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Flavio parla di questa uccisione, ma la attribuisce piuttosto alla preoccupazione che destava il movimento di

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folla che si era creato attorno al Battista .

A questo punto, il re nabateo Areta scese in campo a vendicare l’oltraggio subito dalla figlia; sconfisse

militarmente Antipa nel 36, ed al tetrarca non rimase che ricorrere a Roma. Tiberio comandò il legato di Siria

Vitellio di catturare vivo o morto Areta; ma questi obbediva malvolentieri, ostile come era ad Antipa. Giunto a

Gerusalemme, venne a sapere che Tiberio era morto (16 marzo del 37): di qui il pretesto per fermare

l’esercito, e non disturbare Areta.

Nel frattempo, il territorio già del tetrarca Filippo era stato assegnato dal nuovo imperatore Caligola

(37-41) all’amico Erode Agrippa I, nipote di Antipa e fratello di Erodiade, con il titolo di re; quest’ultima,

invidiosa, spinse Antipa a recarsi a Roma per ottenere la medesima dignità. Erode Agrippa, avuto il sentore di

un colpo di mano, inviò a sua volta a Roma un liberto, con lettere accusatorie contro Antipa, accusandolo di

trattative con i Parti: questi ottenne così non donativi e titoli regali, ma l’esilio a Lione nelle Gallie, assieme alla

moglie Erodiade. La Perea e la Galilea, allora, passarono direttamente ad Agrippa.

1.4. Prima amministrazione romana in Giudea (6-41)

A partire dalla destituzione di Archelao, nel 6 d.C., la Giudea, insieme alla Samaria e all’Idumea, fu

annessa direttamente all’impero ed affidata al governo di un procuratore o prefetto, subordinato al legato della

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provincia imperiale di Siria Sulpicio Quirinio . Tuttavia, non fu un’annessione piena, ma una subordinazione di

poteri, in quanto il procurator di Giudea avrebbe governato direttamente, solamente vigilato nel suo operato

dal suo vicino superiore. Tale regime si sarebbe mantenuto fino all’insurrezione del 66, con la breve

interruzione del regno di Agrippa I (41-44).

Tra i procuratori che precedettero Pilato, ricordiamo Coponio (6-9), che assieme a Quirinio compì il

consueto censimento, che serviva allo scopo di porre le basi per la futura riscossione delle tasse; solo

l’intervento del sommo sacerdote Ioazaro, già deposto una volta da Archelao, riuscì a evitare una rivolta

contro il censimento. Ma la rivolta che non scoppiò in Giudea scoppiò in Galilea, a causa di un certo Giuda di

Gamala che dette il via ad una sommossa di tipo messianico, calando a Gerusalemme e trovando l’appoggio di

alcuni farisei, con a capo Saddok. In nome di uno zelo nell’applicazione della legge che doveva ormai

necessariamente passare attraverso la lotta armata, costituirono così un movimento di liberazione della

Palestina. La repressione che ne seguì fu esemplare.

L’unica altra notizia di questo periodo di procuratorato, è la profanazione del Tempio da parte di alcuni

samaritani che vi introdussero delle ossa umane nel giorno di Pasqua, raccontataci da Giuseppe Flavio.

Ponzio Pilato (26-36)

La decennale amministrazione di Pilato e la sua persona sono presentate in cattiva luce sia da Giuseppe

Flavio, sia da Filone Alessandrino; i Vangeli sono forse la fonte a lui meno ostile. In Filone abbiamo la

descrizione che ne fece il re Agrippa I, dipingendolo come venale, violento, angariatore e tirannico nel suo

23 Antiquitates XVIII, 118-119: “Temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a

qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne

sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in

seguito ad un subbuglio. E [Giovanni] per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di

Macheronte, e colà fu ucciso”.

24 È citato da Luca (2,2) in proposito del censimento: “Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore

della Siria”. Questa notizia fa difficoltà, poiché conosciamo solo un censimento di Quirinio avvenuto nel 6 d.C., anni dopo la

nascita di Gesù. Sono state date varie spiegazioni a questo problema (due censimenti diversi, oppure censimento generale di

tutto l’impero che in Palestina venne organizzato da Quirinio).

governo; egli lo biasima innanzitutto per il suo carattere inflessibile, ostinato e crudele, ma ancor di più per le “le

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innumerevoli e continue uccisioni” .

Secondo Giuseppe, uno dei suoi primi atti di governo fu l’ordine impartito ai soldati che da Cesarea si

recavano a Gerusalemme di entrarvi portando seco, per la prima volta, le insegne con l’effigie dell’imperatore;

lo fece nottetempo, per mettere i Giudei davanti al fatto compiuto. Il giorno appresso, costernati da tanta

profanazione, molti Giudei corsero a Cesarea per implorare la rimozione delle insegne, “prostrati per cinque

giorni e cinque notti”; Pilato, irritato da tale insistenza, li fece circondare dai soldati con le spade sguainate. Ma

essi, “come se fossero già d’accordo, si gettarono giù in massa, e inchinato il collo si gridarono pronti a farsi

ammazzare piuttosto che trasgredire la legge. Straordinariamente impressionato da così potente religiosità,

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Pilato comandò di portar subito via le insegne da Gerusalemme” .

Più tardi, il governatore si permise di attingere al tesoro del Tempio per finanziare la costruzione di un

acquedotto, cosa che provocò diverse manifestazioni di protesta della folla; allora Pilato, travestiti alcuni soldati

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da Giudei e sparpagliatili tra la gente, fece prendere a randellate i manifestanti .

Un’altra volta, racconta Filone, il governatore espose certi scudi dorati con il nome dell’imperatore al

palazzo di Erode a Gerusalemme; ma questa volta i nobili protestarono direttamente con l’imperatore, il quale

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ingiunse a Pilato di rimuovere gli scudi e farli appendere nel tempio di Augusto a Cesarea . Questa

arrendevolezza di Tiberio ci fa ipotizzare che ciò sia avvenuto solo dopo la morte di Seiano (31), onnipresente

ministro di Tiberio e nemico dei Giudei, e probabilmente anche dopo l’uccisione di Gesù.

Nel processo a Gesù, quale ci è descritto dagli evangelisti, gli accusatori del Sinedrio contavano sulla

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fedeltà di Pilato all’imperatore, e presentarono Gesù come un sovversivo che si voleva sostituire a Cesare ;

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Pilato invece pare fosse riluttante a condannarlo . Egli fa scrivere sulla croce il motivo della condanna,

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e nonostante la protesta dei sacerdoti, non permette che essa sia modificata . Dietro richiesta di Giuseppe di

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Arimatea, concede il cadavere di Gesù per la sepoltura .

Alla fine, Pilato stesso fu la vittima del suo modo di governare; nel 35 uno pseudoprofeta samaritano

promise ai suoi seguaci che avrebbe mostrato loro gli arredi del Tempio di Mosè, che si credevano nascosti nel

monte Garizim. Il governatore, raggiunta la sommità del monte, fece trucidare un gran numero di presenti, e in

seguito mise a morte i più ragguardevoli tra quelli che aveva arrestato. La comunità samaritana, allora, presentò

formale protesta al legato di Siria, Vitellio, diretto superiore di Pilato; egli l’accolse con premura, perché i

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Samaritani erano noti per la loro fedeltà a Roma, destituì Pilato e lo mandò a Roma a discolparsi . Correva

l’anno 36. Ma quando Pilato giunse a Roma, trovò che Tiberio era morto (16 marzo 37). In che modo finì il

condannatore di Gesù, è ignoto alla storia: alcuni lo fanno suicida (stante il vezzo di Caligola di far suicidare i

25 Legatio ad Caium 302, 4.

26 Bellum Iudaicum II, 174. Cfr. Antiquitates Iudaicae XVIII, 55-59.

27 Bellum Iudaicum II, 175-177; Antiquitates Iudaicae XVIII, 60-62.

28 Legatio ad Caium 299-306.

29 Gv 19,12: “Da quel momento Pilato cercava di liberarlo. Ma i Giudei continuavano a gridare: «Se tu liberi costui, non sei

amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare»”.

