Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Privacy e dati personali nel codice penale

Inizialmente il codice penale prevedeva solo il reato di violazione di domicilio

(art. 614) – intendendo con “domicilio” non solo l’abitazione, ma anche ogni

luogo di privata dimora – e la particolare fattispecie di tale reato commesso da

pubblico ufficiale (art. 615)

Con la legge n. 547/1993 sono stati aggiunti gli articoli da 615 bis a 615

quinquies (quest’ultimo modificato con legge n. 48/2008):

• E’ punito chi si procura indebitamente notizie o immagini attinenti la vita privata

che si svolge nel domicilio ex art. 614 c. p. con strumenti di ripresa visiva o

sonora.

• E’ punito chi si introduce abusivamente in un sistema informatico o telematico

protetto da misure di sicurezza.

• E’ punita la detenzione e la diffusione abusiva dei codici di accesso a sistemi

informatici e telematici.

• E’ punita la produzione e la diffusione di programmi diretti a danneggiare o

interrompere un sistema informatico.

Dopo il 1996: la legislazione sulla protezione dei dati personali

Con la legge 675/1996 è stata introdotta per la prima volta

nell’ordinamento giuridico italiano una legge sulla protezione dei

dati personali, resa necessaria per via della crescente preoccupazione

suscitata dal sempre più sviluppato trattamento automatico dei dati

personali.

Tale legge è stata oggetto di numerose modifiche e integrazioni

successive, tanto che nel 2003 si è sentita l’esigenza di riordinare la

materia con il d. lgs. n. 196, intitolato Codice in materia di

protezione dei dati personali, in vigore dal 1° gennaio 2004.

La protezione dei dati personali: principi fondamentali

TRATTAMENTO = qualunque operazione o complesso di operazioni, effettuati anche

senza l'ausilio di strumenti elettronici, concernenti la raccolta, la registrazione,

l'organizzazione, la conservazione, la consultazione, l'elaborazione, la modificazione, la

selezione, l'estrazione, il raffronto, l'utilizzo, l'interconnessione, il blocco, la

comunicazione, la diffusione, la cancellazione e la distruzione di dati, anche se non

registrati in una banca di dati.

DATI PERSONALI = qualunque informazione relativa a persona fisica, persona giuridica,

ente od associazione, identificati o identificabili, anche indirettamente, mediante

riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione

personale.

DATI SENSIBILI = dati personali idonei a rivelare l'origine razziale ed etnica, le

convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l'adesione a partiti,

sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o

sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale.

DIRITTI DELL’INTERESSATO = ottenere la conferma dell'esistenza o meno di dati

personali che lo riguardano; avere informazioni sull’origine dei dati, sulle modalità del loro

trattamento, sui responsabili del trattamento; richiedere e ottenere l’aggiornamento, la

modificazione, la rettifica o la cancellazione di tali dati; opporsi al trattamento di tali dati.

La protezione dei dati personali: principi fondamentali (segue)

OBBLIGO DI INFORMATIVA = chi fornisce i propri dati personali deve essere

esaurientemente informato, al momento della raccolta, dell’utilizzo che ne verrà fatto.

CONSENSO = i dati personali sono utilizzabili solo se, una volta ricevuta l’informativa

(scritta o orale), l’interessato abbia espresso il proprio consenso.

TRATTAMENTO DEI DATI SENSIBILI = il consenso dell’interessato deve per forza essere

prestato per iscritto ed è necessaria inoltre la previa autorizzazione del Garante.

RISARCIBILITA’ DEL DANNO causato dal trattamento scorretto dei dati.

I SOGGETTI PUBBLICI possono trattare i dati solo ed esclusivamente per lo svolgimento

delle funzioni istituzionali e solo se ciò è consentito da una espressa disposizione di legge o

da un provvedimento autorizzatorio del Garante.

TRATTAMENTI PER RAGIONI DI GIUSTIZIA = in sede giudiziaria (fase investigativa e

fase processuale) i dati possono essere trattati dalle procure e dai tribunali anche senza il

consenso espresso dell’interessato. Per i dati sensibili, però, ci vuole sempre l’autorizzazione

del Garante.

La protezione dei dati personali: principi fondamentali (segue)

ALTRE MODALITA’ PARTICOLARI DI TRATTAMENTO: per scopi sanitari, per

scopi di istruzione o ricerca, per scopi storici, statistici o scientifici, da parte del sistema

di previdenza sociale, da parte del sistema bancario e assicurativo, nelle comunicazioni

elettroniche, da parte degli investigatori privati, a fini di marketing diretto.

TRATTAMENTO DEI DATI PER FINALITA’ GIORNALISTICHE = le norme (che si

applicano solo a coloro che sono iscritti all’Albo in qualità di professionisti o pubblicisti,

oppure che sono iscritti al registro dei praticanti) prevedono la possibilità di prescindere

sia dal consenso dell’interessato sia (per i dati sensibili) dall’autorizzazione del Garante,

purché il fine del trattamento sia esclusivamente quello giornalistico. Il giornalista che

raccoglie i dati è tenuto però a qualificarsi come tale e a rispettare le norme del codice

deontologico del 1998.

FORME DI TUTELA = presentazione di un reclamo al Garante; presentazione di un

ricorso al Garante (alternativo alla tutela giurisdizionale); ricorso all’autorità giudiziaria

ordinaria (tribunale monocratico).

Il Garante per il trattamento dei dati personali

Organo collegiale costituito da quattro componenti, eletti due dalla Camera dei deputati e due

dal Senato della Repubblica con voto limitato. I componenti sono scelti tra persone che

assicurano indipendenza e che sono esperti di riconosciuta competenza delle materie del

diritto o dell'informatica, garantendo la presenza di entrambe le qualificazioni.

I componenti eleggono nel loro ambito un presidente, il cui voto prevale in caso di parita'.

Eleggono altresì un vice presidente, che assume le funzioni del presidente in caso di sua

assenza o impedimento.

