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Conseguenze abolizione amministrazione controllata - SU n. 24468/09

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Penale I, svolte dal Prof. Enrico Mezzetti nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce il testo della sentenza n. 24468 del 2003 pronunciata dalle Sezioni Unite penali. L'oggetto della... Vedi di più

Esame di Diritto Penale I docente Prof. E. Mezzetti

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del 2006, art. 150, norma questa che, per sua natura, non può tollerare interpretazioni estensive e, meno che mai, analogiche; c) violazione di legge

(art. 2 c.p., comma 4, D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 147, L. Fall., art. 236) e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta continuità normativa tra

l'abrogata fattispecie incriminatrice della bancarotta impropria connessa all'amministrazione controllata e quella della bancarotta impropria

concordataria, continuità che deve, invece, essere negata, essendo diversi i presupposti per l'accesso alle due procedure, la struttura e la finalità

delle stesse.

4 ­ Il Procuratore Generale ha concluso, con articolata requisitoria scritta, come da epigrafe.

Il requirente, dopo avere premesso che andavano attivati e integrati tra loro tutti i criteri ermeneutici, sia di fonte legale che giurisprudenziale, per

ricostruire l'effettivo significato del fenomeno della successione di leggi penali, sostiene che il nucleo essenziale del reato di cui al testo previgente

della L. Fall., art. 236 cpv. n. 1, è sostanzialmente unitario e prescinderebbe dalla specifica procedura concorsuale nella quale s'inserisce la

condotta di bancarotta, nel senso che la tipologia di procedura non caratterizzerebbe detto nucleo essenziale e l'eliminazione dal tessuto della

norma incriminatrice di ogni riferimento all'amministrazione controllata non si rifletterebbe conseguentemente sul giudicato avente ad oggetto il

citato reato; ritiene, inoltre, che il bene giuridico tutelato dalla richiamata norma è rimasto identico anche dopo la novella del 2006 e identici sono

rimasti anche la condotta punita e il disvalore che essa esprime, dati ­ questi ­ sui quali non avrebbe inciso l'eliminazione dell'elemento normativo

"amministrazione controllata", la cui funzione era solo quella d'individuare uno dei contesti in cui la condotta tipica doveva iscriversi, sicchè, anche

sotto tale profilo, la riforma del 2006 era inidonea a travolgere il giudicato.

Il P.G., con ulteriore requisitoria in data 2/2/2009, ad integrazione e parziale modifica di quanto già articolato, affronta la problematica della

continuità normativa tra l'abrogata amministrazione controllata e il concordato preventivo riformato, sostenendo che quest'ultimo, ampliato nei propri

orizzonti, avrebbe inglobato le finalità originariamente attribuite alla prima, constatazione che indurrebbe inevitabilmente ad escludere l'intervenuta

abolitio criminis e a ritenere la sussistenza di un rapporto di continuità tra la fattispecie incriminatrice previgente e quella attuale.

5 ­ Con memoria ex art. 611 c.p.p., la difesa del ricorrente ribadisce le ragioni poste a base del ricorso e, assumendo posizione critica sulla

requisitoria del P.G., evoca il criterio del confronto strutturale tra fattispecie astratte come l'unico effettivamente aderente al principio di legalità e

sottolinea che la tipicità delle fattispecie penali, fallimentari è condizionata dall'ammissione alle diverse procedure, vero e proprio evento costitutivo

delle diverse ipotesi di bancarotta, in assenza del quale l'offesa comunque non si realizza.

In data 9/2/2009, è stata depositata altra memoria difensiva, che sviluppa ulteriormente gli argomenti già trattati negli scritti precedenti.

