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46. Difetto di forma. L’ordinamento al difetto di forma non ricollega le stesse conseguenze; il

difetto di forma produce nullità del contratto solo nelle ipotesi previste dalla legge.

Quando la forma è requisito essenziale, la sua mancanza produce la nullità; il difetto è rilevabile

d’ufficio e da chiunque ne abbia interesse; le parti possono rinnovarlo ex nunc (da adesso), ma

non possono sanarlo con convalida.

La legislazione comunitaria, come rimedio al difetto di forma, ha proposto il rimedio della

nullità relativa con il quale il contraente protetto può decidere se conservare l’operazione

negoziale, eseguendo il contratto, oppure può far cadere l’operazione negoziale, esercitando

azione di nullità.

Tale principio è già noto nella giurisprudenza tedesca (BGB) la quale rimette la validità e

l’efficacia dell’operazione negoziale alla buona fede di una delle parti; tale principio, però, non è

accettato dalla nostra giurisprudenza, la quale ritiene che il difetto di forma deve essere noto alle

parti.

Si è posto un grosso problema se ritenere valido o invalido il contratto concluso in forma diversa;

una parte della dottrina ritiene che il contratto è valido perché la conclusione aformale ha

revocato il precedente accordo di forma; la maggior parte dei dottrinari ritiene che il contratto è

invalido in quanto presenta un vizio di forma.

47. Recupero del negozio invalido. L’art. 1423 c.c. afferma che: “Il contratto nullo non può

essere convalidato se la legge non dispone diversamente”.

Ai contraenti che vogliono recuperare l’effetto regolato mediante contratto nullo devono

ristipularlo ex novo con efficacia ex nunc (da adesso).

Ci sono comunque delle eccezioni al principio di insanabilità del contratto nullo e sono la

conferma di testamento e la conferma di donazione. Sono insanabili il testamento falso o

revocato, perché manca l’imputabilità al de cuius (all’autore).

La conferma di donazione non è da confondersi con la convalida, in quanto per quest’ultima è

necessario che il soggetto convalidante sia lo stesso che ha concluso il contratto invalido.

Un’altra ipotesi di recupero del negozio nullo è la trascrizione c.d. sanante, che tutela gli

interessi dei terzi. Esempio classico si verifica quando un soggetto A acquista un bene immobile

o mobile registrato dal soggetto B, il quale soggetto B ha acquistato lo stesso bene

precedentemente da un soggetto C con contratto nullo; il soggetto C non può far valere la nullità

del contratto al soggetto A solo se quest’ultimo ha acquistato e trascritto il bene in buona fede e

se sono trascorsi 5 o 3 anni (a seconda del bene) tra la data di trascrizione e la domanda di nullità

del contratto.

La nullità parziale di un contratto o la nullità di singole clausole comporta la nullità dell’intero

contratto solo se risulta che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo

contenuto colpita da nullità. In base a questo principio, al fine di conservare il negozio, si hanno

due casi:

1. se la clausola colpita da nullità è essenziale per le parti, allora è dichiarato nullo l’intero

contratto; la dichiarazione di nullità è fatta solo dopo una rigorosa prova che spetta alla

parte che intende far valere la nullità totale dimostrando che vi sono gli estremi per

estendere tale nullità all’intero contratto;

2. se la clausola colpita da nullità non è essenziale per le parti, il contratto produrrà gli

effetti tenendo conto della loro (degli effetti) riduzione a causa dalla dichiarazione di

nullità della clausola.

L’art. 1420 c.c. afferma che nei contratti con più di due parti che operano per il raggiungimento

di uno scopo comune, la nullità del vincolo di una sola parte non provoca la nullità del contratto

salvo che la sua partecipazione debba considerarsi essenziale.

Un’altra applicazione del principio di conservazione del negozio è la conversione, che opera una

modifica o una riduzione del contratto.

Il contratto nullo può essere convertito se è nullo come un dato tipo di contratto, ma presenta

tuttavia i requisiti di forma e di sostanza di un altro tipo e se gli effetti che quest’altro tipo di

contratto produce sono lo stesso accettati dalle parti. 107

I requisiti affinché operi la conversione del contratto nullo sono: che il contratto sia nullo, che le

parti erano all’oscuro della causa di nullità, che gli effetti prodotti dall’altro tipo di contratto sono

compatibili con gli interessi non di una ma di entrambe le parti, e, infine, che il contratto nullo

deve contenere i requisiti di forma e di sostanza del contratto diverso.

Alla conversione sostanziale si aggiunge la conversione formale, che opera automaticamente

quando il negozio, che può avere più vestimenti giuridici, sia nullo per difetto di forma ma

possiede i requisiti di altra forma valida; esempio è il testamento segreto il quale è ritenuto nullo

per mancanza di qualche requisito, ma vale comunque come olografo se presenta la firma, la data

e la sottoscrizione.

La nullità di singole clausole non provoca la nullità del contratto quando le clausole nulle sono

sostituite di diritto da norma imperative.

La convalida è il mezzo mediante il quale il legittimato all’impugnazione manifesta la volontà di

sanare il contratto invalido e quindi annullabile, rendendolo definitivamente efficacie e

impedendo l’annullabilità.

La convalida può essere:

• espressa, atto unilaterale redatto dal legittimato, non recettizio, accessorio al contratto,

che contiene il motivo di annullabilità e la dichiarazione di convalida;

• tacita, quando il legittimato all’azione, pur conoscendo il vizio di annullabilità, procede

volontariamente all’esecuzione del contratto; in questo caso, se il soggetto legittimato

vuole chiedere successivamente all’esecuzione l’annullamento del contratto, l’altra

parte può opporgli la sua (del soggetto legittimato) convalida tacita.

Non può essere convalidato il contratto nullo, perché la dichiarazione di convalida o la

volontaria esecuzione non impediscono l’azione di nullità.

Un istituto che si basa sul principio di buona fede e sul principio di conservazione del contratto

è la rettifica; essa opera per il contratto annullabile per errore.

La rettifica è un negozio accessorio unilaterale recettizio, redatto dalla parte non in errore la

quale offre all’altra parte in errore l’esecuzione della prestazione in modo conforme al

contenuto e alle modalità del contratto. La parte non in errore, offrendo all’altra parte in errore

l’esecuzione del contratto, perde sia il diritto di chiedere l’annullamento, sia il potere di

convalidare il contratto.

Il negozio nullo non produce effetti né fra le parti, né rispetto ai terzi; i contratti annullabili

producono effetti purchè non siano stati dichiarati annullati.

Tuttavia, per quanto riguarda i contratti annullabili, la sentenza di annullabilità non pregiudica i

terzi purchè abbiano acquistato i diritti a titolo oneroso e non gratuito, erano all’oscuro della

causa di invalidità e quindi in buona fede, e che non fossero incapaci legalmente.

48. Rescindibilità. La rescissione è una forma di scioglimento del contratto ben diversa

dall’invalidità e dalla risoluzione: a differenza dell’invalidità, la rescissione non riguarda la

struttura e gli elementi del contratto, a differenza della risoluzione, la rescissione riguarda un

vizio genetico sorto al momento della conclusione del contratto derivante da uno squilibrio

economico originario, mentre la risoluzione deriva da una difetto sopravvenuto dopo la

conclusione del contratto.

Di regola le parti sono libere di determinare il contenuto del contratto, ma, in ipotesi ben

definite e per motivi di interesse generale o di determinati soggetti, l’ordinamento può imporre

le proprie leggi e quindi limitare l’autonomia contrattuale; è l’esempio della rescissione del

contratto quando vi sono squilibri delle condizioni che dipendono dallo stato di pericolo e di

bisogno di una parte e dell’approfittamento dell’altra.

È rescindibile il contratto concluso in stato di pericolo, ossia quando un soggetto ha assunto

obbligazioni a condizioni inique al fine di salvare sé stessi o altri (e non cose o beni) dal

pericolo attuale di un danno grave alla persona.

Il requisito affinché il contratto concluso in stato di pericolo sia rescindibile è che il pericolo

deve essere attuale e non semplicemente temuto, deve corrispondere a un danno grave alla

persona e può essere causato anche volontariamente o per imprudenza. 108

Tale requisito è rimesso alla valutazione del giudice, il quale deve anche valutare l’iniquità

della condizione; una volta che è stata pronunciata la rescissione, il giudice può anche

assegnare un compenso alla parte che ha prestato l’opera.

Più frequenti sono i contratti conclusi in stato di bisogno; in questi casi il codice prevede una

rescissione per lesione in quanto non è richiesta la presenza di situazioni gravi come per i

contratti conclusi in stato di pericolo.

I requisiti sono:

• l’esistenza di uno squilibrio delle prestazioni; è necessario che la parte lesa abbia

eseguito o promesso una prestazione che valga più del doppio di quella ottenuta come

corrispettivo;

• lo stato di bisogno di una parte; esso non è paragonabile allo stato di necessità, ma

comunque induce un soggetto ad accettare offerte svantaggiose;

• l’approfittamento dell’altra; affinché esso sussista non è richiesto necessariamente un

comportamento attivo, ma basta anche un comportamento passivo, ossia la

consapevolezza dell’iniquità delle prestazioni, dello stato di bisogno dell’altra parte e

dell’ingiustificato vantaggio che si consegue;

se manca uno di questi requisiti, la rescissione non può operare.

Non possono essere rescissi i contratti aleatori, perché il valore di una delle prestazioni non è

determinabile e di conseguenza non è determinabile nemmeno la lesione.

L’azione di rescissione spetta esclusivamente al contraente che ha stipulato in stato di bisogno o

di pericolo; essa è soggetta a prescrizione con un termine breve di 1 anno ed è soggetta a

prescrizione anche l’eccezione di rescissione.

Il contratto rescindibile non può essere convalidato, ma può essere modificato con riequilibrio

delle prestazioni.

La sentenza che pronuncia la rescissione ha natura costitutiva ed elimina il contratto con

efficacia retroattiva tra le parti, liberando dall’obbligo di adempimento e imponendo la

restituzione di quanto già adempiuto.

Una particolare disciplina è prevista per la rescissione del contratto di divisione, dove non sono

richiesti lo stato di bisogno e di approfittamento, e la lesione deve eccedere di un quarto.

g. Efficacia dei contratti.

49. Principio con sensualistico. Il contratto produce gli effetti grazie al consenso prestato dalle

parti e con tale consenso le parti, quindi, possono creare, modificare ed estinguere rapporti

giuridici.

Tuttavia nei contratti solenni il consenso non basta affinché il contratto produca gli effetti perché

è richiesta la forma prevista dalla legge.

I contratti reali sono un’eccezione al principio con sensualistico perché gli effetti si producono

non dopo il consenso, ma solo dopo la consegna della cosa.

I contratti possono avere effetto traslativo immediato o effetto traslativo differito.

L’effetto traslativo immediato è postulato dall’art. 1376 c.c. che afferma che la proprietà di una

cosa determinata o un diritto reale si trasferiscono e si acquistano per effetto del consenso delle

parti legittimamente manifestato.

Nei contratti ad effetto traslativo differito, il trasferimento non avviene dopo il consenso delle

parti, ma solo dopo un evento successivo; esempio sono i contratti che hanno per oggetto il

trasferimento di una cosa determinata solo nel genere.

50. Efficacia negoziale ed efficacia reale. Bisogna fare una distinzione tra gli atti con efficacia

finale, cioè quegli atti i cui effetti sono predeterminati dalla legge e che le parti possono solo

decidere se compierli o meno, e gli atti con efficacia negoziale, dove le parti possono incidere

anche sugli effetti.

Tuttavia la libertà negoziale è meritevole di tutela solo se persegue una finalità socialmente e

giuridicamente utile e questa valutazione è svolta dal sistema normativo. 109

Nella creazione di un contratto, l’autoregolamentazione può anche mancare, ciò che è costante è

il potere di iniziativa e di impulso che muove le parti a porre in essere gli atti.

Con queste limitazioni dell’autonomia negoziale delle parti si è indotto a parlare di “morte del

contratto” e tale principio si configura nell’intervento dello stato e del suo potere.

Difatti lo stato ha introdotto l’art. 1374 c.c. il quale afferma che il contratto obbliga le parti non

solo al suo contenuto, ma anche a tutte le conseguenze che da esso derivano secondo legge o, in

mancanza, secondo gli usi e le equità.

51. Il vincolo contrattuale. Il contratto vincola le parti a rispettare le regole che da esso

provengono; da questo vincolo le parti possono liberarsi per mutuo dissenso o per le cause

previste dalla legge.

Il mutuo dissenso è un nuovo atto di autonomia contrattuale che comporta non l’eliminazione

del precedente contratto, ma il venir meno dell’effetto del precedente contratto per volontà delle

parti.

Il mutuo dissenso opera solo per i contratti ad effetti obbligatori e per i contratti ad effetti reali

con effetti non ancora prodotti cioè ad esempio sottoposti a condizione sospensiva, perché il

mutuo dissenso opera per quei contratti i cui effetti non si sono ancora esauriti.

Il mutuo dissenso può avere forma scritta ad substantiam se essa è richiesta.

Il contratto, come sappiamo, vincola le parti ma è possibile che una di esse possa liberarsi da tale

vincolo esercitando il diritto di recesso (ius poenitendi); questo potere può essere previsto dalla

legge o dall’autonomia negoziale e può essere attribuito ad una o a tutte le parti.

Il diritto di recesso non agisce sul contratto, ma sui suoi effetti e quindi, come per il mutuo

dissenso, è necessario che tali effetti non siano ancora esauriti.

Il diritto di recesso è negozio unilaterale recettizio: se previsto dalla legge, la comunicazione

deve avvenire nei tempi predeterminati; se previsto dall’autonomia negoziale, la comunicazione

deve avvenire nei tempi concordati dalle parti.

La comunicazione può avvenire con ogni mezzo ed è sempre possibile dimostrare che il

destinatario ne era a conoscenza.

Di regola il recesso ha efficacia ex nunc (da adesso), ma le parti possono anche prevedere la

retroattività.

Il recesso opera anche per i contratti a esecuzione continuata o periodica (contratto che obbliga

una o entrambe le parti ad una prestazione continuativa o periodica nel tempo) anche se è

avvenuto un inizio di esecuzione, in quanto il recesso non pregiudicherà la prestazione già

eseguita o in corso di esecuzione; per i contratti a esecuzione istantanea (immediata) o a

esecuzione differita, il recesso può operare solo se il contratto non ha avuto ancora un inizio di

esecuzione.

Con il recesso può essere previsto un corrispettivo versato alla conclusione del contratto

chiamato caparra penitenziale: se a recedere è chi ha versato la caparra, egli la perde; se a

recedere è chi ha ricevuto la caparra, egli deve restituire il doppio di tale caparra.

A volte è prevista anche una multa penitenziale, ossia un corrispettivo che è versato dalla parte

che volesse esercitare il diritto di recesso.

Diverso dal recesso è il recesso determinativo che integra i contratti privi del termine finale:

infatti, la parte, comunicando il recesso, decide unilateralmente anche il termine non concordato

precedentemente.

52. Rafforzamento del vincolo mediante clausola penale e caparra: rinvio. Gli effetti del

contratto possono cessare solo se il contratto è annullato, rescisso o risolto, se le parti hanno

inserito clausole che privano il contratto dell’efficacia al verificarsi di determinati eventi o se le

parti hanno inserito un termine finale allo scadere del quale gli effetti del contratto cesseranno.

In caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il debitore è tenuto al risarcimento del

danno, ma le parti, al fine di evitare che il debitore sia inadempiente o tardivo nell’adempimento,

possono rafforzare il vincolo con la clausola penale. 110

La clausola penale è un patto accessorio che determina un risarcimento del danno in caso di

inadempimento o di adempimento tardivo.

Le parti, comunque, in caso di inadempimento o di adempimento tardivo, possono convenire

anche sulla costituzione del diritto di recesso, utilizzando l’istituto della caparra confirmatoria e

della caparra penitenziale.

53. C.d. relatività degli effetti contrattuali. A differenza di quanto si pensa, il principio della

relatività degli effetti non riguarda gli atti unilaterali che influenzano non solo la sfera giuridica

dell’autore, ma anche quella dei terzi.

Il principio della relatività degli effetti postula che il contratto vincola le parti e soltanto

eccezionalmente i terzi.

Tuttavia è stata avanzata una critica circa gli effetti verso i terzi: infatti, a riguardo degli atti

unilaterali, anche se gli effetti prodotti verso i terzi sono positivi, l’ordinamento, al fine di

tutelare le situazioni soggettive, subordina l’esecuzione degli effetti al consenso del destinatario.

Per quanto riguarda i contratti bilaterali, essi possono anche produrre effetti a volte in forma

unilaterale e a volte gli effetti prodotti possono interessare anche i terzi.

Per quanto riguarda l’opponibilità, essa è utilizzata per risolvere conflitti tra più aventi causa e

l’ordinamento dà preferenza a chi per primo ha non solo acquistato, ma ha anche reso l’acquisto

conoscibile ai terzi.

54. Stipulazione a favore dei terzi. Nel contratto a favore di terzo, le parti si accordano

affinché un altro soggetto (il terzo) acquisti il diritto contenuto nel contratto; quindi il terzo non

assume obbligazioni, ma acquista solo diritti.

Il contratto a favore di terzo è valido solo se lo stipulante abbia un proprio interesse, anche di

natura non patrimoniale, a procurare un beneficio ad un terzo.

Le parti di questo contratto sono:

• lo stipulante che è colui che contratta a favore di un terzo;

• il promettente che è colui che si obbliga verso lo stipulante ad eseguire la prestazione a

favore di un terzo.

Un esempio del contratto a favore di terzo è quando il soggetto A vende un bene al soggetto B, il

quale (soggetto B) si obbliga verso il soggetto A ad adempiere al soggetto C che è il terzo e che

non è parte del contratto.

In questa forma di contratto non è richiesta l’accettazione del terzo, perché, nel caso il terzo non

accetti, gli effetti del contratto si produrranno lo stesso a beneficio dello stipulante; nel caso,

invece, che il terzo accetti, la sua dichiarazione di accettazione non serve a perfezionare il

contratto, ma ad impedire la revoca da parte dello stipulante.

Nel caso la prestazione deve essere eseguita dopo la morte dello stipulante, la revoca può

avvenire con il testamento anche se il terzo ha dichiarato di voler accettare il beneficio; tale

diritto dello stipulante viene meno solo se egli (lo stipulante) vi abbia rinunziato per iscritto a tale

potere di revoca.

L’oggetto dei contratti a favore di terzo può essere sia un diritto di credito che un diritto reale,

perché, anche se i diritto reali comportano degli obblighi al terzo, egli è sempre libero di

rifiutare.

