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materia di conflitto e interesse a sollevarlo, assumendosi dai tribunali ricorrenti che dal rifiuto

illegittimamente opposto dalla Commissione risulterebbe menomata la sfera di attribuzione ad essi

garantita dalla Costituzione, per l'impedimento derivantene all'acquisizione delle prove ritenute

necessarie per l'accertamento della verità. Né può contestarsi che ogni valutazione sulla utilità e sulla

valida utilizzabilità in giudizio dei mezzi di prova è di esclusiva competenza dell'autorità giudiziaria

procedente, sottraendosi pertanto a qualsiasi sindacato che non sia quello esplicabile dal giudice

eventualmente adito in sede di gravame.

5. - Nel merito, la controversia concerne determinati atti e documenti dell'inchiesta antimafia, non

inserite negli Atti parlamentari (Documento n. XXIII-2, Septies, della V Legislatura) come allegati alla

«Relazione sui lavori svolti e sullo stato del fenomeno mafioso al termine della V Legislatura», ivi

pubblicata, ma specificatamente indicati nell'elenco, anch'esso allegato alla relazione predetta (n. 62),

denominato «Indice analitico della documentazione esistente agli atti della Commissione». Ed il

problema di fondo che si dibatte in entrambi i giudizi è, dunque, più precisamente, se la Commissione

abbia l'obbligo giuridico di trasmettere all'autorità giudiziaria tali atti e documenti, potendo esimersene

soltanto nei casi ed alle condizioni all'art. 342 cod. proc. pen. (in relazione anche all'art. 352), ovvero

se, in considerazione delle finalità di pubblico interesse cui è costituzionalmente preordinato il potere

d'inchiesta e delle prerogative di cui godono le Assemblee legislative ed i loro organi, nell'esercizio

delle loro funzioni istituzionali (delle quali soltanto è questione nella specie e tra le quali certamente

rientra la funzione ispettiva, esprimentesi tra l'altro attraverso le inchieste), sia da riconoscere alla

Commissione predetta la facoltà di stabilire se e quali dei suoi atti e relativa documentazione debbano

essere coperti da segreto, opponibile anche agli organi giudiziari.

La posizione «di assoluta indipendenza» del Parlamento, come di altri organi «ai vertici dello Stato»,

anche dei loro rapporti reciproci (sent. n. 143 del 1968), è stata più volte riaffermata da questa Corte

(sent. n. 15 del 1969 e sent. numero 110 del 1970: quest'ultima con particolare riferimento alle deroghe

alla giurisdizione, ammissibili nei loro confronti pur se «sempre di stretta interpretazione»), che non ha

mancato, in occasione del conflitto insorto tra la commissione parlamentare inquirente per i giudizi di

accusa e il giudice istruttore del tribunale di Roma, di sottolineare la necessità di contemperare

«l'autonomia e l'indipendenza del potere giudiziario da ogni altro potere» con «l'indipendenza del

potere politico rispetto ad ogni indebita ingerenza», anche da parte del poter giudiziario (sent. n. 13 del

1975).

Più analiticamente, l'indipendenza delle camere (riflettentesi naturalmente sui loro organi) si articola,

nella normativa direttamente dettata dal testo costituzionale, nell'autonomia organizzativa e normativa

spettante a ciascuna di esse («riserva di regolamento»: art. 64, primo comma); nella loro esclusiva

competenza alla convalida dei propri membri (art. 66); nella non responsabilità dei medesimi «per i

voti dati e le opinioni espresse nell'esercizio delle loro funzioni» (art. 68, primo comma: immunità,

sotto questo aspetto, assoluta, che, in omaggio al principio democratico rappresentativo, l'articolo 122,

ultimo comma, estende ai membri dei Consigli regionali), oltre che nella immunità, che può dirsi

relativa, di cui al secondo comma del detto art. 68 (non proseguibilità dell'azione penale e divieto di

arresto e perquisizione personale o domiciliare senza autorizzazione dell'Assemblea, fuori dei casi di

flagrante delitto che comporti obbligatorietà di mandato di cattura).

