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Benigno di Tullio (1896-1979) al quale va anche il merito di aver mantenuto vivi

gli interessi criminologici in Italia anche durante il fascismo.

Nella prima metà degli anni ’50, Di Tullio iniziò la trasposizione in ambito

criminologico delle finalità e delle criteriologie del metodo clinico della medicina.

La criminologia clinica venne concepita come disciplina volta allo studio non tanto

dei fenomeni generali della delinquenza ma del singolo delinquente a fini

diagnostici, prognostici e terapeutici, cioè di trattamento individualizzato per

finalità risocializzativa. Parallelamente, lo studio clinico di un elevato numero di

soggetti avrebbe permesso la elaborazione di nozioni e concetti di carattere

generale, così da costruire un sapere che, in chiave eziologia, identificasse le cause

individuali (e anche microsociali) responsabili della commissione del reato.

L’opera di Di Tullio è stata poi importantissima in quanto ha realizzato una stretta

collaborazione tra diritto penale e criminologia. Se, infatti, la giustizia penale

mantiene una funzione principale nel meccanismo di lotta alla criminalità, alla

criminologia clinica spetta il compito di attuare la prevenzione speciale, attraverso

l’osservazione scientifica del reo. Infatti, se si vuole applicare il criterio della

individualizzazione della pena è imprescindibile la conoscenza in senso biologico,

psicologico e sociale della personalità del singolo delinquente. Intervento medico-

criminologico che poi dovrebbe proseguire nella fase di trattamento del condannato

in carcere per rimuovere le carenze fisio-psichiche che sarebbero distintive della

personalità del delinquente.

La criminologia clinica rappresenta dunque il momento della utilizzazione operativa

delle conoscenze mediche psichiatriche e psicologiche relative alla personalità

dell’individuo e al suo ambiente microsociale, per intervenire in senso terapeutico al

fine di “curare” la criminalità, per cercare cioè di eliminare le cause individuali del

comportamento criminoso.

Il fine operativo di questo indirizzo appare tuttora quello d rimuovere i più

immediati fattori psichici e ambientali favorenti il persistere della condotta

delinquenziale, e di intervenire in definitiva al fine di indurre il delinquente ad

assumere un ruolo integrato.

La criminologia clinica si caratterizzerebbe in senso politicamente conservatore:

agirebbe cioè in modo funzionale al sistema dato, lasciando immutate le

contraddizioni sociali e cercando solo di fare accettare ai criminali una struttura

sociale che andava invece, secondo il loro orientamenti, radicalmente rinnovata.

38 - La Nuova Difesa Sociale e la politica penale della risocializzazione

Nel secondo dopoguerra, si costituì un movimento di opinione da cui dovevano

prendere forma le tendenze configuranti la dottrina della Nuova Difesa Sociale.

Antecedenti di tale orientamento possono essere considerati, sul piano ideologico e

giuridico, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dell’ONU e le

numerose rinnovate Costituzioni che in quegli anni, in molti paesi, si pronunciarono

contro la pena di morte e posero i principi di una politica penale e penitenziaria che

voleva essere anche un intervento sociale. 49

Tali contenuti ideologici propri dei paesi occidentali verranno a riflettersi anche

sulla percezione della criminalità e si tradurranno in un nuovo programma di

politica penale che va ricollegato a un fondamentale principio sociale già da qualche

anno introdotto nel mondo occidentale, cioè l’ideologia del Welfare State

(introdotta da Roosevelt nel 1932 come risposta alla grande crisi economica di

quegli anni e poi fatto proprio, in Europa, dal riformismo socialdemocratico).

Secondo questo principio, lo stato non può disinteressarsi delle difficoltà dei meno

abbienti, che in precedenza non coinvolgevano la collettività e che venivano

affrontate solo con le istituzioni umanitarie e di mutua assistenza. Lo stato, in

questa ottica, dove farsi carico di assicurare a tutti i cittadini i beni materiali

fondamentali e garanzie di sicurezza e benessere. Fra le garanzie che lo stato deve

offrire vi è anche quella di fornire a chi ha compiuto reati gli strumenti per essere

risocializzato così da poter nuovamente fruire di un normale assetto sociale. La

rieducazione socializzativa – da realizzare attraverso gli strumenti risocializzativi

della criminologia clinica - costituisce dunque un nuovo diritto del cittadino e un

nuovo impegno dello stato.

In questo clima culturale, politico e giuridico, deve essere ricordata l’opera di

Filippo Gramatica, che tentò di riproporre i principi della Scuola Positiva e che

trovò espressione compiuta nei “Principi di difesa sociale”, pubblicato nel 1961. Per

l’autore, la difesa sociale si concreta in una sostituzione del diritto repressivo con

un sistema penale non punitivo di reazione contro l’antisocialità. Tale sistema

avrebbe dovuto escludere ogni riferimento al principio di punizione e conferire allo

stato il solo dovere di recuperare l’individuo allo società, negandogli quello di

punire. Sarebbe caduta, seguendo questi principi, ogni distinzione fra pena e misura

di difesa sociale (misura di sicurezza) posto che la giustizia non avrebbe avuto se

non lo scopo della risocializzazione del delinquente.

Contro questa dottrina estremistica e utopistica, reagirono i propugnatori di

posizioni pur sempre riformative del diritto penale ma di ispirazione moderata e

realistica, che raccoglieranno i maggiori consensi in seno alla Società Internazionale

di Difesa Sociale. L’opera che meglio interpreta queste esigenze e che dà il nome

all’intera corrente di pensiero è “Nuova Difesa Sociale”, di Marc Ancel, pubblicata

nel 1954. Tra i più interessanti asserti di questo movimento vi è senz’altro il rifiuto

del determinismo degli indirizzi sia antropologici che sociologici. Coloro che

hanno aderito a questa corrente di pensiero rivalutano la nozione di libero arbitrio,

in cui peraltro il riconoscimento della libertà e responsabilità dell’individuo deve

tener conto della concreta realtà umana e sociale in cui egli si trova a vivere e

quindi degli eventuali condizionamento economici e ambientali a cui ciascuno è

esposto. La Nuova Difesa Sociale parla di doveri dell’uomo verso i suoi simili e di

risocializzazione come presa di coscienza di una morale sociale vincolante. La

politica penale, pertanto, impone allo Stato precisi doveri tra cui l’obbligo di

reintegrare l’individuo che ha commesso il reato in una comunità sociale che non

sia oppressiva cui corrisponde il “diritto alla socializzazione” da parte dei cittadini.

Non si tratta quindi di sopprimere (come era stato per i positivisti) il diritto penale

come sistema o di abbandonare l’apprezzamento giuridico-penale del delinquente, e

nemmeno di sopprimere la sanzione penale retributivo sostituendola con la misura

di difesa sociale quale strumento preminente della giustizia penale. La Nuova

50

Difesa Sociale tende solo ad adeguare la reazione anticriminale ai bisogni congiunti

dell’individuo e della società, oggetti e soggetti, insieme, della protezione sociale.

Essa in definitiva tradusse in principi di politica penale i contenuti ideologici del

Welfare State.

39 – Criminologia del consenso

Sempre negli anni ’50 e ’60, oltre ai filoni della criminologia più connotati

politicamente (criminologia di destra e criminologia di sinistra>) un nutrito gruppo

di teorie sociologiche, pur sottolineando gli inconvenienti delle sperequazioni

sociale del capitalismo, non assunse posizioni ideologiche radicali. Questi filoni,

emblematicamente rappresentati dalla sociologia strutturl-funzionalistica, si

fondano sull’assunto che le norme sono suffragate dal consenso della maggioranza

dei consociati, in una visione della società in cui valori e interessi trovano il

supporto di una larga accettazione: solo i devianti e i delinquenti, con la loro

condotta inosservante delle norme, sono intesi come una sorta di elemento

patologico che devia appunto da un sistema nel suo complesso accettato. Anche se

la prospettiva ideologica di queste teorie era pur sempre la denuncia dei fattori

criminogeni insiti nelle discriminazioni sociali, il mezzo per provi rimedia doveva

essere quello delle riforme e non della sovversione rivoluzionaria. A questi filoni e

a queste teorie sociologiche è stato attribuito il nome di criminologia del consenso

dal momento che la sua prospettiva, sul piano pragmatico e della politica penale, è

ovviamente quella di ricondurre i devianti e i delinquenti alla conformità e quindi al

consenso.

Nell’ambito della criminologia del consenso, vanno collocati tutti gli indirizzi

antropologici e individualistici miranti ad identificare le peculiari caratteristiche

degli individui che commettono reati, caratteristiche che verranno valutate quali

cause della loro condotta criminosa, secondo la prospettiva della criminologia

eziologia, o quali fattori di vulnerabilità individuale favorenti, se non determinanti,

le scelte criminose.

Particolare rilievo va riservato in questa prospettiva alla criminologia

pragmatistica, che ha spostato l’accento dalla ricerca di cause o di fattori favorenti

individuali e/o sociali a quello degli interventi operativi. Il più noto esponente di

questo indirizzo è rappresentato da Leo Radzinowicz (1966) che parte dal rifiuto

degli approcci unifattoriali affermando che non esiste una singola causa della

criminalità ma solo un insieme di fattori che coerentemente concorrono in un

sempre fitto reticolo di embricazioni vicendevoli: fattori a loro volta mutevoli nelle

singole fattispecie di condotte criminose e sempre variabili col continuo mutare

delle circostanze sociali. Scopo della criminologia deve essere pertanto quello di

fornire conoscenze sempre più ampie, idonee a essere utilizzate a fini pratici per

adeguare i provvedimenti legislativi, gli strumenti istituzionali e il trattamento dei

criminali a una mutevole realtà in costante modificazione.

Traggono da qui origine le teorie multifattoriali che ebbero appunto come

obiettivo quello di integrare la conoscenza dei fattori criminogenetici ambientali

con quelli individuali. 51

40 – Teorie multifattoriali dell’integrazione psico-ambientale

(individuo/ambiente)

L’opportunità di considerare congiuntamente l’individuo e il suo contesto sociale

caratterizza l’indirizzo della integrazione individuo/ambiente tipico delle teorie

multifattoriali che sono state formulate negli anni ’50 e ’60 e che si collocano nel

filone della criminologia del consenso, prive come sono di contenuti ideologici e

politici per privilegiare piuttosto un approccio teorico dal contenuto il più possibile

fattuale e oggettivo.

Obiettivo fondamentale è quello di fornire una spiegazione alla constatazione che

non tutti gli individui reagiscono con analoghe risposte comportamentali ai fattori

criminogenetici legati al loro ambiente e alle loro condizioni socio-economiche e,

viceversa, individui con uguali caratteristiche abnormi di personalità non divengono

per ciò solo delinquenti.

Le teorie dell’integrazione hanno per l’appunto cercato di considerare

contestualmente i vari fattori criminogenetici individuali, somatici e/o psichici,

capaci di rendere conto della “risposta differenziale” ad analoghe spinte

criminogenetiche – indicandoli come componenti di vulnerabilità individuale nei

confronti di sollecitazioni provenienti dall’ambiente – ed integrandoli con le

componenti di vulnerabilità ambientale, legate ai vari handicap sociali ai quali i

singoli soggetti sono esposti.

40.1 – Teoria non direzionale dei Glueck

La teoria dei coniugi Glueck si è proposta di identificare i fattore familiari-

situazionali e quelli individuali che sono più frequenti nei giovani criminali. Questi

fattori sono emersi, mediante ricerche e controlli protrattisi per circa 20 anni (1950-

1971), dal controllo di due gruppi di minorenni, l’uno composta di giovani che

avevano commesso delitti e l’altro di coetanei che avevano avuto condotta normale,

così da poter analizzare, a parità di condizioni, in cosa differivano i delinquenti dai

non delinquenti. Il gruppo dei delinquenti e dei non delinquenti, poi, vennero divisi

in coppie che avevano in comune la residenza in zone povere e periferiche, l’età, il

livello intellettivo e la razza: così potevano essere neutralizzati i fattori che di per sé

solo già si sapeva aver efficienza nel favorire la delittuosità e poter scoprire cosa era

intervenuto a far in modo che uno divenisse delinquente e l’altro no.

Il perché del diverso comportamento sociale venne identificato nelle diverse

caratteristiche di personalità e dell’ambiente familiare di ogni soggetto.

I delinquenti minorili sono apparsi, come gruppo, diversi dai corrispondenti

“controlli” costituiti da soggetti non divenuti criminali, per cinque raggruppamenti

di caratteristiche che spiegherebbero appunto la differente condotta:

dal punto di vista fisico – per essere frequentemente di costituzione robusta e

1. muscolosa;

per il temperamento – essendo i giovani delinquenti più facilmente irrequieti,

2. energici, impulsivi, distruttivi, aggressivi; 52

per l’atteggiamento psicologico – per essere più frequentemente ostili,

3. antagonisti, pieni di risentimento, rivendicanti diritti, sospettosi, non

convenzionali e non remissivi;

intellettivamente – perché capaci di apprendere preferibilmente secondo

4. modalità concrete e dirette piuttosto che tendere al pensiero astratto,

simbolico, logico-razionalizzante;

per la loro condizione familiare – caratterizzata dalla inadeguatezza dei

5. genitori e di tutto l’ambiente familiare, da poca coesione, da basso livello di

aspirazione e scarsi valori sociali, dalla presenza di genitori non adatti a

essere guide e protettori, inidonei a fungere da modello di identificazione ed

a fornire una buona socializzazione.

Il fatto che le caratteristiche differenziali fra i due gruppi presentino una elevata

frequenza statistica indica la loro effettiva importanza nella criminogenesi tanto è

vero che il riscontro di tali caratteristiche in un dato soggetto è stato utilizzato dai

coniugi Glueck come indice predittivo di sua probabile futura criminalità.

Ora, è stato evidenziato che la predizione della futura condotta criminosa mantiene

lo stesso elevato margine di validità se anziché considerare congiuntamente i dati

psicologici e quelli familiari, la predizione venga effettuata sulla scorta delle sole

caratteristiche della famiglia: ciò sottolinea l’importanza dei fattori legati

all’inadeguatezza dell’ambiente familiare.

Si potrebbe in sintesi affermare che le aree sociali meno privilegiate dalle quali

provenivano i due gruppi di giovani esaminati dai Glueck contengono molteplici

fattori potenzialmente criminogeni: solo però nel caso in cui i fattori negativi

ambientali si sommino a certa particolari caratteristiche psichiche dell’individuo e/o

all’inadeguatezza della famiglia, si realizza più facilmente la condotta criminosa.

40.2 – La teoria dei contenitori di Reckless (1961)

Questa teoria multifattoriale si presenta come un altro indirizzo della

criminologia multifattoriale del consenso. Essa mira a spiegare in generale il

comportamento sociale identificando quei fattori che favoriscono il contenimento

della condotta nell’ambito della legalità: viceversa la carenza di questi fattori di

contenimento (cioè dei “contenitori”, da cui prende il nome la teoria) costituisce

elemento significativo nel favorire la scelta criminale.

Reckless distinse:

 contenitori interni – rappresentati da quegli aspetti della struttura psicologica

più significativi per favorire l’integrazione sociale. Essi consistono in : buon

autocontrollo, buon concetto di sé, forza di volontà, buon sviluppo delle

istanza etiche, buona socializzazioni, forte resistenza agli stimoli disturbanti,

senso di responsabilità, orientamento verso fini ben chiari.

 Contenitori esterni – rappresentati dall’insieme delle caratteristiche

dell’ambiente nel quale il singolo soggetto si trova a vivere. Le variabili

psicologiche non sono infatti di per sé sufficienti a render conto, da sole, del

comportamento socialmente conforme (ovvero di quello criminoso) perché

53

esse agiscono in modo differenziale a seconda dello status del soggetto e

delle caratteristiche peculiari del suo ambiente. I contenitori esterni

rappresentano i freni strutturali che, operanti nell’immediato contesto sociale

di una persona, o agenti in senso più lato nella società, gli permettono di non

oltrepassare i limiti normativi. Detti contenitori sono rappresentati da fattori

molteplici: da un ragionevole insieme di aspettative di successo sociale, nel

senso che quanto maggiori sono le prospettive di successo legate al ceto, alle

relazioni, alle qualificazioni professionali, tanto più agevole sarà mantenersi

nella conformità e non usare mezzi illegittimi per affermarsi; l’opportunità di

incontrare consensi nel proprio ambiente, il disporre di figure capaci di

offrire coerenti modelli di identificazione e una salda guida di condotta

morale.

Si rende dunque necessario considerare contemporaneamente l’integrazione e

la correlazione tra le variabili psicologiche e quelle ambientali. Esiste cioè tutto

un complesso sistema di correlazioni fra i vari contenitori che consente di

comprendere come l’accentuata carenza di taluni di essi renda

proporzionalmente meno rilevante la mancanza degli altri: in genere, quanto più

difettano i contenitori esterni, tanto minore importanza nel condurre alla

criminalità viene ad assumere la carenza di quelli interni e viceversa.