6 ­ La prima sezione penale di questa Corte, con ordinanza 25/11 ­ 16/12/2008, ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite ex art. 618 c.p.p.,

ravvisando la possibilità di un contrasto giurisprudenziale sulla questione relativa all'abrogazione o meno del reato di bancarotta patrimoniale

impropria nell'amministrazione controllata per effetto del D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 147, che, intervenendo sul R.D. n. 267 del 1942, aveva abrogato

il titolo 4^ sull'amministrazione controllata e soppresso tutti i riferimenti a detto istituto, incidendo così direttamente anche sul tessuto normativo

della fattispecie incriminatrice di cui all'art. 236, comma 2, n. 1.

L'ordinanza, dopo avere ripercorso e analizzato l'evoluzione dell'orientamento di questa Suprema Corte sulla successione delle norme extrapenali

richiamate da quella penale, opera una sintesi degli argomenti a sostegno della tesi dell'abolitio criminis e di quelli di segno contrario e sottolinea

che proprio tale pluralità di linee interpretative non convergenti accredita il potenziale contrasto giurisprudenziale.

7 ­ Il Primo Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite Penali, fissando per la trattazione l'odierna udienza camerale.

AMMINISTRAZIONE CONTROLLATA (Voce storica) ­

BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO ­ LEGGE PENALE ­

LEGGI, DECRETI E REGOLAMENTI ­ SOCIETA' » Cass. pen. Sez. Unite, Sent., (ud. 26­02­

2009) 12­06­2009, n. 24468

Motivi della decisione

1 ­ La questione rimessa alla decisione delle Sezioni Unite può essere così sintetizzata: "se, a seguito dell'intervento normativo sulla disposizione

incriminatrice dettata dalla L. Fall., art. 236, comma 2, n. 1, ad opera del D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 147, con riferimento all'ipotesi di bancarotta

patrimoniale societaria nell'amministrazione controllata, si sia verificata abolitio criminis, ai fini della revoca della sentenza di condanna ex art. 673

c.p.p., ovvero mera successione di fattispecie incriminatrici". 2 ­ La novella recata dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, emanato sulla base della Legge

Delega 14 maggio 2005, n. 80, ed entrato in vigore, fatta eccezione per alcune disposizioni, alla scadenza del sesto mese (16 luglio 2006) dalla sua

pubblicazione (in G.U. 16 gennaio 2006 n. 12, suppl. ord.), ha introdotto una riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali e, in

particolare, per quel che qui interessa, ha abrogato il titolo 4^ del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, relativo all'amministrazione controllata e soppresso

tutti i riferimenti a tale istituto contenuti nello stesso R.D. (cfr. art. 147, D.Lgs.), ivi compreso, quindi, anche quello presente nella norma

incriminatrice di cui all'art. 236, comma 2, n. 1, il cui campo operativo, pertanto, a seguito della riforma, sembra essere circoscritto ai soli fatti di

bancarotta fraudolenta e semplice commessi dal ceto gestorio di società ammessa alla procedura di concordato preventivo.

La modifica legislativa pone il delicato problema della corretta lettura dei canoni successori in materia di norme penali, regolati, secondo quanto

dispone l'art. 2 c.p., dai principi fondamentali della irretroattività della norma penale incriminatrice o più sfavorevole e della retroattività di quella

penale di favore (lex mitior), abbia quest'ultima contenuto abrogativo o meramente modificativo della disciplina previgente.

La riflessione deve mirare a stabilire se si sia di fronte ad una ipotesi di continuità punitiva, regolata dall'art. 2 c.p., comma 4, con l'applicazione

della disciplina più favorevole, salvo il limite dell'eventuale pronuncia di sentenza irrevocabile, ovvero ad un caso di vera e propria abolitio criminis,

soggetto alla previsione del comma 2, del citato articolo, la quale ha la forza di travolgere persino lo stesso giudicato di condanna, obiettivo ­ questo

­ concretamente raggiungibile facendo ricorso al meccanismo processuale dettato dall'art. 673 c.p.p..

3 ­ L'avvicendarsi delle nome giuridiche nel tempo da origine a veri e propri conflitti apparenti di norme e l'ordinamento non può non farsi carico di

individuare i limiti di efficacia delle stesse nel tempo, stabilendo quale di essa, tra le diverse che si sono succedute, sia da applicare al fatto preso in

considerazione.