30 Mt 27,23-24:” «Ma che male ha fatto?». Ed essi gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla e

che, anzi, stava sorgendo un tumulto, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti alla folla dicendo: «Sono innocente del

sangue di questo giusto: voi ne risponderete»”.

31 Gv 19,19-22: “Pilato aveva scritto anche un cartello e l'aveva posto sopra la croce. Vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re de

Giudei» […]I sacerdoti-capi dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non lasciare scritto: «Il re dei Giudei», ma scrivi: «Costui disse:

sono il re dei Giudei». Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto»”.

32 Mt 27,57-58: “Quando fu sera, venne un uomo ricco di Arimatea, di nome Giuseppe, il quale era anch'egli discepolo di

Gesù; egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Pilato ordinò che gli fosse consegnato”.

33 Antiquitates Iudaicae XVIII, 85-89.

colpevoli, non è impossibile), mentre la successiva leggenda gli attribuì mirabolanti avventure, destinandolo ora

all’inferno, ora al paradiso come santo.

1.5. Il regno di Erode Agrippa I (41-44)

A Pilato seguirono altri procuratori, fino al regno di Erode Agrippa. Marco Giulio Agrippa, detto anche

Erode Agrippa, nato nel 10 a.C., era nipote di Erode il Grande, figlio di quell’Aristobulo ucciso dal padre nel 7

a.C., e sua madre era Berenice figlia di Salome. Il nonno aveva disposto che fossero educati a Roma, in

compagnia di Claudio il futuro imperatore. Caduto progressivamente in povertà, dopo un periodo in Palestina

al servizio di Antipa, ritornò a Roma nel 36 e strinse amicizia con Gaio, il futuro Caligola. Alla morte di Tiberio

l’amico Caligola, divenuto imperatore, gli assegnò nel 38 la tetrarchia di Filippo e quella di Lisania nella regione

di Abila. Giunto in Palestina, avendo suscitato l’invidia di Erodiade moglie di Antipa, che desiderava quei

territori per il marito, ottenne in seguito alla di lui deposizione per volontà di Caligola anche la Galilea e la

Perea. Sfruttando il momento opportuno, ottenne anche il piccolo regno della Calcide per suo fratello Erode.

Nel 40, tornato a Roma per la questione della statua imperiale, divenne gradito all’imperatore Claudio,

che abolì la provincia di Giudea, e la trasferì nei suoi poteri, dotandolo della potestà consolare. Così, il regno di

Erode il Grande venne ricostituito nelle mani del suo nipote, nel 41.

Agrippa si diede alla pratica scrupolosa e zelante della religione giudaica, cercando di rendersi gradito

alla corrente farisaica; anche la persecuzione della nascente comunità cristiana, culminata con l’arresto di Pietro

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e l’uccisione dell’apostolo Giacomo (Cfr. At 12,1-3) , è forse un modo per accattivarsi la folla. Tuttavia, fuori

dalla Giudea, a cominciare dalla sua residenza Cesarea, non si fece scrupolo di erigere statue, istituire ludi

gladiatorii, edificare un anfiteatro a Beyrouth, battere moneta con effigie umana. Sua è la costruzione del

grande muro di Agrippa, che però non fu portato a termine forse a causa di un divieto imposto da Roma. La

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morte, raccontata da Luca e da Giuseppe Flavio , lo colse nel 44 a Cesarea. Claudio affidò il governo ad un

nuovo procuratore romano, ristabilendo la vecchia provincia, in quanto il figlio di Agrippa era stato giudicato

troppo giovane ed inesperto per succedere al padre.

Agrippa II (49-dopo il 92)

Marco Giulio Agrippa II (detto il Giovane) era figlio di Agrippa I. La nomina a re l’ebbe nel 48, come

successore dello zio Erode di Calcide, che aveva ottenuto anche la sovrintendenza del Tempio di

Gerusalemme e il diritto di nomina del sommo sacerdote; nel 53 fece una vantaggiosa permuta di territorio,

restituendo al legato di Siria la Calcide e ricevendo in cambio le tetrarchie di Filippo, di Lisania, e una piccola

eparchia posseduta da Varo. A questi territori, Nerone (54-68) aggiunse anche nel 55 altre parti della Galilea

e della Perea, ovvero Tiberiade e Tarichea, e Bethsaida Giulia con 14 centri minori; il vassallo si sdebitò subito

mutando il nome della capitale Cesarea in Neroniade, ma questo nome cadde presto in disuso.

È assai celebre l’incontro di Agrippa con l’apostolo Paolo a Cesarea, mentre era tenuto in catene per

ordine del procuratore Felice: in tale incontro Paolo fece della propria vita e dottrina un’apologia così energica

da ben disporre il re (At 25-26). A tale incontro era presente anche la sorella Giulia Berenice, chiamata

“grande regina”; essa intratteneva una relazione incestuosa col fratello, di cui si prese gioco persino Giovenale

(in seguito ne ebbe un’altra con Tito, che si diceva volesse persino sposarla, ma che invece la ricacciò per ben

due volte, sebbene a malincuore).

Alle prime avvisaglie della guerra romana contro i Giudei, Agrippa cercò ed ottenne inizialmente di

mantenere la pace; dopo alcuni successi, fu scacciato da Gerusalemme a sassate, per aver esortato il popolo a

34 “Verso quel tempo il re Erode prese a maltrattare alcuni membri della Chiesa. Fece morire di spada Giacomo, fratello di

Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, mandò ad arrestare anche Pietro”.

35 At 12, 19-23.

36 Antiquitates Iudaicae XIX, 343-350.

tollerare ancora il procuratore Floro. Tornato a Cesarea, per aver inviato tremila cavalieri di rinforzo a

Gerusalemme, perdette il palazzo reale, incendiatogli dai rivoltosi della sua città.

Scoppiata la guerra, egli si schierò apertamente con i Romani, tanto che gli si ribellarono le città di

Tiberiade, Tarichea e Gamala; ma Vespasiano lo aiutò a riconquistarle, e nel 75, a guerra finita, venne

ricompensato per la sua fedeltà con la dignità pretoria e aumenti di territorio.

1.6. Seconda amministrazione romana (44-66)

Il secondo periodo di amministrazione procuratoria romana in Giudea, che andò dalla morte di Agrippa

I all’inizio della grande guerra giudaica, nel suo insieme fu assai diverso e peggiore del precedente.

Anzitutto il territorio era più esteso, in quanto prima esso comprendeva la vecchia etnarchia di

Archelao (Idumea, Giudea e Samaria), mentre le altre parti restavano sotto il governo di Filippo e Antipa; ora,

invece, tutto il regno di Agrippa I, che superava quello di Erode il Grande, fu dato a nuovi procuratori, sempre

con residenza a Cesarea. Questo stato di cose perdurò fino al 53, quando i territori di Filippo e Lisania

vennero dati ad Agrippa II.

Inoltre, le condizioni del governo erano sempre più difficili, perché da una parte il popolo era sempre

più intollerante del giogo straniero, e dall’altra i procuratori non fecero nulla per farsi amare, anzi, indispettirono

sempre più i Giudei. Escatologia e messianismo, tensioni religiose e politiche, si univano a formare una miscela

esplosiva.

