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Distanza fra costruzioni - C.Cass. n. 13523/06

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Civile, tenute dal Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 13523 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2006 in tema di distanze legali in particolare quella fra costruzioni. Vedi di più

Esame di Diritto Civile docente Prof. G. Furgiuele

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Il richiamato indirizzo si basa su di une serie di considerazioni che, se pure non tutte suscettibili di

puntuale censura, tuttavia, o perchè inesatte o perchè ininfluenti ai fini della soluzione del problema,

non appaiono idonee e sufficienti a giustificare la conclusione cui è pervenuto.

Con l'iter argomentativo principale, si muove dalla premessa che le ipotesi di trascrizione, in quanto

normativamente predeterminate, sono tassative; si rileva, poi, che le azioni intese a far valere le

limitazioni legali al diritto di proprietà non si risolvono, neppure parzialmente, nè in un'azione di

revindica, nè in una azione d'accertamento, così della proprietà come della sussistenza (confessoria

servitutis) o della insussistenza (negatoria servitutis) di un diritto reale di godimento, id est non sono

riconducibili ad alcuna delle ipotesi espressamente regolate dall'art. 2653 c.c., n. 1, in quanto, in

particolare, i detti limiti non sono servitè nè sono ad esse equiparabili, onde all'azione de qua non può

essere riconosciuta natura di azione negatoria ex art. 949 c.c.; si conclude, quindi, con l'osservare che,

in definitiva, non essendo espressamente prevista nella norma in esame la trascrizione, oltre che delle

domande singolarmente menzionatevi, anche delle diverse domande intese a far valere una violazione

dei limiti legali della proprietà, queste sarebbero insuscettibili di trascrizione, giacchè in nessun modo

riconducibili alle ipotesi espressamente previste ed in ispecie all'azione negatoria.

E' quest'ultima considerazione, in particolare, che non è esatta e che, pertanto, inficia di per sè la

validità dell'intero ragionamento, sebbene anche la prima considerazione, nella sua assolutezza, non

resti immune da censura, come meglio in seguito.

La domanda con la quale l'attore fa valere, in proprio favore, i limiti che, ex lege, vincolano le facoltà

ricomprese nell'altrui diritto di proprietà denunziandone la violazione, non tende, infatti, ad uno sterile

accertamento del regime vincolistico e della sua violazione, bensì - attraverso la contestazione del fatto

posto in essere dal convenuto come illegittimamente impositivo sul fondo dell'attore d'un peso non

consentito in ragione della sussistenza dei limiti legali e la consequenziale richiesta di condanna

all'eliminazione di quanto realizzato o d'inibitoria di quanto si vorrebbe realizzare in violazione degli

stessi - tende a salvaguardare il diritto di proprietà dell'attore dalla costituzione d'una servitù avente ad

oggetto una situazione di fatto realizzata in contrasto con altra tutelata dal limite violato e, quindi,

lesiva del corrispondente diritto al mantenimento della detta situazione qua ante ed al suo ripristino,

onde va qualificata come negatoria servitutis e rientra, pertanto, nella previsione dell'art. 2653 c.c., n.

1.

In altri termini, quando il proprietario di un immobile denuncia la violazione di un limite legale da parte

del vicino, mira non già a far accertare il diritto di proprietà o l'esistenza della tutela vincolistica di essa

ma a far valere l'inesistenza di iura in re a carico della detta proprietà suscettibili di dar luogo a una

servitù che esoneri il convenuto dal rispetto di tale limite legale, cioè esercita una negatoria servitutis

(cfr. già Cass. 07/07/1979 n. 3902).

In tale prospettiva, l'automaticità dei limiti legali e la loro reciprocità, con la possibilità da parte di

qualsiasi terzo di conoscerli indipendentemente da uno specifico rapporto negoziale, è del tutto

irrilevante, in quanto, come già sopra evidenziato, l'oggetto del giudizio non è l'astratta esistenza del

limite legale che si assume violato, ma l'inesistenza di una servitù che tale mancato rispetto giustifichi.

D'altra parte, la generale conoscibilità dei limiti legali non può essere utilmente invocata in danno del

terzo che abbia acquistato facendo affidamento, in buona fede, sulla conformità a diritto, in ispecie alle

normative edilizie dettate dai regolamenti locali, della situazione di fatto ove la costituzione della stessa

non sia stata inibita dalla competente P.A., preposta al controllo del territorio in materia urbanistica ed

edilizia ed, a maggior ragione, ove da quest'ultima sia stata consentita con il rilascio d'una concessione,

attesa la presunzione di legittimità che assiste l'attività amministrativa, nel senso della conformità alla

normativa generale e/o locale in riferimento alla materia ricompresa nell'attribuzione di funzioni

dell'organo agente.

