Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

4

Atti di privata autonomia perché un “primario rilievo”, rispetto ai

commi successivi, deve essere assegnato al primo comma dell’art. 39 Cost.

e, quindi, alla libertà dell’organizzazione sindacale.

12. - Sancita 1’immediata efficacia precettiva di quel principio e, quindi,

individuato l’ingrediente, la Corte ha dovuto, però, amalgamarlo con gli

altri e, in particolare, con la tradizionale regola del conflitto: la legge.

Ha dovuto, cioè, individuare l’area di competenza di quest’ultima

rispetto a quella dell’autonomia sindacale.

Le dosi sono state misurate muovendo dalla inevitabile precisazione

che l’art. 39 Cost. non contiene “una riserva, normativa o contrattuale, in

favore dei sindacati per il regolamento dei rapporti di lavoro” (…………..).

13. - Ciò perché diverse disposizioni costituzionali (artt. 3, secondo comma;

35, primo secondo e terzo comma;

artt. 36 e 37) consentono, ma insieme impongono, al legislatore di emanare

norme che, direttamente o indirettamente, incidono sui rapporti di lavoro

(sentenza n. 106 del 1962 e sentenza n. 120 del

1963). Ond’è che sino a quando l’art. 39 Cost. non sarà attuato, “non si può,

né si deve, ipotizzare conflitto fra attività normativa dei sindacati e attività

legislativa” (sentenza n. 141 del 1980).

14. - Tuttavia, fedele al compito di amalgamare le varie “fonti e forme di

esperienza”, la Corte non ha esitato definire l’ambito in cui la legge può

limitare la libertà delle scelte sindacali.

Ha, escluso, quindi, fosse “consentito al legislatore ordinario di

cancellare o di contraddire ad arbitrio la libertà delle scelte sindacali e gli

esiti contrattuali di esse” (sentenza n. 34 del 1985).

Ciò perché i giudici cosituzionali hanno ricordato che la

giurisprudenza e il legislatore della legge n. 741 del 1959 già da tempo

avevano riconosciuto alla contrattazione collettiva “la funzione di fonte

regolatrice dei modi di attuazione della garanzia del salario sufficiente”

determinando, così, una stretta connessione dell’art. 39 con l’art. 36 Cost..

15. - Pertanto, le limitazioni legali all’autonomia sindacale sono

giustificabili solo in presenza di situazioni eccezionali e a salvaguardia di

superiori interessi generali e, comunque, con carattere di transitorietà

(sentenze n. 697 del 1988 e n. 124 del 1991). 5

Ne consegue che “cessata l’emergenza che lo legittimava”,

l’intervento del legislatore che limiti l’autonomia sindacale “si pone in

contrasto non solo con l’art. 39 Cost., ma anche con l’art. 36 Cost. del quale

la contrattazione collettiva, secondo una interpretazione costituzionale

consolidata, è lo strumento di attuazione” (sentenza n. 697 del 1988 e, nello

stesso senso, sentenza n. 124 del 1991).

16. - Si noti, però, che i concetti di “eccezionalità” e “transitorietà” già

erano stati utilizzati dalla Corte per definire, in un senso diverso, i rapporti

tra legge e contratti collettivi.

Ricordo ancora la disputa tra Costantino Mortati e Francesco

Santoro-Passarelli sulla natura dei contratti collettivi previsti dall’art. 39

Cost. Disputa che alimentò il dibattito del Congresso di Taormina del 1954

e che trovò eco nei dibattiti che accompagnarono e seguirono la storica

sentenza del 1962.

La Corte, chiamata a sindacare la legittimità costituzionale della

legge n. 741 del 1959, escluse, in via di principio, la legittimità di sistemi

alternativi di conferimento dell’efficacia generale dei contratti collettivi

rispetto a quello previsto dall’art. 39 Cost. se non in via “provvisoria” ed

“eccezionale” (sentenza n. 106 del 1962, ma già sentenza n. 10 del 1957).

