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ha statuito che la pronuncia di illegittimità in tali casi – eccezionalmente – non incide sugli atti

processuali pregressi (sent. n. 50/1989; che richiama la sent. n. 266/1988). Più in generale esiste il

problema degli effetti di talune Le «sentenze di spesa».sentenze sulla finanza pubblica (in

particolare di quelle che, in base al principio di eguaglianza, estendono benefici economici a

soggetti che ne risultavano esclusi, producendo un aumento della spesa pubblica prevista dal

bilancio di Stato). Ma la Corte risponde che essa è tenuta a cancellare dall’ordinamento norme

incostituzionali e che «l’aumento della spesa pubblica non può mai essere considerato come

conseguenza necessaria e diretta delle pronunce della Corte, in quanto ben può l’autorità politica

disciplinare di nuovo l’intera materia ridistribuendo secundum costitutionem, in osservanza del

fondamentale principio di eguaglianza, le medesime somme già preventivate. Se in tal senso non si

vuole operare, vale a dire se non si intende far luogo ad una redistribuzione costituzionalmente

corretta dei mezzi precedentemente stabiliti, risulta evidente come i maggiori oneri di spesa non

possano essere imputati alla giurisprudenza della Corte, ma ad una discrezionale scelta del potere

politico» (Saja) (v. sul punto § 313).

Illegittimità conseguenziale di norme diverse da quelle impugnate.In occasione delle sue

sentenze di accoglimento, la Corte costituzionale, infine, per effetto dell’art. 27 della legge n.

87/1953, ha il potere-dovere di dichiarare quali sono eventuali altre disposizioni legislative la cui

illegittimità deriva come conseguenza della decisione adottata, e di annullarle. La Corte ha fatto un

uso moderato di questa norma, la quale in realtà costituisce una deroga alla regola della

corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato (regola che non tollera altre eccezioni: il giudizio

della Corte è strettamente limitato nell’ambito dei motivi sollevati nella ordinanza di rimessione).

197. – Tipologia delle sentenze della C. costituzionale:All’interno dei due tipi di sentenze di cui

abbiamo parlato (di accoglimento o di rigetto), la Corte nel corso del tempo ha elaborato vari tipi di

pronunce, adattandole alle esigenze interpretative ed ai rapporti con gli organi interessati, suoi

diretti interlocutori. Questa articolata tipologia si fonda sulla distinzione tra «disposizione», o

formula legislativa, e «norma», o precetto o comando normativo che dalla disposizione è possibile

ricavare, in via di interpretazione:

a) lea) interpretative di rigetto; sentenze interpretative di rigetto: sono state la prima

espressione di intervento della Corte sulle norme desumibili dalla disposizione impugnata, in

quanto respingono l’eccezione di incostituzionalità sulla base di una determinata interpretazione

della legge o dell’atto avente forza di legge oggetto del giudizio. La Corte in tal modo presceglie,

fra le varie interpretazioni quella (la norma) che sembra più esatta, e più coerente con la

Costituzione e la fa salva. La Corte, mediante un’interpretazione cosiddetta «adeguatrice», mantiene

in vita la disposizione nel suo significato compatibile con norme costituzionali. Peraltro,

l’interpretazione adeguatrice non sempre viene accolta dai giudici comuni, che ad essa non sono

vincolati. Il vincolo è soltanto per il giudice a quo che, in linea di principio, non può interpretare la

norma nel senso rifiutato dalla Corte;

b) le b) interpretative di accoglimento;sentenze interpretative di accoglimento sono state in un

primo tempo adottate proprio perché le interpretazioni accolte dalla Corte nelle sentenze

interpretative di rigetto non vincolavano i giudici comuni (che spesso non si adeguavano ai

«suggerimenti» della Corte). Per evitare il perpetuarsi di interpretazioni incostituzionali la Corte

adotta sentenze nelle quali dichiara l’illegittimità costituzionale dell’interpretazione seguita dai

giudici comuni producendo così, nei confronti della «norma» applicata dai giudici, gli effetti della

sentenza di accoglimento, ed imponendo la diversa interpretazione – conforme a costituzione – che

può essere data alla disposizione legislativa;

c) c) sentenze «manipolatrici»...le sentenze manipolatrici costituiscono l’evoluzione delle

sentenze interpretative di accoglimento. Si tratta di un ampio gruppo di sentenze attraverso cui la

Corte, in qualche modo, interviene sulla disposizione o sulla norma impugnata arricchendola o

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trasformandola. Ciò che caratterizza questo tipo di sentenze è il fatto che la perdita di efficacia della

norma ordinaria, che consegue alla dichiarazione di illegittimità, comporta per il giudice un obbligo

di disapplicazione che si risolve a sua volta in obblighi di fare: la Corte, infatti, nella stessa sentenza

indica al giudice quale sia la norma che deve essere applicata per mantenere coerenza con la

Costituzione;

sentenze «additive» e «sostitutive»;c’) attraverso le sentenze manipolatrici additive la Corte

dichiara l’illegittimità costituzionale di una disposizione «nella parte in cui non prevede» una certa

norma introducendo così di fatto la norma mancante. Un esempio tipico è dato dalla sent. n.

