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Diritto alla riservatezza - Cass. Civ. n. 2129/75

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto dell'Informatica e delle nuove tecnologie, tenute dal Prof. Cardarelli nell'anno accademico 2011.
In particolare si riporta un riassunto della sentenza n. 2129/75 della Cassazione Civile in tema di privacy: è... Vedi di più

Esame di Diritto dell'Informatica e delle nuove tecnologie docente Prof. F. Cardarelli

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ESTRATTO DOCUMENTO

Cass. 27 maggio 1975 n. 2129

Il nostro ordinamento riconosce il diritto alla riservatezza, che consiste nella tutela di quelle

situazioni e vicende strettamente personali e familiari le quali, anche se verificatesi fuori del

domicilio domestico, non hanno per i terzi un interesse socialmente apprezzabile, contro le

ingerenze che, sia pure compiute con mezzi leciti, per scopi non esclusivamente speculativi e

senza offesa per l’onore, la reputazione o il decoro, non sono giustificati da interessi pubblici

preminenti.

Nel 1975, la Cassazíone prende decisa e diretta posizione nei confronti dei

diritto alla riservatezza. Dopo aver negato per molto tempo l'ammissibilità di

una protezione autonoma del rispetto della vita privata, il Supremo Collegio,

conformandosi ad una copiosa giurisprudenza di merito, perviene

all'affermazione che l'ordinamento giuridico riconosce e tutela l'interesse di

ciascuno a che non siano resi noti fatti o avvenimenti di carattere riservato

senza il proprio consenso.

La sentenza afferma che costituisce lesione della privacy la divulgazione di

immagini o avvenimenti non direttamente rilevanti per l'opinione pubblica,

anche quando tale divulgazione venga effettuata con mezzi leciti e per fini

non esclusivamente speculativi. Cosí si legge nella pronuncia, relativa ad una

delle controversie instaurate da Soraya Esfandiari contro alcuni giornali che

avevano pubblicato delle fotografie ritraenti l'ex-imperatrice in atteggiamenti

intimi con un uomo, nelle mura della sua abitazione.

(Omissis). - I. Il primo, il secondo ed il settimo motivo del ricorso principale,

nonché l'unico mezzo del ricorso incidentale sottopongono al giudizio di

questa Corte Suprema diverse questioni attinenti al diritto saimmagine;

questioni che saranno esaminate secondo il seguente ordine logico: A) se la

Corte d'appello abbia esattamente applicato i principi relativi alla violazione

del diritto sulla immagine; B) se abbia correttamente giudicato in tema di

sequestrabilità della stampa contenente le immagini abusivamente acquisite e

pubblicate; e) se la stessa pronuncia della Corte d'appello sia censurabile in

ordine alla configurabilità di altri provvedimenti, diversi dal sequestro vietato

dall'art. 21 Cost.

A) Il primo problema è sollevato dalla Soc. Rusconí, la quale sostiene che,

una volta riconosciuta la notorietà della persona fotografata, l'illiceítà della

pubblicazione dei servizi fotografici poteva essere affermata soltanto nel caso

si fosse violato l'unico linúte, posto dall'art. 97 legge sul diritto d'autore,

all'informazione, e cioè il concreto pregiudizio al decorso, all'onore od alla

reputazione della persona stessa; il che doveva escludersi nella specie, non

essendo state divulgate notizie « piccanti » o « scandalose ». Dal canto suo, la

Esfandiari censura col settimo mezzo dei ricorso principale la sentenza

impugnata per aver escluso nella specie l'offesa al suo decoro ed alla sua '

reputazione. Deduce, in proposito, che i servizi fotografici erano stati

realizzati con abusivi stratagemmi, proprio per cogliere atti di vita intima di

una persona che vive appartata e che non ha una spiccata personalità

mondana.

La Corte milanese ha ritenuto violato il diritto all’immagine osservando che

@< l'interesse pubblico all'informazione debba corrispondere ad un

giustificato interesse della collettività alla sempre maggiore conoscenza della

persona nota e non possa, quindi, identificarsi nella morbosa curiosità che

parte del pubblico ha per le vicende piccanti e scandalose, svoltesi

nell’intimità della casa della persona assurta a notorietà ».

La conclusione, cui sono pervenuti i giudici di merito, va condivisa,

precisandosi tuttavia la motivazione con le considerazioni che seguono.

