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controlla un’altra impresa di 8 dipendenti esce dall’ambito della microimpresa perché ai suoi 4

dipendenti si sommano interamente gli 8 dell’altra).

Sulla base dei suddetti parametri, la distribuzione delle PMI in Europa è stata quantificata come

segue in una elaborazione recente (v. doc. n. 1, p. 2, tab.1):

N. imprese Valori percentuali

Totale imprese (escluse quelle 19.647.000 100,0%

dell’agricoltura del settore

finanziario)

PMI 19.600.000 99,8%

Microimprese 18.035.000 91,8%

Piccole imprese 1.353.000 6,9%

Medie imprese 213.000 1,1%

Grandi imprese 41.000 0,2%

Come viene osservato nella succitata elaborazione, la quasi totalità delle PMI europee è

costituita da microimprese, vale a dire da imprese con meno di 10 addetti ciascuna

2.2.3. I provvedimenti di semplificazione.

Dei predetti criteri basati sul numero degli effettivi e sull’ammontare di determinate soglie

finanziarie il diritto comunitario ha fatto uso non solo con riferimento agli aiuti di Stato, ma, sia pure in

termini parzialmente diversi, anche ad altri fini, come quello di semplificazione degli adempimenti a

carico delle imprese.

Così, ad es., nell’ambito dell’azione di armonizzazione delle normative nazionali in materia

e

societaria perseguita ai sensi dell’art. 50, lett. g, TFUE, la quarta direttiva CEE n. 660 del 1978,

successive modificazioni (doc. n. 6), relativa ai conti annuali di alcuni tipi di società, dopo aver

sottolineato in sede di “considerando” l’opportunità che la rigorosa disciplina di tali conti possa subire

deroghe a favore di società di piccole e medie dimensioni, consente agli Stati membri:

a) in presenza di società anche di medie dimensioni che non superino due dei tre limiti

numerici pure ivi indicati (totale dello stato patrimoniale pari a 17.500.000 euro; importo netto del

volume d’affari pari a 35.000.000 euro; numero dei dipendenti occupati in media durante l’esercizio

pari a 250), di autorizzare tali società a derogare parzialmente allo schema del conto profitti e perdite

attraverso il raggruppamento di alcune voci al suo interno, ad omettere alcune indicazioni nella nota

integrativa e nella relazione sulla gestione e a pubblicare uno stato patrimoniale e un allegato in forma

abbreviata (artt. 27; 45; 46, comma 4°; 47, comma 3°);

b) in presenza di società di piccole dimensioni che non superino due dei tre limiti numerici ivi

indicati (totale dello stato patrimoniale pari a 4.400.000 euro; importo netto del volume di affari pari a

8.800.000 euro; numero dei dipendenti occupati in media durante l’esercizio pari a 50), di autorizzare

tali società a redigere uno stato patrimoniale e un allegato in forma abbreviata nonché ad omettere la

relazione sulla gestione e la pubblicazione del conto profitti e perdite (artt. 11, 44, 46, comma 3°; 47,

comma 2°), e di esonerarle dall’obbligo di sottoporsi alla revisione legale dei conti (art. 51).

A ciò si aggiunga che la recente direttiva 2012/6/UE, avendo sottolineato in sede di

“considerando” l’importanza, onde stimolare l’economia europea, di ridurre gli oneri amministrativi

delle imprese, soprattutto di quelle che hanno risorse limitate per rispettare gli stringenti obblighi di

legge, e avendo individuato nella contabilità uno dei settori chiave in cui operare tale riduzione,

inserisce nella quarta direttiva CEE un art. 1-bis in cui si consente agli Stati membri di esonerare da

ulteriori obblighi, anche pubblicitari, in materia di bilanci, le c.d. “microentità”, vale a dire le società

destinatarie di quest’ultima direttiva le quali non superino due dei criteri seguenti: totale dello stato

5

patrimoniale pari a 350.000 euro; importo netto del volume di affari pari a 700.000 euro; numero dei

dipendenti occupati in media durante l’esercizio pari a 10.

Va notato come i limiti finanziari adottati dalla IV direttiva per identificare, rispettivamente, le

società di medie dimensioni, quelle di piccole dimensioni e quelle costituenti microentità siano più

bassi di quelli adottati dalla già citata Raccomandazione CE 361/2003 (doc. n. 5) per identificare le

medie, le piccole e le micro imprese: il che è perfettamente legittimo in quanto questi ultimi, ai sensi

dell’art. 2 della medesima Raccomandazione, rappresentano valori massimi e possono quindi essere

derogati in minus.

3. La rilevanza giuridica della piccola e media impresa

nell’ordinamento italiano.

3.1. Considerazioni generali.

Occorre premettere che anche in Italia il fenomeno delle PMI è assai diffuso, e anzi in

termini ancora più accentuati rispetto al resto dell’Europa, in quanto - come si può desumere da una

già citata elaborazione statistica (doc. n 1, p. 3, tab. 3) – le PMI italiane, che rappresentano il 99,9%

del totale delle imprese, pressoché come nella media europea (99,8%), hanno tuttavia l’81,3% del

numero globale di occupati, contro il 67,1% della media europea, e concorrono alla formazione del

valore aggiunto nazionale nella misura del 70,9%, contro una media europea del 57,6%.

Se poi applichiamo la già ricordata classificazione europea che distingue le PMI in

Microimprese, Piccole imprese e Medie imprese e utilizziamo il criterio del numero degli addetti,

scopriamo che, in base a tale criterio, le PMI italiane si collocano per la stragrande maggioranza nella

categoria addirittura delle microimprese, vale a dire al livello più basso della scala dimensionale, come

risulta dal seguente prospetto elaborato su dati ASIA (Archivio Storico delle Imprese Attive, curato

dall’ISTAT) relativi alla distribuzione delle imprese per classi di addetti nel 2008.

Piccole imprese

Microimprese Medie imprese Grandi imprese Totale

(1 - 9 addetti) (10 – 49 addetti) (50-249 addetti) (> 250 addetti)

Valori assoluti 4.274.512 212.729 23.046 3.735 4.514.022

Valori percentuali 94,7% 4,7% 0,5% 0,1% 100%

(Eur. 91,8%) (Eur. 6,9%) (Eur. 1,1%) (Eur. 0,2%)

Il fenomeno è ancora più accentuato se si utilizza l’altro parametro dimensionale che non deve

essere raggiunto ai fini dell’inclusione fra le microimprese (vale a dire 2.000.000 di euro di fatturato o

totale di bilancio), perché scopriamo in base ad esso che ben il 96,9% delle imprese italiane sono da

considerarsi microimprese. Si veda infatti la seguente tabella elaborata su dati ASIA relativi al 2009 e

basati sul parametro del fatturato Medio-Grandi imprese

Microimprese Piccole imprese Totale

(> 10 milioni)

(da 0 a 2 milioni) (da 2 a 10 milioni)