41. La criminologia del conflitto (criminologia di sinistra)

Negli anni ’60, larghi settori dell’opinione pubblica sono stati caratterizzati,

specie tra gli intellettuali ed i giovani, da un deciso viraggio verso le ideologie di

sinistra. Si realizzo così in quell’epoca una vera e propria rivoluzione culturale i

cui ispiratori teorici furono i filosofi della Scuola di Francoforte (Adorno,

Marcuse, Horkheimer) che sottopose la società neocapitalistica,

scotomizzandone i pregi, a una critica serrata per tutti i guasti di cui veniva

accusata: in primo luogo per le ingiustizie sociali e, quindi, in una prospettiva

esistenziale, per aver ridotto l’uomo al conformismo e al consumismo,

privandolo di ideali. Quelle idee furono fatte proprie dal movimento del

Sessantotto che, partito nel maggio di quell’anno dalla rivoluzione studentesca

di Parigi si diffuse in tutta Europa, specialmente in Germania ed in Italia.

Le nuove idee investirono presto ogni settore della vita politica, culturale ed

anche privata di quegli anni. I principali informatori e le parole d’ordine di quel

movimento furono soprattutto il rifiuto del consumismo e, più in generale, di

tutto il mondo capitalistico e della società industriale, la prospettiva della

rivoluzione comunista, il fiorire di un’etica solidaristica verso i poveri, i

diseredati, gli emarginati e addirittura verso i devianti ritenuti anch’essi vittime

della società. Si enfatizzava e si rifiutava il “disagio della civiltà” cioè la quota

di nevrosi e di ansia che la competitività e il consumismo comportano. Il rifiuto

di ogni inibizione si riverberò anche sui costumi privati, sulla famiglia, sulla

sessualità: anche la libertà sessuale avrebbe dovuto servire, come l’ideologia

comunista e il femminismo, a distruggere la società del consenso e

dell’integrazione, al posto dei quali gli ideali divennero il dissenso, la

contestazione, la trasgressione. 54

In questo clima culturale, in quegli anni, taluni filoni della criminologia si sono

intessuti di esplicite connotazioni ideologiche e politiche di sinistra e si sono

andata qualificando come criminologia del conflitto in opposizione ad una

criminologia del consenso. Per la criminologia del consenso, è centrale la

percezione della società come struttura non certo ottimale, con gravi disfunzioni

di organizzazione, disparità di accesso ai beni, carente di giustizia sociale, ma

comunque migliorabile con le riforme e dove la delinquenza è ritenuta favorita

da certi handicap sociali e individuali che però nulla tolgono alla responsabilità

dei singoli autori di delitti (responsabilità su cui viene in definitiva a far leva

ogni intervento risocializzativo, obiettivo fondamentale della politica criminale).

Per i filoni più estremistici della criminologia del conflitto, invece, la

delinquenza non è eliminabile senza la radicale trasformazione della struttura

economico-sociale e senza la più o meno apertamente auspicata soluzione

rivoluzionaria che avrebbe condotto alla eliminazione dei conflitti di classe e

delle ingiustizie e che avrebbe risolto anche la questione criminale.

Gli approcci meno ideologizzati e più cauti, furono quelli che negli USA si

sono rivolti allo studio delle sottoculture delinquenziali e delle bande

giovanili che vedono nelle discriminazioni sociali, nelle difficoltà economiche e

nella riduzione delle opportunità di successo la ragione prima della attrattiva

esercitata sui giovani delle classi disagiate da parte delle sottoculture criminose.

I filoni più radicali e massimalisti si sono sviluppati invece in Inghilterra

prendendo corpo nella teoria dell’etichettamento fino a giungere alla

criminologia critica che vedrà la stessa criminalità quale fatto politico ed

addirittura rivoluzionario.

42 - Teorie della sottocultura giovanile

Quando parliamo di cultura, in un senso ristretto, intendiamo indicare modelli

astratti di valori morali e di norme riguardanti il comportamento, che

vengono appresi direttamente o indirettamente nell’interazione sociale, in

quanto sono parte dell’orientamento comune della maggior parte delle

persone. La cultura, ed in particolare le norme che, in criminologia, della cultura

sono l’aspetto più importante, si riflettono nel comportamento dei singoli attori

sociale, anche se in esso intervengono pure fattori individuali, non culturalmente

determinati: carattere, personalità, istinti, intelligenza, valori etici e sociali.

Strettamente associato al concetto di cultura è quello di gruppo. Infatti, anche

nell’ambito di una cultura più ampia, esistono nella società tante culture, per

certi aspetti differenziate, quanti sono i gruppi che in essa agiscono,

intendendosi per gruppi le associazioni di individui caratterizzati da una comune

cooperazione e dal senso di appartenenza al gruppo.

Il gruppo di distingue da una massa differenziata per alcune caratteristiche:

- i membri di un gruppo sono in rapporto stabile e non solo casuale e

passeggero;

- in tutti i membri del gruppo si sviluppa e si mantiene un concetto chiaro del

gruppo e dei suoi limiti 55

- un gruppo può venire a trovarsi in contrasto e anche in lotta con altri gruppi

nell’ambito del gruppo esiste un’organizzazione e divisione dei compiti,

spesso su base gerarchica

- nel gruppo si sviluppa un complesso di usi, costumi e regole che creano una

tradizione (spirito di gruppo).

Si nota pertanto come le particolari norme, valori, principi e tradizioni del

gruppo sono inseriti nella sua cultura e sono fatti propri dagli appartenenti a quel

gruppo.

L’appartenenza a un gruppo è un fatto dinamico perché il singolo individuo può

partecipare contemporaneamente a più gruppi.

Qualora un gruppo sociale abbia una propria cultura fortemente differenziata

rispetto alla cultura dominante per taluni valori importanti, si parlerà allora di

sottogruppo che avrà, a sua volta, una sua propria sottocultura, volendo

sottolineare con questi termini il contrasto e la differenza di taluni precetti

normativi rispetto a quelli della cultura generale.

Per sottocultura delinquenziale si intende quella di un sottogruppo che ha una

sua particolare visione normativa in contrasto con ciò che la cultura generale

considera come illegale. La sottocultura delinquenziale è pertanto quella di un

sottogruppo che, pur avendo molti valori normativi comuni con gli altri gruppi, se

ne diversifica per quanto attiene a certi comportamenti inibiti dalla legge (concetto

che si ricollega dunque a quello di “associazione differenziale” di Sutherland di

qualche decennio prima). E’ bene notare, poi, che una sottocultura può esistere

anche largamente distribuita nello spazio e senza alcun contatto interpersonale fra

singoli individui o gruppi interi di individui.

Nella prospettiva sottoculturale si collocano alcune teorie che hanno mirato a

illuminare nell’ambito della criminologia del conflitto, le ragioni che favoriscono la

confluenza verso le sottoculture criminose dei giovani delle classi più disagiate.

42.1 – La teoria della cultura delle bande criminali di Cohen (1955) –

Questa teoria vuole fornire una spiegazione delle dinamiche che portano alla

delinquenza nelle grandi città i giovani delle classi più sfavorite. Per Cohen, la

sottocultura delinquenziale dei giovani di bassa estrazione sociale nasce dal

conflitto con la cultura della classe media, che rappresenta i valori più diffusi, ma

dalla quale essi si sentono estranei ed estraniati: per questi giovani, di conseguenza,

è impossibile conseguire i vantaggi ed il successo sociale di cui godono i loro

coetanei dei ceti più favoriti ed essi vivono pertanto più frequentemente

l’insuccesso, la frustrazione e l’umiliazione. Per Cohen, questi giovani trovano una

soluzione a tale dissonanza nel disconoscere le regole della cultura dominante e nel

cercare di organizzare nuovi e diversi rapporti interpersonali con proprie norme e

propri criteri di status. Quindi essi metterebbero in atto il meccanismo difensivo

della formazione reattiva che è un meccanismo psicodinamico di marca

psicoanalitica che implica la sostituzione nella coscienza di un sentimento che

provoca angoscia con il suo opposto. In tal modo, le norme e gli ideali borghesi,

essendo irraggiungibili, non costituiscono più mete culturali ambite ma sono

rifiutate e disprezzate perché espressione del sistema dominante, giudicato a loro

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estraneo, ingiusto, da rifiutare e disprezzare. Questi giovani sono favoriti a inserirsi

stabilmente nelle sottoculture dei delinquenti abituali dal fatto che queste ultime

sono frequentemente insediate proprio nei quartieri poveri dove essi risiedono e dal

loro vivere “all’angolo della strada” con conseguente maggiore facilità di rapporti

con soggetti già facenti parte della delinquenza comune che proprio da questi

giovani attinge nuove leve.

Questa teoria, tuttavia, non offre alcuna spiegazione del fatto che fra tutti i giovani

che gravitano sulla strada per le sfavorevoli condizioni economiche delle loro classi

di appartenenza, solo una parte finisce per confluire nelle file della delinquenza.

42.2 – La teoria delle bande giovanili di Cloward e Ohlin (1960) – Nella

concezione di questi autori le sfavorevoli condizioni economiche e sociali – e in

particolare l’appartenenza alla classe operaia – si traducono in una limitazione delle

opportunità cosicché si parla della loro teoria anche come teoria delle opportunità

differenziali.

Questi autori partono dalla considerazione che la società capitalistica offre a tutti, in

teoria, la possibilità di conseguire le mete di affermazione e successo ma, di fatto, la

competizione limita le opportunità di chi parte da un piedistallo più basso. Ora,

secondo gli autori, le bande giovanili si originano dal bisogno di aggregazione tra

soggetti socialmente sfavoriti con analoghi problemi di adattamento e possono

assumere tre differenti forme:

le bande criminali in senso stretto – sono formate da giovani dediti

- inizialmente ai c.d. reati da strada (furto, borseggio, rapina) e che poi, con

l’inserimento nella sottocultura della delinquenza abituale, ampliano e

perfezionano la loro attività criminosa passando a reati ben più gravi. Questi

soggetti diventeranno così professionisti della delinquenza comune e

acquisiscono in questo modo denaro e status symbol di successo.

Le bande conflittuali – che sono invece dedite alla violenza e al vandalismo

- sistematico senza finalità primariamente appropriative o lucrative; mirano

soltanto a distruggere i simboli irraggiungibili del successo esprimendo così

irrazionalmente e con violenza gratuita la protesta per esserne esclusi.

Le bande astensioniste – che sono composta da quei giovani nei quali la

- frustrazione ha provocato una fuga che esprime il rifiuto globale della cultura

stessa, dalla quale cercano di evadere mediante l’abuso di droghe e di alcol.

Queste teorie, anche se ci aiutano a capire meglio come arrivano alla delinquenza i

giovani provenienti da gruppi economicamente svantaggiati, hanno dei limiti dovuti

al fatto che:

- hanno una visione massimalista dei gruppi sociale e sono sostenute da una

ispirazione marxista troppo radicalizzata sul conflitto di classe;

- la delinquenza dei più giovani non è necessariamente organizzata in bande

ma può esercitarsi anche in modo isolato mentre vandalismi e violenze

spesso vengono compiuti anche da giovani appartenenti a ceti abbienti; 57

- tanto la teoria di Cohen quanto quella di Cloward e Ohlin cadono facilmente

in un approccio che risulta rigidamente deterministico in quanto finiscono

per lasciare l’impressione che i giovani provenienti da certi gruppi siano

quasi fatalmente destinati alla delinquenza.

43 – Teorie dell’etichettamento

La visione di una società travagliata dalla continua conflittualità tra classe detentrice

del potere e le classi lavoratrici viene ulteriormente radicalizzata negli anni ’60 dai

teorici del nuovo filone criminologico del labelling approach che recuperano la

prospettiva dell’interazionismo simbolico di Gorge Mead (1934).

Gli aspetti caratterizzanti della “teoria dell’etichettamento” (Becker, Lemert,

Kitsuse) sono incentrati sui seguenti punti:

1. visione rigida e dicotomica delle classi sociali – percepite come classe dei

proletari sfruttati e classe dei padroni sfruttatori;

2. non univoca accettazione delle norme legali – in quanto ritenute funzionali ai

detentori del potere e quindi con condivise da quella parte dei consociati da

essi vessati;

3. valorizzazione del concetto di reazione sociale – quale risposta che la cultura

dei ricchi mette in atto nei confronti delle condotte devianti mediante la

stigmatizzazione, l’emarginazione e le sanzioni penali;

4. percezione della devianza e della criminalità non quali comportamenti

riprovevoli o colpevoli ma quale mero frutto di un etichettamento negativo

esercitato dal potere nei confronti delle sole condotte antigiuridiche

commesse dalle classe subalterne.

I teorici del labelling approach, affermano che il deviante non è tale perché

commette certe azioni, ma perché la società qualifica come deviante chi compie

quelle azioni: con la reazione sociale consistente nel conferire la qualifica di

deviante, la devianza viene in un certo senso “creata” dalla nostra stessa società.

Il punto focale del nuovo approccio è spostato pertanto dall’atto del singolo,

com’era nelle precedenti teorie, alle reazioni della società nei confronti dell’atto

stesso. - Il deviante non è più visto come disfunzionale al sistema sociale ma la

condotta deviante è invece intesa come necessaria e utile alla società

che in essa trova il confine ben delineato della propria conformità. Il

deviante, quindi, deve essere “creato” per differenziarsene ed avere un

termine di paragone negativo.

- Il deviante svolge anche un ruolo di capro espiatorio – nel momento

in cui si polarizza contro di lui tutta l’emotività e lo sdegno per gli

autori del male, si ha il vantaggio di non far percepire come devianti

altre condotte, parimenti dannose per la società, ma che sono proprie

delle classi domianti; 58

- Il criminale, nella comune accezione, non è tanto colui che commette

un crimine ma piuttosto colui che, fra i molti atti illegali, ne compie

certuni. I concetti di stereotipo e di stigma, rappresentano bene questi

meccanismi nel senso che lo stereotipo culturale del criminale (cioè la

concezione di delinquente diffusa nell’opinione pubblica) corrisponde

a quello della criminalità abituale e convenzionale ma non comprende

tutti gli atti contrari ai codici. Si avrebbe così una discriminazione in

relazione al tipo di delitto, all’ambiente in cui esso viene attuato e al

ceto dell’autore. La discriminazione si attua a vari livelli: chi ha più

potere può fare leggi a sé più favorevoli e decide, ne contempo, cosa

è lecito e cosa non lo è.

I gruppi sociali, quindi, creano devianza facendo le norme la cui

infrazione costituisce devianza, applicando queste norme ad alcune

persone ed etichettandole come outsider. Da questo punto di vista la

devianza non è una qualità dell’atto commesso dalla persona ma piuttosto

una conseguenza dell’applicazione di norme e sanzioni a un delinquente

da parte di altri. Il deviante è una persona alla quale l’etichettamento è

stato applicato con successo: il comportamento deviante è un

comportamento che viene etichettato come tale.

Il processo di consolidamento della devianza si realizza poi attraverso

una serie di eventi. Infatti, colui che è definito come deviante tende a

stabilizzare la sua condotta in una carriera deviante, il che comporta

l’assunzione di un ruolo deviante e conseguentemente anche il sentimento

della identità personale diviene quello di un Io deviante. La

stigmatizzazione fa dunque in modo che il soggetto che si è comportato

in un certo modo finisca per riconoscere se stesso nell’etichetta che gli è

stata posta e non tende più a modificare la condotta.

Viene inoltre distinta:

la devianza primaria – che definisce una condotta deviante senza

- che si mettano in moto reazioni sociali e psicologiche che

modifichino il ruolo e il sentimento della propria identità del

soggetto agente; questi, pertanto, non si vive come un deviante ed

ha ampie possibilità di rientrare nella conformità;

la devianza secondaria – si realizza come effetto della reazione

- sociale (stigmatizzazione e sanzione legale) e comporta peculiari

effetti psicologici sull’individuo che si percepisce come deviante,

sviluppa tutta una serie di atteggiamenti oppositivi che il suo ruolo

comporta, con conseguente fissazione in tale ruolo di deviante

ovvero di delinquente.

Dunque, si diviene devianti perché si è qualificati come tali e, quindi, deviante

colui al quale l’etichettamento è stato applicato con successo; viceversa, colui che

commette azioni criminose ma che non viene raggiunto dalla censura, non sarebbe

un deviante, con buona pace dei principi morali e della giustizia.

Critiche possono essere mosse a questa teoria: 59

la confusione fra devianza e criminalità - che sono spesso usate come

1. sinonimi;

questa teoria spiega la devianza non criminosa e la piccola delinquenza di

2. poco conto, la microcriminalità di strada ma non si presta affatto ad essere

applicata nei confronti della criminalità più grave in quanto i delinquenti di

questo tipo si auto-emarginano per loro scelta primaria e sono assolutamente

indifferenti alla stigmatizzazione;

questa teoria è deterministica in quanto la persona che ha subito lo stigma

3. sembrerebbe non potersi sottrarre ad un inevitabile destino delinquenziale;

questa teoria è deresponsabilizzante perché equiparando delinquenti e

4. devianti finisce per attenuare la colpevolezza dei primi che vengono a fruire

dell’atteggiamento più tollerante riservato ai secondi.

