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o macchina che sia). Elaborazione dei significati e loro comunicazione, o, per usare i noti termini

morrisiani, semantica e pragmatica, apparterrebbero dunque a fasi logicamente distinte: separazione

perfettamente legittima entro la concezione originaria della teoria, finalizzata a ottimizzare processi

ingegneristici, che coerentemente prescindeva dalle interpretazioni semantiche dei simboli (cioè dal

loro riferimento a unità fisiche o concettuali), e ovviamente dai contesti circostanziali della

comunicazione, contentandosi di «riprodurre in un certo punto, in modo esatto o

approssimativamente esatto, un messaggio selezionato in un altro punto» (C. Shannon, The

Mathematical Theory of communication, 1949, p. 1); ma altamente problematica non appena la

teoria venga allargata a sistemi di comunicazione complessi, in primo luogo le lingue storico-

naturali.

L’estrapolazione della teoria di Shannon e Weaver dal suo contesto originario è avvenuta nel

clima epistemologico degli anni Cinquanta-Sessanta del 20° secolo, caratterizzato dallo sforzo di

modellare le scienze umane in base allo schema cibernetico, ed esemplarmente rappresentato dal

lavoro di psicologi come George A. Miller (al cui libro del 1951, Language and communication, si

deve la prima generalizzazione della teoria) e di linguisti come Roman Jakobson (che in una celebre

conferenza del 1960, Linguistics and poetics, arricchì il modello introducendovi la nozione di

‘contesto’ e associando a ciascuno dei componenti del processo, a seconda della posizione di

salienza volta per volta assunta, una specifica ‘funzione’: ‘emotiva’ nel caso del mittente,

‘conativa’ nel caso del destinatario, ‘metalinguistica’ nel caso del codice e così via). Il grande

successo, fin dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, della linguistica chomskyana, ambito

specifico e insieme punta di diamante della rivoluzione cognitiva, facilitò l’assimilazione del

modello della comunicazione, così ristrutturato, in settori-chiave cui il cognitivismo proponeva un

approccio unificato (linguistica, psicologia, intelligenza artificiale), facendo leva su due presupposti

teorici: (a) il carattere eminentemente sintattico-combinatorio del linguaggio, espresso nei termini di

una capacità generativa innata (grammatica universale), per cui gli umani sono in grado di fare uso

infinito di mezzi finiti secondo certe regole ricorsivamente applicabili; (b) la dissociazione tra il

processo linguistico-comunicativo e l’elaborazione semantica, che apparterrebbe a un momento

distinto della vita mentale e consisterebbe nella messa in corrispondenza dei significati linguistici

con significati profondi, sostanzialmente innati, codificati in un ‘linguaggio del pensiero’ (secondo

la celebre teoria di Jerry Fodor: cfr. J. Fodor The language of thought, New York 1975). Il

risultato di questa lettura del rapporto fra linguaggio e comunicazione consiste nella riduzione del

primo a un processo di «pura traduzione». «Se questa visione è corretta – ha scritto di recente un

fiero critico della concezione chomskyana-fodoriana – allora il linguaggio che incontriamo (che sia

parola scritta o parlata) serve soltanto ad attivare complessi di stati o rappresentazioni interne che

sono i veri cavalli da lavoro cognitivi» (Clark 2006, p. 370).

Numerosi critici, tuttavia, mettono oggi in dubbio che il rapporto fra linguaggio,

comunicazione e conoscenza possa essere visto in questi termini. La discussione della teoria

tradizionale della comunicazione ha assunto in anni recenti la forma di una riflessione sull’intreccio

fra comunicazione e cognizione e sul ruolo giocato dal linguaggio (come facoltà semiotica generale

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e come lingua/e concretamente appresa/e) nei processi cognitivi. Tale riflessione, variamente

sviluppata in ambiti come la psicologia, la filosofia e l’antropologia, ma anche l’intelligenza

artificiale e la zoosemiotica, e ovviamente la linguistica, caratterizza in modo specifico il primo

decennio del millennio che si apre.