190/1970, la quale dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 304 bis, primo comma, del cessato

codice di procedura penale, limitatamente alla parte in cui escludeva il diritto del difensore di

assistere all’interrogatorio dell’imputato. In realtà tale norma non esisteva in questi termini nell’art.

304 bis, ma si poteva solo dedurre indirettamente dai principi contenuti in Costituzione;

c’’) con le sentenze manipolatrici sostitutive la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di

una disposizione nella parte in cui prevede una certa norma «anziché» un’altra ritenuta conforme a

Costituzione, sostituendo così la norma caducata con la norma ritenuta costituzionale: per esempio,

la Corte ha annullato l’autorizzazione ministeriale a procedere per i reati contro la Corte stessa,

sostituendola con la propria autorizzazione (la disposizione era illegittima in quanto attribuiva al

guardasigilli anziché alla Corte quel potere) (n. 15/1969). Queste tecniche di decisione sono state

oggetto di forti critiche, perché, così facendo, la Corte crea norme nuove, mentre tale potere risulta

assegnato in via esclusiva agli organi della legislazione. In realtà tali sentenze non «creano» diritto

nuovo, ma si limitano a far emergere, attraverso la via dell’interpretazione, norme già presenti in

disposizioni o in principi espressi a livello costituzionale: la sentenza additiva è quindi ammessa

solo ove la soluzione sia «a rime obbligate» (Crisafulli);

c’’’)sentenze «additive di principio». nelle sentenze manipolatrici «additive di principio», la

Corte – pur dichiarando l’illegittimità della legge impugnata «per la parte in cui non prevede ...»

quanto risulta imposto dalle norme costituzionali – non indica espressamente quale sia la norma da

applicare (perché si tratta di scegliere tra più soluzioni concretamente ipotizzabili), ma lascia che

siano il legislatore o i giudici a fare applicazione del «principio» che deriva dalla dichiarazione di

illegittimità. Non sono molte le ipotesi di «additive di principio». La Corte dichiara inammissibili le

questioni di legittimità costituzionale, che potrebbero essere accolte con additive di principio, ma

che implicherebbero una scelta tra troppe e diverse discipline alternative (scelta che non si può

ammettere venga effettuata dalla Corte o dai giudici, anziché dal legislatore).

Il grado di politicità delle sentenze della C. cost.In realtà, non va dimenticato che le sentenze

della Corte costituzionale sono altamente politicizzate, perché politico è il vertice del diritto

costituito dal diritto costituzionale. Secondo uno dei primi presidenti della Corte Giuseppe Branca,

molte decisioni della Corte costituzionale «sono necessariamente politiche; lo sono quando per

decidere, più che applicare norme costituzionali, si devono enucleare, determinare e definire

principi (come quelli di libertà, di sicurezza pubblica, di pubblico interesse, di difesa in giudizio)

che, essendo al vertice dell’ordinamento, sono principi politici, ed essendo indicati genericamente

nella Costituzione, si valutano da ciascuno (non giudice o giudice) secondo le proprie convinzioni

politiche».

Compito principale e irrinunciabile della giustizia costituzionale è quello della difesa dei diritti

fondamentali «di stampo classico»; assai cauti dovrebbero essere invece gli interventi nei settori

oggetto di riforme sociali ed economiche, nei quali «la determinazione dei diritti dei singoli deve,

per Costituzione, risultare da una loro ponderazione operata dalla legge con gli interessi pubblici»

(G. Zagrebelsky). Il grado più alto di politicità (e quindi di discrezionalità) si riscontra nelle

sentenze emesse nell’ambito del sindacato sulla «ragionevolezza» delle leggi: ma c’è chi crede

fondatamente che la Corte possa restare «l’isola dell’opinione più ragionevole nel caos o nella

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pluralità delle opinioni, quella più ragionevole perché si ricollega ad un deposito storico di valori

che hanno sede nel profondo della coscienza collettiva e sono in gran parte riflessi nel documento

costituzionale» (L. Elia).

198. – Effetti delle sentenze di accoglimento.Nell’ipotesi delle sentenze di accoglimento, il

giudizio a quo viene naturalmente deciso sul presupposto dell’inesistenza della norma dichiarata

costituzionalmente illegittima. Si sarà in tal modo formata una lacuna nell’ordinamento: tale lacuna

sarà colmata per effetto dell’intervento del legislatore o della interpretazione giudiziale, ma non mai

(almeno secondo alcuni) sul presupposto della reviviscenza di una eventuale norma preesistente a

quella incostituzionale e da questa abrogata, perché l’effetto abrogante della seconda norma rimane

in piedi in quanto esso rappresenta l’espressione di una cessata conformità della norma più antica

all’evoluzione dell’ordinamento giuridico.

Nel campo del processo penale, l’art. 30 della legge n. 87 del 1953 dice che «quando, in

applicazione della norma dichiarata incostituzionale, è stata pronunciata sentenza irrevocabile di

condanna, ne cessano la esecuzione e tutti gli effetti penali»: il dettato non merita ulteriore

illustrazione. Ci si può peraltro domandare se il condannato per effetto di una norma poi annullata

per incostituzionalità abbia diritto o no ad essere ristorato del danno subito, e da chi.

