Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

1955 n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'art. 6, paragrafo

1, della Convenzione". La legge n. 89/2001, cioè, identifica il fatto costitutivo del diritto

all'indennizzo per relationem, riferendosi ad una specifica norma della CEDU. Questa Convenzione

ha istituito un giudice (Corte europea dei diritti dell'uomo, con sede a Strasburgo) per il rispetto

delle disposizioni in essa contenute (art. 19), onde non può che riconoscersi a detto giudice il

potere di individuare il significato di dette disposizioni e perciò di interpretarle.

Poiché il fatto costitutivo del diritto attribuito dalla legge n. 89/2001 consiste in una determinata

violazione della CEDU, spetta al Giudice della CEDU individuare tutti gli elementi di tale fatto

giuridico, che pertanto finisce con l'essere "conformato" dalla Corte di Strasburgo, la cui

giurisprudenza si impone, per quanto attiene all'applicazione della legge n. 89/2001, ai giudici

italiani.

Non è necessario, allora, porsi il problema generale dei rapporti tra la CEDU e l'ordinamento interno, su

cui si è ampiamente soffermato il Procuratore Generale in udienza. Qualunque sia l'opinione che si

abbia su tale controverso problema, e quindi sulla collocazione della CEDU nell'ambito delle fonti del

diritto interno, è ceto che l'applicazione diretta nell'ordinamento italiano di una norma della CEDU,

sancita dalla legge n. 89/2001 (e cioè dall'art. 6, § 1, nella parte relativa al ''termine ragionevole"),

non pub discostarsi dall'interpretazione che della stessa norma dà il giudice europeo.

L'opposta tesi, diretta a consentire una sostanziale diversità tra l'applicazione che la legge n. 89/2001

riceve nell'ordinamento nazionale e l'interpretazione data dalla Corte di Strasburgo al diritto alla

ragionevole durata del processo, renderebbe priva di giustificazione la detta legge n. 89/2001 e

comporterebbe per lo Stato italiano la violazione dell'art. 1 della CEDU, secondo cui "le Parti

Contraenti riconoscono ad ogni persona soggetta alla loro giurisdizione i diritti e le libertà definiti al

titolo primo della presente Convenzione" (in cui è compreso il citato art. 6, che prevede il diritto alla

definizione del processo entro un termine ragionevole).

Le ragioni che hanno determinato l'approvazione della legge n. 89/2001 si individuano nella necessità

dì prevedere un rimedio giurisdizionale interno contro le violazioni relative alla durata dei processi,

in modo da realizzare la sussidiarietà dell'intervento della Corte di Strasburgo, sancita

espressamente dalla CEDU (art. 35: " la Corte non può essere adita se non dopo l'esaurimento

delle vie di ricorso interne"). Sul detto principio di sussidiarietà si fonda il sistema europeo di

protezione dei diritti dell'uomo. Da esso deriva il dovere degli Stati che hanno ratificato la CEDU di

garantire agli individui la protezione dei diritti riconosciuti dalla CEDU innanzitutto nel proprio

ordinamento interno e di fronte agli organi della giustizia nazionale. E tale protezione deve essere

"effettiva" (art. l3 della CEDU), e cioè tale da porre rimedio alla doglianza, senza necessità che si

adisca la Corte di Strasburgo.

Il rimedio interno introdotto dalla legge n. 89/2001, in precedenza, non esisteva nell'ordinamento

italiano, con la conseguenza che i ricorsi contro l'Italia per la violazione dell'art. 6 della CEDU

avevano "intasato" (è il termine usato dal relatore Follieri nella seduta del Senato del 28 settembre

2000) il giudice europeo. Rilevava la Corte di Strasburgo, prima della legge n. 89/2001, che le

dette inadempienze dell'Italia riflettono una situazione che perdura, alla quale non si à accora

rimediato e per la quale i soggetti a giudizio non dispongono di alcuna via di ricorso interna. Tale

accumulo di inadempienze è, pertanto, costitutivo di una prassi incompatibile con la Convenzione"

(quattro sentenze della Corte in data 28 luglio 1999, su ricorsi di omissis).

