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Poi la Corte ha investito la forma di governo, i rapporti in particolare tra Parlamento e

magistratura, tra Parlamento e Governo.

Poi ha investito ampiamente, specie negli ultimi otto anni, la forma di Stato: la riforma del

Titolo V della Costituzione è una riforma incompleta, parziale; la Corte ha cercato di completare

quello che mancava in questo disegno e perciò ha contribuito a definire la forma di Stato nuova,

questa curiosa forma di Stato che l’Italia ha in una fase di passaggio tra regionalismo e federalismo.

Poi la Corte ha definito il referendum: e anche questo è uno strumento che ha avuto un

peso enorme nella vita politica italiana. La Corte ha ammesso i referendum manipolativi, di

conseguenza ha ammesso anche i referendum in materia elettorale, e voi sapete che dai referendum

elettorali degli anni ’90 è nata poi la svolta del sistema politico italiano con l’abbandono del sistema

proporzionale.

Poi ha dato una soluzione decisiva nei rapporti tra ordinamento interno, ordinamento

europeo, ordinamento internazionale, costruendo un sistema separato ma coordinato e negli sviluppi

più recenti, un sistema sempre più integrato (credo che avrete parlato delle famose sentenze del

2007 – la 348 e la 349 – in cui la Corte dà un valore particolare all’art. 117, primo comma, Cost. e di

conseguenza riconosce, come norme interposte, le norme dei trattati internazionali).

E poi tutta una serie di pronunce sul sistema delle fonti, i principi supremi, i decreti legge, i

decreti legislativi, i regolamenti e così via. In pratica non c’è, direi, un punto del sistema che la Corte

non abbia toccato. 3

Lavoro immenso. La prima osservazione che forse va fatta: questo lavoro immenso, se

andate a contare, è stato fatto da 99 giudici (in cinquantatré anni la Corte ha avuto 99 giudici; ma, in

realtà, uno, Capograssi, è stato nominato ma non ha mai svolto la sua funzione: morì la sera prima

della prima udienza; perciò i giudici sono stati 98). C’è già un’impressione di una forte

concentrazione, 98 personaggi che hanno fatto questo gigantesco lavoro.

Sul piano della politica istituzionale, direi che certamente la Corte ha avuto un peso

superiore, per questa concentrazione di energie, del Parlamento e dello stesso Governo, perché la

Corte ha aperto la strada a riforme importanti: il diritto di famiglia; la riforma del codice di procedura

penale; il codice di procedura civile; la riforma tributaria e così via.

Per fare tutto questo la Corte doveva avere una legittimazione forte: ma chi ha dato la forza

alla Corte?

Qui il discorso del piano storico è delicato: la Corte costituzionale è l’ultimo degli organi

costituzionali per nascita. Tutti gli organi della Costituzione avevano una storia alle spalle: il

Parlamento, il Governo, il Capo dello Stato (anche se nella forma monarchica). La Corte era una

novità assoluta nel quadro italiano. Novità anche difficile da comprendere: perché se andate a vedere

i lavori della Costituente, voi vedete che c’è molta incertezza. Ad esempio, tutte le sinistre erano

contrarie alla Corte perché vedevano nella Corte il rischio del governo dei giudici, una forte

limitazione alla sovranità popolare. Perciò la Corte nasce tardi, un nuovo organo senza una

tradizione alle spalle, senza una storia e poi quando la Costituzione viene varata, la Corte non nasce

subito, ci vogliono otto anni per farla entrare in funzione (dal ’48 al ’56). Il che vuol dire che non c’era

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un forte consenso del sistema politico a costruire questo organo. Poi quando nasce, l’opinione

pubblica la percepisce sì e no: non è che subito l’opinione pubblica si rende conto di avere un organo

di questa portata, occorre del tempo perché la Corte si faccia conoscere, perché la Corte acquisti

questa forza. Ed io credo che l’abbia acquistata sviluppando quattro caratteristiche fondamentali, che

sono quelle che danno la forza ad un organo di giustizia costituzionale. Queste caratteristiche danno

la forza a qualunque organo della giustizia costituzionale: la Corte italiana è riuscita a svilupparle

perché ha potuto utilizzare un buon modello costituzionale e nell’ambito di questo modello ha potuto

sviluppare una buona prassi.