Il presidente e i componenti durano in carica quattro anni e non possono essere confermati per

più di una volta; per tutta la durata dell'incarico il presidente e i componenti non possono

esercitare, a pena di decadenza, alcuna attività professionale o di consulenza, né essere

amministratori o dipendenti di enti pubblici o privati, ne' ricoprire cariche elettive.

COMPITI: controllare se i trattamenti sono effettuati nel rispetto della disciplina; esaminare i

reclami e le segnalazioni; vietare il trattamento illecito o non corretto dei dati o disporne il

blocco; promuovere la sottoscrizione di codici; segnalare al Parlamento e al Governo

l'opportunità di interventi normativi; curare la conoscenza tra il pubblico della disciplina in

materia di trattamento dei dati personali; denunciare i fatti configurabili come reati

perseguibili d'ufficio; tenere il registro dei trattamenti; predisporre annualmente una relazione

sulla sua attività.

La tutela della privacy: il richiamo della Commissione europea

Nel gennaio 2010 la Commissione europea ha inviato all’Italia una lettera di

messa in mora (prima fase della procedura di infrazione) per violazione della

direttiva 200/58/CE, che obbliga gli Stati membri a garantire che, prima di

essere inseriti in un elenco pubblico, gli abbonati siano informati degli scopi

dell'elenco e di qualsiasi uso che potrà esserne fatto. Gli abbonati devono

inoltre poter decidere se permettere che i loro dati personali siano inseriti in

un elenco pubblico e in che misura i loro dati siano pertinenti per gli scopi di

tale elenco.

In Italia, invece, i database utilizzati elle attività di telemarketing sono stati

istituiti sulla base degli elenchi telefonici ma senza chiedere esplicito

consenso agli interessati e il loro uso è stato consentito dalla legislazione

italiana, con la legge n. 14 del 27 febbraio 2009, fino al 31 dicembre 2009. Il

termine è stato quindi prorogato dal decreto Ronchi per un ulteriore periodo

di sei mesi. Il limite del regolare

funzionamento della giustizia

(e del segreto investigativo)

Il fondamento costituzionale di questo limite va rintracciato in

tutte le norme della Costituzione che riguardano la magistratura

e la giurisdizione, ma in particolare:

Art. 101: giustizia amministrata in nome del popolo e

soggezione del giudice solo alla legge

Art. 104: la magistratura è un ordine autonomo e indipendente

da ogni altro potere

Art. 111: giusto processo

Il limite (implicito) del regolare funzionamento della giustizia:

la giurisprudenza costituzionale

Sentenza n. 18/1966 (in tema di norme che puniscono la pubblicazione di

determinati atti processuali):

«La libertà di manifestazione del pensiero garantita dall'art. 21 della Costituzione

trova, dunque, un limite in una esigenza fondamentale di giustizia. Ed il bene della

realizzazione della giustizia, che, fra l'altro, vale a garantire ed assicurare

l'esercizio di tutte le libertà, compresa quella in esame, è anche esso garantito, in

via primaria, dalla Costituzione. La Corte rileva inoltre che lo stesso bene viene

tutelato dalle norme impugnate [art. 114 c. p. e 164 c. p. p.], anche sotto un

ulteriore duplice aspetto: a) assicurare la serenità e la indipendenza del giudice,

proteggendolo da ogni influenza esterna di stampa, che possa pregiudicare

l'indirizzo delle indagini e le prime valutazioni delle risultanze; ed assicurare altresì

la libertà del giudice vietando quei comportamenti estranei che possano ostacolare

la formazione del libero convincimento; b) tutelare, nella fase istruttoria, la dignità

e la reputazione di tutti coloro che, sotto differenti vesti, partecipano al processo».

Il segreto investigativo (precedentemente definito “istruttorio”)

Art. 329 c.p.p.

Gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti

dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non

oltre la chiusura delle indagini preliminari.

Quando però ciò sia necessario per la prosecuzione delle indagini, il P.M. può consentire

la pubblicazione di alcuni atti o di parti di essi.

Art. 335 c.p.p.

Per specifiche esigenze investigative il P.M. può anche disporre il segreto, per un

massimo di tre mesi, sulle iscrizioni al registro delle notizie di reato.

Art. 391 quinques c.p.p.

Il P. M. può vietare per un periodo massimo di due mesi alle persone sentite di

comunicare i fatti e le circostanze oggetto dell’indagine.

La violazione di tale divieto è punita con la reclusione fino ad un anno ex art. 379 bis c. p.

Il segreto investigativo: la giurisprudenza costituzionale

Sent. 18/1981 (in tema di pubblicazione di atti coperti dal segreto)

La Corte ha considerato «che una differenziata disciplina tra il segreto istruttorio e

la divulgazione di notizie per il tramite della stampa si rende necessaria per il fatto

che la rivelazione assume una diversa rilevanza giuridica a secondo del mezzo

usato e della sua capacità di divulgazione. Ciò giustifica la rafforzata tutela che il

vigente ordinamento appresta al segreto istruttorio nei confronti della stampa ...»

Quindi, va salvaguardata la disciplina legislativa che ridotto la c.d. segretezza

interna del processo, ampliando il diritto delle parti di conoscere determinati atti

istruttori, ma non ha inciso sulla c.d. segretezza esterna, che si concreta nel divieto

di pubblicazione degli atti istruttori in considerazione degli effetti derivanti dalla

loro diffusione.

«La disciplina dei rapporti tra giustizia e informazione non può che essere in via di

principio rimessa alla discrezionalità del legislatore, al quale spetta individuare la

soluzione più idonea a contemperare interessi attinenti all'attività istruttoria da un

lato e all'informazione dall'altro, entrambi aventi rilievo costituzionale».

La pubblicità delle udienze:

è possibile riprendere e trasmettere i procedimenti penali?

L’art. 21 Cost. (diritto di informare e di essere informati), l’art.

101 Cost. (la giustizia è amministrata in nome del popolo) e l’art.

111 Cost. (giusto processo, con obbligo di motivazione delle

sentenze) fanno propendere parte della dottrina per una risposta

affermativa.

