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connettendosi con il sito e percependo il messaggio, consentiranno la verificazione dell’evento.

Tanto ciò è vero che, nel caso in esame sono bene immaginabili sia il tentativo (l’evento non si

verifica perché in ipotesi, per qualsiasi ragione, nessuno visita quel sito), sia il reato impossibile

(l’azione è inidonea, perché, ad esempio, l’agente fa uso di uno strumento difettoso, che solo

apparentemente gli consente l’accesso ad uno spazio web, mentre in realtà il suo messaggio non è

mai stato immesso in rete)».

5.3. - Da ciò consegue che il luogo in cui si è verificato l’evento offensivo andrebbe individuato

come quello in cui il primo visitatore abbia letto la notizia offensiva.

Sennonché ciò già in astratto diventa di difficilissima, se non di impossibile, individuazione,

contrariamente a quanto avviene in tema di offesa arrecata attraverso la stampa. In quest’ultimo

caso, infatti, la più risalente giurisprudenza penale, che si pone all’origine dell’orientamento

secondo cui il luogo della stampa è luogo in cui è verificato l’evento, si fonda sul rilievo che il

semplice deposito presso gli organi competenti degli esemplari previsti dalla l. 2 febbraio 1939 n.

374 rappresenta una forma di pubblicazione dello stampato sufficiente a determinare la

responsabilità dell’autore dello scritto a titolo di diffamazione a mezzo stampa, per le offese in esso

contenute, in quanto tale deposito realizza una forma di diffusione degli addebiti ed inoltre in quel

luogo vi è anche la diffusione delle notizie presso gli addetti alla stampa (Cass. 1° marzo 1972,

Irace, id., Rep. 1972, voce Stampa, nn. 3, 4; 21 maggio 1974, Ferraresi, id., Rep. 1975, voce

Competenza e giurisdizione penale, n. 68).

6.1. - Sennonché tali ultime argomentazioni, valide in tema di responsabilità penale, che — nei

reati c.d. di evento — sorge con l’evento di lesione del bene giuridicamente protetto, non possono

essere trasferite in sede di risarcimento dei danni da responsabilità aquiliana, per espressioni

offensive contenute in un sito Internet.

Anzitutto, in questo caso il provider mette a disposizione dell’utilizzatore uno spazio web, allocato

presso un suo server, ma l’inserimento dei dati in questo spazio non dipende da alcuna ulteriore

attività del provider né di altro soggetto, che si trovi presso il provider o presso il server, ma

esclusivamente dall’attività dell’utilizzatore stesso.

Ne consegue che il luogo in cui si verifica l’evento di offesa alla reputazione è, in astratto, quello in

cui è avvenuta la prima visita del sito o lettura della comunicazione inoltrata nelle pagine web

riservate al newsgroup (e ciò è già di difficile, se non d’impossibile individuazione per il

danneggiato).

6.2. - Inoltre, e soprattutto, vertendosi in tema di responsabilità civile e non penale, la prima sorge

allorché è integrata la fattispecie prevista dall’art. 2043 c.c., ed è proprio detta norma che pone

l’evento di danno, quale elemento essenziale per il sorgere dell’obbligazione risarcitoria.

A tal fine va osservato che secondo la prevalente dottrina e giurisprudenza, anche costituzionale

(Corte cost. n. 184 del 1986, id., 1986, I, 2053; n. 372 del 1994, id., 1994, I, 3297) il danno

risarcibile, di cui all’art. 2043 c.c., essendo un danno conseguenza, come anche il danno morale di

cui all’art. 2059 c.c., non si identifica ontologicamente con l’evento illecito, ma è di esso

conseguenza.

Pertanto esso può verificarsi anche successivamente, e come tale, non necessariamente nel luogo

dell’evento illecito, generatore del danno civile.

Allorché si adopera la locuzione forum commissi delicti, ci si lascia influenzare da una visione

penalistica della competenza, per la quale essa coincide con il luogo in cui il delitto si è consumato

e cioè, nei reati di evento, con il luogo in cui tale evento si è realizzato e, quindi, il reato si è

consumato, poiché in tal luogo si è verificata la lesione dell’interesse tutelato.

