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Errore nelle scelte di macroeconomia

Dispensa al corso di Politica economica del Prof. Gian Cesare Romagnoli. Trattasi dell'articolo del professore dal titolo "L'errore nelle scelte di macroeconomia" all'interno del quale sono affrontati i seguenti argomenti: la distinzione tra economia e politica, gli errori nelle teorie macroeconomiche, ricongnizione storica delle teorie neoclassiche... Vedi di più

Esame di Politica economica docente Prof. G. Romagnoli

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mentis) e di sopperire alle insufficienze dei suoi sensi con la fantasia (idola tribus), con i

condizionamenti dell’educazione (idola specus), del linguaggio (idola fori), dei pregiudizi (idola

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theatri) .

Posta l’ineliminabilità dell’errore, l’idealismo e lo storicismo hanno impostato per la prima volta il

problema dell’errore non in termini psicologici, ma logici; ci si domanda quale sia il posto della

negatività, del limite nella vita del pensiero e dell’azione dell’uomo. L’errore è visto come un

prodotto dello spirito, un momento della verità senza il quale non ci sarebbe quello della positività.

La realtà è svolgimento nel quale il termine negativo, intrinseco al positivo, è come la molla del

progresso. In questo senso, la teoria smithiana della “mano invisibile” è, secondo Dobb, affine a

quella di Hegel nella proposizione secondo cui dalle azioni degli uomini deriva qualcosa di

5

radicalmente diverso da ciò che essi si propongono scientemente di ottenere .

Di fatto ogni problema è condizionato da una particolare situazione e postula certe finalità limitate.

La consapevolezza dei limiti di un problema non può essere conquistata a priori, ma solo dopo che

quei limiti siano stati sperimentati attraverso la constatazione delle conseguenze e dei presupposti

falsi che avevamo accettati. Il riconoscimento della dialetticità del conoscere non implica nessuno

scetticismo o agnosticismo, nessuna sfiducia nella ragione, ma solo la consapevolezza del fatto che

le conquiste umane sono sempre fornite di un significato e di un valore finiti, condizionate (non

determinate) da situazioni storiche concrete particolari. Il significato e il valore dei pensieri e delle

azioni dell’uomo sono compresi nel loro limite solo in virtù dell’atto in cui quel limite viene

riconosciuto e superato da chi sia riuscito a porsi su un piano superiore a quello considerato.

Tuttavia, la radice ineliminabile dell’errore è l’essenzialità del limite al pensare e al fare dell’uomo.

In questo senso, la macroeconomia, che studia la struttura e l’andamento delle economie nazionali

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nel loro complesso attraverso le variabili economiche aggregate (come la produzione

dell’economia nel suo insieme, o il prezzo medio di tutti i beni), è il risultato di un incessante

processo di costruzione e dell’interazione tra idee ed eventi che ha dominato la riflessione degli

economisti per alcuni secoli. Ciò che gli economisti credono oggi è il risultato di un processo

evolutivo nel corso del quale hanno eliminato alcune idee che si sono rivelate sbagliate e hanno

mantenuto quelle che sembravano spiegare meglio la realtà. Ma le lezioni della storia e l’interazione

tra idee ed eventi non sono tali da indurre un consenso ampio nella professione. Ciò è dovuto a due

motivi principali. Il primo riguarda l’importanza relativa degli obiettivi. Il secondo riguarda la

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difficoltà di raggiungere una visione condivisa del funzionamento dell’economia .

Occasionalmente, le revisioni del sistema teorico sono state indotte da eventi storici. E’ quanto

accadde, ad esempio, durante la Grande Depressione quando la teoria macroeconomica tradizionale

si rivelò incapace di spiegare la profondità e la durata della recessione e lasciò il campo alla

rivoluzione keynesiana. Per questa ragione, la storia della macroeconomia moderna inizia nel 1936,

8

con la pubblicazione della “Teoria Generale” di Keynes . A parte questi momenti di svolta, alcuni

4 Bacone F., Novum Organum, trad. it. a cura di Banfi A., Milano, 1951. In questa opera Bacone sostiene che il

compito di fondare la scienza consiste di due momenti: negativo l’uno, positivo e costruttivo l’altro.

5 Vedi Dobb M., Storia del pensiero economico, Editori Riuniti, Roma, 1974, p.41

6 La macroeconomia studia anche le politiche che i governi utilizzano per tentare di migliorare i risultati ottenuti dalle

loro economie, i loro effetti e la validità relativa delle teorie a cui hanno riferito le loro scelte. Importanti temi

macroeconomici dello schema analitico tradizionale includono lo studio delle determinanti, nel breve, come nel lungo

periodo, del consumo, del risparmio, dell’investimento, della crescita economica di lungo periodo, dei cicli economici,

della disoccupazione, dell’inflazione, del commercio e dei prestiti internazionali. Un allargamento di questo schema

contempera le differenze istituzionali esistenti tra i diversi paesi e la trasmissione internazionale degli effetti delle

politiche nazionali. Vedi Sachs J.D., Larrain F., Macroeconomia e politica economica, Il Mulino, Bologna, 1995, pp.

42-44

7 Vedi Blanchard O., Macroeconomia, Il Mulino, Bologna, 2000, p.27. Per sua natura la macroeconomia si concentra su

grandi problemi: gli effetti delle politiche economiche,

8 La macroeconomia utilizza una grande mole di dati. Non a caso la moderna economia potè svilupparsi in Europa negli

anni trenta quando gli statistici, sulla scia del suggerimento teorico keynesiano applicato alla Grande Depressione,

iniziarono una raccolta sistematica di questi dati. Tra queste statistiche, le più importanti per la macroeconomia sono

state quelle della contabilità nazionale. A partire dagli anni venti, negli Stati Uniti, contemporaneamente alla

identificazione del ciclo economico come fenomeno ricorrente, era iniziata la raccolta e la ricerca sistematica dei dati

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eventi inducono gli studiosi di macroeconomia a pensare di aver tralasciato alcune variabili cruciali

o di aver interpretato erroneamente il comportamento di altre. Questo accadde all’inizio degli anni

settanta quando molti paesi attraversarono quasi un decennio di stagnazione produttiva

inaspettatamente accompagnato da inflazione e per questo denominato stagflazione. La

macroeconomia keynesiana non trovò facilmente una risposta e i suoi modelli si sono confrontati

prima con quelli monetaristi e poi con quelli della nuova macroeconomia classica che hanno dato

una spiegazione plausibile agli effetti degli shocks di offerta, di domanda, e delle variazioni degli

strumenti di politica economica.

E’ sempre difficile datare la nascita di un indirizzo ideale o di una tendenza del pensiero. La vera

novità reale può consistere tanto nel porre una nuova domanda o vecchie domande in forma nuova

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quanto nel rinvenire una risposta convincente . Per alcuni decenni, tra la fine del XIX e l’inizio del

XX secolo, lo spostamento d’accento sull’analisi di equilibrio particolare aveva indotto a

concentrare l’attenzione sulla “microeconomia” escludendo, o ponendo in secondo piano, la più

ampia concatenazione delle interdipendenze e degli effetti che è basilare per la formazione delle

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macrorelazioni . Si osserva peraltro che le teorie macroeconomiche maggioritarie che attualmente

si confrontano - la nuova macroeconomia classica e la macroeconomia post-keynesiana - sono

entrambe il risultato di una rifondazione microeconomica. Tuttavia, l’impoverimento dell’

economia politica che aveva allontanato gli economisti dall’analisi degli aggregati e dei loro

rapporti, per concentrarsi sui prodotti singoli e sui loro prezzi individuali, è stato messo in causa

negli anni trenta del novecento dall’opera di Keynes e dallo spostarsi dell’attenzione, dopo la

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seconda guerra mondiale, dalla statica di Jevons alla teoria dello sviluppo . Ma anche la ripresa

d’interesse per gli economisti classici dell’età ricardiana, che prese l’avvio con l’edizione delle

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opere di Ricardo da parte di Piero Sraffa , fu strettamente connessa con lo spostamento

dell’attenzione sui problemi “macroscopici”.

Lo scopo principale di questo saggio è quello di individuare alcuni errori delle teorie

macroeconomiche che, insieme agli errori di previsione, hanno influito negativamente nelle scelte

di macroeconomia dando luogo a perdite di benessere, come nel caso di crisi economiche, o hanno

impedito di contrastarle in modo adeguato. L’auspicio è che la riflessione sugli errori compiuti

possa contribuire ad evitarne qualcuno in futuro. Tuttavia, esiste, anche per gli errori nelle scelte di

macroeconomia, sia la possibilità di non rilevarli, sia, piuttosto, di farlo anche se non ci sono. In

molti casi ci si trova dinanzi a scelte che diventano erronee in presenza di alcuni presupposti o di

alcune condizioni e cessano di esserlo se questi cambiano. Vi sono errori che vengono accettati

come mali minori o in relazione a finalità superiori, che si compiono a causa di una struttura di

incentivi a deviare da scelte appropriate, che non è facile evitare se si vuole governare con una

soglia minima di consenso interno o che si devono accettare o subire in forza di un accordo o di una

imposizione internazionale. Anche se i grandi gruppi economici e finanziari hanno acquisito,

soprattutto per la mancata liberalizzazione dei mercati, un potere crescente di scelta politica che

viene gradualmente sottratta ai politici i quali sovente abdicano, in quanto mediatori degli interessi

di gruppi, a scelte indipendenti di macroeconomia nell’interesse generale.

2. La distinzione tra economia e politica

Un aspetto importante da considerare riguarda le implicazioni associate alla distinzione tra le

scienze superorganiche, qui esemplificata con riferimento all’economia e alla politica, per quanto

riguarda la scelta decisionale. Accade, infatti, che l’analisi economica sia confusa con le

enunciazioni di principi di politica e ciò rende pertinente considerare l’esame del loro carattere e

macroeconomici effettuata dalla National Bureau of Economic Research con la direzione di Simon Kuznets. Vedi

Sachs J.D., Larrain F., op. cit., 1995, pp.21-2 e 34-35.