44 – Teoria della devianza secondo Matza

Il rigido orientamento classista e il giustificazionismo nei confronti della

delinquenza anche più grave propri di tutta la criminologia del dissenso sono stati

in qualche modo sottoposti a revisione, in quegli stessi anni, dal criminologo

americano Matza (1969) il cui contributo rappresenta il superamento nei confronti

della teoria della sottocultura giovanile di Cohen e di quella dell’etichettamento.

La critica verte sul fatto che i teorici delle sottoculture (Cohen in particolare)

intendono la sottocultura delinquenziale minorile come il risultato di un processo di

costruzione da parte dei giovani della classe operaia, di valori antagonisti rispetto a

quelli dominanti (quelli della classe media). Per Matza questa ipotesi è da rigettare

poiché non è possibile pensare alla condotta delinquenziale come al frutto di una

situazione in cui il soggetto definisce “giusto” il suo comportamento. Il problema,

invece, è più complesso in quanto è molto difficile convincersi che esista una netta

scissione tra i valori accettati dai soggetti conformi e quelli di coloro che

delinquono. Lo dimostra il fatto che molti giovani esprimono, dopo la commissione

del reato, vergogna e un sincero senso di colpa che non possono essere

sbrigativamente interpretati come tentativo di manipolazione da parte degli appartati

istituzionali. Dunque non si può concludere che i mondo dei giovani delinquenti

non è completamente avulso dalle richieste di conformità espresse dall’ordine

sociale dominante.

Secondo Matza, gran parte dell’attività delinquenziale è dovuta ad una

proliferazione di difese nei confronti dell’atto delinquenziale, sottoforma di auto-

giustificazioni per il comportamento deviante, considerate valide dal delinquente

ma non dal sistema giuridico o dalla società.

Il delinquente, cioè mette in atto un processo di razionalizzazione che gli consente

di esprimersi in senso deviante e giungere all’infrazione normativa

“neutralizzando” attraverso particolari tecniche – le “tecniche di neutralizzazione” –

il conflitto con la morale sociale da lui almeno parzialmente accettata. Queste

razionalizzazioni non intervengono ex post-facto ma precedono l’atto deviante e

servono a escludere la responsabilità individuale e a negare la sua illiceità attraverso

la ridefinizione del proprio operato. 60

La delinquenza, non deriva dunque dall’apprendimento di imperativi o valori

devianti ma è il frutto dell’acquisizione di queste particolari tecniche di auto-

giustificazione.

Queste tecniche di neutralizzazione vengono presentate in cinque forme diverse:

la negazione della propria responsabilità – il delinquente, per aprirsi la

1. possibilità di imboccare la via della devianza ed evitare di doversi assumere

la responsabilità di un attacco diretto all’apparato normativo, inizia ad

autopercepirsi come una “palla da biliardo” immagine che gli consente di

viversi come agito, trascinato nelle diverse situazioni;

la minimizzazione del danno arrecato – il delinquente è portato a

2. considerare il proprio comportamento come appartenente ad una attività

vietata ma non immorale. Per lui, inoltre, la gravità della condotta viene

valutata in base al danno subito dalla vittima. La neutralizzazione consiste

nella “ridefinizione” delle proprie condotto: un atto vandalico diventa un

“disturbo dell’ordine”, un furto una “presa in prestito”, uno scontro tra bande

uno scambio privato di opinioni, ecc.;

la negazione della vittima – anche nel caso in cui il delinquente si riconosce

3. responsabile dell’atto commesso e si dichiara disposto ad ammettere la

gravità del danno causati, la responsabilità viene neutralizzata accentuando il

fatto che il pregiudizio recato alla vittima non rappresenta una ingiustizia

perché si tratta di un individuo che meritava il trattamento subito. Il

delinquente, cioè, si sente un giustiziere;

la condanna di coloro che condannano – coloro che sono conformi alla

4. legge vengono giudicati dal delinquente come ipocriti, la polizia come

corrotta, i giudici come parziali;

il richiamo a ideali più alti – in questo caso le forme di controllo sociale

5. possono essere neutralizzate sacrificando le istanza più generali della società

(norme, aspettative, doveri) a vantaggio di ideali particolari ma considerati

eticamente superiori, quali quelli della fedeltà al gruppo di appartenenza,

della solidarietà fra amici, della giusta lotta fra bande del quartiere, ecc.

Un aspetto importante della teoria di Matza è il superamento delle teorie

dell’etichettamento e del loro contenuto deterministico, quella scuola, infatti,

sorvola sul problema della “devianza primaria” (cioè la scelta del comportamento

censurabile dalla collettività) cioè di quella devianza agita dal soggetto prima

ancora che egli sia individuato come deviante e venga quindi stigmatizzato dalla

reazione sociale (foriera della devianza secondaria). Matza non si schiera né per un

totale libero arbitrio né per un rigido determinismo, egli, piuttosto, è per affermare

un “determinismo debole” che spiega con il concetto di drift, termine che non

trova una giusta traduzione in italiano ma che rimanda alla presenza di una

motivazione all’agire deviante non rigidamente vincolante. Il soggetto, cioè, si trova

in una situazione di limbo tra conformità e devianza e reagisce di volta in volta alle

richieste dell’una o dell’altre senza mai dirigere definitivamente il proprio

comportamento in senso deviante o in senso conforme. 61

La sottocultura, per Matza è il luogo in cui il soggetto per sollevarsi da situazioni

angosciose, può accentuare inclinazioni che non sente.

La volontà di violare una norma è un processo molto complesso che nasce quando

alla preparazione (che consiste nell’apprendimento delle tecniche di

neutralizzazione) subentra un vero e proprio senso di disperazione dovuto al sentirsi

incapaci di dominare gli eventi e l’ambiente circostante: disperazione che a sua

volta si traduce in un generico desiderio di far accadere qualche cosa, pur di

convincere se stessi che si è ancora padroni della situazione.

Matza dunque spiega non solo la devianza primaria ma riconferisce uno spazio di

libertà al deviante stesso (e quindi una responsabilità), pur evidenziando i fattori che

tale libertà in parte limitano.

45. Criminologia critica (criminalità come fatto politico)

Tra gli anni ’70 e ’80, in una prospettiva rigidamente marxista, la criminalità venne

intesa non più come fatto sociale ma piuttosto come fatto politico: la criminologia,

cioè, identificò la devianza con il dissenso, cosicchè tutte le classi ed i movimenti

che si opponevano alla società neo-capitalista vennero ritenuti costituire l’autentica

categoria dei devianti. Ma ciò comportò che così come i movimenti politici di

sinistra, anche i criminali vennero intesi come oppositori del sistema borghese,

talchè la criminalità venne considerata un fatto sostanzialmente politico. I criminali.

Però non avendo coscienza del significato rivoluzionario della propria condotta

dovevano essere “politicizzati” per poter assumere un ruolo consapevole di forza

promotrice dell’innovazione: questo doveva essere il compito dei movimenti di

sinistra e più specificamente della criminologia. La criminologia, pertanto, doveva

cessare di proporsi come scienza con finalità di ricerca per assumere precise prese

di posizione militanti e politiche.

In questa ottica, la stessa definizione tradizionale di delinquenza e di devianza

andava rifiutata perché fondata sulla ideologia del potere e del privilegio di classe:

criminale era ritenuta invece la classe dominante con le sue ingiustizia, lo

sfruttamento, la mortificazione consumistica e la negazione della libertà e dignità

umane.

La devianza e la criminalità venivano così a identificarsi con la lotta che l’intera

classe operaia conduce per l’edificazione della società comunista.

Il primo filone della criminologia critica si è sviluppato in Inghilterra attorno alla

National Deviance Conference (Taylor, Walton, Young, 1975) e ha preso le mosse

da una critica della vecchia interpretazione marxista della criminalità secondo la

quale questa era un diretto prodotto della società capitalistica ma riteneva il

criminale privo della consapevolezza del significato classista del suo essere

deviante, in quanto reputato mosso solo da istanze individualistiche. La new

criminology inglese affrontò invece il problema della devianza come scelta

consapevole dei singoli dinanzi ai disagi e alle contraddizioni sociali.

Questo indirizzo è stato coltivato anche in Germania ed in Italia da un gruppo di

studiosi facenti capo alla rivista Questione criminale. Nella prospettiva di questi

studiosi, la devianza veniva definita come una modalità di condotta contrapposta ai

62

canali normativi (costumi, leggi, cultura) ispirati e governati esclusivamente della

classe al potere. La devianza esprime tutte le esigenze alternative all’ideologia

borghese e si identifica con la non accettazione di questa: il fatto che la devianza sia

stigmatizzata e repressa dalle istituzioni è la conseguenza del fatto che essa viene,

dalla società capitalista, percepita come una minaccia per il suo sistema.

Viene distinta:

una devianza individuale - che nelle sue varie forme (criminalità,

- evazione nella droga, rifiuto dell’inserimento lavorativo, ecc.) costituisce

una modalità di rigetto della società borghese, devianza che però è priva

oltre che di consapevolezza anche di prospettive;

una devianza organizzata – che rappresenta la lotta delle classi

- lavoratrici (quindi un superamento della devianza individuale che è

parziale ed alienata) chiaramente politicizzata e ordinata nei movimenti

politici delle masse. La lotta sociale organizzata per il superamento della

società capitalistica e per l’edificazione del comunismo avrebbe dovuto

consentire anche il riassorbimento delle devianze individuali nella

devianza collettiva e organizzata dei lavoratori.

Così come inteso dalla criminologia critica, il termine di devianza è divenuto

addirittura sinonimo delle classi lavoratrici impegnate nella più matura lotta di

classe. In questa ottica, anche la pena carceraria e tutto il sistema penale vennero

visti come strettamente legati alla società capitalistica e funzionali agli interessi

economici e di controllo sociali delle classi dominanti.

La criminologia critica, anche se ha avuto il merito di contribuire ad un movimento

per la decarcerizzazione e l’umanizzazione della pena, ha alimentato un

atteggiamento dell’opinione pubblica di sinistra di eccessiva solidarietà nei

confronti dei delinquenti, visti come vittime della società piuttosto che come

individui non solo inosservanti delle leggi ma spesso anche autori di comportamenti

prevaricatori. Essa ha cioè identificato la delinquenza come se fosse solo

microcriminalità da strada, agita da soggetti provenienti dai gruppi più sfavoriti,

trascurando del tutto la più allarmante criminalità violente, la delinquenza

economica e quella organizzata.

46 - Il Nuovo Realismo

Nella seconda metà degli anni ’80, la constatata inefficienza del regime comunista e

del centralismo economico ad assicurare condizioni di vita comparabili con quelle

dell’occidente, aveva provocato un mutamento radicale anche nella politica interna

dell’URSS con la richiesta di maggiori libertà democratiche (si pensi alla

perestrojka, e alla glasnost di Gorbaciov) per giungere infine al crollo nel 1989 del

muro di Berlino e alla dissoluzione dell’impero sovietico.

Gli stessi autori di ispirazione marxista che in Gran Bretagna erano stati i promotori

della New Deviance Conference e della criminologia critica, pur sempre rimanendo

su posizioni di sinistra, diedero avvio (Lea, Young, 1984) alla scuola del Nuovo

Realismo. 63

A circa dieci anni di distanza, l’impostazione viene completamente capovolta dal

punto di vista metodologico e da quello dei contenuti: da una riflessione

esclusivamente ideologica e teorica e di fronte alle esasperazioni di un approccio

che vedeva solo nelle sperequazioni sociali la causa della criminalità e che

intendeva il deviante esclusivamente come vittima, questi autori rivolgono la loro

attenzione all’osservazione empirica, particolarmente riguardo ai reati da strada

(street crimes) che avvengono nei quartieri popolari delle metropoli scoprendo così

che la delinquenza, studiata in precedenza in una prospettiva tutto sommato astratta,

è invece una realtà di fatto. I Nuovi Realisti, scoprono l’elevata vittimizzazione e la

richiesta di protezione propria dei meno abbienti e dei più indifesi, di conseguenza,

propongono ora programmi sociali miranti a ridurre la marginalizzazione, a offrire

alternative alla carcerazione, a promuovere esperimenti di riconciliazione tra reo e

vittima (nei casi meno gravi) e a creare una organizzazione nella comunità mirante a

cooperare con la polizia in vista della prevenzione dei reati nei quartieri. La

prevenzione, prima rifiutata, diviene ora un obiettivo primario, che dovrebbe essere

perseguito attraverso “progetti di sorveglianza di vicinato” formati da comitati di

zona di cui fanno parte anche privati cittadini, in una rivalutazione, quindi, dei

sistemi di controllo informali o semi-formali.

47. Neo-classicismo e abolizionismo

Sempre negli anni ’80, dopo la fine della criminologia tutta incentrata sulla

ideologia politica di sinistra, hanno preso le mosse altri due filoni di pensiero come

conseguenza di due differenti e in un certo senso opposte ragioni:

l’abolizionismo – che distinguiamo in:

1. abolizionismo carcerario – come estrema espressione della critica

a. alla carcerazione, ritenuta inefficace quale strumento per combattere

la criminalità. E’ un movimento che prende le mosse dalle ben note

censure, già degli anni ’60, contro le “istituzioni totali”, contro il loro

effetto disumanizzante, stigmatizzante e addirittura criminogeno e

contro l’identificazione della sanzione penale esclusivamente con la

reclusione in carcere. Esso, però, finisce per massificare tutti i

criminali secondo una unica prospettiva astratta, vittimistica e

indulgenzialistica, senza tener conto cioè della estrema

differenziazione con cui, viceversa, il criminologo e l’operatore

giudiziario si trovano a confrontarsi. Una prospettiva tanto estrema

non può realisticamente conciliarsi con l’esistenza di delinquenti

particolarmente pericolosi e, infine, con istanze di giustizia e di

sicurezza che le persone sentono e vedono concretizzate nella pena

carceraria: un conto è ridurre l’uso del carcere, un conto è

l’abolizione. L’istituto della carcerazione, è stato dunque sottoposto a

una critica serrata che però non può giustificare le posizioni di globale

abolizionismo: queste rispecchiano il rifiuto di infliggere sofferenza

ma non tengono conto, dinanzi ai crimini socialmente più pericolosi,

dell’esigenza universalmente sentita di adeguata retribuzione e di

tutela pubblica e della insostituibilità del carcere quale strumento, per

64

taluni crimini, di difesa sociale. Ciò che costituisce un atteggiamento

erroneo verso l’istituto della carcerazione è piuttosto il considerarla

come l’unica o la principale modalità di punizione, buona per ogni

tipo di persona e di reato. Corretto appare invece lo sforzo, ispirato

dal principio riduttivistico, di trovare sanzioni idonee a sostituire il

carcere con altri strumenti di punizione meno dolorosi per il reo e

meno costosi per l’economia pubblica.

Abolizionismo penale – il più noto esponente di questa corrente di

b. pensiero è il norvegese Christie che, partendo dal presupposto che “la

pena è dolore e occorre ridurre al minimo il bisogno cosciente di

infliggere sofferenza legale per esigenze di controllo sociale”,

propugna la soppressione non solo del carcere ma di ogni tipo di pena

e, conseguentemente, dell’intero sistema della giustizia penale. Le

correnti abolizionisti che si sono ispirate a Christie esordiscono col

ritenere l’inutilità di tale sistema, negandone la deterrenza e qualsiasi

altra finalità positiva. Siamo pertanto di fronte ad una estrema e

semplicistica generalizzazione di situazioni viceversa tra loro troppo

differenti. L’abolizionismo penale, oltre che di impossibile

realizzazione, comporta rischi di iniquità e aumento di sofferenze per

le vittime mentre del tutto inadeguate appaiono le soluzioni alternative

proposte dallo stesso autore della risoluzione in chiave privatistico-

risarcitoria fra autore e vittima del comportamento delittuoso e del

controllo disciplinare esercitato dalle comunità in quanto, tra l’altro,

rimarrebbero del tutto insoddisfatte le domande su cosa succederebbe

quando il patteggiamento fra le parti non fosse possibile o non fosse

voluto, quando non vi è vittima o quando il delitto è troppo grave.