17. - Quella storica sentenza, a ben vedere, avvalorava la costruzione di chi

leggeva l’art. 39 Cost. in una prospettiva pubblicistica e, quindi, costituiva

per Costantino Mortati una sorta di rivincita .

Rivincita rispetto alla sconfitta, subita al Congresso di Taormina,

quando era prevalsa la tesi privatistica, sostenuta dal mio Maestro

Francesco Santoro-Passarelli (che, peraltro, insieme a Massimo Severo

Giannini difendeva la legittimità della legge n. 741 del 1959).

Rivincita, però, che avrà ingombranti ricadute sullo sviluppo del

sistema.

18. - Ed infatti, le concezioni sottese alla sentenza del 1962 hanno

continuato a condizionare la giurisprudenza costituzionale.

Condizionamento che ha prodotto i suoi effetti soprattutto quando il

sostegno del legislatore all’azione sindacale è divenuto così intenso da

affidare alla contrattazione collettiva il potere di dettare la disciplina di

alcune materie, anche derogando a disposizioni inderogabili della legge.

È così accaduto che, sebbene fosse rimasta inattuata la seconda parte

dell’art. 39 Cost., la disciplina sindacale ha finito inevitabilmente per avere

6

efficacia anche nei confronti dei lavoratori non iscritti ai sindacati

stipulanti.

19. - Orbene, i giudici costituzionali, chiamati a sindacare la legittimità

costituzionale delle leggi che avevano affidato ai sindacati i poteri dei quali

è stato fatto cenno, non hanno superato l’ingombro costituito dalla lettura

che, nel 1962, avevano dato all’art. 39 Cost.

Lo hanno soltanto evitato e, per far ciò, hanno avvalorato la tesi di

quella parte della dottrina che prospettava l’esistenza di un tipo di contratto

collettivo che, per essere “delegato” dalla legge, avrebbe natura di

regolamento e, quindi, natura e funzioni diverse dal tradizionale contratto

collettivo normativo.

20. - Così argomentando, però, la Corte ha implicitamente affermato che i

contratti collettivi “delegati” o “regolamento” non sono espressione di

quell’autonomia collettiva alla quale soltanto il primo comma dell’art. 39

Cost. garantisce la libertà.

Ha, quindi, aperto un significativo spiraglio alla qualificazione di

quei contratti come fonti, ma anche alla loro funzionalizzazione al

perseguimento di interessi diversi da quello collettivo professionale.

21. - Inattuato l’art. 39 Cost., la Corte si è anche preoccupata delle

conseguenze negative derivanti da un’eccessiva proliferazione, inevitabile

conseguenza della libertà sindacale, di rappresentanze dei lavoratori,

ritenendola contraria agli stessi interessi dei lavoratori in quanto ispirate “a

logiche microcorporative”.

Ha, così, condiviso la scelta del legislatore del 1970 di selezionare

l’azione delle organizzazioni sindacali in base alla loro rappresentatività

(sentenze n. 54 del 1974 e n. 334 del 1988).

Tuttavia, ha ammonito che la “rappresentatività” deve essere

espressa sulla base di “nuove regole ispirate alla valorizzazione

dell’effettivo consenso come metro di democrazia anche nell’ambito dei

rapporti tra lavoratori e sindacato” (sentenza n. 30 del 1990).

22. - Con riguardo allo sciopero, la Corte è stata chiamata, per dirla con

Gustavo Zagrebelsky, a presiedere, direttamente, al “terreno politico”. 7

23. - Fin dalle prime sentenze, ha bonificato le disposizioni del Codice

Rocco riconducendo lo sciopero al principio della libertà di azione

sindacale (sentenza n. 29 del 1960). Solo successivamente i giudici

costituzionali hanno affermato la precettività dell’art. 40 Cost.

Ciò è avvenuto quando hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale

delle disposizioni di legge che consideravano reato lo sciopero politico

almeno quando questo fosse destinato alla realizzazione di interessi

professionali ed economici (sentenza n. 123 del 1962).