9 Vedi Dobb, op.cit., p. 237.

10 Di queste si erano invece occupati i classici la cui caratteristica peculiare era stata l’attenzione per la politica

economica.

11 Vedi Dobb M., op. cit., p.168.

12 Vedi Sraffa P., Works and correspondence of David Ricardo, Cambridge, 1951. 3

della loro validità quale parte integrante della scienza economica. Non si disputa sul fatto che la

scienza economica dispieghi il suo ambito sia su relazioni tecnologiche, che si stabiliscono tra

uomo e mondo naturale, sia su relazioni individuali e sociali, tra uomo e uomo. Né si ritiene che tali

relazioni interagiscano in modo irrilevante o che abbia senso studiarle separatamente secondo una

specializzazione disciplinare. Tuttavia appare opportuno evitare la confusione degli ambiti

disciplinari qui descritti di economia e politica, e anzi se ne discute l’opportunità metodologica.

Non confondere significa distinguere, non separare. In questo senso, si argomenta la possibilità di

distinguere, pur non separandole, l’azione dall’intenzione e, parallelamente, gli ambiti disciplinari

di economia e politica.

La confusione dell’analisi economica con l’enunciazione di principi di politica può essere valutata

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in base a due aspetti . Il primo riguarda l’importanza relativa attribuita alle caratteristiche del

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metodo scientifico positivo , il secondo riguarda la titolarità dei compiti e quindi delle

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responsabilità sul “terreno proprio dei teoremi e dei consigli” . La confusione suddetta, in quanto

consente la commistione di fenomeni empirici formalmente osservabili e non osservabili, viola in

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modo grave il primo dei requisiti sostanziali e qualificanti del metodo positivo . In secondo luogo

tale commistione non consente di distinguere con quali domande e con quali modalità il politico

possa interrogare l’economista.

Gli stessi strumenti analitici, anche se le proposizioni da essi derivate sono vincolate solo alla

coerenza formale, divengono positivi e sintetici se applicati a un contenuto empirico. In quanto

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positivi, essi divengono anche ipotetici e soggettivi e tuttavia condizionano la scelta.

Per quanto riguarda la pertinenza della valutazione delle enunciazioni di politica alla scienza

economica, non si disputa qui sull’opportunità di enucleare, o di rendere espliciti, i criteri dai quali

esse sono state desunte nel tempo. Tuttavia, dopo aver espresso dubbi sull’opportunità che siano gli

economisti a desumere tali enunciazioni, si valuta anche l’opportunità che siano gli economisti ad

enucleare i criteri da cui esse sono desunte. Si conclude, infine, che il compito della valutazione

delle enunciazioni suddette non è pertinente alla scienza economica. I criteri cui si fa riferimento

possono essere intesi in due modi diversi, anche se non separabili, quello positivo e quello

normativo. I primi, in quanto determinano le regole secondo cui i dati empirici possono convalidare

o meno una proposizione, dovrebbero essere derivati dagli economisti. I secondi, in quanto

individuano la norma su cui si fondano i giudizi, le diverse linee di azione o di condotta in

considerazione della valenza metafisica che in parte li connota, dovrebbero essere derivati dai

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soggetti che hanno mandato per farlo .

13 Interessante, per quel che ci interessa, l’affermazione di Francesco Bacone: citius emergit veritas ex errore quam ex

confusione. Idem, op.cit.

14 Queste richiedono sia l’osservazione del fenomeno da cui si inducono le ipotesi di base e con cui si confrontano i

risultati da una parte, sia la coerenza formale del processo analitico attraverso il quale si deducono le tesi, dall’altra. Il

fattore discriminante di questa proposta metodologica consiste nel considerare la falsificabilità empirica e la

falsificazione requisiti solo formali, non sostanziali, per la scientificità delle teorie empirico-probabilistiche appartenenti

a una disciplina.

15 Si tratta di una ben nota distinzione di Luigi Einaudi.

16 Vedi Romagnoli G.C., “Falsificabilità e falsificazione nella scienza economica. Alcune riflessioni metodologiche”,

Studi Urbinati, n.B4, 1984-85, pp. 103-35.

17 Per questa ragione non si condivide la posizione contraria assunta e mantenuta da Schumpeter, secondo il quale

l’analisi è un antidoto dell’ideologia. Vedi Schumpeter J.A.,” Science and Ideology”, American Economic Review,

marzo 1949, pp.345-59. p.263 e Idem, Storia dell’analisi economica, edizione ridotta a cura di Napoleoni C.,

Boringhieri, Torino, 1968 (1° ed. 1954), pp.37-8.

18 La complessità di valutazione dell’errore si evidenzia con l’osservazione di John Stuart Mill che prospetta

l’impossibilità di risolvere alcuna questione pratica soltanto in base a premesse economiche. Qui il riferimento è alla

originale distinzione di Mill: “…. tra le leggi della produzione della ricchezza, che sono leggi della natura, dipendenti

dalle proprietà degli oggetti, e le forme della distribuzione che, soggette ad alcune condizioni, dipendono dalla volontà

umana”. Mill J.S., Essays on some unsettled questions of political economy, London, 1844. In questo senso, si

comprende il favore di Mill, che nasce liberista e muore fabiano, “per un atteggiamento riformista dello Stato che deve

erogare istruzione elementare gratuita, proteggere il lavoro infantile, favorire la riduzione delle ore lavorative,

controllare gli eccessi nell’esercizio della proprietà privata della terra, fornire assistenza ai lavoratori temporaneamente

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Le argomentazioni esposte sulla inopportunità che l’economista enuclei criteri normativi e desuma

enunciazioni di politica, se convincenti, implicano che questo studioso si astenga anche dalla

valutazione di queste ultime. Infatti, anche se le motivazioni da cui dipendono le decisioni oggetto

di studio della politica, una volta attuate, danno luogo a dati osservabili, utili alla derivazioni di

proposizioni scientifiche, si ritiene che questo momento valutativo abbia un luogo elettivo nella

scelta decisionale.

Si delinea, a questo punto, una ulteriore distinzione che riguarda i due momenti interrelati della

valutazione dei modelli economici e della valutazione di misure alternative di politica economica. Il

primo dei due momenti riguarda la elaborazione e l’applicazione di criteri che valutino

l’adeguatezza della struttura proposta dall’economista, quale rappresentazione analogica della realtà

economica da utilizzare per un determinato scopo. Anche in questo caso è opportuno distinguere,

nell’elaborazione dei criteri positivi e dei criteri normativi, la divisione dei compiti dell’economista

e del politico. Con riferimento a questa distinzione si può individuare un insieme di interrogativi

che il politico non può porre all’economista. Essi sono determinati dall’osservazione che l’inferenza

statistica non consente all’economista, per coerenza e correttezza metodologica, di assumere, come

nella consuetudine invece avviene, diverse posizioni: 1. respingere, se non probabilisticamente, una

proposizione; 2. scegliere tra una proposizione “teoricamente” migliore e una “statisticamente”

peggiore; 3. distinguere “buoni” economisti da “cattivi” economisti. Emergono, a questo punto,

alcune questioni fondamentali per l’applicazione dell’analisi economica. Esse riguardano il ruolo

dell’economista e l’impotenza della scienza economica davanti all’esigenza di compiere una

selezione, visto che l’analisi economica, come ogni altra scienza empirica superorganica, non è in

grado di condannare una teoria, bensì soltanto la eventuale violazione dei requisiti metodologici

della sua derivazione. Da quanto affermato si evince che l’economista non può isolare una teoria

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specifica, intesa come un insieme di proposizioni logicamente determinato , e offrirla al politico,

come riferimento transitorio - anche se specificato dinamicamente -, del suo comportamento

decisionale. L’economista dovrebbe invece proporre al politico che lo interroghi un ventaglio di

modelli alternativi diversificati in corrispondenza all’uso. E’ invece compito e responsabilità del

politico scegliere, di volta in volta, a quale modello vincolare la massimizzazione della sua funzione

di preferenza.

Il secondo momento valutativo emerge in relazione alla necessità di tener conto delle variazioni

strutturali nel sistema delle preferenze e dei processi decisionali in presenza di nuove misure di

politica economica. Tale necessità richiede di adottare modelli strutturali alternativi che consentano

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di ottenere previsioni condizionate , oppure di valutare i risultati delle simulazioni tenendo conto

degli intervalli di confidenza degli stimatori. Non si ritengono, infatti, convincenti i tentativi di

procedere sul sentiero tradizionale del confronto dei risultati di un solo modello con la realtà

osservata, utilizzando la giustificazione – peraltro illusoria – che il suo orizzonte temporale

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operativo sia più breve del tempo richiesto perché le variazioni strutturali abbiano luogo .

Si ritiene peraltro fruttuosa, al fine di attenuare il problema delle deviazioni tra strutture “vere” in

tempi diversi, l’introduzione delle aspettative degli operatori a riguardo di variazioni annunciate

nelle prescrizioni di politica economica. Si sottolinea tuttavia l’opportunità, già espressa, che

l’ipotesi di razionalità sia derivata con le altre, da uniformità comportamentali osservate in

condizioni simili, piuttosto che dalla assolutizzazione di posizioni estreme. Tale orientamento,

coerente con le caratteristiche del metodo positivo descritto, non è compatibile pertanto con

senza occupazione a causa delle innovazioni tecnologiche, moderare lo stesso ritmo del progresso tecnico, deliberare

programmi di lavori pubblici nelle fasi di recessione ciclica”. Vedi Dobb M., op.cit., p.133.

19 La capacità previsiva di un insieme di proposizioni sintetiche positive è vincolata a un momento determinato del

tempo. Essa costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente a stabilire la veridicità di una teoria. Vedi Boland

L.A., The Foundations of Economic Method, Allen and Unwin, London, 1982, pp. 102-4.

20 Vedi l’analisi di Lucas R.E., “Econometric Policy Evaluation: A Critique”, in Brunner K., Meltzer A.H. (eds.), The

Phillips Curve and Labor Markets, North Holland, Amsterdam, 1976, p.124.