Con l’accettazione del contratto, il terzo rende irrevocabile, da parte dello stipulante, l’acquisto

della titolarità del diritto senza, però, subentrare nel rapporto contrattuale che, a differenza della

cessione del contratto, continua ad interessare lo stipulante ed il promettente.

Il contratto a favore di terzo è un’eccezione al principio della relatività degli effetti, perché non è

richiesta l’accettazione del terzo affinché si producano gli effetti; infatti, se il terzo non accetta la

prestazione rimane a beneficio dello stipulante.

Il contratto a favore del terzo, rispetto al contratto con obbligazioni a carico del solo

proponente, ha delle differenze e delle affinità:

• l’affinità è che in entrambi i contratti è riconosciuto all’oblato (chi riceve l’offerta) il

potere di accettare o meno, e l’accettazione nel contratto con obbligazioni a carico del

solo proponente si configura nel non rifiuto; 111

• la differenza è che nel contratto con obbligazioni a carico del solo proponente lo

stipulante si obbliga verso il beneficiario, e tale beneficiario può essere revocato o

modificato fino a quando il terzo non abbia dichiarato di volerne profittare.

55. Scioglimento del vincolo contrattuale: rinvio. L’art 1372 afferma che il contratto vincola le

parti e riconosce alle stesse il potere di scioglierlo per mutuo consenso.

Altre ipotesi di scioglimento del contratto sono il recesso, la rescissione e la risoluzione.

56. Differimento ed eliminazione dell’efficacia. Il contratto, di regola, produce gli effetti dal

momento nel quale è stato concluso; tuttavia le parti possono disporre clausole che subordinano

gli effetti al verificarsi di un determinato evento, oppure stabiliscono un termine di decorrenza,

oppure possono stabilire che gli effetti durino solo per un determinato periodo.

Da qui la definizione di termine, evento futuro ma certo e di condizione, evento futuro ma

incerto.

La condizione e il termine non possono essere apposti ai negozi puri (non tollerano condizioni),

perché i loro effetti sfuggono alla disponibilità dei terzi; esempio di negozio puro è l’accettazione

o la rinunzia dell’eredità e l’atto di matrimonio.

57. Condizione. La condizione è un evento futuro e incerto, e può essere sospensivo o risolutivo:

• la condizione sospensiva si ha quando le parti subordinano l’efficacia degli effetti del

contratto al verificarsi della condizione;

• la condizione risolutiva si ha quando le parti subordinano l’eliminazione degli effetti del

contratto al verificarsi della condizione.

La condizione può essere apposta sia ai contratti ad effetti reali, sia a quelli ad effetti obbligatori.

Il periodo che va dalla conclusione del contratto al verificarsi dell’evento è chiamato periodo di

pendenza della condizione e in questo periodo il contratto non è privo di effetti, in quanto la

parte interessata può disporre di tale contratto, ma resta il fatto che gli effetti si verificheranno

solo dopo l’avveramento della condizione.

L’art 1359 c.c. (finzione d’avveramento) afferma che la condizione si considera avverata anche

quando non si è verificata per causa imputabile alla parte che aveva interesse affinché non si

avverasse la condizione.

La ratio di tale principio è quella di vietare alle parti di influenzare sia positivamente che

negativamente l’avveramento della condizione.

Le parti, utilizzando la condizione, danno rilevanza ad interessi soggettivi normalmente

irrilevanti, ma che in questo caso decidono la produzione o no degli effetti del contratto.

La presupposizione è una causa di risoluzione del contratto e si presenta come un evento non

dichiarato dalle parti nel contratto, ma considerato dalle stesse come evento necessario affinché il

contratto produca gli effetti; un esempio è quando un soggetto A prende in affitto dal soggetto B

una finestra per osservare una manifestazione; nel contratto gli effetti non sono subordinati al

verificarsi della manifestazione, ma nel caso essa non si svolge, il soggetto B (locatore) non

sarebbe in buona fede se chiedesse al soggetto A il corrispettivo.

L’istituto della presupposizione può riguardare sia eventi futuri, sia presenti o passati; essa non è

prevista dalla legge, ma è molto usata dalla giurisprudenza.

La condizione deve riguardare un interesse meritevole di tutela (giuridicamente e socialmente

utile): la condizione se interessa una sola parte, cioè quella che ne trae vantaggio, si chiama

condizione unilaterale, se interessa entrambe le parti si chiama condizione bilaterale.

La condizione deve avere come oggetto un evento:

• possibile, cioè realizzabile;

• lecito, cioè non contrario a norme imperative, all’ordine pubblico, e al buon costume;

in caso di condizione illecita, il contratto è nullo, mentre in caso di condizione impossibile, se

la condizione era sospensiva il contratto è nullo, se la condizione era risolutiva si considera la

condizione come non apposta. 112

Questo problema di distinzione tra condizione impossibile o illecita non si ha nel testamento

perché la condizione viene considerata non apposta.

È nullo il contratto con condizione sospensiva meramente potestativa, perché essa dipende

dall’arbitrio di una delle parti: esempio “Ti vendo la mia casa si deciderò di venderla”;

la ragione della nullità sta nel fatto che non c’è la volontà di vendere un diritto o di assumere

un’obbligazione da una parte, mentre l’altra resta in balìa dell’arbitrio del suo contraente.

A differenza del contratto con condizione sospensiva meramente potestativa, il contratto con

condizione risolutiva meramente potestativa è ammissibile e un esempio calzante è la facoltà

di recedere.

La condizione può essere:

• casuale, se dipende dal caso;

• potestativa, se dipende da una delle parti;

• mista, se dipende dall’unione di quella casuale e quella potestativa.

La condizione volontaria è retroattiva, salvo la diversa volontà delle parti o per la natura del

rapporto.

Per quanto riguarda la retroattività della condizione sospensiva, essa consiste nel fatto che gli

effetti si considerano prodotti non dal giorno in cui si è verificata la condizione, ma dal giorno

della conclusione del contratto.

Per quanto riguarda la retroattività della condizione risolutiva, essa consiste nel fatto che gli

effetti si presumono eliminati non dal giorno in cui si verifica la condizione, ma dal giorno della

conclusione del contratto; tuttavia per i contratti ad esecuzione continuata o periodica con

condizione risolutiva, la condizione non ha efficacia retroattiva, cioè non colpisce e pregiudica le

prestazioni già eseguite.

Oltre alla condizione volontaria abbiamo anche la condizione legale quando è la legge a

subordinare l’efficacia del contratto al verificarsi di un evento futuro e incerto; essa non ha

effetto retroattivo.

58. Termine di efficacia e termine di adempimento. Il termine di efficacia è il momento a

partire dal quale (termine iniziale) o entro il quale (termine finale) il contratto produce gli

effetti; il termine non ha efficacia retroattiva, perché gli effetti si verificano o cessano al

momento della sua scadenza.

Il termine può consistere sia in una data che in un evento certo e futuro; tuttavia è anche possibile

che il termine conviva con la condizione.

Ci sono delle similitudini e delle differenze con la condizione:

• la similitudine è che entrambi hanno la funzione di circoscrivere l’efficacia temporale;

• la prima differenza è che il termine, al contrario della condizione, non rende incerta la

produzione degli effetti, perché esso (il termine) consiste in un fatto futuro ma certo;

altra differenza è che la condizione può essere apposta ai contratti con effetti sia reali

che obbligatori, mentre il termine non è opponibile ai contratti ad effetti reali, salvo

diversa disposizione legale, perché è impensabile che un contratto traslativo di proprietà

sia soggetto a termine iniziale o finale dando vita alla c.d. proprietà temporanea.

Accanto al termine di efficacia vi è il termine di adempimento che è il momento a partire dal

quale (termine iniziale) o entro il quale (termine finale) il debitore può o deve adempiere.

59. Requisiti legali di efficacia. Fino adesso abbiamo trattato la condizione volontaria; ora

parliamo della condizione legale.

La condizione legale si ha quando la legge subordina gli effetti del contratto al verificarsi di

effetti futuri e incerti; un esempio è il contratto concluso dal falsus procuràtor che produce gli

effetti per il dominus solo se quest’ultimo (dominus) lo ha ratificato.

La condizione legale, come quella volontaria, può incidere sull’efficacia del negozio senza però

pregiudicare gli effetti preliminari rispetto a quelli finali.

Una differenza tra la condizione legale e quella volontaria è che nei casi di condizione volontaria

i privati possono incidere nei limiti sull’efficacia negoziale. 113

Tuttavia, per la condizione legale, manca una specifica disciplina e la dottrina è contraria ad

applicare, per la condizione legale, la stessa disciplina della condizione volontaria, perché vi

sono delle sostanziali differenze:

1. la condizione legale, non è necessariamente retroattiva, ma, appunto perché manca una

specifica disciplina, si considera retroattiva.

2. non è estendibile alla condizione legale la norma della finzione di avveramento (art 1359

c.c. , vedi paragrafo 57 “la condizione”), perché il verificarsi dell’evento, di regola, non

dipende da chi è parte del negozio.

Alla condizione legale sono invece utilizzate le stesse norme applicate a tutela di chi acquista un

diritto sottoposto a condizione volontaria.

60. Interpretazione. Il contratto è soggetto ad interpretazione, che è trattata dagli art. 1362 ss.

L’art. 1362 c.c. afferma che nell’interpretare un contratto si deve indagare la comune intenzione

delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole.

L’interpretazione, quindi, al pari di una prova, deve verificare la comune intenzione; tale

valutazione è fatta tenendo conto non solo della comune intenzione attuale, ma anche di quella

anteriore e posteriore alla conclusione del contratto.

La dottrina associa l’interpretazione alla qualificazione che è rivolta all’accertamento della veste

giuridica adeguata.

L’art 1362² c.c. afferma che l’interpretazione deve tener conto non solo del senso letterale delle

parole, ma anche di altri dati e di elementi del fatto.

Altro criterio d’interpretazione, c.d. criterio della totalità, è postulato dall’art. 1363 c.c. il quale

afferma che le clausole del contratto non devono essere valutate isolatamente, ma devono essere

valutate nell’insieme del contratto.

Alle norme d’interpretazione soggettiva finora analizzate, possiamo affiancare, le norme di

interpretazione oggettiva, le quali sono legate alla struttura e alla funzione del contratto, e alle

tecniche di contrattazione impiegate; tra queste norme vanno ricordate:

• l’art. 1369 c.c. dove in presenza di espressioni con più sensi, esse devono essere intese

nel senso più adeguato e conveniente alla natura e all’oggetto del contratto;

• l’art. 1367 c.c. dove nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono essere

interpretate nel senso in cui possono avere qualche effetto e non nel senso in cui non

avrebbero effetti;

• l’art. 1368 c.c. dove le clausole ambigue s’interpretano secondo gli usi che si praticano

nel luogo dove è stato concluso il contratto;

• l’art. 1370 c.c. dove le clausole delle condizioni generali di contratto nel dubbio

s’interpretano contro l’autore della clausola;

• l’art. 1371 c.c. dove nel momento in cui il contratto rimane dubbio anche dopo tali criteri

d’interpretazione, esso è interpretato secondo sia a titolo oneroso o gratuito:

se è a titolo oneroso, il contratto è interpretato al fine di contemperare gli

o interessi delle parti;

se è a titolo gratuito, il contratto è interpretato nel senso meno gravoso per il

o contraente obbligato.

Un altro criterio utilizzato nell’interpretazione del contratto è dettato dall’art. 1366 c.c. il quale

afferma che il contratto deve essere interpretato secondo buona fede; questo criterio è utilizzato

per risolvere i problemi riguardanti la lealtà e la correttezza delle parti anche se tale lealtà e

correttezza dovrebbero essere una prerogativa della conclusione del contratto.

La giurisprudenza considera tali criteri d’interpretazione del contratto ordinati secondo una scala

gerarchica dove al vertice troviamo i criteri d’interpretazione soggettiva e in seguito i criteri

d’interpretazione oggettiva. 114

61. Integrazione. L’art. 1374 c.c. afferma che le parti sono obbligate non solo al contenuto del

contratto, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge o, in mancanza,

secondo usi ed equità; tale articolo è molto simile all’art. 1124 del codice civile del 1865 che

però era annoverato tra le regole sulla interpretazione.

L’integrazione si basa sul presupposto che le parti non regolano ogni aspetto del contratto, ma

solo quelli essenziali; in questi casi entra in funzione la legge che dispone un complesso di

regole, frutto di una lunga esperienza, che integrano i punti che le parti non hanno voluto o

potuto disciplinare.

Tali regole sono chiamate norme suppletive o dispositive, perché colmano le lacune del

regolamento contrattuale e disciplinano determinati rapporti; esse, tuttavia, non sono imperative

e quindi derogabili dalle parti che possono disporre diversamente.

La legge può intervenire con più incisione sul contratto dettando norme interpretative, con le

quali dispone l’inserimento automatico di clausole, anche in sostituzione di quelle contrarie

apposte dalle parti; la ratio di tali norme è quella di realizzare l’interesse generale o di

determinate categorie anche contro la volontà delle parti.

Un esempio classico sono i prezzi imposti finalizzati alla realizzazione di interessi generali; nel

caso tali prezzi non sono rispettati vi è un’automatica riduzione del prezzo.

Dall’intervento della legge sul regolamento contrattuale, mediante le norme interpretative,

emerge una nuova nozione di contratto: esso non è più visto come la realizzazione di interessi

individuali, ma come realizzazione di interessi generali o di categorie deboli.

Tuttavia, per salvaguardare l’autonomia contrattuale, si è affermato che l’intervento integrativo,

in questi casi, opera non sul contenuto, ma sugli effetti: quindi si distingue l’integrazione sul

contenuto (art. 1339-1340 c.c.) dall’integrazione sugli effetti (art. 1374 c.c.).

L’art. 1374 afferma che l’integrazione può avvenire non solo secondo la legge, ma anche

mediante gli usi: la dottrina afferma che l’art. 1374 c.c. fa riferimento agli usi normativi e l’art.

1340 c.c. fa riferimento agli usi negoziali o contrattuali.

La differenza fra usi normativi e usi negoziali o contrattuali è che: gli usi negoziali o

contrattuali fanno riferimento alle pattuizioni in uso in una certa zona e prevalgono sugli usi

normativi che, invece, riguardano le consuetudini; altra differenza è che gli usi normativi

possono essere provati con qualsiasi mezzo e sono rilevati d’ufficio dal giudice, mentre gli usi

contrattuali o negoziali possono essere rilevati solo con i mezzi previsti per la prova dei

contratti.

L’art. 1374 c.c. , oltre agli usi, richiama anche l’equità che è operata dal giudice: l’equità

integrativa, agisce solo in via sussidiaria su aspetti del contratto non regolati dalle parti e che

non sono disciplinati dalla legge.

L’art 1375 introduce come altro strumento integrativo del contratto la buona fede che ha,

logicamente, carattere inderogabile ed opera nel momento esecutivo del rapporto; essa consiste

in una serie di obblighi imposti alle parti come ad esempio l’obbligo di protezione, di sicurezza,

di avviso. 115

h. Cessione dei contratti e subcontrattazione

62. Cessione del contratto. La cessione del contratto è l’effetto giuridico che si ricollega alla

successione inter-vivos di un soggetto nella posizione contrattuale di uno dei contraenti originari:

l’effetto giuridico si realizza con il subingresso del nuovo soggetto nel rapporto al posto della

parte sostituita.

La cessione del contratto è ben diversa dalla cessione del credito, perché con la cessione del

contratto si ha un trasferimento, non di singole situazioni, ma della totalità delle situazioni

soggettive sia di carattere sostanziale (diritti potestativi, facoltà, ecc..) sia di carattere

processuale (azioni di nullità, risoluzione).

Nella cessione del contratto il consenso del contraente ceduto risulta un elemento costitutivo ed

essenziale: tale consenso può manifestarsi sia nello stesso momento dell’accordo, tra cedente e

cessionario, sia successivamente all’accordo, sia preventivamente e in quest’ultimo caso

l’efficacia della cessione è determinata dalla notificazione al ceduto dell’accordo.

Anche se l’interesse del contraente ceduto è essenziale, affinché avvenga la cessione, tale

interesse non fa parte di nessuno degli schemi negoziali tra cedente e cessionario.

Nella cessione del contratto si configurano due strutture negoziali:

1. una prima struttura che riguarda il rapporto fra cedente e ceduto;

2. una seconda struttura che riguarda il rapporto fra cedente e cessionario.

63. Presupposti, oggetto ed effetti della cessione del contratto. Affinché si realizzi la cessione

del contratto è necessario che ciò che è ceduto, ossia la totalità delle situazioni, resti immutato;

tuttavia, può accadere che, a cessione avvenuta, il cessionario e il ceduto possano accordarsi per

modificare il contenuto del contratto.

L’art. 1406 c.c. afferma che sono cedibili solo i contratti con prestazioni corrispettive non

ancora eseguite; tuttavia non è del tutto esclusa l’operatività della cessione del contratto per i

contratti unilaterali o per i contratti con prestazioni già eseguite ex uno latere.

Per quanto riguarda la cessione di contratti ad effetti reali bisogna verificare se questa cessione

sia sufficiente per produrre l’effetto traslativo della titolarità del diritto oppure è necessario, dopo

la cessione, un successivo negozio traslativo integrativo.

La cessione del contratto è ammissibile nei limiti della natura del contratto; per esempio non è

esclusa del tutto la possibilità di cedere un contratto caratterizzato dell’intutitu personae.

La disciplina della cessione del contratto è completata dagli articoli 1408-1409-1410 c.c. :

• l’art. 1408 c.c. afferma che il cedente è liberato dalla sua obbligazione verso il ceduto

solo nel momento in cui la cessione è divenuta efficace; tuttavia il ceduto, se non ha

liberato il cedente, può agire contro di lui (cedente), nel caso il cessionario sia

inadempiente (differenza con l’accollo: il cedente-accollato non è liberato, ma è

condebitore);

• l’art. 1409 c.c. disciplina il rapporto fra ceduto e cessionario: l’articolo afferma che il

ceduto può opporre al cessionario tutte le eccezioni derivanti dal contratto e non le

eccezioni derivanti da altri rapporti col cedente, salvo che il ceduto ne abbia fatto

espressa riserva al momento in cui ha accettato la cessione;

• l’art 1410 c.c. disciplina il rapporto tra cedente e cessionario: l’articolo afferma che il

cedente è tenuto a garantire la validità del contratto e, nel caso egli (cedente) si assume la

garanzia dell’adempimento del contratto ceduto al cessionario, il cedente risponde come

fideiussore per le obbligazioni (non adempiute) del ceduto. 116

64. Subcontratto e divieti di subcontrarre. Il subcontratto, a differenza della cessione del

contratto, è caratterizzato dalla dipendenza e dalla derivazione dello stesso subcontratto al

contratto principale; infatti nella sublocazione (art. 1594 c.c.) non vi è successione del terzo

nella posizione contrattuale di una delle parti originarie: il rapporto di locazione principale e

originario perdura tra le parti.