Dei sette procuratori di questo periodo, ricordiamo Cuspio Fado (44-46), che mandò a morte Teuda,

un predicatore che aveva promesso ai suoi seguaci di far loro attraversare il Giordano dopo averne diviso le

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acque, come Mosè nel Mar Rosso (cfr. At 5,36 ). Antonio Felice (52-60), un liberto (cosa che fu criticata

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aspramente da Tacito ) scelto per intercessione del sommo sacerdote Jonathan, si trovò a fronteggiare il

partito sempre più attivo degli Zeloti. Suo merito fu la cattura del brigante Eleazaro. Egli esitò altresì a

stroncare sul nascere ogni movimento messianico, uno dei quali fu quello dell’egiziano che promise di

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distruggere con un cenno le mura della città. L’apostolo Paolo verrà scambiato una volta per costui . Secondo

il racconto degli Atti Felice tenne Paolo in carcere a Cesarea a lungo (At 23,35; 24,23), ma mostrava interesse

per la dottrina cristiana (24,24).

Il procuratore perseguitò con ogni mezzo gli Zeloti e i Sicari, ma non esitò a servirsene per far

assassinare lo stesso pontefice che aveva favorito la sua elezione.

Una disputa tra i Giudei e i Pagani di Cesarea, poiché i primi pretendevano la cittadinanza, finì anche

questa volta con massacri e con due delegazioni a Cesare, fatto che procurò la sostituzione di Felice con

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Porcio Festo (60 è la data più probabile, ma è assai discussa) . Festo (60-61,62) trovò la regione a lui

affidata in uno stato di semianarchia, e continuò la caccia dei rivoltosi; anch’egli poi ebbe a che fare con

predicatori di instaurazione messianica. Ma, tutto sommato, fu governatore corretto: per merito suo andò a

buon fine una disputa tra Agrippa II e i sacerdoti a proposito di un muro del Tempio. Con Paolo fu equo, e lo

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inviò a Roma per l’appello a Cesare .

Nell’intervallo tra la morte del procuratore e l’invio del suo successore, il sommo pontefice Anano

(Anna), figlio dell’Anna che compare nella passione di Gesù, approfittò della vacanza politica per mandare a

37 “Infatti tempo fa venne fuori Teuda, che si spacciava per un personaggio straordinario, e gli andò dietro un gran numero di

uomini, quasi quattrocento. Ma quando fu ucciso, tutti i suoi aderenti furono dispersi e si ridussero a nulla”.

38 Historiae V, 9.

39 At 21, 38: “Allora non sei quell'Egiziano che in questi ultimi tempi ha sobillato e condotto nel deserto i quattromila ribelli?”

40 Cfr. U. HOLZMEISTER, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, Casale 1950, pp. 107-112.

41 At 25,12; 26, 31-32.

morte alcune persone che odiava, tra cui Giacomo il Minore (detto Giacomo fratello del Signore), capo della

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comunità cristiana di Gerusalemme ; per questo, il pontefice si meritò la deposizione.

I successori di Festo, Lucceio Albino e Gessio Floro, si rivelarono per la Giudea un disastro: l’ultimo

oltraggio fu l’imposizione al popolo da parte di Floro di salutare le truppe che uscivano o entravano in città;

esso, suo malgrado, si piegò a farlo, ma Floro, desideroso di discordia, ordinò ai soldati di non rispondere

altrettanto. Nella rivolta da qui scaturita le truppe ebbero la peggio; molti Giudei si rifugiarono nel Tempio, e lo

isolarono dalla fortezza Antonia. Farisei e Sadducei cercavano una mediazione, Zeloti e Sicari volevano la

battaglia; la mediazione di Agrippa II, accorso ad implorare la pace, ebbe breve fortuna. Nel contempo,

Nerone negava ai Giudei la cittadinanza di Cesarea, contribuendo in tal modo ad infiammare gli animi. La

decisione di non compiere più nel Tempio il quotidiano sacrificio per l’imperatore fu l’offesa che segnò l’inizio

delle ostilità.

1.7. La guerra giudaica (66-74)

Nell’ottobre-novembre del 66 Cestio Gallo, legato della Siria, calò in Palestina con la legione XII

Fulminata e con altre truppe ausiliari, incendiando alcune città e tentando un assalto al Tempio, fallito; ritiratosi,

venne inseguito dai Giudei i quali ad Antipatride uccisero circa seimila soldati, e tornarono in città carichi di

preda e trionfanti. La notizia della rotta di Cestio raggiunse nel 67 Nerone; egli sostituì il legato di Siria con

Vespasiano, e lo incaricò, coadiuvato dal figlio Tito, di riportare la pace. Vespasiano sbarcò a Tolemaide e

avanzò verso la Galilea con circa 60.000 uomini; mentre i gerosolimitani si azzannavano a vicenda, con gli

Idumei per un certo periodo accorsi in aiuto degli Zeloti, attese il momento opportuno per il contrattacco; ma il

primo luglio del 69 venne proclamato imperatore (lo sarà sino al 79) e partì alla volta di Roma, lasciando in

Palestina il figlio Tito. Verso la Pasqua del 70, questi raggiunse Gerusalemme; la fortezza Antonia venne presa,

forse il 2 luglio, e rasa al suolo. Contro la volontà di Tito, a causa di un tizzone ardente gettato dentro una

apertura, il Tempio venne incendiato e devastato, probabilmente il 6 agosto; Tito fece appena in tempo ad

entrare nel Santo dei Santi, come aveva fatto Pompeo un secolo prima. Presa la città bassa, l’esercito si volse

alla regione alta, ove si trovava Giovanni di Ghiscala, capo della resistenza giudaica, fuggito con alcuni tesori ed

il paludamento pontificale. Catturato, farà parte del corteo trionfale a Roma, riprodotto in bassorilievo sull’arco

di Tito. Tito, in seguito, succederà al padre nell’impero (79-81).

La città venne totalmente distrutta; l’offerta al Tempio venne tramutata in offerta al tempio di Giove sul

Campidoglio, vennero fatti 97.000 prigionieri venduti come schiavi. La Palestina venne dichiarata proprietà di

Vespasiano, che ne distribuì molte terre ai veterani, e la Giudea divenne provincia imperiale. Furono espugnati

l’Herodium e la fortezza di Macheronte, e nella primavera del 73 la fortezza di Masada, i cui assediati si

diedero la morte l’un l’altro. Degli Zeloti, molti fuggirono in Egitto e a Cirene, continuando le agitazioni, ma

vennero messi in breve a tacere.

Una seconda ribellione dei giudei contro Roma si ebbe negli anni 132-135, al tempo dell’imperatore

Adriano, che aveva deciso di ricostruire Gerusalemme col nome di Aelia Capitolina. La rivolta fu repressa; la

città divenne una colonia romana e al posto del Tempio fu eretto un tempio a Giove. La provincia di Giudea

divenne provincia di Siria-Palestina.

2. LA VITA SOCIALE ED ECONOMICA

Bibliografia specifica

42 Antiquitates Iudaicae XX, 200.

P. A. BRUNT, Procuriatoral jurisdiction, in «Latomus» XXV (1966), pp. 461-489;

A. MOMIGLIANO, Ricerche sull’organizzazione della Giudea sotto il dominio romano (63 a.C-70 d.C.), Amsterdam 1967;

J. P. LEMONON, Pilate et le gouvernement de la Judée , Paris 1981;

2

E. M. SMALLWOOD, The Jews under Roman rule, Leiden 1981 ;

H. GUEVARA, Ambiente político del pueblo judío en tiempos de Jesús, Madrid 1985.

2.1. Effetti sulla società dell’amministrazione romana

Provincia

Per provincia si intende un territorio fuori d’Italia occupato e amministrato dai Romani. In epoca

repubblicana, l’amministrazione delle province minori era affidata ad ex pretori, quella delle maggiori ad ex

consoli: di qui il titolo di propretore e proconsole, e la conseguente suddivisione in province pretorie e province

consolari. Questi governatori risiedevano in una città della provincia chiamata capitale o metropoli. Nel 27

a.C., in forza di un accordo tra Augusto ed il Senato, le province ebbero una nuova ripartizione: al Senato

toccarono quelle interne, tranquille e debolmente presidiate, mentre quelle di frontiera, meno sicure, tumultuose

ed esposte agli attacchi dei barbari, l’imperatore le tenne per sé. Di qui la divisione in province imperiali e

province senatorie. Nel 23 Augusto si riservò anche un controllo sulle province senatorie, ottenendo il

cosiddetto imperium proconsulare magnum. Le province senatorie furono governate dai proconsoli, che

duravano in carica un solo anno, raramente due, quelle imperiali da legati di Augusto propretori, i quali

dipendevano dall’arbitrio dell’imperatore.