In tema di responsabilità aquiliana, invece, il c.d. «evento dannoso», se lo si intende quale evento,

conseguente alla condotta e quindi generatore del danno, rientra ancora nel fatto illecito (v. punto

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4.1) e quindi, come tale, da solo (in assenza del successivo danno) non è idoneo a generare

responsabilità aquiliana.

Il fatto illecito, in assenza di danno, non dà luogo ad alcuna responsabilità aquiliana.

Se lo si intende quale «evento di danno», esso sì è risarcibile ed è quindi perfezionata

l’obbligazione risarcitoria, ma è solo una conseguenza dell’evento illecito (inteso quale ultima parte

del più complesso fatto illecito).

Sennonché, in questo caso, «evento di danno» altro non significa che danno patrimoniale

effettivamente verificatosi per il fatto illecito consumato, e non solo potenzialità di danno.

Il discorso è analogo per il danno morale di cui all’art. 2059 c.c.

6.3. - Solo nelle ipotesi in cui il danno attenga anche ad un diritto inviolabile della persona umana,

costituzionalmente garantito (art. 2 Cost.), come il danno biologico o anche lo stesso danno alla

reputazione della persona umana in quanto tale (e non alla reputazione professionale, che costituisce

un danno patrimoniale), oltre al danno morale ed al danno patrimoniale (tipici danni conseguenza),

si può avere un c.d. danno-evento (cfr. Cass. 10 maggio 2001, n. 6507, id., Mass., 563).

Da ciò consegue che, in una rigorosa applicazione sia dell’art. 2043 c.c. (allorché attiene a danni

patrimoniali) che dell’art. 2059 c.c., poiché non ci può essere obbligazione se non vi è danno

risarcibile e poiché il danno risarcibile non si identifica con l’evento illecito generatore del danno

(che è solo una componente — insieme alla condotta ed al nesso di causalità — del fatto illecito), il

luogo in cui è sorta l’obbligazione è il luogo in cui si è verificato detto danno, patrimoniale o

morale, conseguente al fatto illecito.

Solo nel caso di danno-evento, subìto da una persona umana (nella fattispecie, offesa alla

reputazione personale, e non a quella professionale: cfr. Cass. 6507/01) il luogo dell’evento illecito

coincide con quello del predetto danno, mentre per il danno patrimoniale e per quello morale, detta

coincidenza non è egualmente automatica.

6.4. - Né questa interpretazione può essere sospettata d’incostituzionalità in relazione all’art. 25

Cost., in tema di giudice naturale, poiché essa non è altro che l’individuazione del giudice

territorialmente competente (come foro facoltativo), ai sensi dell’art. 20 c.p.c.

Come ha statuito la Corte costituzionale (ord. 20 maggio 1998, n. 176, id., 1999, I, 3111), il

principio della precostituzione per legge del giudice naturale è leso soltanto quando il giudice è

designato in modo arbitrario e a posteriori, oppure direttamente dal legislatore in via di eccezione

singolare alle regole generali, ovvero attraverso atti di soggetti ai quali sia attribuito il relativo

potere in violazione della riserva assoluta di legge stabilita dall’art. 25, 1° comma, Cost., ma non

anche qualora l’identificazione del giudice competente sia operata dalla legge sulla scorta di criteri

dettati preventivamente, oppure con riferimento ad elementi oggettivi capaci di costituire un

discrimen della competenza o della giurisdizione dei diversi organi giudicanti.

Nel precetto dell’art. 25 Cost. non vi è anche quello dell’unicità del giudice competente a decidere,

ma solo della precostituzione di esso in base ad elementi oggettivi, altrimenti la previsione di fori

facoltativi, di cui all’art. 20 c.p.c., già in astratto, sarebbe incostituzionale, poiché essa prevede

almeno altri due giudici competenti territorialmente (quello del forum destinatae solutionis e quello

del forum commissi delicti), oltre quello del foro generale di cui agli art. 18 e 19 c.p.c., rimettendo

la scelta del giudice da adire all’attore.

