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Confische illegali - Corte Europea Diritti Uomo ric. 75909/01

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Internazionale della Prof. ssa Antonietta Di Blase, tenute nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo tradotto in italiano della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'uomo del 2009, a seguito del ricorso n. 75909/01.
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Esame di Diritto Internazionale docente Prof. A. Di Blase

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CONSEIL COUNCIL

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COUR EUROPÉENNE DES DROITS DE L’HOMME

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nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza che non siano espressamente stabilite

dalla legge e fuori dai casi dalla legge stessa preveduti.

d) L'articolo 42, 1° comma del codice penale prevede che «nessuno può essere punito per

una azione od omissione preveduta dalla legge come reato, se non l’ha commessa con

coscienza e volontà». La stessa norma è stabilita dall’articolo 3 della legge del 25 novembre

o

1989 n 689 per quanto riguarda gli illeciti amministrativi.

e) L'articolo 5 del codice penale prevede che «Nessuno può invocare a propria scusa

l’ignoranza della legge penale». La Corte costituzionale (sentenza n. 364 del 1988) ha stabilito

che questo principio non si applica quando si tratta di un errore inevitabile, tanto che questo

articolo deve ormai essere letto come segue: «Nessuno può invocare a propria scusa

l’ignoranza della legge penale, a meno che non si tratti di un errore inevitabile». La Corte

costituzionale ha indicato come possibile origine dell’inevitabilità oggettiva dell’errore sulla

legge penale l’«assoluta oscurità del testo legislativo», le «assicurazioni erronee» di persone

istituzionalmente destinate a giudicare della legalità dei fatti da realizzare, lo stato

«gravemente caotico» della giurisprudenza.

La confisca prevista dal codice penale

57.§. Ai sensi dell’articolo 240 del codice penale:

1° comma

« : Nel caso di condanna, il giudice può ordinare la confisca delle cose che

servirono o furono destinate a commettere il reato, e delle cose che ne sono il prodotto o

il profitto.

2° comma : È sempre ordinata la confisca:

1. delle cose che costituiscono il prezzo del reato;

2. delle cose, la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali

costituisce reato.

3° comma : Le disposizioni della prima parte e del n. 1 del capoverso precedente non si

applicano se la cosa appartiene a persona estranea al reato.

4° comma : La disposizione del n. 2 non si applica se la cosa appartiene a persona

estranea al reato e la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione possono

essere consentiti mediante autorizzazione amministrativa.»

58.§. In quanto misura di sicurezza, la confisca è disciplinata dall’articolo 199 del codice

penale che prevede che «nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza che non siano

espressamente stabilite dalla legge e fuori dai casi dalla legge stessa preveduti».

Altri casi di confisca / La giurisprudenza della Corte costituzionale

59.§. In materia di dogane e di contrabbando, le disposizioni applicabili prevedono la

possibilità di confiscare dei beni materialmente illeciti, anche se questi ultimi sono detenuti da

o

terzi. Con la sentenza n 229 del 1974, la Corte costituzionale ha dichiarato l’incompatibilità

con la Costituzione (in particolare l’articolo 27) delle disposizioni pertinenti, sulla base del

ragionamento seguente:

«Possono, invero, esservi delle cose nelle quali é insita una illiceità oggettiva in senso

assoluto, che prescinde, pertanto, dal rapporto col soggetto che ne dispone, e che

debbono essere confiscate presso chiunque le detenga a qualsiasi titolo (... ).

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Perché la confisca obbligatoria delle cose appartenenti a persone estranee al

contrabbando non configuri, a carico di queste, una mera responsabilità oggettiva, in base

alla quale, per il solo fatto della appartenenza ad essi delle cose coinvolte, subiscano

conseguenze patrimoniali in dipendenza dell'illecito finanziario commesso da altri, occorre

quid

che sia rilevabile nei loro confronti un senza il quale, il reato (…) non sarebbe

avvenuto o comunque non sarebbe stato agevolato. Occorre, in conclusione, che emerga

nei loro confronti almeno un difetto di vigilanza.» o o

1 del 1997 e n 2

60.§. La Corte costituzionale ha ribadito questo principio nelle sentenze n

del 1987, in materia di dogane e di esportazione di opere d’arte.

o

La confisca nel caso di specie (articolo 19 della legge n 47 del 28 febbraio 1985)

o

61.§. L’articolo 19 della legge n 47 del 28 febbraio 1985 prevede la confisca delle opere

abusivamente costruite e dei terreni abusivamente lottizzati, quando il giudice penale ha

stabilito con sentenza definitiva che la lottizzazione è abusiva. La sentenza penale è titolo per

la immediata trascrizione nei registri immobiliari.

o

L'articolo 20 della legge n 47 del 28 febbraio 1985

62.§. Questa disposizione prevede delle sanzioni definite «sanzioni penali». Tra queste non

compare la confisca.

In caso di lottizzazione abusiva – così come definita all’articolo 18 della stessa legge – le

sanzioni previste sono l’arresto fino a due anni e l’ammenda fino a 100 milioni di lire italiane

(circa 516.460 euro). o

L'articolo 44 del codice dell’edilizia (DPR n 380 del 2001)

o Testo unico delle

63.§. Il Decreto del Presidente della Repubblica n 380 del 6 giugno 2001 (

disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia ) ha codificato le disposizioni esistenti

in particolare in materia di diritto di costruire. Al momento della codificazione, gli articoli 19 e

o

20 della legge n 47 del 1985 di cui sopra sono stati unificati in un’unica disposizione, ossia

l’articolo 44 del codice, che si intitola:

«Art. 44 (L) – Sanzioni penali

(...)

2. La sentenza definitiva del giudice penale che accerta che vi è stata lottizzazione

abusiva, dispone la confisca dei terreni, abusivamente lottizzati e delle opere

abusivamente costruite.»

La giurisprudenza relativa alla confisca per lottizzazione abusiva

64.§. In un primo tempo, i giudici nazionali avevano classificato la confisca applicabile in

caso di lottizzazione abusiva come una sanzione penale. Pertanto, essa poteva essere applicata

solo ai beni dell’imputato riconosciuto colpevole del reato di lottizzazione abusiva,

conformemente all’articolo 240 del codice penale (Corte di Cassazione, Sez. 3, 18 ottobre

Brunotti Ligresti Cancilleri

1988, ; 8 maggio 1991, ; Sezioni Unite, 3 febbraio 1990, ).

