Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Il contesto della mediazione: la sfida della interculturalità

nella società multietnica

Guido Giarelli

Premessa

I due presupposti da cui partiamo è che non sia possibile, anzitutto, affrontare il

problema della mediazione interculturale nel contesto dei servizi socio-sanitari [Giarelli e

Ghiretti 2002] senza una adeguata discussione preliminare di quale modello di

integrazione sociale in una società multietnica la mediazione presupponga; e, in secondo

luogo, che per comprendere i rapporti tra differenze culturali e salute in una società

globalizzata occorra andare al di là di una concezione statica tradizionale di cultura per

riuscire a cogliere le dinamiche interazionali che si sviluppano in situazioni di

multiculturalità.

La proposta che questo saggio cerca quindi di disegnare in risposta alle due

problematiche precedenti è quella di un modello di integrazione interculturale che vada

al di là dei limiti intrinseci del multiculturalismo, nella direzione di quel dialogo

conviviale e di quella interpenetrazione tra culture che rappresentano la vera sfida con

cui i servizi socio-sanitari oggi si confrontano nel momento in cui intendono uscire da

una visione e da una prassi etnocentriche del nesso tra differenze culturali e salute

[Giarelli 1991 e 1994b].

1. Le dimensioni dell’integrazione sociale

Sia il dibattito teorico che la prassi politica contemporanei relativi al problema

dell’immigrazione nelle società occidentali sempre più multietniche è incentrato sul

concetto di poiché si tratta di un concetto sociologicamente complesso e

integrazione:

niente affatto scontato, del quale esistono varie possibili interpretazioni (e relative

ricadute politiche), oltre che fortemente dinamico nella sua evoluzione semantica, quel

che ci proponiamo qui è precisamente di tentare di sviscerarne significati teorici e

implicazioni operative alla luce del dibattito contemporaneo sul multiculturalismo.

Il problema dell’integrazione sociale in situazioni di multietnicita e multiculturalità

può essere analizzato secondo due assi fondamentali. Quello che definirei l’asse

o dell’integrazione, è relativo alle diverse dimensioni sociali che

orizzontale trasversale

esso sottende: implicate in tale concetto, sono infatti almeno tre dimensioni. La

dimensione è relativa alle condizioni materiali di vita e di lavoro di un

socio-economica

individuo o di un gruppo sociale: l’occupazione, l’abitazione, i livelli di consumo e le

possibilità di accesso ai servizi sociali (istruzione, sanità, assistenza, previdenza) quali

opportunità di integrazione intese come possibilità di godimento di determinati beni

sociali materiali e immateriali. La dimensione dell’integrazione riguarda

socio-culturale

invece le questioni connesse all’identità culturale di un individuo e di un gruppo sociale:

ovvero, la possibilità di mantenere determinati modelli cognitivi e normativi e gli

orientamenti di valore propri di una determinata tradizione culturale. È l’integrazione

come pluralismo della differenza in una società complessa e multiculturale. Infine, la

dimensione dell’integrazione è relativa alle possibilità di partecipazione

socio-politica

diretta (movimenti collettivi, associazioni politiche, ecc.) e indiretta (elezioni

amministrative e politiche) di un individuo o gruppo sociale ai processi decisionali

1

riguardanti la collettività: l’integrazione come opportunità di inclusione nel sistema

politico e nello Stato in particolare.

L’altro asse fondamentale per l’analisi del problema dell’integrazione sociale è

quello, che definirei legato al problema dell’equità, intesa come uguaglianza

verticale,

delle opportunità più che come uguaglianza degli esiti. L’uguaglianza delle opportunità

presuppone anzitutto che ciascun individuo o gruppo sociale disponga di un’uguale

1

possibilità teorica di ottenere i benefici e le ricompense sociali che una società offre : il

che presuppone che non sussistano discriminazioni formali o privilegi speciali

(uguaglianza Tuttavia, com’è noto, ciò non basta a garantire una effettiva

formale).

uguaglianza delle opportunità, dal momento che i punti di partenza non sono spesso i

medesimi e possono esistere tutta una serie di barriere artificiali di natura sia materiale

(mezzi economici, ecc.) che simbolica (pregiudizi, ecc.) che impediscono a individui e

gruppi sociali di godere di un accesso sostanziale ai beni sociali. L’uguaglianza

si caratterizza quindi come un complesso di strumenti volti a favorire

sostanziale

l’esercizio effettivo dei diritti previsti sul piano dell’uguaglianza formale da parte di

individui e gruppi: il dibattito sulle le politiche di discriminazione

affirmative action,

positiva adottate negli USA a favore di gruppi sociali considerati discriminati (donne,

minoranze etniche, disabili) costituiscono un esempio, sia pure molto discusso. Esse

costituiscono comunque un tentativo di garantire un’effettiva equità nei confronti dei

gruppi sociali considerati più deboli e discriminati attraverso una forma di

discriminazione inversa che tende a offrire un trattamento preferenziale ai membri di tali

gruppi sociali (garantendo loro quote riservate, ecc.). Questi come altri strumenti volti a

favorire l’uguaglianza sostanziale hanno comunque il merito di spostare l’attenzione

dall’equità intesa come principio astratto [Deutsch 1975] alla sua traduzione in termini di

effettiva uguaglianza delle opportunità. In altre parole, il focus si sposta da un concetto di

giustizia meramente ad una concezione di giustizia di tipo

procedurale distributivo,

attenta a rispondere alla domanda: “Chi effettivamente ottiene che cosa e come?” [Cohen