La qualificazione dello sciopero come diritto affermata dall’art. 40

Cost. resta, tuttavia, in ombra forse perché i giudici costituzionali vollero

evitare di essere costretti a definire gli incerti confini dell’oggetto di quel

diritto.

24. – Resta che i giudici costituzionali hanno, poi, fatto di nuovo ricorso al

principio della libertà di azione sindacale quando hanno affermato la

legittimità degli scioperi attuati a tutela di finalità diverse da quelle

contrattuali (…………).

Legittimità argomentata con il rilievo di quella libertà e soprattutto

del principio di uguaglianza sostanziale.

Rilievo che ha portato ad escludere la punibilità penale persino dello

sciopero puramente politico (sentenza n. 290 del 1974) e degli scioperi di

coazione alla pubblica autorità (sentenza n. 165 del 1983).

25. - La Corte si è fatta, così, interprete dello spirito dei tempi.

Ha, cioè, progressivamente legittimato la partecipazione del

sindacato al potere politico dello Stato.

Partecipazione non prevista dalla Costituzione che, invece, ripartisce

e separa le competenze dei partiti e del potere politico dalle competenze del

sindacato.

26. - L’esperienza della concertazione, infatti, è stata possibile soltanto

perché le forze sindacali, se non fossero state coinvolte nell’individuazione

degli obiettivi del governo dell’economia, avrebbero potuto ostacolare le

iniziative legislative con l’esercizio dello sciopero politico o con una

contrattazione collettiva ribelle.

È, però, singolare che i giudici costituzionali non si resero conto

delle conseguenze che sarebbero derivate dall’affermata legittimità dello

sciopero politico avendo ritenuto che questa affermazione non avrebbe

“reso i sindacati partecipi del potere politico” (sentenza n. 296 del 1974). 8

27. – Comunque, la Corte, dopo aver inutilmente invocato la “necessità di

una legge regolatrice” dello sciopero, e anzi auspicato “un’organica

disciplina di tutta la materia sindacale” (sentenza n. 29 del 1960), ha svolto,

con grande moderazione, una funzione di supplenza ispirata al principio del

necessario contemperamento degli opposti interessi che, come subito si

dirà, costituisce una costante della loro giurisprudenza.

Anticipando quella che sarà una giurisprudenza costante dei giudici

ordinari e l’intervento del legislatore, la Corte ha individuato i limiti

coessenziali allo sciopero nella necessaria salvaguardia di altri valori

costituzionali (sentenza n. 123 del 1960) e anche nell’esigenza di

salvaguardare la capacità produttiva delle imprese e di non arrecare danni a

persone o cose (sentenza n. 124 del 1962).

3. La Corte costituzionale e il conflitto industriale.

28. - La Corte ha anche dato regola al conflitto tra valori, principi e in

fondo, tra interessi che si esprime nel rapporto individuale di lavoro.

29. - Il combinato disposto dell’art. 1 e del secondo comma dell’art. 3 della

Costituzione, prefigura un modello di società nel quale il valore del lavoro

è fondamentale.

Tuttavia, quel modello prevede anche la libertà di impresa (art. 41

Cost.). Accettato il metodo capitalistico, la produzione di ricchezza

costituisce presupposto necessario della realizzazione dei fini sociali dello

Stato. L’impresa, quindi, è anch’essa un valore costituzionale, sebbene,

come ha ammonito anche Giovanni Paolo II, soltanto un valore strumentale.

30. - Questi, dunque, i “termini” dell’“antitesi moderna” caratterizzata

dall’ineliminabile conflitto tra gli interessi di chi lavora e di chi detiene i

mezzi di produzione.

31. - Definiti i termini dell’antitesi, la Corte si è presa anche cura di

assicurarne la convivenza.

Certo, l’esigenza di un costante bilanciamento di interessi era stata

avvertita fin dalle prime sentenze dai giudici costituzionali (sentenze n. 43

del 1963; n. 171 del 1974; n. 89 del 1984; n. 40 del 1964; n. 107 del 1974;

n. 138 del 1984). 9

Ma, nella materia del rapporto di lavoro, la tecnica del bilanciamento

ha assolto una funzione determinante in quanto è stata eletta a regola del

conflitto industriale.

