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Saggio di Ugo Vignuzzi sulla poesia dialettale

La pubblicazione nel 1952 della silloge "Poesia dialettale italiana del Novecento" messa insieme da

Pasolini e Dell'Arco, diede lo spunto a un'importante presa di posizione di Montale nell'articolo-recensione La

musa dialettale. In questo articolo il Poeta sosteneva che "si può essere poeti dialettali in due modi: o traducendo

dalla lingua, o ricorrendo al dialetto come ad una lingua vera e propria. Il secondo caso è il più interessante,

anche se i due modi possono essere presenti nello stesso poeta". Qualche anno dopo Di Giacomo distingue due

tipi di scrittura dialettale: quella dei "bilinguisti" e quella dei "veri dialettali". Le osservazioni di Montale sono

tanto più significative se messe in relazione con il dibattito che in quegli anni la cultura italiana andava

sviluppando sul problema del rapporto tra letteratura, lingua e dialetto. Rilevanti risultano gli interventi di

Benedetto Croce, tra cui il famosissimo articolo del 1926 La letteratura dialettale riflessa, la sua origine nel

Seicento e il suo officio storico. In questo articolo Croce sostiene che "la letteratura dialettale d'arte o riflessa si

distingue in ciò dalla letteratura dialettale spontanea, che questa o precede lo svolgimento della letteratura

nazionale, e in tal caso non si può neppur chiamare dialettale mancando il termine di riferimento per qualificarla

con questo nome; oppure è giustamente detta dialettale, perché persiste accanto a quello svolgimento e con sua

propria legge. La letteratura dialettale riflessa suppone comunque come antecedente e punto di partenza la

letteratura nazionale. Per cui lo svolgimento della letteratura dialettale in Italia nel Seicento non fu un processo

antiunitario, ma, per l'opposto, un processo di unificazione, perché non mirò a combattere e sostituire la

letteratura nazionale, ma la prese a modello". La riflessione crociana muoveva dalla polemica di quasi un secolo

prima di Giuseppe Ferrari, il quale sosteneva che la letteratura dialettale fosse "una reazione dello spirito

popolare contro la letteratura aulica e nazionale". Al contrario, Croce insisteva sull'aspetto "collaborativo" della

letteratura dialettale riflessa con quella nazionale. Negli anni '60, Contini nel Saggio introduttivo alla

"Cognizione del dolore" di Gadda e in quello sulla "Poesia rusticale" affronta e mette in discussione il problema

del momento della nascita della letteratura dialettale riflessa, che Croce aveva collocato nel Seicento. Infatti

Contini risale fino a Vanozzo, De Rossi (Veneto), Dante e ai testi presenti nel De Vulgari (Cielo, Castra),

designandoli come esempi di letteratura dialettale; da ciò ne consegue che "il bilinguismo di poesia illustre e

poesia dialettale è costitutivo della letteratura italiana". Per questo motivo le acquisizioni crociane necessitano di

una "continua retrodatazione, che porta all'inizio stesso della letteratura nazionale, nessun momento della quale è

scevro d'una polarizzazione bilingue".

Già per alcune primissime testimonianze dei volgari italoromanzi è stato possibile riconoscere un uso

scritto delle varietà locali, scorgendo intenzionalità espressivistiche nella scelta di un codice linguistico diverso

dal latino (si pensi all'antichissimo Indovinello veronese della fine dell'VIII sec., tanto che Castellani sostiene

che "potrebbe quasi esser considerato un testo di letteratura dialettale riflessa"). E la scelta di un volgare

volutamente "basso" in opposizione al latino è presente nell'Iscrizione della Basilica inferiore di San Clemente a

Roma. Sul versante letterario è Dante nel De Vulgari a fornirci le prove di un precoce uso riflesso dei dialetti,

quando, in contrapposizione alle canzoni del siciliano Guido delle Colonne (modelli di stile "alto"), per

mostrare l'inadeguatezza del volgare siciliano si adduce non casualmente il terzo verso del Contrasto di Cielo

d'Alcamo ("Tragemi d'este focora se t'este a bolontate"), mediante un registro quotidiano, riecheggiante moduli

diffusi nella lirica siciliana. Per Contini il Contrasto di Cielo d'Alcamo con il suo dualismo linguistico è uno fra

i più antichi documenti di quell'espressionismo vernacolare che durerà fino all'età barocca. Lo stesso codice

Vaticano Lat. 3783 che ha conservato il Contrasto ha anche trasmesso una "parodia dialettale in versi" di Castra

Fiorentino. Un'altra parodia è il sonetto "Pelle chiabelle di Dio, no ci avrai", attribuito a Cecco Angiolieri, che

sfrutta il contrasto fra romanesco e le varietà toscane rustiche di Lucca, Arezzo, Pistoia, Firenze e Siena.

Nel Settecento si scrive in dialetto anche per fini erotico-pornografici. Nell'Ottocento Ugo Foscolo


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Dialettologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Vignuzzi Ugo.

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