65.§.. Con una sentenza del 12 novembre 1990 la terza Sezione della Corte di cassazione

Licastro ) affermò che la confisca costituiva una sanzione amministrativa e obbligatoria,

(causa

indipendente dalla condanna penale. Essa poteva dunque essere pronunciata nei confronti di

terzi, poiché all’origine della confisca vi è una situazione (una costruzione, una lottizzazione)

che deve essere materialmente abusiva, indipendentemente dall’elemento intenzionale del

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reato. Perciò, la confisca può essere disposta quando l’autore viene assolto in assenza

dell’elemento intenzionale del reato (« perché il fatto non costituisce reato»). Non può invece

essere disposta se l’autore viene assolto perché il fatto non sussiste.

66.§.. Questa giurisprudenza fu ampiamente seguita (Corte di Cassazione, Sezione 3,

o o

Besana

sentenza del 16 novembre 1995, ; n 12471, n 1880 del 25 giugno 1999, Negro; 15

o o o

Sucato Farano

maggio 1997 n 331, ; 23 dicembre 1997 n 3900, ; n 777 del 6 maggio 1999,

o

Iacoangeli

). Con l'ordinanza n 187 del 1998, la Corte costituzionale ha riconosciuto la natura

amministrativa della confisca.

Pur essendo considerata dalla giurisprudenza come una sanzione amministrativa, la

confisca non può essere annullata da un giudice amministrativo, poiché la competenza in

materia appartiene unicamente al giudice penale (Corte di Cassazione Sez. 3, sentenza 10

Zandomenighi

novembre 1995, ).

La confisca di beni si giustifica poiché questi costituiscono gli «oggetti materiali del reato».

In quanto tali, i terreni non sono «pericolosi», ma lo diventano quando mettono in pericolo il

o

potere decisionale che è riservato all’autorità amministrativa (Corte di Cassazione, Sez. 3, n

Petrachi

1298/2000, ed altri). ex post

Se l’amministrazione regolarizza la lottizzazione, la confisca deve essere revocata

o o

Lanza

(Corte di Cassazione, sentenza del 14 dicembre 2000 n 12999, ; 21 gennaio 2002, n

Venuti

1966, ).

Lo scopo della confisca è quello di rendere indisponibile una cosa di cui si presume che sia

conosciuta la pericolosità: i terreni che sono oggetto di una lottizzazione abusiva e gli immobili

abusivamente costruiti. In tal modo si evita che tali immobili vengano immessi sul mercato

immobiliare. Quanto ai terreni, si evita che vengano commessi altri reati e non si lascia spazio

ad eventuali pressioni sugli amministratori locali affinché regolarizzino la situazione (Corte di

Montalto

Cassazione, Sez. 3, 8 febbraio 2002, ).

IN DIRITTO

I. SULLE ECCEZIONI PRELIMINARI DEL GOVERNO

67.§. Nelle sue osservazioni del 5 dicembre 2007 il Governo ha sollevato

un’eccezione del non esaurimento delle vie di ricorso interne. Esso avrebbe appreso grazie ad

alcuni articoli di stampa che Sud Fondi e MABAR, prima della decisione sulla ricevibilità,

avevano avviato un procedimento per il risarcimento danni a livello nazionale nei confronti del

comune di Bari, della Regione Puglia e dello Stato. Il Governo ha precisato che la ricorrente

IEMA non aveva intentato alcun ricorso ed aveva intimato alla pubblica amministrazione di

risarcirla per un importo di 47 milioni di euro. Secondo il Governo, i procedimenti intentati sono

petitum causa petendi

identici a quello avviato a Strasburgo sia per quanto riguarda il che la .

La Corte dovrebbe pertanto cancellare il ricorso dal ruolo o dichiararlo irricevibile.

68.§. Il Governo osserva poi che «le ricorrenti sono portatrici di più verità» poiché a livello

europeo esse rivendicano il loro diritto di costruire mentre a livello nazionale ammettono di

aver commesso un errore causato dal comportamento dell’amministrazione. Di conseguenza le

ricorrenti chiedono che venga dichiarata la responsabilità dello Stato italiano per motivi tra loro

contraddittori dinanzi alla Corte e dinanzi ai giudici nazionali.

69.§. Il 14 gennaio 2008 il Governo ha denunciato un abuso di procedura da parte delle

ricorrenti in quanto queste ultime avevano omesso di informare la Corte che avevano chiesto

dei risarcimenti danni a livello nazionale. Esse avrebbero voluto nascondere queste

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informazioni alla Corte, il che non si concilia con l’articolo 47 § 6 del Regolamento della Corte,

secondo il quale le parti devono informare quest’ultima di qualsiasi fatto pertinente per l’esame

del caso. Dal momento che le ricorrenti hanno trasmesso delle comunicazioni incomplete e

dunque ingannevoli, la Corte dovrebbe cancellare il ricorso dal ruolo o dichiararlo irricevibile in

Hadrabova e altri c.

quanto abusivo. Su questo punto il Governo fa riferimento alla causa

Repubblica ceca (decisione), 25 settembre 2007.

70.§. Il 10 marzo 2008 il Governo ha denunciato un secondo abuso delle ricorrenti relativo

supra ) pubblicato in una data non conosciuta.

ad un articolo di stampa (vedi paragrafo 47

Secondo il Governo, tale articolo rivela il non rispetto della riservatezza della procedura da

parte delle ricorrenti e conferma il carattere abusivo del ricorso.

71.§. Le ricorrenti si oppongono alle argomentazioni del Governo.

72.§. Per quanto attiene all’eccezione di mancato previo esaurimento, esse osservano che

questa è tardiva, poiché il Governo non poteva ignorare l’esistenza di tali procedimenti già da

molto prima della decisione sulla ricevibilità, visto che la Sud Fondi e la MABAR hanno citato in

giudizio degli enti pubblici (il comune di Bari, il Ministero dei beni culturali e la Regione Puglia)

il 28 gennaio 2006. Lo Stato ha depositato una comparsa di costituzione e risposta il 18 aprile

2006. Non è dunque serio da parte del Governo sostenere che non era al corrente di tali

procedimenti prima della decisione sulla ricevibilità. Di conseguenza, esse chiedono alla Corte

di rigettare questa eccezione, visto che è stata sollevata solo il 5 dicembre 2007. In ogni caso,

le ricorrenti osservano che la IEMA non ha intentato ricorsi e dunque non è toccata da questa

eccezione.

