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Riccardo Cappellin, Corso di Economia dell’Innovazione, Università di Roma "Tor Vergata"

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Riccardo Cappellin, Corso di Economia dell’Innovazione, Università di Roma "Tor Vergata"

Il peso dei distretti è decisamente crescente nel tempo ed in particolare negli anni settanta e ottanta. Se si

definisce la soglia dimensionale della piccola impresa in 100 addetti (cfr. Brusco e Paba 1997), la quota

dell’occupazione industriale nei distretti è triplicata passando dal 10% nel 1951 al 32% nel 1991.

tre componenti:

Questo fenomeno è dovuto a 1) la crescita del numero delle aree che possono essere definite

come distretti, 2) la crescita/diminuzione dell’occupazione nei distretti sopravvissuti e infine 3) la scomparsa di

taluni distretti.

Tra i distretti attivi nel 1991, la percentuale dei più antichi, quelli che risultavano già nel 1951, è del 16%, pari a

Molti distretti esistenti negli anni ’50 sono successivamente scomparsi,

37 distretti. rappresentando

probabilmente delle mere aggregazioni di piccole imprese non efficienti, la gran parte delle localizzate nelle

regioni meridionali del paese.

Mentre gli addetti di tutta l’industria manifatturiera italiana dal 1981 al 1991 sono diminuiti del 10,36%, nello

l’occupazione manifatturiera nei distretti è aumentata.

stesso periodo,

il peso della grande impresa nei distretti è diminuito,

Inoltre dato che alcuni settori (meccanica), dove la

grande impresa era prevalente nei primi decenni del dopoguerra, sono diventati via via dominati dalle piccole

imprese. “sistemi locali di

Oltre ai “distretti industriali“ in senso stretto possono essere individuate anche i cosiddetti

industrializzazione leggera” (secondo la definizione di F. Sforzi ) , che rappresentano una quota molto elevata

dell’occupazione manifatturiera e comprendono una superficie molto più vasta, in aree esterne ai grandi centri

urbani, sia rurali che di montagna. 5

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Il modello dei “distretti industriali”

Sebbene non esista una definizione univoca di “distretto industriale” nei moltissimi studi sia empirici che teorici,

italiani ed esteri, dedicati a questa forma moderna di organizzazione territoriale delle imprese, sembra esistere un

caratteristiche di un “distretto industriale”

consenso ampio sulle seguenti (Garofoli 1991, Brusco e Paba

1997): specifico settore

un’alta specializzazione in uno o comparto produttivo manifatturiero,

• piccole e medie imprese,

un’elevata popolazione di

• fasi differenti

una scomposizione dei processi produttivi in caratterizzate da dimensioni ottimali ridotte,

• economie esterne

presenza di rispetto alla impresa singola ma interne rispetto al territorio locale,

• comportamenti cooperativi

sviluppo di contratti di sub-fornitura e di tra le imprese locali,

• elevata mobilità tra la situazione di lavoratore dipendente e di lavoratore indipendente ed elevati tassi di

• nascita e mortalità delle imprese,

know-how produttivo e organizzativo

sviluppo di un comune incorporato nelle competenze della forza

• lavoro locale. 6

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Le caratteristiche di un distretto secondo Becattini:

La definizione di distretto secondo Becattini presenta le seguenti caratteristiche fondamentali.

• L’unità di analisi deve cambiare: non può essere l’impresa piccola individuale, ma l’insieme dell’occupazione

differenza sostanziale tra le piccole e

di un distretto, composto da molte piccole imprese. Esiste pertanto una

medie imprese nei distretti e le piccole imprese al di fuori dei distretti.

• tratti socio-culturali di una comunità, caratteristiche

“Il distretto è il risultato dell’incontro di certi di

storico-naturalistiche di un’area geografica processo produttivo

e di caratteristiche tecniche del e il

risultato di un processo di integrazione dinamica (un circolo virtuoso) fra la divisione del lavoro nel distretto e

l’allargamento del mercato dei suoi prodotti”.

• popolazione di piccole e medie imprese

“Il distretto industriale marshalliano è costituito da una

indipendenti, singole unità produttive di fase,

tendenzialmente coincidenti con le appoggiatisi ad una

miriade di unità fornitrici di servizi lavoratori a domicilio

alla produzione e di e a tempo parziale, orientate

mercato delle commesse imprenditori puri”

attraverso il da un gruppo aperto di

• imprese specializzate uno stesso settore industriale

Il distretto è una popolazione di e appartenenti ad

definito in un senso particolarmente ampio (filiera o settore verticalmente integrato).