Valori assoluti 4.331.381 111.625 27.742 4.470.748

Valori percentuali 96,9% 2,5% 0,6% 100%

E’ dunque ragionevole pensare che il legislatore italiano, esattamente come quello europeo, si

occupi delle PMI al fine di eliminarne i fattori di squilibrio rispetto alle grandi, rappresentati

fondamentalmente dalle maggiori difficoltà di accesso ai finanziamenti e dal maggior gravame

sopportato per i costi fissi derivanti dai vari adempimenti burocratici. 6

C’è da chiedersi, preliminarmente, fino a che punto, una legislazione di favore per le PMI sia

compatibile con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge stabilito dall’art. 3,

comma 1°, Cost. Di primo acchito verrebbe da rispondere negativamente, giacché piccole, medie e

grandi imprese pur sempre imprese sono e in quanto tali dovrebbero essere trattate tutte in modo

uguale. Se non che è giurisprudenza costante della nostra Corte costituzionale che l’uguaglianza deve

essere considerata non già in astratto ma in base al cd. principio di ragionevolezza, vale a dire

valutando se, in presenza di due fattispecie A e B apparentemente analoghe, il trattamento diverso di B

rispetto ad A risulti giustificabile o in relazione alla ratio della disciplina di A oppure alla luce di altri

principi costituzionalmente garantiti: così, ad esempio, può darsi che la legislazione di favore verso

alcune imprese minori debba ritenersi non in contrasto con l’art. 3 Cost. perché razionalmente fondata

su altri principi costituzionali, come quello dell’art. 45, comma 2°, laddove si dispone che la legge

dove si

provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato, o come quello dell’art. 47, comma 2°,

impone allo stesso legislatore di favorire l’accesso del risparmio popolare alla proprietà diretta

coltivatrice (artigiano e coltivatore diretto del fondo, infatti, sono entrambe – ai sensi, come vedremo,

dell’art. 2083 c.c. - figure di piccoli imprenditori). Si consideri inoltre che un trattamento di favore per

le imprese minori potrebbe risultare giustificato – come è stato puntualmente sostenuto - in base al

principio di uguaglianza sostanziale contenuto nel comma 2° del medesimo articolo 3, laddove si

stabilisce che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che

limitano di fatto l’eguaglianza formale prevista nel comma 1°: tali ostacoli potrebbero infatti ritenersi

rappresentati, nel caso delle PMI, dalle maggiori difficoltà di accesso al credito e dalle maggiori

difficoltà di sostenere costi di ricerca e commercializzazione, vale a dire da quelle situazioni di

squilibrio legate non già alla capacità produttiva ma al gioco delle economie di scala che ne minano le

capacità concorrenziali con le grandi e che il legislatore ordinario è quindi autorizzato a rimuovere

attraverso, ad es., aiuti di Stato).

In che cosa consiste, dunque, la disciplina italiana delle PMI?

3.2. La tipologia degli interventi.

A) A livello generale, l’attenzione del legislatore italiano verso le PMI si è espressa da ultimo

attraverso la l. 12 novembre 2011, n. 180, contenente il c.d. Statuto delle imprese (doc. n. 7), il quale

costituisce dichiaratamente attuazione dello Small Business Act europeo del 2008 e prevede addirittura

l’emanazione di una legge annuale per le micro, le piccole e le medie imprese, contenente norme volte

a favorire e promuovere queste ultime, a rimuovere gli ostacoli che ne impediscono lo sviluppo, a

ridurre gli oneri burocratici e introdurre misure di semplificazione amministrativa, ecc. (per le

definizioni di micro, di piccole e di medie imprese, l’art. 5 rinvia alle già illustrate definizioni

contenute nella raccomandazione CE n. 361/2003 di cui al doc. n. 5).

B)Aiuti di Stato alle PMI. Da tempo – com’è noto - sia lo Stato italiano che le Regioni

dispongono interventi a favore delle attività produttive sotto le più diverse forme, che vanno dai bonus

fiscali alle concessioni di garanzia, ai contributi in conto capitale o in conto interesse, ai finanziamenti

agevolati: e molti di questi interventi sono destinati specificamente alle PMI. (v., ad es. l’istituzione di

un Fondo di garanzia per le suddette PMI ad opera della l. 23 dicembre 1996, n. 662, e la

specificazione delle condizioni di ammissibilità al medesimo Fondo ad opera del D.M. 23 dicembre

2005). La molteplicità e soprattutto l’eterogeneità di tali interventi sono tali da aver indotto il

legislatore a disporne una razionalizzazione con riferimento vuoi alle tipologie che alle procedure

attraverso il d.lgs. 31 marzo 1998, n. 123 (doc. n. 8), i cui principi vengono dall’art. 1 del medesimo

elevati al rango di principi generali dell’ordinamento dello Stato, con la conseguenza che anche le

regioni a statuto ordinario, nell’ambito della loro potestà legislativa concorrente come in questa

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materia, vi si devono uniformare ai sensi dell’art. 117, comma 3°, Cost. Poiché, comunque, l’Italia,

quale membro della UE, è soggetta ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario, e poiché uno di

tali vincoli è rappresentato dalla normativa dei già citati art. 107 ss. riguardante proprio gli aiuti di

Stato alle imprese, l’art. 2 del decreto n. 123 non solo sancisce la necessità che gli interventi di cui

sopra, tra i quali quelli a favore delle PMI, siano disposti in conformità alla normativa dell’Unione

europea, ma stabilisce in particolare che la definizione di piccola e media impresa sia aggiornata con

decreto ministeriale in conformità con le disposizioni della suddetta Unione europea. A quest’ultima

bisogna l’esecutivo ha provveduto tramite il già ricordato Decreto del Ministro delle attività produttive

18 aprile 2005 (doc. n. 9), il quale ha interamente recepito, con i necessari chiarimenti, la definizione

già esaminata poc’anzi contenuta nella Raccomandazione CE 361/2003.

C)Altri interventi. Un esempio di applicazione delle definizioni comunitarie possono

considerarsi alcune modifiche introdotte nel d. lgs. 6 settembre 2005, n. 206 (Codice del consumo)

dall’art. 7 d.l. 24 gennaio 2012, n. 1 (convertito in l. 24 marzo 2012 , n. 27), dove la tutela contro le

pratiche commerciali scorrette nei rapporti tra professionisti e consumatori viene estesa ai rapporti tra

professionisti e microimprese (art. 19, comma 1°), le quali vengono definite (art. 18, comma 1°, lett. d-

bis) come quelle “entita`, societa` o associazioni che, a prescindere dalla forma giuridica, esercitano

un’attivita` economica, anche a titolo individuale o familiare, occupando meno di dieci persone e

realizzando un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiori a due milioni di euro, ai

sensi dell’articolo 2, paragrafo 3, dell’allegato alla raccomandazione n. 2003/361/CE della

Commissione, del 6 maggio 2003". Un ulteriore esempio è rappresentato dal d.l. 22 giugno 2012, n.

83, come convertito in l. 7 agosto 2012, n. 134, il cui art. 32, sotto l’intitolazione “Strumenti di

finanziamento per le imprese”, consente bensì alle società di capitali, tra l’altro, di emettere cambiali

finanziarie, ma con una serie di limitazioni che vengono calibrate in ragione delle dimensioni

economiche della società emittente, avendo quali propri estremi, da un lato, un divieto assoluto

dell’emissione a carico delle micro-imprese (come definite, ancora una volta, dalla ricordata

per l’emissione previsti per le

raccomandazione 2003/361/CE), e, dal lato opposto, i pochi requisiti

grandi imprese (sempre come definite – indirettamente - dalla ricordata raccomandazione CE, vale a

dire di quelle che occupino almeno 250 persone e/o che realizzino un fatturato annuo superiore a 50

milioni di euro e/o un totale di bilancio annuo superiore a 43 milioni di euro), mentre un numero più

rilevanti di requisiti viene richiesto per le imprese che stanno nel mezzo fra questi due estremi, vale a

dire per le piccole e medie imprese.Un ultimo esempio è fornito dal provvedimento della Banca d’Italia

del 29 luglio 2009, recante Disposizioni in materia di trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari

e finanziari, il cui art. 3, dopo aver definito come "clientela (o clienti) al dettaglio" i consumatori, le

persone fisiche che svolgono attività professionale o artigianale, gli enti senza finalità di lucro, le

micro-imprese, definisce queste ultime come quelle che possiedono “i requisiti previsti dalla

raccomandazione della Commissione europea 2003/361/CE del 6 maggio 2003, ovvero i requisiti

individuati con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze attuativo delle misure adottate dalla

Commissione europea ai sensi dell’articolo 84, lettera b), della direttiva 2007/64/CE”.