Nella sublocazione si definiscono la figura del subconduttore, che è colui che acquista in

sublocazione una posizione giuridica derivante dal sublocatore: si configura quindi un contratto

di sublocazione che dipende dalla locazione principale.

La sublocazione può essere esclusa preventivamente da un patto che le parti appongono al

contratto di locazione principale.

Tuttavia, è richiesto, nella sublocazione di locazioni urbane, il consenso autorizzativo del

locatore all’adempimento della sublocazione e questo consenso deroga i divieti di

subcontrattazione.

In riguardo alla sublocazione bisogna fare una differenza tra le locazione abitative e quelle non

abitative; per quelle abitative bisogna fare un’ulteriore distinzione:

• sublocazione totale: il consenso del locatore è funzionale ad una cessione di contratto ed

esclude l’utilizzo abitativo del sublocatore;

• sublocazione parziale: il consenso del locatore non esclude l’esigenza abitativa del

primo conduttore (sublocatore) che ha l’onere di comunicazione.

Secondo una disposizione, il consenso del locatore è necessario solo se la sublocazione non è

attuata nello stesso momento della locazione o della cessione dell’azienda. 117

i. Esecuzione dei contratti

65. Buonafede nell’esecuzione dei contratti. L’art 1375 postula che il contratto deve essere

eseguito secondo buona fede; la buona fede è una regola-principio che disciplina il

comportamento esatto ed adeguato delle parti. Essa è utilizzata anche per valutare l’esatto

adempimento, è utilizzata per escludere l’inadempimento di una parte, se l’altra parte ha avuto

un comportamento non previsto dal contratto, ecc…

In conclusione, la buona fede esprime l’esigenza di valutare e misurare gli interessi coinvolti

nell’esecuzione del contratto e tale dichiarazione è fatta secondo principi fondamentali

identificati, appunto dalla buona fede.

66. Risoluzione. Risoluzione, dal latino solvère, significa scioglimento; la risoluzione quindi

scioglie il contratto e fa venir meno gli effetti e il vincolo da esso (contratto) prodotti.

A differenza dell’invalidità, che opera in presenza di difetti originari e che elimina il contratto

dall’inizio come se non fosse mai esistito, la risoluzione opera in casi di difetti sopravvenuti

dopo la conclusione del contratto e tali difetti non toccano l’atto, ma il rapporto contrattuale.

Di conseguenza, gli effetti prodotti dal contratto fino al momento della risoluzione non sono

privi di causa.

Quindi l’efficacia retroattiva della risoluzione vale solo tra le parti (salvo per i contratti a

esecuzione continuata o periodica) e non nei confronti dei terzi (art. 1458 c.c.); difatti se un terzo

ha acquistato un diritto da una delle parti del contratto che poi è stato risolto, tale risoluzione non

pregiudica la sua (del terzo) situazione.

La risoluzione non è l’unico modo affinché operi lo scioglimento del contratto: difatti abbiamo il

mutuo dissenso, il recesso unilaterale e la condizione risolutiva.

La risoluzione opera quando vi è un difetto sopravvenuto che incide sul rapporto contrattuale e

che comporta un’alterazione del legame sinallagmatico tra le prestazioni corrispettive (rapporto

sinallagmatico = la prestazione di una parte ha la sua giustificazione nella controprestazione

dell’altra).

Le tre ipotesi di risoluzione disciplinate dalla legge sono:

a) per inadempimento;

b) per impossibilità sopravvenuta;

c) per eccessiva onerosità.

A) Risoluzione per inadempimento (art. 1453 ss c.c.). In caso di inadempimento di una parte,

l’altra ha la facoltà di scegliere tra la domanda di adempimento e la risoluzione. Se permane un

interesse ad un adempimento anche tardivo, essa può chiedere la condanna della controparte ad

eseguire la prestazione non ancora adempiuta (domanda di adempimento); se, invece, non ha

un interesse ad un adempimento tardivo, essa può chiedere la risoluzione del contratto: perde il

diritto a ricevere la prestazione, ma, comunque, non deve più eseguire la sua e, nel caso l’avesse

già eseguita, può richiedere la restituzione.

Se la parte non inadempiente sceglie l’adempimento tardivo, può sempre chiedere

successivamente la risoluzione del contratto; non è possibile il viceversa perché la parte

inadempiente non può essere pregiudicata ulteriormente.

La parte inadempiente non può bloccare la risoluzione del contratto con un’esecuzione tardiva,

salvo nel caso in cui la parte non inadempiente accetta l’adempimento tardivo e rinuncia alla

risoluzione.

La parte non inadempiente può chiedere il risarcimento del danno che è misurato in

risarcimento aggiuntivo, se ha chiesto l’adempimento tardivo, oppure è misurato in

risarcimento sostitutivo della prestazione, se ha chiesto la risoluzione.

La risoluzione per inadempimento è meglio qualificata come risoluzione giudiziale, in quanto,

su domanda della parte, essa è pronunziata dal giudice con sentenza costituiva; la risoluzione,

essendo un rimedio estremo, per essere chiesta è necessario che l’inadempimento non abbia

scarsa importanza ma, anzi, notevole importanza. 118

La valutazione della gravità dell’inadempimento è rimessa al giudice, salvo previsione legale; il

giudice può anche accertare se l’inadempimento è imputabile o non alla parte inadempiente.

La risoluzione di diritto consiste nel fatto che in alcuni casi la risoluzione opera

automaticamente senza la necessità della sentenza del giudice; questi casi sono:

1) diffida ad adempiere;

2) clausola risolutiva espressa;

3) scadenza del termine essenziale.

1) Diffida ad adempiere (art. 1454 c.c.). Affinché possa operare l’adempimento tardivo

dell’inadempiente senza ricorrere all’azione giudiziale, la parte non inadempiente può

intimare per iscritto all’altra parte inadempiente ad adempiere entro un adeguato termine che,

di regola, è di 15 giorni; se entro tale termine la parte inadempiente non adempie, il contratto

si ritiene risolto di diritto senza la necessità dell’intervento del giudice. Tale avvertimento,

ossia che alla scadenza del termine il contratto si ritiene risolto, deve essere espressamente

dichiarato dalla parte non inadempiente, altrimenti l’intimazione vale solo come costituzione

in mora.

2) Clausola risolutiva espressa (art. 1456 c.c.). I contraenti possono concordare espressamente

che il contratto si risolve nel caso una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo le

modalità stabilite; in questo caso la risoluzione si verifica di diritto, cioè senza l’intervento

del giudice, quando la parte interessata dichiara all’altro di volersi avvalere della clausola

risolutiva. Affinché la clausola risolutiva espressa sia efficace non è richiesto che

l’inadempimento sia di grande importanza, ma è necessario che le parti abbiano indicato

esplicitamente le obbligazioni su cui agisce tale clausola.

3) Scadenza del termine essenziale (art. 1457 c.c.). Il contratto si ritiene risolto senza bisogno

di alcuna dichiarazione quando una parte non adempie in un termine essenziale stabilito

nell’interesse dell’altra parte; tuttavia, nel caso la parte non inadempiente abbia un interesse a

ricevere un adempimento anche tardivo, essa può esigere la prestazione rinunziando alla

risoluzione dando notizia di tale decisione all’altra parte entro 3 giorni dalla scadenza del

termine. È stato scelto questo termine breve di 3 giorni per non lasciare la parte inadempiente

in un lungo stato di incertezza. Il termine è riconosciuto essenziale quando la parte non

inadempiente non ha nessun interesse a ricevere un adempimento tardivo; il termine

essenziale può derivare o dalla natura della prestazione o dal contratto o dalla volontà dei

contraenti.

La risoluzione di diritto non esclude tassativamente l’intervento del giudice, il quale può essere

chiamato a risolvere controversie circa la risoluzione: la sua sentenza è dichiarativa e non

costitutiva, in quanto accerta solo la validità della risoluzione. Nel caso il giudice accerti che la

contestazione contro la parte che si è avvalsa della risoluzione sia fondata, questa parte (che si è

avvalsa della risoluzione) è condannata a risarcire il danno per aver impedito e non accettato la

prestazione dell’altra parte.

Nel caso di un contratto plurilaterale, l’inadempimento di una delle parti non provoca la

risoluzione, salvo nel caso in cui tale prestazione era da considerarsi essenziale (art. 1459 c.c.).

L’eccezione di inadempimento e la sospensione dell’esecuzione sono strumenti di autotutela:

● l’eccezione di inadempimento (art. 1460 c.c.) riguarda i contratti con prestazioni

corrispettive: le parti oltre a tenere un comportamento attivo (agendo per l’adempimento)

possono tenere un comportamento passivo e di attesa rifiutandosi di adempiere la

prestazione nel caso in cui l’altra parte non adempie o non offre di adempiere la

controprestazione contemporaneamente, salvo nei casi in cui sono previsti dalla parti o

dalla natura del contratto termini diversi per l’adempimento. Un rifiuto illegittimo è

contrario alla buona fede.

● la sospensione dell’esecuzione (art. 1461 c.c.): ciascun contraente può sospendere

l’esecuzione della prestazione da lui dovuta se le condizioni patrimoniali dell’altra fanno

sorgere pericoli pere il conseguimento della controprestazione; tuttavia, se sono offerte

idonee garanzie, la sospensione non ha più giustificazione. 119

Le parti, affinché non sia impedita o ritardata l’esecuzione delle prestazioni, possono accordarsi

per apporre al contratto la c.d. clausola solve et repete (art. 1462 c.c.) (prima paghi e poi chiedi

la restituzione), la quale impedisce a una delle parti di opporre le eccezioni; tuttavia tale clausola

è inefficacie per l’eccezione di nullità, di annullabilità e di rescissione. Il giudice in presenza di

gravi motivi può sospendere la condanna all’adempimento imponendo una cauzione.

B) Risoluzione per impossibilità sopravvenuta (art. 1463 ss c.c.). L’impossibilità sopravvenuta

per causa non imputabile al debitore provoca l’estinzione del contratto: se il contratto ha per

oggetto prestazioni corrispettive legate da un vincolo sinallagmatico, esso (contratto) è ritenuto

risolto.

La parte liberata dall’adempimento per impossibilità sopravvenuta della propria prestazione non

può chiedere la controprestazione e, nel caso avesse già ricevuto la controprestazione, egli deve

restituirla.

La risoluzione opera di diritto ma può essere richiesta anche una sentenza dichiarativa del

giudice che accerta la validità de4lla risoluzione. Se l’impossibilità è imputabile al debitore,

agiscono le norme della risoluzione per inadempimento.

L’art. 1465 c.c. dispone che nei contratti traslativi o costitutivi di diritti reali, l’acquirente

non è liberato dall’obbligo di eseguire la controprestazione se la cosa è perita per causa non

imputabile all’alienante, anche se non gli (all’acquirente) è stata consegnata la cosa; se l’oggetto

del trasferimento è una cosa determinata solo nel genere, l’acquirente non è liberato dall’obbligo

di eseguire la controprestazione se l’alienante gli ha consegnato la cosa o se la cosa è stata

individuata. Tuttavia l’acquirente è liberato dall’eseguire la controprestazione se il trasferimento

era sottoposto a condizione sospensiva e se l’impossibilità sopravvenuta si è verificata prima che

si verifichi la condizione; la ratio di tale articolo basa sul fondamento che i contratti traslativi o

costitutivi di diritti reali producono gli effetti già dal momento del consenso.

L’ art. 1464 c.c. dispone che nel caso la prestazione di una parte è divenuta parzialmente

impossibile, l’altra parte può o eseguire una controprestazione ridotta proporzionalmente oppure

può richiedere la risoluzione del contratto non avendo interesse ad un adempimento parziale;

anche l’impossibilità temporanea può comportare la risoluzione del contratto.

C) Risoluzione per eccessiva onerosità (art. 1467 ss c.c.). Essa opera per i contratti a

esecuzione o continuata o periodica o differita: la risoluzione per eccessiva onerosità si ha

quando a causa di eventi eccezionali ed imprevedibili verificatasi nel momento che va dalla

conclusione all’esecuzione del contratto una prestazione diventa eccessivamente onerosa rispetto

all’altra creando uno squilibrio. La parte che deve eseguire la prestazione divenuta

eccessivamente onerosa può richiedere la risoluzione del contratto.

La differenza tra rescissione e risoluzione è che lo squilibrio della rescissione è presente già al

momento della conclusione del contratto, mentre quello della risoluzione è generato da un evento

eccezionale ed imprevedibile.

Affinché possa operare la risoluzione è necessario che:

● l’onerosità di una prestazione sia realmente eccessiva e non insignificante: la valutazione

logicamente è rimessa al giudice;

● l’eccessiva onerosità non rientri nella casualità-rischio del contratto;

● l’eccessiva onerosità deve verificarsi nel momento che va dalla conclusione

all’esecuzione del contratto;

● l’eccessiva onerosità deve essere causata da avvenimento straordinari ed imprevedibili,

cioè non realizzabili dalla capacità dell’uomo.

La parte contro la quale è domandata la risoluzione del contratto può, tuttavia, evitarla offrendo

di modificare equamente le condizioni del contratto.

Nel caso di obbligazioni a carico di una sola parte, questa può richiedere una riduzione della sua

prestazione o una modifica delle modalità di esecuzione.

L’eccessiva onerosità richiede l’intervento del giudice, il quale valuta i vari parametri e decide

quali devono essere le riduzione o le modifiche: quindi per l’eccessiva onerosità non opera una

risoluzione di diritto. 120

L’eccessiva onerosità non agisce per i contratti aleatori, perché il rischio di uno squilibrio delle

prestazioni è una sua caratteristica genetica.

La risoluzione del contratto scioglie il rapporto contrattuale e provoca la cessazione degli effetti;

essa è retroattiva tra le parti, ma tale retroattività non vale nei confronti con i terzi.

La retroattività trova un limite per i contratti a esecuzione continuata o periodica, perché essa

non pregiudica le prestazioni già eseguite.

l. Strumenti dell’autonomia negoziale: profilo sistematico.

67. Principali classificazioni dei negozi e dei contratti. Gli atti di autonomia negoziale sono

ordinati in categorie e tale suddivisione è fatta non per una mera finalità teorica ma per una

finalità pratica, perché gli atti facenti parte ad una stessa categoria sono assoggettati tutti a

specifiche norme e questo fatto rende più facile al giudice la risoluzione delle controversie.

Le categorie si dividono:

● per gratuità ed onerosità; la distinzione tra atti a titolo gratuito e quelli a titolo oneroso

fonda sulla diversa tutela che è offerta al terzo, fonda sui limiti di responsabilità e di

garanzia delle parti, ecc…

● per numero delle parti; la distinzione è fatta tra i negozi unilaterali , bilaterali e

plurilaterali;

● per qualità delle parti; la distinzione è fatta in base alle qualità e all’identità delle parti;

● per natura delle parti; la distinzione è fatta tra gli atti tra privati e quelli conclusi con la

Pubblica Amministrazione (P.A.);

● per tecniche di formazione; i negozi si distinguono in consensuali, dove si perfezionano

con il semplice consenso, e in reali, che richiedono per il perfezionamento oltre al

consenso anche la consegna;

● per attribuzioni patrimoniali; la differenza è fatta tra i contratti unilaterali (contratti

con prestazione a carico di una sola parte), dove vi è onerosità solo per la parte a cui la

prestazione è a carico, e i contratti corrispettivi, caratterizzati dalla corrispettività ossia

dall’equivalenza economica delle prestazioni e dal sinallagma, ossia dal nesso funzionale

ed essenziale delle prestazioni;

● per i contratti commutativi e aleatori; la distinzione è fatta tra i contratti commutativi,

i quali non dipendono da fattori casuali, e i contratti aleatori, dove è il caso a decidere il

vantaggio o lo svantaggio delle parti nel contratto (es: assicurazione);

● per forma; la distinzione è fatta tra i contratti a forma liberi e i contratti formali o solenni,

dove è la legge o la convenzione a dettare le forme da utilizzare;

● per efficacia; una prima distinzione è fatta tra i negozi unilaterali recettizi, dove l’atto

deve essere ricevuto dal destinatario (es: disdetta del contratto di assicurazione), e i negozi

unilaterali non recettizi, dove l’atto non deve essere ricevuto dal destinatario; altra

distinzione circa l’efficacia è fatta tra i negozi a effetti reali o traslativi, che producono il

trasferimento della proprietà o di un diritto, e i negozi a effetti obbligatori, che

comportano la nascita di un rapporto obbligatorio; l’ultima differenza è fatta tra i negozi

ad efficacia originaria, che producono immediatamente i loro effetti, e i negozi ad

efficacia sospesa o condizionata o a termine, dove gli effetti sono sottoposti a

sospensione o a condizione o a termine;

● per esecuzione; la distinzione è fatta tra gli atti negoziali ad esecuzione istantanea, dove

l’esecuzione si risolve in tempi brevi, e gli atti negoziali ad esecuzione continuata o

periodica, dove l’esecuzione si protrae nel tempo. 121

B. Autonomia negoziale a contenuto non patrimoniale.

a. Atti a contenuto non patrimoniale.

68. Premessa. La dottrina ha dato scarsa importanza agli atti a contenuto non patrimoniale,

concentrandosi sugli atti con regolamentazione patrimoniale; tuttavia, i dottrinari stanno

cercando di superare queste tipicità.

69. Negoziabilità senza patrimonialità. Il nostro codice e il nostro ordinamento pongono come

obiettivo centrale la realizzazione e la tutela dell’uomo; quindi appunto perché vi è questa

centralità della persona umana è sbagliato dire che l’ordinamento tutela soprattutto i beni di

natura patrimoniale ed è sbagliato asserire che l’ordinamento tutela i beni di natura non

patrimoniale solo perché esiste un interesse patrimoniale, ossia si dimostri che quei beni sono

negoziabili.

La patrimonialità è un requisito mutevole utilizzato per definire l’obbligazione e il

contratto e per definire i limiti dell’operatività delle norme; la negoziabilità, invece, serve a

verificare l’idoneità di un bene ad essere oggetto di atti di autonomia; essa è strettamente legata

alla meritevolezza, in quanto l’economicità di un bene deve realizzare interessi meritevoli di

tutela.

Un errore che non bisogna commettere è quello di considerare gli atti a contenuto non

patrimoniale come atti con operazioni contrattuali, mutando così la natura non patrimoniale del

bene in natura patrimoniale.

In conclusione non bisogna confondere i negozi di natura patrimoniale con gli atti a contenuto

non patrimoniale.

