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Il ricorso non ha pregio.

L'art. 262 cod. civ., commi 2 e 3 prevedono che nell'ipotesi di riconoscimento paterno della

filiazione successivo a quello materno, il figlio possa assumere il cognome del padre aggiungendolo

o sostituendolo a quello della madre, e demanda al giudice, nel caso di minore età del figlio, la

relativa decisione. Nel caso, previsto dall'art. 262 c.c., comma 3, di attribuzione giudiziale del

cognome al figlio naturale riconosciuto non contestualmente dai genitori, il giudice è investito del

potere-dovere di decidere su ognuna delle soluzioni in detta disposizione previste, avendo riguardo

all'unico criterio di riferimento dell'interesse del minore e con esclusione di qualsiasi automaticità

nell'attribuzione del cognome, pure in ordine all'assunzione del patronimico (Cass. 200802751;

200716989; 200612641).

Poiché i criteri di individuazione del cognome del minore si pongono in funzione esclusiva del suo

interesse, che è essenzialmente quello di evitare un danno alla sua identità personale, intesa anche

come proiezione della sua personalità sociale, e poiché l'art. 262 c.c. disciplina autonomamente e

compiutamente la materia, la scelta del giudice non può essere condizionata né dal favor per il

patronimico né dall'esigenza di equiparare almeno tendenzialmente il risultato a quello derivante

dalle diverse regole, non richiamate dal citato articolo, che presiedono all'attribuzione del cognome

al figlio legittimo o legittimato (del D.P.R. n. 396 del 2000, art. 33), delle quali, peraltro, sono stati

già evidenziati profili di non aderenza al dettato costituzionale ed alle norme sovranazionali (cfr. da

ultimo, Corte Cost. 200600061; Cass., ord., 200823934), prima che d'inattualità rispetto al comune

sentire.

L'art. 262 c.c., comma 3 affida, dunque, al giudice una valutazione ampiamente discrezionale, da

condurre non secondo schemi predeterminati e casistiche limitanti, ma con riguardo a qualsiasi

aspetto che possa influire sull'apprezzamento dell'interesse del minore, in rapporto alle due previste

e diverse ipotesi dell'accertamento giudiziale e del riconoscimento della filiazione, valutazione che

si sottrae al sindacato di legittimità se sorretta da congrua e logica motivazione, motivazione che

nella specie è rivisitabile in questa sede, ratione temporis (art. 360 c.p.c., comma 4, D.Lgs. n. 40 del

2006, art. 27, comma 2. Sul punto, cfr Cass. 200715953).

Alla luce degli esposti rilievi la conclusione dei giudici di merito, secondo cui l'interesse della

minore appariva garantito dall'assunzione del cognome paterno in aggiunta a quello originario

materno, appare aderente al dettato normativo ed irreprensibile anche per il profilo motivazionale.

Ai fini del mantenimento del cognome materno, assunto per primo, è stato giustamente valorizzato

anche il profilo esistenziale della minore e segnatamente il suo duplice contesto di vita, onde pure

assicurare l'aderenza del segno di identificazione ai tratti della sua personalità sociale in

formazione, e, quindi, a giusto presidio del diritto della bambina ad assumere il cognome che più

plausibilmente la faccia apparire come se medesima. Nè su tale valutazione di merito può influire in

questa sede la sopravvenienza costituita dalla morte di A.A., dal momento che lo stesso ricorrente

conferma che sino all'attualità tale evento non ha modificato il pregresso contesto di vita della

figlia.

D'altro canto, mero valore rafforzativo appare avere assunto il rilievo sia della corrispondenza della

decisione con l'iniziale condiviso desiderio dei genitori e sia della mancanza d'intenti coniugali fra l'

A. ed il P..

Conclusivamente a fronte del quesito di diritto formulato dal ricorrente e del seguente tenore: "Se il

giudice chiamato a decidere circa l'assunzione del cognome paterno da parte del figlio naturale

minore, riconosciuto dalla madre e successivamente dal padre naturale, possa disattendere l'istanza

di attribuzione del cognome paterno e l'assunzione del doppio cognome, con anteposizione di quello

materno rispetto a quello paterno, malgrado ciò importi un trattamento differenziato rispetto al

figlio legittimo, quand'anche non sussistano comprovati motivi che ostino all'assunzione del solo

cognome paterno, quali la maturazione di una precisa ed infungibile identità individuale e sociale da

parte del minore per essere cresciuto nella cerchia sociale con il cognome materno o il grave

comportamento del padre, idonei ad arrecargli pregiudizio" vanno affermati i seguenti principi di

diritto : 3

a) "Nel caso di attribuzione giudiziale del cognome al figlio naturale riconosciuto non

contestualmente dai genitori, il giudice è investito dall'art. 262 c.c., comma 3 del potere-dovere di

prendere in esame ognuna delle soluzioni in detta disposizione previste, avendo riguardo all'unico

criterio di riferimento dell'interesse del minore e con esclusione di qualsiasi automaticità

nell'attribuzione del cognome, pure in ordine all'assunzione del patronimico".