32. - I giudici costituzionali hanno ritenuto, cioè, che, in un ordinamento

pluralista come il nostro, deve essere assegnata rilevanza a tutti gli interessi

in giuoco.

Così hanno disatteso le suggestioni di quella dottrina che professava

una rigida gerarchia assiologica tra i principi e i valori costituzionali.

33. - Operazione che è stata condotta con grande determinazione e sapiente

equilibrio.

La Corte, cioè, ha fatto applicazione della tecnica, ricordata da Carl

Schmitt, dell’“amico nemico” per definire i limiti dei poteri del datore di

lavoro in relazione ai diritti del lavoratore.

In altri termini, i giudici costituzionali hanno respinto “l’aprioristica

persuasione” che configura il rapporto del lavoro come “un inevitabile e

irriducibile contrasto fra datori di lavoro e lavoratori”, onde non esiste “un

incessante conflitto fra opposti interessi degli uni e degli altri” (sentenza n.

99 del 1980).

34. - Ed infatti, fin dalle sue prime sentenze, la Corte ha riconosciuto

rilevanza costituzionale alla libertà di iniziativa privata economica

(sentenza n. 78 del 1958) e ha ritenuto che quella libertà presiedesse non

solo alla fase iniziale di scelta dell’attività economica, ma anche ai

successivi momenti del suo svolgimento (sentenza n. 30 del 1965).

35. - Nel realizzare il difficile contemperamento dei valori antagonisti che

si esprimono nel rapporto individuale di lavoro, la Corte si è rilevata, però,

fermo custode della Costituzione e, quindi, dei valori dell’uomo che lavora.

Per comprendere la raffinatezza culturale con la quale questa fedeltà

è stata esercitata, occorre ricordare che, a dirla con Piero Calamandrei, il

vero limite della nostra Costituzione sta in ciò che contiene disposizioni

precettive e disposizioni programmatiche.

Le prime, come subito aveva avvertito Vezio Crisafulli,

immediatamente precettive, le seconde bisognose di un’attuazione

legislativa. 10

36. - Per superare questo limite, e quasi prevedendo l’incapacità del

legislatore a dare concretezza al progetto costituzionale, la Corte, fin dalla

sua prima sentenza, ha stabilito che le disposizioni programmatiche

costituiscono anch’esse parametri di costituzionalità (sentenza n. 1 del

1956). Decisione particolarmente importante per la materia del diritto del

lavoro perché, tra le disposizioni costituzionali riguardanti quella materia,

poche sono quelle che hanno, o possono avere, uno specifico contenuto

precettivo (sicuramente il terzo comma dell’art. 36 e il primo comma

dell’art. 37).

Per contro, sono numerose le disposizioni di principio che assegnano

rilevanza preminente a determinati interessi, ma non prevedono, però, le

regole che ne realizzano la tutela (artt. 3, 4, 35, 38, 39, 40).

37. - E alle disposizioni programmatiche la Corte ha dato attuazione quando

ha dovuto risolvere questioni riguardanti il rapporto di lavoro.

Ha, così, dimostrato la sua fedeltà, quando, nel modellare le sue

motivazioni, ha dato concreta attuazione ai principi e valori costituzionali

che, come ha dimostrato Luigi Mengoni, sono stati il vero ed unico punto di

riferimento delle sue decisioni.

38. - Anzitutto, i giudici costituzionali hanno successivamente escluso, con

vigore, che la qualificazione giuridica del rapporto di lavoro potesse essere

negata dal legislatore a rapporti di lavoro che oggettivamente avessero

natura di rapporti di lavoro subordinato.

Di conseguenza, è stato inibito al legislatore escludere l’applicabilità

delle norme inderogabili previste dall’ordinamento per dare attuazione ai

principi, alle garanzie e ai diritti dettati dalla Costituzione a tutela del lavoro

subordinato (sentenze n. 121 del 1993 e n. 11 del 1994).

