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Dyrrachion Appunti scolastici Premium

Questo materiale didattico per il corso di archeologia e storia dell'arte greca e romana tenuto dalla professoressa Sara Santoro riguarda la colonia di Dyrrachion.
Il primo secolo di vita della colonia corinzio-corcirese chiamata Epidamnos-Dyrrachion fu di straordinario sviluppo. Sono qui esaminati i dati archeologici relativi a questa prima fase,... Vedi di più

Esame di Archeologia e storia dell'arte greca e romana mod.A docente Prof. S. Santoro

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ESTRATTO DOCUMENTO

38

protocorinzie dalle necropoli arcaiche, trovate in colluvio, fuori contesto [figg. 1-2]. Ceramiche

39

corinzie arcaiche collegate a strutture murarie sono state trovate nell’area del porto attuale .

Qualche dato anche strutturale, relativo alla città nei primi decenni della sua vita, è stato finalmente

recuperato dai più recenti scavi di emergenza, condotti dal Dipartimento di Archeologia di Durrës

(DAD) dal 2001 fino al momento del suo scioglimento (dicembre 2007) e determinati dal recente e

tumultuoso sviluppo edilizio del centro storico. Gli scavi diretti da A. Hoti con la collaborazione di

A. Anastasi, E. Shehi, B. Shkodra, pur fra grandi difficoltà per la carenza di adeguati mezzi

finanziari, tecnici e scientifici, sono comunque riusciti a raggiungere in profondità le quote dei

livelli ellenistici e talvolta classici ed arcaici, acquisendo così alcune nuove ed importanti

informazioni sulle fasi più antiche della città [fig. 3]. I risultati preliminari d questi scavi e alcuni

40

approfondimenti tematici sono in corso di pubblicazione in un volume ad essi dedicato .

5. I dati dei nuovi scavi

38 La necropoli arcaica nella zona di Currila, all’estremità SE del complesso collinare è stata individuata negli

anni 1948-50 e indagata negli anni 1956-1960: Toçi 1962. Scavi regolari hanno interessato l’area centrale del plesso

collinare, denominato Kokoman e Dautaj, dal 1968 al 1973; molti dei numerosissimi materiali raccolti erano tuttavia

privi di contesto. Per la cronologia delle ricerche, Hidri 1997; per le localizzazioni Davis et al. 2003. I materiali

ceramici sono stati presentati da H. Hidri in più occasioni: per una sintesi Hidri 1990. La necropoli è caratterizzata dalla

presenza esclusiva di vasi di tipo greco, ed in particolare dallo skyphos con raggi dipinti alla base, derivante da prototipi

del Corinzio Antico ed attestato anche in rinvenimenti dell’area urbana. L’A. data i più antichi materiali agli inizi del

VI sec. a.C. È documentata, ma non localizzata, anche una produzione ceramica locale di tipi del Medio e Tardo

Corinzio: D’Andria 1984 p. 367; Ceka 2003, p. 24.

39 Ceka, 2003, pp. 22- 23. Per gli scavi 2007 di via A. Goga, v. Hoti, Santoro et al. c.s.

40 Dyrrachium II. A quei testi, che costituiscono le relazioni ufficiali degli autori degli scavi, si fa riferimento in

questa sede sia per ciò che riguarda le descrizioni e datazioni, sia per quanto riguarda le immagini, avendone avuto

autorizzazione dagli autori stessi. 11

Due brandelli della città arcaica e classica sono emersi lungo la via A. Goga, da un’area a ridosso

della baia più profonda, dove si suppone che si trovasse l’emporion: si tratta di due siti adiacenti

(n.206 e 207 della Carta del Rischio Archeologico e di Dyrrachium II) .

In 206 [figg. 4-5], il primo e più antico periodo edilizio (fine VI-V sec. a.C.) è rappresentato dai

resti di un edificio rettangolare di 12,25 x 5,40 m, orientato secondo i punti cardinali e costituito da

almeno due ambienti (nn. 1-2), di cui si conservano le fondazioni in blocchi di calcare di forma

allungata, tagliati in misure irregolari e legati con argilla. La datazione si basa sul materiale

ceramico rinvenuto nelle unità basali, costituito fra l’altro da frammenti di ceramica corinzia. In una

fase di poco successiva, queste strutture vengono delimitate a sud e a nord da due setti murari,

realizzati in blocchi parallelepipedi isodomi di pietra calcarea a secco [fig. 6]. Dopo un periodo

indicato stratigraficamente da un livello di abbandono, agli inizi del IV sec. a.C. (in base ai

materiali) l’area venne occupata dalla costruzione di un edificio che riutilizzò i precedenti muri per

articolare un complesso di ambienti di dimensioni varie, con funzioni sia residenziali che

commerciali e produttive, attinenti in particolare alla fabbricazione e cottura di figurine votive in

terracotta destinante fors’anche al santuario di Artemide, come dimostra il rinvenimento di alcune

41

matrici. Il sito continuò poi ad essere abitato anche in età romana e tardoantica .