Secondo un primo orientamento giurisprudenziale non ricorre la particolare

ipotesi giustificativa della libera divulgazione del ritratto quando la

pubblicazione dell'immagine sia stata compiuta senza alcun riferimento alle

caratteristiche della personalità ed al peculiare campo di attività dell'effigiato,

che fanno di questo una persona notoria.

Correttamente questo orientamento è stato superato, poiché, esigendosi, oltre

alla notorietà della persona, anche un collegamento dell'immagine con

l'ambiente in cui la persona stessa esplica la sua attività, si aggiungono

requisiti che non sono previsti dall'art. 97 cit., oppure si cumulano due delle

varie ipotesi, alternativamente elencate in detto articolo, che rendono,

ciascuna, lecito pubblicare il ritratto di una persona senza il suo consenso.

Nel seguire sostanzialmente tale critica, il Supremo Collegio ha affermato

che, a giustificare la pubblicazione, basta il « pubblico interesse » a

conoscere l'immagíne della persona notoria.

Si tratta,, piuttosto, di precisare se ed in quali limiti la persona celebre (per

motivi di arte, di scienza, sport, politica) o nota per i suoi delitti o le sue

disgrazie, possa in alcuni casi invocare la tutela della propria immagine, e

particolarmente quale sia la natura di questo pubblico interesse di conoscenza

della immagine altrui.

Va anzitutto premesso che le ipotesi previste dall'art. 97 della legge sul diritto

di autore, in quanto costituiscono eccezioni alla regola del divieto di

divulgazione del ritratto di una persona senza il consenso di questa (art. 96),

devono essere interpretate restrittivamente.

Un primo limite è ovviamente quello espresso nel comma secondo del citato

art. 97, quello cioè posto a tutela, piú che del diritto all'immagine, di quello

della dignità della persona, nella triplice gradazione dell'onore, del decoro e

della reputazione.

Ma, estraendo dei logici corollari dal concetto di « notorietà », va ritenuto

che la prima eccezione al menzionato divieto di divulgazione trova un limite,

non solo nell'ambito territoriale in cui esiste la notorietà di quella determinata

persona effigíata, ma soprattutto nella ratio per la quale il legislatore ha

voluto far discendere da quella notorietà la giustificazione del sacrificio

dell'interesse individuale al riserbo della propria immagine.

Già questa Corte Suprema, con sentenza n. 295 dei 1959, ha avuto occasione

di affermare che se il diritto all'immagine deve essere sacrificato per

l'attuazione di un pubblico interesse, ciò tuttavia deve avvenire nei limiti in

cui l'interesse stesso è ritenuto prevalente, allo stesso modo in cui i limiti di

esercizio di un diritto sono connaturati all'interesse concreto che ne determina

il riconoscimento da parte dell'ordinamento giuridico. Da questo principio ha

tratto la conseguenza che, quando la riproduzione, esposizione e

pubblicazione dell'immagine avvenga per uno scopo che non sia quello

legittimo di soddisfare l'esigenza di informazione, nei suoi vari aspetti, cade

la giustificazione alla pubblicazione ed opera il divieto dell'art. 96 cit.

A conferma e sviluppo di questa suprema premessa di principio, nella

indicazione dei casi di abuso dell'immagine altrui, va anzitutto affermato che

il limite connaturato al pubblico interesse protetto consente di invocare la

tutela del diritto all'immagine quando questa sia utilizzata, pur senza offesa al

decoro, all'onore od alla reputazione, per esclusivo uso lucrativo pubblicitario

di un imprenditore, anche se con mezzi diversi dal marchio.

Sarebbe, invero, assurdo ritenere che il legislatore abbia inteso privilegiare un

interesse privato di pubblicità commerciale rispetto ad un interesse non

patrimoniale della persona, dovendosi invece ravvisare la volontà legislativa

di stabilire soltanto la prevalenza fra due interessi non patrimoniali;

quefio.del pubblico all'informazione su quello individuale al riserbo della

propria immagine. li principio stabilito dall'art. 41, comma secondo, Cost.

secondo cui l'iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l'utilità

sociale, viene a convalidare ulteriormente la conclusione che, nel bilanciare i

contrapposti interessi, deve ritenersi che l'utdizzazione dell'immagine altrui

per scopi prettamente commerciali cede di fronte alla mancanza di una vera

utilità sociale ed al pregiudizio per la libertà e la dignità della persona umana.

