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VI. Due modelli

1. L’essenza del costituzionalismo è di porre dei vincoli all’attività dei poteri pubblici.

Quest’idea di fondo, che trae ispirazione dalle teorie di Locke e di Montesquieu, ha avuto sviluppi e

realizzazioni differenziate in riferimento ai principi che devono sottostare alle carte costituzionali e

alla funzione che ad esse viene assegnata. Secondo un primo modo di vedere, spiccatamente

liberale, la costituzione deve essere garanzia e difesa dei diritti dei cittadini contro gli interventi

dello Stato. Le regole costituzionali sono le regole del gioco politico, che valgono per tutte le forze

in campo.

Un altro punto di vista vede nella costituzione uno strumento per la realizzazione di valori

sostanziali e per il raggiungimento di fini politici di trasformazione della società attraverso

l’intervento dello Stato. Le regole formali dell’esercizio del potere politico non valgono in quanto

garanzie di non ingerenza nella società civile, ma soprattutto in quanto tese al perseguimento di

valori. Queste due impostazioni, variamente miscelate nelle costituzioni del Novecento, fanno

riferimento a due modelli storici ben precisi: la Rivoluzione Americana e la Rivoluzione Francese.

Il senso della Rivoluzione Francese sta tutto nella contrapposizione radicale al passato

ancien régime. Il compito che veniva fissato era una vera e propria demolizione del precedente

regime politico e sociale e l’instaurazione della libertà e dell’eguaglianza giuridica attraverso una

fondazione di una nuova legislazione civile, penale e amministrativa. Al contrario che in Inghilterra,

dove la lotta all’assolutismo consistette nella contrapposizione da parte del Parlamento dei

“privilegi e delle libertà” consolidati dalla tradizione alle pretese del monarca, in Francia la

contestazione dell’as-solutismo si realizzò nella sostituzione del potere del re con un altro potere

assoluto, aprendo la strada all’assolutismo parlamentare.

Sin dalle prime battute i rivoluzionari francesi rifiutarono l’idea che il più importante

problema del governo fosse quello di bilanciare i poteri, ma ritennero che fosse quello di esprimere

e rappresentare la sovranità della nazione. Proprio perché si partiva dal rifiuto della vecchia

società divisa e stratificata in ceti e privilegi, si pretese di fare apparire una società civile unificata

come popolo o nazione, che si esprime direttamente come volontà politica costituente.

Non c’è dubbio che nella Dichiarazione dei diritti del 26 agosto 1789 è presente una forte

dimensione di garantismo a difesa dall’interferenza dei pubblici poteri, ma per la stessa

Dichiarazione la legge è ben di più di un accorgimento tecnico per tutelare le libertà e i diritti già

posseduti: la legge è un valore che rende possibili i diritti e le libertà. Siccome non si tratta ci

conservare, ma di distruggere per ricostruire ab imis, è la legge, la nuova legge che nasce dalla

Rivoluzione, che rende concretamente possibili i diritti, i quali di fatto esistono e sono operanti solo

quando la legge li pone e li sancisce. È la concezione che si dice del legicentrismo.

Un altro elemento caratterizza il costituzionalismo della Rivoluzione Francese. Mentre in un

contrattualismo rigoroso lo Stato nasce per meglio tutelare i diritti e le libertà preesistenti, per cui

l’idea di contratto sociale è quella di una sorta di patto di mutua assicurazione e di reciproca

garanzia, la nazione dei rivoluzionari francesi somiglia poco ad una società civile di individui titolari

di diritti e possessori di beni, che si uniscono a propria maggior tutela e sicurezza (questo tipo di

immagine era calzante per gli inglesi del 1689 e, ancor più, per i coloni americani del 1776).

La nazione o il popolo esercita il suo potere costituente quando dà forma ad un nuovo

ordine sociale e politico, che sostituisce il precedente, indicando gli scopi da raggiungere e dando

1 Questo capitolo non è prescritto per gli esami.

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consegne ai cittadini. C’è un progetto da realizzare e ci sono dei nemici da combattere, gli

aristocratici all’interno e le potenze straniere alle frontiere.

