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Dirigenza pubblica - Decreto legislativo di attuazione della legge delega n. 15/2009

Dispensa al corso di Organizzazione amministrativa del Prof. Gianfranco D'Alessio. Trattasi del saggio del professore dal titolo "Le norme sulla dirigenza nel decreto legislativo
di attuazione della legge delega n. 15/2009" all'interno del quale sono trattati i seguenti argomenti: poteri, funzioni e competenze dei dirigenti; incarichi dirigenziali... Vedi di più

Esame di Organizzazione amministrativa docente Prof. G. D'Alessio

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G. D’ A - L ’ . 15/2009

LESSIO A DIRIGENZA NELL ATTUAZIONE DELLA LEGGE DELEGA N

L’art. 32 individua, in tema di ordinamento del lavoro alle dipendenze

delle amministrazioni pubbliche, uno spazio di “autonoma responsabilità del

dirigente nella gestione delle risorse umane”, che si interpone fra quanto stabilito

dalla legge e dagli atti organizzativi (di “macro‐organizzazione”) e quanto

demandato alla contrattazione collettiva.

In proposito, si deve richiamare l’attenzione soprattutto sull’art. 34, dove si

riformula l’art. 5, comma 2, del d. lgs. n. 165/2001, riconfermando, molto

opportunamente, la natura privatistica delle determinazioni dirigenziali su

“micro‐organizzazione” degli uffici e gestione dei rapporti di lavoro (va

ricordato che qualche autorevole commentatore della legge n. 15/2009 aveva

ipotizzato una modifica della natura di tali atti, visto che nell’art. 6, comma 2,

lett. a), della legge si parla di “poteri del datore di lavoro pubblico”). Si afferma,

inoltre, l’“esclusività” della relativa competenza dei dirigenti; e si precisa che

rientrano nella potestà dirigenziale le misure inerenti la gestione delle risorse

umane nel rispetto del principio di pari opportunità e “la direzione,

l’organizzazione del lavoro nell’ambito degli uffici”.

Si può notare che, purtroppo, viene accolta solo indirettamente e

implicitamente, attraverso il richiamo alla nozione di “esclusività”, l’idea di

introdurre una norma intesa a dichiarare espressamente il carattere autonomo e

definitivo delle scelte adottate e, quindi, la piena responsabilità del dirigente in

ordine all’esercizio dei suoi poteri organizzativi e gestionali (come da più parti

era stato proposto, prima ed in occasione dell’approvazione della legge delega, e

come era scritto in una bozza iniziale del decreto): pur rilevando la mancanza di

un dato letterale, comunque, tale connotato della funzione dirigenziale può

essere agevolmente recuperato in via interpretativa.

Ma, soprattutto, nell’art. 34 si può cogliere una “forzatura” nell’affrontare il

delicato tema della partecipazione sindacale alla elaborazione delle decisioni in

questione: infatti, nel testo approvato dal Governo si aggiunge che in ordine agli

atti di spettanza dirigenziale (compresi quelli riguardanti la gestione dei rapporti

di lavoro e l’organizzazione del lavoro) ai sindacati spetta “la sola informazione”,

mentre nell’art. 36 si modifica l’art. 9 del d. lgs. n. 165/2001, in termini tali

nazionali

(“Fermo restando quanto previsto dall’articolo 5, comma 2, i contratti collettivi

disciplinano le modalità gli istituti della partecipazione”) da rendere puramente

formale il richiamo alla partecipazione e, in particolare, alla possibilità di una

articoilazione dei relativi istituti attraverso la fonte negoziale, in quanto, tenendo

fermo il riferimento a quanto affermato nel nuovo testo dell’art. 5, comma 2,

introdotto dall’art. 34 del decreto in esame, è difficile ipotizzare uno spazio

oggettuale per altre forme di partecipazione, diverse dall’”informazione” lì

prevista,

Il legislatore delegato, in tal modo, sembra essere andato molto al di là

dell’obiettivo, giusto e condivisibile, di limitare forme di indebita ingerenza

sindacale nella sfera decisionale propria della dirigenza: qui, chiaramente, è del

tutto impraticabile l’ipotesi di ammettere momenti di contrattazione (come

esplicitamente affermato nell’art. 54, che riscrive l’art. 40, comma 1, del d. lgs. n. 3