Per altro verso, la giurisprudenza tradizionale sostiene anche che, stante l'automaticità del limite legale

e del suo sorgere e considerata anche la reciprocità delle limitazioni stesse, attinenti alle singole

situazioni in cui reciprocamente si trovano le proprietà immobiliari, sarebbe completamente inutile

fissare il momento della produzione degli effetti della domanda e del giudizio in corso nei confronti del

successore a titolo particolare del convenuto, non risultando necessario fissare il rapporto tra l'acquisto

da parte di quest'ultimo e la domanda giudiziale proposta dall'attore, in quanto in questo campo, in

realtà, acquisto nel vero senso della parola del diritto contestato non c'è, dacchè non si acquista il

diritto a far valere il limite legale, come non si acquista il limite stesso, che discende dalla situazione dei

fondi e dalla normativa in materia, onde appare sufficiente la disposizione dell'art. 111 c.p.c., u.c..

Al riguardo è stato rilevato, in contrario, come detta tesi si basi su di una funzione sostanziale della

trascrizione delle domande previste dall'art. 2653 c.c., n. 1, mentre, secondo la stessa giurisprudenza di

questa S.C., gli effetti delle trascrizioni ex art. 1653 c.c., n. 1, hanno natura meramente processuale,

giacchè, in difformità dal disposto generale dell'art. 111 c.p.c., comma 4, prima ipotesi, per il quale la

successione a titolo particolare nel diritto controverso determina l'efficacia nei confronti dell'avente

causa della sentenza emessa in favore o contro il suo dante causa, ed in attuazione della deroga

espressamente prevista dallo stesso art. 111 c.p.c., comma 4, seconda ipotesi, la sentenza sulla

domanda trascritta è efficace nei confronti del successore a titolo particolare solo ove questi abbia

trascritto il proprio acquisto successivamente alla trascrizione della domanda e viceversa; ond'è che

l'effetto d'utile opponibilità della sentenza che accolga la domanda anche nei confronti dell'avente causa

dal convenuto, il quale abbia trascritto il proprio titolo d'acquisto, si verifica solo ove la trascrizione della

domanda medesima sia stata non solo a sua volta trascritta ma anche trascritta antecedentemente alla

trascrizione del contrapposto titolo del terzo acquirente.

Si argomenta ancora, nella sentenza 04/04/1978 n. 1523, non potersi sostenere, in favore di chi

costruisce non rispettando le distanze legali, l'acquisto, con il decorso del tempo necessario ad

usucapire, del diritto di servitù attiva a carico del fondo del vicino - con la conseguenza che l'azione

promossa da quest'ultimo affinchè sia rispettata la distanza legale debba essere considerata come

diretta ad impedire la costituzione di tale servitù, id est, in definitiva, a negare l'esistenza di essa -

dacchè un atto processuale teso ad impedire la produzione di un effetto infierì non potrebbe essere

identificato con un atto processuale diretto a negare un effetto da altri vantato come esistente;

riprendendo, poi, le mosse dalla differenza tra limiti legali e servitù, vi si ribadisce che, non

affermandosi con l'azione per il rispetto dei limiti legali un proprio diritto reale sull'immobile altrui nè

negandosi un diritto reale altrui sull'immobile proprio, la domanda, in quanto non intesa

all'accertamento positivo o negativo d'un diritto reale di godimento, non sarebbe equiparabile alla nega-

toria, considerato anche che la libertà del fondo dell' attore da vincoli correlati al fatto del convenuto

non è materia nè d'azione nè d'eccezione, ma rappresenta il presupposto della domanda.

Ora, la prima delle riportate argomentazioni non tiene, evidentemente, conto del fatto, già sopra

sottolineato, che l'azione diretta al rispetto di un limite legale della proprietà tende, in effetti, non alla

semplice affermazione dell'esistenza d'un limite legale violato dal proprietario del fondo finitimo a quello

dell'attore, bensì ad impedire, al pari dell'actio negatoria tipica, non solo l'acquisto, con il decorso del

tempo necessario per usucapire, ma anche l'esercizio attuale d'una servitù di contenuto contrario al

limite legale stesso.

