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Conflitti attribuzione - C. Cost. ord. n. 404/05

La dispensa si riferisce al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo dell'ordinanza n. 404 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2005.
La Corte dichiara... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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1977» e che, «in applicazione del citato d.m., è espressamente interdetto l’accesso all’area in

oggetto, allo scopo di preservare la conoscibilità dei luoghi»;

che il tentativo della procura della repubblica di procedere, in data 14 settembre 2004, alla

surrichiamata ispezione dei luoghi veniva reso impossibile dall’affermazione da parte di

rappresentanti ministeriali che, in base al d.m. 6 maggio 2004 del ministro dell’interno, «tali luoghi

e fabbricati ivi esistenti non sono conoscibili né ispezionabili neppure dall’autorità giudiziaria»;

che, successivamente, perveniva alla procura la nota 2 ottobre 2004, prot. n. 1004/110-1933/2 del

ministero dell’interno, gabinetto del ministro - segreteria speciale, con la quale si trasmetteva il

decreto con cui il ministro aveva apposto il segreto di Stato, precisandosi però che il documento,

inviato a soli fini processuali, avrebbe dovuto, una volta consultato e visionato, essere restituito,

senza essere riprodotto;

che il ricorrente, con nota riservata in data 3 novembre 2004, richiedeva al presidente del consiglio,

di «comunicare entro il termine di sessanta giorni, così come analogamente previsto dagli art. 202 e

256 c.p.p., l’esistenza e l’attualità del segreto»;

che, con la nota impugnata, in data 23 dicembre 2004, il sottosegretario di Stato alla presidenza del

consiglio dei ministri, su delega del presidente del consiglio dei ministri, confermava «l’esistenza

del segreto di Stato sull’area ubicata in località Punta di Volpe detta ‘Villa La Certosa’, in quanto

rientrante nell’oggetto di tutela indicato dall’art. 12 l. n. 801 del 1977»: ciò in quanto l’area in

questione sarebbe stata individuata quale «sede alternativa di massima sicurezza» per «l’incolumità

del presidente del consiglio, dei suoi familiari e dei suoi collaboratori e per la continuità dell’azione

di governo», nell’ambito di una «pianificazione nazionale antiterrorismo che, tra l’altro, prevede

particolari modalità di tutela per le alte cariche dello Stato»;

che, ciò premesso in fatto, la procura ricorrente espone le ragioni di diritto a sostegno del sollevato

conflitto di attribuzione, rilevando, quanto all’ammissibilità del ricorso sotto il profilo soggettivo,

che secondo la costante giurisprudenza costituzionale il pubblico ministero sarebbe legittimato a

sollevare conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato «in quanto titolare diretto ed esclusivo — ai

sensi dell’art. 112 Cost. — dell’attività di indagine finalizzata all’esercizio obbligatorio dell’azione

penale»;

che «uguale legittimazione» dovrebbe riconoscersi «sul lato passivo» sia al presidente del consiglio

dei ministri, sia al governo della repubblica nel suo complesso: il primo, infatti, sarebbe l’organo

deputato a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartiene, in relazione alla tutela,

apposizione, opposizione e conferma del segreto di Stato; il secondo, dal canto suo, sarebbe

comunque il soggetto «cui l’atto impugnato deve ritenersi imputabile»;

che, dal punto di vista oggettivo, non vi sarebbe dubbio che, nel caso concreto, si controverta in

ordine alla «delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme

costituzionali», dal momento che si lamenta «l’illegittima apposizione del segreto di Stato da parte

del potere esecutivo, tale da determinare una menomazione delle competenze costituzionalmente

spettanti al pubblico ministero»;

che, in relazione al merito, il ricorrente afferma che gli atti impugnati gli impedirebbero di

procedere «all’ispezione dei luoghi e delle cose ai fini dell’individuazione dei fatti di reato per i

quali (...) procede» e dunque di svolgere le attività che il codice di procedura penale configura come

preordinate all’eventuale esercizio dell’azione penale;

che, nella specie, l’opposizione del segreto di Stato, da parte del sottosegretario alla presidenza del

consiglio, in forza di puntuale delega del presidente del consiglio, sia da parte del ministro

dell’interno, sarebbe da ritenere «assolutamente illegittima»;