La legge n. 89/2001 costituisce la via di ricorso interno che la "vittima della violazione" (così sfinita

dall'art. 34 della CEDU) dell'art. 6 (sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole)

deve adire prima di potersi rivolgere alla Corte europea per chiedere la "equa 6 soddisfazione"

prevista dall'art. 41 della CEDU, la quale, quando sussista la violazione, viene accordata dalla Corte

soltanto "se il diritto interno dell'Alta Parte contraente non permette che in modo incompleto di

riparare le conseguenze di tale violazione". La legge n. 89/2001 ha, pertanto, consentito alla Corte

europea di dichiarare irricevibili i ricorsi ad essa presentati (anche prima dell'approvazione della

stessa legge) e diretti ad ottenere l'equa soddisfazione prevista dall'art. 41 CEDU per 1a

lunghezza del processo (sentenza 6 settembre 2001, Brusco c. Italia).

Tale meccanismo di attuazione della CEDU e di rispetto del principio di sussidiarietà dell'intervento

della Corte europea di Strasburgo, però, non opera nel caso in cui essa ritenga che le conseguenze

della accertata violazione della CEDU non siano state riparate dal diritto interno 0 lo siano state "sin

snodo incompleto", perché, in siffatte ipotesi, il citato art 41 prevede l'intervento della Corte

europea a tutela della "vittima della violazione". In tal caso il ricorso individuale alla Corte di

Strasburgo ex art 34 della CEDU è ricevibile (sentenza 27 marzo 2003, omissis c. Italia) e la Corte

provvede a tutelare direttamente il diritto della vittima che essa ha ritenuto non completamente

tutelato dal diritto interno.

Il giudice della completezza o meno della tutela che la vittima ha ottenuto secondo il diritto interno è,

ovviamente, la corte europea, alla quale spetta di fare applicazione dell'art. 41 CEDU per accertare

se, in preserva della violazione della norma della CEDU, il diritto interno abbia permesso di riparare

in modo completo le conseguenze della violazione stessa.

La tesi secondo cui, nell'applicare la legge n. 89/2001, il giudice italiano può seguire un'interpretazione

non conforme a quella che la Corte europea ha dato della norma dell'art. 6 CEDU (la cui violazione

costituisce il fatto costitutivo del diritto all'indennizzo attribuito dalla detta legge nazionale),

comporta che la vittima della violazione, qualora riceva in sede nazionale una riparazione ritenuta

incompleta dalla Corte europea, ottenga da quest'ultimo Giudice l'equa soddisfazione prevista

dall'art. 41 CEDU. Il che renderebbe inutile il rimedio predisposto dal legislatore italiano con la

legge n. 89/2001 e comporterebbe una violazione del principio di sussidiarietà dell'intervento della

Corte di Strasburgo.

Deve, allora, concordarsi con la Corte europea dei diritti dell'uomo la quale, nella citata decisione sul

ricorso Scordino (relativo alla incompletezza della tutela accordata dal giudice italiano in

applicazione della legge n. 89/2001), ha affermato che "deriva dal principio di sussidiarietà che le

giurisdizioni nazionali devono, per quanto possibile, interpretare ed applicare il diritto nazionale

conformemente alla Convenzione".

Questo dovere per il giudice italiano, chiamato a dare applicazione alla legge n. 89/2001, di

interpretare detta legge in modo conforme alla CEDU per come essa vive cella giurisprudenza della

Corte europea, opera "per quanto possibile", e quindi solo nei limiti in cui detta interpretazione

conforme sia resa possibile dal testo della stessa legge n. 89, non potevo certo il giudice violare

quest'ultima legge, alla quale egli 8 pur sempre soggetto (concetto esattamente sottolineato nella

memoria del Ministero della giustizia).

Ma un eventuale contrasto tra la legge n. 89/2001 e la CEDU porrebbe una questione di conformità

della stessa con la Costituzione che, come si è visto, tutela lo stesso bene della ragionevole durata

del processo, oltre a garantire i diritti inviolabili dell'uomo (art. 2). Occorre, allora, accertare se

possa darsi alla detta legge un interpretazione che sia conforme alla CEDU, in applicazione del

canone ermeneutico secondo cui va preferita l'interpretazione della legge che la renda conforme

alla Costituzione.

4.

Dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo si desume che il danno non patrimoniale conseguente alla

durata non ragionevole del processo, una volta che sia stata provata detta violazione dell'art. 6 della CEDU,

viene normalmente liquidato alla vittima della violazione, senza bisogno che la sua sussistenza sia provata,

sia pure in via soltanto presuntiva. E ciò a differenza del danno patrimoniale, per cui si richiede invece la

prova della sua esistenza.