La Giudea era una provincia procuratoria, o di terza classe; pur godendo di autonomia, il suo

governatore, di classe equestre, era vigilato nel suo ufficio dal legatus pro praetore di Siria, che era la più

illustre provincia imperiale orientale, e che disponeva di tre e, dal tempo di Augusto, di quattro legioni

accampate nella capitale Antiochia. In latino, il governatore di Giudea è detto sia praefectus che procurator; il

titolo di praefectus era certamente usato per il governatore della provincia d’Egitto, e in Giudea è

documentato per Ponzio Pilato da un’iscrizione scoperta a Cesarea nel 1961. La denominazione di

procuratore aveva in origine un carattere d’indole finanziaria, ed esisteva anche nelle province senatoriali; in

seguito, almeno dal tempo dell’imperatore Claudio (41-54), tale appellativo prevalse senz’altro su quella di

prefetto, eccezion fatta per l’Egitto.

Si è già detto della condizione particolare della Giudea, dotata di un governatore ma sottoposta in

qualche modo alla supervisione del legato di Siria: le testimonianze di Giuseppe Flavio in merito, che paiono

talora contraddittorie, si spiegano tenendo presente tale situazione. Normalmente la Giudea e il suo

procuratore erano autonomi, ma nei casi più delicati, specie in caso di sommosse, il legato della Siria doveva e

poteva intervenire. Conosciamo poi vari casi d’intervento del legato di Siria negli affari interni della Giudea,

nella nomina dei procuratori Vitellio, Petronio e Quadrato, per esempio. Si tratta di una amministrazione

particolare, creata probabilmente per reggere una regione non facile a governarsi.

Esercito

Per la tutela dell’ordine pubblico, in Giudea erano di stanza cinque coorti, in tutto forse tremila uomini,

delle quali una, sempre a Gerusalemme, vigilava il tempio dalla fortezza Antonia. Dagli Atti degli Apostoli

(10,1; 27,1) abbiamo il nome di due di esse, l’Augusta e l’Italica, nomi confermati dal ritrovamento di alcune

iscrizioni. In Atti 23,23 compare anche il termine dexiolàboi, comunemente inteso come guardie di pubblica

sicurezza. Il Vangelo di Marco (6,27), riferendosi ad un periodo precedente al governo romano diretto,

nomina uno speculator di Erode Antipa, che era nell’esercito romano la sentinella, il portaordini o il carnefice:

l’uso di questo termine ci prova che nell’organizzazione militare la dinastia di Erode si conformava all’uso

romano. Le truppe al soldo di Agrippa I erano pure esse romane, stante il fatto che dopo la morte del re

furono da Claudio trasferite nel Ponto.

Tasse Quale capo amministrativo, il procuratore presiedeva alla esazione delle imposte e delle gabelle; esse

finivano nel fiscus o cassa imperiale, mentre le imposte delle province senatorie finivano nell’aerarium. Il

tributo più importante era il testatico, ovvero la tassa personale, dal quale i sinedriti, gli scribi, i sacerdoti e i

leviti di Gerusalemme erano esenti fin dal tempo di Antioco III. Le imposte erano di natura fondiaria, personale

o di reddito; le gabelle comprendevano diritti diversi, quali dazi, pedaggi, affitti di luoghi pubblici, mercati ed

altro. La Giudea fu divisa in undici distretti fiscali o toparchie, ed un ottimo mezzo di accertamento per

l’esazione delle imposte dirette furono i pubblici censimenti periodici (ogni 14 anni, di solito), come quello di

Quirinio ricordato dal Vangelo di Luca (3,2). Successivamente entravano in azione i pubblicani, i quali a loro

volta avevano come impiegati alle loro dipendenza gli exactores (esattori) o portitores (gabellieri); anche

questi ultimi venivano popolarmente detti pubblicani. Talora, a causa degli abusi, complicati maggiormente da

un sistema di appalti e subappalti, essi erano odiati dal popolo, come ci testimoniano non solo i Vangeli, ma

anche autori come Luciano di Samosata e Plinio il Vecchio.

Monete

I procuratori avevano diritto di battere moneta con l’effigie dell’imperatore; ma in Giudea, in ossequio

al divieto di farsi immagini di esseri animati viventi, le monete coniate dal procuratore non recavano alcuna

figura umana, ma solo il nome del regnante e alcuni simboli ammessi. Circolavano tuttavia anche monete con la

riprovata immagine, perché coniate fuori dalla Giudea, specie nel territorio delle regioni del nord, abitate da

molti pagani (cfr. Mt 22,19).

Giustizia

Per l’esercizio del potere giudiziario il governatore si serviva di un suo tribunale, ed aveva la facoltà di

pronunciare sentenze capitali (jus gladii). Chi godeva della cittadinanza romana poteva fare appello a Roma,

mentre per gli altri non esisteva appello; facendo ricorso a questo diritto Paolo si evitò una frettolosa

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condanna . Circa lo jus gladii del procuratore di Giudea, abbiamo l’affermazione di Giuseppe Flavio sul

primo di essi, Coponio, che “fu mandato [in Giudea] dopo aver ricevuto da Cesare ogni potere, incluso quello

di mettere a morte” (Bellum Iudaicum II, 118). Il supplizio più frequente per i delitti di ordine pubblico era la

crocifissione.

Invece per i casi ordinari rimasero in funzione i tribunali ebraici preesistenti, in primo luogo quello del

Sinedrio di Gerusalemme, secondo il costume romano di lasciare il più possibile in funzione le autorità locali. Il

Sinedrio conservò quindi ogni sua prerogativa, eccetto quella della pena capitale: è per questo che i

maggiorenti di Gerusalemme, dopo aver pronunciato la condanna di morte per Gesù, si rivolsero al prefetto

Ponzio Pilato per l’esecuzione (in Gv. 18, 31 i membri del Sinedrio dicono: “A noi non è consentito mettere a

morte alcuno”). Alcuni commentatori, però, hanno difeso il pieno diritto del Sinedrio di infliggere la pena di

morte per i delitti di indole religiosa, eseguiti ordinariamente con lapidazione.

La pubblica sicurezza, dunque, era garantita ordinariamente dall’autorità giudaica, e così anche la

giustizia ordinaria, amministrata a Gerusalemme dal Sinedrio; fuori della capitale, le medesime funzioni erano

assicurate da altri tribunali di anziani.

43 At 25,11: “Se ho fatto del male e ho commesso qualche cosa degna di morte, non rifiuto di morire, ma se non c'è nulla di

vero nelle cose delle quali costoro mi accusano, nessuno può consegnarmi nelle loro mani. Mi appello a Cesare”.

Privilegi ed obblighi civili e religiosi

Molti furono i privilegi mantenuti o concessi dai Romani alla nazione giudaica, come attesta Giuseppe

Flavio: “Essi non costringono i sudditi a trasgredire le leggi della loro nazione e si contentano di quegli omaggi

che gli obblighi religiosi e legali dei loro donatori consentono di dar loro” (Contra Apionem II, 73).