70. Specificità degli atti a contenuto non patrimoniale. La dottrina afferma che è impensabile

utilizzare le stesse norme adoperate per gli atti a contenuto patrimoniale per quelli a contenuto

non patrimoniale; ad esempio il principio dell’affidamento, vigente in materia contrattuale,

risponde a esigenze di sicurezza nel traffico giuridico ed è applicabile solo quando si parla di

diritti patrimoniali.

71. Segue. Talune ipotesi. Esempi di atti con contenuto non patrimoniale li ritroviamo nel diritto

di famiglia (es: accordi coniugali), nel diritto della personalità (es: atti di disposizione del corpo)

e nel fenomeno associativo; in questo ultimo caso è molto discusso il contratto costitutivo

dell’associazione, perché tale contratto non può non avere un ruolo economico e quindi

patrimoniale. b. Atti di disposizione del corpo.

72. Fondamenti e limiti degli atti di disposizione dell’integrità psicofisica. L’articolo 5 del

codice civile vieta gli atti di disposizione del corpo quando comportano una diminuzione

permanente dell’integrità fisica o quando sono contrari alla legge, all’ordine pubblico e al buon

costume.

Tale norma è molto controversa e non poche volte è stato oggetto di discussione a causa delle

continue scoperte in campo biologico come la biogenetica e i trapianti.

Venne introdotta nel codice civile per eliminare i dubbi della configurabilità di un diritto

sul proprio corpo e per conservare l’integrità fisica al fine di eseguire i doveri verso lo Stato e

verso la famiglia.

In seguito tale visione fu rivista e all’uomo venne riconosciuta una certa libertà di disporre del

proprio corpo entro logicamente il limite di assicurare la tutela dell’interesse individuale e

collettivo alla salute (art. 32 Cost.), ossia di un valore psichico oltre che fisico. 122

73. Trattamenti sanitari. Problemi e discussioni tuttora accese riguardano i trattamenti sanitari:

● circa il trattamento medico – chirurgico - l’ordinamento afferma che tale trattamento

trova la ragione della sua liceità non nel consenso del paziente, ma nel raggiungimento di

un interesse alla salute del paziente: perciò l’interesse è elemento essenziale ma non

sufficiente della liceità del trattamento;

● circa la sperimentazione - la sperimentazione, per l’incertezza degli effetti, è sottoposta

ai limiti imposti dall’art. 5, cioè non deve comportare diminuzioni permanenti

all’integrità fisica e psichica;

● circa la sterilizzazione - vi sono due opposte fazioni: la prima si oppone a tale

trattamento in quanto comporterebbe un pregiudizio permanente alla funzione procreativa

e quindi ritengono illecita la sterilizzazione; l’altra invece lo ritiene lecito in base al

principio di libertà di autodeterminarsi;

● circa il rifiuto di cure - questo è un argomento molto discusso e vasto, difatti

l’ordinamento, sotto la spinta di ricorrenti rifiuti, ha limitato le terapie al solo caso di

necessità; negli altri casi il soggetto può rifiutare anche se tale scelta gli comporta una

diminuzione permanete. Altro problema riguarda l’eutanasia passiva, ossia il rifiuto di

curarsi, dove tale rifiuto è lecito solo se è diretto a perseguire l’interesse a morire

naturalmente salvaguardando la propria dignità.

Il principio di libertà di autodeterminarsi afferma che ogni soggetto è libero di disporre del

proprio corpo senza alcun limite dettato dall’integrità fisica o dalla salute; a tale principio si

oppongono molti dottrinari che affermano che la salute è non solo un diritto, ma un dovere, cioè

l’uomo ha il dovere inderogabile di provvedere alla conservazione della propria salute.

74. Natura degli atti di disposizione. Gli atti di disposizione del corpo non possono essere intesi

come atti di disposizione delle situazioni patrimoniali, perché dagli atti di disposizione del corpo

il soggetto può trarre solo la realizzazione ottimale della personalità.

Per gli atti di disposizione del corpo, il consenso ha un ruolo fondamentale: deve essere reale,

consapevole, revocabile e conferisce al destinatario la facoltà di compiere determinati atti che

senza il consenso sarebbero considerati illeciti.

75. Atti di disposizione e legislazione speciale. Tra gli atti di disposizione del corpo troviamo:

● disposizione del rene al fine di trapianto terapeutico; tale atto è consentito ai genitori, ai

figli, ai fratelli del paziente e, in assenza di questi, a donatori esterni, inoltre deve essere

tassativamente a titolo gratuito. Affinché si possa procedere al trapianto è necessaria

l’autorizzazione del giudice, che constata se il disponente è legalmente e naturalmente

capace di agire e se è consapevole delle conseguenze personali;

● prelievi di organi o tessuti da cadaveri; ultimamente tale materia è stata disciplinata con

il principio del consenso espresso dal soggetto e tale dichiarazione nega ai familiari di

opporsi all’espianto. Non possono essere espiantati l’encefalo e le ghiandole sessuali e il

consenso del soggetto può essere espresso o palesemente in vita, manifestando la propria

volontà all’espianto, oppure con dichiarazione all’ASL;

● donazione di sangue a fini trasfusionali; le donazioni di sangue e plasma devono essere a

titolo gratuito e fatte da persona legalmente capace; non devono, logicamente,

compromettere permanentemente l’integrità fisica;

● mutamento del sesso; l’adeguamento dei caratteri sessuali è fatto solo previa

autorizzazione del tribunale che verifica il reale mutamento psicologico e la capacità del

soggetto;

● interruzione della gravidanza; la gravidanza può essere interrotta se essa può comportare

un serio pericolo alla salute fisica o psichica della madre, previa autorizzazione del medico,

oppure volontariamente entro 90 giorni;

● attività sportiva; riguarda i controlli medici che vengono effettuati agli atleti delle attività

agonistiche. 123

76. Atti di disposizione di parti staccate del corpo e maternità surrogata. Le parti staccate del

proprio corpo diventano, al momento del distacco, oggetto di proprietà della persona della quale

si distaccano, o se derelictae, appropriabili da terzi per occupazione.

Esse sono non solo i capelli e il sangue, ma anche gli organi, i tessuti, le cellule somatiche, il

DNA, gli zigoti e gli embrioni; tali parti non possono essere utilizzate dall’uomo come fonte di

profitto, infatti, la compravendita di parti del corpo è NULLA.

È dichiarato nullo anche il contratto con il quale una donna si lascia impiantare un embrione e

porta a termine una gravidanza rinunciando al diritto di madre; la nullità si ricerca nella illiceità

della causa (maternità surrogata).

Molti problemi sorgono soprattutto in merito alla fecondazione artificiale:

l’inseminazione artificiale è omologa quando il seme proviene dal marito, è eterologa se

proviene da un donatore.

Manca, tuttavia, per questa materia una determinata e specifica disciplina: difatti esempio

tangente di ambiguità è la possibilità del padre di disconoscere il figlio nato da inseminazione

eterologa, anche se il padre ne aveva dato il consenso: in questo caso il marito non è padre

biologico. 124

C. Singoli Contratti.

77. Premessa. Esistono moltissimi tipi di contratti, ciascuno dotato di un peculiare regolamento;

bisogna fare la differenza tra contratti tipici e contratti atipici:

• per i contratti tipici è prevista dall’ordinamento una determinata e specifica disciplina;

• i contratti atipici, invece, sono rimessi all’espressione creativa

dell’autoregolamentazione.

a. Contratti relativi al trasferimento di situazioni.

78. Compravendita. L’art. 1470 c.c. definisce la compravendita come “il contratto che ha per

oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di un altro diritto verso il

corrispettivo di un prezzo”.

La compravendita realizza quindi un trasferimento di proprietà o di un altro diritto; essa, di

regola, è ad effetti reali, cioè la proprietà o il diritto si trasmettono e si acquistano per “effetto

del consenso legittimamente manifestato dalle parti”. È un contratto consensuale ad effetti reali.

Tuttavia, esistono situazioni che non permettono immediatamente il trasferimento della proprietà

o del diritto: si parla di vendita con effetti obbligatori quando il contratto di compravendita

genera a carico del venditore l’obbligo di fare acquistare la proprietà della cosa al compratore.

La vendita ad effetto obbligatorio si distingue dalla vendita con riserva di gradimento e dalla

vendita con riserva di proprietà, perché in questi ultimi 2 casi non sorge l’obbligo per il venditore

di fare acquistare la proprietà della cosa al compratore:

• nella vendita con riserva di gradimento, la vendita e il conseguente effetto traslativo si

perfezionano con il gradimento del compratore;

• nella vendita con riserva di proprietà, la vendita e il conseguente effetto traslativo si

perfezionano solo con il pagamento dell’ultima rata di prezzo del compratore.

Nella vendita alternativa (art. 1275 c.c.) il trasferimento dell’oggetto avviene solo quando tale

oggetto sia stato scelto tra due o più oggetti alternativi.

Nella vendita di cose generiche (art. 1378 c.c.) il trasferimento avviene solo dopo la

specificazione della quantità negoziata indipendentemente dalla consegna.

Nella vendita di cose future (art. 1472 c.c.) il trasferimento si realizza solo dopo che la cosa

futura è venuta in esistenza; tale vendita è un contratto ad effetti tipici parzialmente sospesi e

può produrre anche effetti preliminari oltre a quelli finali.

La vendita di cosa futura può avere sia una funzione commutativa che una funzione aleatoria:

• se assume una funzione commutativa, il compratore si assume il rischio, non della

mancata realizzazione della speranza, ma solo delle normali variazioni che possono

avvenire, cosicché, se la cosa non viene ad esistenza, il contratto è nullo;

• se assume una funzione aleatoria, il compratore si assume il rischio della speranza, cioè,

anche se la cosa non è venuta ad esistenza, parzialmente o totalmente, egli ha l’obbligo di

pagare il prezzo.

La vendita di cosa altrui produce l’obbligo per il venditore di acquistare la cosa dal proprietario

per trasmetterla al compratore: la trasmissione della proprietà opera automaticamente nel

momento in cui il venditore acquista il bene dal terzo

La vendita di cosa altrui si differenzia dal contratto preliminare, perché nel contratto

preliminare la proprietà sosta prima nel patrimonio del venditore ed è necessaria una nuova

dichiarazione di volontà del compratore.

Nella vendita di cosa altrui l’inadempimento del venditore comporta il risarcimento del danno; se

il venditore inadempiente ha dichiarato propria l’altrui cosa, il compratore può richiedere oltre

alla risoluzione del contratto anche il risarcimento del danno.

Nel caso di vendita di cosa parzialmente altrui il compratore può richiedere la risoluzione del

contratto e il risarcimento del danno solo se non ha conseguito l’intera proprietà della cosa,

altrimenti può ottenere solo una riduzione del prezzo. 125

L’art. 1465 c.c. dispone che con la titolarità del diritto si trasferiscono anche i rischi derivanti da

perimento o deterioramento fortuito della cosa; tuttavia, tale regola è derogata qualora la vendita

è sottoposta a condizione sospensiva e l’impossibilità sopravvenuta si verifichi prima della

condizione. Regole particolari sono dettate per la vendita di cose viaggianti o da consegnare

all’arrivo.

Un elemento essenziale della compravendita è il prezzo, inteso come corrispettivo in denaro:

esso deve essere determinato o almeno determinabile. Esso può essere accordato dalle parti

oppure da un terzo arbitratore: se manca tale arbitratore, il tribunale può nominare un nuovo

arbitratore. Il prezzo è dichiarato indeterminato quando la determinazione del terzo è soggetta ad

approvazione delle parti oppure quando tale determinazione è rimessa ad una delle parti.

Appunto perché il prezzo è un elemento essenziale della compravendita, il codice detta una serie

di criteri legali utilizzati dal giudice:

● criterio del prezzo imposto, nel caso si parli di compravendita di cose il cui prezzo è

fissato dalle autorità;

● criterio del prezzo normalmente praticato dal venditore;

● criterio del prezzo di mercato o della quotazione di borsa.

Per quanto riguarda la forma e la pubblicità del contratto di compravendita, è richiesta la forma

scritta a pena di nullità solo per la vendita di immobili e beni mobili registrati. Oggi è possibile

trascrivere anche il contratto preliminare di compravendita e tale trascrizione ha solo un effetto

prenotativo limitato nel tempo.

79. Segue. Gli obblighi del venditore. Il venditore ha una serie di obblighi da rispettare: obbligo

inerente alla traslazione è quello di far acquistare al compratore la proprietà della cosa o del

diritto; obbligo inerente all’acquisto del possesso è quello di consegnare il bene venduto al

compratore.

Per quanto riguarda la consegna, la legge disciplina che la cosa deve essere consegnata nello

stato nel quale era al momento della vendita con gli accessori, i frutti e i documenti; obbligo del

venditore è quello di custodire la cosa fino al momento della consegna. La consegna deve

avvenire nel luogo in cui la cosa si trovava al tempo della vendita oppure nel luogo dove il

venditore ha domicilio oppure dove quest’ultimo (il venditore) ha impresa oppure, ancora, dallo

spedizioniere o vettore.

Il venditore ha l’obbligo di garantire al compratore che la cosa non è viziata da evizione, ossia

quando dopo la vendita un terzo rivendica con successo la proprietà della cosa e il compratore ne

perde la proprietà. L’evizione può essere totale, minore o parziale.

In caso di evizione totale, se il terzo ancora non ha iniziato il giudizio, il compratore può

sospendere il pagamento del prezzo; se il terzo ha rivendicato con successo la proprietà della

cosa sottraendola al compratore, quest’ultimo (il compratore), salvo nel caso in cui la vendita è

fatta a rischio e pericolo del compratore, può richiedere oltre alla risoluzione anche la

restituzione del prezzo e il risarcimento del danno indipendentemente da dolo o colpa del

venditore.

L’evizione è minore quando un terzo ha nei confronti della cosa diritti di godimento non

apparenti e non dichiarati che diminuiscono il libero godimento del compratore: in questi casi, il

compratore può richiedere o la risoluzione del contratto oppure una riduzione del prezzo con la

possibilità di chiedere il risarcimento del danno.

L’evizione parziale si ha quando un terzo rivendica con successo la proprietà di una porzione

del bene: anche in questo caso, il compratore può o risolvere il contratto o una chiedere una

diminuzione del prezzo con risarcimento del danno.

Il compratore, convenuto in giudizio da un terzo che pretende di avere diritti sulla cosa venduta,

ha l’obbligo di chiamare in causa il venditore; se non lo fa ed è condannato con sentenza passata

in giudicato, egli (il compratore) perde il diritto alla garanzia se il venditore dimostra che

esistono ragioni sufficienti per impedire l’evizione; il compratore perde lo stesso la garanzia se

riconosce il diritto del terzo e non prova che non esistono ragioni sufficienti per impedire

l’evizione. 126

Il venditore ha l’obbligo di garantire al compratore che la cosa non ha vizi occulti, cioè vizi

materiali, e che non ha vizi redibitori, ossia che la cosa è viziata al punto tale da non essere

idonea all’uso a cui è destinata. La garanzia non è dovuta quando i vizi occulti o erano a

conoscenza del compratore o il compratore poteva riconoscerli con la normale diligenza, oppure

quando il compratore ha alienato o trasformato la cosa.

Il compratore può fare denuncia di vizi entro 8 giorni pena la decadenza: il termine di decadenza

decorre dal giorno della consegna se si tratta di vizi apparenti, decorre dal giorno della scoperta

se si tratta di vizi occulti. Tale denuncia non è necessaria quando il venditore abbia riconosciuto

il vizio o l’abbia occultato.

L’azione di denuncia si prescrive entro 1 anno dalla consegna.

Il compratore, in sede di giudizio, può scegliere o l’azione redibitoria, con la quale chiede la

risoluzione del contratto e il rimborso del prezzo, o l’azione estimatoria, con la quale chiede la

riduzione del prezzo e, se lo ha già pagato, il suo parziale rimborso.

Il compratore può chiedere la risoluzione del contratto per inadempimento nel caso in cui al

momento della consegna il venditore abbia scambiato la cosa (es: aceto invece di vino); tale

azione è soggetta a termini ordinari di decadenza e prescrizione.

Se, invece, vi è errore del compratore sulla qualità della cosa, egli (il compratore) può chiedere

l’azione di annullamento per errore e tale azione si prescrive in 5 anni.

80. Segue. Gli obblighi del compratore. L’obbligo del compratore è quello di pagare il prezzo

nel tempo e nel luogo fissato: il pagamento, in mancanza di accordi, va fatto al momento della

consegna nel luogo nel quale questa (la consegna) o per legge o per patto deve avvenire,

altrimenti al domicilio del venditore.

In caso il compratore non si presenti per ricevere la cosa o non paghi il prezzo nel termine

stabilito, il venditore può o esperire la vendita all’incanto in danno al compratore, incassando

il ricavato e domandando un risarcimento, oppure può richiedere la risoluzione del diritto di

vendita.

Il venditore per avvalersi della risoluzione deve comunicare la scelta al compratore entro 8 giorni

dalla scadenza del termine per il pagamento; in difetto vale la risoluzione per inadempimento.

A carico del compratore sono poste o per legge o per patto le spese della compravendita e le altre

spese accessorie.

81. Segue. Discipline particolari e patti particolari. Norme specifiche sono dettate per alcuni

tipi di compravendite con riferimento all’oggetto:

• vendita con riserva di gradimento: la vendita si perfeziona con la comunicazione del

gradimento del compratore al venditore;

• vendita a prova: la vendita è sottoposta a condizione sospensiva che consiste

nell’idoneità o meno della cosa;

• vendita su campione: la vendita è sottoposta a risoluzione se la cosa venduta è anche

lievemente difforme dal campione;

• vendita su tipo di campione: in questo caso la risoluzione è possibile solo se la

difformità della cosa venduta dal campione è notevole;

• vendita su documenti: tale vendita ha per oggetto cose mobili rappresentate da

documenti, i quali attribuiscono a chi li possiede il diritto di ottenere la consegna delle

cose dal detentore e il potere di disporne;

• vendita di cose viaggianti: tale vendita ha per oggetto cose viaggianti e tra i relativi

documenti trasmessi al compratore vi può essere anche la polizza di assicurazione contro

i rischi del trasporto che è in generale a carico dello stesso compratore;

• vendita fronte pagamento a mezzo banca: in questo caso il pagamento del prezzo del

compratore è fatto tramite banca incaricata dal venditore; se il compratore si rifiuta di

pagare il venditore si può rivolgere direttamente al compratore; 127

• vendita cif: in questa vendita la somma da pagare dal compratore comprende il prezzo

della cosa venduta (cost), delle spese di assicurazione (insurance) e del trasporto

(freight);

• vendita fob: la somma da pagare dal compratore comprende oltre alle spese della

clausola cif anche le spese di caricamento nel trasporto.