1986]. Questa attenzione alla allocazione effettiva delle risorse sociali non è ovviamente

in contrasto con i principi ed i meccanismi procedurali che regolano i processi sociali

mediante i quali tale distribuzione si produce: possiamo dunque ritenere che i due aspetti

della giustizia non siano affatto alternativi ma complementari, nel senso che la giustizia

distributiva quella procedurale, anche se quest’ultima costituisce la

presuppone

condizione necessaria ma non sufficiente della prima.

Se ci chiediamo ora quali diritti possono rientrare nell’uguaglianza formale, quale

componente della giustizia procedurale potenzialmente in grado di tradursi poi in forme

di giustizia distributiva che consentano di garantire l’uguaglianza sostanziale, qui il

discorso non può che storicizzarsi: seguendo anzitutto la classificazione dei diritti

proposta da Marshall [1976], potremmo parlare di diritti di cittadinanza civile (diritti

civili e di libertà), di diritti di cittadinanza politica (diritti politici) e di diritti di

cittadinanza sociale (diritti sociali ed economici). Tuttavia, questa classificazione non

appare oggi sufficiente: Taylor parla di “diritto di riconoscimento” sia nella sfera privata

come formazione dell’identità e del sé, sia nella sfera pubblica come diritto di un gruppo

etnico al mantenimento della propria differenza culturale [Habermas e Taylor 1998).

Possiamo quindi considerare i diritti socio-culturali come una ulteriore sfera

fondamentale di diritti di cittadinanza che entrano ormai con forza nella problematica

dell’integrazione sociale.

L’asse verticale dell’integrazione sociale ci consente di comprendere come quello

dell’integrazione non possa essere un problema riducibile alle sue diverse dimensioni

orizzontali o trasversali, ma costituisca in buona parte anche un problema di giustizia

distributiva, di equità intesa come effettiva uguaglianza delle opportunità garantita a tutti

gli ed i gruppi sociali, in special modo quelli più deboli e potenzialmente discriminati. Il

1 Avendo peraltro la libertà di poter scegliere quali beni materiali o immateriali perseguire,

secondo l’approccio delle “capabilities” di Sen [1985].

2

concetto proposto da Michael Walzer [1983] di uguaglianza complessa può forse essere

qui utilizzato come strategia cognitiva per comprendere in che misura in una determinata

società si realizzi una effettiva equità: posto che in una società complessa una forte

disuguaglianza distributiva nell’allocazione delle risorse sociali non favorisce certamente

i processi di integrazione tra i diversi gruppi sociali, ma data anche l’impossibilità di una

stretta uguaglianza degli esiti (il cui valore positivo resta peraltro materia di scelte etiche

e politiche data l’impossibilità di fondarlo empiricamente), il discorso si sposta sulla

pluralità di dimensioni sociali dell’integrazione da noi indicata e che in Walzer assume il

carattere di una molteplicità di sfere distributive in cui beni sociali diversi (denaro,

prestigio, successo, influenza, ecc.) sono allocati secondo criteri indipendenti.

L’uguaglianza complessa diviene così un problema di compensazione tra la distribuzione

dei beni sociali operata nelle diverse sfere.

2. I modelli di integrazione sociale nella società multietnica

Sulla base della concezione di relativa al problema dell’

equità multidimensionale

integrazione sociale nel contesto delle società multietniche che abbiamo delineato,

cerchiamo ora di esaminare quali risultati il vivace dibattito sul multiculturalismo che si

è sviluppato negli ultimi due decenni impegnando soprattutto filosofi, politologi e

sociologi abbia prodotto in termini di politiche di integrazione sociale nelle società

multietniche.

Si è trattato di un dibattito che, indubbiamente, almeno un merito l’ha avuto: quello

di porre con forza la questione del pluralismo delle differenze culturali in una società

democratica, cercando di rispondere alla domanda circa la possibilità di una loro

convivenza ed integrazione sociale senza ricadere nei due estremi dell’omologazione

culturale totale e del ripiegamento comunitario “neotribale” [Maffesoli 1988]. Tale

dibattito ha ruotato principalmente attorno alle proposte elaborate dal movimento di

matrice comunitarista che si è sviluppato a partire dalla critica a Rawls [1982] e al

pensiero liberale sulle differenze culturali più in generale. Tre sono fondamentalmente i

punti di attacco su cui si incentra la critica comunitarista ad opera dei principali

esponenti del movimento, come Charles Taylor, Michael Sandel e Alasdair MacIntyre.