Nel sito 207, qualche decina di metri più a O, risalgono al periodo arcaico (650-480 a.C.) i resti

delle fondazioni di alcuni vani (A e D), quasi quadrati, di 4,8 x 4,5 m, rinvenute a quota -6,20 m.

[figg. 7-8 ]. Le fondazioni, spesse 0,60 m, si conservano per due o tre corsi di muratura in pietrame

non lavorato e sostenevano probabilmente pareti lignee. All’interno delle strutture è stata trovata

una buona quantità di frammenti ceramici. Fra questi, si distinguono recipienti protocorinzi decorati

con elementi figurati ripetuti, databili al terzo quarto del VII sec. a.C. (650-620 a.C.) e ceramica

corinzia (coppette, kotylai), in frammenti molto piccoli ma riconoscibili, databili all’inizio del VI

41 Per questo sito v. anche Shehi 2007, pp. 166-167, che tuttavia data le strutture di prima fase al IV-III sec. a.C.

12

42

sec. a.C., simili a quelli rinvenuti nelle necropoli arcaiche di Durazzo . Uno strato combusto, dello

spessore di 40 cm alla quota di -5,40 m (vani A e D) sembra indicare che l’edificio di legno del

periodo arcaico fu distrutto da un incendio. Anche qui, come nel sito precedente, durante l’età

classica (480-335 a.C.) si verifica un riuso di parte degli ambienti precedenti (vano I) e,

contemporaneamente, la costruzione dei vani H e K, orientati, come tutto il complesso, secondo i

punti cardinali. Di queste strutture si conservano nel vano H pochi resti di un muro in pietrame

legato con argilla e parte di un pavimento realizzato con lastre di terracotta. Nel contesto

stratigrafico, oltre a vasellame a vernice nera di buona qualità, si sono rinvenute anche ceramiche a

figure nere e rosse. Anche questo sito continuerà ad essere abitato nel periodo romano.

Ciò che pare notevole da rilevare è il riuso delle murature e il mantenimento degli orientamenti

anche nelle fasi successive, tardoclassiche ed ellenistiche: un fenomeno costante, a Durazzo, che ne

dichiara la continuità di impianto urbanistico fino all’età romana, senza variazioni sostanziali.

In un terzo sito, più a N, in via Drita, ai piedi della collina di Dautaj (n. 211), a 2,20 m di

profondità, al di sotto di un lacerto pavimentale in grosse tessere laterizie, databile alla fine del II

sec. a.C., una fossa di scarico del diametro di 1,50 m e profondità 1,00 m, era riempita di frammenti

ceramici cronologicamente più antichi del pavimento, fra cui si riconoscono un frammento di

pythos arcaico che, insieme ad un’anfora corinzia di tipo A, si data alla seconda metà del VII sec.

a.C, e frammenti di coppe ioniche del VI sec. a.C. [fig. 9]. Il pythos è di produzione corcirese, come

quello ricomposto nel Museo Archeologico.

Il sito più interessante messo in luce dagli scavi d’emergenza, è il n. 202, un terrazzo alto sulle

pendici meridionali della collina della presunta acropoli (cd. “Quota 59”). Lo scavo, conseguente

all’avvio della costruzione di un edificio residenziale, è stato di ampia estensione (2000 mq) ma è

stato condotto con metodi speditivi a pala meccanica nella primavera-estate 2007. Dopo la sintetica

42 Hidri 1997. 13

43

pubblicazione preliminare alla quale qui si fa riferimento , si attende una pubblicazione esaustiva

dei contesti che hanno restituito ricchissimo ed importante materiale.

Il sito presenta una stratigrafia abbastanza semplice. Le strutture, sepolte sotto potenti colluvi

accumulati in più fasi di alternanza dinamica e statica dalla sella collinare soprastante, appartengono

ad un’area sacra/funeraria, che presenta varie fasi edilizie dall’età arcaica e classica a quella

ellenistica, cui seguì una radicale risistemazione ed un’occupazione sempre ad uso funerario in

epoca romana; l’ultima fase è costituita da alcune tombe a camera, tardoimperiali [fig. 10]. Anche

in questo sito, che nei secoli mantiene la medesima vocazione funzionale (funeraria) fissata in

epoca arcaica, si conferma la tendenza “conservatrice” dell’urbanistica di Epidamnos/Dyrrachion.