b) "L'art. 262 c.c., comma 3 affida al giudice una valutazione ampiamente discrezionale, da

condurre non secondo schemi predeterminati e casistiche limitanti, ma con riguardo a qualsiasi

aspetto che possa influire sull'apprezzamento dell'interesse del minore, in rapporto alle due previste

e diverse ipotesi dell'accertamento giudiziale e del riconoscimento della filiazione, valutazione che

si sottrae al sindacato di legittimità se sorretta da congrua e logica motivazione".

c) "In tema di attribuzione giudiziale del cognome al figlio naturale riconosciuto non

contestualmente dai genitori, poichè i criteri di individuazione del cognome del minore si pongono

in funzione esclusiva del suo interesse, che è essenzialmente quello di evitare un danno alla sua

identità personale, intesa anche come proiezione della sua personalità sociale, e poichè l'art. 262

cod. civ. disciplina autonomamente e compiutamente la materia, la scelta del giudice non può essere

condizionata nè dal favor per il patronimico né dall'esigenza di equiparare, almeno tendenzialmente,

il risultato a quello derivante dalle diverse regole, non richiamate dal citato articolo, che presiedono

all'attribuzione del cognome al figlio legittimo".

Pertanto il ricorso deve essere respinto, con conseguente condanna del P., soccombente, al

pagamento, in favore del controricorrente curatore speciale della minore, delle spese del giudizio di

legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il P. al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle

spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 2.500,00 per

onorario, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 4 marzo 2009.

Depositato in Cancelleria il 29 maggio 2009 4

Diritto all’identità personale e diritto di cronaca

Cass., sez. I, 07-02-1996, n. 978.

MASSIMA

Il diritto all’identità personale, pur essendo un diritto soggettivo perfetto, fondato sull’art. 2 cost.,

può essere limitato in conseguenza dell’esercizio di altri diritti fondamentali, anch’essi

costituzionalmente garantiti; in particolare, il diritto di cronaca, tutelato dall’art. 21 cost., può

liberamente esplicarsi e prevalere su quello all’identità personale, ove ricorrano cumulativamente

le seguenti condizioni: a) l’utilità sociale della notizia; b) la verità dei fatti divulgati; c) la forma

civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione, non eccedente rispetto allo scopo

informativo ed improntata a serena obiettività, con esclusione di ogni preconcetto intento

denigratorio (riaffermando tali principi, la suprema corte ha confermato la decisione di merito, la

quale, ritenuto l’interesse sociale di uno sceneggiato televisivo sul «caso Re Cecconi» - noto

calciatore della Lazio, ucciso nel 1977 da un gioielliere durante il falso tentativo di rapina ideato

per scherzo dalla vittima - ha respinto la domanda di distruzione del filmato, proposta dal

gioielliere e dalla moglie di questi deducendo che esso ledeva il loro diritto all’identità personale)

FATTO

1. Con citazione del 30 settembre e 8 ottobre 1983, i coniugi Bruno e Panera Adorno Tabocchini

convenivano in giudizio la R.A.I.

Radiotelevisione italiana e gli sceneggiatori Tommaso Sherman e Giampaolo Correale per ottenere

la distruzione di un sceneggiato televisivo intitolato "L'Appello" e relativo al "caso Rececconi",

concernente l'uccisione del noto giocatore di calcio della società sportiva Lazio, Luciano Rececconi

ad opera del Tabocchini, durante un falso tentativo di rapina ideato per scherzo dalla vittima

all'interno della gioielleria degli attori.

Esponevano i coniugi Tabocchini che il tragico episodio si era verificato la sera del 18 gennaio

1977 allorquando nella loro gioielleria entrarono alcuni giovani, uno dei quali tenendo le mani in

tasca, pronunziò la frase "fermi tutti", questa è una rapina"; al che la reazione del gioielliere che,

credendo di trovarsi di fronte ad un delinquente, estrasse la pistola e sparò contro il giovane

uccidendolo.

Esponevano ancora gli attori che il Tabocchini fu arrestato sotto l'imputazione di omicidio, tratto a

giudizio ed assolto con formula piena ex art. 52 c.p. dal Tribunale di Roma con sentenza del 5

febbraio 1977; che nel 1982 avevano appreso da notizie di stampe che la RAI stava preparando una

trasmissione televisiva (sceneggiatori lo Scherman ed il Correale) riguardante il tragico episodio;

che, a seguito della lettura del copione e della visione del filmato, essi si erano accorti che quel

lavoro violava il loro "diritto alla identità personale"; dal che appunto la richiesta della sua

distruzione.