Anzitutto, la concezione liberale dell’individuo viene considerata come centrata su di

un’antropologia del tutto astorica, che non riconosce il legame sociale esistente tra la

formazione dell’identità e la comunità di appartenenza, legame mediato dal ruolo della

tradizione: “la storia della mia vita è sempre inserita nella storia di quella comunità da

cui traggo la mia identità” [MacIntyre 1988:264]. Anche Taylor rimprovera a Rawls di

aver ridotto l’individuo ad un io puntiforme privo di legami sociali, un’identità astratta

senza radicamento collettivo: “un io è tale solo tra altri io e non può mai venire descritto

senza fare riferimento a quelli che lo circondano” [1993:70].

In secondo luogo, anche la razionalità strumentale su cui poggia il contrattualismo

viene criticata come astratta e destoricizzata, in quanto non può esistere razionalità alla

stato puro, ma solo dentro uno specifico contesto storico ed una determinata tradizione

cultura condivisa (ethos). Da ciò discende la terza critica al liberalismo, che si incentra

sulla sua concezione di una giustizia fondata su principi astratti e universalistici e su di

uno spazio pubblico neutrale rispetto alla definizione concreta e condivisa di bene

comune. Al contrario di quanto sostiene Rawls, per i comunitaristi la giustizia richiede

non indvidui isolati ma legami sociali concreti, non soggetti astratti ma gruppi sociali con

immagini del mondo condivise; in altre parole, una comunità: “la comunità descrive non

soltanto ciò che essi ma anche ciò che non una relazione che essi scelgono

hanno, sono,

(come in una associazione volontaria) ma un legame che scoprono, non semplicemente

un attributo ma un elemento costitutivo della loro identità” [Sandel 1992:23-24].

La proposta multiculturalista dei è dunque quella di una società

communitarian

multicomunitaria basata sulla coesistenza di sistemi sociali e di totalità culturali diverse

3

entro un medesimo spazio sociale, fondata su quella che Kymlicka ha chiamato la

“la concessione di diritti diversi a membri di gruppi diversi”

cittadinanza multiculturale:

[Kymlicka 1999:87], al fine di consentire ai diversi gruppi etnici e religiosi di praticare la

propria vita culturale comunitaria e forme di autogoverno territoriale. Una proposta che

solleva già sul piano teorico una questione di fondo non di poco conto: quella del primato

della comunità sugli individui, dell’identità collettiva su quella individuale fondato sulla

preminenza dei diritti di gruppo sui diritti individuali, che appare in netta contraddizione

con la classica teoria universalistica di diritti individuali e che tende a segmentare la

sfera pubblica comune in una pluralità di differenze e particolarismi. Il rischio è, da una

parte, quello di una concezione cristallizzata della cultura che diviene, in fondo,

autoritaria, nei confronti della libertà individuale di definire la propria identità anche in

contrasto con quella del proprio gruppo d’origine; dall’altra, quello di creare tante

“piccole patrie” basate sulla fedeltà particolaristiche al proprio gruppo etnico, che

renderebbero impraticabile un autentico “patriottismo costituzionale” fondato

sull’adesione a comuni principi giuridico-politici come orizzonte normativo unitario. Il

duplice rischio, in sostanza, di una società multietnica concepita come coesistenza di

universi culturali separati e di comunità autoghettizzate marcate da una forte omogeneità

interna e chiuse verso l’esterno da barriere invalicabili che precludono la possibilità

stessa di uno spazio comune pluralistico [Semprini 2000].

Ma come si è tradotta la proposta multiculturalista sul piano pratico? Quali risultati ha

prodotto rispetto alle forme consolidate di integrazione sociale? Qui il multiculturalismo

si è confrontato con quelle che sono state le tre modalità storiche delle politiche di

integrazione sociale nelle società multietniche occidentali: il il pluralismo

melting pot,

ineguale e l’assimilazionismo. Senza evidentemente alcuna pretesa di entrare qui nel

merito della complessità storica e della specificità dei contesti politico-culturali di cui

ciascuna di esse è espressione, ci limiteremo a tentare di applicare il nostro modello

iniziale di integrazione sociale basato sull’equità multidimensionale a ciascuna di esse

per confrontarle poi con il multiculturalismo. Da questo punto di vista, il modello del

statunitense appare probabilmente come quello che meno di tutti ha saputo

melting pot

garantire un’equa integrazione sociale: pur trattandosi di una “nazione di nazioni”, di una

nazione d’immigrati, gli USA hanno giocato la carta del “patriottismo costituzionale”,

della concessione di diritti politici come strada per la fusione di genti di origine e cultura

diversa finalizzata alla creazione dell’”uomo nuovo” che doveva rappresentare la

specificità americana. Ciò ha comportato il mancato riconoscimento dei diritti culturali,

unitamente alla sostanziale assenza di diritti economici-sociali che la limitatezza del

statunitense di tradizionale impronta liberista com’è noto non garantiva. Il

welfare state

che si è spesso tradotto in una sostanziale disuguaglianza anche sul piano dei diritti

2

, specie per quei gruppi etnici - come i nativi americani e discendenti degli

politici

schiavi africani - per i quali non era stata neppure ipotizzata la possibilità di fusione nel

attraverso la dissoluzione delle identità originarie. I risultati di tale mancata

melting pot

integrazione sono piuttosto evidenti nelle forti disuguaglianze sociali che attraversano la

società statunitense a diversi livelli e che periodicamente esplodono in rivolte

particolarmente violente, nelle quali si manifestano tutte le tensioni latenti accumulate

3

soprattutto nei ghetti urbani .