Nella fase arcaica e classica, l’area era divisa in due parti da un grosso muro, lungo il quale corre,

verso E, una strada lastricata di tegole e marginata da coppi come fosso di scolo. Dall’altra parte si

affianca al muro una struttura in opera isodoma, di cui restano al massimo un paio di corsi, che

potrebbe essere il basamento di un monumento funerario con stele, di tipo attico, di epoca classica;

44

esso costituisce la monumentalizzazione di un luogo sacralizzato da riti con sacrifici animali ,

combusti [fig. 11]. La datazione al radiocarbonio di questi resti riporta orientativamente al VII sec.

45

1σ)

a.C. (800-565 a.C, +- . Una lunga strada processionale, dai margini accuratamente definiti e

lastricata in tegole, conduceva al naiskos. Allo stesso livello del monumento e della strada, due

porticati non paralleli fra loro, verso N e verso S, delimitavano lo spazio sacro di questa

43 Dyrrachium II c.s. Nella presente sede i materiali rinvenuti nello scavo sono solo sommariamente descritti e

sono presentate solo le immagini autorizzate dagli scopritori (A. Hoti e A. Anastasi).

44 Determinazione dei residui di ossa operata da G. Di Venuto e A. Buglione dell’Università di Foggia,

nell’ambito delle attività di supporto fornite dalla Missione Archeologica Italiana al DAD. Risultati in c.s. in

Dyrrachium II.

45 Determinazione tramite analisi 14C realizzata da M. Martini e E. Sibilia dell’Università di Milano Bicocca

nell’ambito delle attività di supporto fornite dalla Missione Archeologica Italiana al DAD. Risultati in c.s. in

Dyrrachium II. 14

Grabenterrasse, all’interno del quale erano alcune basi in pietra, e che era parzialmente lastricato

verso N, dove un’ampia apertura metteva in comunicazione le due aree E e O.

6. Le terrecotte architettoniche arcaiche di Epidamnos/Dyrrachion

In corrispondenza di questa apertura, nell’area lastricata a N del naiskos sono state trovate, in

giacitura secondaria, fluitate, alcune terrecotte architettoniche di tipo corinzio, dipinte a vivaci

colori ben conservati, e un davvero insolito elemento in vetro. 46

Si tratta di alcune lastre, frammentarie, di “Cavetto raking sima” , differenti fra loro. Il frammento

di dimensioni maggiori [fig. 12] presenta un profilo a cavetto (la sezione, nella parte più bassa, è più

sottile, in coincidenza con il bordo della membratura del tetto) ed è decorato da una serie continua

di baccellature dipinte (“tongue pattern”) in due bande contrapposte: allungate nella banda

inferiore, più corte in quella superiore, di colore rosso violaceo alternate ad arancio. Le baccellature

sono definite da un contorno arancio e presentano un bordo interno risparmiato. Lo schema si ripete

con un intervallo di circa 4 cm. Al di sotto di questa fascia, è una guilloche a treccia singola

costituita da cerchi concentrici (resta traccia del centro inciso dalla punta del compasso) profilati da

un contorno arancio al cui interno è alternatamente una banda arancio o risparmiata, che racchiude a

sua volta una banda risparmiata o violacea. Il motivo si ripete a intervalli di circa 8 cm. Questo

schema decorativo trova confronto con una lastra dal santuario di Poseidon a Isthmia, datata al

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secondo quarto del VI sec. a.C. . Insieme a queste, erano alcuni frammenti di gocciolatoi a testa di

leone, simili a quelli conservati nel Museo Archeologico e rinvenuti insieme ad alcune antefisse

46 Si utilizza per la descrizione il Glossario della First International Conference of Archaic Greek Architectural

Terracottas, Hesperia 59-1, 1990, pp. 7-10.

47 Cfr. Hemans 1994, pp. 61-84, spec. pp. 71-72 e fig. 6. L’A. avvicina l’esemplare (IA 663) ai più tardi esempi

di Delfi appartenenti a questa tipologia, pubblicati da Le Roy 1967, pp. 57-59. L’esemplare di Isthmia è caratterizzato

dall’uso di linee guida incise, come aiuto al pittore. 15

48

decorate a protome femminile con polos , in un deposito colluviale, nell’area “dietro il cimitero

moderno” a nord di Spitalla, e pertinenti forse ad un santuario posto nella collina soprastante

49 50

(“santuario A”) . Le terrecotte del Museo sono datate verso il 580 a.C. [figg. 13-14].

