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secondo il quale lo stato e la politica devono restare neutrali rispetto alle questioni che coinvolgono

la coscienza morale e religiosa degli individui. Dovendo affrontare problemi come quelli bioetici e

delle manipolazioni genetiche, ambientali ed energetici, ma anche quello dell'intervento militare in

Iraq o nell’ex-Jugoslavia, o del riconoscimento dell’unione di coppie omosessuali, o quello della

stessa immigrazione, diviene inevitabile assumere un punto di vista valutativo e normativo che

spesso prescinde da orientamenti politicamente predefiniti e rischia di far inceppare i meccanismi

decisionali approntati dal costituzionalismo tradizionale» [Belvisi].

2. Un caso eclatante, che enfatizza il carattere multiculturale della società nazionale, è

2

rappresentato dal caso giudiziario risolto nel 1995 dalla “sentenza sul crocifisso” della Corte

costituzionale federale tedesca. Il caso riguarda il ricorso di due coniugi di educazione

“steineriana”, i cui figli frequentavano una scuola pubblica della Baviera. Poiché l’ordinamento

scolastico di questo Land prevedeva l’esposizione obbligatoria del crocifisso nelle aule di

insegnamento, i genitori ricorrenti hanno lamentato la negativa funzione educativa esercitata

dall’immagine di un «corpo di un uomo morente». La Corte ha deciso a maggioranza

l’incostituzionalità della normativa scolastica in questione, poiché essa violava la libertà di

coscienza e di religione garantita dall’art. 4, comma 1 della Legge Fondamentale tedesca.

Propugnando la classica concezione liberale dei diritti, secondo la quale essi sono previsti dalla

costituzione a difesa del singolo e della minoranza contro l’eventuale eccesso di potere della

maggioranza politica, la parte prevalente dei giudici costituzionali ha ritenuto che lo Stato non

possa «creare una situazione in cui il singolo viene esposto all’influenza di una fede particolare […]

e ai simboli in cui essa si autorappresenta», neppure quando tale fede sia condivisa dalla parte di

gran lunga preponderante di uno Stato. I giudici dissenzienti, invece, hanno richiamato proprio

l’argomento maggioritario, sostenendo che l’art. 7 L.F. - che attribuisce ai Länder l’organizzazione

democratica della scuola pubblica - consente allo stato bavarese di ispirare l’educazione scolastica

ai principi della religione cattolica che costituisce parte del patrimonio culturale comune del Land.

All’interno della stessa Corte costituzionale federale, dunque, sono affiorate interpretazioni dei

diritti radicalmente diverse: da una parte quella individualista, dall’altra quella comunitaria.

Ciò che deve far riflettere è che, attraverso questi due modelli interpretativi, mutano

altrettanto radicalmente senso e significato dei diritti fondamentali garantiti dalla costituzione, al

punto che sembra legittimo dubitare che in questo caso siamo ancora in presenza dei medesimi

diritti fondamentali. Per la concezione individualista titolare del diritto è l’individuo singolo, per la

concezione comunitaria titolare del diritto è in primis la comunità maggioritaria dei cittadini.

Qualificando acriticamente i diritti umani come universali, inviolabili, innati, naturali, imprescrittibili,

ecc., sfugge il fatto che tali diritti sono un prodotto storico-culturale e, in quanto tali, variano nel

tempo, subiscono interpretazioni e sono soggetti al consenso sociale. Non esiste una

interpretazione univoca, neanche a livello nazionale, per cui l’universalità dei diritti umani non è

implicita e scontata, ma va conquistata attraverso un processo dialogico tendente alla costruzione

del consenso, dell’accordo, della condivisione.

3.

2 Si tratta di un caso che ha fortissime analogie con il caso della sentenza del 3 novembre 2009 della Corte

europea dei diritti dell’uomo. Si veda l’appendice.

Dicevano appunto che bisogna concepire le nostre società non come composte da una

maggioranza e più minoranze, ma come costituite da una pluralità di gruppi culturali.

