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Questo grafico è tratto da un vasto studio americano che dimostra come con il progredire del BMI si

assiste ad un rischio progressivamente crescente di sviluppare il diabete. Si evince come il genotipo

diabete sia molto diffuso, ma rimane latente se il peso corporeo rimane nei limiti della norma,

Viceversa cresce in modo esponenziale con l’aumentare del BMI.

Dia 9

Fortunatamente esiste la possibilità, quindi, di ottenere, con la riduzione ponderale, una riduzione

del rischio, non solo nei soggetti non ancora diabetici ma anche nei soggetti già divenuti diabetici

che vedono prima migliorare e poi eventualmente scomparire il proprio diabete. Alcuni

raggiungono questo traguardo persino prima di raggiungere il peso ideale.

A questo proposito viene mostrato il risultato di una metanalisi che permette di comprendere come

si mettono in pratica i risultati delle ricerche sperimentali, come cioè i risultati sperimentali possono

indurre a modificare i comportamenti dei medici, la cosiddetta EBM.

Dia 10

L’importanza della riduzione ponderale era emersa già sin dagli anni 40, con una serie di studi su

piccoli campioni. Ma solo nel 96 è stato pubblicato uno studio di metanalisi su 89 sperimentazioni,

che permetteva di mettere insieme i dati raccolti su 1.800 diabetici di tipo 2, obesi.

Dia 11

Le modalità per ottenere la riduzione ponderale erano diverse: nel 40% degli studi era stata

utilizzata la dieta, nel 20% la terapia comportamentale, tesa a modificare le abitudini nutrizionali

scorrette, senza dare una vera e propria dieta, e nel 10% il solo esercizio fisico.

Dia 12

Nella tabella sono riportati i risultati ottenuti con i 3 metodi utilizzati per perdere peso, sia in modo

singolo che associato. I risultati sono forniti sia in termini di kg perduti, sia di riduzione dei valori

di glicoemoglobina. E’ quindi possibile ricavare i mg% di glicemia medi perduti per ogni kg di peso

corporeo, e questo calcolo è possibile conoscendo la relazione, che abbiamo illustrato nella lezione

sulla glicoemoglobina, fra valori di HbA1c e glicemia. Il risultato finale medio che emerge da

questo studio è che per ogni kg perduto la glicemia media si riduce di ben 12 mg% e che la

riduzione media della glicoemoglobina dell’1% si ottiene con la perdita di circa 3 kg di sovrappeso.

Segue ora la descrizione dettagliata di 2 studi, tratti dagli 86, che fanno ben comprendere l’efficacia

della riduzione ponderale.

Dia 13

Il primo fu svolto in America e pubblicato nel 1985. Si riferisce a 30 diabetici di tipo 2 obesi del

peso medio di 99 kg e con una glicemia media di 297 mg%. Furono sottoposti a dieta drastica di

330 cal al dì per la durata di 40 giorni. La dieta è nota con l’acronimo VLCD cioè “Very Low

Calorie Diet”, cioè dieta a contenuto calorico molto basso.

Alla fine del periodo i soggetti avevano perduto 10 kg e mezzo e la glicemia media era scesa a 135

mg%. I 2 grafici a destra dimostrano in alto la riduzione dei valori glicemici ed in basso la

progressione del peso perduto.

E’ importante sottolineare però che diete così drastiche non sono mai consigliate e possono essere

eseguite solo in ambiente ospedaliero sotto continua sorveglianza medica.

Dia 14

Il secondo studio, eseguito in Australia e pubblicato nel 1984, si riferisce a 10 diabetici di tipo 2 con

obesità che si sottoposero volontariamente ad una drastica modifica dello stile di vita per un periodo

di 7 settimane. Acconsentirono ad essere lasciati vivere nella foresta senza viveri, ma armati di

archi e frecce per procurarsi il cibo. La nutrizione era pari a quella degli uomini primitivi: frutti

selvatici, caccia e pesca. La glicemia media prima dell’esperimento era di circa 12 mmole/L

corrispondente a 216 mg%, denunciando un inaccettabile livello di controllo glicemico. I soggetti

venivano controllati ogni settimana e veniva registrato il peso corporeo. Dopo le 7 settimane di

regime di sopravvivenza il peso corporeo era diminuito di 8 kg e la glicemia basale si era ridotta a

circa 7 mmole/L corrispondente a 126 mg%. Il ritorno alla vita primitiva, con le restrizioni

alimentari e una notevole quantità di esercizio fisico aveva permesso il raggiungimento di un

controllo glicemico invidiabile.