21 Pertanto non è condivisibile questa posizione sostenuta da Hahn F. e Hollis M., “Introduction”, al volume da essi

curato, Philosophy and Economic Theory, Oxford University Press, Oxford, 1979, pp.1-17, in part. pp.8-9. 5

l’astratto processo di selezione dinamico-competitiva di Friedman delle cui motivazioni ha fatto

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giustizia Joan Robinson . Si condivide, al contrario, che il comportamento egoistico è soltanto un

caso particolare di razionalità pura e tutt’altro che frutto di una conoscenza perfetta o di situazioni

non osservate di equilibrio. La perdita dell’homo oeconomicus rende orfana la razionalità

economica e soprattutto la sottrae a un’etica consequenziale. Crescono, nella letteratura economica,

il consenso per l’abbandono dell’impostazione riduzionista riferita all’homo oeconomicus e il

riconoscimento dell’importanza, accanto al reddito, delle capacità individuali e della loro

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realizzazione per il benessere individuale .

3. Alcuni errori nelle teorie macroeconomiche

3.1 La politica economica e il laissez faire dei classici e dei neoclassici

Gli sviluppi precedenti del pensiero filosofico e i mutamenti sociali pongono agli economisti

classici la questione di spiegare come il sistema sociale possa operare attraverso meccanismi

appropriati che possano funzionare indipendentemente dall’intervento statale. Il liberismo classico

reagisce all’ingerenza e all’interferenza statale che inibivano o soffocavano l’iniziativa individuale,

impedendo così la crescita economica. La concorrenza porta automaticamente all’equilibrio che

rappresenta la situazione più conveniente per la società. Il mercato appare autonomo rispetto allo

Stato e alla società, e pertanto non ha bisogno di legittimazione da parte della società: esso si

autolegittima. Questo nuovo sistema è basato su due postulati (primo, ogni individuo è il miglior

giudice dei propri bisogni; secondo, la società è composta da un gruppo di individui e pertanto

l’utilità sociale equivale alla somma delle utilità individuali) e su un teorema (è la concorrenza che

consente di trasformare il tornaconto individuale nel massimo vantaggio sociale). Questo teorema

non indica uno stato di natura, ma piuttosto un sistema con una struttura ideale derivata dai postulati

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dell’economia classica . Questo teorema vale solo se lo Stato persegue una politica rivolta contro le

posizioni di privilegio e fa in modo che esse non si riproducano. Ma la concorrenza presente nel

sistema capitalistico è diversa da quella atomistica e Marx ha indicato che la concorrenza reale

tende a distruggere la concorrenza.

Smith crede sia nel meccanismo di mercato sia nella capacità del governo di discernere e di

perseguire l’interesse generale. Mill conserva invece dei dubbi sul primo postulato ovvero sulla

capacità dei singoli di essere i migliori giudici del proprio benessere (qui un esempio rilevante è

dato dall’istruzione). In altre parole ci sono cose il cui valore non è ben misurato dalla domanda del

mercato. Il secondo postulato viene utilizzato per valutare gli effetti di interventi alternativi di

politica sul benessere economico, affinché il nuovo sistema veda il conseguimento di

un’armonizzazione di interessi (che non preesiste al sistema ma è prodotto da esso grazie all’azione

di meccanismi particolari).

L’attività economica che produce beni scambiati sul mercato va comunque lasciata alla libera

iniziativa individuale che produce il miglior risultato per la società. Mill sostiene che, in molti

campi, l’iniziativa pubblica anziché sostitutiva di quella privata, deve essere complementare. Ma a

differenza di Smith e Ricardo, Mill non teme lo stato stazionario che è comunque ritardabile

attraverso l’esportazione di capitali verso i paesi sottosviluppati finalizzata ad ottenere materie prime

a basso costo. Al frenetico interesse per il miglioramento della ricchezza aggregata egli preferisce

una ricerca dei miglioramenti possibili della qualità della vita.

Vi sono peraltro attività mirate alla fornitura di beni pubblici e rispetto a queste nascono due

problemi: quali siano le strutture economiche appropriate per produrli e come raccogliere le risorse

finanziarie necessarie, ricordando - con Ricardo e Malthus - i rischi di depressione economica o di

22 Vedi Robinson J., Economic Philosophy, Pelican Books, New York, 1978 (1° ed. 1962), pp.24-5.

23 Vedi Sen A.K., Commodities and capabilities, Oxford: Oxford U.P., 1985.

24 Vedi a questo proposito l’ampia analisi contenuta in Lombardini S., “Lo Stato nel pensiero degli economisti classici”

in Finzi R. ( a cura di), Il ruolo dello Stato nel pensiero degli economisti, 1977, pp. 17-58, in part. p. 30 e sgg. 6

rinuncia ad aumenti di ricchezza e di accumulazione di capitale legati ad una tassazione eccessiva. Il

principio del bilancio in pareggio per lo Stato, che era stato all’origine del regime parlamentare,

finirà per essere abbandonato. Le funzioni dello Stato divengono quindi più ampie. Il problema della

distribuzione del reddito verrà associato al suo tasso di crescita e alla sua stabilità. Tuttavia Malthus,

a differenza di Smith e Ricardo, non considera il consumo improduttivo un fattore negativo per il

processo di crescita, e introduce una linea di pensiero destinata a guadagnare terreno un secolo dopo

con Keynes, che dà alla spesa pubblica una funzione autonoma aggiuntiva rispetto a quella di

originare la fornitura di beni pubblici.

Sul presupposto smithiano della lotta alla moltiplicazione delle rendite, Ricardo indicava

correttamente, al contrario di Malthus, un errore nelle leggi inglesi sul grano che prevedevano

l’applicazione di un dazio che proteggeva i proprietari terrieri a scapito dei consumatori e

dell’industria, e in definitiva dell’accumulazione. Anche se la dimostrazione che il libero

commercio avrebbe comportato benefici per tutti i paesi in nome della teoria dei vantaggi comparati

assumeva un’occupazione di pieno impiego e l’assenza di crisi di sovrapproduzione malthusiane.

Su questa diversità di ipotesi teoriche si fondavano inoltre posizioni ed errori opposti in relazione al

problema del finanziamento della spesa pubblica attraverso il debito pubblico, che era benvisto da

Malthus e, al contrario, malvisto da Ricardo sul fondamento erroneo della legge di Say, non valido

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in un’economia monetaria, e sul teorema dell’equivalenza ricardiana . Entrambi consideravano

invece errori sia le leggi sui poveri che la costituzione dei sindacati, perché interferivano con la

determinazione spontanea del livello dei salari provocando distorsioni sull’impiego delle risorse e

stimolando l’incremento della popolazione.

Oggetto di contrasto fu anche la scelta annosa, e attualissima, tra regole fisse e discrezionalità

politica che divise Ricardo, che aderiva alla teoria quantitativa, e Thornton che operava una

corretta distinzione tra cause interne ed esterne di variazione delle riserve della banca centrale e

riconosceva gli effetti sulle grandezze reali dei cambiamenti nella quantità di moneta, ovviamente

senza distinguere tra breve e lungo periodo. Allora prevalse l’ortodossia di Ricardo sull’eresia di

26

Thornton .

Il dibattito tra economisti classici e neoclassici si svolge soprattutto con riguardo alle questioni del

valore, dei salari, del capitale, della distribuzione, dei prezzi, del protezionismo e delle crisi

economiche. E’ stato osservato che oggi la ricerca di una misura concettuale o di un modello

invariabile del valore può apparire priva di senso e tuttavia il peso assunto nel dibattito economico

sulle questioni della misurazione del capitale e dell’influsso della distribuzione sui prezzi dovrebbe

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riportare l’attenzione sulla ricerca ricardiana . Questa convinzione è tuttavia discutibile se invece si

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accetta l’idea neoclassica che il valore è soggettivo e che il valore d’uso di un bene ne determina il

29

valore di scambio . In questo caso, la differenza tra valore e prezzo è determinata dalla disponibilità

a pagare rappresentata dal surplus del consumatore e non, come viene affermato da Ricardo e dai

suoi epigoni, da differenti strutture di capitale.

25 Vedi Blanchard O., op.cit., p.130-1. Questo teorema, ribattezzato negli anni settanta come teorema di Barro-Ricardo,

afferma che né il disavanzo né il debito hanno effetti sull’attività economica (spesa per consumi, risparmio nazionale,

spesa per investimenti, saldo delle partite correnti) se si tiene conto del vincolo di bilancio del governo. In effetti

l’evidenza empirica recente per gli Stati Uniti ha suggerito che l’aumento del disavanzo pubblico non è stato

accompagnato da un corrispondente aumento del risparmio privato. Vedi Blanchard O., op.cit., pp. 516-19. Ma questo

fenomeno può essere spiegato sia dalla presenza di vincoli cogenti all’indebitamento che dalla differenza tra l’orizzonte

temporale del settore pubblico, che dovrebbe essere maggiore rispetto a quello degli operatori. Nel primo caso, il

teorema dell’equivalenza ricardiana non è valido e il deficit di bilancio causato da una diminuzione delle entrate fiscali

ha effetti reali.Vedi Abel A.B., Bernanke B.S., Macroeconomia, Il Mulino, Bologna, 1994, p.331. Nel secondo caso, le

generazioni non gravate dai futuri aumenti delle imposte modificheranno le loro decisioni intertemporali di consumo, di

risparmio e di investimento. Vedi Sachs J.D., Larrain F., op. cit., p.331.