Indipendentemente dall’irruzione nelle nostre società di culture profondamente diverse, è entrata in

crisi la concezione vigente della cittadinanza, nella misura in cui è entrata in crisi l’omogeneità

della comunità politica. I conflitti sociali non sono solo quelli che sorgono su basi etniche o

religiose, ma anche quelli che nascono da ragioni culturali in senso lato. Le regole della

convivenza sociale non possono più essere fatte valere in astratto, in quanto pensate in una

situazione in cui non erano rilevanti i contrasti culturali, ma assume importanza «il momento

pragmatico dell’interpretazione del testo normativo in vista della sua applicazione e della

produzione della norma per il caso concreto» [Belvisi].

La stessa costituzione ha sempre meno il senso di un quadro di valori determinati e definiti,

un modello di vita, un progetto di società, e sempre più quello di un campo di possibilità di

coesistenza di valori diversi (si pensi al consenso per intersezione di Rawls). I contrasti sociali a

sfondo culturale dovrebbero essere risolti con il metodo della negoziazione, con atteggiamento

pragmatico inteso alla mediazione, avendo come scopo non che una parte vinca e l’altra

soccomba, ma di salvaguardare le pretese di ambedue le parti in causa. Il gioco non deve essere

3

a somma zero. Con una battuta: non si tratta di prendere la decisione giusta, ma quella corretta .

Si tratta di rendere aperta e flessibile la concezione liberale pura dei diritti fondamentali, che li

considera riferiti esclusivamente all’individuo e che non sopportano compromessi.

Sotto questo punto di vista la «sentenza del crocifisso» della Corte costituzionale federale

tedesca appare una sentenza inadeguata, nella misura in cui, volendo garantire la minoranza dalla

maggioranza, ha riconosciuto alla minoranza un diritto che ha negato alla maggioranza. La

sentenza ha affermato una sorta di asetticità della sfera pubblica, respingendo nel privato ogni

elemento culturale differenziale. Il problema è che, invece, le differenze culturali pretendono un

riconoscimento e una legittimazione pubblici e che esse quindi devono essere considerate

paritariamente e non tollerate, dando per scontato che ce ne sia una maggioritaria e prevalente. Di

questo limite risente la soluzione fornita dalla legge bavarese del 21 dicembre 1995 concernente la

riforma del sistema educativo e didattico. L’art. 1 prevede che «In considerazione della

connotazione storica e culturale della Baviera, in ogni aula scolastica è affisso un crocifisso. Con

ciò si esprime la volontà di realizzare i supremi scopi educativi della costituzione sulla base di

valori cristiani e occidentali in armonia con la tutela della libertà religiosa. Se l’affissione del

crocifisso viene contestata da chi ha diritto all’istruzione per seri e comprensibili motivi religiosi o

ideologici, il direttore didattico cerca un accordo amichevole. Se l’accordo non si raggiunge, egli

deve adottare, dopo aver informato il provveditorato agli studi, una regola ad hoc (per il caso

singolo) che rispetti la libertà di religione del dissenziente e operi un giusto contemperamento delle

convinzioni religiose e ideologiche di tutti gli alunni della classe; nello stesso tempo va anche

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tenuta in considerazione, per quanto possibile, la volontà della maggioranza» .

È entrata in crisi la separazione, tipica dell’ideologia liberale, tra pubblico e privato, tra Stato

e società civile. Ciò ha cominciato a verificarsi da quando ha dovuto rinunciare alla sua neutralità e

ha dovuto intervenire, con la politica fiscale per alimentare il Welfare, sulla struttura socio-

economica della società.

Appendice

3 In democrazia non si scontrano verità ma opinioni. 3

È utile considerare l’ultima vicenda in ordine di tempo relativa alla sentenza del 3 novembre

5

2009 della Corte europea di Strasburgo che ha negato la legittimità dell’esposizione del crocifisso

6

nelle aule scolastiche . La sentenza ha suscitato un coro quasi unanime di riprovazione, che talora

7

si è espressa con accenti particolarmente rabbiosi e isterici . Unanime è stato questo coro nel

rifiuto o nell’incapacità di controbattere con argomenti gli argomenti dei giudici. L’atteggiamento

prevalente è stato il rigetto acritico e tranciante senza possibilità di discussione. Il crocifisso, si

dice, è un simbolo universale che va ben oltre i confini della religione cristiana e che come tale

dovrebbe essere accettato anche dai non credenti e dagli atei. Il crocifisso sarebbe anche il

simbolo della storia e della cultura italiana e il simbolo dei principi di eguaglianza, di libertà, di

tolleranza e addirittura della laicità dello Stato. Questa è un’affermazione gratuita che trae la

propria forza solamente dall’ossessività della sua riproposizione. Il simbolo è discutibile in sé in

quanto rappresenta un uomo torturato orrendamente a morte, che può ispirare nelle personalità

immature fantasie sado-masochiste e che in quanto tale ha un effetto pericoloso per una corretta

educazione.