Tuttavia, l’indubbio interesse sociale che possono avere talune

vicende giudiziarie talvolta è in contrasto con altre esigenze:

1. tutela della riservatezza e della reputazione delle persone

coinvolte nella vicenda;

2. protezione dei minori (art. 31 cost.), se coinvolti nella vicenda;

3. interesse pubblico alla corretta amministrazione della giustizia,

che potrebbe essere intaccata dalla presenza di telecamere in

aula. La pubblicità delle udienze: la procedura

Artt. 471-473 c.p.p.:

Le udienze sono pubbliche e possono assistervi tutti i maggiorenni. In alcuni casi il

giudice può disporre che il dibattimento o alcuni atti di esso o l’assunzione delle prove

si svolgano a porte chiuse: quando la pubblicità può nuocere al buon costume o

compromettere il segreto di Stato o pregiudicare la riservatezza dei testimoni o delle

parti private o nuocere alla pubblica igiene o compromettere il regolare svolgimento

delle udienze o nuocere alla sicurezza di testimoni o imputati oppure quando

l’imputato o la persona offesa siano minorenni. A porte chiuse significa che possono

essere presenti solo le persone che hanno il diritto o il dovere di intervenire.

D. lgs. 271/1989: art. 147 disp. att. c.p.p.:

Il giudice può autorizzare in tutto o in parte la ripresa fotografica, fonografia o

audiovisiva ovvero la trasmissione radiofonica o televisiva del dibattimento, purché

non sia pregiudicato il regolare svolgimento dell’udienza o della decisione. Serve il

consenso delle parti interessate, che però non è necessario “quando sussiste un

interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento”. Il

giudice, anche quando autorizza la ripresa del dibattimento, vieta la ripresa di quei

soggetti che non hanno prestato il consenso. Non si può autorizzare la ripresa di

dibattimenti a porte chiuse (ma solo nei casi sottolineati sopra).

La pubblicità delle udienze: la giurisprudenza costituzionale

Sentenza n. 25/1965 (in tema di pubblicazione di atti di dibattimento a porte

chiuse):

«L'art. 164 c. p. p., n. 3, limita la libertà di stampa in tutti i casi in cui il

dibattimento viene celebrato a porte chiuse [...] Ma non tiene conto della

circostanza che, in alcune delle ipotesi previste da tali articoli, ed attinenti soltanto

alla presenza fisica del pubblico nelle aule di udienza, il principio della pubblicità

del dibattimento viene sacrificato a tutela di interessi, che nulla hanno a che vedere

con gli interessi della giustizia, e che non possono ricevere alcun pregiudizio dalla

divulgazione a mezzo della stampa di notizie processuali. Nel caso in cui il

dibattimento si tenga a porte chiuse "per ragioni di pubblica igiene, in tempo di

diffusione di morbi epidemici o di altre malattie contagiose" e nel caso in cui la

pubblicità del dibattimento possa "eccitare riprovevole curiosità" il collegamento

fra le due tutele non trova alcuna giustificazione e la norma impugnata si pone in

contrasto col precetto dell'art. 21 della Costituzione».

La pubblicità delle udienze: la giurisprudenza costituzionale

Sentenza n. 16/1981 (in tema di divieto di pubblicità per dibattimenti

riguardanti minorenni):

La Corte «ha affermato che la regola della pubblicità del dibattimento è coessenziale ai

principi, ai quali, in un ordinamento costituzionale fondato sulla sovranità popolare, deve

conformarsi l'amministrazione della giustizia. Ed ha precisato che, quando si tratta del

processo penale per il quale la pubblicità del dibattimento ha un valore particolarmente

rilevante, le deroghe possono essere disposte soltanto a garanzia di beni a rilevanza

costituzionale, mentre negli altri casi un più ampio potere discrezionale deve essere

riconosciuto al legislatore nella valutazione degli interessi che possono giustificare la

celebrazione dal dibattimento a porte chiuse.

In proposito va posto in risalto che con la stessa sentenza n. 25 del 1965 questa Corte ha

affermato il principio che la tutela costituzionale dei diritti ha sempre un limite nell'esigenza

insuperabile che nell'esercizio di essi non siano violati beni ugualmente garantiti dalla

Costituzione; limite che va stabilito non ricercando garanzia costituzionale privilegiata o

non privilegiata, bensì accertando quale interesse, per il suo contenuto e per le sue modalità

di esercizio, è garantito in concreto nell'armonica tutela di diversi fondamentali interessi».

(segue)

(segue dalla slide precedente)

Sentenza n. 16/1981 (in tema di divieto di pubblicità per dibattimenti

riguardanti minorenni):

«E, quanto al divieto dell'art. 164, n. 3, c.p.p., va rilevato che la deroga alla pubblicità del

dibattimento costituisce un mezzo per il conseguimento di un'alta finalità di tutela dei

minori, ai quali la pubblicità dei fatti della causa può apportare conseguenze gravi sia allo

sviluppo spirituale, sia alla vita materiale, conseguenze che hanno rilevanza costituzionale

ai termini dell'art. 31, secondo comma, della Costituzione, che prevede la tutela dei minori,

intesa in correlazione con il principio fondamentale dell'art. 2 della Costituzione, per gli

effetti che la diffusione di fatti emersi nel dibattimento può provocare sulla formazione

».

sociale ove si svolge o potrà svolgersi la personalità del minore

La pubblicazione degli atti processuali

Art. 114 del codice di procedura penale

E’ vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della stampa o con

altro mezzo di diffusione:

• degli atti processuali coperti dal segreto investigativo o anche solo del loro contenuto;

• degli atti del dibattimento celebrato a porte chiuse;

• degli atti per cui il giudice disponga tale divieto;

ciò può accadere quando la pubblicazione di essi può offendere il buon costume o

comportare la diffusione di notizie coperte da segreto di Stato ovvero causare pregiudizio

alla riservatezza dei testimoni o delle parti private

• delle generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiati dal

reato;

• dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova

sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la

persona vi consenta;

Non c’è divieto per gli atti non coperti dal segreto, che però possono essere pubblicati solo

dopo la chiusura delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare.

La pubblicazione degli atti processuali (segue)

Art. 684 c. p. (pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento

penale): Chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto o a guisa

d'informazione, atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata

per legge la pubblicazione, è punito [...]