73.§. Inoltre, le ricorrenti osservano che il Governo non ha dimostrato l’accessibilità e

l’efficacia dei ricorsi intentati riguardo alle violazioni allegate. Esse sostengono che la possibilità

di intentare un ricorso per ottenere un risarcimento danni, così come esse hanno fatto, esiste

o

solo a partire dalla sentenza della Corte costituzionale n 204 del 2004. Questo rimedio non

deve essere esperito poiché l'accesso a questo rimedio era inesistente al momento in cui è

stato presentato il ricorso. Inoltre, un ricorso civile non deve essere esperito poiché le

ricorrenti hanno già esaurito la via penale. Per di più, esse osservano che le argomentazioni

sostenute dal Governo dinanzi al tribunale civile di Bari, ossia il difetto di giurisdizione e la

prescrizione del diritto ad una riparazione, non si conciliano con l’argomentazione sollevata

dinanzi alla Corte, secondo la quale il ricorso intentato è efficace e dunque che deve essere

esperito. Infine, i ricorsi presentati a livello nazionale non mirano a duplicare il ricorso

presentato a Strasburgo, poiché non riguardano il procedimento penale che si è concluso con

la confisca dei beni, e dunque non sono volti a ottenere la riparazione delle violazioni della

Convenzione. I ricorsi nazionali si basano sulla responsabilità extracontrattuale delle

amministrazioni per avere per molti anni certificato la natura edificabile dei terreni in causa e

per avere rilasciato le concessioni edilizie.

74.§. Quanto al preteso carattere abusivo del ricorso, le ricorrenti osservano che nel caso

Hadrabova citato dal Governo, la parte ricorrente aveva già ottenuto a livello interno un

risarcimento per lo stesso motivo invocato dinanzi alla Corte e lo aveva tenuto nascosto.

Orbene, nella fattispecie lo Stato italiano non ha pagato alcun risarcimento danni. Inoltre, le

Hadrabova

informazioni passate sotto silenzio nel caso riguardavano l’esistenza di un

procedimento avente lo stesso oggetto rispetto a quello pendente a Strasburgo, mentre nella

fattispecie si tratta di due procedimenti diversi. Inoltre, le ricorrenti osservano che non hanno

mai avuto l’intenzione di nascondere alla Corte l’esistenza di tali procedimenti i quali, peraltro,

venivano menzionati negli articoli di stampa che esse hanno inviato alla Corte. Semplicemente,

poiché lo scopo dei procedimenti nazionali non è lo stesso di quello del procedimento a

ad hoc

.

Strasburgo, esse non ritenevano necessario inviare una lettera

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75.§. Per quanto riguarda la pretesa divulgazione di informazioni confidenziali, le ricorrenti

negano di avere fatto rivelazioni alla stampa riguardo al fatto che il Governo aveva rifiutato il

regolamento amichevole, visto che il rifiuto non era stato loro notificato dalle autorità italiane.

In ogni caso, esse osservano che non hanno il controllo delle informazioni che si trovano nella

stampa.

76.§. Infine, le ricorrenti desiderano criticare il contenuto di alcuni passaggi delle

infra ), che definiscono offensive. Esse

osservazioni del Governo (paragrafi 97, 145 e 159

tengono a sottolineare la propria buona fede, sia per quanto riguarda la procedura a

Strasburgo che a livello nazionale.

77.§. La Corte ricorda che, ai sensi dell’articolo 55 del suo Regolamento, «Se la Parte

contraente convenuta intende sollevare un’eccezione di irricevibilità, deve farlo, per quanto la

natura dell’eccezione e le circostanze lo permettano, nelle osservazioni scritte od orali sulla

ricevibilità del ricorso (...)».

78.§. Nella specie, la Corte ritiene che prima della decisione sulla ricevibilità del 30 agosto

2007, il Governo non poteva ignorare le domande di risarcimento danni delle ricorrenti

debitamente notificate nel 2006 nei confronti di enti pubblici tra cui il Ministero dei beni

culturali. Vi è dunque decadenza dai termini per quanto attiene alle eccezioni riguardanti le

procedure intentate a livello nazionale per ottenere un risarcimento danni.

79.§. La Corte ricorda poi che essa può rigettare un ricorso che considera irricevibile «in

ogni stato del procedimento» (articolo 35 § 4 della Convenzione). Dei fatti nuovi che vengano

portati a sua conoscenza possono condurla, anche allo stadio dell’esame sul merito, a ritornare

sulla decisione con cui il ricorso è stato dichiarato ricevibile ed a dichiararlo successivamente

Medeanu c.

irricevibile, in applicazione dell’articolo 35 § 4 della Convenzione (v., per esempio,

o o

Đlhan c. Turchia

Romania (decisione), n 29958/96, dell’8 aprile 2003; [GC], n 22277/93, § 52,

o

Azinas c. Cipro

CEDU 2000-VII; [GC], n 56679/00, §§ 37-43, CEDU 2004-III). Essa può anche

cercare di stabilire, anche ad uno stadio avanzato della procedura, se il ricorso si presti

all’applicazione dell’articolo 37 della Convenzione. Per concludere che la controversia è stata

risolta ai sensi dell’articolo 37 § 1 b) e che il mantenimento del ricorso dal parte del ricorrente

non è dunque più oggettivamente giustificato, la Corte deve esaminare, da una parte, la

questione di stabilire se i fatti per i quali il ricorrente si lamenta direttamente persistono o

meno e, dall’altra, se le conseguenze che potrebbero derivare da un’eventuale violazione della

Pisano c. Italia

Convenzione a causa di tali fatti siano state anch’esse rimosse ( [GC]

o

(cancellazione), n 36732/97, § 42, 24 ottobre 2002).