2. Con sentenza del 15 dicembre 1986, il tribunale di Roma adito accoglieva la domanda.

Ma, su appello della RAI; la Corte di Roma, riformava, poi, integralmente la statuizione di primo

grado.

3. Da qui l'odierno ricorso per cassazione dei coniugi Tabocchini.

DIRITTO

1. Con l'unico complesso mezzo della impugnazione si denuncia dai ricorrenti "violazione e falsa

applicazione degli artt. 6, 7, 10, cod. civ; 96 e 97 l. 1941 n. 632, 2 Costituzione, 8 Convenzione sui

5

diritti dell'uomo del 4 novembre 1950, resa esecutiva con l. n. 848 1955, nonché omessa,

insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia".

2. Il ricorso è, per ogni aspetto, infondato.

3. Vanno preliminarmente richiamati e puntualizzati, in premessa, la nozione, il fondamento

giuridico, la struttura, il contenuto, le forme ed i limiti di tutela del c.d. diritto alla identità

personale, la cui violazione - nella specie - assumono appunto i ricorrenti sia stata a torto esclusa

dalla Corte di merito.

3-1 L'"identità personale è venuta emergendo, nella più recente elaborazione giurisprudenziale,

come bene - valore costituito dalla proiezione sociale della personalità dell'individuo, cui si correla

un interesse del soggetto ad essere rappresentato, nella vita di relazione, con la sua vera identità, a

non vedere quindi, all'esterno, modificato, offuscato o comunque alterato il proprio patrimonio

intellettuale, ideologico, etico, professionale (ecc) quale già estrinsecatosi o destinato, comunque,

ad estrinsecarsi, nell'ambiente sociale, secondo indici di previsione costituiti da circostanze

obiettive ed univoche (cfr. in particolare, Pret. Roma 6 maggio 1974, Giur. it. 95 I, 2, 514; Cass. 22

giugno 1985 n. 3769;

Corte Cost. 1994 n. 13).

3-2 La specificità di tale interesse ("ad essere se stesso") è stata anche colta in parallelo od in

contrappunto ad altri interessi ad esso contermini o collegati come l'interesse ai segni distintivi

(nome, pseudonimo), che identificano nell'attuale ordinamento il soggetto sul piano dell'esistenza

materiale e della condizione civile; all'immagine, che evoca le mere sembianze fisiche; all'onore

(che ha una dimensione più spiccatamente soggettiva, rispetto al rilievo oggettivo attribuito alla

"identità"); alla reputazione, (che postula per la sua compromissione l'attribuzione di fatti

suscettibili di causare un giudizio di disvalore e non meramente alterativi - al limite anche in

positivo - della personalità, come quelli che incidono sulla "identità"); e lo stesso interesse alla

riservatezza, cui si riconosce un obiettivo, per, così dire, negativo alla "non rappresentazione"

all'esterno (di proprie vicende personali) (cfr. Cass. 990-1963; 2129-1975), in luogo di quello

positivo, alla fedeltà della rappresentazione, che connota l'identità personale.

Anche se la utilità, soprattutto didascalica, di tali distinzioni non deve fare velo al carattere solidale

di tali interessi, confluenti in un valore unitario, che è quello della persona umana.

3-3 Quest'ultima puntualizzazione (che presuppone l'adesione ad una concezione "monistica" dei

diritti della personalità (da questa Corte, del resto, già sostanzialmente anticipata nella citata sent. n.

990-1963) aiuta anche a definire, senza perplessità, in termini di diritto soggettivo perfetto, la

struttura della situazione soggettiva considerata.

E consente, nel contempo, di individuare con maggiore risolutezza (superando le riserve affioranti

in qualche tratto della motivazione della pure già citata sentenza n. 3769-1985) il correlativo

fondamento giuridico, ancorandolo direttamente all'art. 2 della Costituzione (Cfr, implicitamente su

questa linea, anche Corte Cost. n. 13-94): inteso tale precetto nella sua più ampia dimensione di

clausola generale, "aperta" all'evoluzione dell'ordinamento e suscettibile, per ciò appunto, di

apprestare copertura costituzionale ai nuovi valori emergenti della personalità in correlazione anche

all'obiettivo primario di tutela del "pieno sviluppo della persona umana", di cui al successivo art. 3

capoverso.

Per cui la concreta disciplina positiva del diritto in esame effettivamente può mutuarsi dalle

disposizioni codicistiche e dalle disposizioni sul diritto di autore, in apertura richiamate: applicabili

in via diretta - e non analogica - proprio per l'interpretazione evolutiva ed adeguatrice, di quelle

norme che gli indicati precetti costituzionali consentono ed, anzi, impongono.