Quali sono questi elementi che danno forza ad un organo della giustizia costituzionale? Io

ne indico quattro.

L’indipendenza dal potere politico, l’indipendenza dal potere economico.

L’efficienza, cioè la tempestività nelle pronunce(si dice che quando una sentenza arriva in

ritardo, è come non farla: questo principio che vale per tutta la giustizia, nella giustizia costituzionale

vale ancora di più; una sentenza di illegittimità che arriva quando una legge non ha più valore, non

significa più nulla; allora il secondo elemento che legittima un organo della giustizia costituzionale è

la tempestività, cioè l’efficienza).

Il terzo elemento è l’affidabilità: l’opinione pubblica vuole che la Corte non oscilli, la Corte

deve seguire una linea, deve seguire una logica giurisprudenziale, deve essere fedele ai suoi

precedenti. Il giudice che si rivolge alla Corte deve sapere quale è il grado di affidamento che può

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fare sulla Corte: questo è il principio che si lega alla certezza del diritto, cioè la Corte deve essere

affidabile e l’affidabilità è nata dal rispetto dei precedenti, dalla coerenza degli indirizzi

giurisprudenziali, dalla prevedibilità delle decisioni.

Ultimo punto, l’equilibrio nei giudizi: la Corte è chiamata a comparare due norme, la norma

di grado superiore e la norma di grado inferiore, a mettere a confronto la norma di grado inferiore con

la norma di grado superiore. In realtà i giudizi costituzionali sono molto più complessi della

comparazione tra norme, perché oltre a comparare le norme (come sarà stato detto e come avrete

constatato guardando le sentenze), la Corte mette in gioco i principi che sono qualcosa di diverso e

di più delle norme e, dietro i principi, mette in gioco i valori.

Perciò è una valutazione piuttosto complessa quella che la Corte fa; ed in questa

valutazione la Corte può preoccuparsi solo della questione di legittimità o può anche preoccuparsi

degli effetti delle sue pronunce. Se si occupa solo della questione di legittimità, applica il principio che

fiat iustitia et pereat mundus (quello che conta è applicare la Costituzione, succeda quel che

succeda). Se invece la Corte valuta gli effetti, la Corte deve tenere conto nel suo giudizio di quelle

che sono le conseguenze, ad esempio, economiche della pronuncia sul bilancio dello Stato, ovvero

le conseguenze di ordine politico, cioè deve vedere e valutare quali sono l’incidenza delle sue

decisioni dato che sono pronunce che toccano il sistema legislativo ed il potere politico, valutare

quelle che sono le conseguenze. Ecco, nel dare questa valutazione che collega il giudizio di

legittimità anche agli effetti delle pronunce, l’opinione pubblica richiede un equilibrio: la Corte, quando

valuta gli effetti, cerca di stare in sintonia con l’opinione pubblica; raramente la Corte segue la linea

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fiat iustitia et pereat mundus; cerca sempre, anche se non lo dice mai, di vedere quali sono gli

effetti e di valutare questi effetti alla luce degli orientamenti dell’opinione pubblica, non per farsi

dominare dall’opinione pubblica, ma per evitare contrapposizioni così forti con l’opinione pubblica che

possono mettere in discussione la forza stessa della Corte (perché se la Corte si scontra

continuamente con l’opinione pubblica, perde la base della sua forza, perché la base della sua forza

– e qui siamo arrivati – è l’opinione pubblica: il fatto che ci sia un tessuto sociale, non un partito, non

un sistema di forze politiche, ma un tessuto sociale che riconosce utile la presenza di quell’organo).