La compravendita con patto di riscatto è il patto dove il venditore si riserva il diritto di riavere

la cosa venduta mediante la restituzione del prezzo e dei rimborsi stabiliti dalla legge (art. 1500

c.c.). Tale istituto è utilizzato da chi ha bisogno di liquidità e pensa di recuperare in seguito il

bene venduto; il diritto di riscatto non può essere ceduto dal venditore ad un terzo.

Il trasferimento avviene immediatamente e il riscatto opera con retroattività reale, cioè il

venditore ha diritto a ricevere la cosa esente da pesi o ipoteche, ma ha tuttavia il dovere di

rispettare le locazioni fatte senza frode, la cui durata non supera i 3 anni.

Il diritto di riscatto deve essere esercitato entro 2 anni dalla vendita per i beni mobili e entro 5

anni per i beni immobili; il codice dispone che il prezzo per il riscatto deve essere uguale al

prezzo della compravendita maggiorato dei rimborsi.

Il legislatore dichiara nullo la vendita con patto di riscatto a scopo di garanzia, perché è un

modo per eludere il divieto del patto commissorio, con il quale viene aggravata non solo la

situazione del venditore-debitore, ma anche quella degli altri creditori del venditore.

Con il patto commissorio il debitore-venditore si accorda con il creditore-compratore affinché,

in mancanza del pagamento, cioè del riscatto, la proprietà della cosa passa al creditore-

compratore.

Il patto di riscatto è differente dal patto di retrovendita, perché il patto di retrovendita è ad

effetti obbligatori e quindi il compratore ha l’obbligo di rivendere il bene al venditore;

il trasferimento del bene dal compratore al venditore non è automatico, ma avviene con un

successivo atto e non valgono i limiti di tempo e di prezzo stabiliti dal patti di riscatto.

Nella vendita a rate il trasferimento della proprietà si ha con la conclusione del contratto e il

prezzo è dilazionato in rate; diversa, invece, è la vendita con riserva di proprietà.

La vendita con riserva di proprietà, a differenza della vendita a rate, è caratterizzata dal fatto

che il prezzo è dilazionato in rate, ma la proprietà della cosa passa al compratore solo con il

pagamento dell’ultima rata; infatti, fino a quel momento, egli (compratore) non può disporre

della cosa liberamente, e se aliena la cosa a terzi dovrà comunque pagare le rate ed il contratto

stipulato con i terzi è ritenuto valido se questi erano in buona fede.

Il compratore si assume tutti i rischi di perimento o altro pericolo derivante anche da terzi.

Se il compratore non paga le rate si verifica risoluzione del contratto; tuttavia il non pagamento

di una rata che non supera l’ottava parte del prezzo non provoca la risoluzione.

In caso di risoluzione, al compratore spetta il rimborso delle rate, e al venditore spetta un equo

compenso per l’uso della cosa e il risarcimento del danno.

Nella vendita fuori dai locali commerciali, se il compratore ha concluso un affare con il

venditore fuori dai locali commerciali, egli (compratore) entro 7 gg. può recedere dal contratto;

tale disposizione è estesa anche alle vendite aggressive come le vendite per corrispondenza,

mezzo TV, ecc….. La ratio del diritto del compratore di recedere dal contratto si basa sul

principio che il compratore ha diritto ad essere informato sui termini e sui dettagli del contratto.

Il recesso opera quando il venditore non adempie l’obbligo d’informazione e provoca lo

scioglimento del contratto con i rispettivi obblighi di restituzione della merce e della caparra o

del prezzo.

Le vendite internazionali sono disciplinate da convenzioni internazionali.

82. Cash and carry. Il cash and carry, che letteralmente vuol dire ”prendi e porta via”, è una

forma di vendita self-service fra un grossista e dei soggetti autorizzati all’acquisto; tale

fenomeno noto negli USA ora è molto diffuso anche in Europa.

Le caratteristiche del cash and carry sono: l’esistenza di un grossista e di un compratore

autorizzato, la vendita self-service, prelevamento e trasporto della merce del compratore,

pagamento in contanti. 128

Per la legge tale tipologia di vendita è autorizzata solo ai grossisti e ai soggetti autorizzati, e non

è possibile svolgere nello stesso punto vendita l’esercizio congiunto di vendita all’ingrosso e al

dettaglio. Il cash and carry ha dei vantaggi sia per il compratore che per il venditore perché

velocizza l’economia e riduce i costi.

83. Permuta. La permuta si differenzia dalla vendita perché è lo scambio non di cosa con

prezzo, ma di cosa con cosa; se ad una cosa scambiata è aggiunta una somma di denaro, ci

troviamo di fronte ad un contratto misto.

La cosa può essere scambiata per ottenere o un diritto di proprietà, o un diritto minore, o un

credito; la permuta può essere costituita anche tra una cosa presente e una cosa futura e si

realizzerà solo quando la cosa futura sarà venuta in esistenza.

La permuta è un contratto a titolo oneroso e consensuale; è regolata da una specifica disciplina.

84. Contratto estimatorio. Il contratto estimatorio è quel contratto con il quale una parte

(tradens) consegna una o più cose mobili ad un'altra parte (accipiens) il quale si obbliga a

pagare il prezzo prefissato salvo la scelta di restituire le cose ricevute entro un termine stabilito

(art. 1556 c.c.). La finalità di tale contratto è quella di prevenire il rischio di insuccesso di

vendita; nel momento della consegna l’accipiens acquisisce il potere di disporre liberamente,

mentre il pagamento del prezzo è condizionato alla scelta di tenere o restituire la merce.

Il contratto estimatorio è contratto reale e con la consegna l’accipiens si carica il rischio del

perimento delle cose; tuttavia le cose non entrano a far parte del suo patrimonio e quindi i suoi

creditori non potranno soddisfarsi su queste cose.

85. Somministrazione. La somministrazione (art. 1559 c.c.) è il contratto con il quale una parte

(somministrante), periodicamente o continuatamene si obbliga a fornire delle cose, accordate

con l’altra parte (somministrato), previo pagamento del prezzo stabilito.

La somministrazione può essere:

• periodica, quando il prezzo è pagato a ogni singola fornitura,

• continuata, quando il pagamento avviene secondo determinate scadenze.

Le date di fornitura sono fissate dal somministrato e devono essere comunicate al somministrante

entro un adeguato termine.

Le parti posso anche decidere di inserire nella somministrazione la clausola d’esclusiva:

• se è a favore del somministrante, l’esclusiva impedisce al somministrato di ricevere la

fornitura da altri;

• se è a favore del somministrato, l’esclusiva impedisce al somministrante di fornire terzi

nella zona determinata.

La somministrazione si differenzia:

• dall’appalto, perché la somministrazione ha per oggetto un dare, l’appalto un fare;

• dalla vendita, perché la vendita è ad effetti reali, la somministrazione è ad effetti

obbligatori;

• dalla vendita obbligatoria, perché la vendita obbligatoria è un'unica prestazione, la

somministrazione è una pluralità di prestazioni;

• dalla vendita a consegne ripartite, perché in quest’ultima la ripartizione nel tempo della

cose vendute non configura una pluralità delle prestazioni.

La durata e il termine sono elementi essenziali della somministrazione: affinché si realizzi un

inadempimento, il ritardo deve essere importante e notevole; se il somministrato è lievemente

inadempiente, il somministrante non può sospendere l’esecuzione senza un adeguato preavviso.

Le parti possono recedere dal contratto solo dopo aver comunicato la scelta entro un adeguato

termine e le prestazioni già eseguite sono irripetibili.

86. Concessione di vendita. La concessione di vendita è il contratto con il quale una parte

(concessionario) s’impegna ad acquistare e poi rivendere i prodotti finiti da una determinata

impresa; è un contratto atipico molto utilizzato, ma è socialmente tipico. 129

Con la concessione di vendita si configura per il concessionario il potere-dovere di utilizzare

determinati prodotti, e il potere-dovere di utilizzare, nella propria impresa, il marchio e l’insegna

del produttore-fornitore; tale fatto è finalizzato a reciproci vantaggi pubblicitari.

Il concessionario è anche obbligato a praticare i prezzi e le condizioni imposte dal produttore.

87. Mutuo. (art. 1813 c.c.) Il mutuo è il contratto con il quale una parte (mutuante) consegna ad

un’altra parte (mutuatario) una determinata quantità di denaro o di altre cose fungibili con

l’obbligo del mutuatario di restituire cose delle stessa specie o della stessa qualità delle cose

ricevute. Il mutuo si configura come prestito, ma a differenza del comodato che è un prestito

d’uso, il mutuo è un prestito di consumo.

Una tipologia di mutuo molto frequente è il mutuo con funzione creditizia che ha per oggetto

una somma di denaro; in questo caso la maggior parte delle volte mutuante è la banca, però

questo fatto non configura il mutuo come un contratto bancario.

Il mutuo è un contratto reale che si perfeziona con la consegna della cosa; il mutuatario acquista

immediatamente la proprietà della cosa mutuata.

Le parti prima di accordare il mutuo possono concludere una promessa di mutuo; nel caso tale

promessa non è rispettata da una parte, l’altra parte non può chiedere l’esecuzione in forma

specifica, ma può chiedere solo un risarcimento. Tuttavia, il mutuante può legittimamente

rifiutarsi ad adempiere alla promessa di mutuo, nel caso le condizioni patrimoniali dell’altra

parte facciano presumere che la restituzione sia difficile.

Le parti possono concludere anche un mutuo consensuale e tale contratto è atipico.

Il mutuo generalmente è un contratto oneroso, in quanto il mutuatario è tenuto non solo alla

restituzione di cose della stessa qualità o specie della cosa ricevuta (tantundem), ma deve

corrispondere anche gli interessi che sono calcolati o con un tasso legale o con un tasso scelto

dalle parti; il tasso scelto dalle parti però non deve essere eccessivamente oneroso e quindi non

deve essere un tasso usurario. Il mutuo può essere anche a titolo gratuito.

Con il mutuo si configura un’obbligazione di restituire per il mutuatario: la restituzione deve

essere eseguita nei termini stabiliti nel contratto e tali termini possono essere scelti o dalle parti o

dal giudice; le parti possono anche scegliere la restituzione rateale della cosa mutuata e nel caso

il mutuatario non paga anche una sola rata, il mutuante può chiedere l’immediata restituzione

dell’intera cosa mutuata. Questo potere del mutuante è però sottoposto ad interpretazione del

giudice che valuta la gravità dell’inadempimento e delle circostanze.

La legge o le parti possono stabilire che le somme mutuate siano impiegate per una specifica

destinazione; è l’esempio dei mutui a tasso agevolato (mutuo di scopo).

88. Factoring. Il factoring è un contratto con il quale un’impresa cede, al fine di ottenere un

corrispettivo, i propri crediti presenti e futuri ad una società di factoring che può essere una

società di credito o altra società iscritta all’albo.

Il factor può svolgere diversi compiti rispetto ai crediti dell’imprenditore: può curarne la

riscossione come mandatario, può acquistare alcuni crediti, può garantire in prima persona tali

crediti oppure lascia il rischio all’imprenditore, ecc…..

Quando il factor diventa proprietario dei crediti cedutigli deve pagare un corrispettivo che di

solito è dilazionato nel tempo; tuttavia il factor può scegliere quali crediti acquistare e quali no,

oppure può anche solo occuparsi della gestione e riscossione.

Proprio perché il factor svolge molte funzioni è difficile configurare una precisa giustificazione

causale e una precisa natura del contratto: secondo alcuni il contratto è atipico, perché la

cessione dei crediti ha un ruolo marginale, secondo altri il contratto è preliminare unilaterale,

perché obbligato è il solo cedente che deve concludere i successivi contratti.

Il factor può acquistare non solo crediti presenti, ma anche crediti futuri.

Per quanto riguarda la solvenza dei crediti ceduti, essa (solvenza) può essere garantita

dall’imprenditore (pro-solvendo), oppure può essere a rischio del factor (pro-soluto).

Per quanto riguarda i conflitti fra più cessionari, se l’imprenditore cede tutti i crediti alla società

di factoring e cede un solo credito ad un terzo, tra la società di factoring e il terzo prevarrà chi

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per primo: notifica la cessione al debitore, riceve l’accettazione, o effettua il pagamento al

cedente.

Per agevolare l’opponibilità ai terzi, il factor può comunicare la cessione di tutti i crediti presenti

e futuri ai debitori, senza ripetere tale comunicazione ogni volta che si presenta un credito.

b. Contratti relativi al godimento e alla utilizzazione di beni

89. Locazione. La locazione è il contratto con il quale una parte (locatore) cede ad un'altra parte

(conduttore) il godimento di una cosa mobile o immobile, per un tempo determinato, contro il

corrispettivo di un prezzo denominato canone.

Il locatore gode indirettamente della cosa, perché riceve un corrispettivo, conservando la

titolarità sulla cosa locata; il conduttore consegue direttamente il godimento della cosa anche se

non è il proprietario.

La locazione è un contratto a titolo oneroso, perché se fosse gratuita sarebbe un comodato; è

un contratto consensuale, in quanto è necessario il consenso fra le parti e ad efficacia

obbligatoria, in quanto non c’è un effetto traslativo, ma solo un obbligo a lasciar godere.

Per quanto riguarda la forma, essa è libera, salvo per i contratti di locazione di cosa immobile

con durata ultranovennale dove la forma è scritta.

Il contratto di locazione può essere a tempo determinato o indeterminato:

• se è a tempo determinato, la locazione non può eccedere i 30 anni e alla scadenza cessa

automaticamente, senza la necessità di disdetta; nel caso sia scaduto il termine, e il

conduttore gode ancora della cosa locata con il consenso del locatore, la locazione si

ritiene rinnovata tacitamente e si ha una nuova locazione a tempo indeterminato;

• se è a tempo indeterminato, il tempo di durata della locazione è stabilito dalla legge

secondo il bene oggetto della locazione, e cessa solo se alla scadenza del termine legale,

il locatore ha comunicato la disdetta al conduttore, altrimenti la locazione si ritiene

rinnovata tacitamente e si ha una nuova locazione a tempo indeterminato.

I vari tipi di locazione si differenziano per l’oggetto dato in locazione:

• locazione di beni mobili registrati (automobili) e non registrati (libri): non va confusa

con il noleggio, perché in quest’ultimo caso il conduttore è obbligato ad utilizzare il bene

secondo le indicazioni fornite dal noleggiatore;

• locazione urbana, che ha per oggetto immobili urbani;

• affitto, locazione che ha per oggetto beni produttivi.

Gli obblighi del locatore sono:

1. far godere la cosa liberamente al conduttore;

2. consegnare la cosa in buono stato: il locatore deve anche occuparsi del suo

mantenimento, salvo per i beni mobili, dove la conservazione spetta al conduttore. Nel

caso il locatore non consegni la cosa in buono stato, e quindi la cosa è affetta da vizi

occulti che la rendono non idonea all’uso, il conduttore può chiedere oltre al risarcimento

del danno, o la risoluzione del contratto, o la riduzione del canone;

3. garantire il pacifico godimento: il locatore non deve disturbare il godimento del

conduttore e deve impedire che le molestie possano provenire da terzi. Se le molestie

sono di fatto (rumori), il conduttore può esercitare l’azione di manutenzione; se le

molestie sono di diritto (es.: pretesa del diritto di usufrutto da parte di un terzo), la

garanzia è offerta dal locatore che è chiamato in causa. Se l’azione del terzo ha successo,

il conduttore può chiedere o la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo.

Gli obblighi del conduttore sono:

1. prendere in consegna la cosa;

2. pagare il corrispettivo;

3. utilizzare la cosa secondo l’uso stabilito nel contratto: il conduttore deve usare la cosa

con la diligenza del buon padre di famiglia ed è responsabile dei danneggiamenti e della

131

distruzione della cosa, salvo la prova della sua estraneità; egli è responsabile anche del

danno provocato dal terzo al godimento della stessa cosa;

4. restituire la cosa al termine della locazione: se il conduttore non restituisce la cosa è

considerato in mora e deve pagare il canone fino alla consegna, oppure offre il

risarcimento;

5. obbligo strumentale di custodia;

6. oneri accessori a carico del conduttore: se si tratta di locazione abitativa, il conduttore

oltre al canone, deve pagare anche le spese di ordinaria gestione condominiale.

Se il conduttore apporta dei miglioramenti o delle addizioni alla cosa presa in locazione, egli non

ha diritto ad un indennizzo da parte del locatore, salvo patto diverso; il conduttore non può

staccare le addizioni apportate alla cosa presa in locazione se tale staccamento provoca danni

irreversibili alla cosa.

Per quanto riguarda la sublocazione, essa si differenzia in sublocazione parziale o totale;

• in caso di sublocazione parziale, il conduttore può sublocare la cosa, solo se non è

vietato nel contratto, con l’obbligo di avvisare il locatore;

• in caso di sublocazione totale, il conduttore non può sublocare senza il consenso del

locatore, perché la sublocazione si configura come una cessione di contratto.

Con la sublocazione s’instaurano rapporti tra il locatore e il subconduttore, in quanto il locatore

può chiedere il pagamento del canone al subconduttore.

La legge prevede che altre persone possano succedere al conduttore nel rapporto con il locatore e

queste persone sono: il coniuge, gli eredi, i parenti, e gli affini.

Le locazioni urbane hanno per oggetto edifici o appartamenti; tale disciplina è stata modificata

dall’inserimento di una nuova disciplina che, oltre ad imporre la forma scritta, ha dettato due

modelli di conclusione del contratto di locazione:

1. modello della conclusione del contratto caratterizzato dalla libera contrattazione:

tale modello prevede che il contratto non deve essere inferiore ai 4 anni, prevede la

rinnovazione automatica per il contratto alla prima scadenza, prevede che se il locatore

volesse vendere l’immobile, al conduttore spetta il diritto di prelazione.

2. modello della conclusione del contratto caratterizzato dall’operazione di contratti-

tipo: tale modello prevede che le parti possano determinare il contratto in base ad accordi

stabiliti a livello nazionale tra organizzazioni di locatori ed organizzazioni di conduttori;

prevede anche che il contratto, alla prima scadenza, è prorogato di 2 anni, salvo disdetta

del locatore.

Per quanto riguarda le locazioni non abitative, la disciplina prevede che le parti possano

concordare liberamente la misura del canone, aggiornandolo, di volta in volta, in base al costo

della vita: tale contratto ha durata di 6 anni ed è di 5 anni per le attività alberghiere, dove è

prevista una rinnovazione tacita se nessuna delle parti comunica all’altra la disdetta.

Per quanto riguarda la disdetta nelle locazioni non abitative, il conduttore può comunicare

disdetta, e quindi recedere dal contratto prima del termine, solo per gravi motivi, mentre il

locatore può comunicare disdetta, e recedere dal contratto prima della scadenza, solo per

determinate ragioni.