Pubblicità e pubblicazione.La pubblicità che viene data alle sentenze della Corte costituzionale

è identica a quella che viene data alle leggi: le sentenze vengono infatti pubblicate nella Raccolta

delle leggi e dei decreti e nella Gazzetta ufficiale, ed eventualmente, occorrendo, nei bollettini delle

Regioni interessate. Oltre a tale pubblicità, vi è quella comune a tutte le sentenze (pubblicazione)

che si attiva mediante il deposito in cancelleria.

Non impugnabilità.Le decisioni della Corte costituzionale non sono impugnabili né revocabili. È

solo prevista la correzione di eventuali errori materiali.

199. – Norme assoggettabili al giudizio.Oggetto del giudizio di costituzionalità sono le leggi e

gli atti aventi forza di legge dello Stato e delle Regioni (inoltre, come abbiamo già visto, le leggi

delle Province di Trento e Bolzano che possiedono potestà legislativa anch’esse), nonché gli statuti

delle regioni di diritto comune: è quindi sicuro che il sindacato della Corte non può mai aver luogo

sulle norme secondarie, (almeno sotto il profilo della legittimità costituzionale; altro discorso è da

farsi per i giudizi sui conflitti).

Anche le cosiddette «leggi-provvedimento», cioè le leggi singolari che hanno il contenuto di atti

amministrativi, come ad es. le leggi delegate di espropriazione intervenute nel corso della riforma

fondiaria, sono sicuramente sindacabili dalla Corte costituzionale.

Fra gli atti aventi natura equiparabili alla primaria sono da comprendere i regolamenti

parlamentari, che peraltro la Corte ha ritenuto di non poter sindacare (C. cost. n. 154/1985 e n.

379/1996), e così i decreti presidenziali di approvazione delle norme di attuazione degli statuti

regionali delle regioni speciali (sulla sindacabilità da parte della Corte dei regolamenti della

Comunità europea rinviamo a quanto detto alla fine del § 78).

In tal modo, qualunque legge o atto avente forza di legge può essere sottoposto al giudizio della

Corte costituzionale, sia che si tratti di leggi anteriori che posteriori all’entrata in vigore della

Costituzione: le prime possono anch’esse, infatti, diventare costituzionalmente illegittime per

illegittimità costituzionale sopravvenuta all’atto dell’entrata in vigore della Costituzione (è la tesi

accolta dalla celebre prima sentenza della Corte costituzionale, n. 1/1956).

Anche le leggi costituzionali sono sottoponibili al sindacato della Corte costituzionale, sia sotto

l’aspetto procedimentale (rispetto del procedimento di revisione costituzionale, di cui all’art. 138

C.) che sotto quello sostanziale dell’osservanza dei limiti al potere di revisione, dei quali abbiamo

sopra parlato (sent. n. 1146/1988). La Corte ha indicato norme costituzionali «immodificabili»: essa

parla di «principi supremi dell’ordinamento costituzionale dello Stato», di «principi fondamentali

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del nostro ordinamento costituzionale» e di «diritti inalienabili della persona umana» (v. sopra §

168).

I decreti-legge (sui quali v. oltre § 209) hanno breve vita, ma purtuttavia possono essere

impugnati davanti alla Corte costituzionale sia sotto un profilo formale, sia sotto un profilo

sostanziale (v. infatti la sentt. nn. 302/1988 e 360/1996) e sia anche sotto un particolare profilo di

eccesso di potere per la mancanza del requisito della necessità e urgenza di cui parla l’art. 77 C.,

dato che tale articolo non sembra riservare esclusivamente al Parlamento il controllo sulla presenza

della necessità ed urgenza, a differenza di quanto disponeva l’art. 3, n. 2 della legge 31 gennaio

1926, n. 100 (sentt. nn. 29/1995 e 116/1995; v. anche la sent. n. 171 del 2007).

Le leggi di delegazione e quelle delegate (sulle quali v. oltre § 208) sono sottoponibili al

controllo della Corte costituzionale, sia per motivi di invalidità della legge di delegazione – la quale

potrebbe ad esempio essere stata emanata in violazione dell’art. 72, IV co. C., perché approvata in

Commissione anziché in aula – che per motivi di violazione dei limiti posti alla legge delegata da

parte della legge di delegazione: infatti la violazione di tali limiti non è solo violazione della legge

di delegazione, ma anche dell’art. 76 C., che impone il rispetto di tali limiti.

Le leggi regionali (art. 117, III e IV co., C) e le leggi che approvano gli statuti delle regioni di

diritto comune (art. 123 C.) sono sottoponibili al controllo della Corte: le prime in via successiva

alla loro entrata in vigore, per ogni vizio di legittimità costituzionale; le seconde – in via preventiva

all’entrata in vigore dello Statuto – per controllarne l’«armonia» con la Costituzione (il rispetto cioè

non solo dei precetti ma anche di tutti i principi che definiscono lo spirito della Costituzione – v.

sopra § 192 ed, infra, § 284).