• sistema produttivo, comunità locale e un sistema dei valori

Il distretto non è solo un ma anche una (“l’etica

del lavoro”).

La tecnologia e la specializzazione settoriale nei distretti presentano le seguenti caratteristiche fondamentali:

• fasi spazialmente e temporalmente separabili;

i processi produttivi sono scomponibili in

• dimensioni tecniche ottime

le sono basse;

• distretti plurisettoriali;

esistono diversi

• specifici intermediari commerciali specializzati.

nel distretto si assiste allo sviluppo di 7

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Il rapporto dei distretti con i mercati esterni è caratterizzato dai seguenti fattori:

• domanda finale differenziata e variabile

esiste una nel tempo e nello spazio;

• delle vendite a scala internazionale;

lo sviluppo dei distretti è strettamente collegato con l’espansione

• del distretto sul mercato finale;

si assiste allo sviluppo di un’immagine

• mercati internazionali delle materie prime;

sono forti i legami con i

• commercializzazione del

l’importanza del mercato è dimostrata dall’integrazione stretta tra la fase della

prodotto finale e la attività di trasformazione industriale;

• di individui tra il distretto e il mondo

il distretto non è chiuso in sé stesso ma forte è l’interscambio

circostante e la capacità di assimilazione.

La divisione del lavoro o l’integrazione produttiva tra imprese è caratterizzata dai rapporti di collaborazione.

• La collaborazione produttiva tra imprese non è il risultato di un mero processo di esternalizzazione di alcune

distinzione tra il “fare” (make), il “far fare” (buy) e il “fare insieme”

fasi produttive e viene sottolineata la

(che è quindi diverso dal mero acquistare).

• rapporto stretto tra concorrenza e cooperazione.

Nel distretto esiste un

• sopravvivenza solidarietà

La lotta per la è temperata dalla nell’ambito della comunità locale

• relativa stabilità delle relazioni e dei prezzi

Piuttosto che una logica commerciale e speculativa prevale una

dei servizi e prodotti intermedi. 8

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Il mercato del lavoro e le risorse umane nei distretti presentano le seguenti caratteristiche.

• “atmosfera industriale” competenze tecniche

Nel distretto si crea una e si sviluppa la specializzazione delle

dei lavoratori.

• puro” (impanatore pratese),

Nel distretto la figura chiave è quella dell’”imprenditore che organizza il

lavoro di varie imprese con capacità diverse tra loro legate nel processo produttivo.

• lavoro a domicilio e part-time,

E’ sviluppato il che integra il reddito familiare e rappresenta uno strumento

per l’addestramento professionale dei giovani.

• legami personali e relazioni di parentela

Possono esistere tra i titolari delle imprese, che operano nelle

diverse fasi e sono diffusi comportamenti cooperativi.

• meccanismo di penalizzazioni e incentivi,

Lo sviluppo delle risorse umane è guidato da un che spinge verso

una convergenza tra il lavoro desiderato e quello per cui si è oggettivamene più adatti.

• solidarietà a scala locale conflitto di classe.

Prevale una logica di piuttosto che logica di

• attrazione dei lavoratori più qualificati

Il distretto si caratterizza per la capacità di provenienti da altre aree. 9

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Le caratteristiche di un distretto secondo Garofoli:

a) l’esistenza di una molteplicità di imprese piccole e medie e assenza di un’impresa dominante;

b) una rilevante quota del mercato nazionale rispettivo;

c) una consistente specializzazione produttiva a scala locale;

d) lo sviluppo di interdipendenze produttive di tipo intra ed inter-settoriale;

e) una spinta alla specializzazione produttiva crescente;

f) la diffusione di rapporti “faccia a faccia” tra produttori ed utilizzatori di prodotti intermedi e di servizi alle

imprese;

g) la progressiva formazione di un sistema informativo a livello d’area;

h) l’esistenza di una diffusa professionalità dei lavoratori;

i) gli elevati tassi di turnover dei lavoratori e di tassi di ricambio delle imprese;

j) la flessibilità del mercato del lavoro e presenza di una diffusa “etica del lavoro”;

k) la presenza di un elevato consenso sociale e di forme di regolazione sociale. Becattini.