Insieme alle lastre di sima e ai gocciolatoi, nel’area NE del sito 202 erano diversi frammenti di

antefisse, simili fra loro, a palmetta a 9 petali ovali allungati e convessi, un poco piegati,

alternatamente dipinti in arancio o rosso scuro o risparmiati, sorgenti da un motivo ad arco

racchiuso fra volute contrapposte, con grosso bottone centrale pure dipinto in arancio o rosso scuro.

Petali, volute ed archetto sono orlati da un profilo rilevato, arrotondato. Le volute sono dipinte in

colore bianco o risparmiate e sono serrate da un nastro solo dipinto; un fiore di loto rovesciato

48 Su cui Zeqo 1986, pp. 181-182.

49 La localizzazione di questi santuari extra-urbani è problematica, a causa dei profondi cambiamenti della

collina determinati da una urbanizzazione selvaggia, che ha fatto perdere i punti di riferimento indicati dalle vecchie

relazioni di scavo. In particolare sulla localizzazione di questo santuario (che per chiarezza chiameremo “santuario A”)

v. Muller et al. 2004, p. 475, n. 23. Secondo Davis et al. 2003, pp. 61 e 80 n. 88, esso dovrebbe coincidere con quello

individuato dalla survey nel sito S004 ( per il quale v. ibidem, pp. 69-70) e che chiameremo “santuario B”, dove sono

state raccolte terrecotte del tutto simili. Il sito S004 sembra, tuttavia, assai lontano e non in linea colluviale con il luogo

di rinvenimento delle terrecotte del Museo, indicato come “dietro il nuovo cimitero”, da non confondere con il cimitero

più a sud dove peraltro la stessa survey ha individuato un sito antico, non santuariale (Davis et al. 2003, p. 46, S007).

ème

Un (altro?) santuario arcaico, sulla collina a ovest di Spitalla è stato scavato da I. Pojani nel 2003 e presentato al 5

colloque international sur l’Illyrie méridionale et l’Epire dans l’antiquité (Grenoble 8-11 octobre 2008). Un santuario

extraurbano (che chiameremo D) è quello sulla collina di Dautaj, tradizionalmente attribuito ad Afrodite ed ora da

Muller et al. 2004 ad Artemide. Ad esso appartiene l’enorme deposito di statuette votive in corso di studio da parte

della équipe di A. Muller. I suoi resti edilizi (piuttosto incerti) furono messi in luce nel 1970-71 da V. Toçi: v. Muller

2003, pp. 464-465. Non ne provengono, tuttavia, terrecotte architettoniche arcaiche e solo una ridotta percentuale del

materiale votivo è riferibile al VI sec. a.C. Non provengono materiali arcaici neppure del luogo di culto, tardo-classico o

ellenistico, costituito da un altare a gradini sormontato da due colonne, che si trovava nella palude (Keneta), per cui v.

Myrto 1995. Un altro santuario era forse ubicato al di là della laguna, nella località di Shijak, da cui proviene il rilievo

con Eracle recante l’iscrizione arcaica: v. Zeqo 1986, p. 183.

50 Cfr. Wallenstein 1971, tipo IV A, 33 e 34 p. 52-53 e 123; Mertens e Horn 1978, p. 59, fig. 27. 16

fuoriesce fra le volute verso il basso. Si notano tracce di bruciato sulla superficie anteriore. Per

queste antefisse il confronto più stringente è rappresentato dall’antefissa RT35, dall’area delle

51

fornaci di Corinto, datata 560-550 a.C. , ma anche dall’antefissa 77/507.1 di Argo, con analoga

52

datazione .

La pertinenza di queste decorazioni architettoniche trovate nel sito 202 ad un unico edificio (un

ipotetico “santuario C”) è naturalmente indimostrabile. Nel loro complesso, tuttavia, esse si

53

collocano nelle non molte serie note di VI sec. a.C. , fra le quali da Epidamnos/Dyrrachion erano

già conosciute le antefisse decorate a protome femminile con polos sopra ricordate, dal “santuario

A” [figg. 14-15). Esse erano state trovate insieme ad un frammento di “cavetto raking sima”

decorato da una fascia a due bande contrapposte di baccellature, assai simile a quella del sito 202,

ma recante al posto della guilloche una decorazione a sequenza di girali formanti motivo ad onda

continua con piccole fogliette multiple interposte ed ulteriormente arricchito da una cornice

54

superiore a meandro . Altre terrecotte architettoniche arcaiche sono state trovate nel “santuario A”,

55

di Spitalla ; fra queste, si segnala un frammento di antefissa pentagonale con decorazione a rilievo

costituita da un fiore di loto laterale racchiuso fra volute contrapposte e sottostante goccia dipinta di

rosso, motivo che probabilmente inquadrava un fiore di loto invertito centrale; l’antefissa è databile