La dichiarazione di stato di guerra e il conferimento dei poteri relativi ex art. 78 C., se non la si

voglia vedere come atto bicamerale non legislativo, e se quindi si sostanzia, almeno in parte, in un

atto legislativo, è certamente sottoponibile al sindacato della Corte costituzionale; e così i «bandi

militari» (v. § 248).

I regolamenti governativi (v. § 211) non sono sottoponibili al sindacato della Corte

costituzionale, e la Corte lo ha costantemente escluso: essi, infatti, non sono atti aventi forza di

legge, almeno secondo la dottrina prevalente.

Questa stessa autorevole dottrina vorrebbe assoggettati al controllo della Corte anche i fatti

normativi e le norme da questi immesse nell’ordinamento. Sembra preferibile la tesi negativa, dato

il chiaro disposto delle fonti, che parlano di «disposizioni» viziate da illegittimità costituzionale.

Neppure le norme straniere possono essere valutate dalla Corte nella loro legittimità costituzionale,

in quanto sono semplici «fatti» che vengono sottoposti al giudice comune e la cui prova deve essere

data dalle parti (talché non sono neppure sindacabili in cassazione sotto il profilo di un controllo di

diritto).

Sindacabili sembrano invece gli «ordini di esecuzione» di trattati internazionali, anche se i

problemi che ne nascono sono numerosi. La deliberazione abrogativa di una legge quale risulta dal

referendum, essendo un atto-fonte provvisto della forza di legge, dovrebbe ritenersi sottoposta al

sindacato della Corte, ma la migliore dottrina è contraria: si potevano eventualmente sollevare

questioni di legittimità costituzionale sulla disciplina legislativa c.d. «di risulta», quale si potrà

leggere dopo l’abrogazione parziale o totale che consegue al referendum.

200. – I vizi di forma delle leggi: rinvio.Naturalmente, la legge può essere viziata sia nella

sostanza che nella forma.

I vizi di forma si verificano quando siano state violate le norme sul procedimento di formazione

della legge o dell’atto avente forza di legge.

I viziI vizi di sostanza: rinvio. sostanziali dai quali può essere affetta una legge sono quelli

tradizionali dell’atto pubblico, di cui si parlerà sotto (v. § 263): incompetenza, violazione della

Costituzione ed eccesso di potere nella duplice forma dello straripamento di competenza e dello

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sviamento di potere. Quest’ultima figura ha dato e dà tuttora luogo a molte perplessità, ma sembra

ammissibile ormai un sindacato basato su di essa, come sindacato sulla ragionevolezza delle leggi.

Conviene qui ricordare che la violazione della Costituzione può anche avvenire, per così dire, in

seconda istanza, qualora a integrare il parametro del giudizio concorrano norme poste da fonti

diverse da leggi costituzionali, quali specifiche condizioni di validità di determinate norme di legge.

Così, l’eccesso di delega viola la Norme «interposte».norma interposta, che è la legge di

delegazione, ma anche l’art. 76 C. (Corte cost., sent. n. 123/2009); le leggi regionali, nelle materie

di legislazione concorrente, che violano i principi delle leggi statali o delle leggi cornice, violano

anche l’art. 117 C., comma 3; le leggi contrastanti con le norme del diritto internazionale

generalmente riconosciute violano, insieme con queste norme, l’art. 10 C., che le immette

automaticamente nel nostro ordinamento; devono essere considerate norme interposte anche le

norme internazionali pattizie, in quanto sia le norme statali che regionali devono rispettare il limite

degli obblighi internazionali previsto dall’art. 117, I co., C.; così, infine, norme confliggenti con i

Patti lateranensi violano non solo i Patti ma anche l’art. 7 C.

201. – B) I giudizi sui conflitti di attribuzione.La Corte costituzionale giudica anche sui conflitti

di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni e tra le Regioni (artt. 37-

42, legge n. 87 del 1953; artt. 26-28 delle norme integrative).

In questi giudizi, la cui disciplina è lacunosa e tutt’altro che perspicua, la Corte garantisce

l’osservanza delle norme costituzionali di organizzazione, risolvendo i contrasti che insorgano nella

definizione delle rispettive competenze tra soggetti od organi cui la Costituzione riconosce una

propria autonoma sfera di attribuzioni. Mentre il giudizio sulla legittimità costituzionale delle leggi

tende ad affermare il principio di supremazia della Costituzione con particolare riferimento alla

garanzia dei diritti di libertà dei cittadini; il giudizio sui conflitti di attribuzione, invece, si ricollega

più da vicino al mito della giurisdizionalizzazione dei conflitti politici, che per alcuni costituenti era

la matrice profonda dello stesso controllo di costituzionalità delle leggi (proprio per questo affidato

ad un giudice ad hoc, difensore dei valori, per loro natura politici, espressi dalle norme

costituzionali).