26 Vedi Dobb M., op.cit. p.139

27 Ibidem, p.82

28 Ibidem, p.163

29 Ibidem, p.176 7

Smith misura il valore attraverso la “teoria addizionale delle componenti”, sicché Marx dice che

Smith calcola il valore naturale “mediante l’addizione dei prezzi naturali del salario, del profitto, e

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della rendita fondiaria” , mentre Ricardo rimprovera giustamente a Smith la confusione tra salario

e quantità di lavoro, ossia tra “lavoro comandato” e “lavoro contenuto”, come misura del valore. Per

Smith, profitto e rendita vengono indicati implicitamente come detrazioni da quello che è

naturalmente considerato il prodotto del lavoro. Riguardo al profitto, Smith afferma che anch’esso è

condizionato dalla situazione d’incremento o di decadenza della ricchezza della società ma in modo

opposto. Perciò l’aumento del capitale che eleva il salario tende ad abbassare il profitto, come pure

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la concorrenza tra commercianti . Sotto l’influenza della filosofia giusnaturalistica, di tipo

lockiano, per la quale il lavoro dà diritto alla proprietà del proprio prodotto, Smith ha aperto la via a

una teoria residuale dei salari nota come teoria del fondo salari. I lavoratori producono l’intero

prodotto ma debbono subire alcune deduzioni per il profitto e la rendita. Pertanto la teoria della

detrazione si può interpretare all’interno di una teoria giusnaturalistica o al contrario come teoria

embrionale dello sfruttamento e del plusvalore di cui fa parte, oltre a profitto e rendita, anche

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l’interesse . In questo senso, Borkiewicz ha parlato di una teoria della deduzione preferendo tale

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designazione a quella di sfruttamento .

Per Ricardo, invece, i profitti tendono a scendere nella misura in cui aumentano il capitale e la

popolazione, per effetto della produttività decrescente del lavoro, dovuta all’estensione della

coltivazione. Con la caduta dei profitti Ricardo vede approssimarsi anche lo stato stazionario e la

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fine del progresso . Ricardo sostiene, al contrario di Smith, che un aumento dei salari non innalza i

prezzi bensì contrae i profitti ma, in questo caso, non si preoccupa dell’avvento dello stato

stazionario. Ha così origine, in contrasto alla teoria del fondo salari, l’idea del salario variabile

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indipendente e del profitto inteso come variabile residuale .

La dottrina milliana del fondo salari, inteso come entità indipendente e predeterminata, si presenta

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con la semplicità e la forza di un truismo aritmetico . Tuttavia, nella ritrattazione successiva della

sua tesi, Mill riconosce che non esiste una legge di natura che impedisca ai salari di crescere oltre i

fondi che l’imprenditore ha inteso destinare alla prosecuzione della sua attività, fino al punto di

assorbire tutto ciò che egli riserva per le sue spese private al di là della semplice sussistenza. Il

limite reale all’aumento dei salari è la considerazione, da parte dell’imprenditore, che

quest’aumento può condurlo alla rovina o costringerlo ad abbandonare la sua attività. Tuttavia, per

Mill, l’auspicato miglioramento della distribuzione del reddito è legato a una situazione in cui “la

popolazione rappresenti un rapporto progressivamente decrescente rispetto al capitale e

37

all’occupazione” .

Marx mostra l’analogia tra il capitalismo e le forme precedenti di società circa l’appropriazione di

un surplus da parte di persone che non partecipano all’attività produttiva. Egli mostra l’analogia

38

che esiste tra situazioni in cui l’appropriazione di plusvalore o di plusprodotto è sancita

30 Ibidem, p. 49n.

31 Ibidem, p.54.

32 Ibidem, p.143. La previsione mancata delle indicazioni pessimiste ricardiane per il futuro è stata giudicata un esempio

negativo salutare per evitare lunghe serie di ragionamenti deduttivi. Ibidem, p.87.

33 Ibidem, p. 49n.

34 Ibidem, p.71 e 82.

35 Ibidem, p.78. Il profitto invece dipende dal grado di monopolio sul mercato dei prodotti e sul mercato del lavoro in

linea con l’osservazione di Kalecki. Vedi Dobb M., op.cit., p.214.

36 W=C/L (dove W è il salario, C, il fondo di beni di sussistenza per gli operai, L, il numero degli operai). In questo

senso, la teoria milliana è stata considerata una drastica risposta alle pretese dei sindacati di agire sul livello generale dei

salari. Vedi Dobb M. op. cit., pp.129-30.

37 Ibidem, p.133.

38 Il plusvalore coincide con “il lavoro non pagato” p, ovvero con le ore lavorate in eccesso alla reintegrazione di tutti i

beni corrisposti al lavoratore, ovvero il capitale variabile che gli è stato anticipato v. Per questo i lavoratori vengono

sfruttati al saggio p/v che ovviamente non è il tasso d’interesse che invece è pari a p/(c+v), dove c indica il capitale

costante. Il plusvalore è guadagno gratuito del capitalista che espanderà la produzione fino a che il plusvalore cade a

zero. Il saggio decrescente del profitto era spiegato da Marx con due proposizioni: a) la produzione che si meccanizza fa

aumentare il capitale costante rispetto a quello variabile; b) solo il capitale variabile (capitale-salari produce plusvalore).

8

politicamente, con la forza militare o per via legale, o in cui è riconosciuta di fatto, come accade

nella forma specificamente capitalistica di sfruttamento. Il problema propriamente economico è nel

conciliarla con la legge del valore, nello spiegare cioè come essa si verifichi nel regno della

39

concorrenza dove ogni cosa è scambiata secondo il suo “valore naturale” . Dato il saggio di

plusvalore, o il grado di sfruttamento, il saggio di profitto è tanto più alto quanto più breve è il

tempo di rotazione del capitale variabile e tanto più basso quanto più alto è il rapporto tra capitale

fisso e capitale variabile, ovvero quanto più alta è la composizione organica del capitale. Marx

fornisce la sua risposta al problema classico della cosiddetta tendenza alla caduta del saggio di

profitto e alla determinazione delle crisi economiche periodiche. Se le differenze nella

composizione organica del capitale provocano una “redistribuzione” del plusvalore tra le industrie

in proporzione al capitale, è ragionevole supporre che i mutamenti di tale composizione possano

risolversi nel lungo termine in mutamenti del saggio di profitto. Per spiegare lo stato stazionario, al

ricorso di Ricardo ai rendimenti decrescenti, Marx sostituisce l’effetto che il progresso tecnico

esplica sull’andamento del capitale fisso in rapporto al lavoro salariato, che comprime il saggio di

40

profitto realizzabile con un determinato saggio di plusvalore . La teoria dell’utilità marginale di

Jevons, secondo John Maurice Clark, fu una risposta diretta all’opera di Marx. Le teorie

marginaliste “…colpiscono alla radice la dottrina marxiana del plusvalore, in quanto fondano il

valore sull’utilità, invece che sul costo del lavoro, e forniscono un’alternativa a qualsiasi dottrina

dello sfruttamento, marxiana o di altro tipo, con la tesi che tutti i fattori della produzione…ricevono

41

un compenso proporzionale al contributo da essi fornito alla produzione” . A proposito del lavoro,

Jevons affermò, in modo convincente, che “il suo valore deve essere determinato dal prodotto e non

il valore del prodotto da quello del lavoro”, mentre, sempre secondo questo studioso, il concetto di

capitale come “anticipo” implica una dimensione temporale: il periodo di tempo per cui l’anticipo

viene fatto, o “periodo di produzione”. Ma la tesi di Clark è manifestamente erronea in una realtà

dei mercati che non operano in regime di concorrenza perfetta. Pertanto le teorie marginaliste non

inficiano la teoria del plusvalore di Marx. Esse prefigurano la visione walrasiana dell’economia

concepita come un cosmo che consiste di quantità interdipendenti con l’idea di un equilibrio

42

economico generale insediata al centro della teoria causale che però rimane una concezione

astratta di interdipendenza di tutti i prezzi in un mercato concorrenziale. Pareto assocerà a questa

posizione il corollario dell’ottimizzazione e il teorema della corrispondenza tra equilibri competitivi

e posizioni di ottimo paretiano sarà in seguito dimostrato rigorosamente da Arrow e Debreu.

Come nota Dobb, i guai cominciano non appena l’ottimo paretiano viene identificato con

l’equilibrio raggiunto in condizioni di concorrenza perfetta. Di colpo intervengono errori e

confusioni. La conclusione che quando sono soddisfatte le condizioni per l’ottimo paretiano le

quantità prodotte sono tali da massimizzare il benessere sociale, è in genere sbagliata perché quelle

eguaglianze che si realizzano per ogni produttore e per ogni consumatore non possono essere

aggregate. Ogni aggregazione di questo tipo (per esempio in una curva di indifferenza sociale)

43

dipende dalla distribuzione del reddito monetario , nel senso che l’utilità marginale della spesa (o

l’utilità marginale del reddito) differisce tra individui con reddito diverso, e quindi ogni processo di

aggregazione comporta una valutazione delle varie situazioni individuali sulla base di tali

differenze. Oppure, ove la logica della negazione delle comparazioni interpersonali non consenta di

parlare di tali differenze, non si deve dir niente su tale aggregazione. Ecco l’errore in cui sono

Vedi Schumpeter J.A., Storia…cit., pp.131-35.

39 Ibidem, p.139.

40 Ibidem, p.153. Qui vi è da ricordare la correzione dell’errore compiuto da Ricardo, effettuata prima da Mill e poi da

Marx, per aver ignorato il “capitale costante” come fattore per la determinazione del saggio di profitto, e di aver

identificato così il profitto col plusvalore. Ibidem, pp.124-6.

41 Ibidem, p.161.

42 Vedi Schumpeter J. A., Storia…..cit., pp.195-6 e 422.

43 E’ interessante ricordare che è con riferimento a diverse alternative di distribuzione del reddito che si affrontano i

problemi della costruzione delle curve di indifferenza collettive e della derivazione di una funzione del benessere

sociale dalle preferenze individuali. 9

caduti i “nuovi economisti del benessere” nel tentativo di dimostrare la natura ottimale dei risultati

44

della concorrenza perfetta in un sistema di libero mercato . Si tratta dell’errore della sovranità del

consumatore. La domanda, l’offerta e l’equilibrio sono concetti utili per esprimere relazioni

quantitative nell’ambito dell’insieme di beni e servizi. Ma se insistiamo a voler applicare i termini

domanda e offerta agli aggregati sociali, dobbiamo ricordare che questa domanda e questa offerta

sono interdipendenti l’una dall’altra.