Nella locazione non abitativa, al conduttore è riconosciuto il diritto di sublocare l’immobile, o

di cedere il contratto a terzi, anche senza il consenso del locatore.

Al conduttore è riconosciuto anche il diritto di prelazione nel caso il locatore volesse vendere

l’immobile; il locatore ha l’obbligo di notifica al conduttore che può esercitare la prelazione

entro 60 gg. e se il locatore non ha notificato la sua scelta al conduttore, quest’ultimo

(conduttore) può riscattare l’immobile dall’acquirente (prelazione reale).

Nel caso di locazione ad uso commerciale, al conduttore, alla fine della locazione, spetta

un’indennità per la perdita di avviamento, cioè della clientela.

90. Affitto. (art. 1615 c.c.) L’affitto è la locazione di cose mobili o immobili produttive;

all’affittuario, cioè colui che riceve in consegna il bene produttivo, spettano di diritto i frutti e le

utilità della cosa.

L’affitto fa nascere degli obblighi e dei diritti per il locatore. 132

Gli obblighi sono: di consegnare la cosa con gli accessori che servono per l’uso e per la

produzione a cui è destinata, di pagare le spese di riparazione straordinaria;

i diritti sono: di controllare che il conduttore rispetti i suoi obblighi e di risolvere il contratto se

tali obblighi non sono rispettati.

L’affitto fa nascere anche degli obblighi e dei diritti per l’affittuario.

Gli obblighi sono: di pagare l’affitto, di non modificare la destinazione economica della cosa, di

osservare le regole della buona tecnica;

i diritti sono: migliorare la produttività della cosa, di subaffittare la cosa senza il consenso del

locatore.

Le parti possono recedere dal contratto dando il preavviso entro un adeguato termine; tuttavia il

contratto d’affitto si può sciogliere per interdizione, inabilitazione, o insolvenza dell’affittuario.

Nel caso l’affittuario muoia, i suoi eredi entro 6 mesi possono decidere di recedere dal contratto.

91. Affitto di fondo rustico. L’affitto di fondo rustico è il contratto con il quale il locatore si

obbliga a far godere all’affittuario di un fondo rustico, contro un corrispettivo in denaro.

L’affittuario, se è un coltivatore diretto, gode di una serie di agevolazioni come il pagamento di

un canone inferiore, il diritto di prelazione, ecc…..

Per fondo s’intende un terreno colto e produttivo senza tener conto delle dimensioni.

Gli obblighi del locatore sono:

1. consegnare il fondo rustico e tutti gli accessori in condizioni tali da essere utilizzati per

l’uso a cui è destinato;

2. garantire il fondo da vizi, da molestie, e garantire l’idoneità del fondo.

La durata minima dell’affitto di fondo rustico è di 15 anni e durata diversa è decisa per i

territori montani; la durata può anche essere decisa da patti stipulati a livello nazionale.

Le parti possono recedere dal contratto solo dopo un preavviso, comunicato almeno 1 anno

prima della scadenza.

Il locatore in presenza di inadempimento dell’affittuario può esercitare il suo diritto di ripresa,

e quindi estinguere il rapporto con la risoluzione per inadempimento; il conduttore può fermare

tale azione offrendo di sanare il suo inadempimento.

Gli obblighi dell’affittuario sono: curare e gestire con buona tecnica il fondo, pagare il canone,

restituire il fondo alla scadenza.

Il canone deve essere tassativamente un importo in denaro che può essere ridotto in caso di

calamità o avversità atmosferiche.

Per quanto riguarda i miglioramenti:

• se sono apportati dal locatore, comportano un aumento del canone;

• se sono apportati dall’affittuario, quest’ultimo, alla consegna del bene, avrà diritto ad

un’indennità a seguito dell’incremento di valore di mercato del fondo.

92. Leasing. Il leasing è il contratto con il quale una parte (concedente) si obbliga ad acquistare

su indicazione di un'altra parte (utilizzatore) un determinato bene per poi darlo in godimento

all’utilizzatore il quale, alla scadenza del termine, ha la possibilità di: acquistare il bene, di

rinnovare la sua utilizzazione o di restituirlo.

L’utilizzatore deve pagare un canone a rate al concedente e si assume tutti i rischi inerenti al

bene; alla scadenza del termine egli può acquistare la titolarità del bene pagando un corrispettivo

che di solito è simbolico.

Secondo che il bene sia suscettibile ad obsolescenza e a deterioramento, il leasing si differisce in:

• leasing di godimento che ha per oggetto un bene suscettibile ad obsolescenza e

deterioramento; in questo caso il leasing svolge una funzione di finanziamento ed è un

rapporto di durata, in quanto la possibilità dell’utilizzatore di acquistare il bene dipende

da una contrattazione marginale e accessoria; 133

• leasing traslativo che ha per oggetto un bene non soggetto ad alterazione, obsolescenza o

deterioramento; la sua finalità è quella di far acquistare all’utilizzatore la proprietà della

cosa alla scadenza, in quanto si reputa che il pagamento del canone è già un pagamento

anticipato del prezzo.

Il leasing non ha per tutti la stessa giustificazione causale: infatti, secondo alcuni è un contratto

di affitto o locazione con il godimento del bene; secondo altri è una vendita con riserva di

proprietà, in quanto la titolarità del bene potrebbe essere acquistata con il pagamento dell’ultima

rata; secondo altri ancora è un contratto con mera funzione di finanziamento.

Per quanto riguarda la risoluzione:

• se il leasing è considerato come un contratto di durata, la risoluzione non pregiudica le

prestazione già eseguite e quindi sono irripetibili;

• se il leasing è considerato come una vendita, all’utilizzatore spetta una restituzione

parziale delle rate, mentre al concedente spetta un equo indennizzo per l’utilizzazione

del bene.

In caso di fallimento dell’utilizzatore, il problema del leasing è risolto secondo alcuni con la

disciplina fallimentare, secondo altri sono gli organi fallimentari a decidere se sciogliere o meno

il contratto di leasing.

Il leasing operativo si verifica quando il concedente è anche produttore del bene consegnato

all’utilizzatore.

Per quanto riguarda il leasing di beni immobili:

• si parla di locazione quando il prezzo finale è elevato e corrisponde al valore reale del

bene, e il canone versato è considerato come pagamento del solo godimento:

• si parla di vendita quando il prezzo finale è basso e non corrisponde al valore reale del

bene, ed il canone versato è considerato come pagamento rateizzato del valore del bene.

Altro problema riguarda la tutela del diritto dell’utilizzatore dell’acquisto finale, in quanto il

concedente, durante il contratto, potrebbe alienare il bene a terzi.

Una variazione del leasing è il sale and lease back: esso è il contratto con il quale un

imprenditore vende un suo bene al concedente che poi glielo concede in leasing; la funzione di

questo contratto è quella di fornire un’immediata liquidità all’imprenditore, senza perdere

l’utilizzazione del bene. Esso ha anche una funzione di garanzia e non elude il divieto del patto

commissorio, perché l’ammontare dei canoni è proporzionale al valore del bene, e non vi è

quindi quella sproporzione tra il bene offerto e il credito.

93. Comodato. (art. 1803 c.c.) Il comodato (quasi commodo datum) è il contratto con il quale

una parte (comodante) dà ad un’altra parte (comodatario) una cosa inconsumabile, mobile o

immobile, affinché possa servirsene per un determinato tempo, con l’obbligo per il comodatario

di restituire il bene alla scadenza.

Il comodato è un contratto reale, perché si perfeziona con la consegna della cosa ed è

essenzialmente gratuito, a differenza della locazione che è onerosa.

Il comodato è detto modale, quando a carico del comodatario ci sono gli oneri di manutenzione e

condominiali, pur conservando la gratuità del contratto.

Il comodato è un prestito d’uso, perché il comodatario è detentore della cosa e non può

disporne; invece il mutuo è un prestito di consumo, perché il mutuatario, alla consegna, diventa

proprietario del bene, con l’obbligo di restituire alla scadenza non la stessa cosa, ma una cosa di

eguale qualità e quantità.

Il comodato può avere ad oggetto solo beni inconsumabili, tuttavia può avere ad oggetto anche

una somma di denaro e si parla di comodato ad pompam.

Il comodatario può e deve utilizzare la cosa, a differenza del depositario cui è vietato l’uso.

Il comodato è visto anche come un contratto bilaterale imperfetto, perché sorgono

obbligazioni solo a carico del comodatario; esse sono: obbligo di custodire la cosa con la

diligenza del buon padre di famiglia, obbligo di utilizzare la cosa entro le funzioni e gli usi

determinati dal contratto, obbligo di non concedere l’utilizzo della cosa comodata a terzi. 134

La violazione di tali obblighi determina la possibilità per il comodante di chiedere la restituzione

immediata della cosa, oltre il risarcimento del danno.

La restituzione può essere chiesta quando c’è bisogno urgente e imprevisto del comodante, o

quando il comodato è stipulato a tempo indeterminato (comodato precario).

Se il comodatario muore, il comodante può richiedere la risoluzione del contratto con la

restituzione del bene.

Gli obblighi del comodante sono quelli di consegnare la cosa senza vizi, in quanto, se tali vizi

recano danno al comodatario ignaro, il comodante è tenuto al risarcimento del danno subito.

c. Contratti relativi ad esecuzione di opera e servizi.

94. Appalto. L’appalto è il contratto con il quale un soggetto (appaltatore), mediante la sua

organizzazione di mezzi necessari e a proprio rischio, assume l’obbligazione di compiere per un

altro soggetto (committente) un’opera o un servizio contro un corrispettivo di denaro.

L’appaltatore dispone di un’organizzazione di mezzi e assume a proprio rischio la gestione e

l’eventuale inefficienza di tale organizzazione.

L’appalto si differenzia dalla vendita perché ha per oggetto un’obbligazione di fare, mentre la

vendita ha per oggetto un’obbligazione di dare.

Gli appalti possono essere privati, se il committente è un privato, e pubblico, se il committente

è lo Stato o un ente pubblico.

L’appalto è un contratto a intuitu personae, in quanto si fonda sulla fiducia che il committente

ripone nell’appaltatore per la sua professionalità: ne consegue che il subappalto può essere fatto

dall’appaltatore solo previa autorizzazione del committente. Il subappalto è il contratto con il

quale l’appaltatore cede ad un terzo il suo appalto.

L’appaltatore deve eseguire l’opera o il servizio secondo le modalità pattuite.

L’appalto ha forma libera, ma nella pratica esso è fatto per iscritto.

L’appalto essendo un rapporto di durata è sottoponibile a modifiche; il codice disciplina tre

ipotesi di modifica: 1) variazioni concordate tra le parti; 2) variazioni necessarie per l’esecuzione

dell’opera a regola d’arte; 3) variazioni ordinate dal committente.

Il committente, al fine di tutelare il suo interesse a ricevere un ottimo risultato, può verificare

l’operato dell’appaltatore sia durante i lavori, mediante un tecnico che controlla lo svolgimento

dei lavori, sia alla fine dei lavori con il collaudo che verifica se il risultato è conforme al

progetto. Il collaudo deve essere fatto prima di ricevere la consegna dell’opera, perché, nel

momento in cui il committente riceve la consegna, si ritiene che l’opera sia stata accettata.

Durante l’esecuzione si possono verificare degli eventi che pregiudicano l’esecuzione: se tali

eventi non sono imputabili a nessuno, il rischio è distribuito equamente tra le parti.

Le parti possono sciogliere anticipatamente il contratto: se a recedere è il committente,

all’appaltatore spetta un indennizzo per le spese e i lavori eseguiti. Nel caso l’appaltatore muore,

il committente può decidere di recedere dal contratto se egli non nutre fiducia per gli eredi.

Il corrispettivo per l’appalto è calcolato o rispetto all’opera o rispetto alla misura; il prezzo è

suscettibile a modifiche se si verificano circostanze imprevedibili o in base alla sorpresa

geologica. Tuttavia le parti possono convenire o che il prezzo resti fisso e invariato per l’intera

esecuzione oppure possono decidere che il prezzo sia adeguato automaticamente secondo la

clausola Istat.

Il corrispettivo deve essere versato, di regola, solo dopo l’accettazione dell’opera; tuttavia, non è

escluso che può essere pagato man mano secondo gli stati di avanzamento dei lavori.

L’appaltatore deve garantire che l’opera non sia viziata e nel caso lo fosse, è onere del

committente denunciare il vizio entro 60 gg dalla scoperta; il termine di prescrizione dell’azione

di denuncia è di 2 anni.

Garanzia più ampia è offerta per gli edifici a lunga durata: i vizi possono essere denunciati entro

10 anni dall’esecuzione e al committente spetta un risarcimento del danno. 135

95. Contratto di opera. Il contratto di opera è il contratto con il quale un soggetto, contro un

corrispettivo, si obbliga a compiere un’opera o un servizio per un altro soggetto con mezzi

propri, caricandosi del rischio e senza vincolo di subordinazione.

Il contratto di opera ha delle affinità e delle differenze con l’appalto: le differenze sono che nel

contratto di opera, il soggetto, la maggior parte delle volte artigiano, esegue la prestazione in

prima persona senza usufruire di lavoro subordinato, invece, nell’appalto, l’appaltatore per

seguire l’opera utilizza il lavoro subordinato di altre persone; le affinità sono che in entrambi i

contratti vi è un’indipendenza tra commissionario e committente e viene applicata la stessa

disciplina per l’esecuzione del rischio.

96. Contratto di prestazione di opera intellettuale. Il contratto di prestazione di opera

intellettuale è un contratto di opera che ha per oggetto l’esercizio di una professione

intellettuale, che richiede l’iscrizione in appositi albi o elenchi (avvocato, medico, ecc…).

É un contratto ad intuitu personae, cioè deve essere svolto personalmente dal professionista il

quale non può avvalersi di collaboratori, salvo se è consentito dal contratto o dagli usi: se si

avvale dei collaboratori, il professionista è responsabile dell’operato di questi.

Un requisito fondamentale è che il professionista deve essere iscritto nell’albo o nell’elenco

relativo alla sua professione.

Al professionista spetta un compenso (c.d. onorario) che comprende non solo il pagamento della

prestazione offerta, ma anche le spese sostenute; tale compenso è determinato o dall’accordo

delle parti o, in mancanza dei tariffari, dal giudice.

Il professionista può ricevere anche un palmario, che è un ulteriore confuso per l’opera svolta;

egli può anche esercitare il diritto di ritenzione delle cose e dei documenti ricevuti dal cliente,

purché tale diritto sia esercitato solo nel periodo dell’esecuzione della prestazione.

Il cliente può sempre recedere dal contratto, ma al professionista spetta comunque il pagamento

del compenso e il rimborso delle spese; il professionista può recedere dal contratto solo se esiste

una giusta causa e solo se tale recesso non pregiudichi la situazione del cliente.

Il professionista è responsabile solo per dolo o colpa grave; tale responsabilità per il medico e il

chirurgo riguarda il dolo o colpa grave causati dalla loro impreparazione professionale.

97. Mandato. Il mandato (art. 1703 c.c.) è il contratto con il quale un soggetto (mandatario) si

obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto di un altro soggetto (mandante).

Nel mandato si ravvisa, in generale, solo un interesse del mandante. Tuttavia nell’esecuzione del

mandato si può intravedere anche un interesse del mandatario; è l’esempio di un mandato per

una riscossione di un credito: se il mandatario è un creditore del mandante, è anche suo (del

mandatario) interesse che l’esecuzione vada a buon fine (mandato in rem propriam).

Il mandato può essere:

● speciale; quando riguarda il compimento di uno o più atti specifici;

● generale; quando riguarda il compimento di tutti gli atti del mandante, non

comprendendo però quelli di straordinaria amministrazione;

● con rappresentanza; il mandatario agisce non solo per conto ma anche per nome del

mandante e l’atto produrrà gli effetti direttamente nella sfera giuridica del mandante;

● senza rappresentanza; il mandatario agisce solo per conto del mandante e l’atto

produrrà gli effetti nella sfera giuridica del mandatario: quest’ultimo poi ha l’obbligo di

trasmettere gli effetti al mandante con un successivo e distinto atto. In questo caso non si

creano rapporti diretti tra mandante e terzo perché l’atto produrrà gli effetti prima per il

mandatario e solo dopo per il mandante.

Il mandato è un contratto consensuale ad effetti obbligatori; esso è un contratto non formale.

Tuttavia, per i mandati con rappresentanza, la procura deve avere la stessa forma richiesta per

l’atto da compiere; è, comunque, richiesta la forma scritta anche per il mandato senza

rappresentanza, perché il mandato svolge la stessa funzione del contratto preliminare, in quanto

consiste in un obbligo a ritrasferire.

Il mandato è un contratto per lo più oneroso: il compenso del mandatario è stabilito o dalle parti

o dalle tariffe prestabilite o dal giudice; non si esclude, comunque, un mandato gratuito. 136

Il mandato produce obbligazione per entrambi le parti; esso si differenzia dalla procura perché

nel mandato vi è l’obbligo per il mandatario di compiere atti per conto del mandante, mentre,

nella procura, che è atto unilaterale, non ci sono obblighi per il procuratore di agire per conto del

rappresentato.

Gli obblighi del mandatario sono di: eseguire il mandato con la diligenza del buon padre di

famiglia, di attenersi alle istruzioni ricevute, di non eccedere dai limiti del mandato, di informare

il mandante, di custodire le cose ricevute dal mandante, di consegnare al mandante le cose

ricevute da terzi.

Gli obblighi del mandante sono di fornire al mandatario i mezzi necessari per l’esecuzione del

mandato, di rimborsare al mandatario le spese e le anticipazioni, di risarcirgli i danni subiti, di

pagargli il compenso.

Il mandatario ha il diritto di soddisfarsi sui crediti pecuniari sorti dagli affari che ha concluso con

precedenza sul mandante e sui suoi creditori.

Il mandato pluripersonale si ha quando il mandato è conferito a più persone: esse possono

agire disgiuntamente oppure congiuntamente, ma per il mandato congiunto è richiesto il

consenso di tutti i mandatari.

Il mandato collettivo è il mandato conferito da più mandanti ad un solo mandatario, ad esempio

quando più comproprietari di un immobile conferiscono il mandato a vendere il bene ad un

soggetto: la revoca del mandato ha efficacia solo se fatta da tutti i mandati o se ricorre una giusta

causa.

Il mandato si estingue per: scadenza del termine, compimento dell’affare, rinunzia del

mandatario, revoca del mandante per giusta causa salvo che le parti abbiano stipulato una

clausola di irrevocabilità.

Il mandato per volontà delle parti può anche non estinguersi nel caso il mandante muoia; è il c.d.

mandato post mortem.