3.3. Il codice civile e il piccolo imprenditore.

3.3.1. L’imprenditore e la sua tipologia.

Con l’entrata in vigore del codice civile italiano (1942), il fenomeno dell’impresa diventa

oggetto di un’attenzione diversa rispetto al passato da parte del legislatore. 8

Ciò avviene in primo luogo sotto il profilo delle fonti: fino a quella data, infatti, l’impresa

trovava regolamentazione in un apposito codice distinto da quello civile (vale a dire nel codice di

commercio del 1882, il cui art. 1 stabiliva che in materia di commercio si osservano le leggi

commerciali, in mancanza gli usi mercantili, e solo in mancanza di questi ultimi il codice civile,

creando così per la suddetta materia un sistema di fonti diverse da quelle riguardanti tutti gli altri

rapporti interprivati, che vedevano nel codice civile la fonte primaria della propria disciplina); con

l’unificazione, invece, dei due codici storici di diritto privato in un unico codice, quello civile, appunto,

del 1942, l’impresa viene inserita in un unico sistema e assoggettata in linea di principio allo stesso

sistema di fonti che riguarda qualsiasi altro fenomeno, quello stabilito dall’art. 1 per cui prima vengono

le leggi, poi i regolamenti e solo in ultima istanza gli usi.

L’altra novità del codice civile del 1942 è di sostanza e consiste nella considerazione

dell’impresa come fenomeno tendenzialmente unitario, indipendentemente dal tipo di attività esercitata,

mentre, fino ad allora, l’attenzione del legislatore era riservata alla sola impresa commerciale. A tale

scopo il nuovo codice civile, soprattutto nel libro V ma anche in altri libri del medesimo, detta una

disciplina che è indiscriminatamente riferita ad ogni imprenditore individuale o collettivo (ad es., nel

libro V del lavoro, artt. 2096 ss. sul rapporto di lavoro, 2247 ss. sulle società, 2555 ss. sull’azienda,

2595 ss. sulla concorrenza e sui consorzi; nel libro IV delle obbligazioni, artt. 1330 e 1367 sui contratti

in generale, 1722 e 1824 su singoli contratti; ecc). Non solo, ma poiché in diritto ogni disciplina

presuppone una fattispecie a cui applicarsi, e poiché, in questo caso, la disciplina si applica

all’imprenditore, il codice si preoccupa anche di spiegarci che cosa debba intendersi per

“imprenditore”, fornendone, all’art. 2082, una nozione. La nozione giustifica la disciplina in quanto, ad

es., poiché l’esercizio dell’impresa non è una semplice attività dell’imprenditore ma è una

organizzazione di diversi fattori produttivi, si giustifica una sopravvivenza dei rapporti ad essa inerenti

anche se l’imprenditore muore o cede l’azienda; così come, poiché l’imprenditore, in quanto capo

dell’impresa, ha poteri o informazioni che non hanno le controparti, si giustifica una disciplina che

tuteli tali controparti in quanto contraenti ecomicamente più deboli, come avviene per i lavoratori o per

i consumatori.

Dopo essersi occupato dell’imprenditore in generale, tuttavia, il legislatore si accorge che una

disciplina indiscriminatamente applicabile a tutte le tipologie di attività economiche non coglie la

profonda complessità e soprattutto la varietà del fenomeno impresa. Così il libro V del codice, dopo

aver dedicato il capo I del titolo II all’impresa in generale, dedica i successivi capi II e III,

rispettivamente, all’impresa agricola e all’impresa commerciale, e detta per ciascuna di esse una

disciplina speciale: disciplina relativa, per l’impresa agricola, ai contratti agrari (art. 2141 ss.), e, per

quella commerciale, a istituti come l’iscrizione nel registro delle imprese (artt. 2188 ss.), la

rappresentanza sia legale (art. 320, comma 5°) che volontaria (artt. 2203 ss.), le scritture contabili (artt.

2214 ss.), l’insolvenza (art. 2221). Anche a proposito di tali sottocategorie, il legislatore si preoccupa di

individuare le fattispecie cui le corrispondenti discipline si applicano fornendo le nozioni sia di

imprenditore agricolo (art. 2135) che di imprenditore commerciale (art. 2195). Anche qui si può dire

che la nozione giustifica la disciplina in quanto, ad es. i tipi di attività che sono ricompresi nella

nozione di imprenditore commerciale comportano normalmente un volume di rapporti con i terzi e di

ricorso al credito tali da giustificare un regime speciale a tutela dei terzi e dei creditori in particolare

come l’iscrizione in pubblici registri, la tenuta di scritture contabili o il fallimento.

3.3.2. Il piccolo imprenditore: disciplina e fattispecie.

Ma che cosa c’entra tutto questo con il piccolo imprenditore?

C’entra perché, se noi esaminiamo la disciplina generale dell’imprenditore, e poi quella

dell’imprenditore agricolo e poi ancora quella dell’imprenditore commerciale, scopriamo che tali

discipline non si applicano in tutto o in parte al piccolo imprenditore. Come esempio in materia di

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disciplina generale dell’impresa si consideri l’art. 1330 c.c. dove si stabilisce che la proposta o

l’accettazione, quando è fatta dall’imprenditore nell’esercizio della sua impresa, non perde efficacia se

l’imprenditore muore o diviene incapace prima della conclusione del contratto, salvo che si tratti di

piccoli imprenditori. Come esempio in materia di disciplina dell’impresa agricola si consideri l’art.

2139 c.c., in base al quale tra piccoli imprenditori agricoli è ammesso lo scambio di mano d’opera o di

servizi secondo gli usi, in deroga alla disciplina del collocamento. Come esempi in materia di disciplina

dell’impresa commerciale basti citare le disposizioni in forza delle quali i piccoli imprenditori non sono

soggetti né all’obbligo di iscrizione nel registro delle imprese (art. 2202 c.c.), né alla tenuta delle

né alle procedure del fallimento e del concordato

scritture contabili (art. 2214, comma 3°, c.c.),

preventivo (art. 2221 c.c.).

Come al solito, poiché la disciplina del piccolo imprenditore fa eccezione a quella

dell’imprenditore non piccolo, occorre stabilire quale sia la fattispecie alla quale tale disciplina

eccezionale si applica: in altre parole, occorre stabilire chi sia il piccolo imprenditore. A tale domanda

secondo cui “sono piccoli

risponde lo stesso legislatore con la nozione contenuta nell’art. 2083 c.c.,

imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che

esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei

componenti della famiglia”.

