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Diagnosi e formulazione del caso

In ambito clinico ci si trova spesso di fronte a casi in cui interagiscono diversi fattori, pertanto una valutazione multimodale (come il BASIC ID di Lazarus) è preferibile ad una diagnostica psichiatrica prevalentemente descrittiva. Vengono descritte le fasi per la formulazione del caso: la definizione del problema attraverso... Vedi di più

Esame di Psicologia Clinica docente Prof. F. Rovetto

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relazionali, sia per quanto riguarda il vissuto del piccolo paziente e la sua necessità di essere aiutato a

vivere una condizione certamente non facile.

Bambini, adolescenti, anziani e popolazioni di culture assai diverse possono manifestare il loro disagio

in modo assai particolare. Molte delle condizioni patologiche su cui agiamo sono state apprese e sono

mantenute nel tempo da un sottile gioco di vantaggi o di punizioni. Finché l’ambiente di vita del

paziente resta lo stesso, è probabile la resistenza ad ogni cambiamento e terapia.

La raccolta delle informazioni

Le principali fonti di informazione per programmare un intervento sono il resoconto verbale del

paziente, il suo comportamento non verbale durante i colloqui e la risposta ai test psicologici. Il clinico

osserva il modo di parlare del paziente, ossia il tono, il timbro lo stile, la scelta delle parole e delle

espressioni, l’intensità, le pause, le frasi, le domande e le risposte. Il clinico analizza anche come il

paziente si presenta esteriormente, i movimenti, l’abbigliamento, la mimica ecc.

Si possono inoltre incontrare i parenti, i conviventi, gli amici, gli educatori o altre persone direttamente

coinvolte nella sua vita. Naturalmente questi incontri e queste rivelazioni saranno effettuate nel rispetto

del segreto professionale e delle norme sulla privacy.

Un’altra importante fonte di informazioni è legata alla osservazione diretta. Possiamo quindi osservare

direttamente il paziente nel suo ambiente, oppure osservare le sue relazioni con i parenti nel corso di

sedute congiunte.

In molti casi è utile fargli osservare e monitorare il suo comportamento. Per questo si possono usare

specifiche schede di autovalutazione. La formulazione del caso viene gradualmente perfezionata e

assume sempre più un ruolo guida per il processo terapeutico in corso.

INTERVISTA INIZIALE

L’intervista iniziale permette di formulare alcune ipotesi che però dovranno essere in genere collocate

all’interno di una più generale formulazione del caso, suffragate da misurazioni e valutazioni cliniche

(assessment), e messe in rapporto con la relazione terapeutica che si sta instaurando. Le ipotesi fatte

possono sempre essere smentite. Si rischia altrimenti di avere delle dispercezioni e dirigere in modo

selettivo le indagini o addirittura modellare il comportamento verbale del paziente.

L’indagine consente di escludere alcune ipotesi che vengono quindi smentite. Ad esempio un paziente

triste ed isolato può sembrare depresso, ma se poi nel corso del colloquio si nota che ha progetti per il

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futuro, mostra un impegno nella terapia e non appare schiacciato dai sensi di colpa, l’ipotesi può essere

accantonata. Si possono esplorare molte aree, ma è meglio seguire un procedimento sistematico.

L’intervista deve andare oltre la pura raccolta di dati. Un valido rapporto influenza profondamente

anche la motivazione a partecipare alla terapia e la aderenza ai compiti assegnati dal terapeuta. Il

progetto terapeutico è condotto all’interno di un contesto relazionale caratterizzato da comprensione ed

empatia. Un valido rapporto tra terapeuta e paziente fa parte dell’intero processo del trattamento e non

ne costituisce un aspetto isolato. L’intervista è aperta e naturale evitando il gergo professionale. Si

incoraggiano i pazienti ad intervenire con domande. All’interno di un corretto rapporto terapeutico c’è

spazio per battute, barzellette e metafore che possono avere un notevole effetto sull’ansia dei pazienti e

comunque possono veicolare messaggi utili per la terapia. Un paziente attivo e partecipe in grado di

comprendere e di definire gli obiettivi della terapia è il migliore alleato. Per questo, può essere utile

chiedere al paziente di descrivere con le sue stesse parole le caratteristiche e gli obiettivi della terapia.