98. Commissione. La commissione è un sottotipo di mandato e più precisamente di mandato

senza rappresentanza; essa è il contratto con il quale il commissionario si obbliga, con nome

proprio, a stipulare contratti di acquisto o di vendita per conto del committente.

Tale contratto è molto utilizzato nella pratica degli affari: esso ha lo stesso schema del mandato

senza rappresentanza.

La commissione è un contratto generalmente oneroso; difatti, al commissionario spetta un

compenso (provvigione) che è determinato o dalle parti o secondo gli usi del luogo dove è

concluso l’affare o dal giudice. Tale compenso può aumentare ulteriormente quando il

commissionario si sia obbligato allo “star del credere”, ossia quando garantisce personalmente

l’esecuzione del terzo contraente.

Nel caso il commissionario entri nel contratto, ossia quando acquisti i beni che doveva vendere

oppure fornisce i beni che doveva acquistare, il suo (del commissionario) diritto alla provvigione

è conservato.

Il committente può revocare la commissione prima che il commissionario concluda l’affare che

gli è stato conferito; tuttavia, al commissionario spetta una parte della provvigione, calcolata in

base alle spese sostenute e all’opera prestata.

99. Agenzia. L’agenzia è il contratto con il quale un soggetto (agente), contro un corrispettivo,

si assume lo stabile incarico di promuovere la conclusione di contratti in una determinata zona

per conto di un altro soggetto (preponente). Tale materia è stata più volte rivista e una radicale

modifica è stata quella di ritenere necessaria l’iscrizione in appositi registri per coloro che

volessero praticare tale professione.

L’agenzia è un contratto con attività materiale e non giuridica come il mandato: l’agente deve

solo promuovere i contratti per il preponente e non concluderli. Tuttavia all’agente può essere

conferita sia la rappresentanza che il mandato e in questi casi viene applicata la specifica

disciplina della rappresentanza o del mandato.

Un diritto del preponente è quello di avere l’esclusiva verso un agente, cioè quest’ultimo

(l’agente) si obbliga a promuovere in una determinata zona solo quel preponente (diritto di

137

esclusiva); tuttavia, anche l’agente può avvalersi del diritto di esclusiva, dove il preponente si

obbliga a farsi promuovere in quella determinata zona solo da quell’agente.

A differenza del mediatore, l’agente è legato al preponente da un rapporto di collaborazione e,

quindi, l’agente, nel compiere la promozione, deve attenersi alle istruzioni del preponente.

L’agente non è un lavoratore subordinato anche se è sindacalmente organizzato: difatti, il

contratto di agenzia si uniforma a quelli stipulati dai rappresentanti di categoria.

L’agenzia è un contratto oneroso; all’agente spetta una provvigione che è calcolata in

percentuale sugli affari da lui promossi o conclusi dal preponente. Affinché l’agente possa

ricevere la provvigione, egli deve essere iscritto in appositi registri; l’agente ha diritto alla

provvigione anche quando l’affare è concluso direttamente dal preponente nella sua zona (salvo

patto contrario); quando l’affare non è stato concluso per causa imputabile al preponente;

quando, dopo lo scioglimento dell’agenzia, l’affare è stato concluso dal preponente solo in

conseguenza all’attività svolta dall’agente.

Gli obblighi dell’agente, oltre quelli di rispettare l’esclusiva e le istruzioni ricevute, sono di

informare il preponente sulle condizioni del mercato della zona assegnatagli; di valutare la

convenienza dei singoli affari; di comunicare al preponente la sua non possibilità a eseguire

l’incarico.

Gli obblighi del preponente sono quelli di agire con lealtà e buona fede; di rispettare

l’esclusiva; di pagare il corrispettivo.

La forma scritta è necessaria affinché entrambe le parti abbiano una copia del contratto.

Il contratto è di durata e può essere a tempo determinato o indeterminato; il recesso è consentito

solo dopo un adeguato preavviso. Quando il contratto si è estinto per causa non imputabile

all’agente, il preponente è obbligato a pagare all’agente un’indennità.

100. Mediazione. La mediazione è il contratto con il quale un soggetto (mediatore) mette in

relazione due o più soggetti per la conclusione di un affare, senza essere legato ai soggetti da

vincoli o rapporti di collaborazione; se il contratto è concluso, al mediatore spetta una

provvigio0ne da ciascuna delle parti.

Affinché il mediatore possa percepire la provvigione, è necessario che egli sia iscritto in un

apposito registro pena la restituzione di tutto ciò che ha ricevuto come pagamento della

mediazione.

A differenza dell’agenzia, la mediazione è caratterizzata dall’imparzialità e dall’autonomia che

configurano la totale assenza di dipendenza, di rappresentanza o di collaborazione del mediatore

con una delle parti; la mediazione, appunto perché è imparziale, è inconciliabile con la

rappresentanza.

Il contratto di mediazione è consensuale e può essere concluso anche con il conferimento

dell’incarico da parte di una sola delle parti; quest’ultima (cioè quella parte che ha incaricato il

mediatore) è obbligata a rimborsare le spese al mediatore anche se il contratto non si è concluso,

salvo patto contrario. Se anche l’altra parte conferisce l’incarico al mediatore, non sorge un altro

vincolo contrattuale, in quanto quest’ultima diviene parte del contratto di mediazione già

stipulato dall’altra parte con il mediatore.

Molti discussioni sono state avanzate circa il ruolo della mediazione nella conclusione del

contratto: una parte della dottrina ritiene che la conclusione del contratto dipende dalla

mediazione in base anche da alcuni effetti che la mediazione produce indipendentemente dalla

conclusione o meno del contratto; altri, invece, ritengono che la mediazione è un elemento

costitutivo di una fattispecie più complessa.

Affinché il mediatore abbia diritto alla provvigione, è necessario che ci sia un rapporto di

casualità tra l’attività del mediatore e la conclusione dell’affare. Per affare si intende qualsiasi

operazione economica giuridicamente vincolante; non è da ritenersi affare, per esempio, il

matrimonio.

La provvigione, che deve essere versata da entrambe le parti al mediatore, è calcolata o in base a

degli accordi o dalla Camera di Commercio; se vi sono più mediatori, essi hanno diritto ad una

quota della provvigione. 138

L’obbligo del mediatore è quello di informare costantemente le parti circa la validità e la

sicurezza dell’affare, pena il pagamento di un’ammenda. Nel caso il mediatore nella conclusione

del contratto non comunichi ad una parte il nome dell’altra, egli (il mediatore) ne risponde

dell’esecuzione, subentrando nei diritti della parte non nominata.

101. Brokeraggio. Nel campo della distribuzione dei prodotti di assicurazione si è affermata da

un po’ di tempo la figura del broker o mediatore finanziario.

Il broker è quel soggetto che mette in relazione quei soggetti che intendono assicurarsi contro

rischi con le imprese di assicurazione o di riassicurazione con le quali il broker non alcun

rapporto di collaborazione e di dipendenza.

Il broker non è da paragonarsi al mediatore, in quanto egli (il broker) agisce per conto del cliente

ricercandogli la migliore copertura assicurativa al minor costo: viene a mancare cos’ il

presupposto dell’imparzialità tipico della mediazione.

L’atipicità del contratto di brokeraggio è confermata dal fatto che il broker ha diritto ad un

compenso, calcolato in percentuale sul premio assicurativo, versato non dal cliente ma

dall’assicuratore.

102. Deposito. Il deposito è un contratto con il quale un soggetto (depositario) riceve da un latro

soggetto (depositante) una cosa mobile con l’obbligo di custodirla e di restituirla in natura (cioè

nello stesso stato in cui la cosa si è ricevuta). È un contratto reale.

Il deposito è un contratto che si perfeziona con la consegna; tuttavia, può essere anche

consensuale. Esso può essere sia a titolo oneroso che a titolo gratuito: se è a titolo gratuito, il

deposito è visto come un contratto unilaterale in quanto obbliga solo il depositario; se è a titolo

oneroso, esso è considerato come un contratto a prestazioni corrispettive in quanto esiste un

nesso sinallagmatico tra l’obbligazione del depositario di restituire e l’obbligo del depositante un

compenso e viene applicata la specifica disciplina.

Il deposito può avere come oggetto beni mobili o l’universalità di mobili.

Il deposito è detto irregolare quando ha per oggetto denaro o cose fungibili e il depositario può

disporre del bene anche con il consenso implicito del depositante: un esempio è il deposito

bancario.

Gli obblighi del depositario sono di custodire la cosa con la diligenza del buon padre di

famiglia, di non usarla o darla in deposito senza il consenso del depositante, di restituire la cosa

insieme ai frutti che ha prodotto; gli obblighi del depositante sono di rimborsare le spese di

custodia, di pagare il compenso al depositario se il deposito è a titolo oneroso.

Se il depositario perde la detenzione della cosa per fatto a lui non imputabile è liberato ma deve

denunciare immediatamente il fatto al depositante, pena risarcimento del danno.

Una particolare disciplina è applicata al deposito nei magazzini generali: una prima

caratteristica è che questi magazzini sono delle imprese che svolgono un servizio pubblico e

quindi devono applicare tariffe predeterminate dal Ministero dell’Industria e da leggi speciali;

altra caratteristica è la facoltà del depositante di richiedere il rilascio della fede di deposito e

della nota di pegno: essi sono documenti che danno a chi li possiede il potere di disporre delle

merci.

Il legislatore ha disciplinato anche il deposito alberghiero, disponendo che gli alberghi devono

fornire un’adeguata protezione da furti e danneggiamenti alle cose del cliente; tuttavia, il

risarcimento del danno è ripartito fra le parti nel caso l’esercente (l’albergatore) non è da

considerarsi in colpa. L’albergatore, nel momento in cui è stato concluso il contratto di deposito,

risponde illimitatamente per le cose consegnate; nel caso in cui non è stato concluso alcun

contratto di deposito con il cliente, l’albergatore ne rispende limitatamente per il deterioramento,

furto e distruzione.

Per quanto riguarda l’attività del ristorante, l’esercente (il ristoratore) garantisce solo per le cose

che sono di intralcio al cliente; la responsabilità è illimitata se il danno è reputabile all’esercente

o ad uno dei suoi ausiliari. L’esercente non risponde se il cliente denunci il danno con

ingiustificato ritardo o quando il danno è imputabile al cliente, imputabile a forza maggiore o alla

natura della cosa. 139

Ulteriore atipicità è presente nel contratto di deposito di parcheggio, dove gli obblighi di

consegna e di restituzione si estendono anche alle cose di pertinenza del mezzo (es: autoradio),

salvo patto contrario.

103. Trasporto. Il trasporto (art. 1678 c.c.) è il contratto con il quale un soggetto (vettore) si

obbliga, contro un corrispettivo, a trasferire persone o cose da un luogo ad un altro.

Il trasporto è un contratto consensuale, perché si perfeziona con l’accordo delle parti, è non

formale, in quanto non prescritta alcuna forma, è a prestazioni corrispettive ed è inquadrato tra i

contratti di risultato, dove il soggetto obbligato garantisce non solo l’adempimento della

prestazione ma anche la buona riuscita dell’opera.

Al trasporto sono applicate le norme del codice civile, salvo deroghe dettate dal codice della

navigazione e da leggi speciali. Tuttavia, le norme si distinguono in base all’oggetto, alle

modalità e ai mezzi di trasporto: quanto all’oggetto, il trasporto può essere di cose, dove il

vettore prende in custodia le cose da trasportare, e di persone, dove il vettore deve garantire

l’incolumità del passeggero durante il trasporto; quanto alle modalità, il trasporto può essere

terrestre, marittimo ed aereo; quanto ai mezzi, il trasporto può avvenire su gomma, su ferrovia o

per fune.

Il contratto di trasporto di cose per ferrovia è un contratto reale che si perfeziona con la

restituzione della ricevuta di spedizione dell’agente.

Nel trasporto di persone, il vettore è obbligato a trasferire da un luogo all’altro il viaggiatore,

garantendogli l’incolumità durante il viaggio e garantendogli l’esatta esecuzione del trasporto.

Nel caso si verificano sinistri durante il viaggio, il viaggiatore, per ottenere il risarcimento, deve

dimostrare l’esistenza di un contratto di trasporto, l’esistenza del danno e l’esistenza di un nesso

di casualità tra il danno e il trasporto; il vettore, per superare tale presunzione e quindi per

scagionarsi dal risarcire il danno, deve dimostrare che ha adottato tutte le misure idonee per

evitare il danno e deve dimostrare che il danno non è imputabile a lui, ma a forza maggiore o a

caso fortuito o a terzi.

Il contratto di trasporto, oltre che oneroso, può essere gratuito, ed è applicata la stessa disciplina

del contratto oneroso, e può essere amichevole, quando è dettato da un dovere sociale; il

contratto amichevole è sottoposto alla disciplina della responsabilità extracontrattuale.

Nel trasporto di cose, il vettore si obbliga a trasferire da un luogo all’altro delle cose,

garantendo di custodirle: infatti, il vettore è responsabile nel caso di perdita o avaria, salvo il

caso in cui perdita o avaria sono collegate al caso fortuito.

La giurisprudenza per caso fortuito intende il furto commesso con violenza o minaccia, l’evento

naturale e l’incendio.

Tuttavia, il mittente, per ottenere il risarcimento, deve provare di avere un contratto di trasporto e

che esiste un nesso di casualità tra il danno e il trasporto.

Nel contratto di subtrasporto, un vettore si assume l’obbligazione dell’intero trasporto ma ne

esegue sono una parte del percorso, mentre la restante parte è eseguita da altri vettori.

A differenza del contratto di subtrasporto, nel trasporto con rispedizione di merce, il vettore si

qualifica tale solo per la parte di percorso da lui eseguita, mentre per la restante parte si qualifica

come spedizioniere mandatario.

Con il trasporto cumulativo, più vettori si obbligano al trasporto solo per la parte di percorso da

loro eseguita; circa la responsabilità: se il trasporto cumulativo ha ad oggetto trasporto di

persone, ciascun vettore è responsabile solo per i danni verificatisi nel suo percorso; se il

trasporto cumulativo ha per oggetto trasporto di cose, è prevista una responsabilità solidale per

tutti i vettori.

Per quanto riguarda i trasporti internazionali, essi sono disciplinati dalla Convenzione di Ginevra

e da altri trattati che sono stati stipulati dall’UE.

104. Noleggio; rimorchio. Con il noleggio, un soggetto (noleggiante) si assume l’obbligo di

compiere con una determinata nave uno o più viaggi prestabiliti, entro un determinato periodo di

tempo e contro un corrispettivo (nolo). 140

La differenza tra noleggio e trasporto sta nel fatto che nel trasporto, il vettore si obbliga a

trasportare cose o persone; nel noleggio, il noleggiante si obbliga solo di fare viaggi.

Il rimorchio-trasporto è un trasporto per acqua finalizzato a spostare elementi rimorchiati da

consegnare al rimorchiatore. Se l’elemento da rimorchiare è privo di equipaggio, tale elemento

deve essere necessariamente consegnato al rimorchiatore; se sull’elemento vi è l’equipaggio, il

rimorchiatore deve garantire non solo il trasporto, ma anche la custodia delle cose trasportate e

degli elementi rimorchiati.

Nel rimorchio-manovra, il rimorchiatore fornisce solo l’energia per effettuare la manovra e non

vi è la consegna della cosa da rimorchiare al rimorchiatore.

Al fine di disciplinare questa materia, è stato introdotto il contratto di logistica che regolamenta

tutte le attività di movimento e di trasporto dei prodotti.

105. Spedizione. (art. 1737 c.c.) Il contratto di spedizione è un mandato senza rappresentanza

che consiste nella conclusione, per conto del mandante, di un contratto di trasporto con le

operazioni accessorie.

L’ordine di spedizione evita al mittente la ricerca di vettori disposti a fare il trasporto e le

operazioni accessorie; tale ordine è revocabile fino a quando lo spedizioniere non ha concluso il

contratto di trasporto.

Lo spedizioniere, quindi, conclude contratti di trasporto per conto del mittente ma in nome

proprio; allo spedizioniere spetta una retribuzione calcolata in accordo fra le parti, o in base a

tariffari, o in base agli usi del luogo.

Allo spedizioniere è applicata la stessa disciplina del mandato; egli è responsabile solo per colpa

commessa nella scelta del vettore e nella trasmissione dei dati a questi, ma non è responsabile

dell’operato dell’impresa di trasporto.

La figura dello spedizioniere-vettore si ha quando lo spedizioniere, dopo la conclusione del

contratto di trasporto, se ne assume l’esecuzione sia direttamente, sia utilizzando altri soggetti.

Questo tipo di contratto per alcuni è da considerarsi un contratto di trasporto, per altri si tratta di

un ingresso dello spedizioniere nel contratto di trasporto.

La figura dello spedizioniere, con l’avvento di nuove tecniche di trasporto (containers, pallets),

ha subito moltissime modifiche, soprattutto in campo internazionale; infatti, è scomparsa la

figura del semplice spedizioniere, lasciando il posto ad un operatore che è dotato di grandi poteri

decisionali e di controllo.

Altra innovazione è che la conclusione del solo contratto di trasporto, senza le operazioni

accessorie da parte dello spedizioniere, è un’eccezione, perché le operazioni accessorie non sono

più considerate tali, ma anzi, sono operazioni strettamente legate, e quindi necessarie

all’esecuzione del trasporto.

106. Contratti di crociera turistica e di viaggio. Il contratto di crociera turistica è il contratto

con il quale l’organizzatore si assume l’obbligo di trasportare i croceristi per un viaggio con

ritorno al punto di partenza, fornendo altre prestazioni accessorie a bordo come il vitto e

l’alloggio; tale contratto si colloca nel trasporto, a differenza del contratto di viaggio turistico,

dove l’organizzatore si assume l’obbligo di fornire prestazioni diverse dal trasporto: la differenza

sta nel fatto che nel contratto di crociera sono inglobate anche le prestazioni accessorie, mentre

nel contratto di viaggio le prestazioni accessorie non sono inglobate nel contratto.

La convenzione di Bruxelles, sul contratto di viaggio, distingue 2 diverse fattispecie:

● contratto ad organizzazione di viaggio; è il contratto con il quale l’organizzatore si

assume, contro un corrispettivo, l’obbligo di procurare al cliente un insieme di prestazioni

comprendenti il trasporto, il soggiorno e tutte le altre prestazioni accessorie;

● contratto di intermediazione di viaggio; è il mandato con il quale l’organizzatore si

assume, contro un corrispettivo, l’obbligo di procurare al mandante un contratto di

organizzazione di viaggio (il contratto sopra-analizzato). 141

107. Altri contratti turistici. Esistono molteplici contratti turistici:

1. contratto d’albergo: è un contratto consensuale ad effetti obbligatori; con esso

l’albergatore si obbliga, dietro un corrispettivo, a fornire al cliente molteplici prestazioni

come il vitto, l’alloggio, la pulizia, ecc…, al fine di rendere confortevole il soggiorno.

