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Competenza Stato/Regioni - C.Cost. n. 4/04

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 4 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2004. La Corte ha stabilito... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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parlamentari dall'art. 68, secondo comma, Cost., nel testo allora vigente). Conseguentemente, da questo

punto di vista, l'impugnato art. 1, comma 2, della legge n. 140 del 2003, in riferimento al comma 1

della stessa disposizione, si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost. in relazione agli artt. 101 e 112 Cost.

Né, ad avviso del Tribunale di Milano, è utilmente richiamabile, sotto il profilo della non necessità di

una legge costituzionale per introdurre la prerogativa in questione, l'art. 5 della legge 3 gennaio 1981,

n. 1, riguardante i componenti del Consiglio superiore della magistratura. Tale norma infatti,

contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa dell'imputato, non ha creato alcuna forma di immunità,

ma – come precisato da questa Corte nella sentenza n. 148 del 1983 – ha solo previsto una speciale

causa di non punibilità, rigorosamente circoscritta «alle manifestazioni di pensiero funzionali

all'esercizio dei poteri-doveri costituzionalmente spettanti ai componenti il Consiglio superiore», la

quale, da un lato, non è assimilabile alle immunità e prerogative previste dalla Costituzione e, dall'altro,

ha un ambito di operatività che è diverso rispetto a quello delle scriminanti di diritto penale comune e

che risulta «frutto di un ragionevole bilanciamento dei valori costituzionali in gioco». La norma

impugnata, invece, non ha creato una scriminante speciale (di per sé compatibile con l'esercizio della

giurisdizione), ma una causa di “non processabilità” o di sospensione dei processi in corso che,

inevitabilmente, si pone in conflitto col carattere di obbligatorietà dell'azione penale.

Prosegue poi il Tribunale ravvisando un palese contrasto tra la norma impugnata e gli artt. 3, 68, 90 e

96 della Costituzione.

L'art. 1 della legge n. 140 del 2003, infatti, fa salva l'applicazione degli artt. 90 e 96 della

Costituzione, con ciò indirettamente confermando di voler istituire una prerogativa ulteriore rispetto a

quelle ivi previste, per di più priva di ogni collegamento funzionale con la carica rivestita e senza un

limite temporale preciso e determinato. Nel disegno fissato dagli artt. 68, 90 e 96 Cost., invece, le

speciali forme di immunità e le particolari condizioni di procedibilità ivi regolate risultano strettamente

connesse con l'esercizio delle funzioni di parlamentare, di Presidente del Consiglio, di Ministro e di

Presidente della Repubblica, mentre la norma in questione non ha alcun collegamento con la funzione,

imponendo, come si è detto, la sospensione di tutti i processi penali, per qualsiasi tipo di reato ed anche

in riferimento a fatti antecedenti l'assunzione della carica. D'altra parte pare in sé irragionevole, oltre

che lesivo del diritto di difesa dell'imputato e dell'art. 111 Cost., che, in particolare, il Presidente del

Consiglio dei ministri possa essere sottoposto a giudizio, previa autorizzazione della Camera di

appartenenza, per i reati funzionali e non possa – a tempo indeterminato e irrinunciabilmente – esserlo

per i reati comuni.

Il giudice remittente, poi, passa ad analizzare – con riguardo alla tutela dei diritti della parte offesa

costituitasi parte civile nel procedimento penale sospeso – ulteriori motivi di censura in riferimento agli

artt. 24, 111 e 117 Cost., quest'ultimo in rapporto con l'art. 6 della Convenzione europea per la

salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, resa esecutiva in Italia con la legge 4

agosto 1955, n. 848. Da tale ultimo parametro, in particolare, si evince, alla luce della giurisprudenza

della Corte di Strasburgo, che la possibilità concreta di accedere agli organi di giustizia è da

considerare fondamentale per l'effettiva tutela dei diritti, sicché «uno Stato non può, senza riserve o

senza il controllo degli organi della Convenzione, sottrarre dalla competenza dei tribunali tutta una

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serie di azioni civili o esonerare da responsabilità delle categorie di persone», ancorché possano

giustificarsi prerogative nei confronti dei parlamentari.

Ma la più evidente violazione dei diritti della parte civile costituita deriva dal fatto che, in contrasto

con gli artt. 24 e 111 Cost., la norma impugnata viene a creare un «impedimento indeterminato

dell'esercizio dell'azione civile per effetto della disposizione di cui all'art. 75, comma 3, cod.proc.pen.».