Questi quattro requisiti sono, secondo me, requisiti base di una buona giustizia

costituzionale. La Corte italiana, un po’ per meriti suoi, un po’ per meriti della storia e del fato, è

riuscita a realizzarli perché ha potuto disporre di un buon modello di giustizia costituzionale e poi

direi, con una certa astuzia della storia, ha potuto sviluppare una prassi buona dentro la bontà del

modello. Perciò buono il modello e buona la prassi, in vista di quei quattro obiettivi che vi dicevo.

Il modello, come sapete, è fatto di elementi strutturali e di elementi funzionali.

Il nostro sistema è dotato di un buon modello sul piano strutturale, per il modo come la

Costituzione, e poi le leggi a partire dalla Costituzione, hanno organizzato l’organo di giustizia

costituzionale.

Una delle intuizioni più felici della Costituente, secondo me, è stata la composizione della

Corte: organo ristretto ma non ristrettissimo (quindici giudici sono già un po’ più dei giudici americani

che sono nove). Quindici giudici perché si doveva rappresentare un tessuto politico culturale

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economico molto complesso, però quindici giudici molto calibrati nella loro provenienza. Tre percorsi

di ingresso: il percorso tecnico­giudiziario (i giudici che vengono nominati dalle Supreme

Magistrature), un percorso prevalentemente accademico (i giudici che vengono nominati dal Capo

dello Stato), un percorso politico­accademico (i giudici che vengono nominati dal Parlamento). Perciò

c’è un dosaggio molto felice, sempre però tenendo presente un livello alto di qualità professionale,

caratteristiche che la Costituzione richiede a Supreme Magistrature, professori ordinari in materie

giuridiche, avvocati con oltre venti anni di esercizio.

Perciò la composizione della Corte è una composizione molto equilibrata e molto

rappresentativa di competenze di provenienze e di culture diverse: dentro la Corte c’è una dialettica

continua che forse sfugge all’opinione pubblica, che è la dialettica tra la cultura dei giudici e la cultura

degli accademici, cioè uno scambio continuo (a volte uno scontro, a volte uno scambio positivo) tra

professori e magistrati. Questo è uno degli elementi interni nella dialettica della nostra giustizia

costituzionale.

Secondo elemento positivo del modello è la stabilità: nove anni. Nove anni sono molti (è

l’organo più stabile, che ha la durata più lunga); è un organo i cui componenti non sono sottoposti

(salvo casi estremi che non si sono mai verificati) a decadenza o a revoca: perciò stabilità, organo

stabile. I giudici sanno che hanno nove anni davanti, che nessuno li può toccare e che nessuno può

mettere in gioco una responsabilità di tipo politico o anche di tipo giudiziario. E poi organo

professionalmente qualificato, appunto, per le caratteristiche che vi dicevo.

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Ma anche gli aspetti funzionali del modello sono alla base del successo della nostra

giustizia costituzionale. Voi sapete che il nostro modello, sul piano della comparazione, è un modello

misto: un po’ ha pescato negli Stati Uniti e un po’ ha pescato nell’Austria. Prevalentemente

nell’Austria: sistema accentrato, potere di annullamento delle leggi, come nel modello austriaco.

Però, per arrivare alla Corte, c’è un percorso di giustizia non accentrata, ma diffusa; il

metodo principale è il giudizio incidentale e nel giudizio incidentale si va alla Corte attraverso i canali

di tutta la giurisdizione.

E allora voi avete un modello combinatorio, un modello che mette in equilibrio due modelli

diversi, accentrato nella sua formula, nei suoi poteri, diffuso nel suo modo di accesso.