2. il neo-classicismo – è sorto quale reazione al fallimento della politica penale

incentrata sul trattamento risocializzativo. L’ideologia del trattamento è stata

messa in crisi da diversi fattori:

a. l’ingente impegno finanziario legato alle molteplici agenzie di

trattamento non corrispondeva una sensibile diminuzione della

delinquenza e delle recidive; anzi, con il passare degli anni, la

delinquenza è aumentata;

b. la presa di coscienza, da parte degli stessi fautori e degli operatori del

trattamento, dell’impossibilità che non con tutti i soggetti si potessero

conseguire risultati soddisfacenti mediante le tecniche di trattamento

criminologico;

c. è stato rimesso in discussione l’obiettivo stesso della

risocializzzione in quanto si affermò l’idea che essa servisse solo a

creare cittadini più ossequienti, a discapito della loro libertà di

autodeterminarsi e di opporsi consapevolmente al sistema politico

vigente. 65

Così, come conseguenza di queste critiche, si è andato articolando il filone di

pensiero penalistico e criminologico inteso a rivalutare i principi

retribuzionistici della Scuola Classica del diritto, le garanzie processuali, la

certezza della pena, secondo un modello chiamato appunto neo-classicismo o

neo-retributivismo. Negli USAS, questa inversione di tendenza si è tradotta

oltre che in una riduzione dell’impegno nelle misure alternative e nei

programmi di trattamento, anche in un inasprimento delle pene e

nell’introduzione di sanzioni rigidament prefissate. In luogo della pena

indeterminata, ha avuto incentivazione il sistema della incapacitazione

selettiva, fondato sulla difesa sociale e sulla mera deterrenza e mirante ad

aggravare le sanzioni nei confronti dei delinquenti recidivi e più pericolosi.

Un polo di nao-classicismo ha preso piede anche nei Paesi scandinavi dove,

del pari, è stato riabilitato l’ideale retributivo però come reazione alla crisi

del modello terapeutico.

Vediamo come tutte le citate tendenze neo-retribuzionistiche hanno in

comune un drastico e progressivo abbandono di qualsiasi individualizzazione

discrezionale delle risposte sanzionatorie per sviluppare un sistema penale

che stabilizzi e rassicuri la società attraverso una comminazione oggettiva

delle pene, vincolata a ben precisi criteri quantitativi.

48 – L’approccio economico-razionale

I mutamenti economici hanno prodotto grandi cambiamenti anche delle idee, delle

prospettive della gente e degli assi portanti ideologici; l’economia è divenuta una

componente importante ed essa si riflette sul pensiero intellettuale e sulla cultura..

E’ accaduto così che i fattori legati all’economia si sono fatti strada pure nel

pensiero ciminologico, dal quale in precedenza erano del tutto estranei. Si è così

affacciato negli ultimi anni un approccio ai problemi della criminalità del tutto

nuovo, che vede la condotta criminosa agita secondo principi razionali: secondo

cioè quegli stessi criteri che guidano le scelte economiche.

Una comprensione dell’approccio economico-razinale è possibile utilizzando il

contributo di Becker, economista americano e capostipite della sociology economy,

che già alla fine degli anni ’60 ha iniziato ad applicare le teorie economiche a settori

di ricerca usualmente non esplorati dagli economisti, quali la famiglia, l’educazione,

le discriminazioni razziali.

Secondo Becker, la causa del comportamento criminale non deve essere ricercata in

una propensione biologica o psicologica dell’individuo né in problemi legati al suo

ambiente fo a fattori sociali: semplicemente, alla base dell’agire criminale vi è una

forte componente di calcolo e una razionale analisi dei costi-benefici connessi alla

commissione del reato. Il delinquente calcola, valuta e soppesa i vantaggi e gli

svantaggi derivanti dalla commissione di un fatto illecito e, se i benefici attesi

risultano essere significativi e superiori ai costi e agli svantaggi, si determinerà a

delinquere. Egli non si differenzia pertanto da qualsiasi altro operatore economico.

Becker sintetizza il suo assunto nella formula 0 = (P, F, U): dove 0 è il numero dei

reati commessi da una persona in un determinato periodo; P la probabilità di essere

condannato per quel reato; F la sanzione per quel reato; U una variabile complessiva

66

di tutte le altre influenze. E’ dunque evidente che taluni cambiamenti della variabile

U (ad es.: aumento del reddito disponibile, aumento dell’educazione rispetto alla

legge) potrebbero ridurre gli incentivi ad entrare in attività illegali.

Secondo Becker

i costi del delitto possono distinguersi in:

costi diretti - connessi alla organizzazione o alla esecuzione del reato;

 costi indiretti – collegati al rischio dell’essere individuati e condannati (tale

 distinzione si rende necessaria perché l’individuazione e la condanna

rappresentano momenti diversi affidati ad istituzioni diverse che potrebbero

avere, di conseguenza, diverso grado di efficienza);

mentre i benefici connessi alla commissione del reato - posto che in alcuni casi

possono essere valutati, dal punto di vista economico, immediatamente mentre

in altri no – sono di difficile valutazione e sono legati anche al tipo di reato

commesso. Ad esempio, gli atti di vandalismo, apportano scarso beneficio dal

punto di vista economico ma un intenso senso di piacere e di soddisfazione.

Nella scelta se compiere o meno un delitto, abbiamo visto che operano altre

variabili ambientali, quali i profitti provenienti da attività illegali e la presenza di

valori etici provenienti dalla famiglia e dalla scuola. Così, un soggetto con un lavoro

stabile ed una buona condizione familiare e sociale considererà la violazione di

questi principi etici un costo elevatissimo da sostenere nella commissione di reati:

intervengono dunque nella criminogenesi anche fattori legati alla variabilità

psicologica e ambientale propria dei singoli individui.

Recentemente Becker ha affermato che per raggiungere buoni risultati nella lotta

contro i crimini, occorre una combinazione di tutte queste misure: leggi severe e

certe ma anche tutte quelle misure sociali come il miglioramento della qualità

dell’educazione e puntare sui valori della famiglia.

La critica che può essere portata a questo approccio è che si tratta di un punto di

vista teorico troppo astratto per essere applicato a tutte le condotte delittuose: esso

non può trovare applicazione per i delitti d’impeto o connessi a disturbi psichici.

D’altro canto un settore dove più brillantemente sono stati applicati questi principi è

quello delle attività corruttive e concessive dei colletti bianchi dal momento che

coloro che compiono reati di questo tipo non possono non aver fatto una valutazione

più o meno attenta delle conseguenze del proprio agire delittuoso e la scelta di

metterlo in atto è dovuta alla convinzione o al calcolo probabilistico che i benefici

che se ne potranno trarre supereranno i costi.

L’approccio economico-razionale fornisce dunque una nuova e realistica chiave di

lettura di moltissimi delitti: sia in primo luogo dei delitti compiuti per lucro ma

anche di condotte criminali violente sulle cose o sulle persone per le quali l’utile

perseguito non è economico ma semmai psicologico quale soddisfacimento di

pulsioni e desideri.

La visione che viene fornita da questa teoria è quella di una persona umana

responsabile che, prescindendo dalle motivazioni profonde come dai determinismi

sociali, è consapevole di quel che compie e delle scelte che effettua sia nell’ambito

67

delittuoso che in quello lecito . Ma anche se la condotta delittuosa è talora

irrazionale o addirittura autolesiva, essa è pur sempre attuata per conseguire un

utile, pecuniario o psicologico che esso sia.

49. La criminologia in Russia

Nell’URSS, ancora più che altrove, la totale assenza di pluralismo politico e

l’intolleranza verso ogni manifestazione di libertà di pensiero imposti dal rigido

sistema dittatoriale, hanno fatto sì che anche i contenuti della criminologia si

uniformassero in modo particolarmente stretto con l’ideologia ufficiale e con il

succedersi degli avvenimenti che si sono colà verificati nel corso del nostro secolo e

che si non su di essa riflessi.

Prima della rivoluzione del 1917, lo studio sistematico della criminalità fu coltivato

quasi esclusivamente dalla sociologia del diritto ed essa venne inteso non tanto nella

prospettiva del tecnicismo giuridico quanto essenzialmente quale fenomeno sociale.

La ricerca proseguì anche dopo la Rivoluzione d’Ottobre: nel primo periodo

postrivoluzionario, quando ancora la chiusura verso la cultura europea non era così

rigida come accadde dopo, le tesi positivistiche esercitarono un forte fascino sui

criminologi sovietici che prestarono attenzione non solo all’indirizzo sociologico

del Ferri ma anche a quello lombrosiano.

Negli anni ’30, i contenuti di derivazione positivistica vennero decisamente rigettati

perché non conciliabili con l’ideologia ufficiale che venne rigorosamente imposta in

ogni ambito del sapere. Poiché ogni forma di delinquenza veniva ritenuta

espressione della lotta di classe, la morte del capitalismo doveva necessariamente

portare alla scomparsa della delinquenza: i pochi delinquenti rimasti vennero

considerati o come soggetti dotati di patologiche caratteristiche di personalità

ovvero quali portatori di residui valori antisociali del capitalismo. La criminalità

venne pertanto intesa come un “fenomeno accidentale” e non come una componente

normale di ogni società.

La delinquenza e il dissenso politico vennero interpretati dunque in termini

prevalentemente psicopatologici e politici, segnatamento come attività

controrivoluzionaria della vecchia classe borghese così anche legittimando

l’imponente repressione penale di tutti “i nemici del popolo”, ivi compresi

dissidenti e criminali.

Più tardi, negli anni ’50 e ’60, nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale,

la società russa fu massivamente coinvolta materialmente con pesanti sacrifici

economici e moralmente con l’impegno ideologico per sostenere la guerra fredda

contro l’occidente. La criminologia seguì l’ideologia del momento continuando a

vedere, da un lato, l’esistenza di una correlazione fra criminalità e reliquie

capitalistiche non ancora sradicate, e, dall’altro, sottolineando l’effetto delle

influenze disfattiste dei paesi occidentali che erano accusate di iniettare valori e

proporre modelli comportamentali (consumismo) ostili al socialismo per minarne la

stabilità ideologica e la forza economica e militare.

Il dogmatismo ideologico è pi andato attenuandosi e, alla fine, scomparendo negli

anni a noi più vicini nell’epoca gorbacioviana con la glasnost e la perstrjka: il crollo

68

dell’impero sovietico hanno provocato un nuovo orientamento dottrinario

avvicinando la criminologia russa e dei paesi ex satelliti a quella occidentale grazie

anche ad una aumentata frequenza di scambi culturali, un tempo del tutto aboliti.

Anche in Russia, come ovunque, la libertà ha un presso, e nel prezzo è compreso

anche l’aumento della criminalità. 69

CAPITOLO 3

PSICOLOGIA E CRIMINALITA’

50 – La criminologia incentrata sull’individuo

Le teorie sociologiche rendono conto delle molteplici ragioni legate all’ambiente, ai

rapporti fra gruppi e alle loro reazioni che favoriscono le scelte criminose di molti

individui ma esse non possono spiegare la variabilità del comportamento

individuale dinanzi ad analoghi fattori socio-ambientali che si osserva di fatto nei

singoli casi: variabilità che è da ricondurre alle diverse caratteristiche psicologiche e

biologiche di ogni individuo. E’ pertanto necessario utilizzare un approccio

integrato che miri a evidenziare quali sono i fattori che rendono ogni persona una

entità unica e irripetibile, così che differiscono per ogni soggetto anche le risposte ai

fattori criminogenetici insiti nella società, fattori che rappresentano altrettante

componenti di vulnerabilità individuale nei confronti delle scelte criminose.

Si intendono per componenti di vulnerabilità individuale tutti quei fattori, diversi

da persona a persona, psicologici o biologici, che rendono ragione della resistenza

o della maggior fragilità o dell’elettiva propensione di taluni a comportarsi - a

parità di condizioni macro-sociali e micro-sociali - in modo conforme alle norme,

ovvero all’opposto criminoso dinanzi ai condizionamenti provenienti dall’ambiente

sociale.

Lo studio delle componenti di vulnerabilità può essere condotto:

attraverso lo studio delle teorie psicologiche della personalità – che mettono

1. in evidenza i complessi meccanismi che possono spiegare la variabilità

individuale delle risposte comportamentali e identificare aspetti della

personalità che possono esporre al rischio di devianza;

in una prospettiva biologica – per identificare i fattori che rendono ogni

2. essere vivente diverso dagli altri come conseguenza della differente struttura

del patrimonio genetico e, si conseguenza, tutti i problemi legati

all’ereditarietà, alla rilevanza di fattori neuro-fisiologici nei confronti della

organizzazione psichica e del comportamento istintuale, diverso dal

comportamento appreso;

in una prospettiva clinica – con l’esame di fattori psicopatologici, nel quadro

3. delle correlazioni fra disturbi mentali e condotta criminosa.

Nel considerare le correlazioni fra individuo e ambiente,va sottolineato che esiste in

ogni tipo di comportamento umano una loro costante integrazione. L’aspetto più

caratteristico di questa correlazione è rappresentato dal rapporto inversamente

proporzionale fra le componenti di vulnerabilità individuale e i fattori ambientali:

quanto più criminogenetici sono questi ultimi, tanto meno rilevanti sono le

componenti psicologiche o biologiche legate all’individuo; e, viceversa, quanto più

marcate sono le componenti della personalità che rendono l’individuo più incline

alla condotta criminosa o deviante, tanto meno significativi risultano le carenze, le

sollecitazioni e , in generale, i fattori criminogeni legati alla società. 70

Naturalmente, dobbiamo sempre tenere presente che questa distinzione tra fattori

sociali e fattori individuali risponde solo a ragioni di comodità espositiva perché

nella realtà il comportamento è frutto di una costante integrazione di condizioni

individuali e ambientali.

51 – Personalità, temperamento, carattere

Per comportamento (o condotta) si intende il complesso coerente di atteggiamenti

che ogni individuo assume in funzione dei suoi obiettivi e degli stimoli che gli

provengono dall’ambiente: poiché tali atteggiamenti altro non sono che, in gran

parte, espressione della psiche, ne risulta in pratica la possibilità di identificare lo

studio della psicologia con quello del comportamento.

L’attività psichica è costituita da tre fondamentali funzioni: la sfera conoscitiva, la

sfera affettiva e quella volitiva.

La sfera cognitiva – Sono proprie di questa sfera:

1. La conoscenza – è l’insieme delle funzioni che consento all’individuo

a. di essere informato sulla realtà, di parteciparvi, di accumulare

esperienze, di acquisire nozioni;

Il pensiero – è l’organizzazione di processi mentali di carattere

b. simbolico che si concretizza nelle idee.

L’intelligenza – è l’insieme delle capacità acquisite, che riutilizzano

c. oltre che a livello logico-razionale o speculativo, anche per agire nella

vita relazionale; l’intelligenza può essere dunque attitudine ad

affrontare e risolvere situazioni concrete (intelligenza pratica), ovvero

attitudine a impostare e risolvere problemi generali e astratti

(intelligenza teorica).

La sfera affettiva - è quella fondamentale coloritura positiva o negativa,

2. piacevole o spiacevole che eventi e pensieri suscitano in noi; l’affettività è

anche responsabile di quegli stati d’animo che si sperimentano

soggettivamente e che possono essere spontanei ovvero conseguenti a stimoli

esterni. Nella sfera affettiva si distinguono:

L’umore – inteso come il variare dell’emotività nelle varie sfumature

a. che vanno dalla tristezza alla gioia;

I sentimenti – che sono espressioni più elaborate della vita affettiva

b. che sorgono nel rapporto con persone e situazioni non tanto sulla

scorte di elementi razionali quanto piuttosto per la risposta interiore

che ciascuno vive nei confronti di tali persone e situazioni;

c. Le emozioni – sono sentimenti che si manifestano con una intensità

particolarmente acuta (ira, furore, esaltazione e rabbia) e che si

estrinsecano anche in fenomeni fisiologici (rossore, batticuore,

pallore, tremore).

3. La sfera volitiva – riguarda le azioni (e le omissioni) che vengono compiute

per determinati fini. Alla base del volere sussistono sia motivi consapevoli

71

sia motivazioni profonde o inconsce. Sulla volontà si incentra tutta le

tematica della libertà, del libero arbitrio, della responsabilità, o all’opposto,

del determinismo.

Importantissimo è il concetto di personalità.

Nell’uso comune, il significato di personalità può identificarsi con la

1. abilità o accortezza sociale, valutandosi la personalità di un individuo in

funzione della sua capacità ed efficienza nel reagire positivamente nei

contatti con persone diverse e nelle circostanza più varie. In tal senso, si

dice che un soggetto “ha personalità” quando sa far valere le proprie

ragione e sa perseguire con successo i suoi obiettivi; ovvero, all’inverso,

si dice che “ha disturbi o problemi di personalità” quando il modello di

esperienza interiore e di comportamento e il suo funzionamento sociale

risulta inadeguato a mantenere soddisfacenti rapporti interpersonali.

Una seconda accezione la personalità di un individuo è definita dalla

2. reazione del prossimo al modo di interagire di un individuo

(prepotente, affascinante, difficile, debole, ecc.). Si tratta di una

definizione psicosociale dato che considera la p persona nell’interazione

col prossimo.

la personalità può ancora essere intesa come l’insieme delle qualità e

3. caratteristiche di un soggetto – quale somma, cioè di aspetti biologici e

psichici suscettibili di osservazione e descrizione obiettiva, facendo

astrazione dai riflessi interpersonali;

la definizione di personalità può anche includere gli aspetti unici ed

4. irripetibili o più rappresentativi di una persona – ricalcando così il

concetto di “individuo” della prospettiva biologica ma riferendola solo

alle componenti psichiche.