Se non esiste, quindi, un diritto di sfruttamento commerciale del ritratto

altrui, anche se di persone notorie, non può ravvisarsi nemmeno un diritto di

altri soggetti (in genere, cronisti e giornalisti) di controllare e riferire

illimitatamente ogni aspetto della vita delle persone divenute, talvolta loro

malgrado, notorie, quando il fine, esclusivo o fortemente preminente, di tale

pubblicazione sia quello di mero lucro.

La libertà di manifestazione del pensiero costituisce uno dei fondamentali

principi del nostro ordinamento, ed i suoi limiti devono essere riconosciuti

con la dovuta cautela. Questa Corte ha recentemente affermato che il diritto

di cronaca deve ritenersi circoscritto dai limiti che l'evoluzione dottrinale e

giurísprudenziale ha elaborato e che si articolaner in una triplice condizione:

in relazione alla verità del fatto esposto, alla rispondenza ad un apprezzabile

interesse sociale ed al rispetto della riservatezza ed onorabilità della persona.

Il secondo degli indicati limiti, quello c.d. della pertinenza, coíncide con la

sopra esposta ratio dell'art. 97 cit., nel senso che anche questa norma

consente eccezionalmente che il generale divieto della divulgazione

dell'ímrnagíne altrui venga derogato quando la notorietà della persona

effigiata spieghi e giustifichi un effettivo pubblico interesse ad una maggiore

conoscenza di quella persona e ad una piú completa informazione. Ma la

sfera privata delle persone notorie, quanto piú essa è ristretta, tanto piú deve

essere tutelata da intrusioni non giustificate da alcuna rilevanza sociale.

Quanto al terzo degli indicati limiti, va osservato che, ove si riconosca la

configurabilità, entro un determinato ambito, di un autonomo diritto alla

riservatezza della propria vita privata - come sarà piú avanti dimostrato - la

portata di questo piú generale diritto, di cui ovviamente gode anche la

persona notoria, vale ad illuminare meglio l'ambito della tutela specifica

dell'ímmagine della persona stessa.

Se, quindi, la sentenza impugnata si sottrae a censura, sia pure con le

precisazioni sopraesposte, per l'affermazione della violazione del diritto

all'immagine, non costituendo il rispetto dell'onore, del decoro e della

reputazione il solo limite alla utilizzazione del ritratto della persona notoria -

il che impone il rigetto del ricorso incidentale - va, parimenti, respinto il

settimo motivo del ricorso principale, in quanto, per dimostrare che la

pubblicazione del servizio fotografico doveva ritenersi lesiva del suo decorso,

la Esfandiari espone argomenti che si risolvono in questioni di fatto, di cui

questa Corte di legittimità non può tener conto.

B) In ordine alla sequestrabilità della stampa contenente le immagini

abusivamente acquisite e pubblicate, la ricorrente principale pone tre

questioni: a) la Corte milanese avrebbe escluso la sequestrabilità sentendosi

vincolata alla pronuncia n. 122/70 della Corte costituzionale, mentre questa,

avendo natura interpretativa di rigetto, non aveva efficacia erga omnes; b) il

giudice avrebbe dovuto valutare la sussistenza dei presupposti di fatto e di

diritto relativi al provvedimento da convalidare con riferimento solo al tempo

in cui era stato richiesto ed autorizzato (luglio 1968), e non con riferimento al

momento della pronuncia della Corte costituzionale (luglio 1970); c) in ogni

caso, quando la pubblicazione dell'immagine altrui a mezzo stampa non sia

strumento di diffusione del pensiero, non gioca il terzo comma dell'art. 21

della Costituzione, che trova ragione d'essere solo nel comma primo dello

stesso articolo.

Le tre censure sono infondate.

Non può essere accolta la prima, perché la Corte di Milano non ha fatto

discendere automaticamente la sua decisione sul punto dalla pronuncia della

Corte costituzionale, ma, pur citando tale sentenza e dando ad essa il dovuto

peso, ha fornito una autonoma motivazione, dimostrando che il sequestro non

trovava un legittimo titolo nell'art. 161 della legge sul diritto d'autore, né in

base all'art. 700 c.p.c.