Questo ha consentito una grande elasticità del modello che è stata poi la forza della

giustizia costituzionale. Perché, giocando su questi due binari, il modello accentrato con potere di

annullamento ed il modello diffuso per quel che riguarda l’ingresso nel giudizio incidentale, la Corte

ha potuto sviluppare i due canali fondamentali che danno la chiave della sua forza nel sistema (a

parte il sostegno dell’opinione pubblica): il canale del rapporto con la magistratura, che si collega al

modello diffuso, ed il canale del rapporto con il potere politico – Parlamento e Governo – che si

raccorda al potere centrale. E proprio questa ambiguità del modello – chiamiamola così – ha

consentito un’elasticità che ha dato alla Corte la possibilità di sviluppare questi due rapporti: con la

magistratura, da una parte, con il potere politico, dall’altro. Attraverso l’evoluzione degli strumenti

decisionali nei confronti della magistratura, con le sentenze interpretative (in cui la Corte non si è

limitata ad accogliere o rigettare ma ha dato anche la sua lettura orientando il potere giudiziario in

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una certa direzione) e nei confronti del potere politico, con le sentenze manipolative (la Corte non si è

limitata ad accogliere o rigettare – come dice la Costituzione – ma ha fatto sentenze additive,

sostitutive e additive di principio; questo ha creato un raccordo elastico con il potere politico).

Allora: buono il modello dal punto di vista strutturale; buono il modello dal punto di vista

funzionale.

Come si è mossa la Corte dentro questo modello?

Una risposta già ve l’ho data: sfruttando l’elasticità dei modelli. Nella Costituzione non si

parlava di sentenze interpretative, non si parlava di sentenze additive, e la Corte ha inventato questi

strumenti, perché il modello, nella sua elasticità, gli dava la possibilità di inventare.

Ma a parte questo elemento di fondo, la Corte ha utilizzato l’elasticità del modello per

sviluppare, specie sugli strumenti decisionali, sullo strumentario decisionale, sulle sue sentenze, dei

tipi di sentenze che la Costituzione non prevedeva.

La Corte ha utilizzato questo modello anche sul piano strutturale attraverso la prassi.

E qui entra in gioco proprio quello che il prof. Grassi mi chiedeva e che voi avete un po’

toccato con mano l’altro giorno andando alla Corte.

Come lavora la Corte? 10

Come lavora la Corte, in parte è regolato dalle leggi, in parte è regolato dai regolamenti: ma

la quota prevalente del lavoro della Corte è prassi, cioè sono regole di comportamento accettate e

consolidate nel tempo, non scritte da nessuna parte.

Quali sono gli elementi di prassi che hanno contribuito al successo della Corte, alla sua

indipendenza, alla sua efficienza, al suo equilibrio, cioè a quelle caratteristiche che si diceva

all’inizio? Il primo punto è la collegialità: la forza di questa Corte sta nella collegialità e non poteva

essere una soluzione diversa dalla collegialità proprio per la complessità della composizione (organo

accentrato ma anche molto rappresentativo di canali diversi). Un organo così costruito o decide

collegialmente o non decide: perciò la collegialità è la chiave della Corte. E se la collegialità è la

chiave della Corte, il cuore pulsante della Corte è la camera di consiglio: lì è la Corte, molto più che

nella sala delle udienze (importantissima per gli aspetti della pubblicità del un processo, per il

rapporto che ci deve essere tra qualunque processo e l’opinione pubblica che deve controllare il

processo, per la dialettica degli avvocati). Però il cuore pulsante della Corte, quello che ha consentito

alla Corte di fare le sue quindicimila pronunce e di fare tutte le cose che abbiamo detto, è quella

camera di consiglio dove la regola è la collegialità.

