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Equo processo e contenzioso tributario - C. Cass. n. 11350/03 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Tributario tenute dal Prof. Simone Francesco Cociani nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 11350 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2003 in cui si affrontano i seguenti argomenti:... Vedi di più

Esame di Diritto Tributario docente Prof. S. Cociani

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qui viene in discussione;

c) le chiare indicazioni emergenti dalla giurisprudenza di quella Corte Europea (anche di recente

ribadite) nel senso della non estensibilità del campo di applicazione dell'art. 6 § 1 CEDU alle

controversie tra il cittadino ed il Fisco, aventi ad oggetto provvedimenti impositivi.

1.1. Come riassuntivamente infatti ricordato anche nelle recenti pronunzie delle Sezioni Unite nn.

1338 e 1340 del 2004, l'approvazione della legge n. 89/01 (o cd. legge Pinto) è stata determinata

dalla necessità di prevedere un rimedio giurisdizionale interno contro le violazioni relative alla

durata dei processi in modo da realizzare quel principio di sussidiarietà dell'intervento della Corte di

Strasburgo, sul quale si fonda il sistema europeo di protezione dei diritti dell'uomo e dal quale

deriva che gli Stati che hanno ratificato la CEDU debbano riconoscere a tali diritti una "protezione

effettiva (art. 13 CEDU) e cioè tale da porre rimedio (alle eventuali loro violazioni) senza necessità

che si adisca la Corte di Strasburgo".

Un tale rimedio in precedenza non esisteva nell'ordinamento italiano, con la conseguenza che i

ricorsi contro l'Italia per violazione dell'art. 6 della CEDU avevano "intasato" (è il termine usato dal

relatore Follieri nella seduta del Senato del 28.9.2000) il giudice europeo. Rilevava la Corte di

Strasburgo, prima della legge n. 89/01, che le dette inadempienze dell'Italia "riflettono una

situazione che perdura, alla quale non si è ancora rimediato e per la quale i soggetti a giudizio non

dispongono di alcuna via di ricorso interna". Tale accumulo di inadempienze è pertanto costitutivo di

una prassi incompatibile con la Convenzione (quattro sentenze della corte in data 28 luglio 1999, su

ricorsi di Bottazzi, Di Mauro, Ferrari).

La legge 89/01 ha così dunque posto riparo a quelle precedenti inadempienze dell'Italia,

restituendo all'intervento della Corte Europea il carattere suo proprio di sussidiarietà (e non di

supplenza) rispetto all'intervento interno.

Da ciò la perfetta simmetria di contenuto della norma nazionale rispetto alla prescrizione

comunitaria, nel senso e per la ragione (chiaramente esplicitati nei lavori preparatori: vd. relazione

alla L. Pinto, in atti Senato n. 3813 del 16.2.1999) che il meccanismo riparatorio introdotto dal

legislatore italiano del 2001 mira ad assicurare al ricorrente "una tutela analoga a quella che egli

riceverebbe nel quadro della istanza internazionale", poiché il riferimento diretto all'art. 6, (quale

all'uopo inserito nel testo dell'art. 2 della L. 89/01) consente di trasferire sul piano interno "i limiti di

applicabilità della medesima disposizione esistenti sul piano internazionale".

1.2. Questa simmetria tra i due piani (interno ed internazionale) di tutela dei diritti dell'uomo - -

coessenziale, come detto, all'attuazione del principio di sussidiarietà che deve ricondurli a sistema

si realizza, appunto, conformando la fattispecie violativa cui è ricollegata l'equa riparazione ex lege

89/01 a quella disegnata dalla norma comunitaria di riferimento, come in concreto (quest'ultima) vive

attraverso l'esegesi della Corte di Strasburgo. Atteso che - come pure precisato nei richiamati

recenti arresti delle S.U. - poiché il fatto costitutivo del diritto attribuito dalla legge n. 89/2001

consiste in una determinata violazione della CEDU, spetta al Giudice della CEDU individuare tutti gli

elementi di tale fatto giuridico che, pertanto, finisce per essere "conformato° dalla Corte di

Strasburgo, la cui giurisprudenza si impone, per quanto attiene alla applicazione della legge n.

89/2001, ai giudici italiani.

1.3. Ora, appunto, con riguardo al quesito esegetico posto dal ricorso in esame, la Corte dei Diritti

dell'Uomo, dopo aver premesso che la nozione di controversia in materia civile e di controversia in

materia penale (in relazione e nei limiti delle quali è tutelato dall'art. 6 § 1 CEDU il diritto alla

ragionevole durata del processo) va determinata "in modo autonomo" da essa Corte, poiché

qualsiasi altra soluzione rischierebbe di portare a risultati incompatibili con l'oggetto e la portata

della Convenzione (vd. sentenze in cause Konig. c. Repubblica Federale di Germania 28 giugno 1978

- Baraona c. Portogallo dell'8 luglio 1987 - Maaonia c. Francia n. 39652/98 - Pierre Bloch c. Francia

del 21 ottobre 1997) - ha già poi avuto, a tal fine occasione di escludere che rientrino nella sfera di

applicazione della Convenzione le controversie relative ad obbligazioni, pur di natura patrimoniale,

che "risultino da una legislazione fiscale" ed attengano, invece che a diritti di natura civile, a doveri

civici "imposti in una società democratica" (vd. Schontene Meldrum c. Paesi Bassi del 9.12.94).