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165/2001, sono escluse dalla contrattazione collettiva, tra le altre, “le materie

attinenti all’organizzazione degli uffici, quelle oggetto di partecipazione sindacale ai sensi

dell’articolo 9, quelle afferenti alle prerogative dirigenziali ai sensi degli articoli 5, comma

2, 16 e 17”, ovviamente del decreto legislativo del 2001); ma confinare la

partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori pubblici, sempre e comunque,

alla mera informazione appare eccessivamente riduttivo (anche alla luce di

quello che normalmente avviene nel settore privato, con il quale quello pubblico

in teoria dovrebbe “convergere”, proprio “con particolare riferimento al sistema delle

relazioni sindacali”, stando al principio di cui all’art. 2, comma 1, lettera b), della

legge n. 15/2009). Il tema avrebbe meritato una disciplina diversamente

modulata ed opportunamente articolata: se l’informazione è istituto adeguato in

ordine alle determinazioni di ordine squisitamente organizzativo, invece per

quelle attinenti all’organizzazione del lavoro ed alla gestione dei rapporti di

lavoro si potrebbe lasciare alla contrattazione collettiva nazionale (fonte indicata

dall’art. 36) la decisione sulla possibilità di dare luogo anche a forme di

consultazione, se non di concertazione (tenendo sempre presente che,

comunque, si tratta di cose diverse e distinte rispetto alla contrattazione).

Un’ulteriore dimensione funzionale della dirigenza è quella che riguarda la

materia disciplinare (che viene ampiamente riformata dal decreto, il quale ne

opera una sostanziale “rilegificazione”): in tale contesto, l’art. 69 introduce nel d.

lgs. n. 165/2001 un nuovo art. 55 bis, che nel comma 2 definisce il ruolo del

“responsabile, con qualifica dirigenziale, della struttura in cui il dipendente lavora”

nello svolgimento del procedimento disciplinare, a partire dalla contestazione

dell’addebito fino alla sua conclusione (nei commi successivi si considera

l’ipotesi in cui il responsabile della struttura non ha qualifica dirigenziale).

3. Gli incarichi dirigenziali

L’art. 40 del d. lgs. n. 150/2009, che interviene sul testo dell’art. 19 del d. lgs.

n. 165/2001, presenta diversi dati che migliorano la regolazione attuale dei

sistemi di affidamento degli incarichi dirigenziali in termini di trasparenza delle

procedure e di garanzie per i dirigenti (anche se le formulazioni adottate sono

meno chiare ed efficaci di quelle presenti in altre ipotesi di riforma legislativa ed

in elaborazioni dottrinali apparse negli ultimi tempi); inoltre, ci sono innovazioni

che si propongono di rendere più rigoroso il regime di certi istituti (come gli

incarichi “ex comma 6”). Anche su questo tema, però, si riscontrano nel testo

governativo lacune, timidezze, incertezze e contraddizioni.

a), ridefinisce i criteri per l’attribuzione degli

L’art. 40, comma 1, lettera

incarichi. Non cambia molto rispetto al testo vigente, ma si rileva qualche utile

integrazione: c’è un giusto riferimento alla complessità della struttura

interessata; il richiamo ai risultati conseguiti è diretto e oggettivo, e non più visto

quale elemento valutativo delle capacità soggettive del dirigente (come nella

norma fin qui in vigore, risultante dall’intervento della legge n. 145/2002 sul testo 4

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del d. lgs. n. 165/2001); si tiene conto delle esperienze maturate all’estero o presso

il settore privato e altre amministrazioni, purché attinenti al conferimento

dell’incarico.

L’art. 40, comma 1, lettera b), introduce (inserendo un nuovo comma 1 bis

nell’art. 19 del d. lgs. n. 165/2001) significativi elementi di “pubblicità” nella

procedura di conferimento, che riprendono – sia pure in parte e con formule

meno esplicite – proposte contenute in disegni di legge elaborati durante le

precedenti legislature. Dispiace, però, che nella versione adottata dal Consiglio

dei Ministri siano saltati i richiami alla valutazione comparativa dei candidati ed

alla esternazione delle ragioni giustificatrici della scelta effettuata, presenti in

una bozza iniziale del decreto (che, in tal senso, teneva conto della

giurisprudenza della Corte di Cassazione): in particolare, va ricordato che la

valutazione comparativa è da tempo adottata in alcuni degli ordinamenti

europei più attenti a garantire, nella individuazione dei responsabili degli uffici

amministrativi di maggiore rilevanza, l’oggettività della scelta e la selezione

degli elementi migliori, in rapporto alla funzione da esercitare.