2 Si veda il caso del diritto di voto che non viene esercitato abitualmente da oltre la metà dei

cittadini statunitense, per la maggior parte dei quali si tratta di minoranza etniche e di immigrati

recenti.

3 Il caso più eclatante resta quello della rivolta di Los Angeles del 1992 con oltre cinquanta morti,

innescata dall’assoluzione dei poliziotti bianchi che avevano picchiato a sangue un giovane

deviante di colore; ma anche quanto accaduto nella città di New Orleans dopo l’uragano Katrina

nell’agosto 2005, con la città in preda al saccheggio di minoranze etniche abbandonate a se stesse

dalla inefficiente macchina dei soccorsi governativi appare emblematico.

4

Il modello del pluralismo ineguale ha due varianti storiche: quella britannica e quella

4

tedesca. Il modello britannico, retaggio della passata politica coloniale dell’indirect rule ,

si caratterizza per il forte etnocentrismo che ne costituisce il presupposto, fondato sulla

convinzione dell’impossibilità per gli immigrati (per lo più provenienti dai paesi del

Commonwealth ex-colonie) di divenire dei “buoni britannici” a causa della loro

irrecuperabile diversità etnica e culturale. In nome del pragmatismo che ne caratterizza

tuttavia la cultura, la politica migratoria britannica riconosce il diritto alla differenza

culturale da parte dei diversi gruppi etnici presenti sul proprio territorio e fa delle

comunità e dei loro leader i principali interlocutori delle autorità locali. Mentre poi, dal

punto di vista politico, ciò ha comportato la concessione (almeno agli immigrati

provenienti dal Commonwealth) sia del diritto di voto che dell’elettorato passivo, sul

piano dei diritti economico-sociali questo modello stenta a praticare un’effettiva

uguaglianza, nonostante diverse leggi in tal senso e la costituzione di un’apposita

“Commissione per l’uguaglianza razziale”: tant’è che un attento studioso di origine

sudafricana di questi problemi ha parlato di “disuguaglianza segregata” [Rex 1990:85].

La variante tedesca del pluralismo ineguale ha avuto storicamente il carattere di una

forma di blando basato sul mancato riconoscimento della propria realtà di

apartheid,

paese d’immigrazione da parte di quello che costituisce il paese europeo con il più alto

tasso di immigrati in rapporto alla popolazione autoctona (oltre il 9%). La politica del

(lavoratore ospite) si è così caratterizzata per il fatto di considerare

Gastarbeiter

l’immigrato non come tale, ma come un lavoratore temporaneamente presente sul

territorio tedesco in funzione delle mutevoli esigenze del suo sistema economico sin dal

secondo dopoguerra. Ciò ha comportato la mancata concessione sia di ogni diritto di

cittadinanza politica sia della possibilità di godere degli stessi diritti economico-sociali di

cui godono i lavoratori tedeschi; mentre il diritto alla differenza culturale e al

mantenimento del proprio patrimonio identitario è stato tutelato proprio in nome della

separatezza tra cittadini di stirpe tedesca e lavoratori stranieri ospiti.

Infine, il modello assimilazionista è stato l’espressione conseguente, come già nel

caso inglese, della diversa politica coloniale praticata a suo tempo dalla Francia e

reiterata in patria nei confronti degli immigrati in buona parte provenienti dalle ex-

colonie africane: una politica altrettanto etnocentrica ma basata sul presupposto

universalistico dell’uguaglianza dei diritti proprio della tradizione giacobina.

Un’uguaglianza formale dei diritti politici ed economico-sociali che non si è tradotta

però in una uguaglianza sostanziale, come anche le più recenti disperate rivolte dei

incendiatori di auto provenienti dalle parigine hanno evidenziato. Il

casseur banlieu

prezzo pagato alla concessione formale di tali diritti, quello di una naturalizzazione

assimilatoria che presupponeva il rifiuto del riconoscimento di ogni differenza

linguistica, etnica e culturale, si è così rivelato un inutile sacrificio sull’altare del

“modello repubblicano di integrazione”.