La Rivoluzione Francese è percorsa drammaticamente da violente tensioni irrisolte tra

democrazia diretta e democrazia rappresentativa, partecipazione e delega, tra sovranità del potere

costituente e sovranità dei poteri costituiti, tra bisogno di stabilità istituzionale e di certezza del

diritto e volontarismo politico, che cambia continuamente le regole del gioco. L’approdo della

vicenda rivoluzionaria, che fino alla Restaurazione costituì un formidabile laboratorio

costituzionale, fu che il compito della realizzazione e della protezione dei diritti fu affidato al

legislatore, cioè al parlamento che rappresenta il popolo francese. Viene certamente accettato il

principio della separazione dei poteri, ma se ne fornisce un’interpretazione gerarchica di impronta

rousseauiana, che vede al vertice il potere legislativo (come espressione diretta del popolo

sovrano, della nazione) e subordinati ad esso, in ordine discendente, il potere esecutivo e il potere

giudiziario.

La forza dei diritti si identificava con la forza della legge e in quest’ultima veniva riassorbita

e la Dichiarazione di fatto perdeva valore giuridico e veniva declassata a proclamazione politica

senza capacità di applicazione nei rapporti sociali. La vera costituzione della Francia fu il Codice

Civile napoleonico e non la Dichiarazione dei diritti del 1789.

La libertà consiste, allora, nell’essere governati in modo non arbitrario, perché non vale la

volontà dei governanti, ma ciò che dispone la legge, la legge generale ed astratta. Ma è su questo

punto che si apre un problema inquietante: come essere garantiti che lo stesso legislatore non

abusi del suo potere attentando ai diritti e alle libertà? Perché i poteri costituiti dovrebbero sentirsi

vincolati al rispetto dei diritti naturali degli individui? La risposta a questi interrogativi è debole e

non certamente rassicurante. Secondo l’ideologia rivoluzionaria il legislatore, che si incarna

nell’assemblea dei rappresentanti della nazione, non può ledere i diritti proprio perché esprime la

volontà generale del popolo-nazione. La garanzia dei diritti si risolve tutta nel rinvio alla legge. Si

delinea una concezione, che, per la sua ascendenza rousseauiana e giacobina, si può definire

democratica ma assai poco liberale, in quanto, attenendosi al principio dell’indivisibilità della

nazione, considera che la parte messa in minoranza non subisce alcuna costrizione, ma è

ricondotta alla sua vera volontà. Anzi, non c’è nessuna messa in minoranza, ma un accordo

iniziale implicito che, con la votazione, si rende presente e si libera da erronee deviazioni.

La Rivoluzione Francese, malgrado abbia creato la moderna nozione prescrittiva di

costituzione («Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei

poteri determinata, non ha una costituzione», art. XVI della Dichiarazione dei diritti), non ha dato

vita ad una pratica di rigidità costituzionale, negata sia dal volontarismo giacobino («Un popolo ha

sempre il diritto di rivedere, di riformare e di cambiare la propria Costituzione. Una generazione

non può assoggettare alle proprie leggi le generazioni future», art. 28 della Costituzione del 24

giugno 1793) che dalla concezione della rappresentanza politica in quanto espressione della

volontà generale.

2. Jefferson nel 1787 a proposito della Francia osservava che «di venti milioni di uomini ve ne

sono diciannove milioni più miserabili, più disgraziati in ogni aspetto della condizione umana che il

più miserabile individuo di tutti gli Stati Uniti», mentre due anni prima Franklin, trovandosi a Parigi,

pensava «spesso alla felicità della Nuova Inghilterra, dove ogni uomo è un libero proprietario, ha

un voto nei pubblici affari, vive in una casa calda e pulita, ha abbondanza di buon cibo e di

combustibile». Qui, in breve, starebbe, secondo l’ormai classica interpretazione di Hannah Arendt

(Sulla rivoluzione), la grande ed essenziale differenza tra la rivoluzione francese e la rivoluzione

americana: il problema che quest’ultima ha affrontato non era sociale, ma politico, era un problema

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di forma di governo, non di ordinamento della società. In America non c’erano la miseria e il

bisogno e la rivoluzione non si trasformò mai, come avvenne invece in Francia, in lotta dei poveri

contro i ricchi, ma in lotta degli oppressi contro gli oppressori, In America alla fine del Settecento

c’era una società florida, sostanzialmente egualitaria e con una forte e consolidata tradizione di

auto-governo.Il moto rivoluzionario non perdette mai di vista l’obiettivo di dare vita ad istituzioni

durature e garanti della libertà, né in esso fu mai operante qualsiasi spinta palingenetica. Come

dice Hannah Arendt, «Il realismo dei Padri Fondatori non fu mai posto alla dura prova della

compassione, il loro buon senso non fu mai tentato dall’assurda speranza che l’uomo, che il

cristianesimo aveva considerato peccatore e corrotto per natura, potesse invece rivelarsi un

angelo».

