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Tornando alla sentenza, scritta con esemplare limpidezza, essa stabilisce alcuni punti

difficilmente contestabili. Primo: il crocifisso è un simbolo religioso, non di altra natura. Secondo:

questo simbolo identifica soltanto una precisa religione, quella cristiana. Terzo: dunque la sua

esposizione obbligatoria nelle aule scolastiche fa violenza a chi appartiene a una diversa fede o a

chi non ne ha nessuna. Quarto: la supremazia di una confessione religiosa sulle altre offende la

libertà di religione, nonché il principio di laicità delle istituzioni pubbliche.

La Corte fa innanzitutto notare che l’obbligo di esposizione del crocifisso nelle aule

scolastiche risale ad epoca pre-fascista e fascista e non ha mai avuto la forza di legge, ma

semplicemente di regolamento. Richiama inoltre la giurisprudenza della Corte costituzionale

italiana, secondo la quale l’eguale protezione della coscienza di ciascuna persona che aderisce a

una religione è indipendente dalla religione scelta. Una tale posizione di equidistanza e di

imparzialità riflette il principio di laicità che ha natura di “principio supremo” e che caratterizza lo

Stato nel senso del pluralismo. Le diverse credenze, culture e tradizioni devono vivere insieme in

eguaglianza e libertà.

La Corte passa quindi in rassegna le ragioni addotte dalle parti convenute. La querelante

sostiene che «l’esposizione della croce nella scuola pubblica frequentata [dai propri figli] ha

costituito un’ingerenza incompatibile con il suo diritto di assicurare loro una educazione e un

insegnamento conformi alle sue convinzioni religiose e filosofiche. […] Esiste una “questione

religiosa” in Italia, perché, facendo obbligo di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, lo Stato

accorda alla religione cattolica una posizione privilegiata che si tradurrebbe in una ingerenza

statale nel diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. […] Privilegiare una religione

con l’esposizione di un simbolo dà la sensazione agli allievi della scuola pubblica che lo Stato

aderisca a una credenza religiosa determinata. Quando invece, in uno Stato di diritto, nessuno

dovrebbe percepire lo Stato come più vicino ad una confessione religiosa che ad un’altra, e

soprattutto non le persone che sono più vulnerabili in ragione della loro giovane età. […] questa

5 Con una certa malcelata malizia alcuni personaggi, euro-ostili ancor più che euro-scettici, hanno lasciato

ingenerare la confusione presso il pubblico scarsamente informato che la Corte europea dei diritti dell’uomo

sia un organismo dell’Unione europea. Il quest’azione di disorientamento della pubblica opinione si è distinto

il livore anti-europeista di Vittorio Feltri, che nel Giornale del 4 novembre, per ignoranza o per malafede,

riferendosi ai giudici di Strasburgo, li chiama «i signori giudici dell’Unione europea».

6 Gli oppositori della sentenza hanno manifestato stupore che la Corte si occupasse della questione. In

realtà la giurisprudenza della Corte in tema di laicità è di tutto rispetto. Nel decreto di ricevibilità Dahlab

contro la Svizzera del 15 febbraio 2001, relativo ad una insegnante del Cantone di Ginevra che aveva subìto

delle sanzioni disciplinari perché rifiutava di togliersi il velo, la Corte di Strasburgo ha respinto la richiesta,

perché la proibizione di portare il velo nel quadro di un’attività di insegnamento primario costituiva una

misura necessaria in una società democratica. Nel decreto Kalaç contro la Turchia del 1 luglio 1997, la Corte

ha parimenti convalidato la sanzione disciplinare pronunciata contro un militare che si dedicava al

proselitismo religioso. La Corte ha, allo stesso modo, riconosciuto la possibilità di limitare il pieno esercizio

della libertà religiosa, per quanto riguarda gli utenti. Nel decreto Karadum contro la Turchia del 3 maggio

1993, la Corte, dopo aver rilevato l’esistenza di un insegnamento privato parallelo all’insegnamento pubblico,

ha ammesso il divieto di portare dei simboli religiosi negli edifici pubblici per l’insegnamento superiore in

Turchia, in considerazione della necessità di proteggere le donne da pressioni. In una decisione, Valsamis

contro la Grecia del 6 luglio 1995, essa ha stabilito che un’allieva non potesse fare appello alle sue

convinzioni religiose per rifiutare di assoggettarsi al regolamento scolastico.