Tale ultima disposizione stabilisce che «se l'azione è proposta in sede civile contro l'imputato dopo la

costituzione di parte civile nel processo penale … il processo civile è sospeso fino alla pronunzia della

sentenza penale non più soggetta a impugnazione, salve le eccezioni previste dalla legge». Poiché la

norma impugnata non prevede alcuna eccezione alla suddetta regola, è palese che la parte civile si trova

nell'impossibilità di trasferire la propria pretesa risarcitoria in sede civile. Né potrebbe ipotizzarsi una

revoca della costituzione di parte civile (art. 82 cod.proc.pen.), in quanto la sospensione del processo

imposta dall'art. 1 della legge n. 140 del 2003 non consente lo svolgimento di alcuna attività

processuale, ivi compresa la suddetta revoca.

Un ulteriore profilo di violazione degli artt. 24 e 111 Cost. sarebbe ravvisabile, infine, per effetto

della mancata previsione, da parte della norma impugnata, di una clausola che faccia salvo il

compimento degli atti urgenti di natura processuale – come, ad esempio, l'assunzione urgente di una

prova in sede di incidente probatorio – non potendosi certamente fare ricorso all'art. 512 cod.proc.pen.

che disciplina l'ipotesi di acquisizione in dibattimento di atti assunti in sede di indagine nel caso in cui,

«per fatti o circostanze imprevedibili, ne è divenuta impossibile la ripetizione». La disciplina

dell'incidente probatorio riguarda, invece, il caso in cui vi sia, per vari motivi, fondato timore di non

poter più acquisire nella sede propria dibattimentale la prova necessaria. Sicché è del tutto evidente la

diversità delle due situazioni.

Il giudice a quo solleva poi un'altra questione di legittimità costituzionale riguardante l'art. 110,

quinto comma, del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, che forma oggetto di separato procedimento.

2.— Si è costituito in giudizio l'on. Silvio Berlusconi che, con ampia ed articolata memoria, ha

chiesto che tutte le proposte questioni vengano dichiarate non fondate.

In riferimento alla questione relativa all'art. 1, comma 2, della legge n. 140 del 2003 la parte

costituita sottolinea, preliminarmente, che il Presidente della quinta sezione penale della Corte di

cassazione, chiamato ad esaminarne la posizione di imputato in altro procedimento (nel quale era stato

prosciolto insieme ad altri coimputati, con provvedimento impugnato in Cassazione), in data 30 giugno

2003 ha disposto la separazione di tale posizione con conseguente sospensione del relativo processo e

creazione di un separato fascicolo, «così dando atto dell'immediata applicabilità delle disposizioni della

legge n. 140 del 2003», senza prospettare alcun dubbio di costituzionalità in merito alla norma oggi

impugnata.

Ciò posto, l'on. Berlusconi rileva che la ratio della norma stessa è quella di salvaguardare le più alte

cariche dello Stato, durante lo svolgimento del mandato, dagli inevitabili turbamenti conseguenti

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all'esercizio di ogni azione penale. Nel sistema costituzionale non è affatto necessario che tutto ciò che

riguarda tali cariche sia regolato con legge costituzionale, né a tale ricostruzione ostano gli artt. 90 e 96

della Costituzione: l'irresponsabilità del Presidente della Repubblica per gli atti compiuti nell'esercizio

delle sue funzioni (tranne che in caso di alto tradimento o attentato alla Costituzione) e la valutazione

politica circa l'opportunità che il Presidente del Consiglio ed i Ministri vengano sottoposti a processo

penale per i c.d. reati ministeriali non confliggono con la sospensione dei processi per i reati comuni.

Per questi ultimi, infatti, la Carta costituzionale nulla prevede, e ciò implica che al legislatore ordinario

non è inibito di provvedere autonomamente al riguardo, tanto più che, nei casi in cui la Costituzione ha

preteso che si provvedesse con legge costituzionale, lo ha espressamente stabilito (v., ad esempio, artt.

116 e 132 Cost.).