Con il giudizio sui conflitti la Corte diventa, infatti, tutore (ed arbitro) non soltanto del

tradizionale principio della separazione dei poteri, ma dello stesso pluralismo istituzionale

affermato come valore fondamentale del nuovo assetto costituzionale. La matrice di questo tipo di

giudizio è quindi da ricercare nella tradizione tedesca dei «conflitti costituzionali» (cioè delle

controversie che insorgevano tra soggetti od organi costituzionali sulla interpretazione di norme di

livello costituzionale). Si tratta in altri termini di un giudizio di natura e portata diversa rispetto a

quella dei «conflitti di attribuzione» già disciplinati dalla legge del 1877, n. 3761 ed ora dal codice

di procedura civile del 1942 (artt. 41, 362 e 368) in relazione alle questioni di giurisdizione (che

comprendono sia i conflitti tra autorità giudiziaria ordinaria e giudici speciali, sia i conflitti sollevati

dalla pubblica amministrazione per sostenere la non sottoponibilità a giurisdizione di determinati

suoi atti): l’art. 37, II comma, legge n. 87 del 1953 chiarisce infatti che «restano ferme le norme

vigenti per le questioni di giurisdizione».

Caratteri comuni ai conflitti intersoggettivi e ai conflitti interorganici.Alcuni caratteri di questo

giudizio si possono ritenere comuni sia ai conflitti tra i poteri (detti anche conflitti interorganici,

perché, di regola, si verificano tra organi dello Stato) sia ai conflitti tra Stato e Regioni e tra Regioni

(detti anche conflitti intersoggettivi, perché si verificano tra lo Stato persona e gli enti ad autonomia

costituzionalmente garantita, dotati anch’essi di personalità giuridica): a) il conflitto, in primo

luogo, può nascere solo con riferimento alla titolarità o all’esercizio di competenze definite da

norme di livello costituzionale; b) il conflitto si verifica non soltanto nelle ipotesi di invasione di

competenza, quando viene cioè rivendicata la titolarità di un potere altrui (si parla in questi casi di

vindicatio potestatis), ma anche in quelle originate da una semplice lesione di competenza, quando

l’esercizio illegittimo (il «cattivo uso») di un potere proprio ostacoli o comunque porti una

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menomazione all’esercizio delle attribuzioni costituzionalmente riservate ad altro soggetto o ad

altro organo (si parla di conflitti da interferenza); c) la Corte può essere chiamata a risolvere il

conflitto solo su ricorso proposto dai soggetti o dagli organi la cui sfera di attribuzione

costituzionale sia stata invasa o lesa: possono quindi essere parti nel giudizio davanti alla Corte solo

i soggetti legittimati a sollevare il conflitto e possono intervenire solo i terzi le cui posizioni

soggettive siano direttamente interessate dagli effetti della decisione della Corte; la Corte non può

procedere d’ufficio e deve prendere atto delle eventuali rinunce al ricorso; d) la giurisprudenza della

Corte tende ad individuare, quale requisito di ammissibilità dei ricorsi per conflitto di attribuzione,

la sussistenza di un interesse al ricorso del soggetto o dell’organo ricorrente. Ma la valutazione

dell’interesse al ricorso (e cioè dell’utilità della decisione del conflitto per l’ente o l’organo

ricorrente) equivale a giudicare se sussista o meno una situazione di conflitto, e finisce quindi per

coincidere con una prima (e talora esauriente) delibazione del merito della controversia; e) le

controversie possono essere originate da atti di qualsiasi natura (anche da comportamenti omissivi)

e possono dar luogo a decisioni di annullamento degli atti origine del conflitto. Si pongono così, sia

per i conflitti interorganici che per i conflitti intersoggettivi delicati problemi di interferenza con le

sentenze e le pronunce degli organi giurisdizionali comuni (sia giudici ordinari che giudici

amministrativi o speciali, dotati anch’essi di poteri di disapplicazione e di annullamento degli atti

che hanno originato i conflitti).

I conflitti tra i poteri dello Stato.I conflitti tra i poteri dello Stato sono, secondo l’art. 37 della

legge n. 87 del 1953, solo quelli che insorgono «fra organi competenti a dichiarare definitivamente

la volontà dei poteri cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzione determinata

per i vari poteri da norme costituzionali».

Non si prevede un termine per la presentazione del ricorso. Il ricorso deve essere semplicemente

depositato dall’organo ricorrente presso la Corte, perché effettui, in camera di consiglio, un

preventivo giudizio di ammissibilità (art. 37, III co., legge n. 87 cit.). La Corte decide con ordinanza

se esiste la «materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza», ed in caso

positivo dispone la notifica agli «organi interessati». La Corte individua così l’ambito oggettivo e

soggettivo del conflitto, disponendo l’instaurazione del necessario contraddittorio. Dopo che il

ricorrente ha notificato il ricorso all’organo controinteressato, e dopo che lo ha depositato presso la

Cancelleria della Corte (entro il termine perentorio di venti giorni), si ha la sentenza in cui la Corte

«risolve il conflitto sottoposto al suo esame dichiarando il potere al quale spettano le attribuzioni in

contestazione», ed annullando, ove sussista, l’atto viziato da incompetenza (art. 38). Nel caso che il

ricorso per conflitto sia stato dichiarato inammissibile (perché privo di adeguata indicazione delle

lesioni di competenza; ovvero perché notificato o depositato tardivamente), la Corte non ne

ammette la riproposizione (sent. n. 116/2003).