-

Mentre con la più recente sentenza Ferrazzini c. Italia del 12.7.2001 quella stessa Corte

ripropostasi di (e dopo aver provveduto a) "verificare", alla luce dei cambiamenti intervenuti. nella

società con riguardo alla tutela concessa agli individui nei loro rapporti con lo Stato, se il campo di

applicazione dell'art. 6 § 1 CEDU dovesse o meno estendersi alle vertenze relative alla legittimità

dei provvedimenti dell'amministrazione finanziaria - ha ancora una volta ribadito la estraneità ed

irriducibilità delle suddette vertenze al quadro di riferimento delle liti in materia civile, cui ha riguardo

il più volte citato art. 6 CEDU. Ed ha all'uopo sottolineato che "le evoluzioni verificatesi nelle società

democratiche non riguardano la natura essenziale dell'obbligazione per gli individui di pagare le

tasse" poiché "la materia fiscale fa parte ancora del nucleo duro delle prerogative della potestà

pubblica".

2. Da ciò, quindi, la conclusione, per quel che qui rileva, che l'equa riparazione prevista dalla legge

nazionale per le violazione dell'art. 6 § 1 CEDU non è riferibile alla eventuale eccessiva protrazione

della durata di controversie, involgenti la potestà impositiva dello Stato, che dal quadro di tutela

della norma comunitaria restano, per come visto, escluse.

3. Nè è sostenibile che siffatta conclusione sia contraddetta dalla previsione dell'art. 3 della legge

89/01, che include, tra i soggetti legittimati passivi rispetto all'azione di riparazione, anche il

Ministero delle Finanze quando si tratti di procedimenti tributari. Detta ultima disposizione - che per

la sua natura di norma processuale attinente alle forme di esercizio del diritto non potrebbe

immutare ed ampliare i contenuti della tutela, quale definita e circoscritta dalla normativa di portata

sostanziale di cui al precedente art. 2 l. cit. va letta, infatti, in modo assolutamente coerente con il

complessivo impianto sistematico della legge nazionale e della Convenzione, nel senso della sua

riferibilità a quelle (e soltanto a quelle) controversie di competenza del giudice tributario, che siano

riferibili:

a) alla materia civile, in quanto riguardanti pretese del contribuente che non investano la

determinazione del tributo ma solo aspetti a questa consequenziali, come nel caso, ad esempio, del

giudizio di ottemperanza ad un giudicato del giudice tributario ex art. 70 D.Leg. 546/92 od in quello

(anch'esso di competenza di quel Giudice come rammentato da S.U. 18208/03) di giudizio vertente

sull'individuazione del soggetto di un credito di imposta non contestato nella sua esistenza;

b) alla materia penale, intesa quest'ultima - secondo la "nozione autonoma" elaborata anche per tal

profilo dalla giurisprudenza della CEDU, di cui il giudice nazionale deve tenere conto - come

comprensiva anche delle controversie relative alla applicazione di sanzioni tributarie, ove queste

siano commutabili in misure detentive ovvero siano, per la loro "gravità", assimilabili sul piano della

afflittività ad una sanction pènale (vd. Affaire Janoseviv c. Suede del 23.7.2002).

4. Priva di concreto rilievo è, a questo punto, anche l'argomentazione della ricorrente, per cui nulla

impediva al legislatore nazionale di ampliare l'ambito di tutela predisposto dalla Convenzione,

estendendo l'equa riparazione anche alle procedure tributarie in senso stretto.

Quel che vincola l'interprete è, infatti, non ciò che il legislatore avrebbe in astratto potuto ma ciò che

effettivamente esso ha in concreto voluto disporre. Ed il legislatore del 2001 (come

inequivocabilmente si è visto emergere dalla lettera, dalla ratio, dal sistema e dalle finalità della

legge n. 89) ha inteso propriamente, ed esclusivamente, far coincidere l'area dì operatività dell'equa

riparazione con quella (di violazione) delle garanzie assicurate dalla CEDU.

-

5. Né, la legge n. 89/01 così come interpretata in correlazione e piena sintonia con l'art. 6 § 1 della

Convenzione - autorizza il dubbio, adombrato dal P.G. in udienza, di un suo possibile contrasto con il

novellato art. 111 della Costituzione che, nel tutelare a sua volta la ragionevole durata come

elemento del giusto processo, fa riferimento ad ogni tipologia di processo, non escluso quello

tributario.

Una siffatta questione di legittimità costituzionale sarebbe infatti, per definizione, inammissibile con

riguardo ai limiti istituzionali della funzione sindacatoria della Corte Costituzionale in rapporto alla

funzione legislativa, non essendo richiedibile a quella Corte un intervento volto ad elevare il tasso di

costituzionalità di norme che siano (come si prospetta per quelle in esame) non integralmente

attuative o comunque non pienamente in sintonia con il precetto costituzionale.

In tal caso, invero, resta in premessa escluso alcun vulnus alla Costituzione e la possibile correzione

migliorativa della norma - in direzione di una integrale o più completa realizzazione del valore

costituzionale - resta di esclusiva competenza del legislatore (Corte Cost. n. 188/95).

6. In conclusione, deve escludersi, in relazione all'oggetto del processo a quo (involgente

l'imposizione tributaria) che fosse in relazione alla durata dello stesso proponibile domanda di equa

riparazione ex art. 2 l. n. 89/01.

Dal che l'accoglimento del ricorso, del Ministero con la conseguente cassazione senza rinvio del


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Tributario tenute dal Prof. Simone Francesco Cociani nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 11350 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2003 in cui si affrontano i seguenti argomenti: applicabilità delle norme sull'equo processo e sulla legge Pinto (n.89/01) al contenzioso tributario.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Tributario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cociani Simone Francesco.

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