Sul grande quesito che riguarda la direzione di causalità tra distribuzione e prezzi, si osserva che se

l’influenza dei prezzi sulla distribuzione è innegabile (come esito di salari residuali, del profitto

variabile indipendente e di una teoria del valore soggettivo), lo è anche la dipendenza

45

dell’utilizzazione del reddito dalla sua distribuzione. Nella seconda edizione del suo libro Jevons

formula quella singolare sintesi della sua teoria su cui dovevano appuntarsi le critiche di Marshall:

“il costo di produzione determina l’offerta; l’offerta determina il grado finale di utilità; il grado

finale di utilità determina il valore”. Marshall non rilevò la presenza di un problema di aggregazione

annidato nella seconda parte della proposizione di Jevons e commentò che essa equivaleva ad

affermare che il costo di produzione determina il valore. Molto probabilmente ciò che Jevons

intendeva dire era che in concorrenza perfetta il costo di produzione determina il valore di scambio

e quindi il prezzo di un bene. Dopo aver esposto la sua concezione della “determinazione reciproca”

tra “prezzo di offerta, prezzo di domanda e quantità prodotta” (che Marshall giustamente considera

come l’obiezione più importante alla definizione jevonsiana), lo stesso Marshall propone

un’inversione dell’ordine fissato da Jevons: “L’utilità determina la quantità che deve essere offerta;

la quantità che deve essere offerta determina il costo di produzione; il costo di produzione

determina il valore, in quanto determina il prezzo di offerta necessario perché i produttori possano

46

continuare a produrre” . Malgrado la buona intenzione, anche la proposizione di Marshall non è

convincente perché è astratta, oltre ad essere viziata da un problema di aggregazione nella prima

parte. Una implicazione della proposizione di Jevons è che il prezzo dei beni capitali non cambia

con la distribuzione; quindi il capitale può essere concepito come il valore dei beni capitali e come

fattore che ha come prezzo del suo servizio il saggio di interesse.

E’ stato osservato che, quando i salari aumentano e i profitti diminuiscono, una tecnica può essere

sostituita con un’altra a più alta intensità di capitale, senonché a un livello salariale ancora più alto

47

(e quindi con un saggio di profitto ancora più basso) . Ma è difficile che la tecnica abbandonata

possa tornare ad essere meno costosa, se si tiene conto dei costi irrecuperabili del capitale

inutilizzato a causa di questo ritorno. Le relazioni di prezzo sono esse stesse correlate in larga

48

misura alla distribuzione del reddito e cambiano pertanto col variare del rapporto profitto-salario .

In questo senso, salari diversi e tassi d’interesse diversi possono modificare i prezzi delle merci e

dei beni capitale. I prezzi relativi risultano indipendenti dalla struttura del consumo e della

49

domanda perché dipendono dai costi di produzione e dal potere relativo di mercato dei singoli

settori. Il ricorso sraffiano alla “riduzione al lavoro datato” del costo o del prezzo finale di una

merce è utile per capire come si forma il valore–lavoro, che spiega il valore di scambio nella teoria

50

di Ricardo, a sua volta funzionale alla teoria del plusvalore di Marx ; tuttavia, la teoria di Sraffa

non invalida, in assenza di un “ritorno delle tecniche”, il metodo del “periodo di produzione” come

misura della quantità di capitale che può essere usata. Ciò rende possibile combinare i periodi delle

varie prestazioni di lavoro in un’unica grandezza che si può assumere come rappresentativa della

51

quantità di capitale .

44 Vedi Dobb M., op.cit., p.233.

45 Vedi Jevons W., Theory of political economy, Second Edition, London, 1879.

46 Vedi Dobb M., op. cit., p.177-8.

47 Ibidem, pp.241-2.

48 Ibidem, pp.242-3.

49 Ibidem, p.246.

50 Ibidem, p. 154.

51 Ibidem., p.243. Questa considerazione consente di criticare la posizione di Joan Robinson che aveva messo in

questione il concetto di capitale come grandezza indipendente dal reddito sui concreti beni capitali. Per questa ragione

10

Un altro tema importante nel dibattito dell’economia classica ha riguardato la teoria del commercio

internazionale sulla quale i contributi fondamentali vanno dalla teoria dei vantaggi assoluti di

Smith, che incoraggia i governi all’apertura dei mercati, a quella dei costi comparati di Ricardo, che

generalizza i benefici del commercio internazionale, alla giustificazione milliana del protezionismo

sull’argomento delle industrie nascenti, che indica ai governi l’unico modo di entrare in mercati

nuovi. Ognuna di esse è nata, come è noto, dalla rilevazione di limiti ed errori nelle teorie

precedenti, anche se innovative, ma la tesi di Mill è profetica e di grande momento sia perché, ai

suoi tempi, i costi di trasporto costituivano ancora una barriera naturale al commercio

52

internazionale sia per la sua grande attualità nella spiegazione di molti errori futuri non evitati

nelle scelte di macroeconomia. In assenza della protezione delle industrie nascenti, l’apertura al

commercio internazionale si coniugava, allora, alla teoria della produttività decrescente e

all’atteggiamento sfavorevole all’incremento demografico. L’atteggiamento opposto a questo, in

quanto originato da motivi economici, implica la convinzione che l’aumento della popolazione

accrescerà (entro certi limiti) la ricchezza individuale; implica, cioè, la convinzione che agisca la

53

“produttività crescente” riferita all’economia nazionale nel suo complesso . Questa stessa

convinzione è esplicita nell’atteggiamento favorevole al protezionismo. Infatti il protezionismo

contrae gli scambi internazionali a favore della produzione interna. Con rendimenti di scala

54

crescenti , il commercio reciprocamente vantaggioso può aver luogo anche quando i due paesi sono

identici sotto ogni aspetto, ma la convenienza dello scambio non è condizionata da questa identità.

La presenza di economie di scala determina condizioni di monopolio o di oligopolio nell’intero

mercato. Sraffa dimostrerà che, in condizioni di concorrenza perfetta, un’impresa non può essere in

equilibrio perfetto finché l’incremento nella sua produzione sia accompagnato da economie interne.

Ma l’equilibrio si raggiunge quando l’intera domanda è stata soddisfatta.

Tuttavia se lo sviluppo delle forze produttive giustifica l’interesse per un regime di libertà

economica, gli imprenditori tentano di raggiungere posizioni di monopolio e gruppi d’interesse forti

tendono ad interferire con le attività dello Stato. Per risolvere questa contraddizione si dà allo Stato

un potere sovrano affinché lo usi per mantenere un sistema concorrenziale. Per gli economisti

classici ci sono comunque delle funzioni ( ad esempio quelle monetarie e fiscali) che non possono

essere lasciate al mercato e vanno esercitate dallo Stato indipendentemente dai singoli individui.

Ciò che di fatto consente, secondo i classici, di armonizzare interessi privati e pubblici è comunque

l’operare della libera concorrenza. Si spiega così il giudizio negativo di Smith nei confronti dei

55

sistemi di politica economica di derivazione mercantilista e fisiocratica . Solo il conflitto con le tre

finalità istituzionali dello Stato - difesa (inclusa quella della proprietà), giustizia (inclusa la garanzia

degli adempimenti contrattuali), opere pubbliche - consente una deroga ai principi del liberismo

economico. Pertanto nel programma di politica economica smithiano si consente l’applicazione dei

la Robinson aveva abbandonato il concetto di “funzione di produzione” continua (in favore della nozione di uno

“spectrum di tecniche”) e insieme il concetto di capitale come grandezza. Se i saggi del profitto o le tecniche di

produzione o entrambi gli elementi sono differenti, la valutazione di uno stock di beni capitali è impossibile in linea di

principio (vedi Robinson J., Accumulation of Capital, London, 1956), ma possibile attraverso il prezzo dei beni capitali.

52 Il grado di commerciabilità di un bene dipende essenzialmente da due fattori: i costi di trasporto e il grado di

protezionismo.

53 Vedi Dobb M., op.cit., p.144. Questa posizione è in contrasto con quella espressa da molti economisti classici e,

successivamente, da Kalecki secondo cui l’aumento della popolazione non costituisce uno stimolo allo sviluppo se non

sono disponibili grandi riserve di lavoro. Ibidem, p.222n. Questa posizione non è condivisibile per due ragioni: 1. non

tiene conto dell’aumento delle unità di lavoro effettivo disponibili nell’economia; 2. non tiene conto dei rendimenti

crescenti.

54 E’ la situazione della produzione in cui la quantità prodotta cresce più che proporzionalmente rispetto alla crescita dei

fattori di produzione a causa di una maggiore divisione del lavoro e di una più elevata specializzazione interni

all’impresa e favoriti dalla dimensione della produzione che diminuiscono i costi medi.

55 Contrariamente alla logica mercantilista del beggar thy neighbour policy e a quella fisiocratica classista che vede nel

consumo dei proprietari terrieri l’unico stimolo a incrementare la produzione e la ricchezza, Smith loda la parsimonia e

la frugalità perché il risparmio è la fonte dell’accumulazione ed è questa, a sua volta, all’origine della ricchezza delle

nazioni. Vedi Bianchi C., “Politica economica” in Lunghini G. e D’Antonio M. (a cura di), Dizionario di Economia

Politica, Bollati Boringhieri, Torino, 1988, pp. 107-256, in part. p.126. 11

dazi come misura di rappresaglia contro terzi, la protezione delle industrie nascenti, l’indicazione di

un tetto massimo all’interesse per impedire l’usura, la fissazione del prezzo del pane se nella sua

produzione prevalgono condizioni di monopolio. Tuttavia Smith indica un errore nella

moltiplicazione delle rendite che riducono i profitti favorendo lo stato stazionario, in cui si

interrompe l’accumulazione del capitale. Anche se sottostima, in questo modo, l’effetto recessivo

corrispondente a una stasi degli investimenti. Gli economisti classici avevano ben presente che le

attività svolte dallo Stato sono diverse da paese a paese e di conseguenza anche la raccolta di risorse

finanziarie. La funzione fondamentale dello Stato rimaneva comunque quella di creare le condizioni

affinché la concorrenza si diffondesse insieme ai benefici ad essa associati. Tuttavia se gli

56

economisti classici inglesi propongono politiche di laissez faire, seppure con qualche eccezione,

gli economisti tedeschi rifiutano il libero scambio tra le nazioni e fra essi Federico List, in

particolare, sottolinea un limite della teoria economica classica nella sua disattenzione alle

condizioni iniziali dello sviluppo dei diversi paesi. Pertanto la Germania vede coniugare una

politica liberistica all’interno con una politica protezionistica all’estero.