Nella concezione francese i diritti proclamati nella Dichiarazione del 1789 costituiscono il

fondamento, il contenuto e il fine dello Stato, nella concezione americana i primi dieci

emendamenti del 1791 alla Costituzione costituiscono un argine contro il governo e il potere,

definiscono una lista di cose che il governo non può fare, neanche con il consenso del voto

popolare, vogliono delineare uno spazio tutelato entro cui la libertà possa manifestarsi. Tanto era

lontana l’idea che la Costituzione dovesse instaurare chissà quali nuovi poteri rivoluzionari in seno

al popolo che fu detto che «le clausole delle nostre costituzioni americane sono pure e semplici

copie del trentanovesimo articolo della Magna Charta».

Il problema che travagliò tragicamente la Rivoluzione Francese di che cosa fosse una

costituzione e in chi risiedesse il potere costituente, in America era risolto fin dall’inizio. Thomas

Paine, in The Rights of Man (1791), afferma senza esitazione: «Una costituzione non è l’atto di un

governo, ma di un popolo che costituisce un governo. La costituzione è una cosa antecedente al

governo, e il governo è solo la creatura della costituzione». D’altro canto era a tutti chiaro che

coloro che ricevettero il mandato di redigere le costituzioni, quelle dei singoli Stati e quella

federale, erano stati delegati a seguito di democratiche votazioni di corpi costituiti, effettivamente

rappresentativi della base popolare.

Poste queste premesse, molti hanno visto nella costituzione federale americana il vero atto

di nascita del costituzionalismo moderno, visto come tecnica di limitazione del potere a fini di

garanzia. La Rivoluzione Americana non avvertì quel bisogno di rottura, che stette invece alla base

della Rivoluzione Francese, né il suo antagonista fu un regime assolutistico da cancellare, ma una

monarchia costituzionale da cui semplicemente separarsi. Le ragioni profonde della lotta dei coloni

americani contro la corona inglese si riassumevano nel rifiuto dell’imposizione fiscale in assenza

del consenso delle proprie assemblee rappresentative, secondo il vecchio slogan no taxation

without representation, nella difesa del binomio tipico della cultura politica liberale anglosassone di

liberty and property.

Per lungo tempo i coloni americani avevano invano rivendicato di essere trattati né più né

meno che come sudditi inglesi e che nei loro territori valessero le medesime forme di governo della

madrepatria. Il nemico dei rivoluzionari americani è un legislatore che ai loro occhi ha perduto ogni

legittimità, perché ha operato lungamente calpestando i precetti della costituzione britannica. Il

legislatore e lo Stato vengono quindi visti con diffidenza, come potenziali attentatori dei diritti e

delle libertà. Scrivendo a James Madison il 15 marzo 1789 a proposito dell’opportunità di inserire

nella costituzione una dichiarazione dei diritti, Thomas Jefferson afferma: «Gli inconvenienti della

dichiarazione consistono nel fatto che essa potrebbe ostacolare il governo nei suoi utili sforzi. Ma il

male in questo caso è di breve durata, moderato e rimediabile. Gli inconvenienti della mancanza di

una dichiarazione sono permanenti, gravi e irreparabili. Essi sono in progressione costante dal

male al peggio. Nel nostro sistema di governo, l’esecutivo non è affatto il solo, non è neppure il

principale oggetto della mia diffidenza. La tirannia delle assemblee legislative costituisce al

momento attuale la minaccia più imminente, e lo sarà per molti anni ancora. Quella dell’esecutivo

verrà a sua volta; ma ciò accadrà in un tempo remoto».

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al corso di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale tenuto dal prof. Salvatore Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento propone un confronto tra due modelli di costituzionalismo: quello della Rivoluzione Francese e quello della Rivoluzione Americana.
Parole e autori chiave: ancién regime, Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo, Jefferson, Paine, governo delle leggi, costituzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Costantino Salvatore.

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