Per quanto riguarda la seconda censura, va premesso che, pur essendosi il

legislatore (artt. 680, 681 c.p.c.) preoccupato di far seguire il giudizio di

convalida immediatamente dopo la concessione del sequestro, non è escluso

che fra i due momenti si verifichi un mutamento della situazione di fatto o di

diritto. E va osservato che, se per sopravvenuti mutamenti è consentita anche

la revoca di un sequestro già convalidato, a maggior ragione il giudice della

convalida deve temer conto non solo della sussistenza o meno delle

condizioni che legittimavano l'autorizzazione del provvedimento cautelare al

momento in cui questo era stato chiesto e concesso, ma deve anche evitare

che il sequestro persista ingiustamente, accertando se dette condizioni

sussistano o meno al momento della convalida. Questo principio è stato già

sostanzialmente affermato dalla Suprema Corte.

Nella specie, comunque, tra il momento della concessione dei sequestro e

quello della sua convalida non vi era stato alcun mutamento della situazione

giuridica, avendo la Corte costituzionale, con la sentenza interpretativa di

rigetto n. 122 del 1970, portato soltanto un contributo chiarificatone sui

principi della Costituzione in tema di sequestro di stampa, che vigevano al

tempo in cui il provvedimento cautelare era stato disposto, ed ovviamente il

giudice della convalida ha valutato le condizioni di concessione del sequestro

con la sensibilità giuridica consona al momento in cui era chiamato a

pronunciarsi.

Né appare fondata la terza questione sollevata dalla ricorrente in tema di

sequestrabilità dell'immagine stampata.

Quale sia il collegamento intercorrente fra il primo ed il terzo comma dell'art.

21 Cost. - se, cioè, i limiti alla sequestrabilità della stampa ed in particolare

dell'immagine stampata debbano sempre inquadrarsi nella libertà di pensiero,

per cui essi siano condizionati ai requisiti di tutela di questa libertà - potrebbe

formare oggetto di una interessante indagine. Ma, nell'economia della

presente causa, non è necessario approfondire tale questione, né mette conto

ricercare se vi sia qualche ipotesi in cui nell'immagine stampata ed avulsa da

un contesto non sia ravvisabile alcun messaggio intrinseco per il lettore, una

volta che nella specie ricorrano le condizioni per affermare che costituisce

senza dubbio manifestazione del pensiero la pubblicazione sulla stampa

dell’immagine di una persona assurta a notorietà, nell'atto di compiere

un'azione;

tanto- più se la pubblicazione sia corredata da titoli e didascalie.

Accertato, pertanto, che l'immagine non si trovi ancora presso colui che l'ha

acquisita, o presso la redazione o l'editore della pubblicazione cui è destinata,

ma sia stata già stampata, ed accertato che l'ipotesi rientra nell'ambito della

norma dell'art. 21 Cost., essa non può essere sequestrata nemmeno nel caso

che sia stata acquisita e divulgata in contrasto con altre -norme, anche se di

natura costituzionale. La stessa Carta fondamentale infatti, contemperando i

diversi interessi giuridicamente protetti, ha stabilito che si può procedere a

sequestro preventivo della stampa soltanto in due ipotesi, la prima delle quali

esige la concorrenza di due requisiti: che si tratti di delitti, per i quali la legge

espressamente autorizzi il sequestro.

C) La terza questione relativa al diritto all'immagine riguarda la prospettata

legittimità di altri provvedimenti, diversi dal sequestro, intesi a far cessare il

protrarsi dell'abuso dell'immagine altrui. La ricorrente principale deduce, in

particolare, con il secondo mezzo, che legittimamente era stata ordinata e

confermata la distruzione delle copie del periodico che aveva pubblicato le

immagini della Esfandiari; che i giudici non avrebbero dovuto porsi alcun

problema di convalida dei provvedimenti atipici emersi ai sensi dell'art. 700

cod. proc. civ., poiché tali provvedimenti restano confermati o meno con la

stessa decisione di merito.

La questione risulta assorbita da quanto già precedentemente osservato, con

le precisazioni che seguono.

Una volta concesso il sequestro delle copie del settimanale, doveva

procedersi al giudizio di convalida e, poiché non ricorrevano le condizioni

previste dall'art. 21 Cost., tale giudizio non poteva essere che negativo.