80.§. Nella fattispecie, la Corte non nota l’esistenza di un «fatto nuovo» sopraggiunto dopo

la ricevibilità che potrebbe portarla a ritornare sulla sua decisione sulla ricevibilità. Inoltre, essa

osserva che la controversia non è stata risolta, e quindi non è opportuno cancellare il ricorso

dal ruolo.

81.§. La Corte ricorda infine che un ricorso può essere rigettato in quanto abusivo se è

o

Kérétchavili c. Georgia , n

stato basato consapevolmente su fatti erronei (vedi, tra le altre,

o

Varbanov c. Bulgaria Akdivar e

5667/02, 2 maggio 2006; , n 31365/96, § 37, CEDU 2000-X;

Recueil des arrêts et décisions Řehàk

altri c. Turchia , 16 settembre 1996, §§ 53-54, 1996-IV;

o

c. Repubblica ceca (decisione), n 67208/01, 18 maggio 2004), al fine di indurre

o

Assenov e altri c. Bulgaria

deliberatamente la Corte in errore ( , decisione della Commissione, n

o

Varbanov c. Bulgaria

24760/94, 27 giugno 1996; , n 31365/96, § 36, CEDU 2000-X).

82.§. La Corte, pur rammaricandosi che le ricorrenti non l’abbiano formalmente informata

delle azioni intentate presso i tribunali interni, non ritiene accertato che esse abbiano tentato

di indurla in errore. Il ricorso non è dunque abusivo.

83.§. Pertanto, è necessario rigettare le eccezioni del Governo.

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II. SULLA ALLEGATA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 7 DELLA CONVENZIONE

84.§. Le ricorrenti denunciano l’illegalità della confisca che ha colpito i loro beni in quanto

questa sanzione sarebbe stata inflitta in un caso non previsto dalla legge. Esse sostengono che

vi è stata una violazione dell’articolo 7 della Convenzione, che recita:

«1. Nessuno può essere condannato per una azione od omissione che, nel momento in

cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto nazionale o internazionale.

Parimenti non può essere inflitta una pena più grave di quella che sarebbe stata applicata

al tempo in cui il reato è stato commesso.

2. Il presente articolo non ostacolerà il giudizio e la condanna di una persona colpevole

di un’azione o di un’omissione che, al momento in cui è stata commessa, costituiva un

crimine secondo i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili.»

A. Sull’applicabilità dell’articolo 7 della Convenzione

85.§. La Corte ricorda che, nella sua decisione del 30 agosto 2007, ha ritenuto che la

confisca controversa si traduca una pena e che, pertanto, trova applicazione l’articolo 7 della

Convenzione.

B. Sull’osservanza dell’articolo 7 della Convenzione

1. Argomentazioni delle ricorrenti

86.§. Le ricorrenti sostengono che il carattere abusivo della lottizzazione non era «previsto

dalla legge». I loro dubbi circa l’accessibilità e la prevedibilità delle disposizioni applicabili

sarebbero confermati dalla sentenza della Corte di cassazione, che ha constatato che gli

imputati si erano trovati in una situazione di «ignoranza inevitabile»; questi ultimi sono stati

assolti per l’«errore scusabile» commesso nell’interpretazione del diritto applicabile, tenuto

conto della legislazione regionale oscura, dell’ottenimento delle concessioni edilizie, delle

assicurazioni ricevute da parte delle autorità locali per quanto riguarda la regolarità dei loro

progetti e dell’inerzia delle autorità competenti in materia di tutela paesaggistica fino al 1997.

Sulla questione di sapere se, una volta rilasciate tutte le concessioni edilizie, una lottizzazione

potesse o meno essere definita abusiva, la giurisprudenza ha inoltre avuto molte esitazioni che

sono state risolte solo l’8 febbraio 2002 dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione. Ciò

dimostra dunque che fino al 2001 vi era incertezza e che il fatto di avere definito abusiva la

lottizzazione delle ricorrenti anteriormente alla pronuncia delle Sezioni Unite costituisce

un’interpretazione non letterale, estensiva, e dunque imprevedibile ed incompatibile con

l’articolo 7 della Convenzione.

87.§. Le ricorrenti sostengono poi che in ogni caso non vi era illegalità materiale nella

fattispecie, poiché le lottizzazioni non confliggevano con limitazioni imposte sui loro terreni. Su

questo punto fanno riferimento alla sentenza della corte d’appello di Bari, che non aveva

constatato alcuna illegalità materiale, considerando che non vi erano vincoli di inedificabilità sui

terreni in questione. Inoltre, il fatto che il ministero dei beni culturali ha adottato un decreto il

30 giugno 1999 sottoponendo i terreni in questione a dei vincoli dimostrerebbe che,

anteriormente, su detti terreni non gravava alcun vincolo. Infine, il piano «urbanistico

territoriale tematico», adottato il 15 dicembre 2000 con decisione del consiglio regionale della

o 1748, confermerebbe che non vi era alcun vincolo di inedificabilità.

Regione Puglia n CONSEIL COUNCIL

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88.§. Per quanto concerne la legalità della sanzione loro inflitta, le ricorrenti sostengono

che, per essere legale, una pena deve essere prevedibile, ossia deve essere possibile

prevedere ragionevolmente al momento della commissione del reato le conseguenze che ne

derivano a livello della sanzione, sia per quanto riguarda il tipo di sanzione irrogabile che la

misura della stessa. Inoltre, per essere compatibile con l’articolo 7 della Convenzione, una

pena deve essere riconducibile ad un comportamento riprovevole. Le ricorrenti ritengono che

nessuna di tali condizioni sia stata soddisfatta.

89.§. Nel momento in cui sono state rilasciate le concessioni edilizie ed all’epoca della

costruzione degli edifici, era impossibile per le ricorrenti prevedere l’applicazione della confisca.

o

Infatti, poiché la legge n 47 del 1985 non prevede in maniera esplicita la possibilità di

confiscare i beni di terzi in caso di assoluzione degli imputati, la confisca inflitta nella

fattispecie sarebbe «non prevista dalla legge». Per infliggere la confisca, i giudici nazionali

o

hanno dato un’interpretazione non letterale dell’articolo 19 della legge n 47/1985 e ciò è

arbitrario in quanto ci si trova in ambito penale e l’interpretazione per analogia in pregiudizio

dell’interessato non può essere utilizzata. Inoltre, una tale interpretazione è contraria

all’articolo 240 del codice penale, che stabilisce il regime generale delle confische.