Art. 685 c. p. (indebita pubblicazione di notizie concernenti un

procedimento penale): Chiunque pubblica i nomi dei giudici, con

l'indicazione dei voti individuali che ad essi si attribuiscono nelle

deliberazioni prese in un procedimento penale, è punito [...]

Però le pene sono irrisorie (contravvenzione oblazionabile, ovvero l’illecito

penale si trasforma in illecito amministrativo, con estinzione del reato, dietro

il pagamento di una determinata somma).

Invece, ex art. 379 bis c.p., è punto con la reclusione fino ad un anno

chiunque riveli indebitamente notizie segrete concernenti un procedimento

penale, da lui apprese per aver partecipato o assistito ad un atto del

procedimento stesso.

Il limite della sicurezza dello

Stato

(e del segreto di Stato)

Il limite (implicito) della sicurezza dello Stato

Art. 52 Cost.: La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

Corte costituzionale, sent. 86/1977: «E proprio a questo concetto [la difesa della patria]

occorre fare riferimento per dare concreto contenuto alla nozione del segreto politico-

militare, ponendo il concetto stesso in relazione con altre norme della stessa Costituzione

che fissano elementi e momenti imprescindibili del nostro Stato: in particolare vanno

tenuti presenti la indipendenza nazionale, i principi della unità e della indivisibilità dello

Stato (art. 5) e la norma che riassume i caratteri essenziali dello Stato stesso nella formula

di "Repubblica democratica" (art. 1). Con riguardo a queste norme si può, allora, parlare

della sicurezza esterna ed interna dello Stato, della necessità di protezione da ogni azione

violenta o comunque non conforme allo spirito democratico che ispira il nostro assetto

costituzionale dei supremi interessi che valgono per qualsiasi collettività organizzata a

Stato e che, come si è detto, possono coinvolgere la esistenza stessa dello Stato. [...] È

solo nei casi nei quali si tratta di agire per la salvaguardia di questi supremi,

imprescindibili interessi dello Stato che può trovare legittimazione il segreto in quanto

mezzo o strumento necessario per raggiungere il fine della sicurezza. Mai il segreto

potrebbe essere allegato per impedire l'accertamento di fatti eversivi dell'ordine

costituzionale. »

Il limite (implicito) della sicurezza dello Stato (segue)

Art. 256 c. p., comma 1: Chiunque si procura notizie che, nell'interesse politico,

interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete è punito con la

reclusione da 3 a 10 anni.

Art. 261 c. p., comma 1: Chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto

indicate nell'art. 256 è punito con la reclusione non inferiore a 5 anni.

Art. 262 c. p., comma 1: Chiunque rivela notizie, delle quali l'Autorità competente

ha vietato la divulgazione, è punito con la reclusione non inferiore a 3 anni.

Art. 202 c.p.p.: i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di pubblico

servizio non possono essere interrogati in giudizio su quanto coperto da segreto di

Stato; il giudice può ordinare che il testimone deponga solo nel caso in cui Il

Presidente del Consiglio dei Ministri non dia conferma del segreto.

Il limite (implicito) della sicurezza dello Stato (segue)

Legge n. 801/1977: Istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la

sicurezza e disciplina del segreto di Stato

Questa legge, soprattutto il suo art. 12, ha suscitato non pochi dubbi di

costituzionalità. La norma, infatti, dichiarava coperte dal segreto tutte le informazioni

la cui diffusione fosse idonea a recar danno all’integrità dello Stato democratico.

Legge 187/2007 (nuova disciplina del segreto di Stato), art. 39: Sono coperti dal

segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui

diffusione sia idonea a recare danno all'integrità della Repubblica, anche in relazione

ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo

fondamento, all'indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con

essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato. [...] In nessun caso possono

essere oggetto di segreto di Stato notizie, documenti o cose relativi a fatti di

terrorismo o eversivi dell'ordine costituzionale [...]

Questa disposizione sostituisce l’art. 12 della L. 801/1977, legge che

precedentemente disciplinava il segreto di Stato.

Il (falso) limite

dell’ordine pubblico

Il limite (implicito) dell’ordine pubblico?

E’ da considerarsi inesistente!

Il concetto di ordine pubblico non è presente nella Costituzione, anche se è stato “salvato”

in varie sentenze (non recenti) della Corte costituzionale, chiamata più volte a pronunciarsi

sulla legittimità delle disposizioni del titolo I (delitti contro la personalità dello Stato) e del

titolo V (delitti contro l’ordine pubblico) del secondo libro del Codice penale.

Qualche esempio:

Sentenza n. 19/1962: «L'esigenza dell'ordine pubblico, per quanto altrimenti ispirata

rispetto agli ordinamenti autoritari, non è affatto estranea agli ordinamenti democratici e

legalitari, né è incompatibile con essi. [...] Non potendo dubitarsi che, così inteso, l'ordine

pubblico è un bene inerente al vigente sistema costituzionale, non può del pari dubitarsi

che il mantenimento di esso - nel senso di preservazione delle strutture giuridiche della

convivenza sociale, instaurate mediante le leggi, da ogni attentato a modificarle o a

renderle inoperanti mediante l'uso o la minaccia illegale della forza - sia finalità

immanente del sistema costituzionale.»

Sentenza n 168/1971: «È ovvio che la locuzione "ordine pubblico" ricorrente in leggi

anteriori al gennaio 1948 debba intendersi come ordine pubblico costituzionale (sentenza

n. 19 dell'anno 1962) che deve essere assicurato appunto per consentire a tutti il godimento

effettivo dei diritti inviolabili dell'uomo. »

Il limite (implicito) dell’ordine pubblico (segue)

In alcune pronunce, la Corte costituzionale ha distinto fra

manifestazioni del pensiero “pure” e dirette a provocare un’azione

contraria all’ordine pubblico (queste ultime, non rientranti

nell’ambito dell’art. 21 Cost.).