2. Critiche al modello. Gli ambiti disciplinari coinvolti.

Il ripensamento oggi in corso del modello tradizionale (cosiddetto. lineare) della comunicazione è

stato anticipato, nell’ultimo ventennio del Novecento, da linee di ricerca provenienti sia dalla

linguistica e dalla psicologia, sia dalla filosofia. Al modello sono stati volta a volta imputati i

seguenti limiti:

a) una concezione rigida del codice, entità non riducibile a un elenco di corrispondenze fra

significanti e significati, quale si dà solo nel caso di linguaggi elementari insensibili al contesto

(ad esempio i sistemi di allarme, i semafori ecc.);

b) una visione omologante e astratta del rapporto fra mittente e destinatario, che solo in casi limite

(o, che è lo stesso, casualmente) condividono esattamente lo stesso codice e comunque lo

gestiscono in maniera asimmetrica, secondo strategie semiotiche non sovrapponibili (di qui

l’imputazione di linearità);

c) l’incapacità di dare conto di fenomeni linguistici specifici come l’ironia e la metafora;

d) l’incapacità di dare conto della interpretazione come parte normale, non deviante, del processo

comunicativo, con particolare riferimento alla pratica dell’inferenza;

e) l’incapacità, quindi, di collocare la mente all’interno del processo, rendendo in ultima analisi il

modello inadeguato a dar conto della comunicazione umana, strutturalmente diversa non solo

dalla interazione fra sistemi artificiali ma anche da quella di specie animali, pur evolute, diverse

dall’Homo sapiens sapiens.

A linguisti generali e semiotici come Tullio De Mauro e Umberto Eco, ma anche a sociolinguisti ed

etnolinguisti come Dell Hymes, Michael A.K. Halliday o Giorgio R. Cardona, si devono obiezioni

di tipo (a)-(b); a filosofi come Paul Grice si deve l’obiezione (d), sviluppata da psicologi e linguisti

come Dan Sperber e Deirdre Wilson nell’obiezione (e); mentre alla semantica cognitiva detta

incarnata (embodied) riferibile a George Lakoff e Mark Johnson si deve l’obiezione (c) portata, per

vie proprie, a conferma e rinforzo dei punti (a)-(b). Il ruolo giocato da fattori di tipo cognitivo nei

processi di comunicazione, e più in generale dal rapporto comunicazione-mente, è pertanto in questi

anni il punto in cui si gioca la partita della teoria della comunicazione nel suo insieme: ed è centrale

la domanda di un modello integrato e polidimensionale che riesca a soddisfare le diverse esigenze

teoriche.

Per molti versi è all’incontro fra teoria della comunicazione e filosofia che si deve la

curvatura più interessante della discussione in corso. L’introduzione della nozione di mente è stata

il catalizzatore che ha, fino a un certo punto almeno, unificato i vari filoni di ricerca coinvolti: a

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partire dalla revisione griceana delle dinamiche inferenziali che intervergono nello scambio

comunicativo (sicché il significato letterale degli enunciati sarebbe solo la sponda della ricerca del

‘significato del parlante’, e la comunicazione procederebbe per mosse cooperative), è stata messa a

punto una teoria della comunicazione come ricerca della ‘pertinenza’, quest’ultima intesa «come un

tratto basilare della cognizione umana, che la comunicazione può sfruttare», elaborando in base al

contesto e alle assunzioni disponibili gli inputs ricevuti (un suono, una luce, un enunciato, un

ricordo), fino a ricavarne, con una sorta di legge del minimo sforzo, «un effetto cognitivo positivo»

(Wilson, Sperber 2004, pp. 2-3). Se in una prima fase, col famoso volume del 1986, Relevance, gli

autori di questa teoria hanno inteso caratterizzare in termini generali il meccanismo cognitivo della

pertinenza, distinguendolo da quello, più generico, dell’inferenza, nei primi anni del Duemila

l’agenda di ricerca include per un verso la ricerca di un’architettura della mente compatibile con il

funzionamento effettivo del meccanismo, per un altro lo sforzo di chiarirne la storia evolutiva.