7 Valga per tutti l’esempio offerto in televisione dal ministro La Russa. 5

situazione ha come ripercussione una pressione indiscutibile sui minori e dà la sensazione è

lontano da quelli che non si riconoscono in questa confessione. La nozione di laicità significa che

lo Stato deve essere neutro e dare prova di equidistanza di fronte alle religioni, perché esso non

dovrebbe essere percepito come più vicino a certi cittadini di altri. Lo Stato dovrebbe garantire a

tutti i cittadini la libertà di coscienza, a cominciare da un’istruzione atta a forgiare l’autonomia e la

libertà di pensiero della persona».

I rappresentanti dello Stato italiano osservano: «Se la croce è certamente un simbolo

religioso, essa riveste altri significati. Essa avrebbe egualmente un significato etico, comprensibile

ed apprezzabile indipendentemente dall’adesione alla tradizione religiosa o storica perché essa

evoca principi che possono essere condivisi al di fuori della fede cristiana […] Il messaggio della

croce sarebbe dunque un messaggio umanista, che può essere letto in maniera indipendente dalla

sua dimensione religiosa, costituito da un insieme di principi e di valori che forma la base delle

nostre democrazie. […] il simbolo della croce, potendo essere percepito come privo di significato

religioso, la sua esposizione in un luogo pubblico non costituirebbe in sé un attentato ai diritti e

libertà». Si sottolinea che «il crocifisso è in effetti esposto nelle aule scolastiche ma non è affatto

richiesto agli insegnanti o agli alunni di indirizzargli il minimo segno di saluto, di riverenza o di

semplice riconoscimento, e ancor meno di recitare preghiere in classe. Nei fatti non è loro richiesto

di prestare una qualunque attenzione al crocifisso». L’idea è che si tratti di un vero e proprio pezzo

di arredamento, come affermato dalle disposizioni pre-repubblicane. Appare allora pertinente la

domanda della Greek Helsinki Monitor, un’associazione che ha partecipato al dibattimento: «Se si

segue l’argomento del Governo [italiano] secondo cui l’esposizione del crocifisso non richiede né

saluto né attenzione, sarebbe il caso di domandarsi allora perché il crocifisso viene esposto.

L’esposizione di un tale simbolo potrebbe essere percepito come atto di venerazione istituzionale».

È contraddittorio affermare, da una parte, che la presenza del crocifisso è del tutto indifferente e,

dall’altra però, imporne l’esposizione.

Forse consapevoli della fragilità delle motivazioni addotte, si conclude facendo appello alla

“prudenza” e al “ritegno” e richiamando «la necessità di trovare un compromesso con i partiti di

ispirazione cristiana che rappresentano una parte essenziale della popolazione». In sostanza un

richiamo ad un organismo giurisdizionale ad agire secondo l’opportunità politica e non secondo

giustizia.

Nel suo giudizio la Corte prende le mosse dalla corretta definizione della missione della

scuola pubblica e dalla riaffermazione della libertà educativa dei genitori (argomento questo

particolarmente caro alla destra e ai clericali): «Il rispetto delle convinzioni dei genitori deve essere

possibile nel quadro di una educazione capace di assicurare un ambiente scolastico aperto e che

favorisca l’inclusione piuttosto che l’esclusione, indipendentemente dall’origine sociale degli alunni,

dalle credenze religiose o dall’origine etnica. la scuola non deve essere teatro di attività

missionarie o di predicazione; essa dovrebbe essere un luogo di incontro di differenti religioni e

convinzioni filosofiche, dove gli alunni possono acquisire conoscenze sulle rispettive opinioni e

tradizioni. […] lo Stato, svolgendo funzioni da esso assunte in materia di educazione e di

insegnamento, vigila a che le informazioni o conoscenze che figurano nei programmi siano diffuse

in maniera obiettiva, critica e pluralista. Quest’ultima gli impedisce di perseguire uno scopo di

indottrinamento che possa essere considerato di non rispettare le convinzioni religiose e filosofiche

dei genitori. Qui si pone il limite da non oltrepassare. […] Nel contesto dell’insegnamento, la

neutralità dovrebbe garantire il pluralismo». C’entra la libertà di educazione ma c’entra anche la

libertà religiosa.

Poste queste premesse, la Corte conclude: «l’obbligo dello Stato di astenersi dall’imporre,

anche indirettamente, credenze in luoghi dove le persone sono dipendenti da esso o ancora nella

situazione in cui sono particolarmente vulnerabili. La scolarizzazione dei bambini rappresenta un

settore particolarmente sensibile perché, in questo caso, il potere vincolante dello Stato è imposto

a menti che mancano ancora (secondo il livello di maturità del bambino) della capacità di prendere

distanza critica in relazione al messaggio che scaturisce da una scelta preferenziale manifestata

dallo Stato in materia religiosa».