Da ciò consegue che, qualora dall’applicazione dei principî in tema d’individuazione del forum

commissi delicti, per le peculiarità della fattispecie, siano più i giudici territorialmente competenti,

ciò non determina l’incostituzionalità dell’art. 20 c.p.c., in parte qua (o meglio della norma come

interpretata, sotto il profilo del diritto vivente, che dia luogo a questa conseguenza), anche se non

può disconoscersi l’opportunità di saggiare la validità di altre possibili interpretazioni che detto

inconveniente evitino. 4 prof. Giorgio Costantino

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6.5. - Nella fattispecie, poiché il danno è stato lamentato da una persona giuridica, e quindi non

poteva che trattarsi — in ipotesi — di danno patrimoniale e danno morale (ed in questi termini è

stata proposta la domanda), essendo questi danni-conseguenze, l’obbligazione è sorta

esclusivamente allorché i predetti danni si sono verificati, sia pure quale conseguenza dell’evento

diffamatorio, e quindi l’obbligazione è sorta nel luogo in cui si è verificato l’impoverimento (Cass.

5 giugno 1991, n. 6381, id., 1992, I, 436) o si è verificato il danno morale.

Ciò comporta che, salva diversa situazione fattuale prospettata dal danneggiato con la sua domanda

(ipotesi non ricorrente nella fattispecie), detti danni, se sussistenti, si sono verosimilmente prodotti

nel luogo del domicilio del soggetto offeso.

Infatti il danno risarcibile diventa concreto con riferimento agli effetti del discredito che derivano

all’offeso danneggiato nel suo ambiente prima e più che altrove.

7.1. - Le diverse possibili interpretazioni «del luogo in cui è sorta l’obbligazione» risarcitoria per

fatto illecito consumato tramite offesa alla reputazione in un sito o newsgroup Internet non sono

sostenibili, a parere di questa corte.

Anzitutto non è sostenibile quella prospettata dal giudice di merito, secondo cui, poiché non può

accertarsi dove il primo visitatore abbia visitato il sito, il foro in questione, per illeciti via Internet,

non sarebbe applicabile.

Questa soluzione infatti costituisce in pratica un’interpretazione abrogante della norma, in ipotesi

di danni da offese alla reputazione tramite Internet.

7.2. - Né è sostenibile che la pubblicazione della notizia vada correlata all’allocazione della stessa,

che viene effettuata sul server del provider.

Infatti, a parte il rilievo che il provider, anche se con sede in Italia, può avere servers in ogni posto

del mondo e non è dato sapere, quanto meno dal danneggiato, su quale server sia stata allocata la

notizia, proprio per quanto sopra detto, l’immissione della notizia sul server è attività che compie il

danneggiante offensore, e finché non viene visitata da terzi, nessuno la conosce. Pertanto secondo

questa ipotesi d’interpretazione si finirebbe per avere un’obbligazione di risarcimento, per una

notizia diffamatoria che, fino alla prima visita del sito, conosce solo l’agente. Infine, come già detto,

non può sostenersi l’equazione tra idoneità della notizia a ledere l’altrui diritto alla reputazione e la

lesione effettiva della stessa e, inoltre, dei conseguenti danni patrimoniale e morale.

7.3. - Neppure può ritenersi, come sostenuto da qualche giudice di merito e da una parte della

dottrina, che, tenuto conto del sistema di diffusione della notizia via Internet, la lesione del diritto

deve ritenersi verificata in tutti i luoghi in cui la diffusione della notizia avviene, per cui, ai sensi

dell’art. 20 c.p.c., deve considerarsi competente ciascun giudice del luogo in cui si è verificata la

divulgazione medesima, idonea a pregiudicare l’altrui diritto.

Infatti questa tesi, a parte il vizio di origine di identificare il danno risarcibile ex art. 2043 e 2059

c.c. con l’evento lesivo della reputazione (il che se è esatto per il danno-evento alla persona fisica,

nei limiti sopra trattati, non lo è per il danno patrimoniale e per il danno morale, tipici danni-

conseguenze), incorre nel grave inconveniente di rendere estremamente «ambulante» la competenza

territoriale, attribuendo all’attore una discrezionalità tale da sfociare in una libertà assoluta, oppure

— a contrariis — di rendere praticamente impossibile a quest’ultimo di provare che effettivamente

il luogo indicato sia quello dove vi sia stata la prima visita del sito da parte di uno degli

indeterminati potenziali visitatori.