Il fenomeno di diritto intertemporale nel settore penale può avere ad oggetto; a) la fattispecie legale astratta, vale a dire la parte della norma

incriminatrice che descrive la condotta penalmente rilevante e sintetizza sostanzialmente il precetto; b) la disciplina della fattispecie legale astratta,

cioè le conseguenze della violazione del precetto sul piano sanzionatorio) o anche aspetti che in vario modo incidono su tale piano (si pensi alle

circostanze del reato previste da norme penali diverse da quella incriminatrice) o che comunque apportino modifiche in melius alla disciplina della

fattispecie criminosa (si pensi alla prescrizione); c) la fattispecie legale astratta e contemporaneamente la sua disciplina.

Nel primo caso, viene ridefinito il perimetro del penalmente rilevante, nel senso che la modifica normativa, intesa in senso lato, può incidere sul

testo di una norma incriminatrice già esistente, ampliandone o restringendone ­ di regola ­ il campo di operatività, può abrogare la detta norma,

facendo perdere rilevanza penale ai fatti in essa previsti, può creare ­ all'opposto ­ una nuova figura di reato prima non contemplata. In tali ipotesi,

viene in considerazione la disciplina prevista dall'art. 2 c.p., primi due commi.

In caso di "successione di norme meramente modificative della disciplina della fattispecie", non viene in discussione la rilevanza penale del fatto

che l'ordinamento continua a configurare come reato, ma la regolamentazione di tale fatto, che, confrontata con quella del tempo in cui fu

commesso, può essere più favorevole o meno favorevole all'agente, con conseguente applicazione delle disposizioni contenute rispettivamente

nell'art. 2 c.p., commi 1 e 4. Se il fenomeno della successione di leggi penali ha per oggetto non solo la fattispecie legale astratta ma anche la sua

disciplina è meno agevole stabilire il confine tra abolitio criminis e successione di norme modificative della disciplina: si pensi al caso

dell'abrogazione di una norma incriminatrice e contestuale introduzione di altra, speciale rispetto a quella abrogata e con previsione di un diverso

trattamento sanzionatorio 3a ­ l'abolitio criminis, quale effetto del fenomeno di diritto intertemporale, consegue alla corrispondente modifica

normativa della fattispecie legale astratta. Soltanto nell'ipotesi della trasformazione dell'illecito penale in illecito amministrativo (c.d.

depenalizzazione) l'abolizione del reato si realizza, per lo più, sostituendo la nuova sanzione (amministrativa) a quella precedente (penale) e

incidendo, quindi, certamente sulla norma incriminatrice ma non anche sulla struttura della fattispecie.

E' attraverso la fattispecie legale astratta che il legislatore individua i fatti ritenuti meritevoli del presidio penale o, specularmente, rinuncia a punire

determinati fatti, non più considerati, in base a scelte politico­criminali, in linea col "giudizio di disvalore astratto espresso dalla legge precedente".

Incisivamente si è detto che "la funzione della fattispecie legale è duplice: non solo strumento di selezione dei fatti penalmente rilevanti, ma anche

strumento di deselezione dei fatti stessi".

L'interprete, quindi, per accertare l'abolitio criminis, deve procedere al confronto strutturale tra le fattispecie legali astratte che si succedono nel

tempo, quella precedente e quella successiva all'intervento del legislatore, al fine di verificare la sussistenza di uno spazio comune alle dette

fattispecie, senza la necessitò di ricercare conferme della continuità, facendo ricorso ai criteri valutativi dei beni tutelati e delle modalità di offesa,

inidonei ad assicurare approdi interpretativi sicuri (cfr. Cass. S.U. 26/3/2003 n. 25887/03).