Ci rendiamo conto dunque da queste definizioni come la personalità altro non

esprime se non l’insieme dei termini che vengono impiegati per descrivere il

singolo individuo, termini scelti in base a variabili e dimensioni diverse. Però, un

significato di personalità essenzialmente incentrato sugli aspetti intrinseci della

persona non può essere soddisfacente per la criminologia in quanto essa non può

prescindere dall’approccio integrato fra l’individuo e l’ambiente sociale nel quale

viene agito il comportamento delittuoso. Poiché la condotta criminale è in sostanza

un particolare tipo di comportamento nella società legato alle caratteristiche della

persona ed ai reciproci influenzamenti fra persona e ambiente, dal punto di vista

criminologico la personalità interessa sostanzialmente nei suoi aspetti psicosociali,

pertanto: la personalità può definirsi come il complesso delle caratteristiche di

ciascun individuo quali si manifestano nelle modalità del suo vivere sociale e può

essere intesa come la risultante delle interrelazioni del soggetto con i gruppi e con

l’ambiente.

Queste interrelazioni tra personalità e ambiente sociale, inoltre, sono in continua

evoluzione dinamica. La personalità è da vedersi come la risultante di tali continui

72

scambi e influenzamenti così che essa non può considerarsi come data una volta

per tutte, immodificabile ed obbligata.

Quando parliamo invece di temperamento, ci ricolleghiamo alla base innata,

ancorata alla struttura biologica, delle disposizioni e tendenze peculiari di ogni

individuo nell’operare nel mondo e nel reagire all’ambiente: così parliamo di

temperamento mite o violento, subordinato o dominatore, ecc.

I genetisti da qualche tempo stanno scoprendo l’esistenza di certi geni che sembrano

collegati al comportamento: a dimostrazione della sempre maggiore influenza che si

tende oggi ad attribuire alla base biologica nei confronti della condotta. In tale

prospettiva, il temperamento è da ritenersi come poco modificabile perché legato al

patrimonio genetico acquisito al momento del concepimento.

Peraltro, le infinite circostanze dell’esistenza incidono sul temperamento, facendo

assumere al soggetto modalità di pensare, di atteggiarsi e di agire più o meno

diverse da quelle innate: ciò intendiamo per carattere.

In sintesi, il concetto di temperamento contiene connotazioni di “potenzialità” che si

traducono in “attualità” di modi di pensare e di interagire, cioè in carattere, per

effetto delle mutevoli esperienze e vicende che la vita pone a ciascuno. Ad esempio,

un individuo dotato di temperamento aggressivo diverrà di carattere aggressivo,

cioè si comporterà in modo effettivamente aggressivo tanto più facilmente quanto

maggiori saranno state le circostanze della sua esistenza che avranno favorito l’agire

violento.

Il carattere rappresenta pertanto la risultante della interazione fra temperamento

e ambiente: il carattere non è quindi una componente statica della personalità

quanto piuttosto una componente dinamica che si modifica col tempo e con quelle

rivende di vita che ne plasmano gli aspetti.

52. La psicoanalisi

Fra le teorie della personalità, la psicoanalisi può considerarsi la prima ad essersi

posta l’obiettivo di fornire un sistematico paradigma interpretativo della struttura

psicologica e dei meccanismi psicodinamici agenti nella persona umana. E,

sebbene i diretti contributi della psicoanalisi nel fornire una sua specifica teoria

criminologia sono stati assai modesti, ben più rilevante è stato il suo apporto

nell’aprire nuove vie per comprendere in generale la condotta umana e, quindi,

anche quella delittuosa

La psicoanalisi è venuta a far parte del patrimonio culturale italiano molto più tardi

che negli altri paesi perché (come anche la sociologia) fu osteggiata dal regime

fascista.

Da quando Sigmund Freud (1856-1939) pose le basi della sua dottrina sono molto

cambiati sia gli uomini sia il mondo e, di conseguenza, molte delle sue asserzioni

appaiono incompatibili con le più recenti acquisizioni scientifiche. Del resto, che la

73

psicoanalisi fosse una vera scienza è stato da sempre contestato perché le sue

asserzioni sfuggono alla possibilità della verifica sperimentale e perché non le è

applicabile il principio di falsificalbiltà di Karl Popper.

Due contributi della psicoanalisi sono rimasti comunque fondamentali

indipendentemente dal far proprie tutte le implicazioni che la teoria comporta; il

concetto di inconscio e quello di visione dinamica della psiche. Infatti, mentre in

precedenza la personalità era praticamente identificata con l’area della coscienza,

intesa come consapevolezza, la lezione psicoanalitica ha indicato come i pensieri, le

scelte e i bisogni coscienti dell’uomo siano collegati con forze psichiche profonde,

prima sconosciute: l’inconscio, appunto. Di conseguenza, una psicologia che si

limiti ad analizzare solamente ciò di cui si è consapevoli sarà per la psicoanalisi del

tutto incapace di comprendere i motivi veri e primari del comportamento umano.

Secondo Freud, si possono identificare nella personalità tre istanze fondamentali:

l’ES, l’Io e il Super-Io, da intendersi come tre livelli o momenti dell’attività

psichica e sebbene ognuna di queste componenti si a dotata di funzioni, proprietà e

dinamismi propri, la loro interazione è così intima da rendere difficile scinderne i

singoli effetti e valutarne separatamente le conseguenze sul comportamento umano.

L’Es – è l’istanza posta all’origine della personalità, è il nucleo primitivo

- e la matrice nel cui seno si differenziano successivamente l’Io e il Super-

io. Lo compongono tutti i fattori psicologici ereditari e presenti alla

nascita, compresi gli istinti e gli impulsi, le passioni, le idee e i sentimenti

rimossi. L’Es rappresenta inoltre il serbatoio dell’energia psichica nel

senso che l’Es, e in particolare gli istinti vitali fondamentali, costituiscono

la sorgente della forza dalla quale deriva ogni spinta ad agire. Tutto ciò

che è contenuto nell’Es ha la caratteristica di essere inconscio, perciò

l’uomo non è consapevole di quali siano le pulsioni e gli istinti collocati

nel suo profondo, che pure costituiscono il motore di ogni sua attività. In

una prima fase, Freud identificò nell’istinto sessuale la fonte primaria e

unica dell’energia (libido) e lo stimolo vitale da cui derivava ogni spinta:

la libido cioè non serviva solo a realizzare le pulsioni sessuali ma era

l’impulso per ogni tipo di azione. Tale visione era perciò monopolare in

quanto un solo istinto, quello sessuale, dominava e promuoveva il

comportamento. Freud in seguito cambiò questa prima versione ed

identificò nell’Es due istinti contrapposti (visione bipolare): l’uno è

l’istinto di vita (Eros) che contiene le cariche sessuali ma anche tutte le

pulsioni vitali e le spinte all’azione; l’altro è l’istinto di morte (Thanatos)

che mira invece a ricondurre verso l’inerzia, verso la quiete, verso

l’inattività da cuci l’uomo ha avuto origine con la nascita e a cui tende

con la morte a ritornare. In ogni caso, gli istinti per realizzarsi danno

origine a una carica interna che comporta aumento di energia: ciò si

traduce in stato di tensione. Quando la tensione dell’organismo aumenta

per l’azione degli stimoli pulsionali, l’Es opera in modo da scaricarla

immediatamente per riportare l’organismo al livello energetico di base. Il

superamento della tensione si realizza soddisfacendo con l’azione le

pulsioni istintuali: l’Es, che non tollera gli aumenti di tensione, agisce

pertanto stimolando l’uomo a dar soddisfazione immediata e diretta ai

74

propri istinti. Questo meccanismo di riduzione della tensione mediante il

soddisfacimento immediato delle pulsioni, da cui l’Es è governato, viene

denominato principio del piacere.

L’Io – si sviluppa in conseguenza dei bisogni dell’individuo che

- richiedono rapporti adeguati col mondo oggettivo della realtà, rapporti

che l’Es non è in grado di avere dato che conosce solo la realtà psichica

soggettiva, costituta dal suo mondo pulsionale. L’Io invece sa distinguere

i contenuti mentali dalla realtà del mondo esterno. Quindi, mentre l’Es

obbedisce al principio del piacere, l’Io opera in funzione del principio

della realtà: egli è in grado cioè di dilazionare il soddisfacimento delle

pulsioni fino a quando non siano a disposizione l’oggetto richiesto o le

opportunità situazionali idonee a ridurre la tensione. L’Io quindi agisce

nel reale organizzando l’azione in modo da consentire all’uomo di

soddisfare concretamente i bisogni mettendoli a confronto con le

possibilità offerte dal reale. Esame di realtà, si denomina appunto la

funzione dell’Io consistente nel valutare i dati oggettivi e nell’esaminarne

l’idoneità ai fini di soddisfare le pulsioni. L’Io rappresenta quindi la

componente esecutiva della personalità.

Il Super-io – è il rappresentante interiore dei valori etici e delle norme

- sociali; esso si va strutturando nel corso dell’infanzia, facendo propri,

mediante il meccanismo dell’identificazione, i contenuti etici e le regole

di comportamento dei genitori e poi delle altre persone con le quali si è

venuti a contatto. Il Super-io esercita la funzione di arbitro morale interno

della condotta, sia disapprovando i comportamenti contrari alle norme

sociale e facendo sentire l’uomo colpevole (funzione questa che viene

chiamata “coscienza”) sia approvandolo e facendolo sentire orgoglioso di

sé quando la sua condotta è conforme alle regole e adeguata a quell’ideale

di sé che ciascuno tende a perseguire secondo i modelli che genitori e

società impongono.

Riassumendo, in senso figurato, possiamo considerare l’Es come la

componente biologica della personalità, l’Io come quella psicologica, il

Super-io come quella sociale e morale e le tre istanza vanno intese come

semplice denominazione verbale di processi psichici agenti nell’unità della

persona.

La concezione psicoanalitica della personalità è essenzialmente dinamica nel

senso che è proposta tutta una continuità di meccanismi interiori che rende

conto del formarsi e del modificarsi nel tempo della personalità: esiste una

reciproca azione di forze impulsive (cariche) e di forze costrittive o

antagoniste (controcariche) dal cui reciproco confronto e dalle cui

reciproche compensazione e armonia deriva l’equilibrio dell’individuo.

Tutti i conflitti della personalità e tutti i conflitti fra la persona e l’ambiente

sociale, possono ridursi a contrapposizioni tra queste due categorie di forze.

Quando l’Io viene sopraffatto da uno stimolo eccessivo che non riesce a

dominare e non è possibile un equilibrato compenso fra le forze antagoniste

75

dell’Es e del Super-io, l’Io stesso vive una situazione di pericolo che porta

all’angoscia.

L’angoscia o ansia soggettivamente vissuta come disagio, sofferenza, timore,

è pertanto l’espressione di una non realizzata soluzione delle conflittualità fra

le istanze interiori, ovvero fra l’individuo e l’ambiente.

Freud distinse tre tipi di angoscia:

1. l’ansia reale – che è il timore di un pericolo insito nella realtà

oggettiva;

2. l’ansia sociale – cioè il timore della riprovazione degli altri per aver

commesso qualcosa di contrario alle norme che regolano la

convivenza;

3. l’ansia nevrotica – espressione del timore della severità del Super-io

quando gli istinti, sfuggendo al controllo, costringono la persona a

pensare, sentire, fare qualcosa (ma anche pensare o provare un

sentimento) per cui verrà riprovata appunto dal Super-io,

ingenerandosi così il senso di colpa. Questo tipo di ansia è la più

temibile perché la mancata armonizzazione fra pulsioni e coscienza,

fra richieste dell’istinto ed esigenze morali pone l’individuo in uno

stato di grave pericolo per il suo equilibrio interiore.

Normalmente l’Io è in grado di risolvere i contrasti fra le opposte istanze in

modo armonico utilizzando meccanismi razionali ma quando questi non

sono sufficienti, l’Io ha a disposizione altri particolari meccanismi psichici

che gli consentono di trovare ugualmente l’equilibrio: questi sono i

meccanismi di difesa dell’Io mediante i quali ci si difende dal pericolo della

nevrosi e della psicosi posto che questi stati morbosi si realizzano quando i

meccanismi di difesa falliscono.

I meccanismi di difesa sono molteplici:

la rimozione – consiste nel respingere dalla coscienza nell’inconscio qui

1. contenuti che provocano un allarme eccessivo. Tutte le pulsioni istintuali che

non possono essere accettate dal Super-io vengono rifiutate ma se esse non

trovano compensazione cagionano nell’inconscio una tensione da cui può

derivare una condizione di squilibrio;

la dislocazione – consiste nel fatto che una pulsione istintuale rivolta verso

2. un obiettivo e che sia respinta (dalla morale pubblica, dall’educazione o da

controcariche interne della coscienza) può essere deviata su altri oggetti o

altre mete. D’altro canto un oggetto sostitutivo non sempre riesce a ridurre

completamente la tensione originata dalla pulsione istintuale non soddisfatta

per cui si può accumulare un continua carico di tensione tanto più elevato

quanto più il Super-io è rigido, cioè inflessibile e rigoroso nel rifiutare certi

impulsi o quanto più la società pone norme costrittive al soddisfacimento

istintuale. Da ciò deriva l’insoddisfazione e l’irrequietezza. 76

la sublimazione – consiste in uno spostamento dell’energia istintuale per

3. conseguire le più elevate conquiste culturali o per raggiungere mete

altruistiche o morali

la proiezione – consiste nel disconoscere alcuni aspetti negativi della propria

4. personalità attribuendoli ad altri, così ottenendo il risultato di deviare sul

mondo esterno le conflittualità interiori. I processi di responsabilizzazione

comuni a tanti criminali (come in tutti quelli che “cercano scuse”) traggono

origine da questo meccanismo di difesa mediante il quale l’angoscia

derivante dalla riprovazione è attribuita al mondo esterno piuttosto che alle

minacce della coscienza. Tale meccanismo al di là della formulazione

freudiana, è di riscontro frequente nella forma di meccanismi di

neutralizzazione che, secondo Matza, vengono usati per autoassolversi.

la formazione reattiva – è un altro meccanismo di difesa che implica la

5. sostituzione nella coscienza di un impulso o sentimento che genera angoscia

col suo opposto (amore/odio). Un impiego in ambito criminologico di questo

meccanismo lo troviamo in Cohen a proposito delle sottoculture urbane dei

giovani delinquenti.

la fissazione e la regressione – la personalità di ogni individuo, per

6. raggiungere la maturità attraversa fasi successive di sviluppo affettivo-

emotivo, abbastanza ben definite (fase orale, fase anale, fase fallica, fase

genitale). Ogni nuovo passaggio comporta una certa quantità di frustrazione

e di angoscia: qualora queste divengono eccessive può realizzarsi un arresto

(fissazione) temporaneo o permanente in una certa fase dello sviluppo senza

che venga pertanto raggiunta la piena maturazione. Invece, le difficoltà

derivanti dall’incapacità di superare esperienze traumatiche possono

comportare il ritorno (regressione) a fasi anteriori e già superate dello

sviluppo (es. rifugio nell’alcolismo e nella droga può essere interpretato

come una regressione alla fase orale dello sviluppo)

l’identificazione – mediante questo processo una persona mira a rendersi

7. simile o ad assumere tratti psicologici caratteristici di un altro individuo che

viene eletto a proprio modello; si incorporano così nella propria personalità

contenuti psicologici e valori, norme comportamentali e principi morali

propri della persona eletta a proprio modello ideale. L’identificazione non si

realizza globalmente per tutte le caratteristiche di colui che è stato preso a

modello ma in modo selettivo, assumendo cioè via vai solo quei contenuti

psichici e quei valori che risultano più utili per ridurre la tensione.

L’identificazione è anche una fondamentale modalità di apprendimento e di

trasmissione nel tempo delle regole e dei valori della società dal momento

che anche i modelli di identificazione hanno a loro volta formato il loro

Super-io mediante l’identificazione con altri: si assicura così la continuità

nella cultura dei valori morali e delle regole sociali. 77

53 – Psicoanalisi e criminalità

La teoria psicoanalitica della personalità offre la possibilità di interpretare talune

modalità della condotta criminale. Si tratta dell’utilizza della chiave di lettura della

psicoanalisi anche per la identificazione di alcuni meccanismi della criminogenesi.