Che vuol dire collegialità della camera di consiglio? Vuol dire che tutti parlano su tutto e

contribuiscono alla decisione di tutto; non c’è una distinzione di ruoli o di funzioni. C’è chi svolge un

ruolo di guida (che è il Presidente che guida i dibattiti); c’è chi svolge o dà il là alla soluzione (è il

relatore che porta la sua proposta); ma la decisione non nasce né dal Presidente, né dal relatore,

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come normalmente accade negli altri organi giudicanti (Cassazione, Consiglio di Stato, TAR). La

decisione nasce da uno scambio effettivo di idee e di posizioni tra tutti i quindici giudici: non è

possibile l’astensione, nessun giudice della Corte, su una questione può dire “io sono incerto, non so

che fare, mi astengo”. No, deve prendere posizione; ogni giudice deve parlare, deve dire come la

pensa ed alla fine, se è necessario, deve votare.

Tutto questo avviene secondo regole di prassi molto precise: il Presidente chiama la causa;

il relatore espone i termini della causa dopo che c’è stata la discussione in udienza; riassume le

posizioni delle parti e la questione; a disposizione del relatore e di tutti i giudici c’è un fascicolo di

ricerche, dove si trovano tutti i precedenti e anche tutte le posizioni scientifiche, dottrinarie, a volte

anche di diritto comparato, guardando anche la giurisprudenza e la dottrina di altri paesi (in

particolare, per quel che riguarda l’Italia, rilievo hanno la giurisprudenza tedesca e quella spagnola;

c’è anche il richiamo alla giurisprudenza nord­americana). Si tratta perciò di una raccolta, un volume

di ricerche che i giudici hanno dovuto studiare; tutti, perché sennò non parlano, e devono parlare.

Poi comincia la discussione: si parte dal più giovane. Una volta il più giovane era per età:

quand’ero io alla Corte, si seguiva l’ordine dell’età (il più giovane parlava per primo; il più vecchio di

età parlava per ultimo), poi il Presidente. Adesso (mi pare da cinque anni) si è ribaltato il criterio – e

anche questo credo per una soluzione di prassi, non credo ci sia una norma regolamentare – e dal

criterio dell’anzianità per età siamo andati all’anzianità per nomina: perciò adesso,

indipendentemente dall’età che uno ha, parla il più giovane di nomina (Paolo Grossi che ieri avete

visto, che non è il più giovane, è uno dei più anziani però deve parlare per primo), E questo è

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abbastanza impegnativo, perché parlare per primo significa impostare i termini della questione; dopo

di che, si segue l’ordine di anzianità e si finisce a De Siervo, che è il più anziano, prima del

Presidente. Perciò oggi iniziano e finiscono la discussione due fiorentini: uno apre ed uno chiude la

discussione; poi c’è il relatore che riprende la posizione e poi il Presidente che prende atto dell’esito

della discussione ed esprime la sua posizione.

Di solito, se la questione non è matura al primo giro di tavolo, si fa il secondo giro, si fa il

terzo, finché la questione è matura per la decisione. Questo dipende molto dalla mano, dalla capacità

di chi presiede: nella massima parte dei casi non si arriva ad un voto formale, perché dall’andamento

della discussione si capisce che quando si crea un’opinione di maggioranza, la Corte si allinea su

quell’opinione, non c’è bisogno di andarsi a contare.

Quando la questione è particolarmente delicata (pensate al Lodo Alfano, su cui sono state

fatte tante indiscrezioni, anche su chi ha votato, sul numero dei voti ­ cosa che non andava fatta,

ovviamente), allora si vota e si vota con la stessa tecnica (si parte dal più giovane e si va al più

anziano): questo è il principio che guida la Corte, cioè la collegialità.

Naturalmente un collegio, per poter funzionare, ha bisogno di una mano che lo guidi, ha

primus inter pares,

bisogno di un presidente. Il Presidente della Corte è un perché vale il principio

primus inter pares

della collegialità: però un che ha tre poteri: uno è quello di fissare i ruoli, cioè

scegliere le cause da portare in decisione (il margine di discrezionalità, mentre nella Corte americana

è estremo ­ perché la Corte sceglie le cause che vuol discutere e può lasciare nel cassetto per

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sempre le altre ­ nella Corte italiana è ridotta perché la Corte risponde al principio dell’obbligo della

decisione, perciò deve decidere comunque tutte le questioni).

