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Conflitti attribuzione - C. Cost. n. 329/99

La dispensa si riferisce al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 329 emessa dalla Corte Costituzionale nel 1999.
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Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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successivi decreti-legge, e che la deliberazione della Camera sulla sindacabilità era stata sollecitata dal

Tribunale in applicazione della disciplina allora stabilita dal decreto-legge – sostengono in primo luogo

che la mancata conversione del decreto-legge ha determinato la caducazione di tutti gli atti compiuti in

attuazione del decreto stesso, compresa la deliberazione di insindacabilità della Camera, votata quando

era ancora in vigore uno dei vari decreti-legge poi non convertiti.

In subordine, i resistenti sollecitano la Corte a rimeditare la propria giurisprudenza in tema di

insindacabilità ex art. 68, primo comma, Cost., a partire dalla sentenza n. 1150 del 1988. In particolare,

contestano che il potere, riconosciuto da tale norma alla Camera di appartenenza del parlamentare, di

valutare la condotta addebitata ad un proprio membro, produca l’effetto, qualora la condotta sia

qualificata come esercizio delle funzioni parlamentari, di inibire una difforme pronuncia giudiziale di

responsabilità, e ritengono apodittica l’affermazione secondo cui la deliberazione della Camera sia

sottoponibile a controllo di legittimità solo mediante lo strumento del conflitto di attribuzione.

Al riguardo, il Tribunale di Ferrara rileva che la sentenza n. 1150 del 1988, emessa quando era in

vigore l’istituto dell’autorizzazione a procedere quale generale condizione di procedibilità penale, era

stata occasionata da una pronuncia di diniego dell’autorizzazione, in quanto il Senato aveva ritenuto

che i fatti per cui il parlamentare era stato perseguito rientrassero nella prerogativa di insindacabilità

sancita dall’art. 68, primo comma, Cost.; la connessione con il primo comma dell’art. 68 Cost. andava

pertanto ricercata solo nel fatto che la ragione del diniego riposava sul convincimento del Senato che il

parlamentare aveva espresso opinioni insindacabili in base a tale norma. Poiché oltre al procedimento

penale era pendente un procedimento civile, il Senato aveva concluso che, essendo la assoluta

irresponsabilità effetto naturale della insindacabilità sancita dall’art. 68, primo comma, Cost., anche il

procedimento civile rimaneva necessariamente assorbito nella dichiarazione di insindacabilità.

Sulla base di questa situazione di fatto, la Corte – proseguono i resistenti – pur affermando che l’art.

68, primo comma, Cost. non attribuisce al Parlamento un potere di preventiva autorizzazione analogo a

quello stabilito dal secondo comma, aveva affermato che le prerogative parlamentari non possono non

implicare un potere dell’organo a tutela del quale sono disposte, e pertanto aveva concluso che a

ciascuna Camera andava riconosciuto, ai fini della insindacabilità, un potere di valutazione dei

comportamenti e di inibizione delle procedure giudiziarie in atto, sia penali che civili.

Nonostante la legge costituzionale n. 3 del 1993 avesse eliminato l’istituto generale dell’autorizzazione

a procedere, ad avviso dei resistenti la Corte nelle successive sentenze si sarebbe limitata a richiamare

la decisione "capostipite", facendo discendere dai propri precedenti sull’art. 68, primo comma, Cost. il

potere decisorio della Camera di appartenenza, ed anzi attribuendoglielo in via esclusiva, mentre in

realtà il potere non sarebbe riconducibile a tale norma, il cui tenore letterale si limita a prevedere

un’immunità che opera sul terreno sostanziale; tanto è vero che, pur essendo identica la formulazione

dell’art. 122, quarto comma, Cost., relativo all’immunità sostanziale dei consiglieri regionali per i voti

dati e le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni, non si è mai sostenuto che ai consigli

regionali sia attribuito il potere di inibire, con proprie deliberazioni, l’esercizio della funzione

giurisdizionale.

Secondo i resistenti, le ragioni del riconoscimento alla Camera del potere inibitorio della funzione

giurisdizionale non possono essere ricollegate che alla natura parlamentare delle prerogative tutelate e,

cioè, alla natura costituzionale dell’organo cui il potere è riconosciuto. Ma la tutela delle prerogative

parlamentari non deve necessariamente tradursi in uno speciale autonomo potere del Parlamento, in

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quanto potrebbe essere adeguatamente assicurata dal potere di proporre il conflitto di attribuzione

davanti alla Corte.