Il punto è «di sapere se lo Stato, imponendo l’esposizione del crocifisso nelle aule

scolastiche, ha vigilato nell’esercizio delle sue funzioni di educazione e di insegnamento a che le

conoscenze siano diffuse in maniera obiettiva, critica e pluralista e ha rispettato le convinzioni

religiose e filosofiche dei genitori». Bisogna innanzitutto osservare che «nei paesi dove la grande

maggioranza della popolazione aderisce a una precisa religione, le manifestazione dei riti e dei

simboli di questa religione, senza limitazione di luogo e di forma, può costituire una pressione sugli

alunni che non praticano detta religione o su coloro che aderiscono ad un’altra religione».

L’esposizione del crocifisso, che possiede un significato religioso chiaro e predominante,

costituisce una violenza nei confronti dei non cattolici e degli atei e una forma di discriminazione a

favore dei cattolici. Infatti esso «nel contesto scolastico dell’educazione pubblica, viene

necessariamente percepito come parte integrante dell’ambiente scolastico e può quindi essere

considerato come un “potente segno esterno”. […] La presenza del crocifisso può facilmente

essere interpretata dagli alunni come un segno religioso ed essi si sentiranno educati in un

ambiente scolastico segnato da una data religione. Ciò che può essere incoraggiante per alcuni

alunni di una religione, può essere emotivamente inquietante per alunni di altre religioni o per

coloro i quali non professano alcuna religione. Questo rischio è particolarmente presente presso gli

alunni che appartengono a minoranze religiose. La libertà negativa non è limitata all’assenza di

servizi religiosi o di insegnamento religioso. Essa si estende alle pratiche e ai simboli che

esprimono, in particolare o in generale, una credenza, una religione o l’ateismo. Questo diritto

negativo merita una protezione particolare se è lo Stato che esprime una credenza e se la persona

è collocata in una situazione dalla quale non può liberarsi se non a costo di sforzi e sacrifici

sproporzionati. […]Il rispetto delle convinzioni dei genitori in materia di educazione deve tenere

conto del rispetto delle convinzioni degli altri genitori. Lo Stato è tenuto alla neutralità

confessionale nel quadro dell’educazione pubblica obbligatori dove la richiesta ai corsi è richiesta a

prescindere dalla religione e che deve cercare di inculcare negli alunni il pensiero critico. La Corte

non vede come l’esposizione, nelle aule delle scuole pubbliche, di un simbolo che è ragionevole

associare al cattolicesimo (la religione maggioritaria in Italia) possa essere utile al pluralismo

educativo che è essenziale per il mantenimento di una “società democratica”. […] l’esposizione di

un simbolo di una confessione data nell’esercizio della funzione pubblica relativamente a situazioni

specifiche dove spicca il controllo governativo, in particolare nelle aule scolastiche, limita il diritto

dei genitori di educare i propri figli secondo le loro convinzioni come anche il diritto degli scolari di

credere o di non credere».

Ciò posto, la Corte conclude che l’esposizione costituisce una discriminazione e un

condizionamento nonché una violazione della libertà educativa dei genitori. In tal modo lo Stato

viene meno al proprio dovere di rispettare la neutralità nell’esercizio delle funzioni pubbliche, in

particolare nell’ambito educativo, favorendo la religione maggioritaria.

È apparso opportuno riportare estesi passaggi della sentenza per sottolineare il rigore e la

chiarezza del ragionamento della Corte e la forza dei principi su cui si fonda. La querelante vede

accolti pienamente le proprie ragioni mentre quelle dello Stato italiano vengono respinti in blocco.

Al di là delle reazioni a caldo, la sentenza non può non provocare grave imbarazzo negli

ambienti cattolici, perché essa è imperniata sul diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro

convinzioni, diritto che costituisce l’argomento forte delle pretese vaticane verso lo Stato. Ma è un

diritto che non può trovare applicazione differenziata a seconda che si tratti della religione

maggioritaria o di una minoritaria, o dell’agnosticismo e dell’ateismo. Il rispetto delle convinzioni di

molti genitori non può misconoscere il rispetto delle convinzioni di pochi, specialmente quando i

pochi e i molti convivono in uno stesso ambiente educativo dove i loro figli sono obbligati a

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al corso di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale tenuto dal prof. Salvatore Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento analizza l'evolversi dei diritti in rapporto al multiculturalismo della società moderna.
Parole chiave: minoranze, ghettizzazione, immigrazione, cultura islamica, diritti inviolabili.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Costantino Salvatore.

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