Nell’analisi di tale nozione, va posto l’accento soprattutto sull’espressione finale in essa

utilizzata (“coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro

proprio e dei componenti della famiglia”): espressione la quale, benché apparentemente riferita solo

all’ipotesi residuale di quei soggetti che non rientrano nelle figure tipizzate prima di essa, finisce in

realtà per dettare un criterio valido per tutte. Si pensi ad esempio al “coltivatore diretto del fondo”, la

cui nozione si ricava dall’art. 1647 c.c. laddove si qualifica come affitto a coltivatore diretto quello

avente ad oggetto un fondo “che l’affittuario coltiva col lavoro prevalentemente proprio o di persone

della sua famiglia” Si pensi, ancora, all’”artigiano”, il quale, non definito dal codice civile, viene

definito dall’art. 2 della l. 8 agosto 1985, n. 443 (Legge-quadro per l’artigianato) come “colui che

esercita personalmente, professionalmente e in qualità di titolare, l’impresa artigiana” (vale a dire

quella avente per scopo prevalente un’attività di produzione di beni o di servizi, escluse le attività

agricole e quelle commerciali in senso stretto come l’intermediazione di beni o la somministrazione di

alimenti e bevande al pubblico), “assumendone la piena responsabilità con tutti gli oneri ed i rischi

relativi alla sua direzione e gestione e svolgendo in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale,

nel processo produttivo”. Si pensi, infine, al “piccolo commerciante”, il quale, non risultando definito

da nessuna parte, viene normalmente identificato in colui che, fuori dalle attività definibili come

agricole o artigianali, esercita la propria impresa con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia.

Anche qui, come abbiamo visto accadere per l’imprenditore in generale, per quello agricolo e

per quello commerciale, la nozione spiega la disciplina. Se infatti – come si è visto – il piccolo

imprenditore è caratterizzato dalla prevalenza del lavoro personale e familiare del medesimo rispetto

agli altri fattori della produzione, è chiaro che il ricorso al credito (ad es. quello bancario) per acquisire

tali fattori sarà di gran lunga inferiore rispetto a quello di un’impresa non piccola, con la conseguenza

che la tutela dei terzi non richiederà da parte del legislatore la predisposizione di strumenti eccezionali

come il fallimento, bastando per tale tutela i rimedi ordinari a disposizione di qualsiasi creditore.

Si tratta tuttavia una nozione la cui applicazione comporta una serie di problemi. Il primo

problema è quello se la prevalenza del lavoro dell’imprenditore e dei componenti della sua famiglia si

misuri nei confronti del solo lavoro subordinato esterno oppure anche nei confronti degli altri fattori

della produzione come il capitale (problema il quale sembrerebbe risolto dall’art. 3 della citata legge n.

443/1985 laddove si definisce come artigiana la società in cui la maggioranza dei soci, ovvero uno nel

caso di due soci, svolga in prevalenza lavoro personale, anche manuale, nel processo produttivo, e in

cui il lavoro abbia funzione preminente sul capitale). Il secondo problema è quello se la suddetta

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prevalenza si debba misurare in termini meramente quantitativi oppure in termini qualitativi, tenendo

ad es. conto della maggior rilevanza dello specifico lavoro organizzativo apportato dall’imprenditore

(in quest’ultimo senso sembrano muoversi alcune leggi speciali come quella del 3 maggio 1982, n. 203,

recante norme sui contratti agrari, il cui art. 6, nel definire il coltivatore diretto, afferma come

pienamente compatibile con il criterio della prevalenza il fatto che la forza lavorativa del coltivatore e

dei componenti della sua famiglia costituisca almeno un terzo di quella occorrente per le normali

necessità della coltivazione del fondo; o come la già più volte citata l. 443/1985, sull’artigianato, il cui

art. 4 dichiara compatibile con il concetto di prevalenza la presenza di personale dipendente, purché

diretto personalmente dall’imprenditore, in un numero che può arrivare, in un’impresa operante nei

settori delle lavorazioni artistiche, tradizionali e dell’abbigliamento su misura, fino a 40 unità).

Si consideri, inoltre, che la disciplina del piccolo imprenditore contenuta nel codice civile

incontra talora eccezioni, anche importanti, ad opera della legislazione speciale. Così, ad es., in

deroga all’art. 2202 c.c. che esenta i piccolo imprenditori dall’obbligo di iscrizione nel registro delle

(attuativo della l. 15 marzo 1997, n. 59) stabilisce che i

imprese, l’art. 2 d.p.r. 14 dicembre 1999, n. 558

piccoli imprenditori debbano essere iscritti in una sezione speciale del suddetto registro, anche se tale

iscrizione, ai sensi dell’art. 8, comma 5°, l. 29 dicembre 1993, n. 580, ha una mera funzione “di

certificazione anagrafica di pubblicità notizia” ed è quindi priva dell’efficacia c.d. dichiarativa di cui

all’art. 2193 c.c. Così, ancora, in deroga all’art. 2214 c.c. che esenta i piccoli imprenditori dall’obbligo

di tenuta delle scritture contabili, l’art. 18, comma 1°, d.p.r. 29 settembre 1973, n. 600 (come

modificato dall’art. 7, comma 2°, lett. m, d.l. 13 maggio 2011, n. 70, convertito in l. 12 luglio 2011, n.

106), dopo aver premesso che le disposizioni degli articoli precedenti sull’obbligo di tenuta delle

scritture contabili (fra cui il libro giornale e il libro degli inventari) ai fini dell’accertamento delle

imposte sui redditi si applicano anche ai soggetti non gravati da quell’obbligo a norma del codice

civile, e dunque anche ai piccoli imprenditori di cui all’art. 2083 c.c., esonera da tale obbligo le persone

fisiche e le società di persone i cui ricavi conseguiti in un anno intero non abbiano superato

l’ammontare di 400.000 euro per le imprese aventi ad oggetto prestazione di servizi, ovvero di 700.000

per le imprese aventi ad oggetto altre attività. Così, infine, in deroga all’art. 2221 c.c. che, in caso di

insolvenza, sottrae i piccoli imprenditori alle procedure del fallimento e del concordato preventivo,

l’art. 1 l. fall. stabilisce che non sono soggetti alle sunnominate procedure gli imprenditori i quali

dimostrino, congiuntamente: a) di aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito

dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di

ammontare complessivo annuo non superiore a 300.000 euro; b) di aver realizzato, in qualunque modo

risulti, nel periodo di cui sopra, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore a

200.000 euro; c) di avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore a 500.000 euro (tutto

ciò significa, ad una prima interpretazione, che quanti abbiano superato anche uno solo dei predetti

limiti sono ugualmente soggetti alle procedure concorsuali anche se rivestono la qualità di piccoli

imprenditori a norma dell’art. 2083).

Si tratta di eccezioni, beninteso, le quali trovano tutte adeguata spiegazione nelle finalità

specifiche delle leggi speciali che le contengono: la prima nella valenza informativa che il registro delle

imprese, fin dalla sua istituzione nel 1993, ha assunto, e va sempre più assumendo, circa ogni aspetto

del mondo produttivo, onde assicurare la trasparenza nei confronti dei terzi; le ultime due nelle

esigenze di rapidità e certezza che sono proprie di interventi come quello volto all’accertamento e alla

riscossione delle imposte, o come quello diretto a prevenire o a risolvere, nell’interesse del ceto

creditorio e del mercato in genere, le crisi di impresa, esigenze che solo il ricorso a parametri certi

come quelli numerici può seriamente soddisfare.