90.§. Anche a voler supporre che l’interpretazione che ha portato a confiscare i beni di una

persona assolta possa essere definita un’interpretazione letterale, resta comunque da

dimostrare che il carattere abusivo della lottizzazione era effettivamente previsto dalla legge.

Su questo punto le ricorrenti ricordano che il carattere abusivo della lottizzazione in questione

era tutt’altro che palese, essendo stata pronunciata un’assoluzione perché la legislazione era

talmente complessa che l’ignoranza della legge era inevitabile e scusabile.

91.§. Le ricorrenti osservano poi che la sanzione non è riconducibile ad un comportamento

riprovevole, visto che la confisca è stata disposta nei confronti di esse, che sono dei «terzi»

rispetto agli imputati, e tenuto conto soprattutto dell’assoluzione di questi ultimi e delle

motivazioni della assoluzione. Le ricorrenti invocano a tale riguardo il principio della

«responsabilità penale personale» previsto dalla Costituzione, secondo il quale è vietato

rispondere penalmente del fatto commesso da altri. Questo principio costituisce solo un

in malam partem

aspetto complementare del divieto dell’analogia e dell’obbligo di elencare in

principio di tassatività

maniera limitativa i casi ai quali si applica una sanzione penale ( ).

92.§. Le ricorrenti ricordano infine che, fino al 1990, la confisca era stata classificata dai

giudici nazionali tra le sanzioni penali. Per questo, essa poteva colpire unicamente i beni

Befana

dell’imputato (Corte di Cassazione, Sezione 3, 16 novembre 1995, ; 24 febbraio 1999,

Iacoangeli

). È solo a partire dal 1990 che la giurisprudenza si è evoluta nel senso di

considerare la confisca come una sanzione amministrativa e che può dunque essere inflitta

indipendentemente dalla condanna penale ed anche nei confronti di terzi. Secondo le

ricorrenti, un tale capovolgimento della giurisprudenza ha avuto luogo solo per permettere la

confisca dei beni di terzi in caso di assoluzione degli imputati, come nella fattispecie.

93.§. Infine, le ricorrenti osservano che lo Stato sostiene dinanzi alla Corte una tesi diversa

rispetto a quella sostenuta a livello nazionale dagli avvocati che hanno assunto la difesa della

Regione Puglia e dell’Automobile Club Italiano, che ha contestato la legalità della confisca nei

loro confronti in quanto inflitta a soggetti estranei al procedimento penale.

94.§. In conclusione, la confisca della presente causa è contraria al divieto della

responsabilità penale per fatto commesso da altri ed è pertanto arbitraria.

95.§. Per di più, le ricorrenti ricordano la giurisprudenza della Corte costituzionale secondo

la quale una confisca può riguardare i beni dei terzi estranei al reato solo «quando a questi

quid senza il quale il reato non sarebbe avvenuto o non sarebbe

ultimi si può attribuire un

stato agevolato». Le ricorrenti invocano poi il principio secondo il quale una persona giuridica

societas delinquere non potest

non può essere penalmente responsabile ( ).

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2. Argomentazioni del Governo

96:§. Il Governo sostiene che sia il reato che la confisca erano «previsti dalla legge», ossia

da disposizioni accessibili e prevedibili. Nella fattispecie non si pone alcun problema di

retroattività né di interpretazione estensiva.

97.§. Vi era illegalità materiale, in quanto i terreni in questione erano interessati dalle

ex lege

limitazioni , previste, da una parte, dall’articolo 51 F) della legge regionale n° 56 del

1980 e, dall’altra, dalla legge n° 431 del 1985 in vigore dal 15 settembre 1985. Questi vincoli

esistevano prima del decreto ministeriale del 30 giugno 1999 con il quale alcune parti del

territorio del comune di Bari venivano dichiarate zone di notevole interesse paesaggistico. Essi

erano accessibili e prevedibili, in quanto pubblicati. Dovevano essere chiari per le ricorrenti,

visto che esse non sono assimilabili a un comune cittadino ma sono dei professionisti del

settore dell’edilizia ed era dunque ragionevole aspettarsi una diligenza speciale da parte loro

o

Chorherr c. Austria Open Door e Dublin Well Woman

( , 25 agosto 1993, § 25, serie A n 266-B;

o

c. Irlanda , 29 ottobre 1992, § 60, serie A n 246-A). Il Governo ammette che l’amministrazione

si è comportata come se fosse tutto in ordine. Tuttavia, il comportamento di quest’ultima non

sarebbbe stato trasparente e conforme alle norme della buona amministrazione. o

98.§. Per quanto riguarda la confisca, essa è prevista dall’articolo 19 della legge n 47 del

1985. Questa disposizione era accessibile e prevedibile.

99.§. Quanto all’interpretazione di tale disposizione da parte dei giudici nazionali, secondo il

Governo non si è trattato di un’interpretazione estensiva a danno delle ricorrenti. Nella

fattispecie, l’interpretazione giudiziaria è stata coerente con la sostanza del reato e

S.W. c.

ragionevolmente prevedibile (su questo punto il Governo fa riferimento in particolare a

o Streletz, Kessler e Krenz c. Germania

Regno Unito

, 22 novembre 1995, § 36, serie A n 335-B;

[GC], nn. 34044/96, 35532/97 e 44801/98, § 82, CEDU 2001-II). Al riguardo, il Governo

osserva che l’articolo 19 della legge n° 47 del 1985 non esige la condanna dell’autore del

reato, ma solo la constatazione dell’illegalità della lottizzazione. Se il legislatore nazionale

avesse voluto prevedere la confisca solo nel caso di un imputato condannato, nel testo

o

dell’articolo 19 della legge n 47/1985 dopo la parola «decisione» vi sarebbe stata la parola

«condanna». Il fatto che tale disposizione non specifichi che la confisca può aver luogo solo in

caso di condanna permette al giudice penale di ordinare la confisca nel caso di un’assoluzione

in cui egli abbia comunque constatato l’illegalità materiale di una lottizzazione. Si tratta infatti

di una sanzione reale e non personale. È dunque possibile confiscare nel caso di

un’assoluzione come quella della presente causa, in cui è assente l’elemento intenzionale del

reato. In conclusione, vi è stata una interpretazione della legge in senso letterale, poiché, nella

specie, dopo aver constatato l’elemento materiale del reato, ossia l’illegalità della lottizzazione,

la confisca viene applicata in maniera legittima.