Una dinamica per certi aspetti analoga si è osservata nei dibattiti circa le capacità cognitive

degli animali non umani (in specie i primati). Mentre nel lavoro scientifico degli anni Sessanta-

Settanta il focus era rivolto all’accertamento dell’ esistenza e del funzionamento di sistemi di

comunicazione in svariate specie animali, con particolare attenzione alla possibilità per gli

scimpanzé di apprendere in cattività, mediante training altamente specifico, forme simil-umane di

comunicazione (come nel caso di Washoe, addestrata dai coniugi Gardner all’apprendimento

dell’American Sign Language), a partire dai tardi anni Settanta il problema centrale è la possibilità

di attribuire a talune specie non umane una ‘teoria della mente’ (theory of mind), ovvero la capacità,

sia pure embrionale, di leggere il comportamento altrui in termini di ‘stati intenzionali’ (credenze,

desideri, intenzioni). Al famoso articolo apri-pista, e all’interrogativo, di David Premack e Guy

Woodruff del 1978 (Does the chimpanzee have a theory of mind?, in The Behavioral and Brain

Science, 4, pp. 515-26) fa, in certo senso, contrappunto il libro di Sue Savage-Rumbaugh e altri

(1998/2001) che, vent’anni dopo, al termine di una lunga esperienza di ricerca sui bonobo (una

specie di primati, diversa dagli scimpanzé, che ha rivelato inattese capacità di apprendimento

spontaneo e di adattabilità), dà una risposta nettamente positiva, nel senso dell’ attribuzione ai

bonobo di facoltà mentali e della capacità medesima di comprendere (anche se ovviamente non di

produrre) il linguaggio verbale. L’etologia cognitiva (inaugurata da Donald R. Griffin e debitrice

del contributo teorico del filosofo Daniel C. Dennett) si muove dunque, anche se con riserve e

problemi, verso una revisione del modello tradizionale della comunicazione., che viene

normalmente utilizzato come riferimento (cfr. ) rendendo tuttavia più

Jouventin [a cura di] 2002

flessibile il concetto di codice (si pensi al rilievo dato alle strategie di ‘inganno’ rivelate allo stato di

natura da parte di certe specie) e incorporandovi una sensibilità al contesto (in chiave sia spaziale

che temporale: presenza di ‘dialetti’ animali e di tenui dinamiche evolutive) estranea alla

formulazione originale.

La psicologia (cognitiva e dello sviluppo) è il terzo settore strategico interessato alla svolta

mentalista della teoria. Se la messa in gioco da parte dei filosofi di una nozione di mente, per così

dire, senza aggettivi evocava uno scenario post-cartesiano inteso a cogliere il quid dell’umano, la

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mente degli psicologi è anzitutto quella naïve del comportamento quotidiano, inteso a leggere le

mosse altrui in chiave finalistico/intenzionale (nel senso della theory of mind). La concezione della

‘psicologia ingenua’ assume una fisionomia precisa nella nozione di mindreading (introdotta da A.

Whiten nel 1991: cfr. A. Whiten [Ed.], Natural Theories of Mind: Evolution, Development and

Simulation of Everyday Mindreading) e soprattutto nella ‘teoria del meccanismo della mente’ (o

TOMM, Theory of Mind Mechanism) discussa dallo psicologo inglese A. Leslie in un saggio del

1994 e successivamente rielaborata (cfr. Leslie et al. 2004; un quadro aggiornato di impostazione

analitica in Rainone 2006). L’idea è che gli umani siano dotati di un meccanismo innato inteso alla

‘metarappresentazione’, ovvero alla rappresentazione di rappresentazioni (altrui: del tipo A ‘crede

che’ B ‘voglia’ mangiare la mela): tale meccanismo, non specificamente linguistico, dipenderebbe

da un ‘modulo’ cognitivo (di tipo fodoriano: v. oltre) evolutosi selettivamente nell’Homo sapiens

sapiens. La sussistenza di questo meccanismo viene testata nei bambini di età prescolare mediante

esperimenti ad hoc (celebre il test della falsa credenza), con risultati che inducono a collocarne

l’attivazione intorno ai due anni. A questa età il bambino risulta capace anche di giochi di finzione

che sospendono i vincoli di referenza, di verità/falsità e di esistenza fra simboli e mondo, tutti

caratteri ritenuti impraticabili per altre specie animali, anche molto evolute. In sintesi, «concetti

altamente astratti di teoria della mente fanno la loro comparsa molto presto nel corso della vita,

quando la conoscenza generale e le capacità di ragionamento sono ancora molto limitate. Essi sono