Inoltre, sempre in vista della costruzione di un modello volto a garantire

imparzialità, oggettività e qualità delle decisioni, sarebbe stato molto opportuno,

come da tempo auspicato da voci autorevoli della dottrina giuridica e della

scienza politica, introdurre nel procedimento di attribuzione degli incarichi

dirigenziali ‐ perlomeno dei più importanti, come quelli disciplinati dai commi 3

e 4 dell’art. 19 del d. lgs. n. 165/2001 ‐ un passaggio presso le Commissioni

parlamentari (secondo il ben noto modello statunitense) o il coinvolgimento di

un organismo in posizione di indipendenza rispetto al vertice

dell’amministrazione interessata (come la Civil Service Commission britannica),

che, ad esempio, potrebbe anche essere identificato nella neo‐istituita

Commissione per la valutazione: di ciò, però, non si trova traccia nel testo

normativo. detta (inserendo un nuovo

Sempre l’art. 40, comma 1, lettera b), del decreto

comma 1 ter nell’art. 19 del d. lgs. n. 165/2001) regole “garantistiche” riguardo

alla revoca degli incarichi, che diviene possibile solo in caso di accertata

responsabilità dirigenziale, e sulla loro mancata conferma in dipendenza di

riorganizzazioni o alla scadenza, in assenza di valutazione negativa: si pone

l’obbligo di una motivata comunicazione al dirigente, che può aprire la strada ad

un eventuale contenzioso, e di un preavviso “congruo” all’interessato (forse, in

luogo di questa imprecisata “congruità” sarebbe stata preferibile la definizione

un termine, come quello di tre mesi già previsto in alcuni contratti collettivi e

bozze iniziali del decreto stesso, anche se la formula più generica

apparso nelle

adottata nel testo consente di lasciare uno spazio di intervento alla stessa

contrattazione e/o all’interpretazione dei giudici), con la prospettazione di posti

disponibili per nuovi incarichi. Si tratta di previsioni importanti, che intendono

recepire i principi fissati in una serie di recenti pronunce della Corte

Costituzionale (in particolare, nelle ben note sentenze n. 103 e n. 104 del 2007):

per dare pienamente seguito alle indicazioni della Consulta sarebbe stato, però, 5

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più efficace introdurre un diretto riferimento all’obbligo di conferma del

dirigente nell’incarico – fatte salve eventuali esigenze di rotazione ‐ in caso di

mancata valutazione o di valutazione positiva (si può, in tal senso, argomentare

a contrario dall’art. 6, comma 2, lettera h), della legge delega, che esclude “la

conferma dell’incarico dirigenziale ricoperto in caso di mancato raggiungimento dei

risultati valutati sulla base dei criteri e degli obiettivi indicati al momento del

conferimento dell’incarico”).

Nell’art. 40, comma 1, lettera c), viene ragionevolmente limitata a tre anni

la durata del primo incarico di livello generale assegnato ad un dirigente di

seconda fascia: sugli effetti di questa norma (in particolare, ai fini dei passaggi di

fascia) ci si soffermerà più oltre.

Altrettanto condivisibili sono alcune innovazioni contenute nell’art. 40,

comma 1, lettera e), dove si prevede che gli incarichi attribuibili con contratto a

di cui all’art. 19, comma 6,

tempo determinato ai soggetti in possesso dei requisiti

del d. lgs. n. 165/2001, possono avere una durata massima di tre anni; dove si

richiede che il requisito delle concrete esperienze di lavoro per accedere a detti

incarichi debba essere stato maturato per almeno un quinquennio; e, soprattutto,

dove si precisa (recependo una indicazione contenuta nei pareri espressi dalle

Commissioni parlamentari) che gli incarichi in questione “sono conferiti

“fornendone esplicita motivazione, a persone di particolare e comprovata qualificazione

professionale, non rinvenibile nei ruoli dell’amministrazione”.