Vi sono infine alcune ipotesi il cui il legislatore, nel dettare una disciplina speciale per le

imprese di minori dimensioni, prescinde completamente dalla nozione di “piccolo imprenditore”

fornita dal codice civile. In alcune di tali ipotesi il legislatore fornisce una nozione alternativa rispetto a

11

quella codicistica: così avviene, ad es., con la l. 20 maggio 1970, n. 300, contenente norme sulla tutela

della libertà e dignità dei lavoratori, ecc. (c.d. Statuto dei lavoratori), il cui art. 18 esenta dall’obbligo di

riassunzione del lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo l’imprenditore che in

ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo in cui ha avuto luogo il licenziamento,

occupi alle sue dipendenze un numero di dipendenti non superiore a quindici, o non superiore a cinque

se si tratta di imprenditore agricolo. In altre ipotesi non viene fornita alcuna nozione alternativa, come

avviene, ad es., con il d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 sulla responsabilità amministrativa delle persone

giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica per i reati commessi

nel suo interesse e a suo vantaggio da persone che rivestono funzioni apicali al suo interno: l’art. 6 di

tale decreto infatti, dopo aver disposto che l’ente non risponde se l’organo dirigente ha adottato modelli

di organizzazione idonei a prevenire i suddetti reati e se il compito di vigilare sul funzionamento di tali

modelli è stato affidato ad un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo

(ad es. un collegio sindacale), esonera da quest’ultimo onere gli “enti di piccole dimensioni” stabilendo

che in tali enti i compiti di vigilanza possono essere svolti direttamente dall’organo dirigente.

4. Le forme giuridiche della piccola e media impresa

4.1. Premessa.

Quali siano le forme giuridiche più utilizzate per l’esercizio delle PMI in Italia emerge

inequivocabilmente da alcuni risultati statistici, qui di seguito sintetizzati in base ad elaborazioni del

Centro Studi Legacoop su dati dell’Archivio Statistico delle Imprese Attive (Asia) curato dall’ISTAT,

relativi al 2008 (doc. n. 10).

Si prenda, ad es., la seguente tabella:

Forme giuridiche N. imprese % imprese N. addetti %addetti N. medio addetti

Imprese individuali 2.904.950 64,4% 4.580.663 25,6% 1,6

Società di persone 802.194 17,8% 2.931.091 16,4% 3,7

Società di capitali 739.477 16,4% 9.118.266 51,0% 12,3

S.p.a. 38.815 0,9% 4.019.839 22,5% 103,6

S.r.l. 700.662 15,5% 5.098.427 28,5% 7,3

Società cooperative 50.680 1,1% 1.092.360 6,1% 21.6

Altra forma 16.721 0,4% 152.889 0,9% 9,1

Totale 4.514.022 100% 17.875.270 100% 4,0

Se si osserva il dato del numero medio di addetti per impresa, e se si tiene presente, che, in base

alla già ricordata classificazione comunitaria accolta anche in Italia, sono da considerarsi PMI quelle

che occupino meno di 250 addetti, si potrebbe dire che tutte le forme giuridiche presenti nel nostro

ordinamento sono astrattamente fruibili per l’esercizio di una PMI, in quanto nessuna di essa di esse

supera mediamente quella soglia.

Per capire tuttavia, nel dettaglio, come le varie articolazioni delle PMI (microimprese, piccole

imprese e medie imprese) si distribuiscano in valori assoluti e percentuali fra le diverse forme

giuridiche, occorre considerare questa seconda tabella: 12

Microimprese Piccole imprese Medie imprese Grandi imprese Totale imprese

(1 - 9 addetti) (10 – 49 addetti) (50-249 addetti) (> 250 addetti)

Imprese individuali

Valori assoluti 2.885.032 19.757 110 1 2.904.950

Valori percentuali 67,5% 9,3% 0,5% 0,0% 64,4%

Società di persone

Valori assoluti 755.161 46.403 619 11 802.194

Valori percentuali 17,7% 21,8% 2,7% 0,3% 17,8%

Società di capitali

Valori assoluti 585.452 132.239 18.618 3.168 739.477

Valori percentuali 13,7% 62,2% 80,8% 84,8% 16,4%

S.p.a.

Valori assoluti 13.681 13.397 9.349 2.388 38.815

Valori percentuali 0,3% 6,3% 40,6% 63,9% 0,9%

S.r.l.

Valori assoluti 571.771 118.842 9.269 780 700.662

Valori percentuali 13,4% 55,9% 40,2% 20,9% 15,5%

Società cooperative

Valori assoluti 34.104 12.702 3.385 489 50.680

Valori relativi 0,8% 6,0% 14,7% 13,1% 1,1%

Altre forme

Valori assoluti 14.713 1.628 314 66 16.721

Valori percentuali 0,3% 0,8% 1,4% 1,8% 0,4%

Totale forme

Valori assoluti 4.274.512 212.729 23.046 3.735 4.514.022

Valori percentuali 100% 100% 100% 100% 100%

Da essa risulta che:

a) nelle microimprese la forma più diffusa è quella dell’impresa individuale (67,5%), la quale

però crolla verticalmente nelle piccole imprese (9,3%) e quasi sparisce nelle medie (0,5%); il che

significa che le varie forme di impresa collettiva, minoritarie nelle microimprese (32,5%), diventano

assolutamente maggioritarie già a partire dalle piccole imprese (90,7%) e addirittura quasi esclusive

nelle medie imprese (99,5%);

b) all’interno delle forme collettive, le società di persone, che pur vantano una percentuale

ragguardevole nelle microimprese (17,7%) e nelle piccole imprese (21,8%), si riducono tuttavia nelle

medie imprese al 2,7%;

c) sempre all’interno delle forme collettive, le società di capitali, già presenti, sia pure in misura

minoritaria rispetto a quelle di persone, nella microimpresa (13,7%), occupano la posizione

maggioritaria già a partire dalla piccola impresa (62,2%), posizione che si rafforza ulteriormente con il

passaggio alla media impresa (80,8%) Anche le società cooperative fanno registrare percentuali

crescenti nel percorso dalle microimprese (0,8%), attraverso le piccole (6,0%) fino alle medie (14,7%);

d) all’interno delle società di capitali, nella contrapposizione fra s.r.l. e s.p.a., la s.r.l.

rappresenta la figura percentualmente più ricorrente nella microimpresa (13,4% contro 0,3%) e nella

piccola impresa (55,9% contro 6,3%), mentre viene sopravanzata sia pur di poco dalla seconda nella

media impresa (40,2% contro 40,6%).

Quali sono le linee di tendenza che si possono osservare in questo quadro?

1) Al crescere delle dimensioni di impresa diventano prevalenti le forme collettive rispetto a

quella individuale.

2) All’interno delle forme collettive, al crescere delle dimensioni di impresa diventano

prevalenti le forme caratterizzate dalla responsabilità limitata dei soci rispetto a quelle caratterizzate

dalla responsabilità illimitata dei medesimi.

3) All’interno delle forme caratterizzate dalla responsabilità limitata dei soci, al crescere delle

dimensioni di impresa diventano prevalenti le forme caratterizzate dalla presenza di azioni. 13

Si tratta ora di vedere, per ognuna delle varie forme giuridiche, quali sono le caratteristiche che

le rendono appetibili per i diversi livelli dimensionali di impresa.