il risultato di meccanismi di elaborazione specializzati al fine di stabilire e mantenere il riferimento

dei concetti. I processi modulari che promuovono l’attenzione agli stati mentali e favoriscono

l’apprendimento attorno a essi appaiono molto presto e si sviluppano rapidamente. Tuttavia i

processi euristici che selezionano i contenuti appropriati per gli stati mentali hanno uno sviluppo

molto lento e subiscono cambiamenti di grossa mole» (Leslie et al. 2004, p. 532). Il carattere innato

di questi meccanismi sarebbe confermato sia dall’assenza di capacità di metarappresentazione in

soggetti autistici, sia dai limiti che essa presenta nel caso di patologie di minore entità.

L’importanza di questi argomenti per la teoria della comunicazione è evidente. Già

l’apprendimento delle parole (suggerisce Bloom 2004) non si risolve in un processo imitativo-

associativo, ma presuppone la capacità di metarappresentarsi le intenzioni del parlante,

focalizzandone gli stati mentali. Si può dunque pensare che la comunicazione dipenda dall’

attivazione di un modulo di comprensione delle menti, di cui la TOMM potrebbe costituire un

modello adeguato.

3.Linguaggio, cognizione, comunicazione: modelli concorrenti.

L’annessione del tema della comunicazione al mentale procede dunque da settori di ricerca diversi

e con argomenti qua e là convergenti. Tuttavia, la natura del rapporto comunicazione-cognizione

muta profondamente a seconda del modello di mente utilizzato e più in generale dell’opzione fra

una teoria prevalentemente innatista e una che per semplicità definiremo di tipo culturalista. Oggi

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l’idea che si va facendo spazio è che si debba uscire dall’alternativa secca del ‘prima’ e del ‘poi’,

puntando sulla possibilità di una ‘coevoluzione’ fra cognizione e comunicazione, da collocare sullo

sfondo di uno sviluppo filogenetico del cervello umano che sembra fare della semiosi (e quindi non

solo del linguaggio verbale) per un verso il prodotto, per un altro la concausa del suo straordinario

accrescimento in volume e complessità (cfr. T.A. Deacon, The Symbolic Species, 1997). Ma il

profilarsi di una risposta complessiva abbastanza condivisa non esclude profonde differenze sia

nelle strategie argomentative sia nell’impostazione stessa del problema.

3.1 Le ragioni del dibattito. Va osservato preliminarmente che l’esistenza stessa di un acceso

dibattito intorno alla priorità del cognitivo rispetto al linguistico o viceversa è dovuta all’

accettazione, da gran parte degli scienziati cognitivi, della concezione modularista della mente

(elaborata da J. Fodor, The Modularity of Mind, 1983), secondo la quale il linguaggio sarebbe

essenzialmente un modulo ‘informazionalmente incapsulato’, capace di accedere solo a un tipo

particolare di informazioni: sarebbe insomma un sistema di input/output per il trasferimento di

pensieri, e non parteciperebbe dei processi centrali della cognizione (cfr. Carruthers 2002). Il

sodalizio fra questa teoria della mente e la vocazione asemantica della grammatica generativa ha

come logica conseguenza il primato (sia in termini logici sia in termini evolutivi) del mentale sul

linguistico e il rifiuto dell’idea che la cultura (quindi le dinamiche dell’apprendimento linguistico, i

contesti socio-culturali, le differenze socio-pragmatiche ecc.) possa mediare in modo significativo

l’accesso alla realtà. Gli effetti della cultura si scaricherebbero su livelli in definitiva superficiali del

processo conoscitivo. Di qui la rivendicazione di una natura, come suol dirsi, ricca e articolata della

mente (prelinguistica) e la diffidenza verso ogni teoria che ne ridimensioni il ruolo (sia questa la

dottrina whorfiana secondo cui a lingue differenti corrisponderebbero sistemi di conoscenza

profondamente diversi nel tempo e nello spazio, sia la più moderata dottrina vygotskijana che affida

al linguaggio la mediazione storico-culturale del pensiero: cfr. Bloom, Keil 2001). Fuori

dall’orizzonte cognitivista resta pertanto l’ imponente tradizione filosofico-linguistica centro-

europea, riconducibile alla linea Humboldt-Saussure-Hjelmslev, che senza peraltro abdicare a

un’idea ricca della mente (quale discendeva dalla comune matrice kantiana), e senza chiudersi al

dialogo con la psicologia, aveva elaborato una concezione della lingua come sistema (storicamente

costruito) di ritagliamento ‘radicalmente arbitrario’ sia della sostanza fonico-acustica sia della

sostanza concettuale (lingua come ‘forma’). Sicché momento cognitivo e momento comunicativo