Il primo era l’esenzione del culto dall’imperatore, che pure nelle altre province era un atto

fondamentale di ordinario governo, perché impossibile ad accettarsi dagli Ebrei; la sola eccezione fu il tentativo

di Caligola, nel 40, di far introdurre la propria statua nel Tempio, ma il tentativo fu stornato dall’insistenza dei

Giudei e dal buon senso del legato di Siria Petronio.

I Giudei erano pure esentati dal servizio militare per riguardo alla proibizione del sabato e dei cibi

vietati, ed Augusto promise “di non lasciarli chiamare in giudizio dal vespro del venerdì a tutto il sabato”

(Antiquitates Iudaicae XVI, 164).

I Romani si astennero anche dall’introdurre insegne militari in territorio giudaico, che erano di scandalo

a causa dei trofei con le immagini dell’imperatore e dei popoli vinti. Tale privilegio era stato ottenuto da Erode

il Grande, e fu controvoglia rispettato anche da Ponzio Pilato, che tentò di eluderlo per ben due volte. Quando

Vitellio era sul punto di muovere contro gli Arabi, venne implorato dai Giudei di non passare nel loro territorio

con le insegne, ed egli accondiscese.

L’ingresso nell’atrio interno del Tempio era stato interdetto sotto pena di morte ai non circoncisi già da

Erode il Grande; il servizio di guardia era così assicurato da soldati giudei. Neppure ai portatori di handicap o

44

ad altre categorie considerate indegne era permesso l’ingresso. Altro privilegio era la garanzia di un arrivo

sicuro dell’oro che i Giudei della diaspora inviavano a Gerusalemme per il Tempio, privilegio deplorato da

Cicerone (Pro Flacco 67).

Per quanto riguarda le esecuzioni capitali, gli evangelisti ci parlano di un’amnistia pasquale in favore di

un condannato scelto dal popolo (cfr. Mt 27, 15: “ Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua,

rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta”); non ci sono riscontri in altri documenti, ma solamente un

papiro dell’anno 85 attesta che il prefetto d’Egitto risparmiò la flagellazione ad un malfattore, in grazia alle folle.

Il fatto che Gesù andò fino al Calvario vestito, e non nudo, secondo l’uso romano, potrebbe indicare un

privilegio rispettoso della decenza giudaica. Era poi obbligo per i Giudei che non restassero cadaveri appesi

dopo il tramonto, in forza della prescrizione mosaica di Dt 21, 23; tale regola verrà rispettata anche al tempo

dell’occupazione romana, come ci testimoniano Filone, Giuseppe Flavio ed i racconti dei Vangeli su Gesù.

Alcuni hanno visto un altro privilegio nel cosiddetto rescritto di Nazareth, che per ordine dell’imperatore puniva

con la morte i violatori di tombe giudaiche.

Tuttavia, i Giudei dovevano osservare alcune imposizioni anche in campo religioso: innanzitutto il

giuramento di fedeltà all’imperatore, introdotto verso la fine del regno di Erode il Grande (causò non pochi

fastidi al re), ricordato dalle fonti anche per il 37, quando il legato di Siria Vitellio lo fece pronunciare in favore

di Caligola (Antiquitates Iudaicae XVIII, 124).

Ogni giorno, nel Tempio, si doveva fare un sacrificio per l’imperatore ed il popolo romano, come dissero una

volta i Giudei a Petronio di Siria (Bellum Iudaicum II, 197); ma pare che il sacrificio venisse pagato

dall’imperatore medesimo (Filone, Legatio ad Gaium 157, 6).

I magistrati romani, seguendo l’esempio di Erode il Grande e Archelao, ebbero a nominare, deporre e

a sostituire i sommi sacerdoti, e arrivarono persino a conservare per trent’anni nella fortezza Antonia il loro

stupendo paludamento, che quindi andava richiesto e poi riconsegnato per le tre festività dell’anno. Al tempo di

Tiberio, quest’ultima usanza venne abbandonata.

44 Cfr. At 3, dove Pietro e Giovanni incontrano fuori dalla porta Bella del Tempio uno zoppo che si aspetta di ricevere da loro

dell’oro. Sempre a detta di Giuseppe Flavio, “i soldati romani, per motivi di ordine pubblico, occupavano in

armi, durante le solennità giudaiche, i portici del Tempio” (Antiquitates Iudaicae XX, 106).

La Giudea governata dai procuratori romani, quindi, non si trovava in condizioni affatto peggiori della

Giudea di Erode il Grande; certo, tutto dipendeva dall’indole dei singoli governanti, che non mancarono di

commettere atti sconsiderati, specie negli ultimi anni prima dello scoppio delle guerre giudaiche, quando a

governare un popolo sempre meno tollerante vennero inviati procuratori sempre meno condiscendenti.

2.2. La società giudaica

I sacerdoti

La celebrazione dei riti sacri, pubblici e privati, spettava ai Sacerdoti “della tribù di Levi, figli di Sadoq”

(Ez 44,15), la cui genealogia veniva fatta risalire ad Aronne, fratello di Mosè; essi godevano di numerosi

privilegi (ad esempio ricevere parte delle offerte dei fedeli), dovevano essere liberi da difetti fisici, non

potevano sposare una donna divorziata e sottostavano a rigide norme di purità. La classe sacerdotale era assai

stimata all’epoca del secondo Tempio, sebbene fossero evidenti le differenze tra i sacerdoti benestanti e quelli

semplici, che avevano anche altre attività. I sacerdoti più aristocratici ordinariamente erano Sadducei, ma ogni

gruppo religioso ne annoverava tra le sue fila. Essi erano divisi in ventiquattro classi, ognuna delle quali

prestava servizio a turno nel Tempio per una settimana (cfr. Lc 1). Vivevano nella capitale o dispersi nel paese:

in quest’ultimo caso salivano a Gerusalemme per il servizio, che veniva assegnato per sorteggio.

I sacerdoti erano coadiuvati nel loro servizio dai Leviti, il clero inferiore, che però non avevano gli

stessi diritti dei sacerdoti, e si occupavano anche della pulizia e della manutenzione del Tempio (ogni giorno

occorrevano duecento Leviti per aprire le enormi porte del Tempio); anche essi erano suddivisi in ventiquattro

classi. Il personaggio più autorevole, in età postesilica, era il Sommo sacerdote, le cui incombenze principale

erano quelle di entrare una volta all’anno, il 10 di Tishri (giorno dell’espiazione), nel Sancta Sanctorum per

purificare il popolo (Lv 16) e di vigilare su tutto l’andamento del culto, al quale solitamente partecipava nelle

festività maggiori. Speciali norme, poi, gli imponevano una santità particolare.

La cerimonia dell’investitura aveva sostituito l’unzione, dopo la distruzione del Tempio salomonico, a

causa della dispersione dell’olio santo. Al sommo sacerdote spettava un ricchissimo paludamento sacrale, del

quale ci è stata conservata la descrizione; egli lo indossava nelle sacre cerimonie, eccezione fatta per il giorno

dell’espiazione, nel quale egli penetrava nel Santo dei Santi vestito da semplice sacerdote.

Dopo la creazione del Sinedrio, egli ne fu il capo di diritto; inoltre, nel caso di vacanza del potere civile,

egli lo assumeva su di sé. Con l’avvento al potere della dinastia di Erode il Grande, spirò per lui l’obbligo di

vegliare sulla legge, la cui interpretazione gli scribi arrogarono a sé. Sotto la dinastia degli Asmonei, i sommi

sacerdoti avevano esercitato anche la funzione regale; in seguito, privati del trono al tempo di Erode il Grande,

furono quasi sempre eletti tra i membri di alcune famiglie sacerdotali più influenti. Uno degli scopi della rivolta

giudaica del 68-73 fu quello di insediare un nuovo «legittimo» sommo sacerdote.