La visione dell’Io come istanza consapevole dell’uomo continuamente in bilico tra

le spinte dell’istinto e le controspinte del Super-Io ha accreditato una lettura

sostanzialmente deterministica della teoria psicoanalitica della personalità. L’Io cioè

non sarebbe altro che il passivo esecutore di istanze a lui estranee e nei confronti

delle quali, quindi, possiede ben poca autonomia: l’uomo pertanto non avrebbe

alcuno spazio di libertà rispetto alle proprie pulsioni istintuali e alla severità del

Super-Io quasi fossero altro da sé. Quindi la libertà di scelta e la responsabilità

scompaiono nel momento in cui l’individuo agisce solo spinto da forze che non può

controllare. Questa visione tanto rigida è stata però oggi superata da molti

psicoanalisti che considerano l’Io come dotato di maggior autonomia, non più

necessariamente succube dei desideri dell’Es e dei conflitti fra le diverse istanze ma

con possibilità di scelta perché provvisto di proprie energie.

Il più organico contributo psicoanalitico in ambito criminologico è quello di

Alexander e Staub (1929).

Secondo questi autori la condotta criminosa è l’effetto di molteplici modalità dello

svincolo dal controllo del Super-io. Essi identificano diverse condizioni nelle quali

il controllo dell’istanza superiore si riduce fino ad abolirsi completamente, secondo

il seguente schema:

la normalità (o integrazione sociale) – è rappresentata dal pieno controllo

1. del Super-io sul mondo pulsionale-istintuale: in tali condizioni vi è piena

conformità di condotta e rispetto delle regole;

la delinquenza fantasmatica – nella quale il controllo delle pulsionalità

2. antisociale è ancora pienamente efficiente sul comportamento tant’è vero che

l’individuo non delinque; esistono tuttavia istinti antisociali più pressanti che

il soggetto riesce comunque ad arginare mediante il processo della

dislocazione dell’antisocialità sul piano della semplice fantasia (ammirazione

per i personaggi devianti dei film);

la delinquenza colposa (condotta motivata da imprudenza, negligenza,

3. imperizia) – può essere interpretata col meccanismo della dislocazione delle

pulsioni aggressive: l’aggressività che il Super-io non consente che si realizzi

come tale, cioè come violenza volontaria, verrebbe estrinsecata attraverso

una condotta imprudente o negligente che provoca ugualmente danno alla

persona osteggiato o alle sue cose;

la delinquenza nevrotica – nella quale la condotta criminale rappresenta un

4. sintomo di una situazione conflittuale profonda. Il Super-io non ha

completamenti rinunziato al controllo dell’antisocialità e questi si realizza

unicamente per l’esistenza di profondi contrasti interiori che trovano una

possibilità di soluzione nella condotta deviante. Quest’ultima è dunque non

l’effetto di un progetto razionale e consapevole o di un ideale dell’Io di tipo

criminale ma una sorta di ripiego per eliminare la tensione delle conflittualità

78

interiori: la delittuosità nevrotica (piuttosto rara) non essendo completamente

accettata si accompagna pertanto a sensi di colpa (es. cleptomania).

delinquenza occasionale e affettiva – viene definita così quella delinquenza

5. che si attua appunto solo in circostanze eccezionali, particolarmente

favorevoli allo svincolo delle controspinte superiori (delitti per passionalità,

delitti scaturiti da violenti diverbi, in stato d’ira). Tale tipo di delinquenza per

gli autori è anche quella commessa quando vi sia un’ampia probabilità di non

essere scoperti oppure quando un oggetto desiderato è offerto in modo

suggestivo (furti nei grandi magazzini).

Delinquenza normale – rappresenta l’ultimo stadio, dove il controllo del

6. Super-io cessa completamente e l’Io può realizzare senza ostacoli le pulsioni

aggressive e antisociali: non essendovi più controllo superegoico il

delinquente non si sentirà in colpa per la sua condotta.

Da quanto abbiamo appena considerato, appare chiaro come l’adeguamento alla

vita sociale è da vedersi essenzialmente in funzione dell’efficienza del Super-io.

Il Super-io può essere:

anomalo - essendo strutturato come Super-io criminale gli ideali dell’io

1. sono strutturati in modo antisociale e il soggetto adegua la sua condotta

che diviene pertanto criminale;

debole - e non costituire una guida sufficientemente costante e valida per

2. la condotta: ciò si realizza quando vi siano stati fattori desiducativi

ambientali, difetti dei processi di identificazione, inadeguatezza della

famiglia o mancanza di modelli;

del tutto assente - si realizza in tal modo un inadeguamento globale alla

3. vita sociale.

Concludendo, per Alexander e Staub, si possono distinguere due tipi

fondamentali di delinquenza:

la delinquenza accidentale – nella quale sono assenti tratti psicologici

o devianti delle personalità e la delittuosità può realizzarsi con delitti

colposi o con delitti occasionali correlati a situazioni eccezionali che

inattivano il Super-io in stati di particolare pregnanza emotiva o per

occasioni particolarmente favorevoli o allettanti;

la delinquenza cronica – che rappresenta la propensione al delitto

o dovuta alla struttura stessa della personalità: essa può dipendere dal fatto

che l’Io è fragile o compromesso (per fatti tossici, per difetto

d’intelligenza) o perché esiste una condizione nevrotica perché il Super-

io è strutturato in modo anomalo e il delitto è coerente con l’anomala

struttura dell’istanza superiore o infine perché il Super-io è assente e

quindi la condotta dell’individuo è in balia degli istinti.

Importanti contributi di matrice psicoanalitica sono stati utilizzati al fine di

comprendere la criminogenesi (il perché del comportamento criminoso) e la

criminodinamica (il come). In base a questi studi si potrà comprendere, per

esempio, quanto l’armonica struttura dell’istanza superiore possa essere

79

compromessa dai disturbi nel rapporto con le figure parentali. Il processo

di identificazione con le figure dei genitori rappresenta infatti il primo nucleo

attorno al quale si formerà il Super-io, e disturbi in questa fase si

ripercuoteranno sulla definitiva struttura della personalità. Assenza o

lontananza dei genitori, genitori iperoccupati, autoritari, troppo deboli,

iperprotettivi, indifferenti, sono stati indicati come causa di disturbo nella

formazione del Super-io così da favorire la condotta criminosa. Inoltre,

l’identificazione con figure parentali antisociali può concorrere alla

formazione di un Super-io criminale.

E’ stata identificata anche una delinquenza per senso di colpa: alcuni

soggetti agirebbero cioè in modo criminoso unicamente per essere poi puniti,

e soddisfare, così, senza rendersene conto, un bisogno inconscio di

espiazione di stampo nevrotico.

In certe situazione, poi, i comportamenti criminali sono stati interpretati

come originati dalla fissazione alla fase del principio del piacere: la

delinquenza, in questo caso, esprimerebbe un modo di dar soddisfacimento

diretto alle pulsioni. Le frustrazioni ambientali e familiari, la marginalità, le

sconfitte, l’assenza di ragionevoli prospettive di successo sociale, sono

tipiche situazioni che ostacolano il processo di maturazione verso la fase

governata dal principio di realtà, favorendo la fissazione o la regressione a

modalità più immature di condotta.

Questa, come altre interpretazioni psicodinamiche, comportano il rischio di

fornire una lettura della condotta criminosa che finisce per essere

deresponsabilizzativi perchè il delinquente viene percepito come se fosse

costretto a delinquere da forze da lui non governabili. Il tanto deprecato

determinismo della psicanalisi consiste proprio nel fatto che vendono da

taluni ignorate, nel gioco delle dinamiche psicologiche, le componenti

volontarie e morali che sono pur sempre alla base delle scelte

comportamentali.

Meccanismo reattivo messo alla luce dalla psicoanalisi e tipicamente

collegato alla immaturità affettiva è quello dell’acting-out (passaggio

all’atto) che rappresenta una modalità impulsiva di comportamento mirante a

risolvere l’ansia, particolarmente quella derivante da eccesso di frustrazione,

con una condotta anomala: molti comportamenti criminali, specie nei

giovani, assumono il significato di azioni realizzate come compenso di gravi

carenze affettive o materiali. L’acting-out criminoso si caratterizza per il

fatto che il reato non appare in relazione a motivi o scopi normali e coscienti

(lucro, vendetta, ecc.) ma rappresenta una scarica o un sollievo da una

tensione emotiva riferibile a conflittualità o frustrazione. Questo meccanismo

non solo è all’origine di reati di tipo aggressivo ma può concretarsi anche in

furti commessi per liberarsi da tensioni interiori.

Altro aspetto dell’immaturità è rappresentato dalla bassa soglia di tolleranza

alla frustrazione: un adeguato esame di realtà, quale effettua una personalità

matura è condizione indispensabile per accettare quella dose di frustrazione

80

che inevitabilmente comporta la convivenza sociale. Quanto più bassa è la

tolleranza alla frustrazione di un soggetto tanto più facilmente egli sarà

indotto a reagire con aggressività o con impulsività, alla frustrazione stessa.

Ad analoga situazione si ricollega anche il meccanismo della difesa dalla

frustrazione mediante l’identificazione del frustrato nel frustratore: il

soggetto che ha subito ripetute frustrazioni può eleggere come propri modelli

di identificazione, figure per lui altamente frustranti divenendo pertanto egli

stesso, con l’adeguarsi ai modelli, un soggetto frustratore.

L’incapacità di identificarsi col prossimo caratterizza, secondo Musatti,

molti degli autori di reati contro la persona; fa in loro difetto quella qualità

comune invece nelle altre persone, per la quale normalmente si condivide il

dolore e la pena altrui come se fossero nostri, qualità che consente pertanto di

controllare la violenza. In quest’ottica, Musatti classifica le condotte

criminose violente in questo modo:

1. condotte dovute a deficienza globale di identificazione con

l’oggetto dell’impulso aggressivo – come accade per esempio nella

legittima difesa;

2. condotte dovute a processi di identificazione soltanto parziale – in

base al fatto che determinati valori morali non sono fortemente

avvertiti come veri e propri valori (è il caso delle sottoculture violente

o delle bande giovanili di tipo distruttivo);

3. condotte dovute a processi di identificazione particolari –

attraverso i quali la passività alla violenza si converte in attività (è il

caso della identificazione del frustrato nella figura del frustratore)

Al meccanismo di difesa della proiezione è da attribuirsi l’atteggiamento di

deresponsabilizzazione riscontrabile in tanti criminali. Proiettando su altri

(famiglia, società) la responsabilità della propria condotta criminosa, ci si

sente anziché colpevoli piuttosto delle vittime, ci si libera dal senso di colpa

e si mette il prossimo (costà, giudici, operatori penitenziari) nella posizione

di chi infierisce su un innocente.

L’incapacità di sublimazione della libido, cioè l’incapacità di indirizzare la

pulsionalità verso mete socialmente accettate anziché su oggetti proibiti,

rende conto di comportamenti delinquenziali primitivi, immediati e miranti a

soddisfare i bisogni e le pulsioni nelle modalità più rozze.

Nonostante i tanti importantissimi contributi per la comprensione della

condotta criminosa, la psicoanalisi, con l’eccessivo indulgere nella ricerca di

interpretazioni psicodinamiche può comportare il rischio di intendere ogni

criminale come persona in qualche modo psicologicamente disturbata, col

risultato di “patologizzare” la delinquenza; inoltre, le inconsce e spesso

tortuose dinamiche ipotizzate in chiave psicoanalitica rischiano di far perdere

di vista la quotidiana realtà. 81

54 – La psicologia analitica di Jung

La teoria analitica di Jung (1875-1961) fornisce una visione dell’uomo

diversa da quella psicoanalitica freudiana dalla quale deriva e propone

concetti importanti per la comprensione della condotta deviante.

Jung ha distinto, oltre all’inconscio nel senso inteso dalla psicoanalisi

classica, un inconscio collettivo, che trascende l’individuo e costituisce

l’istanza psichica più potente e di maggior influenza.

Mentre Freud vede le origini della personalità nell’infanzia, Jung risale ben

più addietro, cosicchè l’uomo è inteso come dotato di predisposizioni

trasmessegli fin dai suoi più lontani antenati.

Mentre la psicoanalisi freudiana attribuisce agli antecedenti (gli istinti, i

conflitti, i meccanismi di difesa, ecc.) un significato e un valore di causa

determinante del comportamento presente, Jung considera

contemporaneamente, assieme agli elementi sedimentati dal passato che

agiscono in lui inconsciamente, perciò al di fuori del suo consapevole

controllo, anche la dimensione dell’individuo proiettato verso il futuro a

conseguire conformemente alla sua volontà gli obiettivi che si prefigge.

L’istanza fondamentale è rappresentata dal Sé, che costituisce il punto

centrale della personalità, e alle cui unità, stabilità ed equilibrio mira

costantemente l’individuo. L’uomo, pertanto, non agisce solo spinta dagli

istinti e dall’inconscio ma anche perché organizza la propria vita per

raggiungere le sue finalità e aspirazioni.

Concetto fondamentale della psicologia analitica è il concetto di conflitto

psichico da intendersi come l’urto fra forze, pulsioni, controspinte insite

nella psiche dell’individuo.

Con il termine di frustrazione, si indica invece quella condizione di disagio

psicologico che insorge quando taluni bisogni o aspirazioni non possono

essere soddisfatti a causa di ostacoli esterni ed anche ciò provoca, come nel

conflitto psichico, uno stato di tensione particolarmente spiacevole.

Dinanzi alla tensione, si possono realizzare modalità comportamentali di

differente polarità:

1. l’atteggiamento estroverso o alloplastico – che orienta l’individuo

verso il mondo oggettivo della realtà esterna, è caratteristico di coloro

che risolvono la tensione con l’azione, che tendono cioè a rispondere

alla frustrazione o al conflitto psichico agendo verso l’esterno, sulla

realtà, proiettando eventualmente sull’ambiente i loro problemi con

una condotta abnorme. Non si ha in tal caso la prevalenza di

sofferenza interiore e si parla in questo caso di una modalità di essere

di tipo ego-sintonico, perché l’individuo è in accordo con se stesso, si

sente nel giusto, e la sofferenza causata dalla sua condotta si riversa

sugli altri e sull’ambiente. In questo caso, la proiezione dei conflitti

sull’ambiente può portare a commettere più facilmente delitti. 82

2. l’atteggiamento introverso o autoplastico – che indirizza l’attività

psichica prevalentemente verso il proprio mondo soggettivo, è tipico

di quegli individui che risolvono ed esauriscono la tensione all’interno

della propria psiche, con sofferenza, disagio, ansia. Questa modalità di

reagire è pertanto di tipo ego-distonico, poiché l’individuo è

interiormente combattuto e in disaccordo con se stesso. In questo

caso, le condotte antigiuridiche saranno più rare perché la risposta alla

tensione non si risolve in azione nella realtà.

55. Psicologia sociale: Adler e Fromm

Dalla psicoanalisi ha preso avvio un importante filone che ha dato corpo ad

una serie di teorie che hanno riservato particolare attenzione alle interazioni

che avvengono fra gli individui all’interno del sistema sociale e alla

ripercussioni di tali interazione sulla personalità. Questo filone è la

psicologia sociale che può essere dunque definita come lo studio delle

relazioni interpersonali nel contesto sociale, ovvero del modo secondo il

quale la vita sociale si riflette sulle manifestazioni psichiche della persona.

Secondo la psicologia sociale, la personalità non può essere studiata in sé ma

solo nell’ambito dei continui rapporti che si instaurano fra l’individuo, le

altre persone e i gruppi: l’uomo, come entità psichica e come essere agente

nella società, è motivato e influenzato anche dalle relazioni interpersonali. Lo

studio dei rapporti tra gli individui, poi, oltre che tener conto della reciprocità

di essi, deve considerare che tali interrelazioni avvengono nell’ambito di un

contesto sociale, cioè in istituzioni e ambienti organizzati (famiglia, scuola,

luoghi di lavoro, gruppi, comunità, nazione) che includono categorie,

gerarchie, norme, valori che sono del pari fondamentali nel regolare le

interazioni umane.

Le teorie psicosociali possono farsi risalire a quel secondo filone di

derivazione psicoanalitica che fa capo ad Alfred Adler (1870-1937). La

psicologia adleriana considera l’individuo come mosso, anziché da cause

interiori (quali gli istinti, le dinamiche insite nelle sue varie istanze o

l’inconscio collettivo) piuttosto dalle prospettive e dai bisogni legati al suo

essere inserito nella società.

Adler vede nella volontà di potenza l’impulso fondamentale che muove

l’uomo: essa prende l’avvio dalla sua innata aggressività e costituisce la fonte

di energia psichica che consente all’individuo di realizzare le sue aspirazioni

verso la superiorità, meta ultima di ogni condotta. La volontà di potenze

inoltre sostituisce ciò che per Freud è la libido o l’Eros, vale a dire il

serbatoio di energia che promuove ogni attività: essa si realizza in una rete

di rapporti interpersonali che, iniziando dall’infanzia, si sviluppa nell’arco

della vita, fornendo sbocchi concreti all’aspirazione alla superiorità. Per

converso, il contatto sociale può alimentare, con l’insuccesso, sentimenti di

inferiorità, intesi come senso di incompiutezza e di imperfezione ma questo

83

sentimento, a sua volta, è il punto di partenza che stimola l’individuo verso il

conseguimento di livelli di aspirazione più alti.