In che cosa la proposta multiculturalista si distingue dalle tre modalità storiche di

integrazione sociale descritte? Con Wievorka [2002:77-78] possiamo affermare che

“nell’esperienza concreta del multiculturalismo (…), è possibile distinguere due grandi

opzioni. La prima associa il culturale e il sociale, propone leggi o misure che implicano

simultaneamente il riconoscimento culturale di questo o quel gruppo e la lotta contro le

ineguaglianze sociali di cui soffrono i suoi membri – la designamo col termine di

La seconda - che chiameremo

multiculturalismo integrato. multiculturalismo

si basa su un principio di dissociazione. Si interessa della differenza

frammentato –

culturale, senza prendere in conto nello stesso contesto la questione sociale”. Di

quest’ultima sono un esempio gli Stati Uniti con la tanto discussa politica delle

gli interventi di discriminazione positiva (quote riservate, facilitazioni

affirmative action,

4 Si trattava di una forma di “governo indiretto” praticata nelle colonie britanniche, secondo la

quale venivano formalmente mantenute le autorità politiche locali tradizionali purché asservite al

potere della corona britannica. 5

d’accesso all’istruzione e all’occupazione, ecc.) che, oltre a suscitare reazioni

comprensibili nei gruppi bianchi più poveri, non hanno saputo certo risolvere il problema

5

dell’equità e appaiono oggi rimesse in discussione.

Gli esempi concreti più significativi del multiculturalismo integrato sono il Canada,

l’Australia e la Svezia. Nel primo caso la strategia multiculturalista è stata soprattutto la

risposta alla questione del Québec, le cui rivendicazioni indipendentiste sono state

sconfitte nei due referendum del 1980 e del 1995 (in quest’ultimo di stretta misura). Il

riconoscimento del bilinguismo anglo-francofono del paese è stato in qualche misura

superato dalla politica di pluralismo culturale che ha avuto nell’incorporazione nella

Costituzione nel 1982 e nel del 1988 la sua adozione

Canadian Multiculturalism Act

quale ufficiale: essa prevede l’integrazione anziché l’assimilazione delle minoranze

etniche, e di tutte quante (non solo quella francofona), compresi quindi gli immigrati

caraibici, africani asiatici di immigrazione più recenti e i nativi americani pellirossa al

6

. Il riconoscimento del pluralismo culturale e delle

sud e Inuit (Eschimesi) al nord

diversità etniche costituiscono un elemento essenziale della nuova identità canadese; a

ciò si accompagna il decentramento di molte competenze in materia a province, territori e

municipalità, con forme di sussidiarietà orizzontale oltre che verticale che prevedono il

coinvolgimento anche della società civile e delle sue organizzazioni sociali. Che questo

modello di politica multiculturale pur così interessante e precorritore non abbia tuttavia

risolto il problema dei diritti economici-sociali, dal momento che il loro riconoscimento

formale non si è tradotto in una uguaglianza sostanziale anche a questo livello, lo

dimostra il concetto di “mosaico verticale” coniato da John Porter [1965] per descrivere

la stratificazione sociale canadese: al cui vertice si collocano i canadesi di origine

britannica con poco sotto quelli di origine francese, seguiti da quelli di altra origine

europea, per arrivare molto più in basso agli immigrati più recenti di altra origine e ai

nativi pellerossa ed eschimesi.

La versione australiana del multiculturalismo è stata meno formalizzata, il che lo

rende più debole in un paese che tradizionalmente ha praticato prima un vero e proprio

genocidio degli aborigeni e poi una politica fortemente assimilazionista di difesa del suo

carattere “bianco” nei confronti della pressione immigratoria asiatica (cinese, vietnamita,

filippina, ecc.). Se i governi laburisti degli anni ’70 e ’80 – in particolare con la National

del 1989 – avevano avviato una politica di

Agenda for a Multicultural Australia

riconoscimento delle differenti identità culturali che cercava di coniugarsi con forme di

effettiva giustizia sociale, il ritorno al potere dei conservatori a partire dal 1996 e sino

7

alle recenti elezioni del 2007 ha notevolmente indebolito tale politica multiculturalista

integrata, annacquandola in forme di riconoscimento della differenza culturale nella sfera

privata che comportano un sostanziale arretramento sul piano della uguaglianza di

opportunità [Picone Stella 2003:138-139].

Infine, la Svezia appare forse il caso che meglio ha saputo coniugare, sin dalla sua

adozione nel 1975, una politica multiculturalista con il principio dell’uguaglianza delle

opportunità sul piano sostanziale, prevedendo pure la possibilità di libertà di scelta tra

identità etnica ed identità svedese. Il tradizionale modello comprensivo ed efficiente di

svedese ha saputo così ampliare i diritti di cittadinanza sociale ai nuovi

welfare state

venuti; concedendo anche i diritti politici con relativa facilità e, addirittura, il diritto di

5 Con risultati sostanzialmente simili al modello del pluralismo ineguale britannico.

6 A questi ultimi è stata concessa anche una forma di autogoverno.

7 Che hanno registrato una netta vittoria laburista.

6

Politiche di integrazione UGUAGLIANZA DI OPPORTUNITÀ (EQUITÀ)

