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stabile organizzazione per spese della casa madre ad essa attribuite non dipende dall'effettivo rimborso di

queste ultime da parte della prima;

- l'ordinamento fiscale italiano non contiene alcuna disposizione in proposito.

Peraltro, nella risoluzione ministeriale 31 gennaio 1981, n. 9/2555 , è stata ritenuta la correttezza del metodo

indicato dal citato art. 7, terzo comma, dei modelli OCSE. Identica soluzione è stata adottata dalla R.M. 8 aprile

1980, n. 9/427 , e nella circolare ministeriale 21 ottobre 1997, n. 271/E .

Pertanto, una volta che tale regola è stata ritenuta valida dalla stessa Amministrazione, in relazione alla stessa

non possono introdursi le distinzioni che la stessa pretende nel caso di specie.

3. Motivi della decisione - Le censure dell'Amministrazione non meritano accoglimento.

Premesso che l'attribuzione di parte dei costi, sostenuti da un'impresa capo-gruppo avente sede all'estero, alle

organizzazioni stabili costituite da detta impresa in Italia non formava, all'epoca della produzione del reddito in

questione, specifico oggetto di regolamentazione normativa, nazionale o internazionale pattizia, deve

osservarsi che neppure esigenze di carattere logico-sistematico impongono l'adozione del criterio indicato

dall'Amministrazione finanziaria, anziché quello seguito dall'impresa.

Deve innanzitutto escludersi che - come sostenuto dalla controricorrente - il criterio seguito

dall'Amministrazione finanziaria conduca di necessità ad una doppia imposizione. Infatti, se è vero che

l'attribuzione ad una filiale estera di una parte dei costi e degli oneri subiti nel Paese in cui ha sede la società-

madre comporta per la stessa un incremento di reddito, con conseguente incremento dell'imposizione fiscale

nello stesso Paese, a tale inconveniente può essere dato rimedio con gli strumenti posti a disposizione

dall'ordinamento fiscale nazionale. Per quanto riguarda le società aventi sede a Hong Kong, la Convenzione

bilaterale col Regno Unito contro le doppie imposizioni 4 luglio 1960, così come modificata dal protocollo 4

novembre 1969, applicabile ratione temporis al caso di specie, non conteneva alcuna norma che si occupasse

della ripartizione di utili e di costi tra società-madre e filiali, aventi rispettiva sede nei due Stati contraenti, a

differenza dell'art. 7, n. 3, della Convenzione 21 ottobre 1988, uniformatasi al modello OCSE.

Quindi, l'inconveniente paventato dalla controricorrente è soltanto una eventuale e naturale conseguenza della

mancanza di specifica regolamentazione pattizia e della non omogeneità degli ordinamenti fiscali dei due

Paesi.

La correttezza del metodo seguito dalla C.P.A. si fonda, invece, su ragioni tratte dal sistema normativo

nazionale.

La tesi dell'Amministrazione contrasta nettamente col sistema introdotto con la riforma tributaria del 1972.

Come la stessa Amministrazione ha riconosciuto nelle proprie circolari, l'inerenza dei costi e degli oneri in

materia di reddito d'impresa, richiesta dall'art. 74 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597 (richiamato, ai fini della

determinazione dell'imponibile IRPEG, dall'art. 21, comma secondo, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 598)

deve essere riferita, non ai ricavi, ma all'oggetto dell'impresa.

Il Ministero delle Finanze, nella circolare 7 luglio 1983, n. 30/9/944 della Dir. Gen. imposte dirette, dopo aver

premesso che "... tutti i costi e gli oneri sono deducibili se e in quanto provvisti dei requisiti della certezza, della

competenza e dell'inerenza", precisava che detti componenti negative, a seguito delle modifiche introdotte al

secondo comma del citato art. 74 con la legge 4 novembre 1981, n. 626, erano deducibili se ed in quanto si

riferissero ad attività da cui derivano ricavi e che, contrariamente al sistema pre-riforma, nel quale la spesa

doveva presentarsi nella sua individualità non generica, secondo la nuova legislazione il concetto di inerzia "...

non è più legato ai ricavi dell'impresa, ma all'attività della stessa". In tale prospettiva, nella stessa circolare

viene ammessa la deducibilità delle spese sostenute per attività di certificazione, anche se volontaria, dei

bilanci della società madre, nonostante sia palese che detti costi non abbiano un diretto collegamento coi

ricavi.

Tale ordinamento è stato ribadito nella risoluzione n. 158/E del 28 ottobre 1998 , nella quale si stabilisce che il

concetto d'inerzia, accolto dalla riforma del 1972 e trasfuso nell'art. 75 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, "...

non è più legato ai ricavi dell'impresa, ma all'attività della stessa".

Si può aggiungere che l'abbandono del concetto di costo come entità collegata ai ricavi investe anche settori

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Tributario d'Impresa, tenute dalla Prof. ssa Livia Salvini nell'anno accademico 2010.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 10062 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2000 usata come materiale didattico il 10 novembre 2009.
La pronuncia affronta i seguenti temi: deducibilità dei componenti negativi dal reddito d'impresa, il concetto di inerzia dei costi, il principio di inerenza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Tributario d'Impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Salvini Livia.

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