L’esigenza di evitare ciò e quella, già avvertita da questa corte in tema di danni alla reputazione

commessi attraverso la stampa, di fissare un criterio certo al fine di individuare un giudice unico in

tema di risarcimento del danno, basato sul luogo in cui è sorta l’obbligazione (ai sensi dell’art. 20

c.p.c., rimanendo fermi — ovviamente — l’altro foro facoltativo di cui allo stesso articolo ed i fori

generali di cui agli art. 18 e 19 c.p.c.), rimangono soddisfatte dall’individuazione di tale competenza

con quella del luogo in cui ha il domicilio il soggetto che ha subìto i predetti danni patrimoniali e

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morali, proprio perché, essendo il domicilio «la sede principale degli affari e degli interessi» (art.

43, 1° comma, c.c.) è quello il luogo «principale» in cui si sono verificati gli effetti negativi

dell’offesa alla reputazione.

A tal fine va osservato che è irrilevante l’obiezione che detto domicilio può mutare tra il momento

in cui si è verificato l’evento (rectius: il danno) ed il momento in cui è proposta la domanda. Infatti

ciò che conta è esclusivamente il domicilio del soggetto offeso al momento in cui è sorta

l’obbligazione, poiché è in quel momento che si è prodotto il danno.

Se contemporaneamente è richiesto il risarcimento del danno morale e patrimoniale, oltre che del

danno-evento dell’offesa alla reputazione personale effettuata tramite un sito o un newsgroup di

Internet, la competenza territoriale rimane quella in cui si sono verificati i primi due e cioè il

domicilio dell’offeso-danneggiato, per i principî dell’unitarietà del diritto al risarcimento del danno

e del suo riflesso processuale dell’ordinaria infrazionabilità del giudizio di liquidazione (Cass.

10702/98, id., 1999, I, 2622).

8.1. - L’interpretazione suddetta risponde a criteri che si pongono in armonia con quelli che,

sebbene adottati dal legislatore per altre fattispecie e tali da escludere l’ipotizzabilità di

un’interpretazione analogica, tuttavia presentano indubbi punti di contatto con quella in esame.

Con riferimento al criterio del «luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto», utilizzato dall’art. 5, n.

3, della convenzione di Lugano 16 settembre 1988 sulla giurisdizione, ratificata dalla l. 10 febbraio

1992 n. 198 — analogo all’art. 5, n. 3, della convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968,

concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e

commerciale — la giurisdizione in ordine ad una domanda di risarcimento dei danni conseguenti ad

una diffamazione internazionale a mezzo stampa appartiene, oltre che al giudice dello Stato del

convenuto responsabile dell’illecito, anche al giudice del domicilio del danneggiato o del luogo ove

questi sostenga di aver subìto un pregiudizio alla sua reputazione, quando la pubblicazione sia

distribuita in questo Stato (Cass., sez. un., 27 ottobre 2000, n. 1141/SU, id., Rep. 2000, voce

Giurisdizione civile, n. 104; Corte giust. 7 marzo 1995, causa C-68/93, Shevill e altro c. Soc. Presse

Alliance, id., 1995, IV, 331).

A tal fine va rilevato, anzitutto, che, contrariamente a quanto sostenuto dalla sentenza impugnata,

la nozione di «materia di delitti o quasi-delitti» di cui all’art. 5, n. 3, della convenzione di Bruxelles

del 27 settembre 1968 va considerata come nozione autonoma comprendente ogni azione che verte

sulla responsabilità del convenuto e che non si ricollega alla «materia contrattuale» ai sensi dell’art.

5, n. 1, della convenzione (Corte giust. 27 settembre 1988, causa 189/87, Kalfelis c. Banca

Schröder, id., 1990, IV, 345).