RICONOSCIMENTO

DIFFERENZA CULTURALE NO SI

FUSIONE

NO ASSIMILAZIONE

(melting pot USA) (Francia)

SEGREGAZIONE

SI (gastarbeiter Germania) MULTICULTURALISMO

INTEGRATO

PLURALISMO INEGUALE (Canada, Svezia, Australia)

(Gran Bretagna)

MULTICULTURALISAMO

FRAMMENTATO

(affirmative actions USA)

Fig.1- Modelli di integrazione sociale nella società multietnica

7

8

voto amministrativo anche ai residenti non cittadini . Il ridimensionamento avviato negli

ultimi anni degli interventi di - anche in linea con la politica sociale comunitaria

welfare

- appare tuttavia minacciare la continuità di un modello che ha saputo dare sino ad oggi

buoni risultati, evitando quelle tensioni e conflitti altrove esplosi in tutta la loro evidenza

e qui rimasti sino ad ora latenti.

Nella fig.1 abbiamo cercato di riassumere i diversi modelli di integrazione sociale

presentati incrociando i diritti socioeconomici relativi all’equità di opportunità con i

diritti derivanti dal riconoscimento della differenza culturale.

le culture in un mondo globalizzato

3. Oltre il multiculturalismo:

In che misura le concezioni multiculturaliste risultano ancora oggi adeguate

nell’ambito di quel nuovo paesaggio mondiale di riferimento che è ormai comunemente

9

. La grande espansione delle imprese

conosciuto con il nome di globalizzazione? 10

multinazionali con i relativi processi di delocalizzazione della produzione, la

planetarizzazione dei mercati economici e dei flussi finanziari, la transnazionalizzazione

dei mezzi di comunicazione e delle autostrade elettroniche e cibernetiche, la crescente

intensità dei flussi internazionali migratori sono probabilmente i caratteri più evidenti di

un fenomeno che sembra delineare una situazione inedita e alquanto complessa. La

vecchia idea del “villaggio globale” espressa a suo tempo da McLuhan [1989], pur

mantenendo intatto un certo valore descrittivo quale immagine della nuova comunità

planetaria, sembra attribuire una ruolo eccessivo ai elettronici: se è vero infatti che

media

essi costituiscono l’infrastruttura e la condizione stessa dell’esistenza della nuova

nondimeno le tendenze in atto sono molto più

società postindustriale dell’informazione,

complesse e non riducibili ai soli aspetti tecnologici e comunicativi. Da un lato, infatti, i

contenuti culturali mantengono intatta una loro pregnanza, non riducibile al mezzo con

cui vengono diffusi; dall’altro, i di comunicazione non sono certo l’unico fattore

media

che entra in gioco nel contesto della globalizzazione.

Appaiono del resto altrettanto inadeguate anche le altre concezioni della

globalizzazione che potremmo definire come o come la

monistiche monodimensionali,

concezione del sistema-mondo di Wallerstein [1974, 1980 1989] o la teoria della

convergenza dei sistemi industriali [Kerr et al. 1960], in quanto accentuano

unilateralmente il ruolo propulsivo di un’unica dimensione rispetto alle altre:

generalmente, dei rapporti economici, assegnando invece un ruolo marginale soprattutto

alla dimensione culturale. Fra le teorie che affrontano invece direttamente gli aspetti

11 del mondo di

culturali della globalizzazione, come quella della “McDonaldizzazione”

8 Per l’elettorato amministrativo sia attivo che passivo bastano tre anni di permesso di residenza

legale, una condizione intermedia tra quella del cittadino e quella dello straniero.

9 Il neologismo “globalizzazione” deriva dal termine “globalization” (“mondialisation” in

francese) coniato dagli storici anglofoni per indicare il processo di interconnessione geografica di

territori un tempo lontani iniziato circa cinque secoli fa con l’epoca delle grandi scoperte

geografiche trans-oceaniche e la conseguente espansione coloniale europea [Wolf 1982; Mazlich e

Buultjens 1993]. Attualmente esso viene utilizzato dagli economisti e dagli altri scienziati sociali -

largamente influenzati da Wallerstein - per indicare principalmente il sistema mondiale di

interdipendenza economica e finanziaria.

10 S’intende con tale termine solitamente indicare quei processi per cui le funzioni produttive

tendono ad essere spostate dall’impresa multinazionale dal centro verso la periferia, in contesti in

cui il basso tasso di sindacalizzazione e dei salari, gli esigui oneri fiscali e l’inesistenza o quasi dei

controlli ecologici da parte dei governi locali e nazionali consentono una considerevole

diminuzione dei costi di produzione; mentre le funzioni strategiche (pianificazione, marketing,

commercializzazione) vengono solitamente mantenute al centro nel paese d’origine.

