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Decreto ingiuntivo - C. Cost. n. 410/05 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile tenute dalla Prof. ssa Elena D'Alessandro nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 410 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2005 in cui si affrontano i seguenti argomenti: infondatezza della... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile docente Prof. E. D'Alessandro

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al precedente art. 24, abbia significativamente spostato i termini della questione»: in sostanza,

l'essere divenuto «il contraddittorio […] valore fondante costituzionale del processo» implicherebbe

che, laddove la legge (come nel procedimento monitorio) legittimamente prevede un «deficit di

contraddittorio», questo debba essere «controbilanciato da poteri officiosi, che non possono essere

solo quelli del rito ordinario in punto di verifica della competenza per territorio, ma che devono

essere necessariamente più penetranti».

2.− La questione non è fondata nei sensi di seguito precisati.

2.1.− Esponendo le ragioni per le quali ritiene non manifestamente infondata la questione di

legittimità costituzionale, il giudice rimettente osserva che non persuade «il parallelismo con il

contenzioso ordinario, su cui […] riposa il consolidato orientamento di legittimità […] perché nel

procedimento monitorio una sagace (e strumentale) scelta del giudice adito ha effetti ben più

penalizzanti, rispetto all'effettivo esercizio del diritto di difesa del destinatario del provvedimento,

di quanto non accada nel rito ordinario».

Questa Corte ha ripetutamente affermato − e tale affermazione merita, in sé, di essere qui

ribadita − che la possibilità che il creditore scelga, per agire in monitorio, una sede disagiata per

l'ingiunto facendo «affidamento» – così l'ordinanza di rimessione – «sul fatto che la controparte,

preoccupata dalla lievitazione dei costi processuali indotta dalla “difesa fuori campo”, preferisca

piuttosto rinunciare all'opposizione», dà luogo ad «inconvenienti fattuali e abusi applicativi, che

[…] non incidono, proprio in quanto tali, sulla legittimità della norma denunciata» (ordinanza n.

218 e, sulla sua scia, ordinanze n. 320 e n. 394 del 1996 ); sicché non è sotto questo profilo che può

contestarsi il “parallelismo con il rito ordinario”, dal momento che anche quest'ultimo consente

all'attore di adire un giudice incompetente confidando che il convenuto opti per la contumacia a

fronte dei costi da sopportare per difendersi in una sede disagiata (ipotesi considerata da questa

Corte quando ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale della norma che,

anche nel caso di contumacia del convenuto, esclude la rilevabilità d'ufficio dell'incompetenza

territoriale derogabile: sentenza n. 251 del 1986 ). Ed è con riferimento a questa ipotesi − e non

certamente in assoluto (cfr. la citata sentenza n. 251 del 1986 ) − che questa Corte ha escluso (con le

ordinanze citate sopra) che la garanzia del giudice naturale precostituito per legge (art. 25 Cost.)

abbia attinenza con la questione (allora) sollevata relativamente all'art. 637 cod. proc. civ.

In realtà, come osserva anche il rimettente, il «parallelismo con il rito ordinario» è

improponibile se si considerano gli effetti che discendono ex lege dal mancato esercizio del diritto

di difesa, conseguente al doverlo praticare in una sede disagiata: mentre il convenuto con il rito

ordinario, che resti contumace, si vede preclusa soltanto l'eccezione di incompetenza ma non

subisce alcuna automatica conseguenza pregiudizievole quanto al merito − equivalendo la

contumacia ad integrale contestazione dei fatti costitutivi del diritto azionato dall'attore −, l'ingiunto

che non proponga tempestiva opposizione è irreparabilmente pregiudicato nel merito dalla

irretrattabilità dell'efficacia esecutiva − originaria ex art. 642 cod. proc. civ., ovvero acquisita ex art.

647 cod. proc. civ. − del decreto ingiuntivo.

L'«inconveniente fattuale», che subisce il convenuto con il rito ordinario, è di ben altro rilievo

per l'ingiunto, il quale è costretto − se vuole evitare la definitiva soccombenza nel merito − a

proporre opposizione davanti al giudice funzionalmente competente, arbitrariamente scelto

dall'attore in monitorio. Da ciò discende che la situazione dell'ingiunto è assimilabile, più che a

quella del convenuto nel rito ordinario, a quella del convenuto straniero davanti al giudice italiano

che sia privo di giurisdizione: situazione, quest'ultima, disciplinata (sia dall'abrogato art. 37, comma

secondo, cod. proc. civ., sia dal vigente art. 11 della legge 31 maggio 1995, n. 218) nel senso che, in

caso di contumacia, il difetto di giurisdizione è rilevabile d'ufficio.