In altri paesi lo Stato dovrà intervenire ancor più direttamente per promuovere lo sviluppo

industriale e scongiurare le crisi economiche, creando i presupposti per il più recente dibattito tra

fallimenti del mercato e fallimenti del non mercato. Le crisi economiche costituiscono un fenomeno

costante dello sviluppo del sistema economico e ne caratterizzano l’evoluzione storica. Le crisi sono

generalmente caratterizzate da una flessione del livello produttivo, aumento della disoccupazione,

moltiplicazione dei fallimenti e da una generale diminuzione dei prezzi. Sovente si autoalimentano

attraverso una esportazione del ciclo e possono prolungarsi per un periodo più o meno lungo finché

non interviene uno shock che spezza la spirale recessiva. Le spiegazioni di questo fenomeno,

avanzate da vari studiosi, sono diverse a seconda della loro appartenenza a grandi correnti del

57

pensiero economico . Per i Classici le crisi economiche sono dovute a fattori umani che alterano il

libero gioco dei meccanismi naturali di autoregolamentazione del sistema economico. Per fattori

umani si intendono sia l’azione di individui viziata da errori di previsione, che l’azione di pubblici

poteri, viziata da ritardi, nelle politiche anticicliche tradizionali. Tuttavia, l’analisi classica appare

più come una difesa della validità del sistema capitalistico che come un reale contributo obiettivo

alla spiegazione delle cause delle crisi economiche.

Per l’analisi marxista, la concentrazione capitalistica e la formazione di un proletariato sempre più

povero e numeroso porta ad una crescita della capacità produttiva maggiore delle effettive capacità

di acquisto della classe operaia e di conseguenza a crisi periodiche di sovrapproduzione dovute alla

saturazione dei mercati che si sarebbero progressivamente aggravate fino alla catastrofe finale.

Questa avrebbe portato al crollo della società capitalista e all’instaurazione di un regime basato

sulla dittatura del proletariato.

Per l’analisi neoclassica, la generale accettazione della legge degli sbocchi non permetteva di

elaborare una teoria compiuta che fornisse una spiegazione della variazione del livello di attività

economica. I fenomeni di deflazione e inflazione sono associati agli scostamenti in più o in meno

tra tasso effettivo di mercato e tasso naturale d’interesse (che mette in equilibrio investimenti e

risparmi). Sebbene la disoccupazione come possibile effetto cronico di una “carenza di domanda

58

effettiva” sia stata proclamata a lungo nel “sottomondo degli eretici” , è un fatto degno di nota, e

indubbiamente significativo, che solo dopo l’impatto della crisi economica mondiale del 1929-31

56 Laissez faire, manchesterismo o smithianismo indicano un atteggiamento liberista in questioni di politica economica

che faceva riferimento per le loro costruzioni teoriche alle assunzioni sul comportamento di singole imprese o famiglie.

Le “leggi naturali” di un ordine economico autoregolato furono il tema dominante dell’economia politica classica.

Pertanto la politica di gran lunga migliore consiste nel lasciare le cose al loro corso naturale, dominate dai valori

naturali, che Smith indicava nel prezzo di equilibrio che la concorrenza produce attraverso l’azione della domanda e

dell’offerta. Vedi Dobb M., op.cit., pp.45-7. Ma le nuove teorie dell’utilità marginale non avevano nulla che servisse

l’apologetica del capitalismo (vedi ad esempio le implicazioni egualitarie della “legge” dell’utilità marginale).

57 Qui il riferimento è ai classici, a Marx, ai neoclassici, a Keynes e ai neokeynesiani. Vedi De Luca G., Minieri S.,

Verrilli A. (a cura di), Nuovo Dizionario di Economia, Edizioni Simone, Napoli, 1998, pp. 176-8. 12

quest’idea, fino ad allora negletta, sia stata presa in considerazione dagli accademici. Prima di

59

quella crisi la legge di Say dominava incontrastata l’opinione pubblica corrente . Dalla legge di Say

segue che normalmente la produzione non soltanto aumenta l’offerta di beni sul mercato, ma ne

aumenta anche la domanda. In questo senso è la stessa produzione che crea il fondo da cui

scaturisce la domanda dei suoi prodotti. In ultima analisi i prodotti sono pagati dai prodotti tanto nel

60

commercio estero che nel commercio interno . Ma se la legge di Say è ovvia, e non banale, in

61

un’economia di baratto, non vale in un’economia monetaria . Pertanto le proposizioni di Say hanno

fatto parlare a buon diritto di apologetica del capitalismo.

Per l’analisi keynesiana, già Keynes aveva messo in evidenza come il fenomeno delle crisi fosse

essenzialmente legato al livello d’investimenti generato dal sistema economico. Se, infatti, per

qualsivoglia motivo gli imprenditori riducono il livello dei loro investimenti, la domanda globale

risulterà inferiore all’offerta potenziale di piena occupazione in mercato chiuso, causando una crisi

di sovrapproduzione; in una situazione di crisi poi le aspettative degli imprenditori saranno

influenzate ancor più negativamente per cui il livello degli investimenti subirà un’ulteriore

riduzione che verrà aggravata da un minore consumo da parte delle famiglie (in una situazione di

crisi le imprese tendono a licenziare operai in esubero per cui il reddito disponibile delle famiglie

sarà inferiore).

Due tipi di fluttuazioni economiche rivestono, ancora oggi, particolare interesse per i

macroeconomisti: 1. i sensibili e prolungati scostamenti del tasso di disoccupazione dai suoi livelli

medi di lungo periodo; 2. l’insieme di variazioni sincronizzate delle principali variabili

62

macroeconomiche intorno a un trend, che va sotto il nome di ciclo economico . Esso si misura

attraverso il gap di produzione che è pari alla differenza tra la produzione potenziale di Okun,

ovvero quel livello che il sistema economico può conseguire quando tutti i fattori di produzione, e

63

in particolare le forze lavoro, sono pienamente utilizzati .

La Grande Depressione negli Stati Uniti rappresentò una catastrofe mondiale e una sfida per la

teoria economica dominante secondo la quale il meccanismo di mercato avrebbe dovuto avrebbe

dovuto autoregolarsi e impedire il fenomeno di disoccupazione di massa prolungato. Il tasso di

disoccupazione salì dal 3,2 % nel 1929 al 24.9% nel 1933. All’origine di questo aumento della

disoccupazione ci fu un forte calo della domanda, causato dal crollo del mercato azionario del 1929

e dal conseguente aumento dell’incertezza. La conseguenza dell’elevata disoccupazione fu una forte

deflazione dal 1929 al 1933. L’effetto favorevole della deflazione sui saldi monetari reali fu

compensato da una riduzione proporzionale della moneta nominale. Questa riduzione fu il riflesso

degli assalti agli sportelli bancari favoriti dalla combinazione di depositi a vista e sistema bancario a

riserva frazionaria, dei costi economici associati al panico bancario e di una serie di fallimenti

64

bancari che, aumentando la rischiosità dei depositi , ridussero il moltiplicatore della moneta. Un

altro effetto negativo della deflazione fu l’aumento dei tassi di interesse reali, che provocò

58 Con questo nome Keynes aveva indicato un nutrito gruppo di economisti socialisti ricardiani: scrittori come

Hodgskin, Thompson, Jones, Bray, Gray e Ravenstone in Inghilterra, Rodbertus e Dühring in Germania e Saint Simon,

Fourier, Proudhon e i suoi seguaci in Francia che anticiparono la teoria marxiana del plusvalore. Essi ebbero il merito di

scoprire un fatto di grande importanza, di fronte al quale gli ortodossi, come dice Dobb, erano rimasti ciechi. Vedi Dobb

M., op.cit., p.135-8. Essi non seppero darne un’interpretazione esauriente e non riuscirono, in particolare, a mostrare

come lo scambio di non equivalenti, o il plusvalore, potessero conciliarsi con la concorrenza libera.

59 Ibidem, p. 25

60 Vedi Schumpeter J.A., Storia …cit., p. 285.

61 Marx stesso respinge decisamente la cosiddetta legge di Say, in considerazione della possibile tesaurizzazione del

denaro. Vedi Dobb M., op.cit. p.159. Un’opinione opposta è argomentata, tra gli altri, proprio da Schumpeter, Storia….

cit., pp. 286-8. Tuttavia Marx afferma che l’aumento dell’investimento, in un’ottica di ”riproduzione allargata”, può

realizzarsi nella misura in cui i beni di consumo eccedenti vengono esportati in cambio del nuovo oro fornito dai

produttori di questo metallo. Vedi Dobb M., op.cit., p. 159

62 Vedi Sachs J.D., Larrain F., op. cit., p.121.

63 Pertanto il tasso di disoccupazione è pari al suo valore naturale.

64 Gran parte delle regolamentazioni a cui sono sottoposti i sistemi finanziari odierni sono nate dalla necessità di evitare

il ripetersi di questi avvenimenti drammatici. 13

un’ulteriore riduzione della domanda e della produzione. La ripresa iniziò nel 1933. La crescita

media fu alta, del 7,7 % annuo, dal 1933 al 1941. Ma a causa dell’alto livello raggiunto nel 1933,

nel 1941 la disoccupazione era ancora del 9,9%. Contrariamente alle previsioni della curva di

Phillips trasformata, dal 1934 in poi la deflazione lasciò posto all’inflazione, nonostante il tasso di

disoccupazione fosse ancora alto. Ma ciò ricorda soltanto che l’inflazione non è monocausale e non

dipende solo dalla dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto. E’ evidente che la spesa

pubblica accompagnata dall’elevata crescita della moneta nominale, e quindi della moneta reale, fu

65

un fatto cruciale . Sulle cause della Grande Depressione, oltre a Keynes, si sono cimentati molti

economisti tra i quali Friedman e Schwartz, Kindleberger, Temin. Trattandosi di una crisi profonda

e generalizzata, tutte le spiegazioni sottolineano cause prevalenti piuttosto che univoche. Tuttavia,

si osserva che lo schema macroeconomico di Keynes, che attribuisce lo scatenarsi della depressione

66

alla instabile fiducia degli investitori, è molto convincente, insieme a quella di Temin , che nella

spiegazione della origine e della diffusione della crisi mutua due tesi fondamentali di Keynes,

quella delle conseguenze economiche della pace e quella delle conseguenze economiche di Mr.