56

al 570-560 a.C., sulla base di un confronto con la più tarda serie di Delfi . Un’antefissa

pentagonale a margini inflessi, recante come decorazione a rilievo una Gorgone con lingua protusa,

51 Merker 2006, p. 156.

52 Billot 1990, p. 127, fig. 6.

53 V. lista in Billiot 1990, pp. 125-126, che tuttavia, trattando soprattutto di materiale di VII sec. a.C., non

comprende organicamente tutte le attestazioni di VI, ma solo quelle relative a ai copri giunti triangolari e alle antefisse

esagonali. V. anche Winter 1978

54 Questi motivi ricorrono, anche se in sequenza verticale differente, nella raking sima dell’Artemision di

Corcyra (Korkyra I, fig. 85).

55 Cortese informazione della dr.ssa Pojani, che di nuovo ringrazio.

56 Hemans 1994, pp. 69-70, n. 1. 17

faceva parte del materiale del deposito colluviale del “santuario A” mentre un’altra, sempre con

57

Gorgoneion ma non mostruoso, viene dalla collina di Daute .

Il fatto che quattro edifici arcaici differenti e distanti fra loro (uno urbano o periurbano - il

“santuario C”- gli altri extraurbani), abbiano restituito terrecotte architettoniche simili non stupisce,

se gli edifici a cui erano destinate sono stati costruiti in un periodo di tempo abbastanza ristretto e

nell’ambito di un programma edilizio organico. Purtroppo non conosceremo mai ciò che stava a

quota immediatamente superiore rispetto al sito 202, laddove molti studiosi ritengono fosse

l’acropoli della città e da cui dovrebbero provenire le terrecotte di cui stiamo parlando: dopo il 2007

vi sono stati costruiti 5 nuovi palazzi di oltre 8 piani senza alcun controllo archeologico.

L’ipotetico “santuario C” completava, agganciandola all’area urbana, una straordinaria corona di

santuari [fig. 1] che sembrano collocati con sistematicità sulle testate collinari delle vallecole E-O

del plesso collinare, rivolti verso l’entroterra. Essi definivano lo spazio della Chora verso il mondo

58

indigeno , svolgendo quelle funzioni di centri di pacificazione fra differenti componenti etniche e

59

sociali attraverso la mediazione religiosa che studi ormai pluridecennali, a partire dal De Polignac ,

hanno evidenziato come caratteristica della colonizzazione greca in Occidente.

Tutti questi santuari erano decorati da terrecotte architettoniche di stile corinzio, databile alla prima

fase di monumentalizzazione della colonia, nel secondo quarto del VI sec. a.C. Il dubbio che

60

potesse trattarsi di produzioni locali o di importazioni dalla madrepatria Corcira o dalla metropoli

Corinto ha indotto ad eseguire indagini archeometriche di caratterizzazione dei corpi ceramici su

57 Zeqo 1986, tavole a colori, nn. 16 e 17.

58 Sull’estensione del territorio agricolo lottizzato ai primi coloni: Gomme 1945, p. 158. Il Cabanes ritiene che

la Chora si estendesse soprattutto al di là della laguna, verso E, sulle colline di Petrella, separata da una distanza di

almeno 5 km dal centro urbano antico: Cabanes 1993, p. 15. Le ricerche territoriali di Davis et al. 2003 e quelle

palinologiche di Marchesini et al. c.s. dimostrano che sia il plesso collinare su cui poggia la città, fino a Porto Romano

sia gli immediati dintorni, al di qua (cioè a O) della laguna erano abitati e coltivati in epoca greca.

59 De Polignac 1995 e 2006.

60 Come proposto da Zeqo 1986. 18

61

cinque campioni, provenienti dai santuari C (sito 202) ed A . Esse hanno dimostrato che si tratta di

prodotti di Corinto, realizzati con l’inconfondibile argilla bianca smectitica dell’Acrocorinto,

caratterizzata dalla presenza di sideromelano (vetro vulcanico). E’ esclusa, per questi campioni, la

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fabbricazione sia locale che da Corcira, da cui è attestata invece, l’importazione di grandi pithoi

ed anche di un frammento di vaso a rilievo, appartenente al sostegno di un louterion decorato a

riquadri contenenti scene mitologiche, di cui resta quella con giudizio di Paride: un frammento,

63

ottenuto dalla stessa matrice, è stato rinvenuto a Corfù

61 Dal contesto detto “Santuario A”: campione A1 (n. inventario museo: 17624), prelevato da un gocciolatoio in

forma di “testa di leone”, datazione 580 a.C.; campione A2 (n. inv. Museo: 17666), prelevato da una lastra di

rivestimento rettangolare dipinta con girali e, sullo spessore, con motivo a chevron, dallo stesso contesto. Dal contesto

detto “Santuario C”: campione C1 (n. inv. Museo: 1114) dalla lastra di cavetto raking sima datato 575-550 a.C.;

campione C4 (n. inv. Museo: 1115) da antefissa a palmetta e doppia voluta, datata 560-550; campione C9, (n. inv.

provvisorio Museo: 6) da antefissa a protome femminile (un frammento del volto con grandi occhi, simile alla fig. 14 e

come quella databile al 580 a.C.). Analisi realizzate da G. Montana, Università di Palermo. Risultati in c.s. in

Dyrrachium II.