La definizione dei problemi è in gran parte basata sulle dichiarazioni del paziente. Si cerca di capire

quale problema/i il paziente ritiene principali, perché cerca aiuto in questo momento e quali

cambiamenti può prevedere. Al paziente si suggerisce di usare le sue parole e non procedere ad

interpretazioni magari indotte da precedenti terapie. Si possono anche richiedere le opinioni di altre

persone coinvolte. Si stende una lista di tutte le difficoltà che il paziente può provare nel momento.

Spesso questa lista può far vedere come questi problemi siano correlati. Esiste spesso, ad esempio, una

forte relazione tra depressione e comparsa del disturbo da attacchi di panico. D’altra parte, ripetuti

attacchi che abbiano limitato pesantemente le proprie capacità lavorative, relazionali e le proprie

esperienze di vita possono essere causa di modificazione della immagine di sé, delle proprie aspettative

e del proprio tono dell’umore. In altri casi si nota una correlazione tra depressione, mancanza di amici,

ricorso a rituali compulsivi ed incapacità di uscire di casa. Nella raccolta di informazioni non mancherà

una indagine su eventuali malattie sofferte dal paziente o terapie farmacologiche da lui assunte. Alcune

malattie, tra cui il diabete, l’epilessia, l’asma, le alterazioni ormonali, le labirintiti o le cardiopatie

possono indurre sintomi quali la tachicardia, capogiri, dispnea, sbalzi di pressione, brividi ed altre

sensazioni che possono spaventare e attorno a cui il paziente predisposto al panico può iniziare ad

effettuare quei ragionamenti e quelle attribuzioni che facilmente possono evolvere in un quadro di pieni

attacchi di panico. Queste stesse patologie hanno anche importanti conseguenze sul piano

comportamentale, cognitivo e relazionale. In tal modo potrebbero facilmente alterare lo stile di vita del

paziente in una direzione tale da favorire il mantenimento di un disturbo da attacchi di panico. Per

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approfondire questi aspetti rimando al testo di Morrison (2000) pubblicato da questa stessa casa

editrice.

Nel primo incontro spesso si stabilisce un rapporto terapeutico, si indaga sulla motivazione che ha

spinto il paziente a chiedere un intervento psicologico, su come si sente ora, su quali sono le sue

aspettative. In seguito ci sarà (doverosamente) spazio per quella che i medici chiamano anamnesi

remota ed anamnesi familiare. Sarebbe infatti imperdonabile entro il 3-4 incontro, non conoscere eventi

importanti quali gravi malattie, periodi trascorsi in prigione, adozioni, morte di fratelli e/o genitori,

incidenti, trasferimenti, grandi variazioni sul piano economico ecc.

Per raccogliere tutti questi elementi sarà utile porsi in una posizione di ascolto attivo.

Gli elementi essenziali dell’ascolto attivo sono i seguenti:

1. capire i contenuti (ascoltare che cosa dice il paziente in termini di fatti e di idee),

2. capire le finalità (recepire gli intendimenti del paziente);

3. valutare la comunicazione non verbale dell’interlocutore (osservare e capire il linguaggio del corpo,

le espressioni del viso, il tono della voce,ecc);

4. valutare la nostra comunicazione non verbale e i nostri filtri (aspettative, relazioni personali,

esperienze passate, valori, opinioni);

5. ascoltare senza esprimere giudizi e con partecipazione.