Non è facile individuare i presupposti soggettivi del conflitto, anche perché non è facile

precisare il concetto di «poteri dello Stato». Secondo la migliore e più recente dottrina non è

possibile limitare l’ambito del giudizio ai conflitti tra i tre poteri tradizionali (legislativo, esecutivo,

giudiziario), intesi come complessi di organi concorrenti all’esercizio di una medesima funzione (ad

essi allude in effetti la norma che attribuisce il potere di ricorrere «agli organi competenti a

dichiarare definitivamente la volontà dei poteri cui appartengono»). Nel sistema costituzionale

esistono anche poteri che si risolvono strutturalmente in un solo organo e che non sono facilmente

riconducibili alla tradizionale tripartizione (sono i c.d. «poteri-organi», quali ad esempio il

Presidente della Repubblica o il Parlamento in seduta comune); così come vi sono poteri diffusi ed

organi che, pur se inclusi entro più vasti complessi organizzatori, si configurano, tuttavia, come

altrettanti poteri a sé stanti, a causa di una loro posizione sostanzialmente autonoma nel sistema

costituzionale (si parla di «organi-poteri», come ad esempio ciascuna delle due Camere, ed i singoli

organi giudiziari). Nella individuazione degli organi competenti a dichiarare definitivamente la

volontà dei poteri cui appartengono, la giurisprudenza della Corte si è quindi orientata in senso

piuttosto ampio: la Corte (ordinanze nn. 228 e 229/1975, sent. n. 231/1975) ha rilevato che la

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«cerchia degli organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui

appartengono, è più larga di quella degli organi comunemente detti supremi», ed ha aggiunto che

l’art. 37 non si riferisce agli organi che abbiano espresso definitivamente la volontà del potere, ma a

quelli competenti a farlo, che ne hanno cioè la giuridica possibilità. La Corte ha anche ammesso il

conflitto sollevato da poteri esterni allo Stato apparato, in quanto però svolgenti – in posizione di

autonomia – funzioni che allo Stato sono riconducibili (come nelle ipotesi in cui ha ammesso il

conflitto sollevato dai «promotori» del referendum abrogativo: v. le sentt. nn. 17/1978 e 161/1995 e

174/2009). La soluzione positiva di questo problema, che era già stato sollevato dalla dottrina, ha

suscitato perplessità, che di fatto la Corte ha teso a risolvere nella successiva giurisprudenza

attraverso una ben più rigorosa valutazione dei presupposti oggettivi del conflitto (v. ordinanza n.

9/1997).

Con il progressivo deterioramento dei rapporti istituzionali, si è incrementato il numero dei

conflitti tra poteri dello Stato sottoposti al giudizio della Corte. Ricordiamo qui, tra i più rilevanti,

un conflitto sollevato dalla Corte dei conti nei confronti del Governo per la mancata sottoposizione

al suo controllo dei decreti legislativi (la Corte ha respinto il ricorso con la sent. n. 406/1989); un

conflitto tra il C.S.M. e il Ministro della Giustizia, relativo al potere di nomina negli uffici direttivi

degli organi giursdizionali (sent. n. 379/1992); i conflitti tra la Procura della Repubblica di Milano e

Camera e Senato, in ordine al diniego di autorizzazione a procedere nei confronti di alcuni

parlamentari (conflitto superato nei fatti dalla riforma dell’art. 68, secondo comma, C.: v. le sentt.

nn. 462 e 463/1993); i numerosi conflitti tra autorità giudiziaria e Camera e Senato

sull’insindacabilità dei voti dati e delle opinioni espresse dai parlamentari (art. 68, I co., C.: a partire

dalla sent. n. 1150/1989 fino alle più recenti – v. § 117) e sulla valutazione del comportamento dei

parlamentari durante il voto (sent. n. 379/1996); i conflitti in materia di segreto di Stato (sentt. nn.

259/1986, 110/1998 e 106/2009); il conflitto fra il Collegio per i reati ministeriali e Camera e

Senato (sent. n. 241/2009); il conflitto fra la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la

vigilanza dei servizi radiotelevisivi e il Ministero sell’economia (sent. n. 69 del 2009); il conflitto

sollevato da un Ministro della giustizia per difendere il diritto a rimanere nelle sue funzioni (n.

7/1996); i conflitti in materia di campagna elettorale (sentt. nn. 161/1995 e 49/1998); il conflitto

sollevato dalla Sezione Disciplinare del C.S.M. nei confronti del Senato (sent. n. 270/2002); il

conflitto proposto da un ex Presidente della Repubblica (Cossiga) avverso la sentenza di un giudice

per affermare l’insindacabilità di opinioni espresse all’epoca in cui era in carica (sent. n. 154/2004);

il conflitto sollevato dal C.S.M. per le presunte lesioni dei propri poteri da parte di atti legislativi

(sent. n. 284/2005); il conflitto sollevato dal Presidente della Repubblica avverso il diniego della

procedura di grazia del Ministro della giustizia, con la conseguente attribuzione dell’esercizio del

potere di grazia al Capo dello Stato (sent. n. 200/2006).