67 68

Churchill . Meno convincente è invece la tesi Friedman e Schwartz , non tanto per aver trascurato

69

i fattori di natura internazionale, come gli è stato addebitato da Kindleberger , bensì perché la loro

attribuzione della responsabilità della depressione alle politiche monetarie restrittive seguite dalla

Federal Riserve negli anni della crisi dà per scontata la legge degli sbocchi che, come si è ricordato,

non è valida in un’economia monetaria.

3.2 La rivoluzione keynesiana

La rivoluzione keynesiana ha avuto implicazioni politiche di grande peso circa la gestione di una

moderna economia mista, essa è stata il riflesso di eventi e problemi del suo tempo, come la

deflazione, la caduta salariale del Ministero Cripps e la disoccupazione degli anni venti

(riconducibile alla “fallacia di composizione” della domanda nella teoria classica dei salari secondo

la quale una loro diminuzione avrebbe aumentato la domanda di lavoro), la crisi economica

mondiale e l’accentuazione della disoccupazione del periodo 1929-32. Oltre a essere una dottrina

della depressione, inserita nel contesto della ricerca condotta da Malthus e da tutti i teorici del

sottoconsumo, la concezione di Keynes prevede anche la possibilità di una stagnazione cronica, o

secolare, come motivo del declino dell’investimento privato. Questo aspetto erroneo, che Keynes

condivise con gli economisti classici, fu dovuto a una sottovalutazione dell’innovazione, che invece

70

non sfuggì, più tardi, a Kalecki . Si può dire che si tratta di un errore che deriva dalla ossessione

classica per lo stato stazionario. A questo aspetto si riferisce Schumpeter quando parla di un’affinità

con la spiegazione marxiana delle crisi. Marx aveva sostenuto che nei periodi di boom

l’accumulazione di capitale sopravanza l’offerta di forza-lavoro assottigliando l’esercito industriale

di riserva e l’investimento tende ad arrestarsi fin quando la pressione dei salari sui profitti non si

alleggerisce.

Come economista, Keynes non guardò mai ai problemi in modo isolato, o avulso dal contesto,

bensì come elementi appartenenti a un sistema unitario e in esso interagenti. Keynes sottolinea che

l’economia non è un sapere isolato, bensì inseparabilmente legato ad altri saperi come la filosofia,

la psicologia, la storia e la politica. L’organicismo di Keynes (proprio soprattutto della General

Theory in cui la negazione atomistica consente a relazioni macro di essere in contrasto con la

somma delle relazioni micro: il paradosso del risparmio e la fallacia di composizione nella teoria

classica dei salari) contrasta con il presupposto neoclassico che gli interi siano solo aggregati.

65 Blanchard, op. cit., pp. 591-7. I manuali di macroeconomia tendono ormai a sottacere la tesi di Keynes a favore della

sola lettura in termini della scarsa quantità di moneta.

66 Vedi Temin P., Lessons from the Great Depression, MIT Press, Cambridge, Mass., 1989.

67 A questo riguardo vedi il successivo paragrafo 4.2

68 Vedi Friedman M. e Schwartz A., “The Great Depression, 1929-33”, in Idem, A Monetary History of the United

States 1867-1960, Princeton University Press, Princeton, N.J., 1963.

69 Vedi Kindleberger C., The World in Depression 1929-1939, University of California Press, Berkeley, 1973.

70 Vedi Kalecki M., Observations in the “Theory of Growth” in The Economic Journal, marzo 1962, pp.134 e 150.. 14

Usare il dato aggregato come somma delle parti induce, ad esempio l’errore dell’agente

rappresentativo. Gli agenti economici possono agire in modo razionale e tuttavia non c’è garanzia

che il sistema economico genererà risultati razionali per l’intera società. In economia, i fondamenti

atomistici dell’ortodossia però fornivano una teoria solida dell’impresa e della distribuzione del

71

reddito . L’assunzione di razionalità consente un rigoroso ragionamento deduttivo che, pur nei

diversi approcci, conduce ad una sorprendente unità di analisi. Ma la tesi di Keynes era che

72

razionale e vero non necessariamente coincidono . 73

Keynes apprezza la distinzione tra criteri analitici e criteri sintetici , vede l’economia come una

branca della logica, non della matematica, un modo di pensare e non una pseudo scienza naturale, la

74

cui complessità è dovuta sia alla presenza delle aspettative , degli errori - come l’illusione

75 76

monetaria -, delle motivazioni, dell’incertezza , sia al fatto di dover affrontare fenomeni complessi

come le crisi di ristagno di fine ‘800 e degli anni ’30. Keynes fece un uso molto limitato, come

Marshall prima di lui, di un’economia matematica meccanicistica che poteva configurarsi soltanto

in un mondo prevedibile e senza incertezza. 77

Per Keynes, come per altri economisti critici dell’individualismo metodologico , alcune proprietà

di sistemi complessi non possono essere spiegate, in linea di principio, sulla base della conoscenza

degli attributi delle parti. E’ per la presenza di queste proprietà inspiegabili, denominate “proprietà

emergenti” che alcuni comportamenti di gruppo non possono essere analizzati mediante una teoria

78

dei comportamenti dei singoli individui. Keynes rovesciò la teoria del risparmio e

l’argomentazione economica a favore della disuguaglianza basata sulla necessità di forti risparmi. Il

Il laissez faire, ad eccezione di Smith, aveva fatto di un vizio privato (il consumo) una pubblica

virtù; la Teoria Generale fece di una virtù privata (il risparmio) un vizio pubblico.

In questo senso la Teoria Generale era insieme una necrologia e una prospettiva per un mondo

nuovo, un mondo caratterizzato da incertezza, instabilità, entrambe sottolineate dalla prossimità

temporale della Grande Depressione, e conoscenza imperfetta che richiedevano una valutazione

continua del perseguimento non di un equilibrio nozionale o naturale ma del miglior equilibrio

possibile. Una visione che rimaneva peraltro inserita all’interno del quadro politico e sociale

esistente. Attribuire la disoccupazione nell’economia del laissez faire al livello di risparmio e ai

tassi d’interesse equivaleva a togliere responsabilità ad altri attori o entità economiche. Keynes

consentiva che gli imprenditori perseguissero il loro interesse senza farsi carico del problema

sociale della disoccupazione, anche se allora il riferimento era a una borghesia risparmiatrice e

71 Vedi O’ Donnell R. M., Keynes: Philosophy, Economics and Politics. The Philosophical Foundations of Keynes’s

Thought and their Influence on his Economics and Politics, MacMillan, London, 1992, pp. 177-78.

72 Ibidem, p.104.

73 Romagnoli G.C., “Falsificabilità e…”, cit., in part. pp.124-7.

74 Vedi Blanchard O., op. cit., pp.231-2.

75 Illusione monetaria è l’errore compiuto dall’agente economico che guarda al valore nominale della moneta, tenendo

conto in modo inadeguato della variazione del suo valore espresso dal potere di acquisto reale. L’illusione monetaria

spiega anche, in parte, il comportamento dei risparmiatori che, in condizioni inflazionistiche, accettano, di impiegare la

loro ricchezza, in presenza di alternative migliori, a tassi di rendimento che ex post risultano negativi. Non soffrono di

illusione monetaria gli operatori economici che sono interessati essenzialmente al potere di acquisto reale della moneta

che posseggono e non al suo valore nominale.

76 Siamo entrati nell’età dell’incertezza quando, tra gli anni ’20 e gli anni’30, le ipotesi sulla stabilità sociale,

sull’equilibrio del sistema monetario, sugli stati del mondo presenti e futuri si sono rivelate precarie e quindi non

associabili a probabilità oggettive conoscibili a priori.

77 Il riferimento è agli economisti marxiani, istituzionalisti, neoricardiani, oltre che keynesiani. Vedi a questo riguardo

Romagnoli G.C., “La psicologia economica dello Universal Bogey” in Marconi G. e Termini C. (a cura di), I volti di

Giobbe. Percorsi interdisciplinari, EDB, Bologna, 2002.

78 A questo proposito va osservato che l’imposizione di controlli sui movimenti dei capitali può rivelarsi utile al fine di

tradurre un aumento del risparmio nazionale in un aumento della spesa interna per investimenti. Vedi Sachs J.D.,

Larrain F., op. cit., p.269. Ma in presenza di questi controlli la legge dell’arbitraggio sui tassi d’interesse nonè più

rispettata e nulla garantisce quindi la parità dei tassi d’interesse. In questo caso, un’espansione monetaria provocherebbe

una perdita equivalente di riserve ufficiali in cambi fissi e invece un deprezzamento del cambio in cambi flessibili..

Ibidem, p.482. 15

accumulatrice di capitale generatore di occupazione, una borghesia diversa dunque da quella degli

anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale che è diventata preda del consumismo e di status

symbols. Ma Keynes esonerò anche i sindacati dalla responsabilità della disoccupazione dovuta a

salari monetari troppo alti in un mondo in cui i capitali erano scarsamente mobili e la conquista di

quote di mercato internazionale non si coniugava necessariamente a politiche del tipo beggar thy

79

neighbour . In campo internazionale, in particolare, valgono le sue lezioni e i suoi suggerimenti

80

sull’esigenza di aggiustamenti simmetrici tra paesi in deficit e paesi in surplus , la

regolamentazione dei mercati di produzione delle materie prime, istituzioni internazionali che

stabilizzino il ciclo internazionale, lo scoraggiamento dei movimenti speculativi dei capitali.