L’ascolto attivo può incontrare diversi ostacoli, o esterni (rumore, barriere fisiche, ecc.) o interni a noi:

paura, preoccupazioni, impreparazione, distrazione, noia, rabbia, ecc. sono tutti stati d’animo che non

ci permettono di offrire al nostro paziente un efficace ascolto attivo. Se possibile, gli ostacoli esterni

dovrebbero essere rimossi. Quelli interni non possono sempre essere aggirati, dati i tempi di lavoro

spesso strettissimi e l’impossibilità di liberarsi completamente delle proprie tensioni prima di visitare

un paziente. Ma è bene almeno essere consapevoli dello stato d’animo dominante di quel momento, e

tenerne conto mentre cerchiamo di decodificare i messaggi del paziente.

Tate (1997) ha individuato alcune condizioni molto frequenti in ambito medico/psicologico in

presenza delle quali è più probabile che la consultazione sia difficile, e fra queste, molte sono

riconducibili alla presenza di ostacoli all’ascolto attivo:

• quando siamo di fretta

• quando veniamo interrotti

• quando partiamo con il piede sbagliato 8

• quando riceviamo più di una persona per volta (madre e bambino, marito e moglie, ecc.)

• quando si tratta di un paziente difficile

• quando i pazienti si aspettano di vedere un altro medico/psicologo

• durante le visite serali (3 volte più spesso che in quelle del mattino)

• quando la relazione è difficile

• quando ci sono oggettivi ostacoli alla comunicazione (lingue diverse, sordità, ecc.)

• quando non riusciamo a trovare i reali motivi per cui il paziente è venuto a farsi visitare.

Questo elenco suggerisce che nella comunicazione terapeuta-paziente l’ascolto attivo è già una

relazione, poiché richiede l’offerta di una disponibilità ad ascoltare, a conoscere, a capire e a

condividere, malgrado le differenze individuali e malgrado i nostri limiti. L’ascolto è, in sintesi, il

primo importante pilastro nella costruzione della relazione con il paziente. Altri strumenti possono però

essere utili per meglio comprenderne il caso.

La definizione dei problemi

Nel corso delle prime visite si metteranno a fuoco i problemi presentati dal paziente.

I pazienti spesso non sono in grado di elencare i loro problemi. A volte considerano l’agorafobia come

un modo per evitare problemi e non già come un problema di per se stesso. Alcuni pazienti stentano a

riconoscere alcuni loro problemi come ad esempio un eccessivo uso di alcool o di droghe, soprattutto

se usati in contesti sociali. In altre parole, tendono a considerare come fattori protettivi elementi che

invece sono fattori perpetuanti della patologia o veri e propri disturbi clinici. L’hashish o l’ecstasy,

l’alcol per vincere la timidezza non vengono ritenuti un problema. Dato che questi mezzi funzionano

nell’immediato, sono ritenuti validi ausili, mentre ben sappiamo che proprio l’hashish e l’alcool oltre

ad altri stimolanti possono indurre forti attacchi di panico.

Alcuni provano paura nel solo parlare del loro problema. In molti casi, quindi, identificare ed

eventualmente compilare una completa lista dei problemi del paziente richiede molte sedute e

comunque per farlo occorre un buon rapporto terapeutico. La raccolta di questo elenco di problemi è di

per se stesso un atto terapeutico.

Raccogliere informazioni 9

Per stabilire una comunicazione efficace col paziente, conoscerne i sentimenti, le idee, le aspettative,

i desideri e le caratteristiche del suo contesto di vita è utile seguire alcuni accorgimenti (Tate, 1997):

• Rimandare di uno o due minuti la formulazione di un’ipotesi diagnostica;

• Cercare attivamente di scoprire le convinzioni, le idee, le preoccupazioni, le aspettative e gli stati

d’animo del paziente, e i loro effetti concreti; in questo caso si darà la preferenza a domande aperte;

• Mettere il paziente a proprio agio, accogliere la sua ansia e incoraggiarlo a superare la sua naturale

diffidenza: un sorriso, una stretta di mano, un buon contatto oculare possono essere preziosi a tale

scopo;

• Ascoltare con genuino interesse;

• Incoraggiare attivamente il paziente a parlare: annuire, sorridere, ecc.;

• Parlare il linguaggio del paziente, evitando il linguaggio tecnico specialistico;

• Lasciar parlare il paziente per primo;