La memoria passa poi ad occuparsi direttamente del contenuto precettivo della norma impugnata per

valutare in particolare se nel nostro ordinamento esista o meno l'istituto della sospensione del processo

penale e se vi sia un collegamento (nel senso di una possibile violazione) tra detta sospensione ed il

principio di obbligatorietà dell'azione penale richiamato dal Tribunale di Milano. A tal fine si osserva

che il sistema conosce la sospensione del processo penale, finalizzata a vari obiettivi; è richiamata in

proposito un'ampia serie di norme contenute nel codice di procedura penale del 1930 (artt. 18, 19 e 20),

nel vigente codice di procedura penale (artt. 3, 37, 41, 47, 71, 344, 477 e 479), nel codice penale (artt.

159 e 371-bis) e in numerose altre leggi particolari, come quelle in materia di condono tributario o di

rimessione di una questione di legittimità costituzionale a questa Corte o di questione pregiudiziale

interpretativa alla Corte di giustizia delle Comunità europee. In tutti questi casi non c'è un termine

preciso per la ripresa dell'attività processuale dopo la sospensione e, qualora vi sia sospensione anche

della prescrizione, non sussistono particolari problemi per il protrarsi dei tempi del processo.

Si tratta di norme che disciplinano situazioni di «varia natura» che, tuttavia, in alcuni casi

attribuiscono rilevanza determinante a scelte politiche prevalenti rispetto alla giurisdizione (art. 243

cod.pen.mil.guerra) e in altri casi a caratteristiche peculiari dei soggetti che si giovano della

sospensione (v. decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e art. 71 cod.proc.pen.). Tra quest'ultimo

tipo di norme la parte privata si sofferma, in particolare, sull'ipotesi di sospensione del processo

disciplinata dall'art. 71 cod.proc.pen., richiamando le pronunce di questa Corte n. 281 del 1995, n. 354

del 1996, n. 19 del 1999 e n. 33 del 2003, desumendone, da un lato, che la sospensione del processo

non costituisce violazione dell'art. 112 Cost. in quanto comporta una semplice sospensione dell'azione

penale e, dall'altro, che neppure è configurabile il contrasto con il principio della ragionevole durata del

processo in quanto «si verte in tema di ius singulare che comporta una eccezione» e, comunque, la

sospensione della prescrizione garantisce l'esercizio della giurisdizione. Questi argomenti ben si

attagliano al caso di specie, sicché anche per esso deve escludersi la contrarietà con gli indicati

parametri costituzionali.

D'altra parte, il sistema processuale vigente prevede, oltre ai casi di sospensione, anche quelli nei

quali il reato è perseguibile soltanto a richiesta del Ministro della giustizia (artt. 8, 9 e 10 cod.pen.),

ovvero dietro sua autorizzazione (art. 313 cod.pen., positivamente scrutinato da questa Corte nella

sentenza n. 22 del 1959), ovvero a querela di parte; inoltre questa Corte ha in più occasioni ribadito la

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legittimità costituzionale dell'art. 260 cod.pen.mil.pace che subordina la procedibilità di una serie di

reati militari alla richiesta del comandante del corpo.

Il principio di eguaglianza richiamato dal Tribunale di Milano ha, quindi, il significato di vietare

leggi ad personam allorquando le persone prese in considerazione siano effettivamente “eguali”, ma

non quello di impedire le opportune diversificazioni. In tale ottica la parte privata osserva che vi sono

numerose norme, sia di diritto penale sostanziale sia di diritto processuale penale, nelle quali rileva la

condizione soggettiva del destinatario; tra queste ultime vengono ricordate, oltre all'art. 205

cod.proc.pen., l'art. 200 cod.proc.pen. sul segreto professionale e le norme sull'incompatibilità ad

assumere l'ufficio di testimone.

Dopo aver esaminato l'aspetto relativo alla sospensione del processo, la difesa affronta il problema

delle cause di immunità riconosciute dal nostro ordinamento, cercando innanzitutto di stabilire cosa si

intenda effettivamente per immunità. Si richiamano, all'uopo, alcune specifiche disposizioni riguardanti

il trattamento processuale dei funzionari e dei dipendenti consolari nonché le immunità in favore dei

componenti il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o

degradanti. Si passa poi a considerare l'art. 5 della legge n. 1 del 1981 relativa ai componenti del

Consiglio superiore della magistratura, che ha introdotto una causa soggettiva di non punibilità «ben

più pregnante ed incisiva sulla giurisdizione che non una sospensione» del processo, con annessa

sospensione della prescrizione. Il giudice remittente avrebbe altresì dimenticato di tener presente tutta

una serie di ipotesi nelle quali sussistono altre cause di immunità (si citano, in proposito, sentenze della

Corte di cassazione sull'estradizione, sulle immunità diplomatiche e consolari, sui reati commessi da

militari appartenenti alla NATO nel territorio di uno Stato diverso da quello di appartenenza, nonché

sui reati commessi da soggetti appartenenti ad enti centrali della Chiesa cattolica).