Dia 15

Affrontiamo ora il problema dell’obesità viscerale, argomento di recente introduzione, ma che

presenta importanti risvolti pratici e che rappresenta un notevole aiuto per il medico pratico. Gli

studi sperimentali ci indicano che la valutazione della circonferenza della vita, facilmente

misurabile con un semplice metro da sarta, si è rivelato un parametro ancora più affidabile del BMI

per predire uno stato di resistenza insulinica. L’importanza di questo dato sperimentale risiede nel

fatto che, anche se i soggetti che presentano un BMI elevato, è intuitivo che abbiamo anche una

circonferenza vita aumentata, e viceversa, in realtà le 2 misure non sempre sono in stretta relazione.

In altre parole è possibile che anche soggetti con BMI inferiore a 25 abbiano una circonferenza

della vita elevata, svelando uno stato di resistenza insulinica da trattare.

Dia 16

Dobbiamo allora conoscere quali sono i valori normali della circonferenza vita, per diagnosticare i

casi che eccedono la normalità. E’ quanto ci viene proposto da questo studio che valuta quasi 2.000

individui di ambo i sessi. Lo scopo dello studio è quello di trovare una relazione fra il BMI e la

circonferenza vita, in un folto numero di soggetti scelti perché rappresentativi di tutte le fasce di

BMI e calcolare la circonferenza della vita massima oltre la quale porre diagnosi di obesità

viscerale. I risultati sono mostrati separatamente negli uomini e nelle donne, essendovi grandi

differenze antropometriche fra i due sessi. La donna infatti ha una circonferenza vita molto inferiore

a quella dell’uomo. Come si vede dai 2 grafici, in alto per gli uomini, in basso per le donne, la

relazione fra i due parametri c’è ed è di tipo lineare e ciò permette di trovare, per ogni valore di

BMI, il corrispondente valore medio di circonferenza vita. E’ così possibile stabilire nei 2 sessi che

il valore di BMI di 25, cioè il massimo della normalità, corrisponde ad una circonferenza vita per

l’uomo di 94 cm e per la donna di 80 cm (cioè 14 cm inferiore) essendo nel sesso femminile più

contenuta rispetto al sesso maschile. Uno dei risultati dello studio è quello di far vedere come la

relazione fra le 2 variabili non è molto stretta: da ciò emerge un concetto che ha notevoli risvolti

pratici e che era già conosciuto da tempo e cioè esservi dei soggetti con obesità solo di tipo

viscerale mentre il BMI è ancora inferiore a 25. E questi soggetti appaiono nei 2 grafici posizionati

al di sotto della linea orizzontale corrispondente al BMI di 25: tutti i soggetti che si posizionano a

destra della linea verticale che indica la circonferenza vita corrispondente al BMI di 25, sono tutti

soggetti con un BMI al di sotto di 25 ma con una circonferenza vita al di sopra di 80 cm se sono

donne e 94 cm se sono uomini. Tutti questi soggetti oggi non sono considerati normali, come

potrebbe far sembrare un BMI inferiore a 25, ma soggetti affetti da obesità viscerale, anche se il

BMI è inferiore a 25, ed abbiamo già sottolineato che la circonferenza vita è un parametro più

sensibile del BMI per identificare il grado di resistenza insulinica. Questi soggetti vanno anch’essi

trattati con dieta ipocalorica per ottenere una riduzione della circonferenza della vita.

Dia 17

La sindrome da resistenza insulinica è oggi agevolmente identificata mediante vari parametri, fra

cui la circonferenza della vita, e trova nel binomio sedentarietà/iperalimentazione il movente

eziologico fondamentale. Da studi molto recenti si può stabilire che, almeno nei paesi

industrializzati, il 25% circa della popolazione (cioè 1 su 4 persone) è affetto dalla sindrome.


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia (ordinamento U.E. - 6 anni)
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di MEDICINA INTERNA e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Davi' Giovanni.

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