La mercificazione della dignità, il fatto che appartenessero abitualmente al partito dei Sadducei, la

durata della loro carica che dipese sempre più dal capriccio dell’autorità civile del momento, e in certi casi la

loro avidità e ignoranza, favorì il declino dell’autorità dei sommi sacerdoti presso il popolo, specie nel I secolo

d.C.; tuttavia, grazie alla considerazione di cui godeva la carica presso il popolo, essi restavano ugualmente

figure influenti e rispettate. I sommi sacerdoti destituiti formavano una specie di aristocrazia sacerdotale.

Nomi famosi di sommi sacerdoti sono quelli di Anna (6-15) e Caifa (18-36), menzionati dai Vangeli

(cfr. Lc 3,2; Gv 18,13).

Gli scribi

Il nome scriba corrisponde al greco grammatéus, scrivente; altri termini usati nel Nuovo Testamento

sono nomikòs (giurista), didàskalos (maestro) o nomodidàskalos (dottore della legge). L’origine degli Scribi

si ricollega all’esilio babilonese, quando il fallimento dell’antico ideale di istituzione monarchica e sacerdotale, e

la lontananza dal Tempio, favorirono la pietà e lo studio della Legge. Questo studio necessitava di una scuola:

dopo il ritorno dall’esilio nacque allo scopo il ceto degli Scribi, dei quali parla già Sir 38-39. Essi non solo si

erano dedicati allo studio della Scrittura per acquistarne la conoscenza, ma si erano resi capaci di insegnarla ad

altri, ed in veste di esperti affiancavano i giudici in tribunale. Gli Scribi insegnavano la legge in scuole da loro

fondate o nel cortile del Tempio o in case private, circondati dai loro scolari. Provenivano da classi sociali

disparate; c’erano anzitutto membri del ceto sacerdotale, ma la maggioranza di essi era di origine laicale.

L’autorità di cui godevano è dimostrata anzitutto dal titolo di rabbi (mio maestro) che fu loro attribuito.

I Vangeli e alcuni testi talmudici tendono a inveire contro questa categoria, accusandoli di stretto

legalismo e formalismo esteriore, di corporativismo e di tendenza a sentirsi superiori al popolo illetterato; ma

questi dati non vanno generalizzati.

Nei Vangeli e nella tradizione giudaica Scribi e Farisei sono continuamente associati, ed è normale,

tenendo conto della realtà contemporanea; ma non tutti gli Scribi erano Farisei, come non ogni Fariseo era uno

Scriba. Gli Scribi erano gli uomini dedicati allo studio, all’interpretazione, alla conservazione e all’insegnamento

della legge, sacerdoti o laici, Sadducei o Farisei; ma essendo per lo più al tempo di Gesù dei laici, seguivano

quasi tutti le dottrine farisaiche. Sarebbe però un errore identificarli completamente, anche se in genere gli

Scribi propendevano per l’interpretazione farisaica della Legge; d’altra parte, essi esistevano prima della

nascita del movimento farisaico, ed alcuni di essi erano sacerdoti sadducei. Anche i Vangeli talora hanno

lasciato traccia di questa distinzione.

Gli anziani

Accanto agli Scribi va menzionato il gruppo degli Anziani ai quali i Vangeli alludono spesso (cfr. Mc

15,1; Mt 16,21; Lc 22,52). Non si tratta di Dottori della Legge, ma di patrizi, persone altolocate, indicati dalle

fonti come capi del popolo, notabili, nobili. Essi avevano avuto un ruolo predominante nel governo della

nazione dopo l’esilio, ma la loro influenza nel Sinedrio al tempo di Gesù era alquanto diminuita.

Il popolo

La popolazione totale della Palestina del I secolo è stata calcolata in poco più di mezzo milione di

abitanti, in maggioranza contadini, artigiani o addetti al commercio. Certe professioni erano oggetto di

disprezzo, come quella dei conciatori (cfr. At 9,43) o dei tessitori, per via delle impurità legali che

comportavano, o quella dei collettori delle imposte o pubblicani, che erano al servizio dei romani. Per questo,

le fonti li mettono frequentemente in compagnia dei ladri e dei peccatori.

Gli schiavi

La classe più sfavorita socialmente in Palestina era quella degli schiavi. Un cittadino libero poteva

cadere in schiavitù sia come punizione per il reato di furto sia per l'impossibilità di pagare i debiti; un povero

poteva anche vendere se stesso e andare a servire. Bisogna però distinguere fra gli schiavi di origine giudaica,

protetti da una speciale legislazione nella Bibbia (Es 21; Lv 25,39) e quelli di origine pagana la cui servitù

poteva essere a vita: infatti lo schiavo giudeo recuperava la libertà, di norma, alla fine di sei anni servizio.

Considerati come proprietà assoluta del padrone, gli schiavi pagani potevano essere ceduti, venduti ed

entrare anche nell'eredità. Non erano al riparo dai maltrattamenti e dai capricci dei loro padroni (cfr. Sir 33,25

ss.), ma se venivano maltrattati o si procurava loro qualche invalidità fisica, il tribunale si riservava il diritto di

render loro la libertà (Es 21,26-27). L'uccisione di uno schiavo era punita come un omicidio. Lo schiavo

pagano poteva anche essere aggregato al giudaismo, l'uomo tramite la circoncisione, la donna con un bagno

che «ne faceva un proselito» (Targum di Dt 21,13); in seguito a ciò non li si poteva più vendere a pagani. Certi

maestri del Talmud giunsero a proibire di tenere presso di sé degli schiavi incirconcisi.

Essi erano comunque tenuti a osservare solo una parte degli obblighi religiosi che spettavano ai Giudei,

praticando le azioni alle quali erano tenute le donne. Secondo la legge ebraica, allo schiavo giudeo era

consentito lavorare non più di dieci ore al giorno, e mai di notte; doveva essere trattato bene e non gli si

dovevano imporre servizi considerati disonorevoli, come lavare i piedi al padrone o mettergli i calzari. Non

poteva essere obbligato a lavorare di sabato, né essere sottoposto a umiliazioni, o incaricato di svolgere lavori

che rivelassero la sua condizione di schiavo, come esercitare il mestiere di sarto, barbiere o servitore nei bagni

pubblici. Se fuggiva dal padrone, non era lecito riconsegnarlo.

Le schiave godevano di minori privilegi in confronto ai maschi, ma anch'esse erano protette dalla legge;

inoltre, una giovane schiava avvenente, mantenuta come concubina, non raramente poteva anche divenire

moglie del padrone.

I Proseliti e i Timorati di Dio

Caratteristica della religione d'Israele è il suo stretto legame con un popolo. Tuttavia, fin dall'AT,

troviamo numerose allusioni a una categoria di stranieri che vivono in mezzo al popolo e vi sono religiosamente

incorporati: sono i gherìm, un termine che i Settanta rendono abitualmente con prosélytoi. I proseliti prendono

parte alla celebrazione delle feste (At 2,11), a esclusione del banchetto pasquale se sono incirconcisi (Es

12,48), e devono rispettare il sabato (Es 20,10). Buona parte della letteratura del giudaismo ellenistico è

impregnata di una sorta di propaganda giudaica verso i Gentili, allo scopo di presentare la fede d'Israele come

assimilabile ad altre culture. La missione cristiana si troverà spesso ad avere a che fare con dei proseliti (At

6,5; 13,43). In tempi tardivi, questi proseliti circoncisi, che si erano sottomessi alla circoncisione,

accompagnata da bagno rituale e da un sacrificio al Tempio, furono chiamati anche proseliti di giustizia, in

quanto osservanti della giustizia della Legge giudaica. Gli altri erano chiamati proseliti della porta o di

abitazione, in quanto dimoranti dentro le porte, ossia abitanti d’Israele.