È un contratto oneroso e nel caso il cliente non paghi, l’albergatore ha il privilegio di

soddisfarsi sulle cose portate dal cliente in albergo; egli, però, risponde illimitatamente

per le cose che gli sono state consegnate.

2. pacchetto turistico: è la combinazione di prestazioni eterogenee (non collegate fra di

loro), come l’alloggio, il trasporto e i servizi. Il consumatore-turista paga un prezzo

forfetario corrispondente alla combinazione di tutte le prestazioni. Il turista ha diritto ad

un’ampia tutela: infatti, egli deve essere informato, mediante documentazione scritta

(opuscolo, il quale vincola l’organizzatore ed il venditore), del costo del viaggio, dei

costi accessori, orari, itinerari, pasti forniti, caratteristiche dell’alloggio, ecc… Il contratto

deve essere in forma scritta in termini chiari e precisi, e al cliente deve essere rilasciata

una copia sottoscritta e timbrata dall’organizzatore e dal venditore. Nell’ipotesi di

mancato o inesatto adempimento dell’organizzatore e del venditore, questi due sono

tenuti al risarcimento del danno, salvo che riescano a provare la loro non imputabilità

dell’inadempimento.

3. contratto di ormeggio: è il contratto con il quale un soggetto, concessionario di un’area

demaniale e dello specchio d’acqua antistante, concede ad un altro soggetto, contro un

corrispettivo, il diritto ad occupare con un’imbarcazione una determinata porzione dello

specchio d’acqua, fornendogli anche i servizi accessori necessari all’imbarcazione, come

l’uso di catene, boe, ecc… Questo è un contratto misto e il concessionario ha anche

l’obbligo di custodia dell’imbarcazione e di quanto in essa contenuto, come nel deposito.

108. Merchandising. Il merchandising è il contratto con il quale il titolare di un marchio,

contro un corrispettivo, concede ad altri, in esclusiva oppure no, l’uso del suo marchio, affinché

questi ultimi (concessionari) possono utilizzarlo, per contraddistinguere i propri prodotti che

sono diversi da quelli del concedente, per un determinato periodo e per una determinata zona.

Il concedente ha il diritto di controllare la commercializzazione dei prodotti che hanno il suo

marchio, affinché il marchio non venga sminuito da prodotti scadenti e non conformi.

Il licenziatario (colui che usa il marchio), deve corrispondere un canone e rispettare lo standard

qualitativo; Nel caso egli abusi del marchio il concedente può espletare l’azione inibitoria o di

rimozione.

109. Contratto di utilizzazione del computer. Per quanto riguarda i contratti di utilizzazione

del computer, essi sono riconducibili ai tipi noti di contratti, e la particolarità sta nel fatto che

oggetto di tali contratti è un bene informatico come l’hardware (elaboratore) o il software

(programma), o entrambi; tali contratti possono avere come prestazioni un servizio di assistenza,

lo sviluppo di un software, l’addestramento personale.

110. Franchising. Il franchising è il contratto con il quale un’impresa affiliante (franchisor)

concede ad un’altra impresa affiliata (franchisee) il diritto di commercializzare determinati beni

o servizi contro un corrispettivo finanziario diretto o indiretto.

Gli obblighi del franchisor sono:

• di trasmettere le sue conoscenze scientifiche e tecniche al franchisee;

• di fornire attività di assistenza e di consulenza di gestione, sia durante la fase

dell’apertura che durante la fase di amministrazione;

• di rifornire l’affiliato dei prodotti destinati alla rivendita.

Gli obblighi del franchisee sono:

• di comprare determinati quantitativi di merce;

• di accettare l’imposizione del prezzo di vendita;

• di accettare ispezioni e controlli sull’attività anche amministrativa; 142

• a volte può succedere che il franchisee deve pagare, oltre ad un prezzo iniziale forfetario

(front fee), anche un pagamento periodico (royalties) calcolato in percentuale sul

fatturato.

Il contratto ha una durata determinata che può essere rinnovata, salvo rifiuto del franchisor;

dopo la scadenza, il contratto di franchising può anche prevedere una clausola che vieta al

franchisee di svolgere un’attività di concorrenza al franchisor.

Per quanto riguarda lo scioglimento del franchising, in molti contratti è previsto l’obbligo per il

franchisor di riacquistare le scorte del franchisee; questo avviene nel caso in cui lo scioglimento

è imputabile al franchisor.

La natura del contratto di franchising è ampiamente discussa: per alcuni è una concessione di

vendita, per la maggior parte dei dottrinari è un contratto atipico.

111. Sponsorizzazione. La sponsorizzazione è il contratto con il quale una parte (sponsee,

personaggio famoso e conosciuto, oppure i responsabili di un evento pubblico) si obbliga dietro

un corrispettivo a pubblicizzare il prodotto e il marchio dell’imprenditore (sponsor).

Talvolta lo sponsee può anche obbligarsi a pubblicizzare il prodotto con una comunicazione

pubblicitaria, utilizzando ora le sue competenze professionali, ora la sua notorietà.

La sponsorizzazione è un contratto atipico, a titolo oneroso; esso deve contenere la possibile

clausola d’esclusiva, il pagamento e le sue modalità, la durata del vincolo, gli adeguamenti in

base agli accrescimenti di vendita e di prestigio apportati dallo sponsee.

112. Catering. Il catering è il contratto con il quale un’organizzazione si obbliga a fornire un

insieme necessario di servizi al fine di soddisfare esigenze alimentari di una comunità: esempio

classico è il servizio di ristorazione nei treni, aerei e navi da crociera.

Il contratto di catering è visto come:

• un contratto di appalto di servizi, se viene fornita una complessità di servizi;

• un contratto di somministrazione, se si limita a fornire solo i pasti e non si occupa anche

della loro distribuzione.

113. Know-How. Per know-how s’intendono tutte le particolari conoscenze tecniche acquisite

sulla base di studi e ricerca che sono di norma segreti. Tuttavia, tali know-how possono essere

ceduti da un licenziante (concedente) ad un licenziatario (concessionario) anche se tali

conoscenze non sono brevettate; possono essere comunque applicate le norme penali sulla

concorrenza sleale e sulla rivelazione di segreti industriali.

Gli obblighi del licenziante sono:

• di far conoscere al licenziatario il bagaglio tecnico-scientifico da lui elaborato per

agevolare i processi produttivi;

• di fornire assistenza tecnica nella formazione del licenziatario.

Gli obblighi del licenziatario sono:

• di non divulgare le conoscenze ricevute;

• di pagare o un corrispettivo globale, o un pagamento di royalties calcolato in percentuale

sui prodotti.

Il contratto può essere a tempo determinato e alla sua scadenza il licenziatario deve restituire le

macchine al licenziante.

114. Contratto di ricerca. Il contratto di ricerca è quel contratto con il quale un finanziatore

commissiona a ricercatori l’acquisizione di nuove conoscenze scientifiche.

Il rapporto tra ricercatore e committente può avere diversa natura:

• se tale rapporto deriva da un contratto di lavoro subordinato del ricercatore, i risultati

della ricerca spettano al committente-datore di lavoro, mentre al ricercatore spetta il

diritto morale alla paternità dell’opera;

• se tale rapporto non deriva da un contratto di lavoro subordinato, al ricercatore spetta un

corrispettivo. 143

L’obbligo del ricercatore è quello di comunicare, in via esclusiva al committente, le sue

conoscenze acquisite; tuttavia il ricercatore ha diritto, oltre al corrispettivo, anche ad una licenza

gratuita.

115. Engineering. L’engineering è quel contratto con il quale l’engineer si obbliga verso il

committente o ad elaborare progetti, o ad assistere il committente nell’elaborazione del progetto,

o ad eseguire direttamente il progetto elaborato.

Con tale contratto viene offerto al committente non solo il sapere e le conoscenze di tecnici

specializzati, ma anche l’elaborazione del prodotto per cui sono state utilizzate tali conoscenze.

L’engineer garantisce al committente l’eseguibilità dei progetti elaborati e, nel caso egli abbia

assunto anche l’obbligo di eseguire il progetto, garantisce anche la funzionalità del prodotto.

d. Contratti a titolo gratuito e di liberalità.

116. Premessa. Gli atti di liberalità, sono quegli atti che producono un determinato effetto

economico consistente nell’arricchimento del patrimonio altrui, senza corrispettivo e per spirito

di liberalità.

Questi atti di liberalità realizzati in via tipica sono contratti di donazione; se sono realizzati in

via atipica sono contratti di donazione indiretta (piantagioni, costruzioni, opere fatte su suolo

altrui da un terzo a spese proprie).

La liberalità non va confusa con la gratuità, perché la liberalità incide sulla funzione del

rapporto, la gratuità incide, invece, sulla disciplina del rapporto.

Con spirito di liberalità s’intende una spontaneità dell’attribuzione e un perseguimento di un

interesse non patrimoniale del disponente.

117. Donazioni. (art. 769 c.c.) La donazione è il contratto con il quale una parte (donante)

arricchisce un’altra parte (donatario) di un diritto, o assume verso il donatario un’obbligazione

con uno spirito di liberalità.

La donazione, pur essendo un contratto fatto tra vivi, è disciplinato dalle norme che riguardano le

successioni per causa di morte, perché ci sono molte analogie come il comune carattere di

liberalità, e la possibilità di interferenze tra la donazione e la successione mortis causa.

Per spirito di liberalità la giurisprudenza intende la volontà di donare (animus donandi), ossia

di conferire ad altri un vantaggio patrimoniale senza esservi costretto, e la volontà di soddisfare

un proprio interesse non patrimoniale.

Lo spirito di liberalità non s’identifica con il motivo, ma è spinto, animato dallo stesso; il motivo

è eccezionalmente rilevante nei casi di motivo illecito e di errore di motivo. Un particolare

motivo ricorre nelle donazioni fatte per riconoscenza, per speciale rimunerazione, o

considerando i meriti del donatario; tali donazioni non possono essere revocate né per causa

d’ingratitudine, né per sopravvenienza di figli.

La donazione non va confusa con la liberalità d’uso (mance), perché nelle liberalità d’uso, non

vi è spirito di liberalità, ma una volontà di conformarsi agli usi.

La donazione obnuziale (favor matrimonii) è fatta dal donante in caso di matrimonio, sia a

favore del donatario, che a favore di entrambi gli sposi. Tale donazione si perfeziona senza

l’accettazione del donatario e i suoi effetti sono subordinati alla celebrazione del matrimonio,

perché nel caso il matrimonio fosse annullato, la donazione si ritiene nulla; anche questa

donazione non può essere revocata.

Requisito necessario e fondamentale per la validità della donazione è la capacità del donante di

disporre dei propri beni: infatti i minori, gli inabilitati e gli interdetti non hanno la capacità di

donare; tuttavia sono valide le donazioni fatte dal minore o dall’inabilitato nel contratto di

matrimonio. 144

Il legislatore prevede una maggiore tutela per il donante incapace naturalmente, in quanto, ai fini

dell’annullamento dell’atto, è richiesta solo la prova dell’incapacità di intendere e di volere.

È logicamente vietato al rappresentante legale dell’incapace di fare donazioni in nome della

persona rappresentata, perché la donazione è atto personale e, proprio per questo, è nullo il

mandato a donare, con il quale un soggetto attribuisce ad un altro la facoltà di determinare il

donatario o l’oggetto della donazione; tale mandato è valido solo se il donante ha

preventivamente determinato questi caratteri fondamentali.

La donazione a favore dei nascituri è quel contratto di donazione fatto dal donante al figlio

concepito o non di una determinata persona vivente al tempo della donazione; al genitore del

donatario spetta il potere di accettazione, ma l’amministrazione dei beni oggetto della donazione

spetta al donante, fino alla nascita del donatario.

La donazione con efficacia reale consiste nell’arricchimento del donatario mediante il

trasferimento a questi di un diritto di proprietà, di un altro diritto reale, di un diritto di credito,

della costituzione di un diritto reale di godimento, oppure di una nuda proprietà con riserva

dell’usufrutto a favore del donante.

Non possono essere oggetto di donazione i beni futuri e quindi questa donazione è nulla.

La donazione può avere anche efficacia obbligatoria: è l’esempio dell’assunzione del donante di

un’obbligazione verso il donatario che può essere anche a carattere periodico.

Nel caso di una semplice obbligazione, il diritto di credito del donatario sorge immediatamente

con la stipulazione; nel caso di una donazione con oggetto un’obbligazione periodica, l’obbligo

delle prestazioni periodiche del donante si estingue con la morte dello stesso (rendita vitalizia).

La donazione ad efficacia obbligatoria può avere come oggetto un obbligo di dare, ma anche di

fare.

La forma richiesta per la donazione è quella dell’atto pubblico, in presenza di 2 testimoni; altro

requisito per i beni mobili, è che devono essere specificati e stimati nello stesso atto o in una nota

separata.

Il requisito formale dell’atto pubblico riguarda anche l’accettazione del donatario che può essere

fatta con atto pubblico posteriore alla donazione: gli effetti si produrranno solo dopo la notifica

del donante e le parti, fino a quel momento, possono revocare la loro dichiarazione.

L’atto pubblico non è richiesto per le donazioni di beni mobili di modico valore, in quanto basta

la semplice consegna della cosa (donazione manuale).

La donazione si dice modale quando è gravata da un onere per il donatario; egli è tenuto ad

adempiere l’onere nei limiti del valore della donazione e, nel caso è inadempiente, il donante o i

suoi eredi, possono chiedere la risoluzione per inadempimento se è prevista nel contratto di

donazione. L’onere si ritiene non apposto se è illecito o impossibile.

Il modo (onere) obbliga ma non sospende, la condizione sospensiva sospende ma non obbliga, la

condizione risolutiva agisce automaticamente, a differenza della risoluzione per inadempimento

dell’onere che deve essere prevista nel contratto.

Il donante può riservarsi la facoltà di disporre di qualche oggetto o di una determinata somma

che sono compresi nella donazione.

La donazione si praemoriar è sottoposta alla condizione della morte del donante: nel momento

in cui si verifica tale evento, la donazione produce i suoi effetti.

Il donante, in caso d’inadempimento o di ritardo nell’eseguire la donazione, è responsabile solo

per dolo o colpa grave: egli deve garantire che l’oggetto della donazione sia privo di vizi,

rispondendo dell’evizione solo quando ha promesso la garanzia espressamente e il dolo o colpa

grave sono a lui imputabili; nelle donazioni modali e rimuneratorie egli è responsabile in

proporzione all’onere.

La donazione può essere revocata per ingratitudine o per sopravvenienza di figli; sono

irrevocabili la donazione rimuneratoria e quell’obnuziale.

La revocazione per ingratitudine è chiesta se il donatario ha commesso: omicidio (tentato o

concluso) del donante, del coniuge o di un suo erede; calunnia, falsa testimonianza e ingiuria

grave nei confronti del donante.

Tale revocazione può essere chiesta dal donante, o dai suoi eredi, contro il donatario e suoi eredi,

entro un termine di decadenza di 1 anno dal fatto commesso o della sua conoscenza. 145

Affinché la donazione sia revocata per sopravvenienza di figli, sono necessari 2 presupposti:

1. la mancanza di figli o discendenti legittimi, o l’ignoranza di averne al tempo della

donazione;

2. la sopravvenienza o l’apprendere l’esistenza di un figlio o di un discendente legittimo.

Un altro caso possibile per la revoca della donazione è il riconoscimento del figlio naturale

effettuato entro 2 anni dalla donazione.

L’azione di revoca della donazione per sopravvenienza di figli decade dopo 5 anni, dal giorno

della nascita dell’ultimo figlio o discendente legittimo.

Questa azione non può essere esperita dal donante dopo la morte del figlio o del discendente

legittimo.

La sentenza costitutiva di revoca fa sorgere l’obbligo al donatario di restituire i beni in natura e i

frutti maturati dal giorno della domanda al donante; nel caso i beni sono stati alienati, il

donatario deve restituire il valore che la cosa aveva al tempo della domanda.

118. Divisione. La divisione è il contratto con il quale si scioglie la comunione attribuendo ad

ognuno dei condividenti una parte di beni, di valore corrispondente o quello delle relative quote.

La divisione può avere luogo in natura e, al fine di compensare le ineguaglianze tra le quote

ereditarie, sono previsti dei conguagli in denaro.

Alla divisione prendono parte tutti i comunisti, pena la nullità dell’atto, e quindi esso si configura

come un contratto bilaterale o plurilaterale.

La divisione è un contratto a titolo oneroso e non comporta alcun trasferimento di diritti, in

quanto ha efficacia retroattiva: infatti, ciascun condividente si considera come se fosse stato

proprietario esclusivo dei beni corrispondenti alla propria quota, sin dalla conclusione della

comunione.

La divisione è un negozio dichiarativo in quanto non modifica la realtà preesistente; tuttavia, la

giurisprudenza la considera:

• o un contratto modificativo, perché provoca l’estinzione della comunione;

• o un contratto costitutivo, perché produce la nascita di molteplici diritti di proprietà.

Per quanto riguarda la forma, se ha ad oggetto beni immobili è richiesta la forma scritta, pena la

nullità dell’atto, e la trascrizione del contratto.

La divisione può essere rescissa quando uno dei condividenti prova di essere stato leso oltre ¼;

tale azione si prescrive in 2 anni dalla divisione. L’azione di rescissione della divisione può

essere troncata, se il condividente contro il quale è stata promossa l’azione, versa un

supplemento della sua porzione all’attore ed agli altri condividenti.

La divisione può essere annullata solo per violenza o dolo, e non per errore; questo perché:

• nel caso di errore di omissione di bene, opera il rimedio del supplemento;

• nel caso di errore sulla stima di beni, opera la rescissione per lesione;

• nel caso di errore sui presupposti della divisione (numero dei condividenti), la

divisione si ritiene nulla e non annullabile;

• nel caso di errore derivante da evizione, operano le norme di quest’ultima.

Per la divisione ereditaria e per la divisione di cose comuni sono applicate le stesse norme

fornite dal codice in modo dettagliato.

e. Contratti aleatori

119. Gioco e scommessa. Il gioco e la scommessa, nei casi non previsti dalla legge, non sono

considerati come un rapporto obbligatorio, ma come un’obbligazione naturale; infatti, il

venditore non può agire contro il debitore inadempiente, e il debitore non può ripetere quanto

versato, salvo nei casi di frode.

La ratio di tale principio è la futilità della causa del guadagno. 146


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Sara F

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Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Gatt Lucilla.

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