4.2. L’impresa individuale.

Come detto a conclusione del paragrafo precedente, l’impresa individuale risulta la forma in

assoluto più utilizzata (67,5%) dalle microimprese. Ciò dipende dal fatto che essa comporta, rispetto

alle altre forme, i minori oneri di costituzione e di funzionamento.

A) Sotto il profilo della costituzione, infatti, per l’avvio di un’impresa individuale non è

richiesto un capitale minimo, con la conseguenza che le risorse per l’esercizio delle medesima

potrebbero essere attinte, anziché attraverso l’impiego del patrimonio dell’imprenditore, attraverso il

ricorso ad un finanziamento esterno (bancario, ad es.), anche se il patrimonio dell’imprenditore rimane

in questo caso comunque impegnato, se non come apporto diretto in società, come garanzia per

l’adempimento del proprio debito nei confronti del finanziatore, stante la responsabilità illimitata di

ogni debitore ai sensi dell’art. 2740 c.c. E’ vero che l’imprenditore individuale potrebbe limitare la

propria responsabilità dando vita ad es. ad una s.r.l. unipersonale, come consente l’art. 2463, comma 1°

c.c.; ma è altresì vero che dovrebbe in tal caso obbligarsi ad un conferimento di almeno 10.000 euro

(come richiesto dall’art. 2463, comma 2°, n. 4), per giunta da versarsi integralmente, se in danaro (art.

2464, comma 4°).

Sempre in ordine alla costituzione, la nascita dell’impresa, avvenendo ad opera di un solo

soggetto, non richiede la stipulazione di un contratto con altri soggetti, evitando con ciò le difficoltà

connesse alle spesso lunghe e laboriose trattative necessarie per il contemperamento dei vari e talora

contrapposti interessi in gioco ed i costi collegati alle consulenze professionali necessarie per il

perfezionamento dell’accordo (costi di transazione), essendo sufficienti le spese generali come quelle

derivanti dalla denuncia all’Agenzia delle entrate ai fini dell’attribuzione della partita IVA o del codice

fiscale, o come quelle relative all’iscrizione nel registro delle imprese (iscrizione che – come già

ricordato al par. 3.3.2. - l’art. 2 d.p.r. 14 dicembre 1999, n. 558, prevede anche a carico dei piccoli

imprenditori, benché in una sezione speciale con mera funzione “di certificazione anagrafica e di

pubblicità notizia” e quindi senza l’efficacia c.d. dichiarativa di cui all’art. 2193 c.c.).

B) Quanto al funzionamento dell’impresa, anch’esso si presenta come il più semplice possibile,

giacché tutte le determinazioni che assicurano tale funzionamento - abbiano esse ad oggetto i

mutamenti strutturali, o la vera e propria gestione, o i controlli - sono riconducibili ad una sola persona,

la quale può agire dunque in perfetta autonomia senza ricercare il consenso, o temere il dissenso, di

altri contitolari, e senza il bisogno di nominare organi o attivare procedure sopportando i relativi costi

(un’eccezione potrebbe essere rappresentata dall’impresa familiare di cui all’art. 230-bis c.c., in base al

quale, se con l’imprenditore individuale collaborano al di fuori di specifici rapporti il coniuge, i parenti

entro il terzo grado o gli affini entro il secondo del medesimo, questi ultimi partecipano con il suddetto

imprenditore alle decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi, la gestione

straordinaria, gli indirizzi produttivi e la cessazione dell’impresa). A ciò si aggiunga, quale ulteriore

causa di semplificazione organizzativa e di riduzione di costi, che anche l’attività esecutiva potrebbe

essere interamente espletata dallo stesso imprenditore, come si desume a fortiori dalla più volte citata

disposizione dell’art. 2083 che annovera fra i piccoli imprenditori coloro che esercitano un’attività

professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia, e

dunque, a maggior ragione, chi impiega nell’attività produttiva esclusivamente il lavoro proprio (vale la

14

pena di ricordare del resto che l’82% delle microimprese con un solo addetto sono rappresentate –

come risulta dal doc. n. 11 – da imprese individuali, e che tale addetto potrebbe identificarsi con lo

stesso imprenditore, atteso che, ai fini del calcolo del numero di occupati richiesti per le soglie

identificative delle PMI, si considerano dipendenti dell’impresa, in base al già ricordato D.M. 18 aprile

2005 recettivo dei parametri comunitari di calcolo, anche i “proprietari gestori”). Si ricordi infine –

come già ricordato al par. 3.3.2 - che l’imprenditore individuale, anche quando eserciti un’attività

commerciale, è esonerato dall’obbligo civilistico di tenuta delle scritture contabili ai sensi dell’art.

2214 c.c. allorché rivesta la qualità di piccolo imprenditore ex art. 2083, ed è altresì esonerato dal

(come

corrispondente obbligo fiscale, ai sensi dell’art. 18, comma 1°, d.p.r. 29 settembre 1973, n. 600

modificato dall’art. 7, comma 2°, lett. m, d.l. 13 maggio 2011, n. 70, convertito in l. 12 luglio 2011, n.

106), allorché i ricavi da lui conseguiti in un anno intero non abbiano superato l’ammontare di 400.000

euro per le imprese aventi ad oggetto prestazione di servizi, ovvero di 700.000 per le imprese aventi ad

oggetto altre attività.

4.3. Le società di persone

Abbiamo poc’anzi constatato, sulla base dei dati statistici, come la forma giuridica più utilizzata

dalle imprese collettive di più ridotte dimensioni sia quella delle società di persone, la quale infatti è

significativamente presente nelle microimprese e nelle piccole imprese mentre rappresenta una quota

marginale delle medie e delle grandi.

La ragione di quanto sopra sta nel fatto, che, nell’ambito delle imprese collettive, le società di

persone sono quelle che richiedono i minori costi di costituzione e di funzionamento, anche se superiori

a quelli dell’impresa individuale.

A) Sotto il profilo della costituzione, infatti, anche nelle società di persone, come nell’impresa

individuale, non è richiesto un capitale minimo, con la conseguenza che le risorse per l’esercizio delle

medesima potrebbero essere attinte, anziché attraverso l’impiego del patrimonio dei soci, attraverso il

ricorso ad un finanziamento esterno (bancario, ad es.), anche se il patrimonio dei soci rimane in questo

caso comunque impegnato, se non come apporto diretto in società, come garanzia per l’adempimento

del proprio debito nei confronti del finanziatore, stante la responsabilità illimitata di ogni debitore (e

quindi di ogni socio come condebitore), ai sensi dell’art. 2740 c.c. (ricordiamo tra l’altro che la

responsabilità dei soci, oltre che illimitata, è anche solidale, come si desume dagli artt. 2267 e 2291

c.c.). I soci possono talora limitare la propria responsabilità verso i creditori sociali, eccetto che per la

s.n.c. (art. 2291, comma 2°): nella società semplice attraverso un patto che sia portato a conoscenza dei

e nella s.a.s. attraverso l’assunzione della qualità di

terzi con mezzi idonei (art. 2267, comma 2°)

accomandanti (art. 2313); a condizione però che rimanga comunque un socio illimitatamente

responsabile (nella società semplice, in base all’art. 2267, comma 1°, colui o coloro che hanno agito in

nome e per conto della società; nella s.a.s. i soci accomandatari).