Di norma i proseliti vengono distinti dai devoti o timorati di Dio che accettavano la fede giudaica, ma

non suggellavano la loro adesione con la circoncisione. Vi era una certa oscillazione nelle denominazioni: la

lingua del NT (At 13,43), e non solo, mostra che l'espressione «timorati di Dio» era talora impiegata,

etimologicamente più che tecnicamente, in modo da comprendere anche i veri proseliti. A costoro, oltre

all’adesione dottrinale, si richiedeva solamente l’osservanza del sabato e dei digiuni, qualche contributo al

Tempio e alcune prescrizioni sui cibi.

Le donne

Le ragazze di solito si sposavano assai giovani, fra i 12 e i 14 anni. Il matrimonio era giuridicamente

valido dal momento in cui il giovane aveva stipulato il contratto ufficiale di fidanzamento con il padre della

sposa, davanti a testimoni: se lo sposo promesso veniva a morire nei dodici mesi di fidanzamento, la fidanzata

45

era comunque considerata vedova. Il fidanzamento si poteva rompere solo con una lettera di ripudio .

45 Cfr. Mt 1,18-19: “Maria, sua madre, era stata promessa in matrimonio a Giuseppe, ma prima che iniziassero a stare insieme,

si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Il suo sposo Giuseppe, che era giusto e non voleva esporla al pubblico ludibrio,

decise di rimandarla in segreto”.

Secondo Dt 24,1 soltanto il marito poteva dare questa lettera alla moglie «se avesse trovato in essa qualcosa

di vergognoso»; era invece passibile di morte in caso di adulterio.

Un argomento che doveva essere uno dei temi preferiti nelle controversie di scuola, era certamente

l’interpretazione del motivo valido per il ripudio: i dottori discepoli di Hillel si accontentavano di ragioni di poco

conto, mentre quelli di Shammai esigevano una colpa grave contro il buon costume e un'infedeltà al marito.

Anche Gesù avrebbe avuto poi occasione di pronunciarsi su quest’argomento, interrogato se fosse lecito

ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo, domanda alla quale rispose negativamente (Mt 19,3). Il marito

doveva versare alla donna dalla quale si separava una somma che era stata determinata nel contratto di

matrimonio: questa clausola dì ordine economico aveva anche la funzione di limitare il numero dei divorzi. Il

fatto di rimanere senza figli era visto come una grande sventura, una vergogna per una donna (cfr. Lc 1,25),

addirittura un castigo di Dio; il marito poteva ripudiare la moglie se essa, in capo a dieci anni, non gli avesse

dato figli.

Come in genere nell'oriente antico, la donna non partecipava alla vita pubblica (salvo casi eccezionali,

come quello della regina Alessandra, 76-67 a.C.); non partecipava attivamente al culto, né poteva valere come

testimone nei processi. Al Tempio le donne non potevano oltrepassare il vestibolo a loro riservato, e nella

sinagoga non intervenivano né per la lettura della Torah né per le preghiere.

Nella diaspora tuttavia, a contatto con le usanze più liberali del mondo pagano, sembra che le donne

abbiano goduto di maggiore iniziativa (cfr. At 16,13).

Le donne erano escluse dallo studio della Bibbia; la loro occupazione principale consisteva soprattutto

nel disbrigo dei lavori domestici. Uscivano poco, col capo coperto, ed era ritenuto sconveniente rivolgere loro

la parola (cfr. Gv 4,27) o anche solo guardarle. La condizione teorica della donna nell'antichità è ben descritta

dalla frase di Flavio Giuseppe: “La donna, dice (la Legge), è inferiore all'uomo in ogni cosa” (Contra Apionem

II,24). Nella pratica, la tradizione garantì alla donna giudea una serie di diritti considerevoli se teniamo presente

l'epoca; ad esempio i testi che autorizzavano il padre a vendere la figlia, come schiava o per il matrimonio,

furono notevolmente temperati. Il fatto che un gruppo di donne abbia seguito Gesù (Lc 8,1-3; Mc 15,41), in

ogni caso, doveva apparire a quel tempo piuttosto insolito.

3. LE ISTITUZIONI GIUDAICHE

Bibliografia specifica

G. BONSIRVEN, Il giudaismo palestinese al tempo di Gesù Cristo, tr. it., Torino 1950;

PARROT, Le Temple de Jérusalem, Paris 1954; 2

R. DE VAUX, Le istituzioni dell’Antico Testamento, tr. it., Casale 1961 ;

E. STERN (a cura di), The New Encyclopedia of Archeological Excavations in the Holy Land, New York 1993;

F. MANNS, La preghiera d'Israele al tempo di Gesù , tr. it., Bologna 1996;

R. LE DÉAUT, La vita religiosa e sociale, in A. GEORGE – P. GRELOT (a cura di), Introduzione al Nuovo Testamento, vol I:

Gli inizi dell’era cristiana, tr. it., Roma 1977;

J. A. SOGGIN, Israele in epoca biblica. Istituzioni, feste, cerimonie, rituali, tr. it., Torino, Claudiana, 2000.

Il Tempio di Gerusalemme

Il centro di ogni pratica religiosa per i Giudei era il Tempio di Gerusalemme. Il primo Tempio era stato

concepito dal re Davide, ed edificato dal figlio Salomone; distrutto nel 586 a.C. dal babilonese

Nabucodonosor, fu riedificato grazie alle concessioni del persiano Ciro il Grande nel 538. Si tratta del

cosiddetto secondo Tempio. All’epoca di Gesù esso era stato completamente rifatto da Erode il Grande, che

aveva iniziato i lavori di restauro e ampliamento nel 20-19 a.C., e aveva terminato nel giro di un anno e mezzo

il Tempio vero e proprio, rispettando il disegno tradizionale salomonico; ma i lavori sulle parti restanti

terminarono solo nel 64 d.C., pochi anni prima della sua definitiva distruzione da parte dell’esercito del

generale romano Tito. I Vangeli fanno allusione alla lunghezza di questi lavori, ed all’imponenza delle opere

46

realizzate .

Non è facile ricostruire quale fosse la disposizione precisa dei vari edifici, ma la struttura generale del

santuario ci è nota (vedi piantina). L’intero complesso misurava circa 121.000 metri quadri, circondato da un

muro che correva per 256x288x430x443 metri. Sul lato nord il tempio era collegato con la Fortezza Antonia,

costruita da Erode sulle rovine di una precedente torre, e a sud est si trovava il famoso Pinnacolo di cui

parlano i vangeli (Mt 4,5; Lc 4,9). L’ingresso principale (vi erano ingressi su tutti i lati, ciascuno con un nome:

Porta nord, Porta dorata, etc.), preceduto da un locale per le abluzioni rituali (mikveh), si trovava sul lato

sud, ed era costituito da una grande gradinata con due porte, una doppia e una tripla. L’atrio era costituito da

portici e gallerie coperte che percorrevano tutto il lato esterno dell’edificio; quello sul lato sud, appunto, era

detto Portico regio, mentre quello a est si chiamava Portico di Salomone (Gv 10,23; At 3,11), e guardava

sul torrente Cedron; qui si riunivano i primi Cristiani. Oltrepassati i portici, ci si ritrovava nell’ampio Atrio dei

Gentili, uno spiazzo accessibile anche ai pagani, occupato da cambiavalute, venditori di animali per i sacrifici,

visitatori (Gv 2,14; Mc 11,15), maestri della legge (Gv 18,19); tutti gli stranieri che giungevano a Gerusalemme

non mancavano di visitare il Tempio, di cui il Talmud scriverà: “Colui che non ha visto il Tempio di Erode in

vita sua, non ha mai visto un edificio maestoso”.