11 Con il termine “McDonaldization” Ritzer, che si ispira a Weber e ad Habermas, intende

sostanzialmente quel processo di razionalizzazione efficientistica ed espropriazione crescente di

8

Ritzer [1996], tendono soprattutto ad enfatizzare gli aspetti di omologazione e

fagocitazione culturale da parte dell’Occidente nei confronti delle altre culture: per

questo, sono state accusate di rappresentare l’ennesima espressione del privilegiamento

del punto di vista etnocentrico occidentale nell’individuazione di un modello-guida già

definito dei processi di integrazione mondiale.

La concezione del nuovo sistema mondiale e dei processi di globalizzazione proposta

da altri autori è invece di tipo e è il caso di Featherstone,

multidimensionale policentrico:

il quale sostiene, al contrario di Ritzer, che “gli Stati Uniti dominano ancora la cultura e

le industrie dell’informazione che trasmettono a livello globale, ma vi è un crescente

senso di multipolarità e l’emergenza di centri in competizione” [Featherstone 1995:8].

La “città mondiale” diviene l’arena in cui si manifestano queste nuove tendenze alla

multipolarità attraverso la diffusione di forme culturali e stili di vita a partire da diversi

centri quali il Giappone, l’India, il Brasile: esse segnano la fine della modernità intesa

quale “grande narrazione” dell’Occidente, forma di autocomprensione della propria

storia e del rapporto con le altre civiltà. Ciò significa la necessità di una concezione

ambivalente, nella quale “a dispetto delle tendenze all’integrazione e all’unificazione, vi

può essere lo sviluppo di modernità globali in senso plurale e vi possono essere diversi

progetti di modernità (per dirlo con una frase di Habermas) i quali sono ancora

incompiuti” [ivi: 147]. Il che produce una nuova situazione nella quale “la mescolanza,

il movimento, e la dislocazione sono la norma, e l’interscambio tra il resto del mondo e

l’Occidente non può più essere regolato” [ibidem]. Una situazione che, a causa del

crescere degli interscambi e dei flussi migratori dovuti a svariate ragioni (ricerca di

lavoro, guerre, persecuzioni politiche, disastri ecologici), vede per la prima volta una

storica inversione dei flussi di espansione (anche demografica) che ci porta fianco a

fianco l’Altro in casa nostra, permettendogli finalmente di esprimersi direttamente: “i

vari altri nel mondo possono ora parlare all’Occidente e contestare le sue varie

affermazioni, le sue gerarchie simboliche e le sue dichiarazioni universalistiche” [ivi:

128].

Una concezione pluralista della globalizzazione - intesa come complesso di processi

mediante i quali “società, economie, culture, forme e stili di vita prima separati si

inseriscono in una prospettiva di [Cotesta 1999:94] - considera dunque

interdipendenza”

tale fenomeno come e riconoscendo l’asincronia dei tempi

complesso multidimensionale,

di mutamento propri di ciascuna dimensione (economico-finanziaria, tecnologica,

politica, culturale e sociale). È proprio nella dimensione culturale, più che nelle altre, che

la natura della globalizzazione ha modo di dispiegarsi, data il carattere

ambivalente

prevalentemente simbolico dei processi implicati. Da un lato, assistiamo infatti alla

crescente espansione di quella del di cui McDonald’s e la

cultura globale pensiero unico

Coca Cola sono i simboli più evidenti: forme e stili di vita originatisi all’interno della

cultura occidentale si diffondono anche nelle più sperdute periferie del mondo. Questa,

tuttavia, è solo una faccia della medaglia: dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina

elementi culturali legati alla danza, alla musica, alla religione, all’alimentazione, alla

medicina (per citarne solo alcuni) penetrano in Occidente, arrivando anche sulle gambe

dei migranti provenienti da quei paesi. Per cui potremmo affermare che, in realtà, “i

processi in corso aumentano la variabilità culturale all’interno di ogni contesto sociale e

proprio perciò ampliano l’offerta di modelli culturali per gli individui” [ivi: 96].

Una serie di dinamiche culturali dunque fortemente ambivalenti, che non possono

essere lette nei termini riduttivi di un processo univoco di omologazione e scomparsa

delle tradizioni e identità cultuali locali pure parzialmente operante: è questa la lettura

pluralistica del nuovo ecumene culturale globale, che tende a sottolineare le resistenze, le

mescolanze, le disomogeneità, i conflitti che sono tipici della nuova situazione di

attività, capacità e relazioni umane che l’introduzione di strumenti tecnologici comporta nella

società, a partire dall’ambito alimentare da cui mutua il riferimento simbolico (McDonald’s) fino a

quello della salute, dell’istruzione accademica, della cura della persona, della nascita e della morte.