39. - Questo limite è stato rafforzato dalla Corte quando ha individuato la

fattispecie lavoro subordinato.

Fattispecie descritta non già avendo riguardo alle posizioni

giuridiche che da essa derivano, ma alle condizioni economiche e sociali

che ne costituiscono il naturale, e spesso necessario, presupposto.

Infatti, i giudici costituzionali hanno ritenuto che un rapporto di

lavoro subordinato esista tutte le volte ricorra il concorso di due condizioni

che in altri casi non si trovano mai congiunte: l’alienità (nel senso di

destinazione esclusiva ad altri) del risultato per il cui perseguimento della

11

prestazione di lavoro è utilizzata e l’alienità dell’organizzazione produttiva

in cui la prestazione si inserisce (sentenza n. 30 del 1996).

40. - E in materia di retribuzione, la Corte, fin da una delle sue prime

sentenze, ha rafforzato la tutela di chi lavora.

Ha superato, almeno in parte, la concezione della retribuzione come

mero corrispettivo dell’attività prestata e, nell’interpretazione dell’art. 36

Cost., ha assegnato rilevanza al criterio della sufficienza (sentenza n. 30 del

1960, n. 75 del 1964 e n. 74 del 1966).

Ed in questa prospettiva è stato attribuito alla retribuzione un

“precipuo carattere alimentare” sia pure in senso ampio e, cioè, nel senso di

“prestazione destinata ad assolvere esigenze primarie del lavoratore”

(sentenza n. 54 del 1967).

41. - Del resto, sempre con una delle sue prime sentenze, che ha costituito

un punto fermo per la giurisprudenza ordinaria, la Corte ha rafforzato

ulteriormente la tutela del diritto alla retribuzione ritenendolo irrinunziabile

e creando, così, una nuova causa di sospensione della prescrizione dei

crediti di lavoro (sentenza n. 63 del 1966).

L’introduzione di una nuova causa di sospensione della prescrizione

è stata giustificata, con sapiente realismo, dalla minorata libertà di volere in

cui si trova il lavoratore a causa del timore di essere licenziato se

rivendicasse le differenze di retribuzione alle quali avrebbe diritto.

42. - In materia di licenziamento la Corte, in una delle sue prime sentenze,

contrastando la cultura liberale, all’epoca ancora dominante, ha escluso che

la libertà di recesso, allora consentita al datore di lavoro, costituisse

principio fondamentale e assoluto di ordine pubblico.

Tuttavia la Corte si è, poi, rivelata restia a intervenire in quella fase

del conflitto che si situa nel momento patologico dell’estinzione del

rapporto.

43. - I giudici costituzionali, infatti, pur considerando il diritto al lavoro un

“fondamentale diritto di libertà della persona umana” (sentenze n. 45 del

1965 e n. 7 del 1966), hanno dato un’interpretazione debole all’art. 4 Cost.

Hanno, cioè, ritenuto che quella disposizione “come non garantisce il

diritto al conseguimento di un’occupazione, così non garantisce il diritto

alla conservazione del posto, che nel primo dovrebbe trovare il suo logico e

necessario presupposto” (sentenza n. 45 del 1965).


PAGINE

19

PESO

101.78 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto del Lavoro, tenute dal Prof. Giampiero Proia nell'anno accademico 2009.
Il documento riproduce uno scritto del Prof. Mattia Persiani che analizza i conflitti sindacali, industriali, riguardo alla previdenza sociale e generazionali nella giurisprudenza della Corte Costituzionale degli ultimi 50 anni.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto del Lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Proia Giampiero.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto del lavoro

Riassunto esame Diritto del lavoro, prof. Pessi, libro consigliato Contratto e rapporto di lavoro, Persiani
Appunto
Riassunto esame Diritto del lavoro, prof. Pessi, libro consigliato Diritto sindacale,persiani
Appunto
Riassunto esame Diritto del lavoro, prof. Pessi, libro consigliato Manuale del nuovo corso di diritto del lavoro, Proia
Appunto
Diritto del Lavoro - nozioni
Appunto