I punti a) d) g) i) rappresentano un contributo aggiuntivo rispetto alla definizione di

Le tendenze in atto sembrano essere caratterizzate da:

• crescente integrazione intersettoriale;

tendenza alla

• capacità di controllo del mercato finale;

tendenza all’aumento della

• di specializzazione produttiva”

evoluzione della specializzazione settoriale dalla forma “area a quella di

produttivo locale”

“sistema e infine a quella di “area-sistema”. errori della politica

La crisi dei distretti industriali classici in altri paesi europei è in gran parte dovuta agli

industriale nazionale che ha privilegiato lo sviluppo della grande impresa 10

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Le analisi di Fabio Sforzi e dell’Istat censimento 1981

L’analisi viene compiuta sulla base del e porta ai seguenti risultati:

1. aree del mercato del lavoro locale : n. 955

2. aree di industrializzazione leggera : n. 161, 19,5% degli addetti dell’industria manifatturiera

3. i distretti industriali marshalliani : n. 61, 8,6% degli addetti dell’industria manifatturiera

per l’individuazione dei distretti

In sintesi, l’algoritmo utilizzato nell’analisi Sforzi-Istat sui dati del

censimento 1981 si basa sull’individuazione delle aree che rispettano le seguenti 4 condizioni:

a) la quota degli addetti nell’industria manifatturiera maggiore della media nazionale

b) la quota degli addetti dell’industria manifatturiera in imprese con meno di 250 addetti maggiore della media

nazionale,

c) una forte specializzazione settoriale,

d) l’esistenza in almeno uno di questi settori di una quota degli addetti dell’industria manifatturiera in imprese

con meno di 250 addetti superiore alla media nazionale dello stesso settore

censimento 1991.

La stessa analisi viene ripetuta a distanza di alcuni anni sulla base del

L’analisi di Sforzi è poco coerente con le indicazioni del modello del distretto marshalliano di Becattini. Manca

un’analisi dei flussi di prodotti intermedi o di lavoratori tra le imprese in modo da dimostrare la forte

integrazione interna del sistema produttivo locale. ruolo delle istituzioni

Manca la considerazione del

intermedie e del capitale sociale, identità e

senza i quali il sistema produttivo locale non ha una propria

coesione interna. 11

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Fonte: L. Cannari e L. Federico Signorini, Nuovi strumenti per la classificazione dei sistemi locali, in Signorini, L.F. (a cura di), Lo sviluppo locale:

un’indagine della Banca d’Italia sui distretti industriali, Roma, Meridiana Libri 2000

Secondo le definizioni che si trovano in letteratura, l’elemento costitutivo fondamentale del distretto industriale

comunità di persone

consiste nell’interazione localizzata fra una (dotata di una identità storicamente definita e

popolazione di (piccole) imprese manifatturiere,

di particolari valori, regole, istituzioni), e una specializzate in

un certo settore e organizzate in modo da realizzare, secondo regole in parte idiosincratiche, uno schema di

divisione del lavoro per fasi che si traduce in una maggiore efficienza e flessibilità del processo produttivo. La

metodologia Sforzi-Istat tenta di approssimare questo intreccio di

per la definizione dei distretti industriali

fattori socioeconomici distillandone l’essenza per mezzo di un limitato gruppo di variabili censuarie.

La metodologia Sforzi-Istat per la definizione dei distretti industriali consta di due passaggi distinti. Nel primo

sistemi locali del lavoro (SLL),

passaggio, il territorio italiano viene diviso in un certo numero di definiti sulla

base dei movimenti pendolari giornalieri. Nel secondo passaggio, un sottoinsieme di SLL viene classificato come

caratteristiche della sua struttura economica.

distretto industriale sulla base di un insieme di Tutta la

procedura è basata su dati dei censimenti della popolazione e dell’industria. Una prima versione fu sperimentata

censimenti del 1981;

sui dati dei la versione più recente, a cui si fa riferimento di regola nei saggi compresi in

censimenti del 1991.

questa raccolta, è basata sui dati dei

un’area autocontenuta dal punto di vista dei tragitti giornalieri da casa al lavoro.