Alle quali disposizioni, contenute nella Costituzione, si aggiungono poi, svolgendone ed applicandone i

principi, quelle dei regolamenti parlamentari, tra cui sono specialmente da ricordare, ai fini che qui

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interessano, l'art. 62 del Regolamento della Camera e il corrispondente art. 69 del Regolamento del

Senato, che attribuiscono ai rispettivi Presidenti l'esercizio dei poteri di polizia e la disposizione della

forza pubblica nell'interno delle Assemblee: poiché da queste disposizioni, per lunga tradizione, si

suole trarre la regola della così detta "immunità della sede" (valevole anche per gli altri supremi organi

dello Stato) in forza della quale nessuna estranea autorità potrebbe far eseguire coattivamente propri

provvedimenti rivolti al Parlamento ed ai suoi organi. Di guisa che, ove gli organi parlamentari non vi

ottemperassero, sarebbe unicamente possibile provocare l'intervento di questa Corte, in sede di

conflitto di attribuzione, così come precisamente è avvenuto nel caso in oggetto.

6. - Ma è soprattutto da rilevare che, fermo restando che il principio fondamentale in materia è quello

della pubblicità degli atti parlamentari (art. 64, secondo comma, Cost.), è tuttavia rimesso alla

valutazione della Camere (e rientra nella autonomia costituzionale ad esse, come sopra accennato,

garantita) di derogarvi in singoli casi, deliberando di riunirsi in seduta segreta (nella quale ipotesi, gli

artt. 34, punto 3°, Reg. Camera e 60, punto 4°, Reg. Senato consentono che possano altresì stabilire di

non farne stendere processo verbale). A sua volta, l'art. 72 Cost., nel terzo comma, demanda ai

regolamenti parlamentari di determinare le forma di pubblicità dei lavori delle Commissioni legislative:

al che, codificando una prassi già formatasi sotto il vigore dei precedenti regolamenti, provvede ora

l'art. 65 del Regolamento della Camera, disponendo che tale pubblicità sia assicurata "mediante

resoconti pubblicati nel Bollettino delle Giunte e delle Commissioni parlamentari", a cura del

Segretario Generale. E del principio implicito in questa disposizione, espressamente dettata per le

Commissioni legislative, ha fatto applicazione, nel caso in oggetto, la Commissione di inchiesta, così

stabilendo nell'art. 1 del suo regolamento interno del 31 luglio 1969 e nell'art. 1 del successivo

Regolamento del 16 maggio 1973.

Sempre in tema di pubblicità, a parte per ora le disposizioni regolamentari che prevedono il segreto

delle Commissioni "nell'interesse dello Stato" (art. 65, punto 3°, Reg. Camera, ed analogamente,

seppure con formulazione più generica, parlando di "documenti, notizie o discussioni che interessano lo

Stato", l'art. 31, punto 3°, Reg. Senato), sulle quali dovrà tornarsi subito appresso, mette conto

rammentare in particolar modo quelle dettate per le indagini conoscitive esperite dalle Commissioni,

cui viene data facoltà di decidere di non fare verbale né resoconto stenografico delle sedute a dette

indagini dedicate (art. 144, punto 4°, Reg. Camera, e art. 48, Reg. Senato): trattandosi evidentemente di

un settore di attività parlamentare molto vicino a quello delle richieste.

7. - Dal complesso dei principi e delle disposizioni richiamate nei precedenti nn. 5 e 6 si ricava,

dunque, che le Commissioni parlamentari d'inchiesta, le quali, sostituendo necessariamente a norma

dell'art. 82, primo comma, Cost. il plenum delle Camere, a buon diritto possono configurarsi come le

stesse camere nell'atto di procedere all'inchiesta, sono libere di organizzare i propri lavori, anche

stabilendo - in tutto od in parte - il segreto delle attività da esse direttamente svolte e della

documentazione risultante dalle indagini esperite: e ciò in funzione del conseguimento dei fini

istituzionalmente ad esse propri, specificamente indicati, nel caso in oggetto, dall'art. 2 della legge 20

dicembre 1962, n. 1720, a termini del quale "La Commissione, esaminate la genesi e le caratteristiche

del fenomeno della mafia, dovrà proporre le misure necessarie per reprimerne le manifestazioni ed

eliminarne le cause".