Fatte queste premesse generali, la parte privata richiama la distinzione dottrinale tra le immunità

funzionali e quelle extrafunzionali, ricordando che queste ultime, in particolare, fanno sì che l'individuo

che ne gode non possa essere assoggettato al processo penale per reati “comuni” commessi nel corso

del proprio incarico o prima dello stesso. Terminato il mandato, però, si ha una reviviscenza della

punibilità per i fatti extrafunzionali, sicché tale tipo di immunità non crea, in effetti, alcun tipo di limite

al potere giurisdizionale. Si sarebbe perciò in presenza di una esenzione temporanea dalla

giurisdizione, determinata da motivi di opportunità politica per cui il soggetto, «pur penalmente capace

al momento della commissione dell'illecito, non lo è processualmente, per evitare un qualsiasi

turbamento nel regolare svolgersi dell'attività»; concluso l'incarico, nulla può impedire l'avvio o la

prosecuzione del processo penale per illeciti penali di carattere privato. I suddetti motivi di opportunità

politica correlati all'attività del soggetto possono essere inerenti ai rapporti tra poteri dello Stato ovvero

sul piano internazionale ai rapporti tra organi di Stati diversi che comportano una autolimitazione da

parte dell'ordinamento della propria giurisdizione, la quale torna poi a riespandersi nella sua interezza

al termine del mandato cui è connessa la prerogativa (si citano, al riguardo, un parere della Corte

internazionale di giustizia dell'Aja a proposito delle immunità dei componenti dell'ONU e la sentenza

della medesima Corte del 14 febbraio 2002 sull'immunità di un Ministro degli esteri della Repubblica

del Congo nei confronti del quale un giudice belga aveva emesso un ordine di arresto internazionale,

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c.d. caso Yerodia).

Dalla suddetta analisi si desume che «la possibilità di prevedere … immunità extrafunzionali con

legge ordinaria appare … conclamata», ma tale osservazione non è l'unica a dimostrare l'erroneità del

ragionamento seguito dal Tribunale di Milano, perché l'argomento principale attraverso il quale si

perviene a questo risultato è rappresentato dalla profonda diversità che sussiste tra il tema della

sospensione temporanea del processo e quello delle immunità. Se, infatti, si ha chiara tale differenza,

tutta una serie di argomentazioni sviluppate nell'ordinanza di rimessione diventano ininfluenti, in

quanto è proprio la suddetta diversità che spiega perché, mentre per le immunità è necessariamente

richiesto un collegamento con la funzione esercitata al momento della commissione del fatto, ciò

invece non è necessario per la sospensione. Inoltre, mentre l'immunità, sottraendo un soggetto

all'esercizio della giurisdizione, deve essere, in alcuni casi, prevista da norme di rango costituzionale,

ciò non è richiesto per la sospensione che, ove si accompagni a quella della prescrizione del reato, non

incide sull'integrità del valore della giurisdizione, ma coinvolge altri beni costituzionalmente protetti e,

precisamente, quello della funzionalità della carica di rilevanza costituzionale e quello della

ragionevolezza dei tempi del processo.

Una volta escluso che la norma impugnata avrebbe dovuto avere rango di legge costituzionale, resta

da valutare se essa violi, per il suo contenuto precettivo, uno dei parametri costituzionali richiamati dal

giudice remittente.

Con riguardo all'art. 112 Cost., la parte privata osserva che in tema di condizioni di procedibilità al

legislatore è concessa ampia discrezionalità, sicché il punto decisivo non è quello dei rapporti col

principio di obbligatorietà dell'azione penale, quanto piuttosto quello di stabilire se la norma sia o meno

ragionevole. Si richiamano, al riguardo, le sentenze n. 89 del 1982, n. 85 del 1998, n. 298 del 2000, e n.