8.2. - Inoltre le sezioni unite di questa corte hanno ritenuto che nell’ipotesi di delitti e quasi delitti,

per «luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto» ai sensi dell’art. 5, n. 3, della convenzione di

Bruxelles, deve intendersi anche quello in cui si determina l’evento danno e quindi l’impoverimento

patrimoniale del soggetto che si pretende leso (Cass., sez. un., 9 giugno 1995, n. 6499, id., 1997, I,

562).

9.1. - Un ulteriore argomento di sostegno dell’interpretazione prospettata si può trarre dal 4° e 5°

comma dell’art. 30 l. n. 223 del 1990 (disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato), che

ha individuato, con esclusivo riferimento ai reati di diffamazione commessi attraverso l’impiego del

mezzo radiotelevisivo, il giudice territorialmente competente in quello del luogo di residenza della

persona offesa, allorquando venga a quest’ultima attribuito un fatto determinato.

Il giudice delle leggi, nel pronunciarsi per la legittimità costituzionale di tale differente

regolamentazione (Corte cost. n. 42 del 23 febbraio 1996, ibid., 1670), ha trovato la sua

giustificazione nella particolare natura, forza e diffusività del mezzo impiegato e nell’esigenza

d’attenuare l’evidente squilibrio delle posizioni che, nell’azione diffamatoria consistente

nell’attribuzione di un fatto determinato, è dato constatare tra chi commette il reato e chi si trova,

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invece, a subirne le conseguenze lesive; sicché, l’individuazione del giudice competente con

riferimento al luogo di residenza della persona offesa (anziché al luogo di consumazione del reato,

come prescritto dal 1° comma dell’art. 8 c.p.p.) appare giustificata in quanto strumento destinato a

rendere più agevole la possibilità di reazione del soggetto leso che, presso il giudice del luogo della

propria residenza, sarà in grado di attivarsi a difesa della propria reputazione, con minore dispendio

di tempo e di risorse economiche.

Peraltro, il giudice del luogo di residenza della persona offesa può ritenersi l’organo più idoneo al

giudizio, in relazione alla sua presumibile vicinanza con il luogo di svolgimento di quei fatti

determinati, la cui attribuzione integra il reato di diffamazione aggravata.

Infine, nell’ipotesi di accertata sussistenza dell’azione diffamatoria, la sentenza di condanna, ove

adottata nel luogo di residenza del soggetto leso, sarà in grado di avere una maggiore efficacia

riparatoria, collegata alla più ampia conoscenza che la stessa sentenza potrà ottenere nell’ambiente

sociale normalmente frequentato da tale soggetto.

9.2. - Né si può ritenere che proprio questo speciale intervento del legislatore dimostri come, senza

una specifica disposizione in materia civile, sia impossibile giungere all’interpretazione, qui

sostenuta dell’art. 20 c.p.c. (cfr. Cass. n. 13042 del 1999, id., 2000, I, 3577).

Infatti l’intervento del legislatore era necessario nell’ambito processualpenalistico, in quanto, stanti

i principî che presiedono alla competenza penale, essa va determinata con riferimento al luogo in

cui il delitto si è consumato e quindi, nei reati di evento, al luogo in cui l’evento si è verificato (art.

8 c.p.p.).

In materia civile, invece, il luogo rilevante, ai fini del sorgere dell’obbligazione risarcitoria da fatto

illecito, e quindi del foro facoltativo di cui all’art. 20 c.p.c., non è il luogo dell’evento illecito ma il

luogo del danno conseguente (o se si vuole del successivo evento di danno), per cui proprio dal

coordinamento dell’art. 20 c.p.c. e degli art. 2043 e 2059 c.c., si giunge alla suddetta

interpretazione, senza la necessità di un ulteriore intervento legislativo.

10. - Pertanto, poiché il luogo del domicilio dell’attrice, che assume di aver subìto danni

patrimoniali e danni morali dalle espressioni, assunte come offensive ed attribuite al convenuto

nell’ambito di newsgroup posto in Internet, è Lecce, competente territorialmente a decidere la causa

è il Tribunale di Lecce.

(1) L’odierna ordinanza (riportata in Guida al dir., 2002, fasc. 21, 47, con commento di RICCHIUTO) si

segnala in quanto rappresenta il primo intervento della Cassazione in tema di competenza territoriale per

fatto illecito commesso via Internet (per un significativo precedente, in qualche modo conforme, v. Trib.

