’art. 17, primo comma, della Convenzione, in materia di proroga espressa di competenza, stabilisce

che, qualora almeno una delle parti sia domiciliata nel territorio di uno Stato contraente, il giudice o i giudici di tale

Stato che siano stati designati dalle parti (in conformità delle condizioni imposte dalla detta disposizione) hanno

competenza esclusiva. Pertanto, qualsiasi altro tribunale adito da una parte, segnatamente sulla base dell’art. 2 della

Convenzione, è in linea di principio incompetente, salvo che, ai sensi dell’art. 18, il convenuto accetti di comparire

dinanzi al giudice adito senza eccepire l’incompetenza di quest’ultimo fondandosi sulla clausola di elezione del foro.

Pertanto, fatta salva l’ipotesi contemplata all’art. 18, il giudice adito da una parte in violazione di una clausola

attributiva di giurisdizione deve dichiararsi incompetente a statuire.

245. Lo stesso vale nel caso in cui un giudice di uno Stato contraente, e segnatamente dello Stato contraente in cui

è domiciliato il convenuto, sia stato adito in violazione delle regole di competenza esclusive fissate dall’art. 16 della

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Convenzione, in virtù dell’esistenza di elementi di collegamento particolarmente stretti tra il merito della controversia

ed il territorio di uno Stato contraente. D’altronde, la forza vincolante di tali regole è particolarmente significativa,

posto che l’art. 19 della Convenzione dispone che il giudice investito a titolo principale di una controversia per la quale

l’art. 16 prescrive la competenza esclusiva di un giudice di un altro Stato contraente è tenuto a dichiarare d’ufficio la

propria incompetenza.

246. Soltanto le regole di competenza a carattere esclusivo sono idonee ad impedire l’applicazione della regola di

competenza generale ed obbligatoria di cui all’art. 2 della Convenzione. Orbene, ricordo che tali regole di competenza

a carattere esclusivo non si applicano in una situazione come quella di cui alla causa principale.

247. Lo stesso vale per i meccanismi previsti dagli artt. 21 e 22 della Convenzione, relativamente all’applicazione

delle regole di competenza.

248. Ricordo infatti che l’art. 21 della Convenzione, in materia di litispendenza, stabilisce che, qualora davanti a

giudici di Stati contraenti differenti e tra le stesse parti siano state proposte domande aventi il medesimo oggetto e il

medesimo titolo, il giudice successivamente adito deve sospendere il processo fino a che non sia accertata la

competenza a favore del giudice preventivamente adito e, ove tale competenza sia accertata, dichiarare la propria

incompetenza a favore di quest’ultimo.

249. Ora, come ho già indicato, la situazione di cui alla causa principale non rientra in tale ipotesi, in quanto non è

stato attivato alcun procedimento parallelo dinanzi ad un giudice di uno Stato contraente diverso da quello del

domicilio del primo convenuto.

250. Inoltre, come ricordato dalla Corte al punto 47 della sentenza Gasser, già citata, tale regola procedurale «si

basa chiaramente ed unicamente sull’ordine cronologico in cui i giudici di cui trattasi sono stati aditi». Essa, pertanto,

non lascia alcuno spazio ad un qualsivoglia potere di valutare se uno dei giudici aditi si trovi in una posizione migliore

rispetto all’altro per statuire sul merito della controversia. Ne consegue che, contrariamente a quanto talvolta

sostenuto, il meccanismo previsto dalla Convenzione in materia di litispendenza risponde ad una logica profondamente

diversa da quella inerente alla teoria del forum non conveniens, in quanto, come abbiamo visto, quest’ultima implica

che il giudice adito possa discrezionalmente valutare se un foro straniero sia chiaramente più appropriato per statuire

sul merito della controversia.

251. Quanto all’art. 22 della Convenzione, ricordo che esso stabilisce che, ove più cause connesse siano proposte

davanti a giudici di Stati contraenti differenti e siano pendenti in primo grado, il giudice successivamente adito può

sospendere il procedimento oppure può dichiarare la propria incompetenza su richiesta di una delle parti, a condizione

che la propria legge consenta la riunione di procedimenti connessi e che il giudice preventivamente adito sia

competente a conoscere delle due domande.

252. Contrariamente a quanto previsto dall’art. 21 in materia di litispendenza, l’art. 22 non si fonda unicamente

sull’ordine cronologico in cui i giudici in questione sono stati aditi. Esso lascia un certo spazio al potere discrezionale

del giudice successivamente adito, avendo questi facoltà di scegliere tra la sospensione del procedimento e la

dichiarazione della propria incompetenza. Si può affermare che tale scelta può dipendere in particolare dalla questione

dell’eventuale migliore posizione del giudice preventivamente adito al fine della risoluzione della controversia su cui il

giudice successivamente adito è chiamato a pronunciarsi. A questo proposito, tale meccanismo potrebbe essere

accostato (ma soltanto sotto questo profilo) a quello relativo alla teoria del forum non conveniens.