Dal canto suo, la successiva lettera f), sempre dell’art. 40, comma 1,

introduce nell’art. 19 del d. lgs. n. 165/2001 un nuovo comma 6 ter, nel quale si

stabilisce – accogliendo anche qui una richiesta delle Commissioni parlamentari ‐

che le modalità di affidamento di incarichi dirigenziali ai sensi del comma 6, con

le relative percentuali (che ora tengono conto delle precisazioni

contenute nel

sull’arrotodamento del quoziente derivante dalla loro applicazione

nuovo comma 6 bis, esso pure introdotto dalla lettera f)), si applicano a tutte le

amministrazioni pubbliche, e non solo a quelle statali, evitando così, (come si

legge nel parere della Commissione Affari Costituzionali del Senato) “che le

amministrazioni, con proprio regolamento, prevedano percentuali fino al 100 per

cento dei posti da destinare all’esterno, ‘precarizzando’ la dirigenza e legandola

allo scadere del vertice politico”. Tale estensione, in ragione della finalità che con

essa si intende conseguire, merita di essere apprezzata, anche se appare

“topograficamente” poco comprensibile l’inserimento di una norma destinata

di legge dedicato alla

all’insieme delle pubbliche amministrazioni in un articolo

sola dirigenza dello Stato: va, però, ricordato che per le amministrazioni locali la

materia è già compiutamente disciplinata – in termini sicuramente non meno

rigorosi di quelli definiti nelle disposizioni de quibus ‐ dall’art. 110 del testo unico

sull’ordinamento degli enti locali approvato con il d. lgs. n. 267/2000.

Va inoltre osservato, criticamente, che il decreto n. 150/2009 dà

un’attuazione solo parziale ai principi e criteri direttivi fissati, sul punto, dalla

legge n. 15/2001: infatti, nel provvedimento governativo non si trova traccia ‐ a

differenza che in precedenti bozze del testo ‐ di una riduzione delle percentuali 6

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dei posti destinabili a tali incarichi, disattendendo, così, l’indicazione dell’art. 6,

comma 2, lettera h), della legge delega, che esplicitamente richiedeva “comunque

la riduzione, rispetto a quanto previsto dalla normativa vigente, delle quote percentuali

di dotazione organica entro cui è possibile il conferimento degli incarichi” in questione.

Si tratta di un aspetto tutt’altro che secondario, perché il consistente aumento di

dette percentuali, derivante da interventi legislativi degli scorsi anni che hanno

modificato in senso “incrementale” l’originario testo del decreto legislativo del

2001, ha finito per contraddire il carattere del tutto “eccezionale” e derogatorio

che dovrebbe avere l’attribuzione di incarichi dirigenziali a soggetti non

appartenenti ai ruoli dirigenziali, secondo quanto più volte (seppure vanamente)

richiamato da pronunce e pareri del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti.

Appare, poi, incomprensibile – almeno sul piano della buona

amministrazione – la scelta (effettuata in extremis dall’Esecutivo) di eliminare il

divieto di rinnovare per più di una volta gli incarichi “ex comma 6” nell’ambito

della stessa amministrazione, contenuto nello schema del decreto a suo tempo

adottato dallo stesso Governo e sottoposto alle intese ed ai pareri prescritti. In

mancanza della fissazione di un limite alla rinnovabilità, infatti, si consente alle

amministrazioni di reiterare ad libitum l’uso di un istituto che in linea di

principio dovrebbe avere – fatti salvi casi estremamente limitati di inevitabile

ricorso a particolari competenze reperibili solo all’esterno ‐ un carattere non solo

derogatorio, ma anche transitorio, in attesa di poter soddisfare l’esigenza alla

quale si è provvisoriamente sopperito con l’incarico “a contratto” attivando le

normali procedure selettive e di mobilità nell’ambito della dirigenza di ruolo.