Un SLL, idealmente, è In

pratica, l’algoritmo Sforzi/Istat individua i SLL prendendo come unità di base i confini amministrativi dei

comuni, e aggregando i comuni in modo tale che una quota sufficientemente piccola dei residenti nei comuni

appartenenti a un certo SLL si spostino quotidianamente per motivi di lavoro in comuni appartenenti a un altro

censimento della

SLL. L’algoritmo si basa sui dati riferiti agli spostamenti giornalieri rilevati con il

popolazione. 12

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vita quotidiana per la

Secondo le parole di Sforzi (1990), il SLL “identifica lo schema tempo-spazio della

popolazione residente, ove si innesta la gran parte delle relazioni sociali ed economiche”. Nella versione riferita

al censimento del 1991, l’algoritmo Sforzi-Istat identifica 784 SLL. Nella versione precedente i SLL erano in

riduzione del numero di aree

numero maggiore (955); la (cioè l’incremento della loro dimensione media)

ampliamento del raggio degli spostamenti giornalieri

riflette un dovuto alla crescente mobilità della

popolazione.

Il secondo passaggio si basa sull’idea che un distretto industriale marshalliano sia semplicemente un SLL che

possiede determinate caratteristiche strutturali. Più specificamente, tra i 784 SLL del 1991 vengono classificati

distretti industriali quei sistemi locali che soddisfano le seguenti condizioni:

quota degli addetti all’industria manifatturiera

1. la sul totale degli occupati non agricoli deve essere

maggiore di quella media nazionale; imprese con meno di 250 addetti

2. la quota degli occupati nell’industria manifatturiera in deve essere

maggiore di quella media nazionale;

una o più branche dell’industria

3. supponendo che in manifatturiera la quota degli occupati sul totale degli

maggiore della media nazionale

occupati manifatturieri sia (condizione sempre verificata al di fuori di casi

imprese con meno di 250 addetti

limite), almeno in una di tali branche la quota di occupati in deve essere

maggiore di quella media nazionale. 199 distretti industriali,

Sulla base di questi criteri vengono individuati, con riferimento al 1991, con

un’occupazione manifatturiera complessiva pari al 42,5% del totale italiano. 13

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elementi di arbitrarietà

Come si è detto, e come è inevitabile, la classificazione di Sforzi e Istat contiene nella

selezione degli indicatori e dei relativi valori soglia (Brusco-Paba, 1997). Per esempio, il limite dei 250 addetti -

fondato su definizioni statistiche comunitarie - non ha una particolare giustificazione a priori; potrebbe anzi

la misura

apparire troppo alto rispetto alla realtà dei sistemi produttivi locali italiani. Per fare un altro esempio,

della specializzazione settoriale dipende dallo schema di classificazione settoriale adottato: perciò, a seconda

che si scelga di operare all’uno o all’altro livello di disaggregazione, la tassonomia dei sistemi locali risulterà in

più di

generale diversa. I criteri adottati implicano inoltre che un distretto industriale Sforzi-Istat possa avere

una specializzazione, possano non coincidere con il settore industriale

e che la/le specializzazioni individuate

più importante del distretto in termini quantitativi.

Il problema dell’arbitrarietà della procedura di classificazione assume particolare rilievo perché la tassonomia

un’area, o è un distretto, o non lo è.

Sforzi-Istat è rigorosamente dicotomica: Queste considerazioni hanno

proposte alternative

indotto a ricercare non tanto in un ripensamento radicale dei criteri, quanto in una

elemento di gradualità e

attenuazione del carattere dicotomico della classificazione, che vi introducesse qualche

di multidimensionalità.

Fine: citazione 14

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Fasi dell ciclo di vita dei distretti industriali: lo sviluppo dei distretti in Italia è strettamente collegato con le fasi congiunturali dell’economia

complessiva e al processo di evoluzione di lungo termine della industria italiana.

Anni 60

• Fase di crescita della economia complessiva,

• Nascita di nuove imprese operanti nello stesso settore,

• Crescita estensiva dei distretti industriali,

Anni 70

• Forte inflazione e necessità di riduzioni dei costi di produzione e di ristrutturazioni,

• Diffusa adozione di innovazioni di processo,

• Processi di selezione e di sviluppo di tipo “intensivo” (sviluppo senza creazione di nuova occupazione).

Anni 80

• Ripresa economica e recupero della grande impresa,

• Processi di concentrazione finanziaria,

• Crescente integrazione con i servizi interni ed esterni.