Messina, ord. 6 novembre 2000, Foro it., 2001, I, 2032, con nota di DI CIOMMO, in materia di concorrenza

sleale realizzata attraverso l’utilizzazione illecita di nomi di dominio). L’occasione è offerta ai giudici di

legittimità da un provvedimento con il quale il Tribunale di Lecce (sent. 24 febbraio 2001, ibid., 2031, e Dir.

informazione e informatica, 2001, 721, con nota di CASSANO e SISTO) affermava la propria incompetenza

a pronunciarsi sulle istanze risarcitorie promosse da un istituto di credito, con sede legale nella città

salentina, che si riteneva danneggiato dalle affermazioni prodotte via Internet — precisamente attraverso un

newsgroup — dal convenuto, residente a Roma. La pronuncia in epigrafe critica e respinge la tesi sostenuta

nella sentenza di merito (a tenore della quale il forum commissi delicti sarebbe individuabile soltanto quando

vi sia certezza circa l’ubicazione del server utilizzato dal danneggiante), così come respinge altresì la tesi per

cui, in caso di fatto illecito commesso via Internet, ci sarebbe una competenza diffusa di tutti i tribunali

ubicati in luoghi in cui è possibile accedere alla rete, nonché quella a tenore della quale per locus commissi

delicti dovrebbe intendersi il posto in cui si trovava l’autore dell’illecito al momento dell’immissione in rete

dei dati illeciti.

La Cassazione sembra, invece, aderire alla tesi proposta sulle colonne di questa rivista nella già citata nota

di F. DI CIOMMO, Dispute sui «domain names», fatti illeciti compiuti via Internet ed inadeguatezza del

criterio del «locus commissi delicti», a cui, per ulteriori considerazioni, adde, P. SAMMARCO, Competenza

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territoriale in materia di illecita utilizzazione di nome a dominio, in Dir. informazione e informatica, 2001,

236; G. CASSANO-G. SISTO, Competenza territoriale per la diffamazione commessa attraverso Internet,

ibid., 721; M. FAZZINI, Problemi di competenza territoriale e responsabilità dei «service providers» in

Internet, in Annali it. dir. autore, 1999, 675. La stessa tesi è formulata, con un più ricco apparato

argomentativo, anche in F. DI CIOMMO, Internet (responsabilità civile), voce dell’Enciclopedia giuridica

Treccani, aggiornamento 2002. Per un tentativo di applicare un’analoga soluzione ermeneutica agli illeciti

compiuti a mezzo stampa — rispetto ai quali, tuttavia, si registra una consolidata giurisprudenza contraria —

, v. L. IANNICELLI, Foro del luogo in cui sorge l’obbligazione da fatto illecito commesso con l’utilizzo di

mezzi di comunicazione di massa, in Foro it., 2001, I, 3363. In proposito, sembra corretto sottolineare come

il principio affermato dalla Suprema corte nell’odierna ordinanza — a tenore del quale, per locus commissi

delicti deve intendersi quello in cui si realizza il danno, patrimoniale o morale, conseguenza del fatto —

abbia carattere talmente generale da poter mettere in crisi tale consolidato orientamento pretorio.

Per gli opportuni approfondimenti, v. la nota di F. DI CIOMMO che segue.

* * *

Art. 20 c.p.c. e illeciti commessi tramite Internet

(una regola a valere per tutti i mezzi di comunicazione di massa?).

I. - Il fatto illecito digitale alla ricerca di regole. Correva l’anno 1981 quando il noto biologo francese, già

premio Nobel per la medicina, François Jacob, dopo aver osservato che il mondo è riducibile al trinomio

«messaggio, codice, informazione», si chiedeva «quale dissezione dislocherà domani gli oggetti attuali per

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ricomporli in uno spazio nuovo? Quale nuova matriosca ne salterà fuori?» . Le domande che Jacob si poneva

soltanto quattro lustri fa si rivelano oggi meno visionarie di quanto non apparvero all’epoca della loro

formulazione. E ciò in quanto la rivoluzione informatica, che negli anni novanta ha avuto in Internet il suo

massimo approdo mediatico e, nel contempo, la sua più penetrante (e probabilmente definitiva) arma di

2

diffusione , ha creato, sul finire del secolo appena trascorso, i presupposti per la nascita di quello «spazio

nuovo», governato da leggi fisiche del tutto peculiari e da dimensioni affatto nuove, che lo studioso

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d’oltralpe aveva in qualche modo profetizzato . Con tali epocali novità l’uomo in genere, e il giurista di

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conseguenza, devono fare i conti .