(si ricordi lo schema saussuriano del ‘circuito della parole’) risultavano dialetticamente connessi da

un punto di vista sia evolutivo sia fenomenologico. Di questa tradizione giunge al cognitivismo solo

la versione estremizzata e spesso amatoriale di Whorf (presentata in celebri saggi degli anni

Trenta), mentre Vygotskij è oggetto di una veloce liquidazione (da parte di Fodor in uno dei primi

numeri di Cognition) sulla base di una conoscenza limitatissima del suo pensiero (ricavata da un

collage di testi edito sotto il titolo Thought and language, 1962).

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3.2 Sviluppi della dottrina della pertinenza. La teoria di Sperber e Wilson, oggi considerata dai più

la migliore alternativa alla teoria standard della comunicazione, cerca di chiarire il lavoro che la

mente compie elaborando le informazioni disponibili nel corso dell’interazione comunicativa.

Questa elaborazione è affidata a una procedura in larga misura automatica, dipendente da moduli

specializzati di processamento degli input, e si riduce a due passaggi essenziali: «a. Segui la via del

minimo sforzo nel calcolare gli effetti cognitivi: metti alla prova le ipotesi (disambiguazioni,

risoluzioni del riferimento, implicature ecc.) in ordine di accessibilità; (b) fermati quando la tua

aspettativa di pertinenza è soddisfatta» (Wilson, Sperber 2004, p. 9). Ogni informazione accessibile

nel contesto dato (di tipo percettivo, segnaletico, memoriale ecc.) è soggetta a questo tipo di

elaborazione, che la mente compie in modo automatico, perché è naturalmente strutturata per farlo.

Vengono in tal modo costruite ipotesi di comprensione a partire sia dai dati linguistici, sia dalle più

realistiche assunzioni di sfondo e implicazioni contestuali del locutore: quando l’ipotesi raggiunge

un grado soddisfacente di integrazione tra le informazioni utilizzate (il che ovviamente non

significa un risultato ottimale, e tanto meno giusto), il processo di pertinentizzazione si ferma.

Come si vede, lo schema proposto ha il vantaggio di arricchire in chiave mentalista il modello

tradizionale della comunicazione, incorporandovi un elemento dinamico che rimaneva estraneo alla

nozione di codice; condivide, tuttavia, con quel modello e con la teoria chomskyana in genere,

l’orizzonte di un parlante-ascolatore ‘ideale’, sganciato da ogni qualificazione storico-sociale e

culturale, evidentemente ritenuta non significativa.

L’idea ulteriore (cfr. Sperber 2005) è che ai processi di comprensione e comunicazione

linguistici (detti ostensivo-inferenziali) presieda un micromodulo specializzato, evolutosi all’interno

della più ampia capacità di costruire metarappresentazioni tipica degli umani. In nessun modo,

dunque, la dottrina della pertinenza abdica alla concezione modularista della mente, che anzi viene

sottoscritta nella sua variante radicale per cui sarebbe lecito ipotizzare (almeno in linea di principio)

che ciascuna funzione specializzata sia implementabile in un programma per computer. Si tratta ora

di comprendere in che modo una mente ‘massivamente modulare’ (che tende, cioè, a ridurre al

minimo il peso dell’ elaborazione centrale) possa essere flessibile e sensibile al contesto in modo da

armonizzarsi con le modalità di funzionamento della pertinentizzazione. Anche se al

raggiungimento di questo obiettivo vengono per adesso consegnate ipotesi «vaghe e speculative»

(Sperber), esso andrebbe tenuto fermo in quanto basato sulla migliore concezione dell’architettura

della mente a oggi disponibile.