I resistenti sottopongono quindi alla riflessione della Corte uno schema di lettura del disposto

costituzionale che imponga al giudice, ove si renda conto di procedere per fatti attinenti a voti dati o

opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni parlamentari, il dovere, discendente dalla portata

sostanziale dell’art. 68, primo comma, Cost., di astenersi dal procedere, fermo restando il potere della

Camera di appartenenza di sollevare conflitto di attribuzione per rendere effettiva la tutela delle proprie

prerogative quando l’autorità giudiziaria abbia negato la insindacabilità che la Camera ritiene, invece,

sussistente. Lo strumento del conflitto, d’altra parte, non verrebbe mai a trasformarsi in una sorta di

giudizio di appello sulla valutazione del giudice: la giurisdizione della Corte non sarebbe, infatti,

attivabile per iniziativa delle parti in causa, ma si radicherebbe sul solo punto della sindacabilità e

verterebbe, dunque, su un oggetto tipicamente costituzionale.

L’opposta soluzione, che vuole riconosciuto a ciascuna Camera il potere, eccezionale e derogatorio, di

valutare autonomamente l’insindacabilità con criteri "non privi di elemento politico", rischierebbe

invece di trasformare la garanzia in privilegio, sacrificando, nel settore penale, non solo la pretesa

punitiva dello Stato, ma anche il diritto di difesa del cittadino, e nel settore civile il fondamentale diritto

di agire in giudizio. In caso di acquiescenza dell’autorità giudiziaria alla deliberazione di

insindacabilità della Camera, il cittadino rimarrebbe infatti privato del diritto al processo, senza alcuna

possibilità di proporre ricorso all’organo di garanzia costituzionale; comunque, anche ove l’autorità

giudiziaria reagisca all’eventuale arbitrio della Camera sollevando conflitto di attribuzione, tale

decisione non avrebbe nulla a che vedere con il diritto di difesa del cittadino che assume i propri diritti

lesi dal comportamento del parlamentare, in quanto il conflitto non è destinato alla difesa del cittadino,

né questi ha alcuna possibilità di influire sulla determinazione di sollevarlo.

Infine, i resistenti contestano la legittimità della deliberazione di insindacabilità adottata dalla Camera

dei deputati, adducendo l’assoluta mancanza del requisito del nesso funzionale tra le opinioni espresse

dal deputato Sgarbi e l’esercizio delle funzioni parlamentari ed il carattere di mero insulto personale

delle espressioni usate all’indirizzo del prof. Bonito Oliva.

4.- Con ordinanza in data 1°-3 luglio 1998 il Tribunale di Ferrara, in persona del Presidente pro-

tempore, ha deliberato di sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della

Camera dei deputati, in relazione alla medesima deliberazione, adottata il 14 settembre 1995, con la

quale era stata approvata la proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere di dichiarare che i

fatti per cui è in corso il procedimento civile nei confronti dell’on.le Vittorio Sgarbi riguardano

opinioni espresse da quest’ultimo nell’esercizio delle sue funzioni, a norma dell’art. 68, primo comma,

Cost. Il Tribunale, avvalendosi della facoltà prevista dall’art. 37, sesto comma, della legge 11 marzo

1953, n. 87, ha designato per essere difeso e rappresentato gli avvocati Giandomenico Falcon e Luigi

Manzi, che con atto depositato il 15 luglio 1998 hanno presentato ricorso per conflitto di attribuzione

tra poteri dello Stato (reg. confl. n. 5 del 1999), chiedendo che la Corte, previa riunione del ricorso con

quello presentato dalla Camera dei deputati (reg. confl. n. 15 del 1998):

- dichiari che non spetta alla Camera di deliberare, sulla base di criteri erronei ed in assenza dei

presupposti stabiliti dall’art. 68, primo comma, Cost., che i fatti per cui è in corso il procedimento

giurisdizionale concernono opinioni espresse da un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni;

- conseguentemente annulli la deliberazione in data 14 settembre 1995 con la quale la Camera dei

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deputati ha ritenuto che le dichiarazioni rese dall’on.le Vittorio Sgarbi nei confronti del prof. Achille

Bonito Oliva, rilasciate al quotidiano "Il Giorno" ed ivi pubblicate il 23 gennaio 1993, rientrano

nell’esercizio delle funzioni parlamentari ex art. 68, primo comma, Cost.