Sempre sotto il profilo della costituzione, la nascita dell’impresa, essendo espressione di più

soggetti, richiede, diversamente dall’impresa individuale, un contratto, vale a dire un accordo volto a

regolamentare i rapporti reciproci, il quale non deve però rivestire la costosa forma dell’atto pubblico,

bastando una manifestazione di volontà comunque espressa (per scrittura privata o oralmente davanti a

testimoni) o addirittura in modo tacito (per fatti conchiudenti). Occorre ricordare tuttavia che, mentre la

società semplice, come del resto il piccolo imprenditore individuale che svolga attività commerciale,

deve iscriversi nella sezione speciale del registro delle imprese ai soli fini di pubblicità notizia (comb.

disp. art. 8, comma 5°, l. 580/1993, e art. 2, comma 1°, d.p.r. 558/1999), la s.n.c. e la s.a.s. devono

pubblicare il proprio atto costitutivo, da redigersi quantomeno per scrittura privata con sottoscrizioni

15

autenticate e con il rigido contenuto di cui agli artt. 2295 e 2316 c.c., nella sezione ordinaria del

registro delle imprese, pena addirittura, se non l’inesistenza come per le società di capitali, la

irregolarità della società con gli effetti di cui agli artt. 2296 e 2297 c.c..

B) Quanto al funzionamento della società, esso, che nell’impresa individuale è interamente

riconducibile all’imprenditore (è l’imprenditore che decide quanto conferire, quanta parte degli utili

prelevare, come gestire l’impresa, come modificarne la struttura e quando farla cessare), nelle società

di persone rappresenta il portato di una serie di rapporti di natura patrimoniale o amministrativa fra i

soci: rapporti che regolano quanto ciascun socio deve conferire (art. 2253 ss.), quali sono gli altri

doveri del socio (art. 2301) come si ripartiscono fra di essi gli utili e le perdite (artt. 2262, 2263 ss.), chi

chi deve controllare gli amministratori (art. 2261), chi deve

deve amministrare la società (art. 2257 ss.), quando si

decidere le modificazioni del contratto sociale, quando si scioglie la società (art. 2272 ss.),

scioglie il rapporto sociale limitatamente ad un socio (art. 2284 ss.). La principale attrattività delle

società personali rispetto a quelle di capitali nelle piccolissime imprese sta in un modello legale di

governo della società basato sulla diretta riconduzione di tutte le funzioni di impresa ai soci, senza

bisogno di nominare organi ad hoc, e nella aformalità dei meccanismi decisionali, in quanto le

determinazioni collettive vengono tutte adottate in assenza di procedure particolari come l’assemblea:

di qui un intuibile risparmio di costi per la conduzione dell’impresa. Un secondo motivo di attrazione

delle società personali sta nella estrema flessibilità del suddetto modello legale e quindi nella sua

adattabilità alle esigenze dell’impresa: vale la pena di ricordare che quasi tutte le disposizioni del

codice civile disciplinanti le società personali sono derogabili da parte del contratto sociale, salvo

alcune poche disposizioni imperative come quella dell’art. 2265 che sancisce la nullità del patto

leonino, o come quelle attinenti ai rapporti con i terzi quali gli artt. 2267, 2291, 2318, 2280). Si ricordi

infine che le società di persone commerciali (s.n.c. e s.a.s.), diversamente da quelle di capitali, sono

esonerate dall’obbligo fiscale di tenuta delle scritture contabili ai sensi dell’art. 18, comma 1°, d.p.r. 29

settembre 1973, n. 600 (come modificato dall’art. 7, comma 2°, lett. m, d.l. 13 maggio 2011, n. 70,

convertito in l. 12 luglio 2011, n. 106), allorché i ricavi da esse conseguiti in un anno intero non

abbiano superato l’ammontare di 400.000 euro per le imprese aventi ad oggetto prestazione di servizi,

ovvero di 700.000 per le imprese aventi ad oggetto altre attività. Anche qualora, tuttavia, sussistesse

l’obbligo di tenuta delle scritture contabili, la redazione del bilancio, in base all’art. 2217, comma 2°,

sarebbe soggetta non già a tutte le complesse disposizioni previste per le società di capitali dagli artt.

2423 ss., ma solo a quelle relative ai criteri di valutazione, e sfuggirebbe altresì all’obbligo di

pubblicazione di cui all’art. 2435 nonché a quello di redigere il bilancio consolidato alla stregua

dell’art. 25 d.lgs. n. 127/1991 (a meno che la società di persone abbia come soci illimitatamente

responsabili esclusivamente società di capitali, ai sensi dell’art. 111-duodecies disp. att. c.c.).

4.4. Le società di capitali in generale.

L’osservazione dei dati statistici ha evidenziato come le società di capitali, già presenti nelle

microimprese ma in percentuale decisamente minoritaria rispetto alle imprese individuali e alle società

di persone (13,7%), prendano decisamente il sopravvento sulle predette forme con il progredire delle

dimensioni economiche raggiungendo il 62,2% delle piccole imprese e ben l’80,8% delle medie

imprese.

Prendendo per ora quello delle società di capitali come dato cumulativo, e rinviando ai

paragrafi successivi l’analisi disaggregata dei dati relativi alla s.p.a. e alla s.r.l., la preferenza delle

imprese minori ma non minime per i tipi capitalistici si spiega in base all’elemento che differenzia tali

16

tipi rispetto a quelli personalistici, vale a dire la responsabilità limitata dei soci per le obbligazioni

sociali. Mano a mano, infatti, che crescono le dimensioni dell’impresa, crescono anche i rischi connessi

alla sua conduzione: circostanza di fronte alla quale emerge la propensione dei soci a ridurre

l’esposizione del proprio patrimonio ai suddetti rischi limitandola ad una sola parte di esso, quella,

appunto, investita nell’impresa attraverso il conferimento.

Il legislatore asseconda la suddetta propensione prevedendo la responsabilità della sola società

con il proprio patrimonio per le obbligazioni, ma predispone nel contempo una serie di strumenti onde

evitare che il rischio di impresa si trasferisca interamente dai soci ai creditori, ai terzi e alla collettività

nel suo complesso: strumenti che presentano, ovviamente, dei costi aggiuntivi rispetto a quelli di una

struttura caratterizzata dalla responsabilità illimitata dei soci.

I) Una prima tipologia di tali strumenti è costituita dalle c.d. “regole del capitale”.

A) Alcune di tali regole riguardano la formazione del capitale e possono dettagliarsi come di

seguito.

A1) L’ammontare del capitale sociale indicato in atto costitutivo (capitale “nominale”) non deve

essere inferiore ad un determinato ammontare: 120.000 euro per la s.p.a. (art. 2327); 10.000 euro per la

s.r.l. (art. 2463, n. 5). Tale ammontare deve sussistere anche durante la vita della società, con la

e

conseguenza che esso, da un lato, non può essere ridotto volontariamente (artt. 2445 e 2482)

dall’altro, se ridotto per perdite di oltre un terzo, comporta lo scioglimento della società (art. 2484, n.

4), salvo reintegrazione del medesimo oppure trasformazione della società (artt. 2447 e 2482-ter). Si

consideri che minimi superiori a quelli di cui sopra possono essere previsti per l’esercizio di

determinate attività (ad es. per quella bancaria, o per quella di intermediazione finanziaria, ai sensi,

rispettivamente, degli artt. 14 e 107 t.u. delle leggi in materia bancaria e creditizia). Si consideri, al

contrario, che minimi inferiori a quelli di cui sopra possono essere previsti in ragione delle

caratteristiche soggettive dei soci, come avviene per la s.r.l. (v. oltre, par. 4.6).