In condizioni particolari (iperprotezione, carenza affettiva familiare, innata

disposizione) il sentimento d’inferiorità può essere talmente accentuato da

provocare manifestazioni anomale tanto da sviluppare un complesso di

inferiorità (a sua volta responsabile di atteggiamenti o condotte anomale per

la consapevolezza della propria inefficienza) ovvero una condizione opposta

di ipercompensazione altrettanto disturbante (complesso di superiorità).

Volontà di potenza, complesso di inferiorità, complesso di superiorità sono

processi psicologici che non infrequentemente possono ravvisarsi nella

criminogenesi di taluni soggetti.

La psicologia di Fromm sottolinea ulteriormente l’importanza del contesto

sociale: il tema della sua riflessione è quello della solitudine e

dell’isolamento che l’uomo prova se non armonicamente inserito nel suo

ambiente sociale; ambiente con il quale peraltro può facilmente entrare in

conflitto per la situazione ambivalente di sentirsi all’un tempo essere

individuale ed essere sociale. Nel pensiero di Erich Fromm (1900-1980) la

condizione dell’uomo, per il suo equilibrio e armonia, comporta anche il

soddisfacimento di fondamentali esigenze non materiali:

1. il bisogno di relazioni - in quanto per divenire individuo socializzato

ha bisogno di amore, comprensione e rispetto reciproco continuo;

2. il bisogno di trascendenza - che si ricollega alla necessità dell’uomo di

elevarsi al di sopra della sua struttura animale mediante la creatività;

3. il bisogno di avere schemi di riferimento - cioè di un sistema stabile e

coerente di valori che gli consentano di percepire e comprendere il

mondo, schemi che gli vengono forniti dal costume, dalla cultura,

dalle norme;

4. il bisogno di identità personale – l’uomo ha anche necessità di sentirsi

un individuo unico e riconoscersi in una immagine di se stesso

coerente e stabile.

Da tutto questo discende la necessità di associarsi, di sentirsi inserito in un

gruppo per combattere l’isolamento, la solitudine e la carenza di identità.

L’inappagamento o la frustrazione di questi bisogni sono quindi possibili

spinte alla ricerca di compensazioni proprio per la condotta delittuosa.

56. La psicologia sociale: identità personale e teoria dei ruoli

La psicologia sociale ha elaborato due concetti rilevanti in ambito

criminologico:

1) quello di identità personale – che si riferisce al sentimento che in

ciascuno si viene a strutturare in ordine all’assenza, unicità, qualità della

84

propria persona e ai fini e ai mezzi che devono informare il suo inserirsi

nel mondo.

2) Quello di ruolo – che si riferisce alle aspettative che nella società si

formano nei confronti di ciascun individuo in conseguenza della

posizione specifica che egli occupa nella società o delle funzioni che

svolge nei gruppi sociali.

Ai problemi della formazione delle disarmonie della identità personale è

dedicata buona parte del pensiero di Erikson (1963) che intende il

sentimento della propria identità come l’organizzazione di un’immagine

coerente, omogenea, continua e stabile dell’essenza della propria personalità.

La formazione dell’identità si realizza:

- attraverso l’identificazione con successivi modelli significativi;

- attraverso i ruoli via via proposti e assunti.

Questo iter ha il suo culmine formativo durante l’adolescenza. In questa fase

e anche successivamente, un rapporto disarmonico con la famiglia o coni vari

gruppi di appartenenza può portare a una disturbata strutturazione della

identità personale, visto che questa è fortemente influenzata

dall’atteggiamento degli altri.

Se per questa cattiva organizzazione della identità, o per qualsiasi altro

motivo, si verifica qualche iniziale comportamento deviante o delinquenziali,

si risvegliano nel prossimo aspettative negative nei confronti di tali soggetti:

ciò finisce con l’alterare l’identità personale sicchè l’attore realizza poi

stabilmente con la condotta deviante o criminosa il giudizio negativo

anticipato nei suoi confronti (profezia che si autoadempie).

La società, i gruppi, la famiglia continuamente confermano pertanto il

sentimento dell’identità personale con i giudizi, le valutazioni, le

gratificazioni, le frustrazioni. Ma in talune condizioni la società provoca una

serie di degradazioni e mortificazioni che possono alle volte condurre a una

immagine di sé valorizzata, che si denomina identità negativa. In questi casi

l’individuo riconosce se stesso come persona con valori socialmente negativi

perché i gruppi sociali gli hanno attribuito questa qualità (è lo stesso processo

dell’etichettamento). Il giudizio squalificato che un gruppo formula verso un

individuo fa sì che quest’ultimo sia facilitato ad adeguarsi a tale ruolo

negativo, assumendo una identità a esso conforme, e adottando quindi una

condotta stabilmente deviante.

Quindi, l’atteggiamento del prossimo e i giudizi istituzionali, riflettendosi sul

sentimento della propria identità possono (nel senso che favoriscono) tradursi

in fattori di decisivo influenzamento comportamentale ma non

necessariamente comportano un destino comportamentale delinquenziale.

La formazione della propria identità è influenzata oltre che dal giudizio degli

altri anche dalla posizione che ciascuno occupa nella società e dalle funzioni

che vengono svolte in coerenza alla posizione occupata. La posizione di ogni

individuo nella società, o status, costituisce un sistema relazionale che

85

caratterizza ogni persona in base a una serie di diritti e di doveri che regolano

i suoi rapporti di interazione con persone di altro status.

In tutte le società esiste un certo numero di status, tanto più elevato quanto

più la società è complessa tanto da formare un vero e proprio sistema nel

quale ciascuno occupa contemporaneamente più posizioni. Taluni di questi

status sono ascritti in funzione di ciò che una persona è (per l’età, per il

sesso, per la razza) mentre altri sono acquisiti in base a ciò che uno può fare

e divenire a partire dalla posizione sociale.

Ciò che in criminologia è importante è il fatto che in ogni tipo di società ogni

status è legato a norme che ne regolano i rapporti con gli altri, e ad

aspettative circa l’osservanza dei compiti spettanti a chi occupa quello status:

questo è quello che si intende per ruolo. Questo concetto si riferisce dunque

alle attese che esistono nella società nei confronti di chi occupa una

determinata posizione ma in questo concetto è insita la consapevolezza

nutrita da chi occupa quel ruolo su ciò che gli altri si attendono da lui: ciò si

riflette sull’identità personale, per cui ciascuno finisce per avere un

sentimento di sé coerente e conforme al proprio ruolo. Se esiste un ruolo

prescritto (allo studente è prescritto di apprendere, all’insegnante di fornire

nozioni e cultura, ecc.) esistono anche un ruolo soggettivo (la professione è

pur sempre una decisione personale così come quella di fare il delinquente) e

un ruolo svolto (divenire un insegnante impegnato o uno studente svogliato)

che sono liberamente scelti dai soggetti anche se condizioni ambientali e

varie circostanze possono favorire l’uno piuttosto che l’altro.

Significativo, in senso criminogenetico, è l’occupare un ruolo negativo. Una

serie di status squalificati (per ceto, posizione economica, regione di nascita,

razza, immigrazione, ecc.) facilitano l’assunzione di ruoli altrettanto

squalificati che favoriscono la scelta comportamentale delinquenziale.

Erving Goffman (1961) ha particolarmente sottolineato l’influenza sul

sentimento di identità e sulla stabilizzazione in ruoli negativi dell’essere

inseriti negli istituti correzionali, nelle carceri, nei manicomi, negli istituti

rieducativi e in tutte quelle istituzioni che egli chiamò istituzioni totali

perché coinvolgono globalmente l’individuo, deformandone la personalità e

limitandone le prospettive. All’individuo inserito nell’istituzione totale

veniva prospettata come più reale e più probabile l’identificazione in truoli

squalificati; egli era sentito come ridotto ad una condizione di passività che

gli frustrava l’aspirazione ad assumere o riassumere ruoli socialmente

accettabili, che gli sarebbero apparsi irraggiungibili con i propri mezzi;

avrebbe finito pertanto con l’accogliere, quale propria identità, quei modelli

negativi che l’istituzione gli proponeva e gli suggeriva, andando così a

occupare stabilmente ruoli altrettanto negativi. Le istituzioni totali ed i ruoli

negativi che in esse più facilmente si assumono svolgerebbero dunque una

parte di rilievo nell’aggravare le difficoltà di reinserimento e nel favorire la

cronicizzazione in carriere criminali persistenti. Queste considerazioni hanno

fortemente influenzato importanti scelte di politica sociale come l’abolizione

dei manicomi, la tendenza a non rinchiudere i giovani delinquenti in istituti

correzionali, la tendenza a far sempre minore ricorso al carcere. 86

Queste interpretazioni psicosociali devono, in conclusione, favorire la

comprensione dei meccanismi agenti nei rapporti fra gli uomini ma non

devono tradursi in atteggiamenti che siano delle complete

deresponsabilizzazioni nei confronti della condotta dei singoli attori né

devono sfociare nella troppo meccanicistica visione di destini inevitabili o di

colpe unicamente attribuibili alla società, senza che l’uomo sia più percepito

come libero e responsabile e perciò chiamato a rispondere del bene o del

male che ha compiuto.

57 – Psicologia sociale: devianza, emarginazione e marginalità

Alla psicologia sociale siamo debitori di altri tre concetti fondamentali:

- 1) il concetto di devianza – originariamente, nella sociologia struttural-

funzionalista, questo termine aveva il significato di comportamento

anomalo sotto il profilo statistico e raggruppava tutte quelle condotte che

si discostavano dalle regole e costumi sociali condivisi dalla maggior

parte delle persone .Ai tempi della sociologia di sinistra, i devianti hanno

assunto un significato sempre più esteso fino ad essere identificati con

coloro che erano considerati “vittime della società” a causa delle

discriminazioni e dei pregiudizi che le classi egemoni avrebbero

esercitato nei confronti dei “diversi”. E poiché ei confronti dei devianti

viene abitualmente esercitata l’emarginazione e perché pure i delinquenti

vengono emarginati si finì per includere fra i devianti anche i criminali.

Alla fine si giunse ad identificare la criminalità con la devianza. In questo

concetto sono stati racchiusi quindi comportamenti tra loro radicalmente

diversi ed è per questo che è opportuno fare una fondamentale distinzione

fra i diversi comportamenti che sono stati denominati come devianti. Vi

sono comportamenti che non risvegliano sentimenti di riprovazione o

richiesta di sanzioni ma che possono essere indifferenti, ovvero anche

provocare reazioni sociali di solidarietà e offerta di aiuto: in tali termini

queste condotte non provocano giudizi morali negativi, di tali condotte

non viene fatta ai loro autori attribuzione di colpa e non vengono

censurate (atteggiamenti dei vagabondi, di chi esercita la prostituzione,

gli omosessuali, ecc). Più correttamente si debbono considerare devianti

quei comportamenti che suscitano invece reazioni di intensa

disapprovazione e censura con richiesta di sanzione: questi

comportamenti sono attribuiti a titolo di colpa ai loro autori perché non

sono legati allo status in cui una persona si trova per nascita e comunque

non volontariamente ma sono frutto di scelta (tossicomani, terroristi, tutti

i tipi di delinquenti). La intensa disapprovazione e la richiesta di sanzione

risultano pertanto i parametri fondamentali per identificare le condotte

che meritano la qualificazione di devianza. In ultima analisi, la

qualificazione di devianza esprime un giudizio di valore, una valutazione

morale negativa, in funzione dei principi etici di comune accettazione. La

devianza è un concetto sociologico e non giuridico. 87

- Il concetto di marginalità – Marginalità indica una condizione statica o

uno status cioè la condizione di taluni individui che “si trovano ai margini

della società”. Marginali sono quegli status sociali che provocano, per

persone o gruppi, il “vivere in condizioni diverse e solitamente peggiori

di quelle della società nel suo complesso; la marginalità comporta

riduzione delle aspettative di affermazione sociale, minore responsabilità

sociale, minore partecipazione alla vita e alle decisioni collettive”. Il

fenomeno della marginalità si osserva nei confronti di certi status

collettivi, i giovani, i vecchi, le donne, gli handicappati, le persone di

colore, gli extracomunitari. La marginalità è operata verso coloro che,

nella logica dell’ideologia del profitto, non solo produttivi o hanno

perduto la capacità di produrre beni economici: gli inetti, i pensionati, i

disoccupati La marginalità è anche la posizione nella società di certi

malati cronici e specialmente dei sofferenti di AIDS e dei malati di

mente. Infine, divengono marginali i devianti e i delinquenti. Ma mentre i

devianti o i delinquenti si vengono a trovare ai margini della società a

causa della loro condotta disapprovata, gli altri si trovano ai margini della

società per un pregiudizio aprioristico in funzione del sesso, dell’età, del

luogo di nascita ma non per colpa della loro condotta. Vi sono dunque dei

marginali per il solo fatto di essere quello che sono e marginali per quel

che hanno fatto: in altri termini, vi sono marginali per loro colpa e

marginali senza colpa.

- Il concetto di emarginazione – L’emarginazione invece è un concetto

dinamico che viene messo in atto dai singoli e dai gruppi nei confronti di

taluni soggetti che si tende a escludere dagli abituali rapporti.

L’emarginazione è il ridurre le prospettive, è il togliere la responsabilità,

è il nutrire aspettative negative rispetto a taluni soggetti a causa della loro

condotta riprovata: essi divengono perciò marginali per colpa della loro

condotta. Il deviante e il criminale sono collocati in una posizione di

marginalità per effetto della emarginazione agita nei loro confronti:

costoro vengono esclusi a cagione del loro comportamento delittuoso o

disapprovato dalla posizione che occupavano. Donne, vecchi, gli invalidi,

la gente di colore sono in condizioni di marginalità ma non vengono

emarginati per la loro condotta ma lo sono perché occupano, in definitiva,

nella società, status più o meno squalificati.

58 – Altri contributi della psicologia

Le fenomenologia è una visione psicologico-filosofica dell’uomo che mira a

comprendere l’uomo “dal suo interno” in modo da scorgere le ragioni della sua

condotta quali emergono dal suo punto di vista e non da quello di chi indaga,

contrariamente alle altre teorie psicologiche che piegherebbero “dal di fuori”

l’uomo così come viene spiegato dall’esterno qualsiasi fenomeno della natura.

L’essere umano non vive in una realtà oggettiva e neutra che esiste di per sé e

indipendentemente da lui ma dà egli stesso vita a una realtà. La diversificazione fra

condotta e realtà, per questa psicologia, è solo apparente, poiché l’unica realtà è la

88

realtà fenomenica, espressione della intenzionalità del soggetto del suo “agire nel

mondo”. Così, l’atto criminoso, secondo questa prospettiva, viene assunto come

rivelatore di un modo di essere che, seppure si ponga violentemente di traverso nei

riguardi degli aspetti etici e normativi del vivere in società, rappresenta pur tuttavia

anche’sso una estrema possibilità espressiva dell’umano.

La teoria del campo di Lewin ha derivato i propri assunti dal concetto di campo di

forze elettromagnetiche tratto dalla fisica: ogni elemento all’interno si un sistema,

detto campo, influenza tutti gli altri elementi e ne viene a sua volta influenzato. In

psicologia ciò significa che l’individuo è costantemente influenzato dall’ambiente, e

non può quindi essere studiato isolatamente da esso, posizione del resto condivisa

da tutta la psicologia sociale. Balloni (1984) ha esteso alla criminologia i concetti

espressi da Lewin considerando “campo” la persona, l’ambiente a lui più vicino

(cioè il suo spazio di vita) e l’ambiente nel senso più ampio. La combinazione di

questi elementi può formularsi come una legge fisica in cui il comportamento, in

questo caso criminoso, è in funzione della persona e dell’ambiente.

La teoria dei sistemi, invece di considerare un fatto o una condotta come effetto

necessario di una causa data (causalità lineare) cerca piuttosto di analizzare le

reciproche influenze tra i fenomeni: relativamente al comportamento umano,

analizza il processo attraverso il quale, in un rapporto interpersonale, la condotta di

un soggetto influenza quella degli altri, cioè la loro risposta, e come di nuovo questa

risposta ha effetto sul comportamento del primo agente (“causalità circolare”).

Questo modello è mutuato dalla cibernetica che sostituisce allo schema delle

scienze classiche della causalità lineare (da A a B) un altro schema in cui per un

fenomeno detto di retroazione o feedback, ognuna delle parti di un sistema influisce

sull’altra (da A a B e da B ad A): essendo ogni parte contemporaneamente causa ed

effetto, la distinzione medesima fra questi due termini perde di significato. Centrale

i questa prospettiva è il concetto di sistema che comprende oltre agli attori o agli

oggetti di un fenomeno osservato anche le relazioni tra di essi, costituendo quindi

una complessità organizzata diversa dalla mera somma delle sue parti.