Nel ricorso, premesse le vicende che avevano indotto il Tribunale a procedere nell’esercizio delle

funzioni giurisdizionali malgrado la deliberazione di insindacabilità della Camera, poi sfociate nella

presentazione del ricorso per conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera dei deputati nei confronti

del Tribunale stesso, il ricorrente precisa che l’attuale conflitto ha per oggetto la legittimità della

deliberazione con cui la Camera ha dichiarato l’insindacabilità delle opinioni espresse dall’on.le Sgarbi

e, cioè, se si possa ragionevolmente ritenere che le espressioni usate dall’on.le Sgarbi nei confronti del

prof. Bonito Oliva rientrino nell’esercizio della funzione parlamentare, con la conseguenza di privare,

da un lato, gli uffici giudiziari del potere-dovere di procedere e, dall’altro, e soprattutto, il prof. Bonito

Oliva del diritto di agire in via giurisdizionale a tutela della propria dignità e onorabilità.

Ad avviso del ricorrente, la deliberazione della Camera dei deputati si rivela "ingiustificata,

sostanzialmente arbitraria e lesiva del potere e del dovere di assicurare l'esercizio della funzione

giurisdizionale attribuito dalla Costituzione in capo agli uffici giudiziari", in primo luogo per il radicale

difetto di riferibilità delle dichiarazioni rese dall’on.le Sgarbi alla funzione parlamentare. Le espressioni

usate nell’intervista all’indirizzo del prof. Bonito Oliva – "incapace, animale, bestia e coglione", "uno

degli uomini più ignoranti, peggio di Verdiglione" – costituirebbero infatti un puro e semplice insulto,

privo di ogni possibile connessione con la funzione parlamentare. Il fatto che il relatore on.le Cova, nel

proporre alla Camera la deliberazione di insindacabilità, pur riconoscendo che nei giudizi formulati

dall’on.le Sgarbi vi era una "connessione tra critica politica e valutazioni di indole personale", avesse

affermato che la prima era prevalente sulle seconde, sarebbe – ad avviso del ricorrente – una diretta

conseguenza dell’impostazione seguita dalla Camera in sede di interpretazione dell’art. 68, primo

comma, Cost., fondata sui criteri che la prerogativa costituzionale copre tutti i comportamenti

riconducibili all’attività politica lato sensu intesa del parlamentare; che essa si applica anche a

comportamenti posti in essere fuori della sede parlamentare; che la sua ricorrenza non è esclusa anche

di fronte a giudizi oggettivamente pesanti e tali, quindi, da costituire astrattamente possibile oggetto di

illecito.

Richiamando la giurisprudenza della Corte costituzionale, il Tribunale ricorrente sostiene che il primo

criterio è radicalmente errato, in quanto tra i presupposti della prerogativa di cui all’art. 68, primo

comma, Cost. ricorre la riferibilità dell’atto alla funzione parlamentare, misurata alla stregua di quel

nesso funzionale che costituisce il discrimine tra l’insieme di dichiarazioni, giudizi e critiche che

connotano l’attività politica del parlamentare, e le opinioni che godono della garanzia dell'art. 68,

primo comma, Cost., senza il quale tale garanzia diventerebbe un puro privilegio personale. La

deliberazione della Camera, essendo basata sull’erroneo presupposto che non sia richiesto alcun

collegamento funzionale tra le opinioni espresse e la funzione parlamentare e che l’immunità investa

tutta l’attività politica del parlamentare, ha stravolto l’oggetto della propria valutazione, come se si

trattasse di accertare esclusivamente il carattere personale o politico delle opinioni espresse.

Il terzo criterio, ad avviso del ricorrente, sarebbe erroneamente evocato, in quanto non idoneo a

ricondurre nell’alveo dell’insindacabilità dichiarazioni che, quali quelle dell’on.le Sgarbi, hanno natura

di mero insulto personale e sono prive di qualsiasi collegamento non solo con le funzioni parlamentari,

ma con qualsiasi valutazione politica: se, infatti, l’epiteto di "incapace" e le accuse di incompetenza e

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di scarsa professionalità potrebbero in qualche modo apparire collegate con la denuncia della

lottizzazione politica delle nomine, gli altri epiteti sarebbero del tutto estranei a qualsiasi valutazione di

carattere politico e di natura esclusivamente personale, come sarebbe dimostrato anche dalla loro

genericità e dalla mancanza di qualsiasi riferimento a fatti determinati. Insulti di tale natura potrebbero

tutt’al più essere giustificati se indirizzati ad un collega deputato nel corso di un acceso dibattito

all’interno del Parlamento e nella concitazione di un dibattito parlamentare, ma non nel caso in cui

siano pronunciati a freddo in occasione di un’intervista nei confronti di un cittadino estraneo al

Parlamento.