62 Per la caratterizzazione dei prodotti ceramici corinzi restano fondamentali i lavori di Farnsworth 1970 e

Farnsworth et al. 1977. Il problema di una distinzione fra le produzioni ceramiche corinzie e corciresi è stato posto solo

di recente, archeometricamente, tanto più che l’argilla chiara di Corinto e di Corfù sono autotticamente molto simili.

Una distinzione è stata possibile nel caso delle anfore a largo puntale usate per il trasporto e lo stoccaggio di vino e

olio, dal VI al IV sec. a.C., divise ora in due gruppi tipi A e B) di cui il tipo A chiaramente attribuito a Corinto e l’altro,

B, sia all’una che all’altra città. L’impasto delle anfore corinzie tipo A è comune anche ad altre ceramiche comuni e alla

produzione di tegole tipiche di Corinto. Il tipo B di queste anfore, assai più problematiche ma contemporanee alle A,

reca talvolta sull’ansa uno stampiglio con monogramma e differisce dal tipo A per la forma, ma è fatto anch’esso con

argilla chiara, texture fine e porosa; sulla base delle analisi archeometriche, l’anfora tipo B potrebbe essere stata

prodotta sia a Corinto che a Corfù. Una produzione ceramica corcirese di fine VII sec. a.C., imitante le ceramiche

corinzie arcaiche, fu identificata da Dontas 1968. Un quartiere artigianale per la produzione ceramica, datato al VI sec.

a.C., è stato scavato in località Figareto nel 1983: Preka e Alexandri 1992. I progressi nella conoscenza del vasellame

corcirese arcaico consentono ora di riconoscerne la presenza e la diffusione, che appare ampia nel basso Adriatico e

nello Ionio, anche se ancora percentualmente inferiore a quella corinzia: D’Andria 1997 p.489.

63 D’Andria 1984, p. 368 e nota 87 19

L’attribuzione di questa cospicua produzione architettonica a officine corinzie in una fase molto

64

delicata e complessa dei rapporti fra le due metropoli, nel secondo quarto del VI sec. a.C. , ha

implicazioni significative sia sotto l’aspetto politico che commerciale, su cui altri studiosi potranno

riflettere con maggior competenza.

Nell’area nordorientale del sito 202, in associazione con questi materiali coroplastici, è stata trovata

una goccia di vetro verde che per forma e dimensioni si inserisce perfettamente al posto del petalo

più basso della palmetta superiore delle antefisse. Si tratta di un tipo di decorazione architettonica

65

rarissimo, ma non del tutto ignoto . In Odissea VII, 87, Omero descrive il palazzo di Alcinoo, re

dei Feaci: era decorato con una cornice di vetro blu scuro (thringkos kuoanoio). Questa cornice,

forse con piccoli inserti vetrosi, trova corrispondenza nella realtà archeologica con quella micenea

66

scavata a Tirinto . Pastiglie di vetro colorate erano inserite nelle cavità della guilloche alla base

67

della statua di Nemesis a Ramnous, realizzata da Agoracrito allievo di Fidia . Sempre pastiglie di

vetro decoravano i capitelli ionici del portico nord dell’Eretteo e furono notate nel XIX sec. da un

68

viaggiatore che le disegnò su di un taccuino . Questo insolito decoro con i suoi inserti colorati e

d’oro, secondo la suggestiva ipotesi di E. M. Stern voleva forse evocare il palazzo del leggendario

re Eretteo, non un dio ma un eroe eponimo, nell’Atene postclistenica (Paus., X, 10, 1); come tale, il

suo culto non aveva luogo in un naos, che è un tempio (quale il portico E dell’Eretteo, che è la casa

69

di Atena nel palazzo), ma in un sekos .