Alcuni esempi:

Sentenza n. 84/1969: «...la libertà di propaganda è espressione di quella di manifestazione

del pensiero, garantita dall'art. 21 della Costituzione e pietra angolare dell'ordine

democratico. [...] Con tale criterio si pone in un certo contrasto l'art. 507 del Codice penale

perché fa pensare alla inclusione in una sfera criminosa anche della propaganda di puro

pensiero e di pura opinione [...] La propaganda è di per sé diretta a convincere ...»

Sentenza n. 65/1970: «L'apologia (di reato) punibile ai sensi dell'art. 414, ultimo comma, del

codice penale non è, dunque, la manifestazione di pensiero pura e semplice, ma quella che

per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la

commissione di delitti».

Sentenza n. 16/1973: « L'istigazione (di un militare all’infedeltà o al tradimento), infatti,

non è pura manifestazione di pensiero, ma è azione e diretto incitamento all'azione, sicché

essa non risulta tutelata dall'art. 21 della Costituzione ».

L’art. 15 Cost.

La libertà di comunicazione

La libertà di comunicazione secondo l’art. 15 Cost.

La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di

comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per

atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

Questo articolo è collegato ai due precedenti (nel progetto originario redatto

dall’Assemblea costituente i tre articoli erano riuniti in uno solo): art. 13 Cost.

(libertà personale, quindi dimensione fisica), art. 14 Cost. (libertà di domicilio,

quindi dimensione spaziale), art. 15 Cost. (libertà di comunicazione, quindi

dimensione psicologica).

Però, a differenza degli artt. 13 e 14, la libertà di comunicazione non può essere

limitata, nemmeno nei casi urgenti, a limitazioni da parte di autorità pubbliche

diverse da quella giudiziaria.

Inoltre, a differenza dell’art. 21 Cost., qui il limite del buon costume non è

operativo e non può giustificare interventi di tipo preventivo.

Lo Statuto albertino non menzionava questa libertà: le leggi ordinarie garantivano

la segretezza della corrispondenza fra privati, ma non rispetto all’autorità

pubblica.

Raffronto con l’art. 12 della Dichiarazione universale dei diritti

dell’uomo (1948)

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita

privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni

del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato

dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Raffronto con l’art. 10, comma 1, della CEDU (1950)

Ogni persona ha diritto alla libertà d'espressione. Tale diritto include la libertà

d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che

vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione

di frontiera.

Raffronto con l’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali

dell’Unione europea (2000)

Ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del

proprio domicilio e delle sue comunicazioni.

1. Che differenza c’è fra l’art. 15 Cost. e l’art. 21 Cost?

Corte Costituzionale, sentenza n. 1030/1988 (in tema di

legittimità di alcune disposizioni del codice postale):

«L'essenziale distinzione tra i diritti di libertà garantiti dagli artt.

15 e 21 Cost. si incentra effettivamente [...] sull'essere la

comunicazione, nella prima ipotesi, diretta a destinatari

predeterminati e tendente alla segretezza e, nell'altra, rivolta

invece ad una pluralità indeterminata di soggetti».

Quindi, l’art. 15 Cost. si presta a fungere da base giuridica

costituzionale per la disciplina dei mezzi di comunicazione,

tutelando la libertà e la segretezza di tutte le forme di

comunicazione interpersonale (comprese quelle nate

dall’evoluzione tecnologica), purché tale comunicazione si rivolga

a destinatari determinati o determinabili.

2. Che differenza c’è fra l’art. 15 Cost. e l’art. 21 Cost? (segue)

Un’altra caratteristica propria della comunicazione ex art. 15 Cost.

è l’ATTUALITA’: comunicazione temporalmente circoscritta.

Momento iniziale: quanto il soggetto attivo si trasforma in

mittente, manifestando l’animus di comunicare (es. affidamento di

una lettera al servizio postale o invio di una email).

Momento finale: è di difficile individuazione e in dottrina si

riscontrano diverse teorie; le due principali sono: (1) quella della

causa da determinare caso per caso; (2) quella della ricezione della

comunicazione da parte del destinatario (apertura della lettera).

3. Che differenza c’è fra l’art. 15 Cost. e l’art. 21 Cost? (segue)

Una terza differenza è che in entrambi i casi è prevista la riserva assoluta di

legge (casi stabiliti dalla legge) e di giurisdizione (atto motivato dell’autorità

giudiziaria), ma l’art. 15 non prevede alcuna procedura di urgenza, come invece

fa l’art. 21 per il sequestro degli stampati.

N.B.:

l’art. 15 dice «con le garanzie stabilite dalla legge», mentre l’art. 21 dice si

riferisce a specifici casi di riserva di legge (delitti previsti dalla legge sulla

stampa, violazione di norme sull’indicazione dei responsabili, mancata

indicazione dei mezzi di finanziamento della stampa periodica, mancato rispetto

del limite del buon costume).

Questo significa che il legislatore è tenuto a prevedere garanzie a favore del

soggetto indagato e non soltanto limitarsi a disciplinare i casi e i modi della

limitazione.

Quindi, l’art. 15 non fa riferimento a limiti sostanziali (il buon costume come

nell’art. 21, la sicurezza e l’incolumità pubbliche come nell’art. 14).

Chi sono i titolari delle situazioni giuridiche tutelate dall’art.

15 Cost.?

Le persone fisiche e le formazioni sociali.

Anche gli stranieri.

Anche i minorenni, pur con alcune limitazioni per via del diritto

riconosciuto ai genitori di educare la prole (art. 30 Cost.).

Le persone giuridiche di diritto privato (perché si tratta di una

libertà civile). Per le persone giuridiche pubbliche non ha senso

parlare di libertà individuale.

Chi riceve tutela dall’art. 15 Cost.?

Non solo il mittente, ma anche il destinatario.

Corte Costituzionale, sentenza n. 81/1993 (in tema di idoneità

dei tabulati telefonici a costituire mezzo di prova del reato di

molestie telefoniche): il requisito della “segretezza” comprende

«non solo la segretezza del contenuto, ma anche quella relativa

all’identità dei soggetti e ai riferimenti di tempo e di luogo della

comunicazione stessa», compatibilmente con i requisiti del mezzo

prescelto.