Conflitti tra Stato e Regioni e tra Regioni.Nei conflitti tra Stato e Regioni e tra Regioni la

valutazione dei presupposti soggettivi del giudizio non presenta particolari problemi: possono

essere ricorrenti o resistenti solo lo Stato, le Regioni, le Province di Trento e Bolzano. Interventi di

terzi, per costante giurisprudenza non sono stati ammessi: ma la Corte si sta orientando ad

ammettere gli interventi di terzi che siano direttamente coinvolti dagli effetti della sentenza che

decide il conflitto.

Sul piano dei presupposti oggettivi l’art. 39 esige che il conflitto venga originato da un «atto»,

con il quale si sia concretata l’invasione della sfera di competenza assegnata dalla Costituzione allo

Stato o alla Regione. L’atto invasivo della sfera di competenza dell’altro soggetto può essere di

qualsiasi natura, con esclusione di norma degli atti di natura legislativa, nei cui confronti il

controllo, ai fini dell’invasione di competenza, può avvenire in sede di giudizio di legittimità

costituzionale.

Il ricorso deve essere notificato nel breve termine di decadenza di 60 giorni, dalla piena

conoscenza dell’atto che ha dato origine al conflitto. Di tale atto gli enti ricorrenti possono anche

chiedere la sospensione degli effetti, per gravi ragioni (art. 40).

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202. – C) I giudizi sulle accuse.La terza competenza della Corte costituzionale è quella relativa

ai giudizi sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, per i reati di alto tradimento

e attentato alla Costituzione.

Ricevuto dal presidente della Camera dei deputati l’atto di messa in stato di accusa deliberato

dal Parlamento in seduta comune, il Presidente della Corte costituzionale costituisce la Corte nella

formazione integrata, con i giudici aggregati, fa notificare l’atto di accusa all’imputato, poi nomina

il giudice istruttore-relatore e – qualora occorra – il difensore di ufficio. La Corte può anche

disporre la sospensione del Presidente della Repubblica dalla sua carica (art. 3 legge cost. n. 1 del

1989).

Il giudice istruttore conduce l’istruttoria informandone il collegio, che ha numerose possibilità

di intervento. La chiusura dell’istruttoria forma oggetto di un’ordinanza della Corte. Ad essa segue

necessariamente il dibattimento: infatti, poiché la Corte è vincolata dal voto del Parlamento, sembra

escluso che essa possa deliberare il proscioglimento dell’imputato in istruttoria o durante gli atti

preliminari, salvo l’intervento di nuovi fatti o di nuove norme giuridiche.

Nel dibattimento, dopo la relazione del giudice istruttore, l’interrogatorio dell’imputato,

l’assunzione delle prove e la discussione, la Corte pronuncia la sentenza, che è irrevocabile, salva

l’ipotesi eccezionale della revisione. L’art. 15 della legge costituzionale n. 1 del 1953 aggiunge che

la Corte, nel pronunciare la sentenza di condanna, determina le sanzioni penali nei limiti del

massimo di pena previsto dalle leggi vigenti al momento del fatto, nonché le sanzioni costituzionali,

amministrative e civili, adeguate al fatto (senza meglio specificare).

La Corte non ha mai esercitato tale competenza nei confronti di un Presidente della Repubblica.

Fino al 1989, la Corte era competente anche sulle accuse, per «reati ministeriali», promosse nei

confronti dei ministri (v. sopra § 134). Prima della abrogazione di tale competenza (intervenuta con

la legge costituzionale n. 1 del 1989 – che ha istituito il cosiddetto «Tribunale dei Ministri» – si era

svolto un unico processo penale di fronte alla Corte – tra il 1977 e il 1979 – sul c.d. caso Lockheed.

203. – La D) I giudizi sull’ammissibilità del referendum.Corte costituzionale possiede infine una

quarta competenza in tema di ammissibilità delle proposte di referendum abrogativo. L’art. 75, II

co., C. dice che il referendum non è ammesso per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di

indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. L’art. 2 della legge costituzionale n. 1

del 1953 dice che spetta alla Corte costituzionale giudicare se le richieste del referendum abrogativo

presentate a norma del citato art. 75 siano o no ammissibili, si riferiscano cioè a leggi escluse dal

referendum, perché appartenenti ad una delle suddette categorie.

In base alla legge di attuazione del referendum (n. 352 del 1970) la Corte costituzionale, a

norma dell’art. 2 della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, decide con sentenza, da pubblicarsi

entro il 10 febbraio dell’anno successivo a quello in cui è stata depositata la richiesta di referendum,

quali tra le richieste siano ammesse e quali respinte, perché contrarie al disposto del secondo

comma dell’art. 75 C. Torneremo sull’argomento per completarne la esposizione quando tratteremo

del referendum abrogativo e della sua attuazione (§ 271).

* * *

249. – La separazione dei poteri nello Stato contemporaneo.L’antico principio della separazione

dei poteri, al quale abbiamo già accennato, fu teorizzato a suo tempo da Locke e da Montesquieu. I

«poteri» a quell’epoca indicavano le tre funzioni tradizionali, cioè quella legislativa, quella

esecutiva e quella giudiziaria: lo Stato moderno nasce al momento in cui muore l’assolutismo, che

portava (e nelle contemporanee dittature tuttora porta) alla concentrazione di tutti i poteri in un solo

organo, od in pochissimi, sostanzialmente dominati da uno solo.