7. In un secolo di ricchezza il germe della discordia

64 Antonelli 2000, pp. XX ; id. 2002, pp. 191-193.

65 V. Stern 1999, pp. 19-50.

66 Per cui Demangel 1944-45, e idem 1932, pp. 104-111 sul fregio del palazzo di Alcinoo.

67 Stern 1989, p. 254.

68 Taccuino di Haller von Hallerstein, 1811, Bibl. Nat. Et Univ. Strasbourg (fig.16 p. 38), citato da Stern 1999.

69 Stern 1986, pp. 51-64, pl. 4. 20

Nel 516 a.C. Kleosthenes di Epidamnos, “allevatore di cavalli” vincitore della 66° Olimpiade nella

corsa delle quadrighe, dedicava a Olimpia un insolito e ricchissimo ex-voto: un monumento

bronzeo, opera dello scultore argivo Ageladas, che lo rappresentava vincitore, con il carro ed i

70

cavalli, il cui nome era inscritto sul bronzo: Phoinix, Korax, Knakias, Samos .

La frequente partecipazione alle gare olimpiche e le vittorie riportate da cittadini epidamnioti

avevano indotto già da tempo la ricca polis ad erigere orgogliosamente un Thesauros, il terzo sulla

terrazza al di sopra del Metroon, dopo quello di Sicione, quello di Siracusa (eretto per la vittoria sui

Cartaginesi) seguito da un quarto di una polis il cui etnico è purtroppo caduto in una lacuna del

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testo di Pausania . L’edificio, secondo la descrizione del Periegeta, conteneva un complesso di

sculture, sicuramente di piccole dimensioni, in legno di cedro, che sviluppavano forse con un

sistema di “narrazione per gruppi” il tema dell’impresa di Eracle nel Giardino delle Esperidi: c’era

infatti «la volta celeste sorretta da Atlante, Eracle e l’albero delle Esperidi - un melo - e un serpente

ad esso avvinghiato». L’opera era stata realizzata dello scultore lacedemone Teocle, figlio di

72

Egilo ; padre e figlio erano personalità note dell’arte arcaica della metà del VI sec. a.C, degli

73

specialisti nella scultura in avorio e legno pregiato . L’edificio era stato realizzato, probabilmente

alla metà del VI sec. a.C. da tre architetti (?) a noi sconosciuti: Pirro e i suoi figli Lacrate ed

Ermone. La descrizione del Periegeta lascia trapelare l’insolita ricchezza della polis epidamniota e

dei suoi aristoi, le loro capacità di committenza ai migliori artisti greci del tempo ed anche l’

70 Paus. VI, 10, 1-8. Moretti 1957, n. 141.

71 Paus., VI, 19. Per il testo seguo quello edito da Maddoli e Nafissi ed il loro commento relativo ai materiali

archeologici rinvenuti nel III tesoro: Maddoli, Nafissi e Saladino 1999, p. 321. Per la sequenza dei tesori: Hermann

1992. Ai resti di questo tesoro dovrebbero appartenere le decorazioni architettoniche del tetto di cui Mallawitz 1980 p.

147 e tav. 100,1 e Mertens-Horn 1990, p p.239 e Pl.34-f, di cui sono evidenti sia i confronti corciresi, che ne

consentono la datazione agli anni 540-530, sia con i materiali di Epidamnos qui trattati.

72 Che Teocle fosse spartano è precisato da Paus. V, 17 nella descrizione dell’Heraion, dove gli Elei avevano

spostate le cinque statue delle Esperidi che erano ancora visibili al suo tempo.

73 De Griños e Holmos 1986 , p. 5, n. 6, con datazione al 560 a.C. circa. 21

apertura culturale verso le più nuove espressioni artistiche: il monumento che Kleosthenes si fece

74

realizzare è di tipo nuovo e lo scultore a cui il nobile committente si rivolse, pur non essendo

75

certo, per motivi cronologici, il grande Agelada II, maestro di Fidia, Mirone e Policleto ,

appartiene tuttavia a quella scuola argiva e a quella ligné da cui usciranno cinquant’anni dopo i più

splendidi prodotti dell’arte classica.

L’apertura e le proiezioni “internazionali” di questa classe aristocratica epidamniota non sono solo

76

culturali, ma anche politiche ed economiche: secondo la raffinata interpretazione di C. Antonetti ,

una complessa ideologia sembra sottesa alla scelta del tema di Atlante e di Eracle e le Esperidi con

l’albero e il serpente, mito di cui il complesso scultoreo del thesauros epidamniota costituisce la più

antica rappresentazione figurata. Da un lato, l’associazione di queste figure sembra rispecchiare una

versione non esiodea ma probabilmente peloponnesiaca della vicenda. La vittoria di Zeus ed Hera

sui Titani, a cui le sculture facevano riferimento (la condanna del titano Atlante a reggere la sfera

celeste, le mele d’oro che Gea diede come dono nuziale ad Hera dicendole di piantarle nel giardino

delle Esperidi, recuperate da Eracle), era un tema fondamentale della teologia del santuario

olimpico, dove esso fu più tardi proposto sulla metopa centrale del pronao del tempio di Zeus e

sulle balaustre dipinte che fiancheggiavano il trono della statua fidiaca, all’interno. Dall’altro, la

lotta contro i Titani era celebrata anche sul frontone occidentale dell’Artemision di Corcira (Zeus

che fulmina un titano) e dunque il riferimento a questo mito, ed ai suoi valori simbolici, sembra

accomunare ancora una volta l’apoikia alla madrepatria, anche se con modi rappresentativi diversi.