Se l'intervento legislativo posteriore altera la fisionomia della fattispecie, nel senso che sopprime un elemento strutturale della stessa e, quindi, la

figura di reato in essa descritta, ci si trova ­ di norma ­ di fronte ad una ipotesi di abolitio criminis, il fatto cioè, già penalmente rilevante, diventa

penalmente irrilevante per effetto dell'abrogazione di quell'elemento, quale conseguenza del mutato giudizio di disvalore insito nella scelta di

politica criminale; in questo caso, non può non trovare applicazione la disciplina prevista dall'art. 2 c.p., comma 2.

La ratio della retroattività della legge abolitrice del reato va individuata nell'esigenza di giustizia e di ragionevolezza, non potendosi tollerare di

continuare a punire chi in passato ha commesso un fatto che l'ordinamento non ritiene più meritevole o bisognoso di pena. Il principio di retroattività

della legge abolitrice, anche se non inderogabile a differenza di quello della irretroattività della legge sfavorevole, finisce per acquisire rilievo

costituzionale sotto il profilo dell'art. 3 della Carta Fondamentale (principio di uguaglianza) e si impone anche in forza del modello di "diritto penale

del fatto" accolto nel nostro ordinamento.

Lo stesso Giudice delle leggi, con la sentenza n. 394 del 2006, ha sottolineato che il principio in esame è legato "ad una concezione oggettivistica

del diritto penale, che emerge dal complessivo tessuto dei precetti costituzionali: a fronte di essa la sanzione criminale rappresenta non già la

risposta alla mera disobbedienza o infedeltà alla legge, in quanto sintomatica di inclinazioni antisociali del soggetto; quanto piuttosto la reazione alla

commissione di fatti offensivi di interessi che il legislatore, interprete della coscienza sociale, reputa oggettivamente meritevoli di essere

salvaguardati da determinate forme di aggressione col presidio della pena. Se la valutazione del legislatore in ordine al disvalore del fatto muta ­ nel

senso di ritenere che quel presidio non sia più necessario od opportuno...­ tale mutamento deve quindi riverberarsi a vantaggio anche di coloro che

abbiano posto in essere il fatto in un momento anteriore". 4 ­ Ciò posto, passando all'analisi e alla valutazione del caso concreto, deve osservarsi

quanto segue.

Il reato oggetto della sentenza di condanna di cui si sollecita la revoca ex art. 673 c.p.p., è quello di bancarotta fraudolenta commesso da

amministratore di società in amministrazione controllata e previsto dall'art. 236, comma 2, n. 1, in relazione al R.D. n. 267 del 1942, art. 223, e art.

216, comma 1, n. 1.

Il legislatore ha contestualizzato il reato di bancarotta nelle diverse procedure concorsuali, diversificando così le modalità di offesa dello stesso

bene giuridico e attribuendo alle varie ipotesi contemplate valenza autonoma. I presupposti oggettivi e le condizioni operative delle diverse

procedure, infatti, caratterizzano, di volta in volta, lo schema della bancarotta, rendendolo unico nel contesto in cui è chiamato ad operare e

delineando conseguentemente il relativo profilo di tipicità.

In particolare, il reato di cui alla L. Fall., art. 236, comma 2, n. 1, è reato di pericolo e non di danno, tutela, in via anticipata, l'interesse dei creditori

all'integrità della garanzia offerta dal patrimonio dell'impresa commerciale esercitata in forma societaria e non richiede che alla procedura

alternativa minore faccia seguito la dichiarazione di fallimento, proprio perchè ha inteso sottolineare la diversa intensità dell'offesa all'interesse

protetto, secondo il contesto concorsuale in cui la stessa si realizza. Da ciò è anche agevole desumere che la bancarotta impropria connessa

all'amministrazione controllata non può essere omologata alla corrispondente figura concordataria: la citata norma incriminatrice, infatti, prevede

fattispecie plurime e autonome tra loro, che fanno specifico richiamo alle due distinte procedure, richiamo che non può essere virtualmente

equiparato, come si legge nella requisitoria del P.G., a quello generico di "procedure concorsuali prefallimentari".