• Fare uso di espressioni come “Mi stavo chiedendo se….”, “Io trovo che a volte…”, “Alcune

persone….”;

• Fare domande aperte: “Mi vuole parlare di …?”, “Che cosa la preoccupa?”, “Che cosa è più

importante per lei?”;

• Riservare le domande chiuse alla raccolta di informazioni oggettive: “ha avuto la febbre, in

quell’occasione?”, “Ha fatto degli esami del sangue recentemente?”;

• Dare incoraggiamenti, quali “Continui”, “ E poi?”. Il contatto oculare e l’annuire incoraggiano a

proseguire. Anche la ripetizione delle ultime parole dell’ultima frase (“eco”) dopo una pausa,

incoraggia il paziente a continuare nel racconto;

• Riformulare le affermazioni importanti fatte dal paziente: è utile per essere certi di aver ben

compreso, e per dare in caso contrario la possibilità al paziente di correggere eventuali errori o di

chiarire aspetti confusi;

• Spiegare perché si fa una domanda: può servire ad ottenere altre informazioni collegate;

• Usare il silenzio, senza disagio; le pause servono a raccogliere le idee.

A volte i pazienti si demoralizzano nel vedere che hanno più problemi di quanto non credessero. In

questi casi il terapeuta dovrà riconoscere atteggiamenti disfunzionali del tipo “non ce la farò mai a

superare tutti questi problemi”, oppure “devo essere davvero pazzo per avere tutti questi problemi”.

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In questi casi possono essere utili strategie di ristrutturazione cognitiva come quelle proposte da Beck

ed Emery (1979). Non occorre risolvere tutti i problemi evidenziati, ci si può concentrare solamente su

alcuni tra i più gravi. In molti casi la strategia più opportuna consiste nel partire dal trattamento di un

problema secondario, ovvero da un problema conseguenza del problema principale. In altri casi, invece

si parte proprio dall’affrontare il problema principale.

La decisione riguardo alla strategia terapeutica da seguire dipende da molti fattori. Tra questi gli

obiettivi del paziente, il numero di sedute disponibili e se i problemi sono trattabili con l’approccio

terapeutico preso in considerazione. In molti casi la risoluzione di un problema, ad esempio gli attacchi

di panico contribuisce a risolvere altri problemi, come un quadro di depressione o viceversa.

GRADO DI STRUTTURAZIONE DELLA TERAPIA, OVVERO CHI CONDUCE LE DANZE?

Il grado di strutturazione della terapia nel corso del trattamento può rimanere piuttosto elevato come

avviene di solito quando si affrontano gravi problemi di personalità.

In altri casi invece la terapia necessita di essere meno strutturata (Whiteside, 99). Un paziente con

disturbo da attacchi di panico e con un concomitante disturbo di personalità dipendente, ad esempio,

dovrebbe essere rinforzato quando assume un approccio più partecipante alla terapia e quando diventa

meno diffidente del rapporto col terapeuta.

I pazienti che hanno paura di essere rifiutati se dicono le cose sbagliate hanno bisogno all'inizio di

domande chiuse, cui per loro è più facile rispondere rispetto a domande aperte. I pazienti che hanno

paura di perdere l'autonomia hanno bisogno di una maggiore distanza interpersonale dal terapeuta.

Quelli che hanno paura di essere umiliati possono avere difficoltà a tollerare ogni battuta del terapeuta

mentre altri invece trovano che questo è una cosa simpatica, che riduce la tensione.

Il calore nel rapporto tra terapeuta e paziente è importante per la maggioranza dei pazienti, ma pazienti

depressi che si sentono privi di valore e non accettabili possono sentirsi presi in giro se qualcuno

dimostra di avere un marcato piacere di stare con loro ed una notevole ammirazione nei loro confronti.