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che tale illegittimità deriverebbe, quanto al ministro dell’interno, dalla circostanza che la

determinazione in questione sarebbe stata adottata «al di fuori di qualsiasi (...) previsione legislativa

di competenza»; e, quanto al ministro dell’interno e al sottosegretario alla presidenza, perché

adottata «con riferimento ad un’ipotesi (l’ispezione dei luoghi) non rientrante nella disciplina della

l. 24 ottobre 1977 n. 801»;

che, in ogni caso, l’illegittimità dipenderebbe dalla circostanza che gli atti in questione sarebbero

stati posti in essere «al di fuori delle ipotesi previste dalla disciplina vigente del segreto di Stato»,

così come emergerebbe anche alla luce della giurisprudenza costituzionale sul punto;

che, in relazione al primo di tali aspetti, nel ricorso si afferma come «la sicurezza dello Stato sia

attribuita dal legislatore esclusivamente al presidente del consiglio dei ministri», e non «al governo

nella sua collegialità o a singoli ministri»;

che, in relazione al secondo aspetto, invece, si osserva come le ispezioni, le perquisizioni e gli altri

mezzi processuali di ricerca della prova non conoscerebbero «limitazione alcuna in dipendenza

della normativa speciale sul segreto di Stato», dal momento che limitazioni sussisterebbero solo per

la testimonianza ed il sequestro, ai sensi rispettivamente degli art. 202 e 256 del codice di rito, non

essendo in vigore analoga normativa concernente le ispezioni;

che, peraltro, secondo il ricorrente, il segreto di Stato non potrebbe essere apposto su «luoghi», non

potendosi interpretare in tal senso il riferimento ad «ogni altra cosa» contenuto nell’art. 12 l. n. 801

cit., sia in quanto non sarebbe possibile identificare «un luogo con una cosa», sia in quanto

l’apposizione del segreto sarebbe finalizzata ad evitare il rischio derivante dalla diffusione del

contenuto di atti, documenti o notizie, nonché «dalle informazioni desumibili da una cosa», e perciò

stravolgerebbe il dettato normativo «estendere il concetto di diffusione fino al punto di

ricomprendervi anche i luoghi, intesi in senso strettamente materiale»;

che, d’altronde, come ribadito anche dalla sentenza n. 86 del 1977 di questa corte (Foro it., 1977, I,

1333), al principio di segretezza sarebbe consentito «incidere (...) su valori parimenti rilevanti dal

punto di vista costituzionale, quali quelli tutelati dal potere giudiziario», solo nei casi

tassativamente previsti dalla legge, tra i quali non rientrerebbe il caso in questione;

che, ad ulteriore sostegno delle tesi sostenute, il ricorrente richiama le sentenze di questa corte n.

410 e n. 110 del 1998 (id., 1999, I, 2771, e id., 1998, I, 2357), nelle quali si afferma che «onde

evitare un’alterazione dell’equilibrio dei rapporti tra potere esecutivo e autorità giudiziaria,

l’esistenza del segreto di Stato non può impedire al pubblico ministero di indagare sui fatti a cui si

riferisce la notitia criminis, e di esercitare, se del caso, l’azione penale, ma ha il solo effetto di

inibire l’utilizzazione di prove coperte dal segreto, ove illegittimamente acquisite»;

che, inoltre, la procura ricorrente evidenzia come — per effetto dei provvedimenti che hanno dato

causa al conflitto — l’area in questione risulterebbe «sottratta a qualsivoglia controllo di legalità»,

determinandosi in tal modo la conseguenza secondo la quale il presidente del consiglio, i suoi

familiari, i suoi collaboratori ed i suoi ospiti godrebbero in essa di una sorta di «immunità

territoriale», estesa anche a fatti ed atti non connessi all’esercizio delle funzioni istituzionali

creandosi, conseguentemente, «un regime differenziato riguardo all’esercizio della giurisdizione, in

particolare quella penale»;

che, ancora, l’apposizione del segreto non potrebbe giustificarsi neppure con la necessità, affermata

nella nota in data 23 dicembre 2004 del sottosegretario alla presidenza del consiglio, di

salvaguardare l’incolumità del presidente del consiglio, dei suoi familiari e dei suoi collaboratori, in

quanto ciò giustificherebbe la predisposizione di un adeguato e specifico apparato di sicurezza,

anche a presidio dei luoghi in cui egli dimora o transita ma non «l’assoggettamento a segreto di

Stato di un’intera area privata in maniera stabile e permanente»;

3 prof. Giorgio Costantino

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo dell'ordinanza n. 404 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2005.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso del Tribunale contro il Presidente del Consiglio per aver apposto il segreto di Stato all'area di Villa Certosa in quanto l'ispezione ordinata dalla Procura è stata in ogni caso concessa. Mancano i requisiti oggettivi del conflitto di attribuzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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