3.3 Tomasello: una dottrina culturalista del linguaggio e della comunicazione. Se il modello

Sperber-Wilson può essere ritenuto tipico di un’analisi del rapporto mente-comunicazione in

un’ottica cognitivista radicale, negli ultimi quindici-venti anni molto è stato fatto per saldare le più

generali istanze cognitiviste con una presa in carico dei processi storici e culturali che mediano

l’origine e il funzionamento della mente, sia in ottica filogenetica, sia dal punto di vista dei

meccanismi di apprendimento e adattamento. Esemplare in questo quadro è il lavoro di M.

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Tomasello (1999), volto a comprendere, in chiave comparativa rispetto agli altri primati, «le origini

culturali della cognizione umana». Aderendo come la maggior parte degli scienziati cognitivi alla

dottrina evoluzionistica darwiniana, Tomasello suggerisce che il tratto differenziale della nostra

specie, l’adattamento evolutivo essenziale che ne ha determinato il vorticoso sviluppo, sia consistito

nella capacità di rendere stabili gli apprendimenti e trasmetterli tramite la cultura. La cultura

rappresenta quindi il ‘dente di arresto’ della conoscenza: essa consente alla generazione successiva

di non ripartire da zero, movendo dal sapere incorporato negli artefatti umani, e quindi fra l’altro nei

simboli linguistici. Come l’invenzione delle forbici ha consentito di risolvere una volta per sempre

il problema di tagliare certi tipi di oggetti, così le forme linguistiche codificate immettono i piccoli

della specie nel patrimonio di conoscenze e di esperienze che la società ha accumulato nel corso

della storia, mediando dunque in modo significativo lo sviluppo delle facoltà mentali. Formulazioni

di questo genere per un verso rivelano la ripresa delle idee di Vygotskij intorno all’intreccio storico-

culturale tra forme di pensiero e apprendimenti linguistici, secondo una linea di analisi sociale della

mente che si è affermata negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso e che

presenta analogie con certa ricerca filosofico-linguistica e pedagogica continentale; dall’altro

dialogano con il filone degli studi cognitivisti che teorizza una relativa priorità del linguaggio

rispetto al mentale, vale a dire con la dottrina secondo cui le lingue e in generale i simboli

comunicativi, con la loro carica semantica istituzionalizzata, funzionerebbero da supporto esterno

alla mente (scaffolding), stimolandone lo sviluppo ontogenetico e alleggerendone il carico cognitivo

con importanti conseguenze nei processi di astrazione. Il lavoro di filosofi come Dennett (Kinds of

Minds, 1997) e Andy Clark (1997, Being There, e 2006) è evidentemente una sponda costante per

l’elaborazione di questa problematica.

Tomasello vede dunque la comunicazione come il teatro sociale in cui si dispiega a fondo la

capacità umana di comprendere gli altri come «agenti intenzionali al pari del Sé, agenti le cui

relazioni con le realtà esterne possono essere riprodotte, orientate o condivise» (Tomasello 1999, p.

83). Questa capacità a suo modo metarappresentazionale si accende nel piccolo umano a partire dai

nove mesi e si sviluppa in età prescolare mediante situazioni di ‘attenzione congiunta’ nelle quali il

bambino apprende interagendo ‘triadicamente’ con l’adulto e con i referenti esterni presenti nello

spazio ambientale. Come molte ricerche degli anni Ottanta-Novanta illustrano, anche altri primati

(come gli scimpanzé) sono capaci di socializzare in modo significativo, ma la loro resterebbe una

comunicazione diadica, inetta alla necessaria, continua sponda fra l’ “altro” e il mondo esterno, e

quindi a una vera comprensione esternalizzata del Sé e dell’ altro come agenti dotati di desideri,

credenze, intenzioni. L’ intenzionalità condivisa (shared intentionality) è pertanto il nocciolo della

pratica comunicativa, che Tomasello e al. (2004) così rappresentano (il caso descritto è quello del

processo decisionale che ha a che fare con l’apertura di una scatola chiusa):

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia del linguaggio, tenute dal Prof. Stefano Gensini nell'anno accademico 2011 e tratta i seguenti argomenti:
[list]
Modello della comunicazione;
Linguistica;
Semiotica;
Psicologia Cognitiva e dello sviluppo;
Linguaggio, cognizione e comunicazione;
Dottrina della pertinenza.
[/list]


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gensini Stefano.

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