4. La riconosciuta base e garanzia costituzionale del diritto alla identità personale va però incontro a

limiti, di pari rango primario, che derivano dalla peculiare natura "antagonista" del diritto

6

medesimo, al suo dover coesistere, cioè, nell'ordinamento, con diritti contenutisticamente di segno

inverso, pure essi fondamentali e costituzionalizzati.

Si riflette infatti nella dialettica che viene ad instaurarsi tra il diritto alla identità personale ed i

contrapposti diritti di critica di cronaca e di creazione artistica (a loro volta riconducibili alla

comune matrice costituzionale dell'art. 21) quel fenomeno di confliggenza di interessi, di cui la

casistica è ricchissima (si pensi alla libertà sindacale confliggente con la libertà di impresa; al diritto

alla salute confliggente con l'interesse della produzione ecc) e che trova soluzione attraverso il

contemperamento e l'equo bilanciamento delle libertà antagoniste, per modo che la tutela dell'una

non sia esclusiva di quella dell'altra.

5. Nel conflitto, in particolare, che qui ne interessa un tale bilanciamento degli opposti valori

costituzionali si risolve nel riconoscimento della libera esplicabilità del diritto di cronaca e nella sua

prevalenza sul diritto alla identità personale ove ricorra la triplice condizione: a) della utilità sociale

della notizia; b) della verità dei fatti divulgati; c) della forma civile della esposizione dei fatti e della

loro valutazione, non eccedente rispetto allo scopo informativo ed improntata a serena obiettività,

con esclusione di ogni preconcetto intento denigratorio (cfr. già Cass. 1984 n. 5259).

Prevalendo altrimenti - in difetto di alcuna di tali condizioni - la garanzia della identità personale:

intesa, per altro, tale "identità" non in senso soggettivo, come opinione cioè che il soggetto abbia

del "proprio io", bensì in senso oggettivo, in riferimento appunto alla "identita" dell'individuo che,

nella realtà sociale generale o particolare, è percepita e conosciuta o poteva essere conosciuta con

l'applicazione dei criteri della normale diligenza o della buona fede soggettiva.

6. Ora appunto - secondo i ricorrenti - per un verso sarebbe mancato, nel filmato in questione, alcun

apprezzabile interesse sociale alla cognizione dei fatti privati in esso divulgati e, per altro verso,

innegabile ne sarebbe stato l'intento (o comunque il risultato) denigratorio e deformante della

identità di essi protagonisti: essendo stato, in particolare, il Tabocchini descritto come individuo

incolto, impacciato, attaccato ai suoi averi ed al denaro, e la moglie riduttivamente rappresentata

come donna unicamente intenta a riporre oggetti negli scaffali.

E sarebbe proprio la mancata rilevazione di questi elementi e presupposti - risolutivi del conflitto in

favore del diritto alla identità degli attori e deponenti per la fondatezza della correlativa domanda di

tutela - che vizierebbe la sentenza impugnata.

Ma la censura, così formulata, come già si è anticipato, non coglie nel segno: nè sul piano della

violazione di legge, perché la Corte di Roma ha avuto sostanzialmente presente ed ha argomentato,

comunque, in sintonia con il quadro di principi innanzi delineato; nè nella prospettiva del vizio di

motivazione, ex art. 360 n. 5, sui punti in questione.

Per un verso non hanno mancato, infatti, quei giudici di verificare l'esistenza di un attuale interesse

sociale del filmato (già dal tribunale, del resto, riconosciuto) per il carattere emblematico che la

vicenda assume nella rappresentazione di un particolare periodo storico segnato, nella comune

memoria, da una diffusa violenza ed attitudine aggressiva, che appunto l'opera vede del pari

manifestate sia nel comportamento dell'aggressore che in quello stesso (lo scherzo "violento") della

vittima.

E, per altro verso, ben articolata, diffusa e coerente (per cui resiste al vaglio di legittimità) è la

motivazione in ordine all'escluso carattere denigratorio o deformante della descrizione della

personalità degli attori.

Avendo invero, al riguardo, il Collegio di appello puntualmente, tra l'altro, osservato che "tutti i

fatti narrati sono veri"; che fu, in effetti, lo stesso Tabocchini a presentarsi alla stampa come uomo

di scarsa cultura, per non aver potuto egli studiare, pressato dalla necessità di guadagnare; che egli

non poteva poi dolersi della raffigurazione di un suo comportamento "impacciato" nei momenti

susseguenti alla tragedia, poiché sarebbe stato altrimenti per lui ben più negativa l'inversa

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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce al seminario di Istituzioni di Diritto Privato, tenuto dalla Dott. ssa Frenda il 24 marzo 2011.
Gli argomenti trattati dalla dispensa sono i seguenti:
- analisi della sent. n. 12670/09 (diritto all'identità personale e al nome)
- analisi della sent. n. 978/96 (diritto all'identità personale e di cronaca)
- analisi della sent. n. 22513/04 (diritto all'immagine)


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Granelli Carlo.

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