223 del 2001 di questa Corte, dalle quali si deduce che è soltanto in caso di trattamento diverso di

situazioni uguali che può affermarsi la sussistenza di un'irragionevolezza conseguente alla diversità di

trattamento. La violazione del principio di eguaglianza presuppone, in altre parole, una valutazione in

cui vi è un tertium comparationis alla stregua del quale si ravvisi la disparità; nel caso della norma

impugnata, invece, le uniche situazioni similari con le quali sembrerebbe possibile un raffronto sono

quelle di cui agli artt. 90 e 96 Cost., ma, al di là del fatto che esse si riferiscono a soggetti presi in

considerazione anche dalla norma impugnata, le ipotesi rispettivamente disciplinate sono, in realtà,

molto diverse e, quindi, inconfrontabili. Infatti, l'art. 96 Cost. stabilisce, a tutela della funzione

ministeriale, che per i reati commessi nell'esercizio di tale funzione è competente un particolare organo

giurisdizionale, senza dire nulla in relazione alla procedibilità; analogamente, l'art. 90 Cost. prevede, a

tutela della libertà della funzione del Presidente della Repubblica, l'impunità per gli atti compiuti nel

relativo esercizio e i casi di deroga a tale impunità. La legge n. 140 del 2003, invece, si limita a dettare

semplicemente una regola di procedura.

Tale regola che, per quanto fin qui si è detto, non contrasta con l'art. 3 Cost. dal punto di vista del

principio di eguaglianza, neppure viola il suddetto parametro per quel che riguarda il principio di

ragionevolezza. Al riguardo potrebbe sostenersi l'irragionevolezza in sé della normativa impugnata in

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conseguenza dell'impossibilità che essa determinerebbe in ordine alla formazione della prova, ma

anche questa censura è destituita di fondamento in quanto l'utilizzazione del termine “processo” e non

di quello “procedimento” ha proprio il significato tecnico di consentire l'assunzione delle prove nel

corso delle indagini preliminari.

La memoria difensiva si sofferma, poi, sul particolare aspetto della questione riguardante la parte

civile. Si sostiene, in proposito, che detta questione sarebbe stata impropriamente sollevata dal

Tribunale di Milano in sede penale, nell'erronea convinzione che l'art. 1 della legge n. 140 del 2003,

imponendo l'immediata sospensione del processo, non consenta lo svolgimento di alcuna attività

processuale. In realtà, anche trascurando la circostanza che, nella specie, la parte civile costituita non

ha in effetti mai dichiarato di voler trasferire la propria domanda in sede civile – sicché la questione

dovrebbe ritenersi inammissibile, in quanto del tutto ipotetica – resta il fatto che il dubbio di legittimità

costituzionale avrebbe dovuto essere posto nella sede competente, ossia davanti al giudice civile,

chiamato eventualmente a fare applicazione dell'art. 295 del codice di procedura civile. Del resto,

sarebbe del tutto incongrua una sospensione ex lege del processo penale cui non faccia seguito la

possibilità di trasferimento dell'azione in sede civile. In tal senso vanno letti l'art. 75, comma 3,

cod.proc.pen. e l'art. 82 del medesimo codice (che consente la revoca della costituzione di parte civile)

e ciò vale, di per sé, ad escludere qualsiasi violazione dell'art. 24 Cost. Tale lettura corrisponde al

principio della separazione delle giurisdizioni che, in materia di rapporti tra giudizi diversi, ha

sostituito, nel vigente codice di procedura penale, quello dell'unità della giurisdizione cui, invece, si

ispirava il codice del 1930. Una conferma dell'esattezza di tale tesi è rinvenibile, secondo la parte

privata, anche nella sentenza n. 354 del 1996 di questa Corte con la quale è stata dichiarata

l'illegittimità costituzionale del citato art. 75, comma 3, cod.proc.pen., nella parte relativa alla mancata

previsione dell'inapplicabilità della disciplina ivi stabilita per i rapporti tra azione civile e azione penale

all'ipotesi di «accertato impedimento fisico permanente che non permetta all'imputato di comparire

all'udienza, ove questi non consenta che il dibattimento prosegua in sua assenza». A tale conclusione la

pronuncia è pervenuta al fine di impedire – in armonia con quanto deciso nella precedente sentenza n.