100.§. Il Governo osserva che la Convenzione non impone che vi sia un legame necessario

tra l’accusa in materia penale e le ripercussioni sui diritti patrimoniali, ossia nulla impedisce di

adottare dei provvedimenti di confisca anche se questi vengono classificati come sanzioni

penali risultanti da un atto che non ha comportato l’imputazione del soggetto, estraneo al

procedimento penale (che non è stato fatto oggetto di imputazione nel corso del procedimento

AGOSI c. Regno

penale). Su questo punto, il Governo fa riferimento a tre sentenze della Corte (

o o

Air Canada c. Regno Unito

Unito , 24 ottobre 1986, serie A n 108, , 5 maggio 1995, serie A n

o

Bosphorus Hava Yolları Turizm ve Ticaret Anonim Şirketi c. Irlanda

316-A e [GC], n 45036/98,

CEDU 2005-VI) ed osserva che in questi casi le ricorrenti avevano subito la confisca dei loro

beni anche se l’accusa penale non era stata formulata contro di loro e non avevano commesso

alcun reato.

101.§. Secondo il Governo la confisca potrebbe consistere in una «misura di sicurezza

patrimoniale» disciplinata dal secondo comma, punto 2 dell’articolo 240 del codice penale. Tale

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disposizione indica che «il giudice ordina sempre la confisca delle cose, la fabbricazione, l’uso,

il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato, anche se non vi è stata

condanna penale». Il Governo osserva che tutte le misure di sicurezza, così come tutte le

pene, vengono disposte nel rispetto del principio di legalità e rinvia al secondo comma

dell’articolo 199 del codice penale, che prevede che «nessuno può essere sottoposto a misure

di sicurezza che non siano espressamente stabilite dalla legge e fuori dai casi dalla legge

stessa preveduti». La possibilità di confiscare le costruzioni abusive è prevista dal secondo

comma dell’articolo 240 del codice penale, nella misura in cui tali costruzioni costituiscono delle

«cose la cui fabbricazione costituisce reato». Essa è anche prevista dall’articolo 19 della legge

n° 47 del 1985. La possibilità di confiscare i suoli che sono oggetto di una lottizzazione abusiva

è unicamente prevista dall’articolo 19 della legge n° 47 del 1985. In effetti, i suoli non sono

«intrinsecamente pericolosi». Il fatto che la confisca sia stata ordinata nei confronti delle

società ricorrenti, terze rispetto agli imputati, è giustificato dalla natura «reale» della sanzione.

Secondo il Governo non vi è conflitto con il principio di «responsabilità personale» ai sensi

dell’articolo 27 della Costituzione, in quanto la confisca non ha una finalità repressiva ma

preventiva. Si tratta di rendere indisponibile per il possessore una cosa di cui si presume o si

conosce la pericolosità, di evitare di mettere sul mercato delle costruzioni abusive, e di

impedire la commissione di ulteriori reati.

102.§. Nemmeno l’interpretazione dell’articolo 19 della legge n° 47 del 1985 è stata

imprevedibile. Al riguardo, il Governo rinvia all’ampia giurisprudenza in materia e sostiene che

o 614 del 13 marzo 1987,

la Corte di cassazione aveva già affermato nel 1987 (sentenza n

Ginevoli

) che una costruzione autorizzata ma non conforme alle disposizioni in materia

Ligresti

urbanistica poteva essere oggetto di sequestro. Inoltre, la sentenza del 1991 della

Corte di cassazione avrebbe affermato che ogni concessione edilizia deve essere oggetto di un

test di compatibilità e deve dunque passare per illecita ed inesistente se risulta essere

contraria alla legge. Il Governo osserva poi che se è vero che l’interpretazione giudiziaria in

materia penale deve essere ragionevolmente prevedibile, i mutamenti di giurisprudenza

costituiscono una materia sottratta alla giurisdizione della Corte che non può né confrontare le

decisioni rese dai tribunali nazionali né vietare la possibilità di un mutamento

giurisprudenziale. o

103.§. Per di più, il Governo osserva che a partire dal 2001 (decreto legislativo n 231/01),

una società può essere oggetto di una misura patrimoniale derivante da un atto commesso dal

suo rappresentante legale.

104.§. In conclusione, il Governo chiede alla Corte di rigettare il ricorso in quanto

«irricevibile e/o infondato.»

3. Valutazione della Corte

a) Richiamo dei principi pertinenti applicabili

105.§. La garanzia sancita dall’articolo 7, elemento essenziale della preminenza del diritto,

occupa un posto fondamentale nel sistema di tutela della Convenzione, come dimostra il fatto

che l’articolo 15 non autorizza alcuna deroga allo stesso in tempo di guerra o in caso di altro

pericolo pubblico. Come deriva dal suo oggetto e dal suo scopo, esso deve essere interpretato

ed applicato in modo da assicurare una protezione effettiva contro le azioni penali, le

S.W. C.R. c. Regno Unito

condanne e le sanzioni arbitrarie (sentenze e del 22 novembre 1995,

serie A nn. 335-B e 335-C, p. 41, § 34, e p. 68, § 32, rispettivamente).

106.§. L’articolo 7 § 1 sancisce in particolare il principio di legalità dei reati e delle pene

nullum crimen, nulla poena sine lege

). Se esso vieta in particolare di estendere il campo di

(

applicazione dei reati esistenti a fatti che, in precedenza, non erano costitutivi di reati, esso

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impone altresì di non applicare la legge penale in maniera estensiva a pregiudizio

Coëme e altri c. Belgio

dell’imputato, ad esempio per analogia (v., tra le altre, , nn. 32492/96,

32547/96, 32548/96, 33209/96 e 33210/96, § 145, CEDU 2000-VII).