253. Tuttavia, è importante sottolineare che la facoltà offerta al giudice di sospendere il procedimento oppure di

dichiarare la propria incompetenza, in conformità dell’art. 22 della Convenzione, sussiste soltanto nell’ipotesi in cui

siano stati avviati procedimenti paralleli dinanzi a giudici di Stati contraenti differenti, al fine di evitare i contrasti di

decisioni che potrebbero derivarne e di escludere così, per quanto possibile, la possibilità che una decisione resa in uno

Stato contraente non venga riconosciuta in un altro Stato contraente.

254. Ora, anche a supporre che la causa di risarcimento avviata dalla turista inglese che sarebbe rimasta vittima di

un incidente analogo a quello del sig. Owusu sia ancora pendente e possa considerarsi connessa alla causa principale

all’origine del presente procedimento pregiudiziale, va rilevato che tale procedimento parallelo è stato avviato in

Giamaica, ossia davanti ai giudici di uno Stato terzo, cosicché, in linea di principio, l’art. 22 non può trovare

applicazione.

255. Inoltre, indipendentemente da tali considerazioni specifiche, la logica di questo meccanismo di coordinamento

dell’esercizio della funzione giurisdizionale tra i giudici di Stati contraenti differenti si rivela assai diversa da quella della

teoria del forum non conveniens, in quanto l’applicazione di quest’ultima non è in linea di principio subordinata

all’esistenza di un procedimento parallelo in un altro Stato contraente. Infatti, come precisato dalla citata sentenza

Spiliada (117) , per il giudice adito è importante stabilire il «foro naturale» della controversia, vale a dire «quello con

il quale la materia del contendere presenta i collegamenti più stretti», in base a criteri di ordine pratico o pecuniario,

come la disponibilità dei testimoni, o a criteri come la legge applicabile all’operazione in questione. Pertanto, il

carattere appropriato o meno del giudice adito non dipende necessariamente ed esclusivamente dall’esistenza di un

procedimento parallelo dinanzi ad un giudice di un altro Stato contraente.

256. Da tali elementi risulta che, qualora sussista la competenza di un giudice di uno Stato contraente in base

all’art. 2 della Convenzione (ed essa non contrasti con le regole di competenza a carattere esclusivo poste dagli

artt. 16 e 17), tale giudice non è legittimato a rinunciare all’esercizio della propria competenza, salvo nelle ipotesi

particolari previste dagli artt. 21 e 22 della Convenzione stessa, non sussistenti nella causa principale.

257. Questa disamina dell’economia complessiva della Convenzione conforta dunque la tesi secondo cui

quest’ultima osta a che, in una situazione come quella di cui alla causa principale, un giudice di uno Stato contraente,

la cui competenza sussista in forza dell’art. 2 della Convenzione stessa, rinunci discrezionalmente ad esercitare tale

competenza per il fatto che un giudice di uno Stato non contraente sarebbe più appropriato per statuire sul merito

della controversia. 27 prof. Giorgio Costantino

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258. A mio avviso, la suddetta tesi non può essere messa in discussione per il fatto che, come avviene nel caso di

specie, la controversia sottoposta al giudice di uno Stato contraente in forza dell’art. 2 della Convenzione riguarda non

soltanto un convenuto domiciliato nello Stato contraente cui appartiene tale giudice, ma anche vari convenuti

domiciliati in uno Stato terzo.

259. Infatti, se è vero che l’applicazione dell’art. 4 della Convenzione, nel caso in cui vari convenuti siano

domiciliati in uno Stato terzo, può indurre il giudice adito a porsi la questione del carattere appropriato della sua

richiesta cognizione, alla luce dei criteri inerenti alla teoria del forum non conveniens, ciò non toglie che la medesima

norma non impone affatto a tale giudice l’obbligo di rinunciare ad esercitare la competenza che gli viene dall’art. 2 per

quanto riguarda il convenuto domiciliato nel territorio dello Stato contraente cui il giudice stesso appartiene. Al giudice

adito spetta semplicemente, tenuto conto della situazione delle parti e dei diversi interessi in gioco, valutare se occorra

statuire sull’intera controversia o soltanto sulla parte di questa riguardante il convenuto domiciliato nello Stato

contraente di cui trattasi.

4. Gli obiettivi e l’effetto utile della Convenzione

260. Anche a supporre che la teoria del forum non conveniens costituisca una regola di natura procedurale

ricadente a tale titolo sotto la sola legge nazionale, l’applicazione di una regola siffatta non può pregiudicare l’effetto

utile della Convenzione. È quanto la Corte ha recentemente ricordato nella citata sentenza Turner, a proposito del

meccanismo dell’«anti-suit injunctions» (118) .

261. Ritengo che l’applicazione di tale eventuale regola procedurale tenda a pregiudicare gli obiettivi della

Convenzione e, in via correlata, il suo effetto utile, ragion per cui tali due elementi ostano all’applicazione della teoria

del forum non conveniens.