Per un approfondimento di questi aspetti vedi Whiteside (l’esercizio del controllo nella pratica

psicoterapeutica)

Le diverse scuole psicoterapeutiche hanno un atteggiamento discorde riguardo alla autoapertura del

terapeuta. Per autoapertura si intende la dichiarazione da parte del terapeuta di alcuni eventi riguardanti

la sua vita, le sue esperienze, le sue emozioni. Per le scuole che ammettono una (limitata) autoapertura,

il terapeuta può acquisire una maggiore credibilità e fungere da modello facendo sentire il paziente più

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compreso e meno distante. La autoapertura sarà dosata attentamente. Va quindi usata con parsimonia,

soprattutto da parte dei terapeuti più giovani e meno esperti.

Ostacoli al trattamento.

In alcuni casi i maggiori ostacoli possono essere previsti attraverso una analisi delle ipotesi di lavoro e

del piano di trattamento. Se gli ostacoli si manifestano in modo inatteso, allora il terapeuta deve

sviluppare un'ipotesi per spiegare queste difficoltà.

Le aspettative del paziente nei confronti della terapia possono essere una sorgente di ostacoli. Quando

le aspettative non sono soddisfatte, il paziente può essere demotivato e uscire dal trattamento. Queste

aspettative irrazionali riguardano il proprio comportamento (“devo avere sempre successo in tutto

quello che faccio”, “ devo trovare subito una via di uscita”) e le aspettative per gli effetti della terapia

(“voglio essere completamente libero dall'ansia”). Si devono anche identificare le eventuali difficoltà

oggettive nel seguire il trattamento.

Spesso un atteggiamento pessimista nei riguardi della terapia può demotivare la persona. Molti pazienti

hanno una grande paura delle delusioni, quindi preferiscono non illudersi per non correre il rischio di

una delusione. In questo sabotano in maniera consapevole o meno ogni sforzo terapeutico. Per altri,

schiacciati dai sensi di colpa, guarire può equivalere a perdere un’occasione di espiare le proprie colpe.

Occorre inoltre valutare tutti gli eventuali vantaggi secondari che mantengono il problema o che

scoraggiano il paziente dall’impegnarsi in modo corretto della terapia. In alcuni casi sono i coniugi a

sabotare ogni impegno ed allora è utile una terapia congiunta, per lo meno per qualche seduta. Le

tecniche di esposizione possono fallire se il paziente continua ad usare comportamenti protettivi anche

molto leggeri.

Per la progettazione di un intervento però occorre andare un po’oltre.

LA FORMULAZIONE DEL CASO

In letteratura troviamo che gli autori che si occupano di questa particolare programmazione

dell’intervento terapeutico la definiscono “Case Formulation”. La formulazione del caso è un processo

con cui si crea un modello esplicativo per il problema del paziente, se ne ricercano quindi le cause

remote e prossime, le dinamiche secondo cui tali disturbi si mantengono nel tempo ed eventualmente si

aggravano. 12

Perché questo individuo ha acquisito il problema specifico con cui si presenta? Come si è sviluppato il

problema? Quali condizioni sono state strumentali? E che valore funzionale ha il disturbo per la sua

vita in generale? Il terapeuta, in stretta collaborazione col paziente, cerca risposte a queste importanti

domande.

Sulla base di queste informazioni si stende un progetto su come sia possibile aiutarlo per superare tale

problema. Questo approccio vale sia con problemi acuti sia con quelli cronici. Nella formulazione del

caso tentiamo di utilizzare ogni conoscenza ed ogni possibile fonte di informazione per ampliare le

nostre conoscenze e per meglio comprendere le dinamiche del caso. Si possono usare elementi tratti

dalla psicologia sociale e cognitiva, dai test psicometrici e proiettivi, dalla fisiologia, dall’anatomia,

dalla neurofisiologia, dalla sociologia, dalla farmacologia. In molti casi possono essere molto rilevanti

dati che emergono da esami di laboratorio e da rilevazioni strumentali.

Si possono individuare interazioni complesse tra i disturbi presenti e gli schemi cognitivi maladattivi

sottostanti generalmente appresi in età precoce.

Le strategie di assessment devono quindi andare oltre l’analisi del problema presente.