107.§. Ne consegue che la legge deve definire chiaramente i reati e le pene che li

reprimono. Questa condizione è soddisfatta quando la persona sottoposta a giudizio può

sapere, a partire dal testo della disposizione pertinente, e se necessario con l’aiuto

dell’interpretazione che ne viene data dai tribunali, quali atti ed omissioni implicano la sua

responsabilità penale. law

108.§. La nozione di «diritto» (« ») utilizzata nell’articolo 7 corrisponde a quella di

«legge» che compare in altri articoli della Convenzione; essa ricomprende il diritto di origine

sia legislativa che giurisprudenziale ed implica delle condizioni qualitative, tra le altre quelle

Cantoni c. Francia Recueil

dell’accessibilità e della prevedibilità ( , 15 novembre 1996, § 29,

S.W. c. Regno Unito Kokkinakis c. Grecia

1996-V; , § 35, 22 novembre 1995; , 25 maggio 1993,

o 260-A). Per quanto chiaro possa essere il testo di una disposizione legale,

§§ 40-41, serie A n

in qualsiasi sistema giuridico, ivi compreso il diritto penale, esiste immancabilmente un

elemento di interpretazione giudiziaria. Bisognerà sempre chiarire i punti ambigui ed adattarsi

ai cambiamenti di situazione. Del resto è solidamente stabilito nella tradizione giuridica degli

Stati parti alla Convenzione che la giurisprudenza, in quanto fonte di diritto, contribuisce

Kruslin c. Francia

necessariamente all’evoluzione progressiva del diritto penale ( , 24 aprile

o

1990, § 29, serie A n 176-A). Non si può interpretare l’articolo 7 della Convenzione nel senso

che esso vieta la graduale chiarificazione delle norme in materia di responsabilità penale

mediante l’interpretazione giudiziaria da un caso all’altro, a condizione che il risultato sia

Streletz, Kessler e Krenz c.

coerente con la sostanza del reato e ragionevolmente prevedibile (

Germania [GC], nn. 34044/96, 35532/97 e 44801/98, § 50, CEDU 2001-II).

109.§. La portata della nozione di prevedibilità dipende in gran parte dal contenuto del

testo di cui si tratta, dall’ambito che esso copre nonché dal numero e dalla qualità dei suoi

destinatari. La prevedibilità di una legge non si oppone al fatto che la persona interessata sia

indotta a ricorrere a consulenti illuminati per valutare, ad un livello ragionevole nelle

circostanze della causa, le conseguenze che possono risultare da un determinato atto. Ciò vale

particolarmente per le persone esperte, abituate a dover dimostrare una grande prudenza

nell’esercizio del loro mestiere. Da esse ci si può pertanto aspettare che valutino con

Pessino c. Francia

particolare attenzione i rischi che esso comporta ( , n° 40403/02, § 33, 10

ottobre 2006).

110.§. La Corte ha dunque il compito di assicurarsi che, nel momento in cui un imputato ha

commesso l’atto che ha dato luogo al procedimento penale ed alla condanna, esistesse una

disposizione legale che rendeva l’atto punibile e che la pena imposta non abbia ecceduto i

o

Murphy c. Regno Unito

limiti fissati da tale disposizione ( , ricorso n 4681/70, decisione della

Coëme e altri,

Commissione del 3 e 4 ottobre 1972, Recueil de décisions 43; sentenza già cit.,

§ 145). b) L’applicazione di questi principi nel presente caso

111.§. Nelle loro voluminose osservazioni, le parti hanno proceduto ad uno scambio di

argomentazioni riguardanti la «prevedibilità» del carattere abusivo della lottizzazione in

questione, nonché la prevedibilità della confisca rispetto all’evoluzione della giurisprudenza

delle corti nazionali. La Corte non ritiene di dover fornire un resoconto dettagliato delle

decisioni citate nella presente sentenza, poiché non ha il compito di giudicare il carattere

in abstracto

. In effetti, essa si baserà sulle conclusioni della Corte di

imprevedibile del reato

cassazione che, nel presente caso, ha pronunciato un’assoluzione nei confronti dei

rappresentanti delle società ricorrenti, accusati di lottizzazione abusiva.

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112.§. Secondo l’Alta giurisdizione nazionale, gli imputati hanno commesso un errore

inevitabile e scusabile nell’interpretazione delle norme violate; la legge regionale applicabile,

combinata con la legge nazionale, era «oscura e mal formulata»; la sua interferenza con la

legge nazionale in materia aveva prodotto una giurisprudenza contraddittoria; i responsabili

del comune di Bari avevano autorizzato la lottizzazione e rassicurato i ricorrenti quanto alla sua

regolarità; a tutto ciò si era aggiunta l’inerzia delle autorità incaricate della tutela ambientale.

La presunzione di conoscenza della legge (articolo 5 del codice penale) non era più valida e,

conformemente alla sentenza n. 364 del 1988 della Corte costituzionale (paragrafo 56 e)

supra ) ed alla sentenza delle Sezioni Unite della stessa Corte di Cassazione n. 8154 del 18

luglio 1994, l'elemento intenzionale del reato (articoli 42 e seguenti del codice penale) doveva

essere escluso poiché, prima ancora di poter esaminare se sussistesse dolo o colpa per

negligenza od imprudenza, bisognava escludere la «coscienza e volontà» di violare la legge

penale. In questo contesto al tempo stesso legale e fattuale l’errore degli imputati sulla legalità

della lottizzazione era, secondo la Corte di cassazione, inevitabile.

113.§. Non spetta alla Corte concludere diversamente, ed ancora meno fare delle ipotesi

sui motivi che hanno spinto l’amministrazione comunale di Bari a gestire in questo modo una

questione così importante e sui motivi della mancanza di un’inchiesta efficace al riguardo da

supra ).

parte dei magistrati della Procura di Bari (paragrafo 37

114.§. Conviene dunque riconoscere che le condizioni di accessibilità e prevedibilità della

legge, nelle circostanze specifiche del presente caso, non sono state soddisfatte. In altri

termini, dal momento che la base giuridica del reato non rispondeva ai criteri di chiarezza,

accessibilità e prevedibilità, era impossibile prevedere che sarebbe stata inflitta una sanzione.