In particolare quest’ultimo — volendo qui tralasciare i tanti problemi giuridici del c.d. commercio

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elettronico — in relazione al fatto illecito commesso per mezzo delle nuove tecnologie di rete, dovrà, come

minimo, chiedersi:

1 F. JACOB, Le jeu des possibles, essai sur la diversité du vivant, Fayard, 1981.

2 Cfr. F. DI CIOMMO, L’informazione giuridica nell’era digitale: un «trade off» inevitabile tra quantità e attendibilità?,

introduzione a ID. (a cura di), Le banche di dati giuridici, Milano, 2002, XII.

3 Per opportuni approfondimenti, v. F. CIOTTI-G. RONCAGLIA, Il mondo digitale. Introduzione ai nuovi media,

Roma-Bari, 2000; F. RAMPINI, Una rivoluzione in corso, Bari, 2000; F.G. PIZZETTI, Nell’era della rete, Torino,

2000; P. CARBONE-P. FERRI, Le comunità virtuali, Milano, 1999.

4 Lo sviluppo della tecnologia di rete è giunto in una fase di non ritorno, tale per cui nel futuro prossimo si assisterà ad

una convergenza verso Internet anche di tecnologie tradizionali, della comunicazione e non. Cfr. T.L. YARBROUGH,

Connecting the World: The Development of the Global Information Infrastructure, 53 Federal Commission Law Journal

315 (2001); nonché R. BORRUSO-C. TIBERI, L’informatica per il giurista - Dal bit ad Internet, 2a ed., Milano, 2001.

5 Tra gli scritti che affrontano le diverse problematiche riconducibili al commercio elettronico, v. V.

FRANCESCHELLI (a cura di), Commercio elettronico, Milano, 2001; P. VALENTE-F. ROCCATAGLIATA, Internet.

Aspetti giuridici e fiscali del commercio elettronico, Novara, 2001; E. TOSI (a cura di), I problemi giuridici e fiscali di

Internet, 2a ed., Milano, 2001; S. GIUSEPPINI, Principî di commercio elettronico, Roma, 2001; G. COMANDÈ-S.

SICA, Il commercio elettronico. Profili giuridici, Torino, 2001; U. DRAETTA, Internet e commercio elettronico. Nel

diritto internazionale dei privati, Milano, 2001; G. CASSANO, Internet. Nuovi problemi e questioni controverse,

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1) vista la dematerializzazione delle attività compiute in Internet, dove e quando il fatto illecito è

commesso;

2) considerato l’anonimato di cui lo user, in presenza di determinate condizioni, gode in rete, chi sono i

soggetti responsabili;

3) preso atto dell’emersione di nuovi beni e nuove fattispecie dannose, che natura hanno i diversi titoli di

responsabilità e quale tutela occorre riconoscere alle nuove forme di proprietà digitale, al diritto di

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accesso ad informazioni on line , nonché alle tradizionali privative intellettuali e industriali ;

4) posta l’assenza di confini fisici delle moderne reti telematiche, a quale ambito territoriale bisogna

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restringere l’indagine relativa agli effetti del fatto e come quantificare i danni .

Le risposte a questi ed altri interrogativi, suscitati dall’utilizzazione sempre più diffusa delle nuove

tecnologie della comunicazione, spesso sono tutt’altro che semplici, ed in alcuni casi sembra che di un

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intervento legislativo ad hoc non si possa proprio fare a meno . Nelle more, tuttavia, è compito dei giudici e

della dottrina studiare le soluzioni più efficienti per far fronte alle esigenze concrete di regolamentazione. In

tale contesto si inserisce la pronuncia in epigrafe, la quale rappresenta il primo intervento della Suprema

corte su uno dei tanti problemi derivanti dall’applicazione delle regole giuridiche tradizionali al c.d.