Anni 90

• Processi di decentramento produttivo a scala internazionale,

• Riqualificazione, focalizzazione delle produzioni e crescente divisione del lavoro tra le imprese,

• Creazione di gruppi e di reti di imprese a scala interregionale,

• Sviluppo di sistemi di logistica integrata.

Anni 2000

• Ruolo della innovazione come fattore competitivo

• Diversificazione delle produzioni in settori nuovi

• Maggiore contenuto di attività immateriali nelle attività industriali: flussi di conoscenza e strutture distributive

• Investimenti di imprese internazionali e del settore del private equity nei distretti industriali

• Crescita delle esportazioni sui mercati extraeuropei

Anni 2010 ??????? 15

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L’evoluzione dei distretti industriali nelle regioni più sviluppate la transizione dal modello del “distretto

L’evoluzione recente dei sistemi produttivi locali più sviluppati mostra

industriale” a quello della rete o del “network territoriale”.

Il modello tradizionale dei “distretti industriali” sembra di fatto corrispondere all’esperienza dello sviluppo dei

anni ’60,

sistemi produttivi locali nelle regioni di maggiore industrializzazione durante gli ma si rivela del tutto

la struttura industriale attuale

inadeguato a interpretare di queste regioni.

Nei sistemi produttivi locali di PMI delle regioni con maggiori tradizioni industriali (Lombardia, Emilia

emergono meccanismi che sono diversi da quelli tipici dei “distretti industriali”

Romagna, Veneto)

tradizionali. Infatti, da un lato sono chiaramente individuabili anche in queste regioni diversi “sistemi

produttivi” a scala locale o provinciale, caratterizzati da strutture e specializzazioni produttive sostanzialmente

differenti tra loro e fortemente radicati nel loro rispettivo territorio. specializzazione

Mentre il modello dei distretti industriali si caratterizza per l’essere fondato sui concetti di

settoriale concentrazione geografica,

e di il modello dei network territoriali si caratterizza per l’essere fondato

concetto di “integrazione” di tipo sia settoriale che geografico.

sul concentrazione territoriale

Un sistema produttivo locale moderno non si caratterizza tanto per la di molte

specializzate nello stesso settore, specializzazione diversa complementarietà

imprese quanto per la e la delle

imprese esterne.

diverse imprese anche con

Aumentano i settori di specializzazione dei singoli sistemi produttivi locali e quindi aumenta la loro

industriale”

diversificazione settoriale. Il “distretto monosettoriale tradizionale si è trasformato in un “sistema

produttivo locale” integrato a scala intersettoriale (Cappellin, 1998). 16

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I sistemi produttivi territoriali in molti paesi sono evoluti dallo stadio nel quale essi erano semplici

concentrazioni di imprese simili, che lavoravano nello stesso settore produttivo ma tra loro concorrenti, allo

reti di imprese specializzate e complementari.

stadio di forme di integrazione verticale,

La creazione di come le filiere, permette al sistema produttivo locale di

alimentare l’evoluzione continua del know-how produttivo, dal cui controllo dipende la possibilità di mantenere

un vantaggio competitivo sostenuto nel tempo, come anche di assicurarsi un accesso sempre più immediato alm,

mercato finale, che determina il valore aggiunto totale del ciclo produttivo complessivo. di

Si sviluppano le relazioni a scala regionale e interregionale con la creazione di “network territoriali” o di “reti

sistemi produttivi locali” a scala regionale o anche interregionale.

i sistemi produttivi territoriali moderni differiscono dal modello tradizionale del “distretto

Dall’altro,

industriale”, basato su un modello di sviluppo “endogeno” e fortemente specializzato in un settore specifico,

le seguenti caratteristiche(Cappellin

almeno per 1998):

e crescente apertura internazionale

a) un’elevata non solo in termini di esportazioni, ma anche di investimenti,

sia dall’estero che anche sempre più verso l’estero, e di accordi di cooperazione commerciale, produttiva e

tecnologica a scala internazionale,

e crescente diversificazione

b) un’elevata delle produzioni locali,

allargamento del know-how produttivo locale

c) un e un’elevata diversità e complementarità delle tecnologie

adottate nelle singole imprese dei sistemi produttivi locali considerati. 17

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Tre dimensioni del modello dei network territoriali tre diverse dimensioni dello

Il modello dei network territoriali consente di stabilire un legame diretto tra

sviluppo locale, quali (Cappellin 1998, 1999, 2000):

dimensione industriale/economica

1) la delle relazioni economiche tra le imprese e gli attori locali,

dimensione fisica

2) la della organizzazione del territorio e

dimensione istituzionale

3) la delle relazioni tra i diversi livelli di governo locale e nazionale.