In generale, per arrivare ad una adeguata formulazione del caso si cerca di definire 4 aspetti descritti

come i 4 P: 1) fattori Predisponenti, 2) fattori Precipitanti, 3) fattori Perpetuanti 5) fattori Protettivi.

Prendiamoli in esame:

I FATTORI PREDISPONENTI

I fattori predisponenti sono quelli che indicano una vulnerabilità nei confronti di una determinata

malattia. Possono avere una componente genetica, come la certa predisposizione genetica al disturbo

bipolare (sindrome maniaco depressiva). Nel disturbo da attacchi di panico può esistere una

predisposizione organica (es. ipertiroidismo, prolasso della valvola mitralica e tutte le altre patologie

già prese in esame). La predisposizione può essere anche familiare ovvero appresa in famiglia. Perché

si manifestino tali patologie, occorre però, nella maggioranza dei casi, che l’ambiente fornisca

condizioni particolari, che potranno rivelarsi predisponenti o svolgere funzioni scatenanti, o avere

entrambi questi ruoli.

Le condizioni predisponenti possono avere origine ambientale e coinvolgere fattori cognitivi. Tra

questi fattori cognitivi possiamo includere anche atteggiamenti e convinzioni acquisite in infanzia e

lungamente rinforzate dalle esperienze della vita. Tra queste ad esempio idee irrazionali quali “non

posso vivere se non sono amato”, “è terribile fare brutte figure o essere rifiutati dagli altri”, “è terribile

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stare male”. Molti di questi schemi o idee disfunzionali sono stati ampiamente descritti da autori quali

Beck ed Ellis. Le principali idee irrazionali saranno elencate e descritte nel capitolo sugli interventi

terapeutici cognitivi.

Tutti possiamo avere convinzioni simili a quelle definite irrazionali: è triste non essere apprezzati dagli

altri o fallire in qualche impresa. Queste idee diventano patogene quando si trasformano in obblighi,

quando prospettano tremende catastrofi o quando tendono a negare ogni valore a sé, agli altri o alla

stessa vita o al mondo che ci circonda.

I fattori predisponenti possono essere identificati e definiti parlando col paziente. Sono utili tecniche di

intervista che, partendo dall’analisi della situazione e della sofferenza del paziente, giungano a mettere

in luce i suoi atteggiamenti e le sue convinzioni. Se si nota la presenza di radicate idee irrazionali che

ne condizionano un gran numero di esperienze di vita, sarà utile scoprire come sono state apprese e

consolidate nel tempo. Cognizioni maladattive possono essere acquisite con istruzioni verbali dirette,

apprendimento per osservazione, o esperienze traumatiche. Tra queste possiamo includere gravi

malattie organiche. Ad esempio l’aver subito una gravissima reazione allergica nei confronti di un

farmaco, potrebbe insegnare ad un paziente ad avere paura dei farmaci, a non fidarsi dei medici, ad

avere paura di perdere il controllo, a considerare se stesso come una persona particolare che reagisce in

modo diverso dagli altri ed ha bisogno di certezze. Ognuno di questi schemi può interagire, in fasi

successive della vita del paziente con le sue esperienze di vita. Ne determinerà le scelte o ne

modificherà la capacità di partecipare alla terapia. In alcuni casi schemi rigidi e patogeni possono anche

determinare tratti di personalità (es. sospettosità, ossessività, o anche dipendenza a seconda dei casi)

che, portati all’eccesso, possono manifestarsi come veri e propri disturbi di personalità. Nei disturbi di

personalità coesistono infatti fattori temperamentali (geneticamente determinati) e caratterologici

(appresi e rinforzati dalle esperienze di vita).

Tra i fattori predisponenti possiamo trovare anche la mancata acquisizione di alcune importanti

capacità. Ad esempio, la carenza di abilità sociali gioca un ruolo importante in alcuni casi diagnosticati

come fobia sociale. Non essere in grado di comportarsi in modo socialmente competente può esporre al

ridicolo o al fallimento sociale. Se un paziente poi inizia a considerarsi come “un fallimento” o “un

incapace”, nonostante le sue lauree e le lodi ricevute, potrà andare sempre più incontro ad esperienze

che confermano le sue aspettative. Il rapporto tra fobia sociale e panico è, in alcuni casi, talmente

stretto che diventa difficile porre una diagnosi differenziale.