Se in entrambi i casi − dell'ingiunto e del convenuto straniero − sussiste la medesima esigenza

(della rilevabilità ex officio, al fine) di non imporre una onerosa costituzione in giudizio solo per far

valere la violazione di norme attinenti all'individuazione del giudice (atteso il pregiudizio che,

altrimenti, ne deriverebbe), sotto altro profilo la situazione dell'ingiunto è assimilabile a quella di

chi è destinatario di un'istanza cautelare: e dalla disciplina del procedimento cautelare uniforme in

punto di incompetenza del giudice adito ante causam (art. 669-septies, cod. proc. civ.) si ricava

l'esigenza della rilevabilità d'ufficio dell'incompetenza − di qualsiasi natura − per ciò solo che esiste

la possibilità (art. 669-sexies, comma secondo, cod. proc. civ.) che la misura cautelare venga

concessa inaudita altera parte e che l'intimato debba subire, per contestarne la legittimità, la

competenza funzionale del giudice arbitrariamente scelto dall'altra parte.

Non a caso, peraltro, il procedimento monitorio prevede che il giudice provveda al rigetto della

domanda d'ingiunzione solo dopo aver fatto presente alla parte istante quanto a suo giudizio osta

all'emissione del decreto (e, quindi, nel pieno rispetto del principio ispiratore dell'art. 183, comma

terzo, cod. proc. civ.) ed averla sollecitata a fornire elementi utili per superare quelle osservazioni:

sicché non soltanto l'attore in monitorio può far valere compiutamente le sue ragioni ma anche, alla

pari di quanto prevede il procedimento cautelare uniforme (art. 669-septies), il provvedimento di

rigetto non pregiudica in alcun modo la riproposizione, anche davanti al medesimo ufficio

giudiziario, della domanda (art. 640 cod. proc. civ.).

2.2.− Correttamente il rimettente osserva che la lettera dell'art. 637 − specie se letta, deve

aggiungersi, in relazione all'art. 640 − «non esclude la rilevabilità d'ufficio dell'incompetenza

territoriale “semplice”, nei casi diversi dall'art. 28 cod. proc. civ.», ma ritiene che a questa lettura −

l'unica compatibile con i principî costituzionali − si opponga «un consolidato insegnamento

giurisprudenziale, risalente già alla sentenza n. 400 della Cassazione resa nel 1969».

Osserva in proposito la Corte che non può certamente parlarsi di un orientamento

giurisprudenziale tale, per costanza ed univocità, da giustificare la dichiarazione di illegittimità

costituzionale di una disposizione (l'art. 637 cod. proc. civ.) la cui formulazione è compatibile con

una interpretazione conforme a Costituzione.

In realtà, l'unica decisione expressis verbis dedicata alla questione in esame è costituita dalla

sentenza n. 400 del 1969, pronunciata dalla Corte di cassazione in relazione ad una sentenza

d'appello che aveva accolto una domanda di revocazione, ex art. 395, n. 2, cod. proc. civ., fondata

sulla falsità del luogo di emissione di una cambiale per la quale era stato chiesto decreto ingiuntivo

ad un giudice (altrimenti) territorialmente incompetente.

Questa Corte − non essendo né necessario né opportuno soffermarsi sul criterio di giudizio

adottato per decidere una così peculiare fattispecie − deve limitarsi a constatare che la ratio

decidendi di quella isolata pronuncia non impedisce al giudice rimettente di adottare una

interpretazione dell'art. 637 cod. proc. civ. rispettosa dei principî costituzionali e, in particolare,

dell'art. 24 Cost. per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale

dell'articolo 637 del codice di procedura civile sollevata, in riferimento agli articoli 24 e 111,

secondo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Genova con l'ordinanza in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, 24 ottobre

2005.

F.to:

Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente

Romano VACCARELLA, Redattore


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile tenute dalla Prof. ssa Elena D'Alessandro nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 410 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2005 in cui si affrontano i seguenti argomenti: infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 637 del cpc in tema di decreto ingiuntivo in rapporto agli artt. 11 e 24 della Costituzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof D'Alessandro Elena.

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