Si dà quindi un potere notevole al Presidente, che fissa i ruoli, che stabilisce le priorità

(quali sono le cose da accelerare o quali sono le cose da tenere in attesa). Anche se bisogna dire (e

qui entra in gioco il secondo principio, quello dell’efficienza), per quanto ci sia un margine di

discrezionalità nella fissazione dei ruoli, la Corte è orgogliosa del fatto che non ha arretrati: in

passato ha avuto (fino agli anni ’80) forti arretrati dopo il processo Lockeed. Dopo un’operazione di

sfoltimento degli arretrati nel 1987/88, la Corte non ha più avuto arretrati, perciò normalmente,

qualunque questione che viene portata alla Corte, nell’arco di sei mesi/un anno, va in decisione.

Perciò c’è un margine di priorità nelle scelte del Presidente: ma alla fine tutto va in decisione in tempi

stretti, secondo un criterio di efficienza e tempestività.

Poi il Presidente ha un altro potere decisivo (questo è il più delicato di tutti): la scelta del

relatore. Perché questo è delicato: perché il relatore è uno come gli altri, ha il suo voto come gli altri.

Ma nel modo come imposta la causa, nel modo come imposta le ricerche ha un’influenza morale

molto elevata sul Collegio. Allora il Presidente sa che quando sceglie il relatore, in base a quella che

è la competenza professionale specifica del relatore, ma anche l’orientamento culturale del relatore,

può dare una spinta in positivo o in negativo alla causa. Queste sono cose che non si enunciano, si

fiutano: ma un buon Presidente le sa fiutare. Se un buon Presidente vuole spingere in direzione di un

accoglimento perché è convinto sulla questione dell’accoglimento, sceglierà un relatore che

istintivamente, per la sua formazione professionale e culturale non sia contrario a quella questione.

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Normalmente il Presidente sceglie con il criterio della competenza professionale: se c’è una

questione tributaria, va a cercare il giudice che sa più di tributario; se c’è una questione di regionale,

va a cercare un giudice che sa più di regionale.

Ma questa non è una regola: anzi, la regola è che, proprio per rispettare la collegialità, tutti

si devono occupare di tutto, perciò chi va alla Corte a fare il giudice sa che, anche se ha una

competenza su un settore specifico, deve allargare le sue conoscenze su tutti i settori perché

qualunque cosa gli può capitare.

Terzo potere che il Presidente ha, oltre alla formazione dei ruoli e la scelta delle cause, è la

conduzione della discussione in camera di consiglio: questo è molto importante, perché dalla mano

del Presidente nascono i ritmi del giudizio; il modo con cui un Presidente guida il collegio è

determinante ai fini della rapidità del giudizio, ai fini della confluenza su un’opinione dell’opinione di

tutti; è proprio un problema di mano che il Presidente deve avere.

Tutti questi poteri del Presidente fanno sempre parte dell’obiettivo dell’efficienza e della

tempestività (che può essere un obiettivo contrario alla collegialità: più il collegio agisce

collegialmente, più si rallentano i tempi, ovviamente; più si vuole accelerare i tempi, più il collegio

viene compresso, cioè aumentano i poteri del Presidente per stringere la decisione).

Contribuiscono all’efficienza ed alla tempestività le fasi preparatorie della decisione. Credo

che avete toccato con mano come funziona la faccenda: il giudice relatore, che si vede assegnata la

causa dal Presidente, comincia a studiarla ,ma non la studia da solo, la studia con l’aiuto dei suoi

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Speciale, tenute dal Prof. Stefano Grassi, nell'anno accademico 2011.
Il documento ripropone la sbobinatura della lezione tenuta dal Prof. Cheli in merito alla Corte Costituzionale. In particolare: storia, poteri, composizione, rapporti con Governo, Parlamento, Istituzioni, sistema politico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Grassi Stefano.

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