Al centro dell’Atrio dei Gentili, si ergeva un luogo sopraelevato, separato dal resto con una balaustra di

pietra che segnava il limite oltre il quale pagani e incirconcisi non potevano avanzare. Numerose iscrizioni in

greco e latino ammonivano gli stranieri, come quella ritrovata nel 1871, che recita: “Nessuno straniero metta

piede entro la balaustrata che sta attorno al Tempio e nel recinto. Colui che vi fosse sorpreso, sarà la causa per

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se stesso della morte che ne seguirà” .

Superata la balaustrata, si entrava in un altro atrio, al quale si accedeva tramite nove porte; la più nota

era la Porta bella, ove stazionavano numerosi mendicanti in attesa di elemosina (At 3,2), e che introduceva

nell’Atrio delle donne, così chiamato perché ad esse non era permesso superarlo. Quest’area più interna e

circoscritta separava i giudei dai pagani, ed era una sorta di luogo d’incontro; in esso si raccoglievano anche le

offerte per la tesoreria del Tempio, amministrata dai Leviti, in recipienti a forma di corno (Mc 12,42-44). Sui

quattro angoli, c’erano dei locali separati: il deposito della legna, dell’olio e del vino, la camera dei Nazirei e

quella per l’ispezione dei lebbrosi.

Tramite la Porta di Nicanore, il luogo ove le madri offrivano il sacrificio dopo la nascita del loro

primogenito (Lc 2,22), si accedeva all’Atrio degli Israeliti.

Il santuario vero e proprio (

naòs) aveva la pianta del tempio di Salomone: superato il parapetto che

introduceva all’Atrio dei Sacerdoti, si trovava il grande Altare degli olocausti, collocato di fronte all’entrata

del Tempio propriamente detto, ed il deposito dell’acqua. L’altare era di pietra grezza mai toccata da strumenti

metallici, e gli angoli erano decorati con protuberanze a forma di corno.

Dodici gradini conducevano al Santo, separato dall’esterno da un velo o cortina: dentro si trovavano

l’altare dei profumi (Lc 1,9) in legno di acacia rivestito di ori, ove il sacerdote offriva due volte al giorno una

speciale mistura di aromi (Es 30,1-10 e 34-36; 37,25-28; è l’incenso che offre Zaccaria in Lc 1,9), la tavola

46 Gv 2,20: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”; Mc 13,1-2: “Mentre

usciva dal Tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!».

47 Edizione a cura di CLERMONT – GANNEAU in «Revue Archéologique» XXIII (1872), pp. 214-234. Cfr. E. GABBA,

Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, Casale 1958, pp. 83-86.

dei pani della proposizione (Es 25,23-30; 37,10-16; 40,22) ed il candelabro aureo a sette braccia (menorah),

con ornamenti a fior di mandorlo, sul quale ardevano lampade ad olio.

Seguiva, isolato da una spessa cortina, il Santo dei Santi, un locale cubico di nove metri di lato,

spoglio e senza finestre, ove poteva una volta all’anno, nel giorno delle espiazioni, entrare solo il sommo

sacerdote, vestito di semplice abito di lino bianco (Lv 16,12). Dopo che l’arca dell’alleanza era scomparsa

con la presa di Gerusalemme del 587, il Santo dei Santi era vuoto.

Secondo il racconto della passione dei Vangeli sinottici, il velo del Tempio (quello esterno o quello

interno?) si squarciò al momento della morte di Gesù (cfr. Mt 27,51).

Il culto del Tempio

Per gli Ebrei, il santuario era luogo e segno della presenza del Dio vivente (Dt 12, 5; 1 Re 8; 9, 3),

casa di Dio, luogo purissimo e santissimo (cfr. la denominazione di “luogo santo” in Mt 24,15): per entrarvi

erano necessarie previe purificazioni, specie per i sacerdoti.

Come presso tutti i popoli antichi, anche nella religione d’Israele il sacrificio era l’elemento precipuo del

culto. Esso consisteva nell’immolazione di una vittima, che veniva sgozzata, ed il suo sangue sparso sull’altare;

il resto era macellato, e poi consumato in tutto o in parte col fuoco dell’altare. Vi erano poi offerte di farina,

vino o olio (Lv 1-8), il tutto come propiziazione o espiazione dei peccati del popolo o del singolo. Solo animali

domestici allevati per il consumo umano erano accettati per i sacrifici, purché privi di qualsiasi difetto.

Mattino e sera si offriva il “sacrificio perpetuo” (tamid), l’olocausto di un agnello (Es 29, 42), mentre il

sabato non si accettavano offerte dei privati, ma si compivano due sacrifici in più a nome di tutto il popolo.

Inoltre, a partire dall’epoca di Augusto, si offriva un sacrificio per l’imperatore e per l’impero, a spese del

tesoro romano, fino all’insurrezione del 66. In occasione delle feste, dei sabati e delle neomenie (noviluni), il

numero dei sacrifici era tale da necessitare di una vera e propria folla di sacerdoti; Giuseppe Flavio calcola a

20 mila unità il numero complessivo degli addetti al Tempio.

Ogni giudeo pagava un’imposta annuale per il Tempio (cfr. Mt 17,24) ed era tenuto a recarvisi per le

grandi festività religiose, soprattutto per la Pasqua (cfr. Lc 2,41).

Il Tempio era stato al centro della pietà dell’Antico Testamento specie dalla centralizzazione dei culto a

Gerusalemme in poi; l’esistenza sporadica di altri templi, ovvero quello di Elefantina nell’Alto Egitto (V sec.

a.C.), quello di Onia IV a Leontopoli (164 a.C. circa) e quello samaritano del monte Garizim (330 a.C. circa),

non godettero mai presso il popolo del prestigio di cui godeva il santuario di Gerusalemme. Anche le critiche

dei profeti nulla tolsero al loro rispetto per l’istituzione cultuale, e il Tempio fu per Ezechiele un elemento

essenziale del suo progetto di restaurazione (Ez 40,1-44, 9). Certamente numerose erano le aspirazioni a un

culto più spirituale, specie nella diaspora, e più di una corrente aveva manifestato certe riserve nei confronti del

Tempio; è anche vero che altre attività religiose come la preghiera, il digiuno, le opere di carità e lo studio della

Bibbia prendevano sempre più piede: ma non è possibile pensare che i Giudei dell’epoca di cui ci stiamo

occupando si fossero alquanto disamorati del Tempio, nella misura in cui lo fossero invece di molti dei suoi

sacerdoti. Anche nei movimenti separatisti, quale quello degli Esseni, l’abbandono del Tempio non è che una

constatazione di illegittimità sacerdotale e calendariale, da correggere per ripristinare il culto legittimo. La

posizione di Gesù è nella linea dei profeti (cfr. Mt 21,13, con citazione di Is 56,7 e Ger 7,11); anche i Cristiani

per un certo periodo continuarono a frequentare il Tempio (At 2,46; 21,26). La distruzione del 70 fu sentita

dai giudei come una catastrofe e provocò crisi e dibattiti anche tra i cristiani.

La sinagoga


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Filologia ed Esegesi neotestamentaria tenuto dalla professoressa Clementina Mazzucco.
Contesto storico, sociale e religioso del Nuovo Testamento.
- La fine del regno di Giudea indipendente.
- Erode il Grande (73-4 a.C.).
- I successori di Erode.
- Prima amministrazione romana in Giudea (6-41): Ponzio Pilato (26-36).
- Seconda amministrazione romana (44-66).
- La guerra giudaica (66-74).
- Vita economica e società giudaica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2001-2002

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia ed Esegesi neotestamentaria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Mazzucco Clementina.

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