Relativamente alla criminologia, lo schema interpretativo della teoria dei sistemi è

stato applicato soprattutto nello studio dei rapporti tra reo e vittima, ritenendosi che

talora l’atto aggressivo può essere considerato come il risultato di una serie di

comunicazioni, risposte ed effetti di feedback in cui appunto non sempre è possibile

sceverare con chiarezza tra l’aggressore, la vittima ignara ovvero quella

provocatrice e a sua volta aggressiva.

Una serie di studi sulla comunicazione (Haley, 1963) derivano direttamente dalla

teoria dei sistemi. Il presupposto da cui essi partono è che esiste anche una

comunicazione di messaggi non verbali, quella appunto attuata coi genti, con la

mimica, con la postura, insomma, con l’atteggiamento. Inoltre, anche la

comunicazione fatto con le parole può assumere un significato contrario al suo

significato letterale. Inoltre, anche la comunicazione fatta con le parole può

assumere un significato contrario al suo significato letterale, poiché il tono della

89

voce, unito alle comunicazioni non verbali può comportare un messaggio di

significato opposto a quello palese. Pertanto, sia l’agire che non l’agire, sia l’attività

che l’inattività, parole o silenzi, hanno tutti valore di messaggio. Data la difficoltà o

l’impossibilità di inviare messaggi comportamentali privi di significato, l’unico

modo di segnalare la negazione di un comportamento o la non volontà di agirlo è

quella di mostrare e proporre l’azione che si vuol negare e poi di non portarla a

termine: da ciò la possibilità di leggere certi comportamenti violenti come disperato

e fallito tentativo di mostrare le proprie intenzioni non violente.

La psicologia della testimonianza – l’esistenza di messaggi non verbali, la

possibile contraddittorietà tra parole, sentimenti e atteggiamenti, le summenzionate

“patologie della comunicazione” sono tutti elementi che ridimensionano o in certi

casi minano la certezza della prova testimoniale. Le indagini e gli esperimenti

psicologici mostrano che la deposizione di un teste che crede di essere sincero non

necessariamente corrisponde alla verità poiché molti fattori possono talora

interferire sul suo ricordo e fargli riferire circostanze che egli reputa vere, mentre

non lo sono. Ciò non significa che la testimonianza debba sempre essere posta in

dubbio: starà al giudice valutare la credibilità di un teste, ben sapendo che questi

può dire il falso senza rendersene conto.

59 - Il comportamentismo

I comportamentismo (o psicologia dello stimolo-risposta) è una scuola psicologica

che si differenzia da tutte quelle fino ad ora considerate perché fornisce una teoria

della personalità maggiormente legata alle metodologie empiriche delle scienze

naturali. Pertanto, ad esso non possono essere avanzate quelle riserva di non

scientificità che sono state rivolte alla psicoanalisi dato che i suoi principi sono

essenzialmente il frutto della sperimentazione e della osservazione empirica.

Il behaviorismo si limita ad osservare come l’uomo reagisce agli stimoli provenienti

dall’ambiente, partendo dal principio che non può impiegarsi la introspezione per

comprendere la condotta umana perché tutto ciò che avviene nell’intimo della

persona non può essere conosciuto ed è al più solo intuibile o ipotizzabile: quanto

può conoscersi con obiettiva certezza dell’uomo è solo il suo comportamento che è

visibile e verificabile anche sperimentalmente. Da questa premessa, subito emerge

la profonda differenza con le altre teorie della personalità che, secondo diversi

modelli, mirano a spiegare e a comprendere le ragioni e i meccanismi psicologici

che sottendono al comportamento umano: per il behaviorismo la psicologia si deve

limitare allo studio del comportamento.

Questa teoria nasce negli Stati Uniti dal caposcuola J.B. Watson (1914). Secondo

Watson, della struttura della persona può essere conosciuto solo il sistema delle

risposte ai molteplici stimoli e sollecitazioni che l’ambiente pone a ciascuna

persona. Può solo studiarsi, in altri termini, come l’individuo reagisce al suo

ambiente, prescindendo da ogni analisi di ciò che avviene dentro di lui.

Da questi presupposti la psicologia comportamentista è giunta d un altro suo

fondamentale contenuto: la condotta umana può essere indirizzata a seconda di

90

come l’ambiente, con i suoi diversi stimoli, contrasta o ricompensa o rafforza il

comportamento. L’uomo, cioè, non è libero nella sua condotta ma ne è guidato dalle

condizioni ambientali secondo il meccanismo dello stimolo risposta: pertanto,

modificando l’ambiente può indirizzarsi il comportamento nel senso voluto.

Sarebbe inutile pertanto invocare tendenze innate, eredità o variabili psicologiche e

biologiche individuali: esiste invece un’elevata regolarità nelle risposte per cui, in

circostanze analoghe, la maggior parte degli individui reagisce agli stimoli esterni in

ugual modo. Le risposte mutano in modo statisticamente significativo non tanto per

le variabili dei singoli individui quanto col mutare delle condizioni esterne in

funzione degli stimoli cui gli individui stessi sono sottoposti.

La psicologia comportamentistica, e soprattutto quella di Skinner (1953) ha

profondamente influenzato anche il pensiero sociologico, fornendo un sistema

interpretativo della personalità umana rigidamente deterministico, secondo il quale

date certe condizioni, verrebbero lasciati strettissimi margini di libertà alla scelta

comportamentale dei singoli.

Secondo Skinner la psicologia deve studiare quali sono i rinforzi che tendono a

indirizzare il comportamento e come applicarli più efficacemente. Vi possono

essere rinforzi positivi (gratificazioni) ovvero rinforzi negativi (frustrazioni) che

sono rappresentati da tutti quegli eventi capaci statisticamente di influenzare la

comparsa delle risposte volute. Una corretta utilizzazione dei rinforzi avrà come

risultato di far sì che le persone indirizzino stabilmente la loro condotta in un certo

senso: da qui la visione utopica di una società ideale ove con una preordinata

applicazione di stimoli e di rinforzi adeguati, potranno essere eliminate tutte le

anomalie comportamentali.

La visone behavioristica è dunque quella dell’uomo determinato e condizionato

dalla situazioni ambientali e dalle modificazioni e dalle manipolazioni degli stimoli,

dunque privo di sostanziali alternative e le cui scelte, apparentemente libere, sono

invece semplici deviazioni nell’ambito di un indirizzo prefissato dalla struttura

sociale o dalla cultura del suo momento.

Dal punto di vista criminologico il comportamentismo è stato utilizzato per

identificare quali siano gli stimoli e i rinforzi che, provenendo dall’ambiente,

portano alla condotta criminosa.

I principi della psicologia behavioristica sono stati anche utilizzati in una specifica

prospettiva criminologia nella teoria della frustrazione-aggressione di Dollard

(1939) secondo cui l’emergere di un comportamento aggressivo presupporrebbe

sempre l’esistenza di una frustrazione (lo stimolo) ed esso porterebbe sempre a

qualche forma di aggressione (la risposta). Quanto più perciò una società pone mete

complesse tanto più facilmente diverrà arduo il conseguirle e si realizzeranno molte

più occasioni di vivere situazioni frustranti. L’aumento di aggressività, e più in

generale di criminalità, nella società moderna sarebbe pertanto la conseguenza di

sempre maggiori occasioni frustranti per l’eccesso di stimoli a conseguire mete

sempre più alte. E’ chiaro a questo punto il richiamo alla teoria dell’anomia di

Merton. 91

L’impedimento temporaneo o definitivo al raggiungimento di un intento può essere

perciò una delle cause della condotta criminosa. Pertanto, anche la delinquenza è

intesa come reazione comportamentale alla frustrazione.

Va sottolineato che il meccanismo dello stimolo risposta ha un valore solo

statistico nel senso che somministrato un certo stimolo la risposta voluta è

prevedibilmente ottenibile solo in una percentuale significativa di soggetti ma non

in tutti coloro che hanno ricevuto quello stimolo. Vi è sempre una quota di persone

che si comporteranno in modo diverso. Gli uomini, infatti, non sono tutti uguali e

ciascuno conserva pur sempre un suo spazio di libertà di scelta e questo spazio

rimane comunque quali che siano i rinforzi che vengono effettuati.

Le critiche che possiamo rivolgere alla teoria della frustrazione/aggressione sono:

non tutte le condotte delittuose possono intendersi come atti

o aggressivi anche in senso lato;

non tutte le condotte aggressive hanno la loro origine nelle

o frustrazioni e non tutte le frustrazioni provocano aggressività – il

diverso livello di tolleranza alla frustrazione gioca infatti un ruolo

molto importante nel provocare tipi diversi di riposte così come lo

giocano la qualità, l’intensità e la frequenza delle frustrazioni.

La frustrazione può dar luogo all’aggressione ma, a seconda delle

o circostanze e delle persone, può causare anche la fuga o la

rinunzia.

La frustrazione è una componente ineliminabile della vita umana e

o l’idea che si possa vivere senza è illusoria: non solo essa può

essere stimolante ma evitare qualsiasi occasione di frustrazione

(come nel caso di una educazione troppo permissiva) impedisce la

strutturazione di personalità forti e mature.

60. La psicologia cognitiva

La psicologia cognitiva concepisce la mente come un elaboratore elettronico

attivo che di continuo verifica la congruenza fra i propri progetti di

comportamento e le condizioni oggettive esistenti nella realtà, filtrando le

informazioni ma anche auto-correggendosi.

La prima formulazione teorica è di Neisser (1967), partito dalla cibernetica e

dagli studi di informatica sui programmi per calcolatori.

Il cognitivismo nasce in opposizione al comportamentismo: mentre per

questa scuola l’apprendimento e la condotta umana sono interpretata sulla

base del legame associativo stimolo risposta, per i cognitivisti la mente

dell’uomo non è un passivo ricettore di stimoli che gli provengono

dall’ambiente ma funziona in modo attivo e selettivo nei loro confronti,

recependoli ed elaborandoli secondo un suo preciso progetto

comportamentale. La mente è intesa come una “scatola nera” e con la sua

elaborazione attiva verifica in continuazione la congruenza fra il proprio

92

progetto comportamentale e le condizioni oggettive esistenti, compie

ininterrottamente scelte tra gli elementi in entrata operando una serie di

elaborazioni e decisioni in uscita che sono il risultato delle verifiche e delle

elaborazioni mentali compiute. Le conoscenze derivano all’individuo d

ipotesi, categorie, schemi, strutturazioni, dati dell’ambiente, regole di

comportamento che sono indipendenti dagli stimoli attuali ma che sono stati

acquisiti anche nel passato e costruiti dall’attività mentale nel corso della

maturazione della personalità: gli schemi di elaborazione delle informazioni

sono cioè indipendenti rispetto alle situazioni nelle quali si sono

progressivamente formati.

I presupposti del cognitivismo confortano pertanto una visione della condotta

delittuosa come frutto di un progetto comportamentale: il delinquente non è

dunque da intendersi come un individuo governato dalle pulsioni e dalle

psicodinamiche del profondo o dai suo complessi e problematiche

psicologiche consapevoli o inconsapevoli che siano. La mente umana è intesa

come un sistema organizzato di strutture e di processi che, oltre ad elaborare

i dati provenienti dall’ambiente è programmata per risolvere i problemi che

via via si presentano nel corso della vita, facendo uso degli strumenti psichici

di cui è dotata. La percezione dell’uomo (e, di conseguenza, anche quella del

criminale) riacquista quindi autonomia, libertà e conseguentemente

responsabilità morale. 93

CAPITOLO 4

BIOLOGIA E CRIMINALITA’

61 – L’approccio naturalistico

Come approccio naturalistico, si considera un campo di indagine che pur senza

ritenere le condotte criminose come unicamente riconducibili a cause organiche,

riserva particolare attenzione a certi fattori quali gli istinti, l’ereditarietà e le

predisposizioni all’aggressività, che rientrano nell’abito dell’indagine delle scienze

biologiche e mediche.

Questo filone della criminologia è visto frequentemente in antitesi a quello

sociologico e psicologico ma va ricordato che è da evitarsi la visione dicotomica

corpo-mente e che lo studio della condotta criminosa deve condursi nella

prospettiva più ampia possibile, mirando a integrare le conoscenze da qualsiasi

settore dello scibile esse provengano.

L’approccio naturalistico può essere dunque limitativo solo se inteso come unica

fonte di conoscenza con la pretesa di considerare l’uomo come struttura

esclusivamente biologica avulsa dal suo ambiente sociale.

Lo studio del crimine secondo l’approccio naturalistico, può essere affrontato

secondo diverse prospettive, quindi, possiamo distinguere:

teorie della predisposizione – per “predisposizione” si intende

a. l’aumentata suscettibilità di un individuo ad ammalarsi. Il trasferire

questo termine alla criminologia può comportare il rischio di

considerare la delinquenza come una sorta di malattia mentre, invece,

bisogna ben guardarsi dal cadere nell’errore di associare malattia e

criminalità. Possono inoltre ricondursi alla predisposizione biologica

solamente alcune caratteristiche psichiche o certe strutture di

personalità che possono facilitare talune condotte delittuose ma senza

che esista alcun diretto rapporto fra tali aspetti psichici e la

criminalità. Gli approcci relativi alle predisposizioni biologiche

consentono semplicemente di evidenziare taluni elementi facilitanti le

scelte delinquenziali: questa agevolazione è connessa alla esistenza di

alcune condizioni psichiche “a rischio” biologicamente determinate

nel senso che esse sono collocate nel novero dei fattori di

vulnerabilità individuale.

Teorie degli istinti – secondo le quali il comportamento

b. delinquenziale (certi tipi di delinquenza particolarmente violenta)

deriverebbero dal prevalere di pulsioni istintuali aggressive o

predatorie. Queste teorie, cadute in discredito, sono state riportate

all’attenzione grazie alle più recenti scoperte delle neuroscienze che

hanno fornito nuove angolature per indagare e comprendere le

relazioni fra struttura biologica, psiche e comportamento.

Sociobiologia – è un filone recentemente riproposto che mira a

c. identificare anche nel comportamento sociale un’origine ereditaria

94

anziché vedere le strutture sociali come solo dovute all’evolvere della

cultura.

62 – teorie della predisposizione: eredità e delitto

L’ipotesi di una correlazione fra eredità e delitto, nel senso che esisterebbero taluni

individui dotati, per ragioni genetiche, di una sorta di predisposizione innata al

delitto è da considerarsi improponibile in quanto si tratta di due entità tra di loro non

confrontabili. La criminalità, infatti, è un comportamento definito tale per

convenzione sociale e perciò variabile a seconda del mutare della cultura e delle

norme; i fattori ereditari sono invece una non modificabile realtà biologica, essendo

legati al patrimonio genetico di ciascun individuo che è indipendente dai fatti

culturali e sociali.

Per quanto attiene all’uomo, il nostro patrimonio genetico, insito nel DNA, è

immutato da circa 1000.0000 anni proprio a ragione dei lunghissimi tempi necessari

alla evoluzione e alla selezione naturale. Nella molte migliaia di anni intercorsi

dalla comparsa dei nostri diretti progenitori si sono peraltro succedute innumerevoli

culture e organizzazioni sociali: per l’essere umano il progresso dalle forma più

arcaiche a quelle attuali si è dunque verificato per una evoluzione culturale più

rapida e diversificata, rispetto ai tempi e ai modi dell’evoluzione biologica, che in

tutti questi millenni è rimasta immutata. Non è pertanto possibile che esista una

qualsiasi correlazione fra struttura biologica (ereditaria e da un centinaio di millenni

non modificata) e la criminalità ( che è connessa al più rapido evolversi della

cultura).

Esistono invece sicure correlazioni fra la struttura biologica degli individui e certi

aspetti della loro mente che possono favorire la criminalità: hanno sicuramente

matrice genetica l’aggressività, certe componenti dell’intelligenza, lo spirito

d’iniziativa, l’inventiva, la reattività. Esistono dunque fra struttura biologica (cioè

fattori psichici ereditariamente acquisiti) e criminalità delle correlazioni indirette.

E’ inoltre molto importante riuscire a separare i fattori genetici da quelli ambientali:

ciò è possibile adottando quello che i genetisti denominano “metodo gemellare”

esaminando coppie di gemelli monozigoti (che hanno lo stesso patrimonio genetico)

ciascuno dei quali sia stato allevato in un contesto familiare sociale e culturale

diverso. Si tratta di gemelli che fin dalla nascita sono stati divisi in quanto affidati a

genitori adottivi di diversa estrazione e di differente condizione sociale. Proprio

questi studi hanno consentito di accertare che alcuni aspetti psichici e

comportamentali erano identici nei due gemelli nonostante le diverse condizioni

d’ambiente nelle quali erano cresciuti. Ciò significa che questi tratti parrebbero

avere una matrice genetica perché si manifestano in entrambi i gemelli nonostante

le differenze d’ambiente.

Altre indagini con la medesima finalità di scoprire una predisposizione innata verso

la criminalità sono state condotte mediante lo studio delle famiglie dei criminali.

Da questi studi è emerso: 95


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AUTORE

Sara F

PUBBLICATO

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DETTAGLI
Esame: Criminologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Bettini Romano.

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