Non vale in contrario l'argomento che l'ordinanza del tribunale di Milano vorrebbe trarre proprio dalle

disposizioni dei regolamenti parlamentari, ricordate alla fine del punto precedente, relative al segreto

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"nell'interesse dello Stato", poiché tali disposizioni, che letteralmente non tanto consentono, quanto

impongono, la segretezza di determinate sedute delle Commissioni, in realtà rimettono pur sempre

all'apprezzamento politico delle stesse (sicuramente non sindacabile dall'Autorità giudiziaria) di

verificare se e quando l'ipotesi prevista concretamente ricorra; e perciò, nella sostanza, lungi

dall'intaccare i principi sopra enunciati, ne offrono indiretta conferma. Senza dire che la circostanza

che, per particolari casi, sia prescritto un obbligo non basterebbe ad escludere, per ogni altro, una

facoltà, che appare invece, secondo il già detto, insita nell'autonomia delle Camere e dei loro organi, e

segnatamente delle Commissioni di inchiesta da esse istituite; per le quali ultime le segretezza, che può

circondarne i lavori, è funzionalizzata al conseguimento dei fini alle medesime assegnati.

Ora, com'è riconosciuto, può ben dirsi, unanimemente dalla dottrina antica e recente, tali fini

differiscono nettamente da quelli che caratterizzano le istruttorie delle autorità giudiziarie. Compito

delle Commissioni parlamentari di inchiesta non è di "giudicare", ma solo di raccogliere notizie e dati

necessari per l'esercizio delle funzioni delle Camere; esse non tendono a produrre, né le loro relazioni

conclusive producono, alcuna modificazione giuridica (com'è invece proprio degli atti giurisdizionali),

ma hanno semplicemente lo scopo di mettere a disposizione delle Assemblee tutti gli elementi utili

affinché queste possano, con piena cognizione delle situazioni di fatto, deliberare la propria linea di

condotta, sia promuovendo misure legislative, sia invitando il Governo a adottare, per quanto di sua

competenza, i provvedimenti del caso. L'attività di inchiesta rientra, insomma, nella più lata nozione

della funzione ispettiva delle Camere; muove da cause politiche ed ha finalità del pari politiche; né

potrebbe rivolgersi ad accertare reati e connesse responsabilità di ordine penale, ché se così per

avventura facesse, invaderebbe indebitamente la sfera di attribuzioni del potere giurisdizionale. E, ove

nel corso delle indagini vengano a conoscenza di fatti che possano costituire reato, le Commissioni

sono tenute a farne rapporto all'autorità giudiziaria, così come, nel caso in oggetto, la Commissione

antimafia si è vincolata a fare con i propri regolamenti interni sopra citati, del 1969 e del 1973, e,

stando a quanto affermato nella relazione, in pratica ha fatto.

Come sono diversi i fini, così differiscono o possono differire i mezzi di cui si valgono le Commissioni

parlamentari d'inchiesta, rispetto a quelli tipici dell'autorità giudiziaria.

Il secondo comma dell'art. 82 Cost. attribuisce, bensì, alle prime «gli stessi poteri», e prescrive "le

stesse limitazioni", di quest'ultima, e ciò per consentire loro di superare, occorrendo, anche

coercitivamente, gli ostacoli nei quali potrebbero scontrarsi nel loro operare. Ma le Commissioni

restano libere di prescegliere modi di azione diversi, più duttili ed esenti da formalismi giuridici,

facendo appello alla spontanea collaborazione dei cittadini e di pubblici funzionari, al contributo di

studiosi, ricorrendo allo spoglio di giornali e riviste, e via dicendo. Come esattamente fu notato da una

antica dottrina, le persone dalle Commissioni interrogate non depongono propriamente quali

"testimoni", ma forniscono informazioni; e lo stesso è a dirsi delle relazioni varie che pubbliche

autorità possono, su richiesta delle Commissioni, ad esse presentare con riferimento a determinate

situazioni e circostanze ambientali, tra cui bene possono trovar posto anche stati d'animo e

convincimenti diffusi, registrati per quel che sono, indipendentemente dalla loro fondatezza, da chi, per

la sua particolare esperienza o per l'ufficio ricoperto, sia meglio in grado di averne diretta notizia.