Risulta, invece, difficile comprendere se nel d. lgs. n. 1502009 si possa

individuare la volontà di escludere la possibilità di indicare come destinatari

degli incarichi in questione – teoricamente qualificati come incarichi ad “esterni”

soggetti interni alle amministrazioni, compresa quella interessata, privi di

qualifica dirigenziale: come si è avuto modo di sottolineare in altra sede, la

diffusa prassi in tal senso (confortata da interventi del legislatore successivi

all’emanazione del d. lgs. n. 165/2001) appare estremamente discutibile, in

quanto si configura come una surrettizia promozione senza concorso e intuitu

personae, sia pure pro tempore (ma con ricorrenti tentazioni di renderla stabile), a

posizioni dirigenziali di funzionari che fisiologicamente dovrebbero accedere ad

esse tramite procedure ispirate a quel principio di selettività al quale

ripetutamente, e fondatamente, si richiama proprio la legge delega n. 15/2009. La

del decreto legislativo, sopra richiamata, secondo la quale gli incarichi

previsione

disciplinati dall’art. 19, comma 6, del d. lgs. n. 165/2001 possono essere conferiti a

persone di particolare e comprovata qualificazione professionale “non rinvenibile

nei ruoli dell’amministrazione”, farebbe pensare che si sia finalmente deciso di

escludere il ricorso a personale interno; ma non si provvede, contestualmente, ad

eliminare dal testo del comma 6 il riferimento a soggetti “che abbiano conseguito

una particolare specializzazione professionale, culturale e scientifica desumibile …da

concrete esperienze di lavoro maturate, anche presso amministrazioni statali, ivi

comprese quelle che conferiscono gli incarichi, in posizioni funzionali previste per 7

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l’accesso alla dirigenza”: dal che si può dedurre che la “non rinvenibilità” nei ruoli

dell’amministrazione riguardi, in realtà, solo i ruoli dirigenziali, lasciando in tal

modo del tutto aperta la questione segnalata.

L’art. 40, comma 1, lettera g), esclude giustamente gli incarichi conferiti in

base ai commi 5 bis e 6 dell’art. 19 del d. lgs. n. 165/2001 dal regime di spoils

system (all’italiana) di cui al comma 8 dello stesso articolo, originariamente

previsto per i soli dirigenti “apicali”, che era stato esteso anche a tali tipi di

incarichi dall’art. 2, comma 159, del d. l. n. 262/2006, convertito nella legge n.

286/2006: in effetti, si tratta di incarichi che, seppure attribuiti, spesso, secondo

criteri “fiduciari”, non attengono, diversamente da quelle che connotano gli

incarichi di vertice di cui al comma 3, sempre dell’art. 19, a funzioni di tipo

“fiduciario” (come ricordato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 161 del

2008).

Si deve aggiungere, a completamento di queste riflessioni sulla disciplina

degli incarichi di funzioni dirigenziali, che nel decreto in esame si riscontrano

anche discutibili omissioni, in quanto esso non affronta alcuni profili della

materia che, invece, sarebbero stati e sarebbero meritevoli di un intervento di

modifica legislativa: così, sarebbe stato fortemente auspicabile l’inserimento di

una disposizione che, venendo incontro alle istanze di una qualificata dottrina,

prevedesse un allungamento del termine massimo di durata degli incarichi

(riportandolo, ad esempio, ai sette anni indicati nella versione originaria del d.

lgs. n. 165/2001, per differenziarlo rispetto a quello della legislatura e, quindi,

della durata normale dei governi); e, soprattutto, si può lamentare il fatto che,

nel momento in cui ci si propone di rivedere in termini complessivi la normativa

vigente, non si dica nulla sulla controversa questione della natura giuridica (di

volta in volta qualificata come pubblicistica, semi‐pubblicistica e semi‐

o privatistica, a seconda delle diverse opinioni espresse in sede

privatistica

istituzionale, giurisprudenziale e dottrinale) degli atti di conferimento.

4. La valutazione dei dirigenti

Nel decreto si individuano i parametri per la misurazione e la valutazione

della performance individuale dei dirigenti e dei soggetti responsabili di unità

organizzative in posizione di autonomia e responsabilità: una definizione utile,

anche se i criteri indicati sono inevitabilmente generici (art. 9, comma 1).

Si prevede, poi, che nel “Piano della performance” annuale vengano

individuati, tra l’altro, gli “obiettivi assegnati al personale dirigenziale e i relativi

sempre annualmente, la

indicatori” (art. 10, comma 1, lettera a)), mentre,

“Relazione sulla performance” provvede ad evidenziare non solo i risultati

organizzativi, ma anche quelli “individuali” raggiunti (art. 10, comma 1, lett. b)):

va sottolineato che, in entrambi i casi, si tratta di atti che competono all’organo di

indirizzo politico, sia pure “in collaborazione con i vertici dell’amministrazione” (art.