Keynes considerò la Teoria Generale “moderatamente conservatrice nelle sue implicazioni” ma

portò a compimento, nonostante le sue riserve su Marx, il compito affidato da Marx ai filosofi: “I

filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi. Il punto peraltro è quello di cambiarlo”. E

Keynes lo rivoluzionò!

L’acquisizione di una coscienza sociale del problema della disoccupazione e la sua inclusione tra i

mali prioritari contro cui indirizzare l’azione della politica economica sono generalmente

riconosciute all’opera di Keynes, ma va ricordato che le possibilità dell’intervento pubblico contro

la disoccupazione attraverso programmi di lavori pubblici nel settore delle costruzioni e attraverso

l’occupazione nel settore dei servizi pubblici erano state esperite durante i periodi di depressione e

di crisi tra le due guerre mondiali soprattutto dai governi totalitari italiano e tedesco, così come dal

81

New Deal roosveltiano .

Il perseguimento della piena occupazione ha esteso inevitabilmente il ruolo attivo dello Stato. Il

rifiuto dell’ipotesi atomistica nelle scienze superorganiche era la premessa naturale al rifiuto

dell’approccio individualistico che era prevalso alla fine dell’800 e su cui si era modellato il

comportamento di individui in uno stato liberale perfetto. Ma la politica concerne le scelte, le

priorità, i fini così come i mezzi. L’economia diventa nuovamente economia politica, come al

tempo di Smith, e le scelte poste in ombra dai neoclassici tornano allo scoperto, visto che non c’è

spazio per una conciliazione di interessi conflittuali in un tutto armonioso. Anche se, una volta

raggiunta la piena occupazione, ci accorgiamo che ogni cosa si ottiene a spese di qualcos’altro.

Negli anni ’30 tutti potevano migliorare la loro situazione, attualizzando l’uso di risorse potenziali.

Quando ciò è stato realizzato, la riduzione della povertà chiede essenzialmente un’attività

redistributiva che può arricchire il povero a spese del povero. Siamo passati da un gioco a somma

positiva ad uno a somma zero o negativa.

E’ piuttosto facile, oggi, prendere posizione sulla questione se la piena occupazione e le politiche

keynesiane atte a perseguirla siano una condizione sufficiente dell’inflazione. Keynes e i classici

proponevano modelli che prefiguravano due mondi, descritti dalle ipotesi sottostanti, entrambi

possibili anche se con diversi gradi di realtà. Dagli anni ’70, con la stagflazione persistente,

abbiamo visto emergere, nei Paesi dell’Ocse, comportamenti economici in linea con alcune delle

82

ipotesi sottostanti il modello classico ortodosso (la razionalità illimitata , i comportamenti

79 In questo senso il “Rapporto della Commissione Macmillan” e i lavori della “Economic Advisory Committee”

mostrano che nel corso del 1930-31 la visione di Keynes sulla politica commerciale cambia rispetto ai tempi della

prima guerra mondiale che lo avevano visto acceso sostenitore del libero commercio proprio della posizione classica.

L’Addendum al Rapporto Macmillan, redatto per affrontare l’emergenza della crisi della sterlina sui mercati finanziari

internazionali, affermava che l’aumento dell’occupazione poteva derivare da maggiori esportazioni, da una produzione

sostitutiva delle importazioni, da maggiori investimenti. Esso rifiutava i rimedi della riduzione dei salari monetari e

della svalutazione ma guardava con favore ad una svalutazione indiretta attraverso uno schema di dazi, restrizioni delle

importazioni e di sviluppo del capitale.

80 Questi suggerimenti sono stati trascurati negli anni successivi e hanno portato al fallimento di importanti accordi

monetari come “il serpente” negli anni settanta.

81 Vedi Hancock K. J., “The reduction of unenmployment as a problem of public policy 1920-1929”, in S. Pollard, The

Gold Standard and Employment Policies between the wars, Methuen, London, 1970, pp.107-9.

82 La razionalità è la caratteristica assunta alla base del comportamento economico degli operatori nello svolgimento

dell’attività economica. In particolare l’analisi marginalista definisce la razionalità nell’azione dell’ homo oeconomicus

16

massimizzanti, l’attenzione agli aspetti istituzionali del mercato del lavoro) e, al contrario, venir

meno lentamente alcune delle ipotesi sottostanti il modello keynesiano (l’illusione monetaria, le

rigidità nominali verso il basso, l’incertezza, la non neutralità della moneta), tratteggiate da Keynes

nel ”Trattato sulla moneta” e poi ipostatizzate nella “Teoria Generale”. Ma la conseguenza politica

più importante dell’opera di Keynes è rappresentata dalla rinascita dell’economia politica, ovvero

dalla reintegrazione della vita politica, economica e sociale.

Le nuove idee di Keynes erano in realtà rivoluzionarie. Della dottrina tradizionale, egli contestava

l’assunzione di un equilibrio statico, necessariamente condizionato dal pieno impiego di tutte le

risorse produttive. Questa prevedeva che attriti potevano ostacolare il raggiungimento

dell’equilibrio, ma di qui emergeva l’implicito corollario che la politica dovesse liquidare gli attriti

invece di fare altri interventi. In qualsiasi altra situazione si sarebbe avuto un movimento dei prezzi

relativi e, di qui, il corollario della teoria di Pigou che il manifestarsi di una disoccupazione

permanente fosse il sintomo dell’eccessivo livello dei salari. In polemica con la teoria tradizionale,

la nuova teoria affermò che l’equilibrio poteva essere raggiunto a qualsiasi livello dell’output e

dell’impiego, perché non c’era un adeguamento appropriato dell’output e dell’impiego. Ciò

riportava indietro alla controversia tra Ricardo e Malthus sulla sovrapproduzione e

83

all’interpretazione tradizionale della legge di Say , secondo cui uno stato di sovrapproduzione

generale è impossibile perché “l’offerta crea sempre la sua domanda” tesi che poggia sul

presupposto che tutto il reddito sia consumato o investito e quindi speso, in un modo o nell’altro

come domanda di prodotti. Ossia l’investimento coincide sempre con il risparmio. Ma, come è stato

già detto, ciò che vale in un’economia di baratto non altrettanto vale in un’economia monetaria. E

invece i sostenitori della legge di Say affermano che il saggio di interesse tende a cadere fino a che

84

non s’incoraggiano nuovi prestiti e quindi nuovi investimenti (reali, non finanziari) . Ora proprio

questo pilastro della legge di Say diventa il punto centrale dell’attacco di Keynes a quella che egli

chiama la dottrina “classica” ossia ”un corpus teorico universalmente accettato durante gli anni

venti”. La negazione del ruolo decisivo del saggio d’interesse, come equilibratore del risparmio e

dell’investimento, conduce direttamente alla teoria keynesiana delle determinanti dell’impiego. Se il

saggio di interesse perde il suo ruolo di equilibratore tra flussi di risparmio e di investimento, dove

può collocarsi e come può essere determinato? L’interesse è virtualmente convertito a un saggio

monetario su cui influiscono, da una parte la politica monetaria e, dall’altra, la preferenza per la

85

liquidità .

Nella visione ottimistica del mercato, propria dei neoclassici, i cicli finiscono per essere considerati

parte dell’ordine naturale tanto che essi gli attribuiscono virtù terapeutiche perché i cicli eliminano

gli eccessi speculativi e riducono investimenti non giustificati. In tale contesto, provvedimenti

contro le fluttuazioni non appaiono necessari, né desiderabili. Un eventuale eccesso della

produzione di beni sulla domanda, ovvero del risparmio volontario sull’investimento,

provocherebbe una riduzione dell’interesse in grado di eliminarlo.

Ancora nei primi anni del secolo ventesimo la disoccupazione non era annoverata, come si è detto,

tra gli obiettivi della politica economica. Il principio della finanza ortodossa voleva il bilancio

pubblico mediamente in pareggio e l’analisi neoclassica degli effetti degli investimenti pubblici

mirante al raggiungimento dell’obiettivo di massimizzazione del profitto per l’imprenditore o dell’utilità per il

consumatore, tenendo conto dei vincoli imposti dalla disponibilità delle risorse e dalla tecnologia. Tale comportamento

mira, quindi, ad ottimizzare il rapporto mezzi - fini in presenza di vincoli, in un orizzonte temporale definito dalla

durata della vita dei percettori dell’ utilità o del profitto. In questo modo chi persegue un fine diverso dall’interesse

personale, definito in modo indipendente da quello di altri, è, per ciò stesso, irrazionale.

83 Il dibattito Ricardo-Malthus sulle cause delle strozzature e sulle possibilità di una sovrapproduzione generale verteva

sul richiamo ricardiano alla legge di Say e all’anticipazione malthusiana della dottrina novecentesca, che respingendo la

legge di Say, porrà l’accento sulla domanda effettiva.

84 Vedi Dobb M., op.cit., pp.207-9. E’ interessante ricordare, a questo riguardo, la posizione di Pantaleoni: ”…che

l’interesse non sia originato dalla differenza di valutazione dei beni attuali e di beni prospettivi…non potendo

l’interesse variare, ceteris paribus, e brevemente detto, che in ragione della fecondità degli investimenti di capitale, e

precisamente degli ultimi, o novissimi”. Vedi Pantaleoni M., op. cit., pp. 260 e 263.

85 Vedi Dobb M., op. cit., p.210. 17


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Politica economica del Prof. Gian Cesare Romagnoli. Trattasi dell'articolo del professore dal titolo "L'errore nelle scelte di macroeconomia" all'interno del quale sono affrontati i seguenti argomenti: la distinzione tra economia e politica, gli errori nelle teorie macroeconomiche, ricongnizione storica delle teorie neoclassiche e keynesiane, gli errori delle politiche macroeconomiche in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, in Asia, in America Latina, in Africa.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in consulente esperto per i processi di pace, cooperazione sviluppo
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Romagnoli Gian Cesare.

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