La giurisprudenza consolidata di questa Suprema Corte è schierata nel senso che il decreto di ammissione all'amministrazione controllata ripete,

nell'ambito della corrispondente fattispecie di bancarotta, la stessa natura e gli stessi effetti della sentenza dichiarativa di fallimento ed integra,

pertanto, un elemento costitutivo del reato e non già una mera condizione obiettiva di punibilità, presupponendo questa un reato già strutturalmente

perfetto, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo. E' solo per effetto dell'ammissione all'amministrazione controllata che determinate

condotte del ceto gestorio della società si connotano come bancarotta ed è al momento di tale configurazione che va relazionata l'applicazione di

determinati istituti sostanziali e processuali, quali la prescrizione, l'indulto, la competenza per territorio (cfr. Cass. sez. 5^ 7/6/1984 n. 7144; sez. 5^

5/2/1993 n. 3330; sez. 5^ 6/10/1999 n. 12897; sez. 5^ 1/12/2003 n. 16687; S.U. 25/1/1958, Mezzo; sez. 5^ 12/10/2004 n. 46182; sez. 5^ 27/9/2006

n. 36088; sez. 1^ 6/11/2006 n. 1825). Tale orientamento giurisprudenziale, che queste Sezioni Unite condividono e non hanno ragioni per

disattenderlo, trova ­ peraltro ­ riscontro anche nelle sentenze della Corte Costituzionale n. 110 del 1972, n. 190 del 1972, n. 146 del 1982.

Deve quindi riassuntivamente affermarsi sul punto, evocando la concezione belinghiana del fatto tipico (tatbestand), che questo racchiude

"l'insieme o la somma degli elementi che incarnano il volto di una specifica figura di reato", ivi compresi i così detti elementi normativi che,

instaurando una stretta relazione giuridica con la condotta, partecipano alla descrizione della medesima fattispecie e rimangono

imprescindibilmente inseriti nel suo nucleo essenziale: è il caso dell'amministrazione controllata, elemento normativo interno alla fattispecie

incriminatrice in esame.

5 ­ Il caso che ci occupa non involge la tematica della modifica "mediata" della fattispecie penale, vale a dire di quelle norme extrapenali richiamate

dall'elemento normativo "amministrazione controllata", e ciò perchè il D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 147, non si è limitato ad intervenire sulla normativa

"esterna" relativa a tale istituto, ma ha eliminato ogni riferimento a questo presente nella disposizione incriminatrice, risultata, quindi, amputata di un

suo elemento strutturale; nè è stata emanata contestualmente una disposizione transitoria che disciplini gli effetti dell'abrogazione di questo

elemento sulle disposizioni incriminatici.

Ed allora, se, come innanzi precisato, il provvedimento giurisdizionale di ammissione all'amministrazione controllata è elemento costitutivo del

reato, la soppressione di ogni riferimento ad esso coinvolge necessariamente la cancellazione della L. Fall., art. 236, nella parte in cui richiama il

detto istituto e fa dipendere dalla operatività del medesimo la punibilità delle condotte.

E' agevole concludere che l'intervento demolitorio, in aderenza ai principi generali del nostro sistema, ha prodotto, a far data dal 16/7/2006 (entrata

in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006), l'effetto dell'abolitio criminis tipica e dunque retroattiva (art. 2 c.p., comma 2).

L'art. 2 c.p., comma 2, al pari del comma 1, postula un rapporto diretto tra norma e "fatto", da intendersi quest'ultimo in senso stretto, l'insieme cioè

degli elementi oggettivi, descritti nella fattispecie incriminatrice, che individuano e caratterizzano ogni singolo reato, quale forma di offesa a uno o

più beni giuridici; come incisivamente si è affermato in dottrina, è il "fatto" ­ quale primo gradino della serie analitica del reato (antigiuridicità,

colpevolezza, punibilità) ­ a "ritagliare il perimetro del penalmente rilevante".