Ciò vale sia per le società ricorrenti, che hanno realizzato la lottizzazione abusiva, che per i loro

rappresentanti, imputati nell’ambito del processo penale.

115.§. Un ordine di idee complementare merita di essere sviluppato. A livello interno la

definizione di «amministrativa» (paragrafi 65-66) data alla confisca controversa permette di

sottrarre la sanzione in questione ai principi costituzionali che regolano la materia penale.

L’articolo 27/1 della Costituzione prevede che la «responsabilità penale è personale» e

l’interpretazione giurisprudenziale che ne viene data precisa che un elemento morale è sempre

necessario. Inoltre l’articolo 27/3 della Costituzione («Le pene .... devono tendere alla

rieducazione del condannato») si applicherebbe difficilmente ad una persona condannata

senza che possa essere chiamata in causa la sua responsabilità penale.

116.§. Per quanto riguarda la Convenzione, l’articolo 7 non menziona espressamente il

legame intenzionale esistente tra l’elemento materiale del reato e la persona che ne viene

considerata l’autore. Tuttavia, la logica della pena e della punizione, così come la nozione di

«guilty» (nella versione inglese) e la corrispondente nozione di «persona colpevole» (nella

versione francese) vanno nel senso di una interpretazione dell’articolo 7 che esige, per punire,

un legame di natura intellettuale (coscienza e volontà) che permetta di rilevare un elemento

responsabilità nella condotta dell’autore materiale del reato. In caso contrario, le pena non

sarebbe giustificata. Sarebbe peraltro incoerente, da una parte, esigere una base legale

accessibile e prevedibile e, dall’altra, permettere che si consideri una persona come

«colpevole» e «punirla» allorquando essa non era in grado di conoscere la legge penale, a

causa di un errore insormontabile che non può in alcun modo essere imputato a colui o colei

che né è vittima.

117.§. Sotto il profilo dell’articolo 7, per i motivi sopra trattati, un quadro legislativo che

non permette ad un imputato di conoscere il senso e la portata della legge penale è lacunoso

non solo rispetto alle condizioni generali di «qualità» della «legge» ma anche rispetto alle

esigenze specifiche della legalità penale.

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118.§. Per tutti questi motivi, di conseguenza, la confisca in questione non era prevista

dalla legge ai sensi dell’articolo 7 della Convenzione. Essa si traduce perciò in una sanzione

arbitraria. Pertanto, vi è stata violazione dell’articolo 7 della Convenzione.

III. SULLA ALLEGATA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 1 DEL PROTOCOLLO N. 1.

119.§. Le ricorrenti denunciano l’illegalità e il carattere sproporzionato della confisca che ha

colpito i loro beni. Esse sostengono che vi è stata violazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1

che, nella parte pertinente, recita:

«Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere

privato della sua proprietà se non per causa di pubblica utilità e nelle condizioni previste

dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.

Le disposizioni precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di porre in vigore

le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme

all’interesse generale (...).»

A. Sull’applicabilità dell’articolo 1 del Protocollo n. 1

1. Tesi delle parti Giannetaki E. & S. Metaforiki Ltd

120.§. Facendo riferimento alla giurisprudenza della Corte (

o o

Mamidakis c. Grecia

e Giannetakis c. Grecia , n 29829/05, §§ 15-19, 6 dicembre 2007; , n

35533/04, §§ 17 e 48, 11 gennaio 2007), le ricorrenti sostengono che l’articolo 1 del Protocollo

n. 1 è applicabile nella fattispecie e che la Corte può esaminare una ingerenza nel diritto al

Valico

rispetto dei beni sotto il profilo di questa disposizione anche se si tratta di una pena (

o o

Phillips c. Regno Unito

S.r.l. c. Italia (dec.), n 70074/01, CEDU 2006-...; , n 41087/98, § 50,

CEDU 2001-VII). In ogni caso, nulla impedisce che la Corte esamini un motivo di ricorso sotto

il profilo dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 quando tale motivo verte su una legislazione

riguardante i diritti patrimoniali.

121.§. Per le ricorrenti, la situazione denunciata si traduce in una privazione di beni, che

ricade nella seconda frase del primo comma, visto che la confisca è una pena inflitta a seguito

dell’assoluzione degli imputati, al fine di privare le ricorrenti dei loro beni in maniera definitiva.

Esse chiedono alla Corte di considerare la situazione denunciata come una espropriazione di

fatto. Al riguardo, fanno notare che la presente causa si distingue da quelle in cui la Corte ha

concluso che la confisca derivava dalla regolamentazione dell’uso dei beni, poiché in questo

caso non si tratta di una pena inflitta a terzi estranei ad un processo penale che si è concluso

con la condanna dei colpevoli. In effetti, si tratta di una pena applicata a seguito

a contrario AGOSI c. Regno Unito

dell’assoluzione degli imputati (v., , 24 ottobre 1986, serie A

o o

C.M. c. Francia

n 108; (decisione), n 28078/95, CEDU 2001-VII). Non si tratta nemmeno di

o

a contrario Arcuri c. Italia

una misura patrimoniale di prevenzione ( , (dec.), n 52024/99, CEDU

2001-VII), ma di una pena.

122.§. Per il Governo, visto che la Corte ha definito la confisca come una sanzione penale,

non si può discutere dell’applicazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1. Affermare che anche il

principio del rispetto del diritto di proprietà dovrebbe rientrare nel campo di valutazione della

Corte sarebbe come pretendere di esaminare la detenzione regolare sotto il profilo dell’articolo

1 del Protocollo n. 1, poiché ad esempio la privazione della libertà impedisce al detenuto di

guadagnarsi da vivere, impedendogli di continuare ad esercitare il suo lavoro. Si finirebbe con

il discutere della proporzionalità della risposta repressiva rispetto al crimine commesso. D’altra


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Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Internazionale della Prof. ssa Antonietta Di Blase, tenute nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo tradotto in italiano della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'uomo del 2009, a seguito del ricorso n. 75909/01.
Oggetto della sentenza è la condanna a risarcimento dei danni morali e delle spese legali per l'effettuazione di confische illegali sulla costa Punta Perotti (violazione art. 7 CEDU e art. 1 Prot. 1 sulla tutela della proprietà).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Di Blase Antonietta.

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