In molti casi si scopre che le madri spesso si lamentavano di sintomi simili a quelli presentati dal

paziente. Le madri o i padri costituiscono in questo caso un modello cui il paziente può ispirarsi. Nella

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storia educativa dei pazienti con panico troviamo spesso una grande paura delle malattie, del giudizio

sociale ed un costante bisogno di tener sotto controllo la situazione.

In altri casi in famiglia o tra gli amici è presente un paziente con DP. Tale presenza potrebbe, ad

esempio, far ritenere assai più probabile anche per il congiunto il rischio di sviluppare il disturbo da

attacchi di panico (“è di famiglia, prima o poi anch’io starò male”). Se si manifestano alcuni sintomi

particolarmente difficili da comprendere e da definire, subito compare nel paziente il timore di perdere

la ragione o il controllo.

Anche la presenza in famiglia di una malattia organica può costituire un fattore predisponente. Oltre al

comune patrimonio genetico, in questi casi intervengono fattori culturali. La presenza di un

cardiopatico in famiglia potrebbe far ritenere particolarmente pericoloso ogni sintomo cardiaco. La

presenza di un asmatico potrebbe far ritenere particolarmente pericolosa ogni sintomatologia

respiratoria ed ogni possibile sforzo. Il fatto di aver avuto un parente morto suicida potrebbe far

ritenere che qualunque stato di agitazione possa avere gravissime conseguenze.

Molti pazienti possono ritenere che sia praticamente un obbligo farcela da soli e che sia ingiusto

chiedere aiuto anche ad uno psicologo. In questo modo rifiuteranno o saboteranno terapie

potenzialmente utili.

Alcuni background genetici, sociali, culturali, professionali, religiosi possono svolgere un ruolo

importante nel predisporre a numerose patologie o nel modulare, nel bene o nel male, le capacità di

reagire. Una forte fede religiosa può infondere una grande serenità o estremi sensi di colpa. Ho visto

casi di persone assai religiose che percepivano la loro patologia come una palese dimostrazione del

fatto che la loro fede non era sufficientemente forte. In questi casi si può agevolare una efficace

ristrutturazione cognitiva leggendogli alcuni dei passi biblici che invitano l’ammalato a rivolgersi al

medico e ad usare i suoi farmaci, anch’essi possono essere infatti considerati doni del Signore (Bibbia.

Siracide 38; 1-15).

L’identificazione di questi fattori predisponenti spesso ci aiuta a comprendere il terreno in cui è insorto

un particolare problema e la ragione per cui un paziente sviluppa una patologia mentre un altro,

sottoposto a traumi anche più gravi, non sviluppa alcun disturbo o si ammala in modo del tutto diverso.

Anche per il paziente la conoscenza e la riconsiderazione dei propri fattori predisponenti può favorire

un’importante ristrutturazione cognitiva. (es. “allora se mi sono ammalato non è tutta colpa mia”,

oppure “se ho imparato a reagire in questo modo, posso anche cambiare queste mie reazioni”).

Fattori precipitanti. 15


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

In ambito clinico ci si trova spesso di fronte a casi in cui interagiscono diversi fattori, pertanto una valutazione multimodale (come il BASIC ID di Lazarus) è preferibile ad una diagnostica psichiatrica prevalentemente descrittiva. Vengono descritte le fasi per la formulazione del caso: la definizione del problema attraverso la raccolta delle informazioni con l'osservazione diretta e l'intervista iniziale, la valutazione dei fattori predisponenti, protettivi, precipitanti, perpetuanti e infine la pianificazione dell'intervento (formulazione di obiettivi terapeutici e strutturazione della terapia).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia Clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Rovetto Francesco.

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