La dimensione industriale

• Innanzitutto, in una prospettiva industriale, il modello dei network territoriali implica innanzitutto una

maggiore formalizzazione delle relazioni tra le imprese, un tempo basate prevalentemente sulla fiducia e la

conoscenza personale nei distretti industriali. Da esso deriva l’uso di accordi più vincolanti tra le imprese

locali, come è tipico dei processi “just in time” e della “qualità totale”.

• In secondo luogo, un network territoriale si caratterizza, rispetto al distretto industriale tradizionale, per una

maggiore diversificazione settoriale dell’economia locale e una relazione stretta di integrazione tra settori

diversi. specializzazione

Infatti, un sistema di produzione locale moderno è caratterizzato dalla e dalla

complementarietà forme di quasi-integrazione verticale

delle imprese e porta a come le filiere, che

permettono al sistema produttivo locale sia di combinare il know-how in continua evoluzione specifico delle

singole fasi produttive che di assicurare un accesso sempre più diretto con il mercato finale ove si determina il

valore aggiunto creato. 18

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• In terzo luogo, del quadro geografico,

il modello delle reti territoriali permette un’estensione nel quale le

imprese sviluppano le relazioni di sub-fornitura e di altro tipo, a scala interregionale e internazionale, rispetto

al mero ambito locale tipico nel modello dei distretti industriali. Infatti, le forme delle relazioni tra le imprese

i rapporti di sub-fornitura e di integrazione finanziaria evolvono continuamente e si

ed in particolare

estendono a scala geografica sempre più ampia. un

Un’organizzazione a rete a scala interregionale permette

accesso più facile alle informazioni sui diversi mercati di sbocco e sull’evoluzione dei bisogni dei

consumatori in regioni e paesi distanti.

radicamento territoriale (“embeddedness”)

La caratteristica del non appare in contraddizione con

una relazione

un’apertura esterna crescente a scala sia interregionale che internazionale. E’ invece necessaria

stretta tra capacità “endogene” e apertura esterna. In particolare, il concetto di “network territoriale” si

caratterizza rispetto a quello tradizionale di “distretto industriale” o di “cluster” produttivo per il passaggio da

relativa chiusura localistica (“selective closure”) basata sulla omogeneità territoriale

un approccio di ad

concetto di integrazione territoriale, che prevede reti fortemente radicate

un approccio basato sul

(“embedded”) nel territorio e a geometria variabile tra i diversi attori locali e tra questi e le regioni e i paesi

esterni (Cappellin 1997, 1999, 2000).

• In quarto luogo, l’apertura interregionale e il processo di networking a scala locale consentono di

uno sviluppo e un cambiamento continuo delle conoscenze e competenze

promuovere nei singoli sistemi

produttivi locali, tramite la sinergia tra le risorse tecnologiche specializzate interne alle imprese locali e quelle

esterne in altre regioni e paesi. Questo consente di arricchire e sviluppare il know-how produttivo locale,

mantenendo il controllo sulla tecnologia che assicura un vantaggio competitivo stabile nel tempo. 19

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La dimensione geografica

Con riferimento alla dimensione fisica, il modello dei network territoriali, ha il vantaggio di sottolineare la

del territorio

stretta relazione tra l’organizzazione delle relazioni economiche tra le imprese e l’organizzazione

regionale, reticolo fitto di insediamenti industriali o “sistemi produttivi locali”,

che è caratterizzata da un di

centri urbani di medie e piccole dimensioni grandi aree

e da complesse relazioni di questi ultimi con le

metropolitane (Cappellin 1988, 1997b e 2000). In particolare, lo sviluppo dei sistemi produttivi di piccola e

media impresa è sempre più strettamente legato alla valorizzazione del ruolo dei centri urbani, che forniscono

reti di trasporto e dei servizi logistici.