9

che, sia pure con gradi e intensità diverse, caratterizza ormai tutte le

multiculturalità

società del pianeta. Una situazione che sottintende una relativizzazione ed una

complessità culturale che vede nello stesso tempo omogeneità ed eterogeneità coesistere

in un culturale che è stato descritto con i termini di o di

mélange ibridazione

Il primo è stato proposto da Pieterse per indicare quella condizione di

creolizzazione.

che appare oggi la caratteristica dominante della multiculturalità:

sincretismo

“l’ibridazione culturale si riferisce alla mescolanza di culture asiatiche, africane,

americane ed europee. L’ibridazione è un fattore di cultura globale come mélange

globale” [Pieterse 1995:60]. Gli effetti dell’ibridazione appaiono con particolare

evidenza negli immigrati di seconda generazione, in Occidente come altrove: essi

divengono portatori di “modelli culturali misti, che risultano dalla separazione e, nello

stesso tempo, dalla mescolanza di linguaggio e cultura propria (mischiando la cultura

d’origine) e una cultura esterna (mischiando la cultura del luogo di residenza), come

nella combinazione ‘musulmano durante il giorno, discoteca alla sera’ ” [ivi:56].

12

La nozione di creolizzazione , pur riferendosi al medesimo fenomeno, tende ad

enfatizzare maggiormente l’articolazione fra il livello globale e quello locale dei processi

di sincretismo culturale: essa descrive quella condizione precaria, transnazionale nella

quale molti individui e società si ritrovano oggi, nell’interfaccia fra mondi locali e

mondo globale, dilacerati fra fra fedeltà ad una propria

attaccamenti paralleli multipli,

identità culturale originaria ormai lontana e necessità di assumere un quadro di

riferimento più flessibile che consenta di affrontare e dare significato al tempo presente.

In questa situazione di ambiguità, di pluralità di modelli culturali di riferimento, nuove

zone di imprevedibilità si creano ai bordi degli antichi mondi culturali: le vecchie

certezze e identità sfumano a poco a poco per lasciare il posto all’invenzione di nuove

culture, versioni creolizzate degli antichi sistemi culturali.

La mobilità di una porzione crescente della popolazione mondiale che vive al

margine di più mondi è dunque ben rappresentata dalla figura del colui che ha

migrante,

attraversato il doppio confine del proprio paese d’origine e della terra che lo ospita,

combattuto fra la memoria delle origini e la necessità di andare oltre, nel tentativo di dare

un senso alla propria esperienza ricombinando i codici culturali di una pluralità di

concezioni del mondo, fondendo gli elementi centrali del proprio sistema di riferimenti

culturali con quelli un tempo marginali e periferici di altri sistemi ora divenuti sempre

13

.

più invasivi

Se il processo di globalizzazione in corso può dunque essere letto dal punto di vista

culturale come un processo ambivalente di creolizzazione - nel quale le tendenze

omologanti del modello dominante occidentale si scontrano con una serie di

controtendenze pluralizzanti destinate a rimescolare fra loro i diversi elementi culturali in

Occidente come nel Terzo Mondo - allora possiamo affermare che la “si

cultura globale

presenta come l’arena di una lotta tra l’identico e il differente, tra universalismo e

tra tendenze verso l’omologazione e tendenze verso la

particolarismo, differenziazione.

Da un lato modelli e stili di vita ‘occidentali’ assunti da persone di altre culture e,

dall’altro lato, aspetti della vita di tali persone diventati familiari all’interno della cultura

occidentale” [Cotesta 1999:93]. L’accresciuta complessità delle situazioni di

multiculturalità pone problemi nuovi nel momento in cui ci si accinge ad analizzare la

crescente ambiguità e l’ibridazione dei modelli culturali di riferimento: nuove culture

(reali o immaginarie) vengono inventate, versioni creolizzate dei precedenti sistemi

culturali emergono in tutti i continenti prendendo il posto delle sopravvivenze folkloriche

del passato. Tutto questo mina alla radice gran parte del quadro di riferimento

12 Il concetto è tratto evidentemente dal termine spagnolo “criollo”, che indica la condizione di

meticcio tipica di invidui nati in America Latina da genitori francesi, spagnoli o portoghesi.

13 L’esperienza della malattia mentale può divenire in questi casi il possibile esito di una

condizione di instabilità e contradditorietà psichica percepita come troppo dolorosa, rispetto alla

quale l’individuo risulta incapace di far fronte alla nuova situazione [Bibeau s.d.].

10


PAGINE

23

PESO

233.63 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Sociologia delle relazioni interculturali della Prof.ssa Enrica Tedeschi. Trattasi di un saggio di Guido Giarelli dal titolo "Il contesto della mediazione: la sfida della interculturalità nella società multietnica". Al suo interno sono affrontati i seguenti argomenti: l'integrazione sociale ed i suoi modelli nelle società multietniche (melting pot, gastarbeiter etc.), il superamento del multiculturalismo, il dialogo e la mediazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia delle relazioni interculturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Tedeschi Enrica.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Sociologia delle relazioni interculturali

Apprendere e insegnare la comunicazione interculturale - Balboni
Dispensa
Riassunto esame Sociologia delle relazioni interculturali, docente Tedeschi, libro consigliato Tra una cultura e l'altra, Tedeschi
Appunto
Teoria dell'etichettamento
Dispensa
Africa - Cucina africana
Dispensa