262. Vari argomenti depongono in tal senso.

263. Anzitutto, concedendo al giudice adito la possibilità di rinunciare – in modo del tutto discrezionale –

all’esercizio della competenza conferitagli da una regola fissata dalla Convenzione, come quella di cui all’art. 2, la

teoria del forum non conveniens pregiudica seriamente la prevedibilità delle regole di competenza previste dalla

Convenzione stessa, in particolare quella di cui all’art. 2. Ora, come ho già indicato, soltanto tale prevedibilità delle

regole di competenza è in grado di garantire il rispetto del principio della certezza del diritto e di assicurare il

rafforzamento della tutela giuridica delle persone residenti nella Comunità, conformemente agli obiettivi perseguiti

dalla Convenzione. Pertanto, incidere in tal modo sulla prevedibilità delle regole di competenza stabilite dalla

Convenzione, in particolare di quella di cui all’art. 2 (che è una regola di competenza generale) finisce per pregiudicare

l’effetto utile della Convenzione.

264. Al riguardo, è importante tener presente che la Convenzione si ispira ampiamente al sistema giuridico di «civil

law», il quale annette una particolare importanza alla prevedibilità ed all’intangibilità delle regole di competenza. Tale

dimensione è meno presente nel sistema di «common law», in quanto l’applicazione delle regole vigenti viene piuttosto

effettuata in maniera elastica e caso per caso. A questo proposito, la teoria del forum non conveniens si inserisce

agevolmente nell’ambito del sistema di «common law», in quanto lascia al giudice adito il potere di valutare

discrezionalmente se occorra esercitare o no la competenza ad esso conferita. Pertanto, tale teoria appare difficilmente

compatibile con lo spirito della Convenzione.

265. Al di là di tali considerazioni generali, occorre esaminare più precisamente le conseguenze procedurali

derivanti dall’applicazione della teoria del forum non conveniens. A mio avviso, tali conseguenze sono difficilmente

conciliabili con gli obiettivi perseguiti dalla Convenzione che, ricordiamolo, attengono tanto al rispetto del principio

della certezza del diritto, quanto al rafforzamento della tutela giuridica delle persone stabilite nella Comunità.

266. Infatti, come abbiamo visto, allo stato attuale del diritto inglese l’applicazione della suddetta teoria si traduce

in una provvisoria rinuncia a statuire, vale a dire in una sospensione del processo, che può protrarsi anche sine die.

Tale situazione è di per sé poco soddisfacente in termini di certezza del diritto.

267. Inoltre, anziché rafforzare la tutela giuridica delle persone stabilite nella Comunità, la teoria del forum non

conveniens tende piuttosto ad indebolirla. Ciò è particolarmente vero per l’attore.

268. Infatti, ricordo che è all’attore intenzionato a sfuggire agli effetti della regola procedurale in questione che

spetta dimostrare l’impossibilità, per lui, di ottenere giustizia dinanzi al foro straniero di cui trattasi. Ed anche sotto

questo profilo la situazione è poco soddisfacente, in quanto occorre temere che tale eccezione venga sollevata da

alcuni convenuti al solo fine di ritardare l’avanzamento di procedimenti avviati nei loro confronti.

269. Inoltre, qualora il giudice adito abbia infine deciso di accogliere l’eccezione di forum non conveniens, spetta

ancora una volta all’attore che intenda riattivare il procedimento fornire la prova degli elementi a tal fine necessari. Gli

incombe pertanto dimostrare che il foro straniero non è in definitiva competente a conoscere della controversia, ovvero

che dinanzi a tale foro egli non potrà ottenere, o non ha potuto ottenere, una giustizia effettiva. Questo onere della

prova incombente sull’attore può rivelarsi particolarmente pesante. Pertanto, sotto questo profilo, l’applicazione della

teoria del forum non conveniens può pregiudicare sensibilmente la tutela dei suoi interessi, di modo che essa tende ad

indebolire, anziché rafforzare, la tutela giuridica dell’attore, in contrasto con l’obiettivo della Convenzione.

270. Infine, nell’ipotesi in cui l’attore non riuscisse a fornire la prova degli elementi in questione, per opporsi ad

una sospensione del giudizio (che può essere disposta sine die) o per riattivare il procedimento già sospeso, la sola

possibilità che gli resterebbe, qualora intendesse mantenere ferme le proprie pretese, sarebbe quella di provvedere a

quanto necessario per introdurre una nuova azione dinanzi al foro straniero. Va da sé che tali incombenze hanno un

costo e possono ritardare sensibilmente i termini di procedura cui l’attore è esposto per veder finalmente trattata la

propria causa. D’altra parte, al riguardo, il meccanismo inerente alla teoria del forum non conveniens potrebbe essere

considerato incompatibile con le prescrizioni di cui all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti

dell’uomo e delle libertà fondamentali. 28 prof. Giorgio Costantino

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2.47 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza della Corte di Giustizia Europea relativa al procedimento n. 281 del 2002. La Corte deve analizzare la domanda pregiudiziale relativa all'interpretazione della Convenzione del 1968 in tema di competenza giurisdizionale e esecuzione di decisioni in materia civile e commerciale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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