Il testo vigente del R.D. n. 267 del 1942, art. 236, comma 2, n. 1, descrive un "fatto" diverso da quello indicato nel precedente testo; circoscrive,

invero, l'area di punibilità alle sole ipotesi di bancarotta cosi detta concordataria e toglie rilevanza penale a quelle connesse all'amministrazione

controllata; ne consegue che, data la ritenuta autonomia di queste ultime rispetto alle prime, l'effetto abrogativo, limitatamente ai fatti espunti dal

perimetro del novun, si pone come conclusione ineludibile ed opera retroattivamente.

Una volta eliminato dalla fattispecie penale ogni riferimento all'amministrazione controllata, la posizione dell'amministratore di società in

"temporanea difficoltà di adempiere" è ritenuta penalmente irrilevante, approdo questo coerente con la scelta di politica criminale fatta dalla riforma

del 2006, che ha voluto ampliare la cerchia dei soggetti non assoggettabili a procedure concorsuali, tra i quali ha compreso l'impresa societaria che,

pur in momentanea difficoltà economica, è in grado di pagare tutti i suoi debiti.

5a ­ Il provvedimento impugnato, a sostegno della tesi contraria all'effetto retroattivo della riforma, fa leva sulla disposizione transitoria di cui al

D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 150, la cui previsione sarebbe estensibile a tutti gli eventi concorsuali, ivi compresa l'amministrazione controllata, avviati

prima dell'entrata in vigore della medesima riforma.

La richiamata norma, però, recita testualmente: "I ricorsi per dichiarazione di fallimento e le domande di concordato fallimentare depositate prima

dell'entrata in vigore del presente decreto, nonchè le procedure di fallimento e di concordato fallimentare pendenti alla stessa data sono definiti

secondo la legge anteriore".

Il carattere transitorio e, quindi, eccezionale di tale norma non ne consente l'interpretazione analogica, che andrebbe ad incidere anche su una

norma di diritto penale sostanziale. L'ultrattività della disciplina previgente è circoscritta alle sole procedure fallimentari e a quelle di concordato

fallimentare, espressamente e specificamente richiamate nella norma in esame, che non si vede come possa essere estesa anche

all'amministrazione controllata. Il contrario assunto non è in linea con la previsione di cui all'art. 14 disp. gen.. Deve anzi rilevarsi che l'assenza di

una specifica norma transitoria per l'amministrazione controllata costituisce conferma della precisa scelta legislativa di abrogare le ipotesi di

bancarotta impropria riferibili a società sottoposte ad amministrazione controllata.

5b ­ Nè può fondatamente sostenersi che la vigente norma incriminatrice di cui alla L. Fall., art. 236, comma 2, n. 1, riferita ora esclusivamente alle

ipotesi di bancarotta impropria concordataria, si porrebbe in rapporto di continuità con quella pregressa, nell'asserito presupposto che l'istituto

dell'amministrazione controllata sarebbe stato assorbito dal nuovo concordato preventivo.

E' vero che quest'ultimo istituto ha subito profonde modificazioni: a) eliminazione di ogni riferimento ai requisiti personali di meritevolezza del

debitore sia in sede di richiesta di ammissione, sia in sede di omologazione (raffronto tra vecchio e nuovo testo dell'art. 160 e tra il vigente art. 180,

e la L. Fall., previgente art. 181); b) lo "stato di crisi" ­ in luogo del precedente "stato di insolvenza" ­ quale presupposto economico ­ finanziario

legittimante l'ammissione al concordato, anche se il legislatore si è affrettato a chiarire, con esplicita indicazione resa (D.L. n. 273 del 2005, art. 36,

conv. in L. n. 51 del 2006) successivamente al varo della riforma, che "per stato di crisi si intende anche lo stato di insolvenza" (L. Fall., art. 160).