A2) Il capitale nominale deve essere anche “reale”: vale a dire, da un lato, deve essere

interamente sottoscritto (art. 2329, richiamato per la s.r.l. dall’art. 2463), nel senso che al suo

ammontare devono corrispondere altrettanti impegni di conferimento da parte dei soci, e, dall’altro,

deve essere interamente coperto da un punto di vista valoristico, nel senso che il valore dei

conferimenti non può essere complessivamente inferiore al suddetto ammontare (artt. 2346, comma 5°,

e 2464, comma 1°): il tutto onde evitare che i creditori sociali non trovino fin dall’inizio capienza

nell’unico patrimonio su cui possono contare come garanzia per il soddisfacimento dei propri crediti.

A3) Il capitale sociale deve essere “certo”, cioè deve essere rappresentato o da danaro o da

entità obbiettivamente valutabili, onde evitare che i creditori sociali siano ingannati circa la consistenza

della propria garanzia patrimoniale: a tal fine non basta la valutazione effettuata dai soci nell’atto

costitutivo, come nelle società di persone, ma occorre la valutazione di un soggetto esterno fornito di

requisiti idonei a garantirne professionalità e autonomia, il quale attesti in una relazione giurata, tra

l’altro, che il valore dei beni in natura o dei crediti oggetto del conferimento sia almeno pari a quello ad

essi attribuito ai fini della determinazione, appunto, del capitale sociale, nonché dell’eventuale

soprapprezzo (artt. 2343 e 2465).

A4) Il capitale sociale deve essere “effettivo”, cioè rappresentato da beni immediatamente

disponibili da parte della società, o comunque da essa agevolmente acquisibili. Trattandosi di beni in

natura o di crediti, infatti, il legislatore dispone che le quote corrispondenti a tali conferimenti debbano

essere integralmente liberate al momento della loro sottoscrizione (artt. 2342, comma 3°, e 2464,

comma 5°). Trattandosi di danaro, il medesimo legislatore dispone sì che, all’atto della sottoscrizione,

basta il versamento di una parte soltanto del conferimento (il 25%, a meno che si tratti di socio unico,

nel qual caso il versamento deve essere integrale: artt. 2342, comma 2°, e 2464, comma 4°), ma mette

poi a disposizione della società creditrice, ai fini del recupero del restante 75%, strumenti eccezionali

17

rispetto al diritto comune come quelli rappresentati dalla vendita in danno della quota del socio moroso

e dall’esclusione di quest’ultimo (artt. 2344 e 2466).

B)Altre regole del capitale riguardano propriamente la conservazione di quest’ultimo durante

la vita della società e possono così individuarsi.

B1) La riduzione reale del capitale mediante restituzione del medesimo ai soci o mediante

liberazione di questi ultimi dall’obbligo dei versamenti ancora dovuti non può avvenire in presenza di

opposizione da parte dei creditori sociali, a meno che il tribunale, quando ritenga infondato il

pregiudizio per questi ultimi oppure quando la società abbia prestato idonea garanzia, disponga che

Lo stesso vale in caso di

l’operazione abbia luogo nonostante l’opposizione (artt. 2445 e 2482).

rimborso della quota del socio recedente (artt. 2437-quater, ultimi due commi, e 2473, comma 4°).

La restituzione del capitale ai soci non è ammessa anche quando avvenga in forme indirette, ad

ammette tale operazione per la

es. mediante acquisto a titolo oneroso di proprie azioni (l’art. 2357

s.p.a., ma solo a patto che venga effettuata nei limiti degli utili distribuibili e delle riserve disponibili

risultanti dall’ultimo bilancio regolarmente approvato), o mediante ripartizione di utili non realmente

conseguiti, ad es. risultanti da sopravalutazione dell’attivo (artt. 2433, comma 2°, e 2478-bis, comma

4°). B2) La diminuzione del capitale di oltre un terzo in conseguenza di perdite fa scattare una

che comprende la convocazione obbligatoria

procedura di allarme (artt. 2446 e 2482-bis)

dell’assemblea per gli opportuni provvedimenti, la redazione di una situazione patrimoniale da parte

degli amministratori da depositarsi presso la sede sociale e da illustrarsi in assemblea, e che si

conclude, se entro l’esercizio successivo la perdita non diminuisca a meno di un terzo, con la riduzione

obbligatoria del capitale, in proporzione delle perdite accertate, per deliberazione assembleare o, in

mancanza, per decreto del tribunale, opportunamente sollecitato dagli organi di amministrazione o di

controllo: deliberazione o decreto entrambi da iscriversi nel registro delle imprese.

B3) La conservazione del capitale è ulteriormente assicurata dalla disposizione dell’art. 2430

(richiamato per la s.r.l. dall’art. 2478-bis) secondo cui dagli utili netti annuali deve essere dedotta una

somma corrispondente almeno alla ventesima parte di essi per costituire una riserva (detta “legale”),

fino a che questa non abbia raggiunto il quinto del capitale sociale: riserva che deve essere reintegrata

mediante il prelievo di cui sopra qualora venga diminuita per qualsiasi ragione e che costituisce un

cuscinetto idoneo ad assorbire le eventuali perdite prima che queste intacchino il capitale.

II) Una seconda tipologia di strumenti a tutela dei terzi è costituita dalla pubblicità.

A) Diversamente dalle società di persone, l’iscrizione dell’atto costitutivo e delle sue

modificazioni nel registro delle imprese ha efficacia non semplicemente dichiarativa ma costitutiva

(artt. 2331, comma 1° e 2436, comma 5°, richiamati per la s.r.l. dagli artt. 2463 e 2480), nel senso che

gli effetti di quegli atti, in mancanza della iscrizione, non sono semplicemente inopponibili ai terzi di

buona fede, ma proprio non si producono: così, ad es., prima dell’iscrizione dell’atto costitutivo, la

responsabilità limitata dei soci per le obbligazioni sociali, mentre si configura ugualmente nel caso di

s.a.s. (art. 2317, comma 2°), lascia il posto nelle società di capitali alla responsabilità personale di chi

agito in nome di esse, nonché, eventualmente, di altri soggetti (art. 2331, commi 2° ss.).

B) Diversamente dalle società di persone, l’iscrizione dell’atto costitutivo e delle sue

modificazioni nel registro delle imprese deve essere preceduto da un controllo di legalità ad opera di un

notaio, in modo che i terzi possano fare affidamento sulla regolarità non meramente formale ma

sostanziale dei suddetti documenti (artt. 2330 e 2436, richiamati per la s.r.l. dagli artt. 2463 e 2480).

C) Nelle società di capitali sono soggetti a pubblicità anche atti che non vi sono soggetti nelle

società di persone: si pensi per esempio al bilancio, il quale nelle società di capitali, entro trenta giorni

dall’approvazione da parte dei soci, deve essere depositato a cura degli amministratori, corredato dalle

relazioni dei medesimi amministratori e dei sindaci nonché dal verbale di approvazione, presso l’ufficio

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auguma

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (a ciclo unico)
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher auguma di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto delle piccole e medie imprese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Zanarone Giuseppe.

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