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La Commissione Tributaria Regionale aveva dato atto della correttezza dell'operazione, aggiungendo

inopinatamente che l'inserimento della medesima somma in un'altra voce del passivo e, dunque, dello stato

patrimoniale, aveva portato ad un risultato in contrasto con quanto disposto dall'art. 61 del DPR n. 597/1973.

Essendo basata su di un ragionamento illogico e contraddittorio, una decisione del genere non poteva essere

assolutamente condivisa, al pari, del resto, di quella assunta in ordine alle restanti L. 2.866.000, che la

Commissione Regionale aveva giudicato indeducibili perché relative all'anno 1977.

A questo proposito, bisognava invero premettere che in base alla normativa all'epoca vigente, l'ammontare

dell'Iva indetraibile doveva essere determinato con decreto del Ministro delle Finanze, che soltanto in data

27/2/1978 aveva fissato nel 35% la quota dell'imposta che avrebbe potuto essere detratta dall'intero settore del

credito.

Al momento della chiusura dell'esercizio 1977, quindi, non era ancora possibile determinare in modo effettivo

l'ammontare dell'Iva indetraibile, che conformemente a quanto stabilito dall'art. 74 del DPR n. 597/1973, era

stata perciò contabilizzata nell'anno successivo, ovverosia nel periodo d'imposta nel corso del quale se ne era

conosciuto l'esatto importo.

Tenuto conto di quanto sopra, concludeva pertanto per l'annullamento della sentenza impugnata con ogni

correlata statuizione.

L'intimata depositava un atto di costituzione e la controversia veniva decisa all'esito della pubblica udienza del

7/12/2001.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo del ricorso, la B. di Roma ha lamentato la contraddittorietà della motivazione della sentenza

impugnata, sostenendo che i giudici a quo avevano fatto un'indebita commistione fra conto economico e stato

patrimoniale, prendendoli congiuntamente in esame malgrado fosse evidente che soltanto il primo sarebbe

potuto venire in rilievo ai fini della determinazione del reddito imponibile.

Dalla lettura della decisione impugnata emerge, però, che la Commissione Regionale non ha mai menzionato

espressamente né il conto economico né lo stato patrimoniale, ma si è limitata a parlare genericamente di

passivo, spiegando poi, in maniera coerente e diffusa, le ragioni per cui doveva ritenersi che l'importo di L.

8.249.000 fosse stato inserito due volte fra le perdite e gli altri accantonamenti, che com'è noto, costituiscono

anch'essi una voce del conto economico ai sensi dell'art. 2424 cc.

La contribuente, ha puntualizzato la Commissione Regionale, aveva per la verità effettuato una variazione in

aumento di L. 8.249.000, ma tale operazione, di per sé corretta, aveva potuto azzerare soltanto gli effetti della

prima annotazione, ma non quelli della seconda, che avendo in tal modo finito per incidere illegittimamente

sulla materia imponibile, era stata giustamente recuperata dall'Ufficio.

Così argomentando, i giudici di appello non hanno evidenziato alcuna confusione tra prospetti separati e

distinti, ma hanno anzi dimostrato di aver valutato attentamente la fattispecie, pervenendo infine ad una

decisione che non può essere sindacata in questa sede perché immune da vizi logici e giuridici.

Rigettato così il primo motivo del ricorso e passando all'esame del secondo, giova preliminarmente ricordare

che in base all'art. 74 del DPR n. 597/1973, applicabile nel caso in esame ratione temporis, i costi e gli altri

oneri avrebbero dovuto concorrere a formare il reddito dell'esercizio di competenza a meno che la loro

esistenza od il loro ammontare non fossero ancora certi, nel qual caso avrebbero dovuto essere calcolati nel

periodo d'imposta in cui si fossero verificate tali condizioni.

Mirando contemporaneamente a salvaguardare sia la necessità di computare tutte le componenti nell'esercizio

di competenza che l'esigenza di non addossare ai contribuenti un onere troppo difficile da rispettare, la

predetta norma deve essere interpretata nel senso che il dovere di conteggiarli nell'anno di riferimento, si

arrestava soltanto di fronte a quei ricavi ed a quei costi che non fossero ancora noti all'atto della

determinazione del reddito e, cioè, al momento della redazione e presentazione della dichiarazione.

Depongono, invero, in tal senso non soltanto la lettera e la finalità della legge, ma anche la correlativa

disposizione di cui all'art. 14 del DPR n. 600/1973, in forza del quale le società e gli enti il cui bilancio o

rendiconto dev'essere approvato, per legge o per statuto, da un'assemblea o da altri organi, possono inserire

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Tributario d'Impresa, tenute dalla Prof. ssa Livia Salvini nell'anno accademico 2010.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 2892 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2002 usata come materiale didattico il 10 novembre 2009.
La Corte ha stabilito: i costi e gli altri oneri concorrono a determinare il reddito d'esercizio a meno che la loro esistenza o il loro ammontare non siano ancora oggettivamente determinabili.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Tributario d'Impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Salvini Livia.

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