Chiaro l'obiettivo perseguito dal legislatore: agevolare il più possibile l'intervento sulle crisi d'impresa, riducendo i margini di discrezionalità giudiziale

in ordine alla valutazione delle condizioni di salute economica dell'imprenditore ­ debitore ed evitando che, in caso di insolvenza o di rigetto della

domanda di ammissione, il Tribunale dichiari per ciò solo il fallimento, secondo l'automatismo prima previsto (sintomatiche sono le modifiche

apportate alla L. Fall., artt. 162, 173 e 180).

Nonostante tuttavia l'indubbia dilatazione del campo di operatività del nuovo concordato preventivo, non può fondatamente sostenersi che questo

abbia ­ di fatto ­ inglobato l'abrogata amministrazione controllata, ravvisandosi comunque profonde differenze tra le due procedure, quanto a

presupposti, finalità ed effetti.

Il presupposto oggettivo dell'amministrazione controllata era la "temporanea difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni", mentre quello del

concordato preventivo è lo "stato di crisi", da intendersi anche come "stato di insolvenza", il che evoca sia situazioni in cui l'impresa versa

nell'impossibilità di adempiere le obbligazioni in scadenza, sia situazioni di squilibrio irreversibile, sia situazioni in cui è agevolmente pronosticabile il

verificarsi, nell'immediato, di uno di tali inconvenienti. L'amministrazione controllata aveva come finalità primaria il risanamento dell'impresa e il

ripristino della sua solvibilità o, meglio, il recupero della solvibilità in conseguenza del risanamento dell'impresa, non aveva natura liquidatoria, nè

effetto immediatamente satisfattivo delle pretese creditorie ma, per così dire, dilatorio, nel senso che il debitore era obbligato a soddisfare

integralmente tali pretese dopo la chiusura della procedura, se il risanamento finanziario era stato conseguito. La struttura normativa del concordato

preventivo prescinde da qualsiasi idea di necessaria protrazione dell'attività imprenditoriale ed è orientata ad assicurare effetti meramente liquidativi

dei crediti attraverso qualsiasi forma ma in misura, di norma, falcidiata. Diverso è anche il regime giuridico delle due procedure.

Non va sottaciuto, peraltro, che l'amministrazione controllata, prima di essere abrogata con decorrenza dal 1677/2006, ha convissuto per oltre un

anno con l'istituto del concordato preventivo così come riformato nel 2005 (D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in L. 14 maggio 2005, n. 80), il che

smentisce ulteriormente, anche sotto il profilo formale, la tesi dell'assorbimento.

5c ­ L'assorbimento, inoltre, non può essere ravvisato neppure nella previsione della L. Fall., art. 12 bis, che disciplina raccordo di ristrutturazione

dei debiti, istituto che, pur essendo inserito nello stesso contesto normativo, ha natura diversa dal concordato preventivo e gode di una propria

autonomia.

L'accordo di ristrutturazione, infatti, non prevede un organo di controllo per la valutazione iniziale e per lo svolgimento della procedura, non va

comunicato al pubblico ministero per un suo eventuale intervento, si colloca, quindi, in un'area privatistica a sfondo negoziale e il sopravvenire

dell'omologazione non attribuisce connotazione pubblicistica all'accordo, ma determina soltanto l'esenzione da azione revocatoria dei pagamenti

effettuati in esecuzione dell'accordo medesimo (L. Fall., art. 67, comma 3, lett. e).


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Penale I, svolte dal Prof. Enrico Mezzetti nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce il testo della sentenza n. 24468 del 2003 pronunciata dalle Sezioni Unite penali. L'oggetto della sentenza è il seguente: l’abrogazione dell’istituto dell’amministrazione controllata e la soppressione di ogni riferimento ad esso contenuto nella legge fallimentare (art. 147 d. lgs. n. 5/2006) hanno determinato l’abolizione del reato di bancarotta societaria connessa alla suddetta procedura concorsuale, con conseguente operatività della regola di cui al secondo comma dell’art. 2 c.p. e, nel caso sia intervenuta condanna definitiva per tale reato, della disciplina di cui all’art. 673 c.p.p., ai fini della revoca della relativa statuizione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Mezzetti Enrico.

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