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ciberspazio : cosa ha da intendersi, in caso di fatto illecito commesso via Internet, per locus commissi

delicti, e dunque, ai sensi dell’art. 20 c.p.c., a quale giudice si deve riconoscere la competenza territoriale

alternativa a conoscere dell’eventuale causa?

II. - Accolta la tesi del domicilio del danneggiato come foro alternativo. Che il principio, sulla base del

quale Trib. Lecce 24 febbraio 2001, cit., dichiarò il proprio difetto di competenza territoriale (in ordine alla

domanda di risarcimento dei danni promossa da un istituto di credito, con sede legale nel capoluogo

salentino, che lamentava la lesione della propria reputazione cagionata da affermazioni diffamanti espresse

via Internet in un newsgroup), non avrebbe trovato proseliti tra i giudici di legittimità, chiamati a

Milano, 2001; E.M. TRIPODI-F. SANTORO-S. MISSINEO, Manuale di commercio elettronico, Milano, 2000.

6 Cfr. J. RIFKIN, L’era dell’accesso, Milano, 2000; nonché A. PALMIERI-R. PARDOLESI, Gli «access contracts»:

una nuova categoria per il diritto nell’età digitale, in DI CIOMMO (a cura di), Le banche di dati giuridici, cit., 175, e G.

FALETTI, Il contratto di «Application Service Provisioning», in Dir. informazione e informatica, 2001, 411.

7 Tra gli scritti più recenti su tali temi, v. G. ZICCARDI, Il diritto d’autore nell’era digitale, Milano, 2001; G.

ZICCARDI-P. VITIELLO, La tutela giuridica del nome di dominio, Modena, 2000; P. VARÌ, La natura giuridica dei

nomi di dominio, Padova, 2001; M. RICOLFI, A copyright for cyberspace? The european dilemmas, in Annali it. dir.

autore, 2000, 443.

8 Per un’aggiornata rassegna dei principali problemi aperti in materia e per un primo tentativo di risolvere alcune

questioni, cfr. F. DI CIOMMO, Internet (responsabilità civile), voce dell’Enciclopedia giuridica Treccani,

aggiornamento 2002.

9 S. RODOTÀ, Tecnologie e diritti, Bologna, 1995, 9, osserva come «l’intreccio tra innovazione tecnologica,

mutamento sociale e soluzioni giuridiche pone ogni giorno problemi di fronte ai quali spesso appaiono del tutto

improponibili i vecchi criteri, le ricette conosciute. Molti hanno fretta, invocano risposte definitive, e talvolta cercano di

imporle. Ma la realtà non è soltanto mutevole e, come tale, sfugge continuamente agli schemi nei quali si vorrebbe

costringerla: è pure straordinariamente ricca, e non può essere compresa con le vecchie categorie. Per questo occorrono

analisi, ricognizioni puntuali delle nuove questioni, prima di correre verso soluzioni frettolose, e inefficienti». Già dieci

anni prima, riflettendo proprio sull’incrocio tra computer e illecito civile, F.D. BUSNELLI, Introduzione, in G. ALPA

(a cura di), Computers e responsabilità civile, Milano, 1985, dopo aver sottolineato come su tale argomento regnasse

«un’atmosfera di tranquilla indifferenza, che rischia però di essere l’indifferenza dell’ignoranza», evidenziava «le

difficoltà di incanalare la variegatezza delle ipotesi prospettabili nei binari delle regole tradizionali in materia di

responsabilità civile».

10 Il termine «cyberspace» fu coniato da W. GIBSON nel 1983 nel suo romanzo pubblicato in italiano con il titolo

Neuromante, Milano, 1984. 9 prof. Giorgio Costantino

D I (A – L)

IRITTO PROCESSUALE CIVILE

Materiali didattici


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo dell'ordinanza n. 6591 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2002 con il commento in nota del Prof. Francesco di Ciommo. La Corte è chiamata a stabilire il foro competente per territorio in caso di diffamazione via Internet.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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