74 P aus. VI, 10, 6-8: Kleosthenes fu «..il primo tra i Greci allevatori di cavalli (...) a dedicare una propria statua a

Olimpia».

75 La sua precisa identificazione costituisce un considerevole problema filologico e storico-artistico: sulla

complessa questione dell’esistenza di un unico scultore con questo nome, o piuttosto di due, uno di Argo, il più antico,

ed uno di Sicione, vissuto alla metà del V sec. a.C., o meglio entrambi di Argo, ma di cui il secondo sarebbe il maestro

di Policleto, Mirone e Fidia e forse autore, insieme ad Alcamene, delle sculture del tempio di Zeus a Olimpia v. Moreno

2001 e da ultimo Moreno 2005, p. 205 ss.

76 Antonetti 2007, pp. 103-106. 22

Sempre secondo Antonetti, nella geografia mitica delle imprese dell’eroe, di cui una parte

interessante si svolge, come abbiamo visto, in area illirico-adriatica, una versione, a dire il vero più

tarda di questi donari, quella del mitografo ateniese Ferecide, colloca le Esperidi presso l’Eridano

padano. Se questa versione ascendesse cronologicamente alla metà del VI sec. a.C., cosa possibile,

l’impresa di Eracle rievocata dal donario epidamniota potrebbe alludere all’apertura delle rotte

marittime verso il Nord, in una proiezione adriatico-settentrionale degli interessi economici

corinzio-corciresi ed anche di quelli del santuario olimpico, riflessi quest’ultimi dal legame

istituzionale esistente alla fine del secolo fra il santuario e la lontana apoikia, testimoniato dalla già

77

ricordata iscrizione arcaica su lamina di bronzo .

Secondo il testo di Pausania il thesauros di Epidamnos era il terzo ( o quarto) edificio sulla terrazza.

La corrispondenza dei resti archeologici di questi tesori con la descrizione periegetica è, come si sa,

78

molto discussa . Dall’area corrispondente al III donario, da tutti gli studiosi identificato come

quello epidamniota, provengono alcune decorazioni architettoniche arcaiche, dipinte, di gusto

corinzio (gocciolatoi a testa di leone, lastre di antepagmenta dipinte, un frammento di “cavetto

raking sima” [fig. 16] definito superiormente da una cornice a meandro, sottostante banda di

baccellature, cornice a bastoncello decorata a chevrons e fascia dipinta con sequenza di girali ad

onda continua inframmezzate da piccoli fiori di loto diritti e rovesciati; sul retro del frammento è

79 80

incisa una E con grafia arcaica ) su cui L. Miraj ha giustamente attirato l’attenzione , e che

presentano notevoli affinità con quelle dei santuari domestici. In particolare, il frammento sopra

descritto assomiglia molto a quello rinvenuto nel santuario A. Il motivo delle girali organizzate ad

onda corrente è presente anche sulla già ricordata lastra di sima in terracotta dipinta, con doppia

cornice a listello aggettante, e spessore decorato con motivo a chevrons, esposta nel museo,

77 Siewert 2002.

78 V. status quaestionis in Herrmann 1992; per una ricostruzione v. Musti e Torelli 1999.

79 Heiden 1990, p. 45.

80 Miraj 2002b, p. 458. 23


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questo materiale didattico per il corso di archeologia e storia dell'arte greca e romana tenuto dalla professoressa Sara Santoro riguarda la colonia di Dyrrachion.
Il primo secolo di vita della colonia corinzio-corcirese chiamata Epidamnos-Dyrrachion fu di straordinario sviluppo. Sono qui esaminati i dati archeologici relativi a questa prima fase, recuperati dalle più recenti indagini archeologiche sia nell’area urbana che nella chora più prossima. In particoalre, una straordinaria corona di santuari extraurbani, riccamente decorati, sembra realizzata nell’ambito di un programma organico; le decorazioni architettoniche in terracotta trovano interessanti riscontri nel tesoro epidamniota ad Olimpia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte greca e romana mod.A e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Santoro Sara.

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