330 del 1994 – una stasi del processo «di durata indefinita ed indeterminabile» che avrebbe vulnerato il

diritto di azione e difesa della parte civile. E' del tutto evidente che l'ipotesi esaminata nella citata

sentenza non è affatto assimilabile a quella disciplinata dalla norma attualmente impugnata. Infatti,

anche a prescindere dal fatto che le cariche indicate dalla legge n. 140 del 2003, pur essendo alcune

volte ipoteticamente reiterabili, hanno una durata predeterminata ex lege, va considerato che la

disciplina censurata dalla Corte «non era quella attuale ma quella del codice del 1930», sicché non solo

per essa non si ponevano problemi di ammissibilità rispetto alla proposizione delle relative questioni di

legittimità costituzionale direttamente nel giudizio penale, ma soprattutto emergeva la necessità di

superare la regola del divieto della translatio iudicii dalla sede penale a quella civile derivante dal

principio dell'unità della giurisdizione. La disciplina attualmente vigente non è più ispirata, come si è

detto, a tale principio; conseguentemente il problema allora denunciato non può più porsi in quanto la

parte civile ha, di regola, la facoltà di trasferire la propria azione in sede civile.

3.— Si è costituita anche la CIR s.p.a., parte civile costituita nel giudizio a quo, sostenendo la piena

condivisibilità delle argomentazioni dell'ordinanza di rimessione e chiedendo che la norma denunciata

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venga dichiarata costituzionalmente illegittima.

Osserva la parte privata che l'art. 1 della legge n. 140 del 2003, prevedendo l'automatica sospensione

del processo a carico del Presidente del Consiglio dei ministri, è in contrasto innanzitutto con l'art. 3

Cost. (in relazione agli artt. 101 e 112 Cost.), perché attribuisce una prerogativa incompatibile col

principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, principio che può essere derogato solo

con una legge costituzionale (sentenza n. 300 del 1984 di questa Corte). A tale conclusione induce, con

assoluta evidenza, il fatto che nel nostro ordinamento di regola le prerogative o le immunità riguardanti

cariche o funzioni istituzionali sono previste o direttamente dalla Carta costituzionale (artt. 68, 90 e 96

Cost.) ovvero in successive leggi costituzionali (es. legge cost. 16 gennaio 1989, n. 1, in materia di

procedimenti per i reati di cui all'art. 96 Cost.).

Per altro verso, e sempre in relazione all'art. 3 Cost., la norma impugnata viola il principio di

obbligatorietà dell'azione penale, poiché impedisce a tempo indeterminato che il processo penale venga

condotto ad una definizione, in considerazione del fatto che l'attuale Presidente del Consiglio potrebbe

continuare a ricoprire la carica per molti anni, ovvero essere eletto ad altra carica istituzionale tra quelle

di cui alla norma in questione.

Fatte queste premesse, la memoria osserva che nel nostro sistema le immunità e le prerogative di cui

agli artt. 68, 90 e 96 Cost., oltre ad essere disposte da norme di rango costituzionale, sono comunque

collegate allo svolgimento delle funzioni, di modo che il Presidente della Repubblica, il Presidente del

Consiglio ed i Ministri, fino all'entrata in vigore della legge in esame, erano, per i reati comuni, soggetti

alla legge come tutti gli altri cittadini. Oggi, invece, i procedimenti eventualmente instaurati a carico

del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei ministri in merito a tali ultimi reati,

sono tutti sospesi ope legis e senz'alcuna possibilità di controllo istituzionale, anche nell'ipotesi in cui si

tratti di reati commessi prima dell'assunzione della carica, mentre per i reati c.d. funzionali continua ad

avere vigore la disciplina che ne prevede la giustiziabilità, sia pure a certe condizioni. Ne consegue che,

da questo punto di vista, la norma impugnata appare in contrasto con i principi di ragionevolezza e di

eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

Il carattere obbligatorio e non rinunziabile della sospensione sarebbe poi lesivo sia del diritto di

difesa (art. 24 Cost.) sia del principio della ragionevole durata dei processi sancito dall'art. 111 Cost., il

che è tanto più evidente in relazione alla mancanza di una specifica norma che garantisca la possibilità

di assunzione al processo delle prove non rinviabili o di compimento degli atti urgenti, a differenza di

quanto è espressamente stabilito dal codice di procedura penale in altri casi di sospensione (si citano gli

artt. 3, comma 3; 41, comma 2; 47, comma 3; 70, commi 2 e 3; 71, comma 4, cod.proc.pen.).