Ma siffatti obiettivi e mezzi d'azione, nella loro reciproca connessione, postulano logicamente che le

Commissioni d'inchiesta abbiano il potere di opporre il segreto alle risultanze di volta in volta acquisite

nel corso della loro indagine, libere rimanendo di derogarvi, quando non lo vietino altri principi, ogni

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qual volta non possono derivarne conseguenze tali da impedire o intralciare gravemente l'assolvimento

del loro compito: specie per venire incontro a richieste provenienti da autorità giudiziarie, in uno spirito

di doverosa collaborazione tra organi di poteri distinti e diversi, per fini di giustizia. In questo senso, il

segreto delle Commissioni di inchiesta non corrisponde, a rigore, ai vari specifici tipi di segreto previsti

dalle norme dei codici di diritto e procedura penale, ma può qualificarsi piuttosto, più genericamente,

come un segreto funzionale, del quale spetta alle Commissioni medesime determinare la necessità ed i

limiti. E non importa che, nella specie, la Commissione antimafia, nel suo ricordato regolamento

interno del 1973, abbia ritenuto di affermare un "segreto istruttorio" e poi un "segreto di ufficio", ed a

quest'ultimo abbia fatto riferimento nelle lettere di risposta ai tribunali ricorrenti, che stanno alle origini

dei sollevati conflitti, adoperando anche circonlocuzioni e perifrasi non sempre necessarie, poiché quel

che conta è la sostanza, e la sostanza è quella che emerge dalle considerazioni fin qui svolte.

Comunque, che la Commissione antimafia potesse opporre un segreto alle richieste delle autorità

giudiziarie non viene contestato, se ben si guarda, dallo stesso tribunale di Torino, che, in un primo

momento, nell'ordinanza 4 giugno 1973, dopo aver affermato in premessa che al Parlamento

"unicamente spetta, nell'esercizio della discrezionalità politica, di stabilire e in quali limiti dare

pubblicità agli atti dell'inchiesta", invitava l'organo parlamentare al riesame "dell'opportunità di aderire

alla richiesta" precedentemente avanzata, con riferimento alla documentazione "non pubblicata, pur se

di essa vi è cenno nel testo delle relazioni". Mentre poi, nell'ordinanza-ricorso del 18 aprile 1975, il

tribunale medesimo sollevava il conflitto, assumendo che con la intervenuta pubblicazione, nel 1972,

della "Relazione sui lavori svolti e sullo stato del fenomeno mafioso, al termine della V Legislatura",

sarebbe venuto meno il segreto per determinazione della stessa Commissione, per avere questa disposto

di pubblicare tra gli allegati alla Relazione predetta l'indice analitico cui si è sopra accennato al punto

5.

Ma si tratta di un equivoco, nel quale d'altronde cade anche la difesa del tribunale di Milano,

insistendo, sia pure in linea subordinata, su analoga tesi. Altro è, infatti, pubblicare una serie di

documenti, quali appunto quelli di cui agli allegati da 1 a 61 uniti alla relazione presentata al termine

della V Legislatura, altro pubblicare un indice di documenti tuttora detenuti dalla Commissione; altra

cosa è esteriorizzare il contenuto di certi atti, altro limitarsi a renderne nota l'esistenza.

E poiché, come a suo luogo non si è mancato di rilevare, il contrasto tra Commissione e tribunali

ricorrenti verte esclusivamente intorno a documenti inclusi nell'indice, rimangono ferme le conclusioni

fin qui raggiunte, nel senso che la Commissione d'inchiesta disponeva e dispone, in funzione delle

proprie finalità, del regime di pubblicità o di segretezza dei documenti in questione.

8. - Tali conclusioni, peraltro, come dovrebbe risultare implicito nel già detto, valgono limitatamente

alla documentazione relativa ad accertamenti svolti o direttamente disposti dalla Commissione, oltre

che alle discussioni che hanno avuto luogo nel corso delle sue sedute e alle valutazioni ed

apprezzamenti in quella sede espressi, ma non divulgati attraverso le relazioni pubblicate, e sono

logicamente estensibili ad esposti ed anonimi ad essa rivolti.

Le considerazioni che precedono quanto ai particolari metodi di indagine cui una Commissione

d'inchiesta può ricorrere, alla natura confidenziale o comunque riservata che possono avere le

informazioni ad essa fornite o da essa raccolte, delle quali non sempre la Commissione è in grado di

accertare con sufficiente sicurezza la piena conformità al vero, giustificano, infatti, la eventuale

segretezza dei risultati in tali forme acquisiti, e di questi soltanto, anche per non esporre quanti

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 231 del 1975 della Corte Costituzionale. La pronuncia ha stabilito che il Tribunale e le Commissioni d'inchiesta parlamentare non sono legittimate a proporre il ricorso per conflitto d'attribuzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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