La separazione delle funzioni è un’esigenza che si pone non appena si vogliono raggiungere due

scopi: quello dell’esercizio collettivo della sovranità da parte dei pubblici poteri, e quello della

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garanzia delle libertà civili e politiche del soggetto privato. Queste esigenze vennero assicurate

all’inizio separando ed affidando ad organi diversi i tre gruppi di poteri, in modo che ciascun

organo avesse una competenza piena ed esclusiva in non più di una funzione.

Nella Costituzione repubblicana, il principio è stato attuato nel senso di una parziale

ripartizione delle funzioni fra i diversi organi; perché ormai ci si accorge come sia sempre più

difficile stabilire i limiti di ciascun potere nei riguardi dell’altro, e affidare in modo esclusivo ad

organi diversi le diverse funzioni. Esempi di interferenze funzionali (ossia di contatti e contrasti fra

le funzioni) sono numerosissimi, e ben noti: ad esempio, il Governo, che è alla testa della funzione

amministrativa, può pure svolgere una funzione legislativa, emanando norme giuridiche primarie

(decreti-legge e decreti legislativi, cioè leggi delegate). I giudici, che svolgono attività

giurisdizionale, possono talora compiere una funzione che ha natura amministrativa, nei casi della

cosiddetta «volontaria giurisdizione», come quando, ad esempio, il giudice autorizza in casi

particolari l’emanazione dei passaporti (art. 3, legge n. 1185 del 1967). E anche lo stesso

Parlamento non si limita a fare leggi, ma svolge mansioni talvolta esecutive (di indirizzo politico-

amministrativo) e perfino giurisdizionali requirenti, quando, per l’art. 90 della Costituzione, è

chiamato a decidere sulla messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica.

Tale ripartizione delle funzioni fra gli organi costituzionali avviene in modo evidente soprattutto

relativamente alla funzione di indirizzo politico, della quale abbiamo diffusamente già parlato.

Coordinamento dinamico effettuato dalla funzione di indirizzo politico.Lo Stato tende alla

ripartizione fra tutti gli organi costituzionali della funzione stessa. Quindi il principio della

ripartizione delle funzioni fra gli organi non viene del tutto rinnegato, ma accanto ad esso si

riconosce la esistenza del principio del coordinamento, tipicamente dinamico.

Sussiste ancora, anche se non integralmente osservato, il principio della La competenza

generale.competenza generale, spettante a ciascun organo in relazione a ciascuna delle funzioni

tradizionali (particolarmente osservato esso è nel campo della funzione giurisdizionale; dove

peraltro, in Italia, si è voluto evitare un completo isolamento della funzione stessa, facendo sì che

del Consiglio superiore della magistratura facessero parte anche membri non magistrati); in secondo

luogo, è stato tutelato l’equilibrio fra le diverse funzioni, mediante la concessione a ciascun organo

titolare di esse, di poteri di arresto che impediscono agli altri di straripare.

I poteri di arresto.Questi poteri di arresto si esercitano in svariato modo: l’esempio classico è

quello del sindacato del giudice e della Corte costituzionale, sulla conformità della legge alla

Costituzione, nonché quello del giudice comune sulla conformità delle norme secondarie alle norme

primarie e alle norme costituzionali. In questo modo la funzione legislativa e la funzione esecutiva

vengono ad essere controllate dalla giudiziaria; gli atti della funzione esecutiva vengono poi

(almeno teoricamente) controllati anche dal Parlamento, attraverso la Corte dei conti. Gli atti

legislativi del Parlamento possono essere paralizzati dal Presidente della Repubblica, quando egli

esercita il potere di veto in sede di promulgazione; quelli del Presidente della Repubblica possono

essere arrestati dai ministri, perché essi possiedono il potere sostanziale della controfirma; questi

sono i «freni e contrappesi», come si dice negli USA (checks and balances) presenti nella nostra

Costituzione.

Esistono peraltro, come sappiamo, precisi limiti, precise riserve fissate dalla Costituzione a

favore della funzione di revisione (riserva di legge costituzionale), della funzione legislativa

(riserva di legge, assoluta o relativa), della funzione giurisdizionale (riserva di giurisdizione,

soprattutto in tema di diritti di libertà). Non esiste analoga riserva, nella nostra Costituzione, come

in molte delle costituzioni contemporanee, a favore della funzione regolamentare dell’esecutivo.

I «nuovi» tre poteri e l’esigenza della loro separazione.La scienza politica tende oggi ad

enucleare tre poteri diversi da quelli tradizionali, i cui riflessi peraltro, sono di grandissima

importanza per il problema della garanzia di una società democratica. Alludiamo al potere politico

in generale (in tutti gli organi nei quali esso si manifesta), ai centri di potere economico e ai centri

di potere collegati ai mezzi di comunicazione di massa. Le questioni sono facilmente enucleabili: la

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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Speciale, tenute dal Prof. Stefano Grassi, nell'anno accademico 2011.
Il documento propone un commento ai seguenti aspetti disciplinati nella Costituzione italiana: principio di rigidità, nomina dei giudici della Corte Costituzionale, giudizi e sentenze della Corte, autonomia legislativa delle Regioni.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Grassi Stefano.

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