15, comma 2, lettera b)). 8

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Nell’art. 19, comma 1, si assegna all’Organismo di valutazione da istituirsi

presso ciascuna amministrazione ai sensi dell’art. 14, che lo qualifica come

“indipendente” (una indipendenza, per la verità, assai poco plausibile in

presenza di un potere di nomina assegnato all’organo di indirizzo politico‐

amministrativo), il compito di compilare “una graduatoria delle valutazioni

individuali del personale dirigenziale, distinto per livello generale e non”. Nel comma 3

del medesimo art. 19 si chiarisce che la distribuzione del personale in “fasce di

merito” ai fini dell’attribuzione della retribuzione accessoria conta, per i

dirigenti, ai fini del conferimento della retribuzione di risultato; ai sensi del

comma 6 (introdotto a seguito dell’intesa in sede di Conferenza unificata Stato‐

Regioni e autonomie locali), tale indicazione non si applica, però, nelle

amministrazioni nelle quali il numero dei dirigenti in servizio non è superiore a

cinque.

All’Organismo “indipendente” di valutazione della performance – che, tra

servizi di controllo strategico di cui all’art. 6 del d. lgs. n.

l’altro, sostituisce i

286/1999 – spetta, poi, la proposizione all’organo di indirizzo politico‐

amministrativo della valutazione annuale dei “dirigenti di vertice” e l’attribuzione

ad essi dei premi di cui al Titolo III (art. 14, comma 4, lettera e)).

La criticità fondamentale di questa parte della nuova regolazione della

dirigenza sta nel fatto che dal testo non si riesce a capire in modo

sufficientemente chiaro – ed è evidente che nella logica della riforma, tutta

incentrata sulla rilevanza del momento valutativo come perno della gestione

amministrativa, si tratta di una lacuna niente affatto marginale ‐ chi e in che

modo debba valutare i dirigenti, fatta eccezione per quelli di vertice. Infatti, si

elimina l’attuale sistema di valutazione (l’art. 30, comma 4, prevede

l’abrogazione, a far data dal 30 aprile 2010, dell’art. 5 del d. lgs. n. 286/1999),

sostitutivo e senza definire

senza introdurre un meccanismo valutativo

esplicitamente a chi spetti il compito di “valutatore”. Come visto, il decreto

determina i criteri da porre a fondamento della valutazione, ma non precisa a

quale organo (o a quali organi) sia demandata la funzione di valutare i dirigenti:

sarebbe logico pensare detto ruolo sia da assegnare all’Organismo previsto

dall’art. 14, ma il comma 4 di tale articolo, lo si è appena ricordato, nel delinearne

le competenze fa riferimento solo ai dirigenti preposti ad uffici di vertice. Né,

comunque, nel testo normativo si indica quale sia il procedimento da seguire per

5 del d. lgs. n. 286/1999

effettuare le valutazioni: con l’abrogazione dell’art.

verrebbero, così, a cadere le garanzie procedurali ivi previste. Si rammenta che il

comma 2 dell’articolo destinato alla soppressione si preoccupava di tutelare la

posizione del dirigente assoggettato alla valutazione prevedendo che “Il

della

procedimento per la valutazione è ispirato ai principi della diretta conoscenza

attività del valutato da parte dell’organo proponente o valutatore di prima istanza, della

approvazione o verifica della valutazione da parte dell’organo competente o valutatore di

seconda istanza, della partecipazione al procedimento del valutato”: tutti elementi

diretti ad assicurare la trasparenza e l’obiettività del processo valutativo che ora

sembrerebbero venire meno. 9


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Organizzazione amministrativa del Prof. Gianfranco D'Alessio. Trattasi del saggio del professore dal titolo "Le norme sulla dirigenza nel decreto legislativo
di attuazione della legge delega n. 15/2009" all'interno del quale sono trattati i seguenti argomenti: poteri, funzioni e competenze dei dirigenti; incarichi dirigenziali e loro valutazione; valutazione del personale; responsabilità dirigenziale e il Comitato dei garanti; accesso alla dirigenza, passaggi di fascia e retribuzione; sanzioni per i dirigenti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in politiche pubbliche
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Organizzazione amministrativa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof D'Alessio Gianfranco.

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