Che cosa si intende per “corrispondenza”?

Parte della dottrina ritiene che il termine si riferisca solo alla comunicazione

epistolare, cioè «qualsiasi invio chiuso, ad eccezione di pacchi, e qualsiasi invio

aperto che contenga comunicazioni aventi carattere attuale e personale» (art. 24

d.P.R. 655/1982, regolamento di attuazione del codice postale).

Secondo questo orientamento, l’art. 15 si riferirebbe alla sola libertà di

comunicare “riservatamente”, cioè con riferimento alle sole comunicazioni

assoggettate o assoggettabili a vincoli di segretezza. Quindi ci sarebbe una

differenza fra una lettera in busta chiusa (art. 15 Cost.) e una cartolina

(manifestazione del pensiero ex art. 21 Cost.).

Però la dottrina maggioritaria tende ad attribuire al termine “corrispondenza” un

significato più ampio, considerando anche che l’art. 15 parla anche di “ogni

altra forma di comunicazione”.

In tal modo, il concetto può adattarsi alle nuove forme di comunicazione

conseguenti allo sviluppo tecnologico.

Che cosa si intende per “comunicazione”?

Il “codice postale” del 1973 (d.P.R. 156/1973) parla di

comunicazioni telefoniche, telegrafiche e radioelettriche. All’art.

10 ribadisce la libertà e la segretezza della corrispondenza e di

ogni altra forma di comunicazione e all’art. 11 pone alcuni divieti:

Non sono ammessi le corrispondenze postali, telegrafiche,

radiotelegrafiche e messaggi che possano costituire pericolo

alla sicurezza dello Stato o recare danno alle persone ed alle

cose o che costituiscano esse stesse reato punibile d'ufficio.

Non sono altresì ammesse [...] le corrispondenze di cui al

precedente comma, che siano contrarie al buon costume o

contengano frasi, parole, disegni ingiuriosi, scurrili o

denigratori a chiunque riferiti. (segue)

(segue)

La legge n. 98/1974 (Tutela della riservatezza e della libertà e

segretezza delle comunicazioni) ha arricchito il codice penale di alcuni

nuovi articoli per colare il vuoto normativo.

Tale legge ha introdotto l’art, 623 bis c. p., che poi è stato

ulteriormente modificato con legge 547/1993. Attualmente recita:

Le disposizioni contenute nella presente sezione, relative alle

comunicazioni e conversazioni telegrafiche, telefoniche, informatiche

o telematiche, si applicano a qualunque altra trasmissione a distanza

di suoni, immagini od altri dati.

La stessa legge ha modificato anche l’u. c. dell’art. 616 c.p., riferito al

reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza:

Agli effetti delle disposizioni di questa sezione, per "corrispondenza" si

intende quella epistolare, telegrafica, telefonica, informatica o

telematica ovvero effettuata con ogni altra forma di comunicazione a

distanza. Il nesso fra libertà e segretezza

Corte costituzionale, sent. 1030/1988 (già citata prima): «L'essenziale

distinzione tra i diritti di libertà garantiti dagli artt. 15 e 21 Cost. si incentra

effettivamente [... ] sull'essere la comunicazione, nella prima ipotesi, diretta a

destinatari predeterminati e tendente alla segretezza e, nell'altra, rivolta invece ad

una pluralità indeterminata di soggetti. Nel caso degli apparecchi ricetrasmittenti

di debole potenza, si tratta di strumenti tipicamente preordinati a realizzare

comunicazioni interpersonali e non a diffondere messaggi alla generalità; ed il

fatto che questi siano, per ragioni tecniche, captabili da terzi e che la legge non

assicuri la protezione da interferenze (art. 334, ult. comma) non giova a mutarne

l'essenziale destinazione».

Quindi, il requisito della segretezza è collegato alle intenzioni del mittente e non

all’idoneità tecnica del mezzo.

Il nesso fra libertà e segretezza (segue)

Corte Costituzionale, sent. n. 81/1993 (già citata prima):

«Le speciali garanzie previste [...] a tutela della segretezza e della libertà di

comunicazione telefonica rispondono all'esigenza costituzionale per la quale

l'inderogabile dovere di prevenire e di reprimere reati deve essere svolto nel più

assoluto rispetto di particolari cautele dirette a tutelare un bene, l'inviolabilità

della segretezza e della libertà delle comunicazioni, strettamente connesso alla

protezione del nucleo essenziale della dignità umana e al pieno sviluppo della

personalità nelle formazioni sociali (art. 2 della Costituzione).

In altri termini, il particolare rigore delle garanzie previste dalle disposizioni

prima citate intende far fronte alla formidabile capacità intrusiva posseduta dai

mezzi tecnici usualmente adoperati per l'intercettazione delle comunicazioni

telefoniche, al fine di salvaguardare l'inviolabile dignità dell'uomo da irreversibili

e irrimediabili lesioni.

[...] (segue ...)

(segue dalla slide precedente)

... l'ampiezza della garanzia apprestata dall'art. 15 della Costituzione alle

comunicazioni che si svolgono tra soggetti predeterminati entro una sfera giuridica

protetta da riservatezza è tale da ricomprendere non soltanto la segretezza del

contenuto della comunicazione, ma anche quella relativa all'identità dei soggetti e ai

riferimenti di tempo e di luogo della comunicazione stessa.

... la stretta attinenza della libertà e della segretezza della comunicazione al nucleo

essenziale dei valori della personalità [...] comporta un particolare vincolo

interpretativo, diretto a conferire a quella libertà, per quanto possibile, un significato

espansivo.

... la Corte ha desunto dall'art.15 della Costituzione la protezione di una sfera privata

attinente alla comunicazione tra due o più soggetti, nella misura e nei limiti in cui a

tale sfera possa essere riferibile un valore espressivo e identificativo della personalità

umana e della vita di relazione nella quale questa si svolge (art. 2 della Costituzione),

assegnando alla stessa una posizione privilegiata al fine di salvaguardare

l'intangibilità degli aspetti più significativi della vita intima della persona. (segue ...)