Al riguardo possono consultarsi le recenti sentenza della Corte di Strasburgo su ricorsi contro l'Italia,

emanate in data 31 luglio 2003 (cause omissis), in data 28 marzo 2002 (cause omissis), in data

19 febbraio 2002 (cause omissis), in data 12 febbraio 2002 (cause omissis), sentenze tutte che,

accertata la violazione del termino ragionevole di durata, hanno liquidato alle vittime il danno non

patrimoniale ritenuto sussistente senza bisogno di alcun accertamento al riguardo.

Siffatto orientamento interpretativo della Corte europea non significa, però, che il danno non

patrimoniale sia insito nella mera esistenza della violazione, sia cioè, come si usa dire, in re ipsa. Ciò

comporterebbe che, accertata la violazione, dovrebbe necessariamente conseguirne il risarcimento

del danno non patrimoniale, che non potrebbe giammai essere escluso. Ma tale tesi interpretativa

si porrebbe in chiaro contrasto proprio con l'art. 41 CEDU, ove si prevede che, accertata la

violazione, la Corte europea accorda un'equa soddisfazione alla parte lesa "quando è il caso", e

quindi non in tutti i casi. E, in applicazione di tale disposizione, la Corte di Strasburgo, alcune volte,

ha ritenuto sufficiente a riparare il danno morale della vittima il riconoscimento solenne, contenuto

nella decisione di merito, che la violazione dedotta nel ricorso sussiste (tra le decisioni recenti v., in

relazione però a violazioni dìverse da quella sulla durata del processo, sentenza 14 novembre

2000, causa omissis; sentenza 10 ottobre 2000, causa omissis; sentenza 6 giugno 2000, causa

omissis; e, nei confronti dell'Italia, sentenza 30 ottobre 2003, su ricorso omissis, che ha accertato

la violazione del diritto di accesso ad un tribunale).

Non è, quindi, accettabile la tesi del cal. danno evento, e cioè del danno non patrimoniale insito nella

violazione della durata ragionevole del processo. Il danno non patrimoniale, anche secondo la

CEDU, costituisce una conseguenza della detta violazione, la quale, però, a differenza del danno

patrimoniale, si verifica normalmente, e cioè di regola, per effetto della violazione stessa. Ed invero

è normale che la anomala lunghezza della pendenza di un processo produca nella parte che vi è

coinvolta un patema d'animo, un'ansia, ima sofferenza morale che non occorre provare, sia pure

attraverso elementi presuntivi. Trattasi di conseguenze non patrimoniali che possono ritenersi

presenti secondo l'id quod plerumque accidit, senza bisogno di alcun sostegno probatorio relativo

al singolo caso.

Possono, però, aversi situazioni concrete in cui tali conseguenze normali della pendenza del processo

vanno escluse, perché il protrarsi del giudizio risponde ad un interesse della parte o è comunque

destinato a produrre conseguenze che la parte percepisce a sé favorevoli. Si pensi, per fare un

esempio (che prescinde dal caso oggetto del presente giudizio, ma che è consentito dal fatto che

le Sezioni unite sono chiamate a risolvere una questione di massima rilevante anche in altri

giudizi), al caso di un locatario che, durante il giudizio, continui a detenere l'immobile locato e

quindi a beneficiare delle utilità derivanti dalla detenzione del bene, onde la lunghezza del giudizio

comporti per lui effetti favorevoli, anziché negativi. Più in generale, può dirsi che la piena

consapevolezza nella parte processuale civile della infondatezza delle proprie istanze o della loro

inammissibilità rende inesistente il danno non patrimoniale, perché tale consapevolezza fa venire

meno l'ansia ed il malessere correlati all'incertezza della lite, essendo con gli stessi incompatibile

(v., in tal senso, Cass. 11 dicembre 2002 n. 17650; 18 settembre 2003 n. 13741).

In assenza di tali situazioni particolari che si rilevino presenti nel singolo caso concreto, il danno non

patrimoniale non può essere negato alla persona che ha visto violato il proprio diritto alla durata

ragionevole del processo, ed ha perciò subito l'afflizione causata dall'esorbitante attesa della

decisione (a prescindere dall'esito della stessa, e quindi anche se di contenuto sfavorevole alla

vittima della violazione).


PAGINE

7

PESO

61.42 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 1339 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2004. La Corte ha affrontato il tema del danno da violazione del termine ragionevole del processo in relazione alla CEDU e alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cerrone Francesco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto costituzionale avanzato

Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea
Dispensa
Transessualismo - Caso Goodwin
Dispensa
CEDU - Caso Scordino
Dispensa
Aborto donna consenziente - C.Cost. n. 27/75
Dispensa