moderni servizi alle imprese, e allo sviluppo delle

La dimensione istituzionale la dimensione

Infine, un’ulteriore caratteristica del modello dei network territoriali è il fatto che esso evidenzia

istituzionale del processo di sviluppo locale (Cappellin 1997a 1997d). Infatti, in una società della conoscenza o

l’intervento degli enti pubblici appare necessario ove esistono asimmetrie

in una “learning economy”

informative. Il crescente decentramento della economia e la complessità crescente di una moderna economia

l’esigenza di una funzione di integrazione,

industriale creano che deve essere svolta dalle istituzioni pubbliche

e da nuove organizzazioni collettive. 20

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il ruolo del governo locale e regionale diventa quello di catalizzare nuove soluzioni, come un

Pertanto,

“integratore di sistema”, promuovendo l’integrazione di risorse complementari dei diversi attori, stimolando la

proposta di programmi strategici (“action plans”)

capacità progettuale degli attori locali tramite la e

reti

eventualmente tramite l’offerta di assistenza tecnica nella realizzazione di progetti specifici. Lo sviluppo di

tra gli attori locali (“policy network”) ruoli nuovi come quello del negoziatore, del

indica l’importanza di

leader, del facilitatore, del catalizzatore, del broker, del gestore della rete e del promotore di forme nuove

sistemiche di organizzazione tra imprese, organizzazioni e istituzioni. “governi”

In un nuovo approccio alla politica locale e regionale un ruolo cruciale viene assegnato non ai

“attori” e alle “reti” o ai “network”

nazionali e neanche a quelli regionali e locali, ma agli che organizzano le

interazioni tra tali attori.

interdipendenza ed integrazione

Il concetto di tra le diverse attività produttive non è sufficiente e i sistemi

forme esplicite di cooperazione

produttivi locali devono essere in grado di promuovere la creazione di

(“partnership”) tra i diversi attori locali, che devono essere unite da una strategia comune e mirare

esplicitamente a realizzare programmi d’azione (“action programmes”) comuni. 21

Riccardo Cappellin, Corso di Economia dell’Innovazione, Università di Roma "Tor Vergata"

International Knowledge and Innovation Networks: Knowledge Creation

Cappellin, R. and Wink, R. (2009),

and Innovation in Medium Technology Clusters. Cheltenham: Edward Elgar Publishing.

http://books.google.it/books?id=1BpcJGekx18C&printsec=frontcover&source=gbs_navlinks_s#v=onepage&q=

&f=false

Cap. 4.3, pp. 82-87

3. The process of innovation in SMEs and medium technology sectors

While most of the literature and policy debate on innovation focuses on high-tech sectors, the innovation process

in medium-tech sectors has rather different characteristics and it is explained by different factors than in high-

tech sectors. Machinery and transport equipment productions represent typical examples of medium technology

sectors. Differently from high tech sectors, such as the biochemical, pharmaceutical or information technology

the production process in mechanical industry may be distinguished in many different phases and

sectors,

also the final product is the result of the assembly of a very high number of intermediate components.

Medium-technology sectors are based on technological paradigms, which started centuries ago.

Technology in medium technology sectors is characterized by a high complexity, as products are made by a

heterogeneous physical components.

high number of

Medium-technology sectors are highly dispersed, fragmented and characterized by a high modularity,

specialization of the firms, forms of vertical quasi-integration between the firms. 22

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Firms in medium-technology sectors mainly produce intermediate products for other firms.

The fragmentation of the production process economies

and the high specialization of the firms explain why

of scale are less important and firms have a small size.

firms develop a very strong interaction with their external local environment.

The high competition between the SMEs need to promote cooperation

These circumstances cause a and also the

between the various producers. innovation processes in the SMEs working in medium and

Differently from large firms and high tech sectors,

low technology sectors do not depend on formal R&D, but on tacit knowledge or on combinatorial

capabilities and interactive learning processes within networks of firms.

Innovation has a gradual character and consists mainly in improvement of existing products, services and

processes. driven by an intensive interaction between the

The process of innovation in medium technology sectors is

suppliers and the customers, high specificity of the needs of the customers,

due to the which require solutions

made by different complex combinations of many specific components. 23


PAGINE

23

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1.09 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Temi chiave della presente lezione sono:
-Le caratteristiche del modello endogeno di sviluppo nella economia regionale
-La rilevanza delle piccole e medie imprese nella occupazione delle attività industriali
-Le caratteristiche di un distretto secondo Becattini e Garofoli
-Le fasi dello sviluppo dei distretti industriali
-Le reti di imprese nei sistemi produttivi locali
-L’approccio dei network territoriali


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia e management
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dell'innovazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Cappellin Riccardo.

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