E’ parimenti indiscutibile che i provvedimenti di urgenza atipici, disciplinati

dagli artt. 700 e segg. c.p.c., non richiedono il giudizio di convalida, ma

restano assorbiti dalla sentenza che accerti od escluda l'esistenza del diritto

cautelato.

Va, però, chiarito che l'art. 700 cit. non può costituire la fonte del potere di

concessione di un provvedimento, come il sequestro della stampa, vietato da

altra norma dell'ordinamento giuridico, ed in particolare dall'art. 21 Cost., che

lo consente nei rigorosi limiti sopraindicati.

P, vero che l'art. 10 c.c. dà all'autorità giudiziaria il potere di « disporre che

cessi l'abuso » dell'immagine altrui; ed è altresí vero che, nel ritenere

legittime le norme che consentono di inibire la diffusione dell'immagine

altrui e di sequestrarla anche quando questa, per essere nella materiale

disponibilità di un'impresa giornalistica, deve ritenersi destinata alla

pubblicazione a mezzo della stampa, la Corte costituzionale, con sentenza n.

38 dei 1973, ha giustificato l'applicabilità in tali casi dell’art. 700 codice di

rito osservando che « mentre ciò non può identificarsi con l'esercizio di

un'attività di censura, costituisce un mezzo efficace per attuare la protezione

provvisoria di diritti della personalità rientranti in quelli inviolabili che la

Costituzione salvaguarda, tenuto anche conto della estrema importanza di tali

diritti, della gravità e dell'irreversibilità del danno che la violazione di essi

arreca agli interessati e che può incidere irrimediabilmente sulla loro

posizione sociale, e su quella dei loro congiunti, dell'impossibilità di ripararlo

adeguatamente, dell'esigenza di un pronto intervento per impedire che il

pregiudizio si verifichi ».

Senonché, queste affermazioni sono state possibili in quanto, non solo si

trattava di sequestro limitato al materiale lesivo dei diritto all'immagine e non

anche di tutto il periodico, ma soprattutto perché si trattava di materiale che,

pur destinato alla pubblicazione, non era stato ancora stampato. Non

venendo, quindi, ad incidere su una riproduzione a stampa che costituisca già

una manifestazione attuale e concreta dell'ese'rcizio del diritto di libertà

tutelato dall'art. 21 Cost., il sequestro non integra lesione di tale diritto.

Inoltre, la prevalenza dell'interesse all'informazione è giustificata anche

dall'esigenza di non sacrificarlo irreversibilmente prima ancora che sia

accertata la lesione di un altro interesse tutelato dalla legge.

Si è, infatti, fuori dell’ambito della citata norma costituzionale, oltre che nel

caso esaminato dalla menzionata sentenza 38/73 della Corte costituzionale, in

quello previsto dall'art. I del R.D.L. 31 maggio 1946, n. 561 che fa

riferimento al sequestro (ma non in senso tecnico, che è quello preventivo-

cautelare) di pubblicazioni o stampati « in virtú di una sentenza irrevocabile

dell'autorítà giudiziaria » o in presenza di provvedimento atipici ex art. 700

c.p.c., diversi dal sequestro, intesi a far cessare temporancamente o a

contenere il pregiudizio che la pubblicazione arreca ai diritti altrui.

Per tutte le esposte considerazioni e precísazioni, devono essere respinti il

ricorso incidentale, il primo ed il settimo mezzo dei ricorso principale,

mentre resta assorbito il secondo motivo di questo ricorso.

2. Prima di esaminare il terzo, il quarto, il quinto ed il sesto mezzo del ricorso

principale i quali riguardano le conseguenze dannose dei sequestro,

illegittimamente chiesto e concesso, nonché la pubblicazione della sentenza


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto dell'Informatica e delle nuove tecnologie, tenute dal Prof. Cardarelli nell'anno accademico 2011.
In particolare si riporta un riassunto della sentenza n. 2129/75 della Cassazione Civile in tema di privacy: è riconosciuto il diritto alla riservatezza, che consiste nella tutela di situazioni e vicende strettamente personali e familiari le quali, anche se verificatesi fuori dal domicilio domestico, non hanno per i terzi un interesse socialmente apprezzabile, contro le ingerenze che, sia pure compiute con mezzi leciti, per scopi non esclusivamente speculativi e senza offesa per l’onore, la reputazione o il decoro, non sono giustificati da interessi pubblici preminenti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Informatica e delle nuove tecnologie e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Cardarelli Francesco.

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