L'allegazione, poi, della libertà del fondo dell'attore da vincoli correlati al fatto posto in essere dal

convenuto in funzione dell'azionata contestazione della legittimità del fatto medesimo non rappresenta

affatto un semplice presupposto della domanda, bensì l'oggetto stesso di essa, la cui causa petendi è la

violazione d'una situazione preesistente tutelata dalla normativa vincolistica ed il cui petitum immediato

è la pronunzia richiesta, id est l'ordine di restituzione in pristino o l'inibitoria, mentre il petitum mediato,

che costituisce l'oggetto essenziale della domanda, è, appunto, la salvaguardia del diritto di proprietà

dell'attore dalla costituzione d'una servitù in favore del convenuto e ciò per mezzo d'un'azione che ha,

evidentemente, tutte le caratteristiche dell'actio negatoria.

Ed è precisamente la sussumibilità dell'azione de qua nel paradigma dell'actio negatoria ad inficiare

l'idoneità persuasiva della seconda delle riportate argomentazioni, con la quale, a ben vedere, non

s'intende negare la trascrittibilità ex art. 2653 c.c., n. 1, della stessa actio negatoria - che viene, anzi,

implicitamente affermata, così come risulta essere già data per acquisita da numerose decisioni in

materia (Cass. 28/06/1960 n. 1693, 22/07/1963 n. 2033, 06/04/1966 n. 918, 11/10/1977 n. 4327,

04/04/1978 n. 1523 riprese da Cass. 10/01/1994 n. 213), compresa quella (Cass. 05/05/1960 n. 1029

in motivazione) precedentemente esaminata, e che non sembra più allo stato revocabile in dubbio - ma

l'estensibilità della norma anche all'ipotesi in esame in quanto nella stessa non espressamente prevista.

Tesi non condivisibile (e non condivisa da un'ormai consolidato indirizzo giurisprudenziale: e pluribus,

Cass. 01/03/2001 n. 2998, 26/01/2000 n. 867, 26/01/2000 n. 864, 14/06/1999 n. 5850, 18/12/1997

n. 12810, 14/12/1992 n. 13186, 27/05/1987 n. 4737, 06/05/1987 n. 4196), ove si ponga mente che,

per quanto sopra evidenziato, all'azione intesa ad ottenere il rispetto dei limiti legali va riconosciuta

natura di actio negatoria e che, sebbene anche questa non sia espressamente prevista dalla norma,

nella quale è fatto riferimento al solo accertamento positivo, id est all'actio confessoria, non di meno,

come pure si è evidenziato, non risulta essere più in discussione che anche ad essa debba trovare

applicazione la disciplina dell'art. 2653 c.c., n. 1.

Sebbene, infatti, non possa porsi in contestazione l'esigenza di rispettare il dettato dell'art. 12 preleggi,

che, nell'imporre una gradualità d'utilizzazione degli strumenti ermeneutici, pone al primo posto quello

letterale, integrato da quello razionale riferito alla singola norma, va, tuttavia, anche considerato che la

stessa disposizione consente, nell'ipotesi di lacuna, il ricorso ai criteri della similitudine e dell'analogia,

ai quali segue quello sistematico, per il quale l'interpretazione della singola disposizione va effettuata in

relazione al complesso delle disposizioni in materia, poichè incivile est, nisi tota lege perspecta, una

aliqua particula eius propostita, iudicare vel respondere (Celso: D. 1, 3, 24).

Ora, la ratio della normativa nella materia che ne occupa va ravvisata nell'interesse del terzo avente

causa a titolo particolare ad esser posto in grado, prima dell'acquisto del diritto di proprietà o d'un

diritto reale di godimento su di un immobile, d'aver cognizione della contestazione sub iudice del diritto

del proprio dante causa, ciò non meno che nell'interesse dell'attore che quel diritto abbia contestato in

sede giudiziaria ad esser posto in grado d'opporre anche al terzo avente causa, resosi acquirente nelle

more del giudizio, l'esito a lui favorevole della controversia promossa nei confronti del dante causa.

Ed è in funzione di tale finalità che il legislatore, nel formulare la disposizione dell'art. 111 c.p.c.,

comma 4, per la quale la sentenza pronunziata contro l'alienante spiega sempre i suoi effetti anche

contro il successore a titolo particolare, ha fatto salve le norme sulla trascrizione, introducendo una

deroga al principio generale che, in quanto tale, deve considerarsi tassativa, id est limitata ai soli casi

espressamente disciplinati dalla normativa sulla trascrizione, ed ostativa, quindi, ad interpretazioni

intese ad ampliare l'ambito d'applicazione della normativa stessa per il principio inclusio unius exclusio


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Civile, tenute dal Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 13523 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2006 in tema di distanze legali in particolare quella fra costruzioni.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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