(segue dalla slide precedente)

... il riconoscimento e la garanzia costituzionale della libertà e della segretezza della

comunicazione comportano l'assicurazione che il soggetto titolare del corrispondente

diritto possa liberamente scegliere il mezzo di corrispondenza, anche in rapporto ai

diversi requisiti di riservatezza che questo assicura sia sotto il profilo tecnico, sia

sotto quello giuridico.

... va riconosciuto il diritto di mantenere segreti tanto i dati che possano portare

all'identificazione dei soggetti della conversazione, quanto quelli relativi al tempo e

al luogo dell'intercorsa comunicazione.

... non può negarsi che al riconoscimento di tale diritto sia coessenzialmente legata la

garanzia consistente nel dovere, posto a carico di tutti coloro che per ragioni

professionali vengano a conoscenza del contenuto e dei dati esteriori della

comunicazione, di mantenere il più rigoroso riserbo sugli elementi appena detti.

... dovere di riserbo, implicitamente contenuto nell'art. 15 della Costituzione come

garanzia istituzionale del diritto della persona alla libertà e alla segretezza delle

comunicazioni».

La tutela penale della segretezza delle comunicazioni

L’art. 616 c. p. punisce con reclusione o con multa, a querela della

persona offesa, chiunque prende cognizione o sottrae o distrae o

distrugge una corrispondenza chiusa o aperta diretta ad altri.

Fino a tre anni di reclusione anche per chi, senza giusta causa, dopo

averla intercettata rivela il contenuto della corrispondenza.

Con legge n. 547/1993 è stato aggiunto un ultimo comma che precisa

che per corrispondenza si intende quella epistolare, telegrafica,

telefonica, informatica o telematica ovvero effettuata con ogni altra

forma di comunicazione a distanza.

L’art. 618 c. p. punisce con pene pecuniarie o reclusive più lievi che

riveli il contenuto di corrispondenza diretta ad altri di cui sia venuto

abusivamente a conoscenza.

Teoria minoritaria: necessità del requisito materiale della

segretezza

L’interpretazione fin qui esaminata sostiene che la segretezza debba essere tutela

poiché essa è nell’intenzione del mittente, a prescindere dalla effettiva idoneità

del mezzo tecnico a garantirla. La segretezza sarebbe un elemento naturale

rinunciabile.

Secondo un’altra teoria, però minoritaria (es. Pace o Cuniberti)), l’art. 15 Cost.

garantisce solo la libertà di comunicare riservatamente. Quindi la segretezza

rappresenta la ragion d’essere della libertà di comunicazione e pertanto rientrano

nella garanzia dell’art. 15 Cost. solo quei messaggi che utilizzano modalità di

trasmissione escludenti, in linea di principio, la conoscibilità da parte di terzi

(quindi non le cartoline o la corrispondenza aperta).

Applicazione di questa teoria ai nuovi media: se il mezzo è neutro rispetto al

contenuto, ogni mezzo si presta a veicolare informazioni riservate e non riservate.

Una comunicazione telematica può essere più riservata di una comunicazione

telefonica attraverso la quale si riceve, ad esempio, materiale audiovisivo,

comunicati stampa etc. Occorre quindi applicare caso per caso un criterio

funzionale. Le nuove forme di comunicazione

Le comunicazione telematiche (es. videoconferenza, video-on-demand,

email, newsgroup, chatlines, Facebook e simili) mettono in discussione il

criterio della determinatezza dei destinatari, come pure l’idoneità del

mezzo a garantire la segretezza, sia dei soggetti della comunicazione sia

del suo contenuto.

Sfuma la differenza fra manifestazione del pensiero e comunicazione

interpersonale: quindi, alcuni ritengono che oggi bisognerebbe procedere

ad una lettura integrata degli artt. 15 e 21 Cost.

Questo accade anche perché è venuta meno la corrispondenza fra mezzo e

attività (convergenza multimediale), quindi non si può stabilire se un

mezzo sia destinato alla comunicazione interpersonale o alla

manifestazione del pensiero.

Questa tesi è avversata da cloro che distinguono l’art. 15 e 21

essenzialmente sulla base del requisito della segretezza.

Alcuni esempi:

Una videoconferenza che raggiunge una cerchia molto elevata di

destinatari è una comunicazione riservata? Si applica il limite del

buon costume?

La TV interattiva o altre forme di video on demand: il rapporto fra

utente ed emittente è una forma di comunicazione riservata?

E che tipo di comunicazione è un messaggio pubblicato su una

newsgroup?

E la comunicazione via email ad una mailing list? Qui occorre

distingue fra mailing list di tipo chiuso e aperto....

La diffamazione a mezzo di un messaggio postato su un forum via

internet integra la fattispecie aggravata (offesa arrecata

pubblicamente) o quella semplice? Questo dipende dal carattere più

o meno aperto del forum?

Possibili risposte agli interrogativi

Per rispondere, si può far leva sul concetto di INFUNGIBILITA’ DEI

DESTINATARI: se esso manca, non si può parlare di comunicazione riservata.

Oppure si può fare leva sull’idoneità del mezzo a consentire forme di selezione

dei soggetti riceventi.

Però talvolta l’identificazione dei destinatari è utile al solo fine di stipulare con

essi un contratto di abbonamento, mentre il reale interesse del mittente è la

diffusione più ampia possibile del messaggio.

Oppure si può far leva sull’intenzione del mittente riguardo alla segretezza della

comunicazione. Bisogna però anche dire che le nuove forme di comunicazione

tecnicamente sono meno idonee a garantire la segretezza: fino a che punto la

scelta del mezzo influisce sulla qualificazione della natura del messaggio?

Inoltre, per le comunicazioni via internet c’è il problema della aterritorialità della

rete, che rende difficile perseguire gli illeciti.

La normativa sulle intercettazioni

Le intercettazioni

Il codice penale e di procedura penale del 1930 non fornivano una

disciplina specifica per le intercettazioni (che in epoca fascista erano

consentite senza riserva di giurisdizione a beneficio dell’ordine

pubblico e della sicurezza dello Stato).

L’art. 15 Cost., però, fa riferimento alle limitazioni alla libertà di

comunicazione consentite solo con le garanzie stabilite dalla legge.