In conclusione, poiché la deliberazione della Camera "fuoriesce dall’ambito derogatorio consentito"

dall’art. 68, primo comma, Cost., risulterebbero violati, da un lato, anche gli artt. 101, secondo comma,

102, primo comma, e 104, primo comma, Cost., posti a tutela della titolarità della funzione

giurisdizionale in capo alla magistratura e della legalità e indipendenza del suo esercizio; dall’altro,

l’art. 3, primo comma, Cost., per la disparità di trattamento che in tale modo verrebbe introdotta tra

"cittadini ordinari e parlamentari", consentendosi a questi ultimi l’insulto e la contumelia privi di

qualsiasi connessione con la funzione parlamentare, nonché l’art. 24, primo comma, Cost., essendo

impedita al prof. Bonito Oliva qualsiasi tutela giurisdizionale, per il solo fatto di essere stato offeso da

un parlamentare.

5.- Con ordinanza n. 407 del 1998, questa Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto sollevato dal

Tribunale di Ferrara nei confronti della Camera dei deputati.

6.- La Camera dei deputati, rappresentata e difesa dall’avv. Giuseppe Abbamonte, si è costituita in

giudizio chiedendo che la Corte rigetti il ricorso, dichiarando la competenza esclusiva della Camera a

pronunciarsi sulla sindacabilità del comportamento dell’on.le Sgarbi, e di conseguenza annulli tutti gli

atti compiuti dal Tribunale di Ferrara.

La Camera, premesso che il ricorso del Tribunale va inquadrato nella tendenza dei giudici a limitare

l’area della funzione ispettiva delle Camere e dei loro componenti, rileva che non può essere contestato

il diritto di un deputato di criticare, anche aspramente, la nomina a direttore della Biennale di Venezia,

che è vicenda certamente eccedente la dimensione dei rapporti tra individui. L’on.le Sgarbi ha infatti

manifestato il suo diritto-dovere di critica in relazione ad una carica destinata ad "impersonare la

cultura artistica nazionale, per non dire mondiale": in una materia, dunque, che certamente rientra

nell’oggetto, non giuridicamente delimitabile, del mandato politico.

In tale contesto – prosegue la resistente – l’immunità non può trovare limitazioni, come vorrebbe il

ricorrente, ove siano state usate parole più o meno forti, né essere condizionata dal fatto che le

espressioni vengano proferite in particolari luoghi o occasioni ovvero tra due persone egualmente

coperte dall’immunità: nel caso in esame la fattispecie trascende, infatti, la dimensione individuale per

involgere la rappresentanza e la gestione di un interesse nazionale, in quanto tale di spettanza delle

Camere e dei suoi componenti. Di conseguenza, le attività svolte in funzione di tale interesse rientrano

insindacabilmente nell’esercizio delle funzioni costituzionali del parlamentare e della Camera di

appartenenza che ne ha deliberato l’insindacabilità.

Richiamando analiticamente i principi affermati nelle precedenti decisioni della Corte in materia, la

Camera conclude che l’on.le Sgarbi ha liberamente puntualizzato il fine delle funzioni da lui svolte,

individuandolo nella tutela dell’interesse nazionale a vedere adeguatamente presieduta una istituzione

artistica di rilevanza mondiale come è la Biennale di Venezia, denunciando una scelta dettata, a suo

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 329 emessa dalla Corte Costituzionale nel 1999.
Nel giudizio per conflitto di attribuzioni, sollevato nell'ambito della vicenda Sgarbi, dal Tribunale di Ferrara contro la Camera dei Deputati, la Corte precisa che l'immunità parlamentare di cui all'art. 68 della Cost. ricopre solo l'esercizio delle funzioni, non qualsiasi dichiarazione; se così fosse sarebbe un privilegio ingiustificato.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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