4 Con sentenza n. 7076 del 17 luglio 2009 il TAR del Lazio ha accolto due ricorsi proposti per l’annullamento

delle ordinanze ministeriali emanate dall’allora Ministro della P.I. Fioroni per gli esami di Stato del 2007 e

2008 che prevedevano la valutazione della frequenza dell’insegnamento della religione cattolica ai fini della

determinazione del credito scolastico, e la partecipazione “a pieno titolo” agli scrutini da parte degli

insegnanti di religione. Il TAR ha affermato che «l’attribuzione di un credito formativo ad una scelta di

carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell’insegnamento della religione

cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato Italiano

non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie

confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica». Motiva

ancora la sentenza che l’interpretazione data dal Ministero dell’Istruzione «ha portato all’adozione di una

disciplina annuale delle modalità organizzative degli scrutini d’esame, che appare aver generato una

violazione dei diritti di libertà religiosa e della libera espressione del pensiero; nonché di libera

determinazione degli studenti relativamente all’insegnamento della religione cattolica». I ricorsi sono stati

promossi da alcuni studenti e studentesse con venticinque associazioni laiche e confessioni religiose non

cattoliche. Ad esse il TAR ha riconosciuto la richiesta «di tutela di valori di carattere morale, spirituale e/o

confessionale che […] sono tutelati direttamente dalla Costituzione e che quindi come tali non possono

restare estranei all’alveo della tutela del giudice amministrativo». La sentenza è importante perché dà una

concreta applicazione al principio supremo della laicità dello Stato nei termini in cui era stato affermato dalla

Corte Costituzionale nella propria sentenza n. 203 del 1989. Il TAR, ricordando il principio della laicità dello

Stato, enunciato dalla Corte Costituzionale come «garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà

religiosa, in regime di pluralismo confessionale e culturale», ha precisato che «sul piano giuridico, un

insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può

assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico», e che la scelta di

avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica deve essere assolutamente libera e in nessun

modo condizionata. «In una società democratica – ha affermato il TAR – certamente può essere considerata

una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti

vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali

ed in definitiva materiali». Ha precisato ancora la sentenza che «lo Stato, dopo aver sancito il postulato

costituzionale dell’assoluta, inviolabile libertà di coscienza nelle questioni religiose, di professione e di pratica

di qualsiasi culto “noto”, non può conferire ad una determinata confessione una posizione “dominante” – e

quindi una indiscriminata tutela ed un’evidentissima netta poziorità – violando il pluralismo ideologico e

religioso che caratterizza in defettibilmente ogni ordinamento democratico moderno», infatti «qualsiasi

religione – per sua natura – non è né un’attività culturale, né artistica, né ludica, né un’attività sportiva né

un’attività lavorativa, ma attiene all’essere più profondo della spiritualità dell’uomo ed a tale stregua va

considerata a tutti gli effetti».

Questa limpida sentenza, tacciata dai cattolici di “bieco illuminismo”, è stata tempestivamente vanificata

senza attendere il parere del Consiglio di Stato sul preannunciato ricorso. Infatti il Regolamento, emanato

con DPR n. 122, pubblicato il 19 agosto 2009, che è un provvedimento con forza di legge e quindi non

impugnabile per via amministrativa, ha confermato la partecipazione a pieno titolo degli insegnanti di

religione agli scrutini. Il caso sembrerebbe del tutto analogo a quello tedesco. La differenza è che lì si

trattava di diritti, qui di intollerabili privilegi.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al corso di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale tenuto dal prof. Salvatore Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento analizza l'evolversi dei diritti in rapporto al multiculturalismo della società moderna.
Parole chiave: minoranze, ghettizzazione, immigrazione, cultura islamica, diritti inviolabili.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Costantino Salvatore.

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