Su questo punto vi sono state varie sentenze della Corte

costituzionale, fra cui in particolare la storica sentenza n. 34/1973 (in

tema di legittimità di intercettazioni telefoniche su iniziativa della

polizia in base al mero sospetto di reato). (vedi slide successiva)

Le intercettazioni: Corte cost. 34/1973

«Nel precetto costituzionale trovano perciò protezione due distinti interessi; quello inerente

alla libertà ed alla segretezza delle comunicazioni, riconosciuto come connaturale ai diritti

della personalità definiti inviolabili dall'art. 2 Cost., e quello connesso all'esigenza di

prevenire e reprimere i reati, vale a dire ad un bene anch'esso oggetto di protezione

costituzionale. [...]

Nel nostro sistema quindi la compressione del diritto alla riservatezza delle comunicazioni

telefoniche, che l'intercettazione innegabilmente comporta, non resta affidata all'organo di

polizia, ma si attua sotto il diretto controllo del giudice. [...]

Nel compiere questa valutazione il giudice deve tendere al contemperamento dei due

interessi costituzionali protetti onde impedire che il diritto alla riservatezza delle

comunicazioni telefoniche venga ad essere sproporzionatamente sacrificato dalla necessità di

garantire una efficace repressione degli illeciti penali. [...]

Del corretto uso del potere attribuitogli il giudice deve dare concreta dimostrazione con una

adeguata e specifica motivazione del provvedimento autorizzativo. [...]

... la Corte osserva che il legislatore gode di un ampio margine di discrezionalità

nell'organizzazione del servizio, ma sente il dovere di formulare l'auspicio che si realizzino

opportuni interventi legislativi idonei ad attuare anche sul piano tecnico le condizioni

necessarie all'effettivo controllo di cui innanzi si é detto.

Le intercettazioni: Corte cost. 34/1973 (segue)

Sulla base di questa premessa la Corte ritiene:

1) omissis;

2) le risultanze delle intercettazioni sono coperte dal segreto, al quale sono tenuti gli ufficiali

di polizia giudiziaria e, nel corso dell'istruttoria, chiunque ne abbia preso conoscenza;

3) nel processo può essere utilizzato solo il materiale rilevante per l'imputazione di cui si

discute. Omissis;

4) l'applicazione del suddetto principio non solo garantisce la segretezza di tutte quelle

comunicazioni telefoniche dell'imputato che non siano rilevanti ai fini del relativo processo,

ma garantisce altresì la segretezza delle comunicazioni non pertinenti a quel processo che

terzi, allo stesso estranei, abbiano fatto attraverso l'apparecchio telefonico sottoposto a

controllo di intercettazione ovvero in collegamento con questo.

La Corte ritiene che il rigoroso rispetto di questo principio sia essenziale per la

puntuale osservanza degli artt. 2 e 15 della Costituzione: violerebbe gravemente

entrambe le norme costituzionali un sistema che, senza soddisfare gli interessi di

giustizia, in funzione dei quali é consentita la limitazione della libertà e della

segretezza delle comunicazioni, autorizzasse la divulgazione in pubblico

dibattimento del contenuto di comunicazioni telefoniche non pertinenti al

processo». L’evoluzione della disciplina delle intercettazioni

In seguito alla sentenza Corte cost. n. 34/1973, è stata emanata

la legge n. 98/1974 (Tutela della riservatezza e della libertà e

segretezza delle comunicazioni).

Inoltre, nel 1989, dopo varie riforme parziali, è stato emanato il

nuovo Codice di procedura penale (l. 81/1987), che

attualmente prevede la disciplina delle intercettazioni agli artt.

240 e 266-271.

La Corte costituzionale ha continuato ad occuparsi del tema con

varie sentenze fra cui la n. 366/1991 e 63/1994 (utilizzabilità

delle registrazioni in altri procedimenti) e n. 463/1994

(conservazione delle registrazioni).

L’evoluzione della disciplina delle intercettazioni (segue)

Legge 281/2006

I fatti di cronaca nel 2005 e nel 2006 (caso Fazio, scandalo delle

intercettazioni Telecom, calciopoli) hanno determinato alcune pronunce del

Garante per la protezione dei dati personali (15 dicembre 2005 e 21 giugno

2006) e poi il d.l. 259/2006, convertito in l. 281/2006, che modifica l’art.

240 del codice di procedura penale.

Ddl n. 1415 del 13 giugno 2008

Attualmente in discussione in Parlamento, il ddl Alfano prevede restrizioni

alla possibilità di effettuare intercettazioni, nonché pene più severe per chi

ne divulga arbitrariamente il contenuto.

Le intercettazioni dei parlamentari (dirette e indirette)

Legge 140/2003

Emanata per l’attuazione dell’art. 68 Cost. (cioè la legge che ha

previsto l’immunità penale per le 5 più alte cariche dello Stato). La

legge ribadisce la necessità dell’autorizzazione della camera di

appartenenza per sottoporre ad intercettazioni un parlamentare e

prevede l’obbligo di distruzione delle intercettazioni indirette (cioè

quelle relative a persone indagate o imputate con cui un parlamentare

abbia avuto conversazioni telefoniche), a meno che il giudice non

chieda autorizzazione di conservazione alla camera di appartenenza

del parlamentare.


PAGINE

118

PESO

264.74 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa lezione fa rifermento alla seconda parte del corso di Teoria etica e regolamentazione del giornalismo tenuto dalla prof.ssa Allegri. L'argomento in questione è il il fondamento costituzionale della libertà di informazione con particolare attenzione all’interpretazione dell’art. 21 della Costituzione e ai limiti alla manifestazione di libertà di espressione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in editoria multimediale e nuove professioni dell'informazione
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di TEORIA ETICA E REGOLAMENTAZIONE DEL GIORNALISMO e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Allegri Maria Romana.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Teoria etica e regolamentazione del giornalismo

Cattive Notizie - Roidi
Appunto
Giornalismo - Crisi e trasformazione
Dispensa
Giornalismo - Crisi
Dispensa
Stampa - Disciplina
Dispensa