Per quanto specificamente interessa la domanda avanzata dalla parte civile costituita, si rileva che la

sospensione del processo penale, in mancanza di una norma che deroghi al disposto dell'art. 75, comma

3, cod.proc.pen., viene di fatto a paralizzare sine die ogni pretesa risarcitoria della suddetta parte nei

confronti dell'imputato. Il processo penale è, infatti, sospeso, mentre la domanda eventualmente

proposta in sede civile dovrebbe necessariamente comportare la sospensione anche di quest'ultimo

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processo, poiché le eccezioni previste alla regola del citato art. 75, comma 3, sono tassative e non

estensibili in via analogica.

La CIR s.p.a., infine, si associa alle considerazioni fatte dal Tribunale di Milano a proposito della

violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., in riferimento al principio relativo al diritto di accesso ad

un tribunale, desumibile dall'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e

delle libertà fondamentali (secondo quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nella

sentenza Golder del 21 febbraio 1975 e nella sentenza Cordova del 31 gennaio 2003).

4.— E' altresì intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso

dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che vengano dichiarate inammissibili o comunque

infondate entrambe le questioni proposte dal Tribunale di Milano.

Quanto alla questione relativa all'art. 1 della legge n. 140 del 2003, la difesa erariale osserva che il

giudice a quo muove da un presupposto erroneo, ossia quello per cui detta norma avrebbe creato una

nuova figura di immunità. Essa, invece, si limita a disporre la sospensione dei processi in corso, con

conseguente sospensione dei termini di prescrizione dei reati, in linea con quanto stabilito per altre

ipotesi di sospensione del processo penale – sia obbligatoria (v. art. 71 cod.proc.pen. e art. 3, comma 5,

della stessa legge n. 140 del 2003) sia facoltativa (v. art. 486 cod.proc.pen.) – previste dal sistema. Ne

consegue che non vi sarebbe lesione dell'art. 112 Cost., sia perché l'azione penale viene ugualmente

esercitata nei confronti dei soggetti che ricoprono le alte cariche istituzionali indicate nella norma

impugnata (anche se con sospensione del processo per la durata del mandato) sia perché il decorso del

tempo non incide sulla pretesa punitiva dello Stato, in virtù dell'espresso richiamo dell'art. 159

cod.pen., in materia di sospensione del corso della prescrizione.

Escluso, quindi, che la norma de qua abbia a che fare con le immunità riservate alla

regolamentazione costituzionale, l'Avvocatura dello Stato ritiene che essa non si ponga in contrasto

neppure con gli altri principi costituzionali invocati dal giudice a quo. Si tratta di una disciplina che è

stata dettata allo scopo di impedire che «vicende processuali di diritto comune possano intralciare

l'operato dei vertici costituzionali democraticamente scelti per tutto – e solo – il tempo in cui essi

svolgono la loro funzione». La ratio cui si è ispirato il legislatore non era, quindi, quella di proteggere i

soggetti che ricoprono le alte cariche dello Stato, ma la loro funzione, sicché appare ultroneo ogni

richiamo al principio di eguaglianza come principio fondante dell'ordinamento, visto che anche questa

Corte ha ripetutamente affermato che la violazione di tale principio deriva dal trattamento eguale di

situazioni diverse e non dalla previsione di trattamenti differenziati per alcune categorie di soggetti

giustificata dal contemperamento del principio stesso con la tutela di altri principi costituzionali. Tale

ultima evenienza è proprio quella che si riscontra nella fattispecie nella quale la tutela della posizione

istituzionale del Presidente del Consiglio dà fondata ragione della deroga all'ordinario trattamento

processuale.

Analogamente, poi, la difesa erariale ritiene infondata la presunta lesione del principio di

ragionevolezza in riferimento a quanto disposto dagli artt. 68, 90 e 96 Cost., sul principale rilievo che,

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 4 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2004. La Corte ha stabilito che non c'è lesione della competenza regionale nelle norme della finanziaria 2002 in cui si pongono a carico delle amministrazioni gli oneri per il rinnovo dei contratti, nei limiti del bilancio. La competenza è concorrente e l'esigenza di contenere le spese è di competenza esclusiva dello Stato.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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